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Thursday, March 08, 2012

Passata la paura, riforme a rischio

Anche su Notapolitica

Calato lo spread, passata la paura? Passata la paura, si sta chiudendo la finestra per le riforme? Per la prima volta dagli ultimi giorni di agosto, quindi sette mesi fa, lo spread tra Btp e Bund decennali è sceso sotto quota 300, e il rendimento sotto il 5%, ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti – o meglio, molti soldi. Se si analizza il grafico dell'andamento dello spread emerge chiaramente il peso dei fattori esterni nella crisi del nostro debito. Ben più delle strette fiscali e delle riforme, e della innegabile autorevolezza che il premier Mario Monti, alla guida del nuovo governo, ha conferito all'azione di risanamento, hanno potuto le aste di liquidità della Bce (quasi 1.200 miliardi di euro di prestiti immessi nel sistema bancario), l'avvicinarsi di una soluzione per il debito greco (il default «ordinato») e, sia pure in misura minore, il fondo salva-Stati e l'accordo sul fiscal compact. L'unico evento di politica interna che in questi mesi ha fatto calare di colpo lo spread, fino a 377 punti – non impedendogli tuttavia di tornare prontamente sopra i 500 punti – è stato il varo del decreto salva-Italia il 5 dicembre.

E basti ricordare che la doppia impennata delle prime due settimane dello scorso novembre che ha portato lo spread fra i nostri titoli decennali e quelli tedeschi prima a superare la soglia dei 400 e poi quella dei 500 punti, e che ha di fatto disarcionato il governo Berlusconi, è coincisa con l'annuncio da parte dell'ex premier greco Papandreou di un referendum sul piano salva-Grecia dell'Ue e con la crisi di governo che ne è seguita ad Atene. E' innegabile tuttavia che all'epoca il nostro debito scontava anche la crisi di credibilità personale di Berlusconi, l'immobilismo e l'avvitamento politico della sua maggioranza, tanto che solo il programma di acquisti di titoli di Stato da parte della Bce sul mercato secondario ha impedito ai livelli di spread già allarmanti di schizzare verso soglie da crisi greca. Se non altro, quindi, l'arrivo di Monti ha rappresentato un cambio di marcia per l'Italia, premessa indispensabile per un cambio di marcia anche in Europa.

Ma il peggio è davvero alle nostre spalle, come molte dichiarazioni del premier Monti lascerebbero intendere? Nella conferenza stampa di ieri il governatore della Bce Mario Draghi ha definito un «successo indiscutibile» i prestiti Bce, ha sottolineato il loro «potente effetto», avvertendo però che la politica monetaria non può risolvere tutto, che «ora la palla passa ai governi», che devono andare avanti nel consolidamento fiscale e nelle riforme strutturali, e agli «altri attori, soprattutto le banche, che devono risistemare i bilanci». Premesso che uno spread intorno ai 300 punti è comunque lontano dai livelli pre-crisi, ci aspetta nei prossimi mesi e anni una temibile doppia sfida – il rientro dal debito e la crescita – e il venir meno del senso di emergenza potrebbe attenuare la determinazione del governo e dei partiti che lo sostengono, nonché la tolleranza dell'opinione pubblica verso le misure di austerity.

Insomma, c'è il rischio che ben lungi dall'aver risolto i nostri problemi, si richiuda dietro il calo dello spread la finestra politicamente propizia per fare le riforme; che nei prossimi mesi, passata la grande paura torni il business as usual della politica; che il governo Monti sia più incline al compromesso. La scadenza, entro la fine del mese di marzo, per la riforma del mercato del lavoro, che dovrà inevitabilmente passare per la cruna dell'articolo 18, ci dirà quanta spinta propulsiva è rimasta al governo.

In realtà, nonostante la grande stampa abbia continuato nella sua opera di glorificazione di Monti, già in questi mesi abbiamo registrato una progressiva perdita di incisività nell'azione di governo. Dal decreto salva-Italia, che giusto o sbagliato che fosse conteneva comunque una notevole stretta fiscale, purtroppo solo sul fronte delle entrate, e una rigorosa riforma delle pensioni, poco altro è stato fatto. In quel momento l'esecutivo sembrava in grado di far ingoiare qualsiasi boccone amaro ai partiti, ma ne ha approfittato troppo poco. Oggi ancora meno. I provvedimenti escono dal Consiglio dei ministri già non particolarmente rivoluzionari e durante il loro passaggio in Parlamento vengono ulteriormente annacquati, sotto lo sguardo troppo indulgente del governo. La separazione annunciata di Snam rete gas da Eni e l'effettiva apertura del mercato dei servizi pubblici locali sono impegni tutti da verificare nei prossimi mesi. Il giudizio sulla lenzuolata di liberalizzazioni resta controverso, tra dietrofront, rinvii e colpi di dirigismo. Il cosiddetto "dl semplificazioni", che non rivoluziona affatto il rapporto con il Fisco ma serve piuttosto a semplificare gli strumenti per la lotta all'evasione, nasconde nelle sue pieghe una mini-patrimoniale sui conti deposito e potrebbe persino essere ribattezzato di “complicazioni”, per la surreale procedura imposta agli esercenti sui pagamenti in contanti oltre i mille euro concessi ai turisti stranieri. Inutili complicazioni sono state reinserite anche nel dl semplificazione e sviluppo all'esame della Camera in questi giorni, che rischia tra l'altro di trasformarsi in un tipico provvedimento omnibus di spesa: per esempio, istituisce una nuova scuola di dottorato e apre la strada ad eventuali incrementi degli organici scolastici, da finanziare tramite risparmi di spesa e/o inasprendo il prelievo sui giochi.

Anche le promesse di Monti sulle tasse cominciano a somigliare in modo preoccupante a quelle "berlusconiane", con la differenza che la stampa non gliene chiede conto quando appaiono smentite dai fatti. Alcuni giorni fa il viceministro del Tesoro Grilli, nell'indifferenza generale, ha dato per scontato l'aumento dell'Iva al 23% dall'inizio di ottobre, già scritto nel "salva-Italia", mentre il presidente del Consiglio sembrava suggerire che il riordino delle agevolazioni fiscali e assistenziali potesse evitare di far scattare la cosiddetta "clausola di salvaguardia". Del cosiddetto spostamento della tassazione dalle persone, cioè dal lavoro e dall'impresa, alle cose, quindi possesso e consumi, finora abbiamo visto soltanto l'aumento delle imposte indirette – l'Iva, l'Imu, le accise e le mini-patrimoniali sui conti titoli e deposito – senza alcun alleggerimento di quelle dirette. Non si intravede alcun piano di dismissioni per abbattere lo stock del debito, né alcuna seria riduzione, nell'ordine di 5-6 punti di Pil, della spesa pubblica.

Il bilancio, insomma, è magro, e il calo dello spread, il venir meno del senso di emergenza, potrebbe persino impoverirlo. Un test definitivo sarà la riforma del mercato del lavoro.

Tuesday, March 06, 2012

Dalle semplificazioni al tassa-e-spendi

Il dl semplificazioni all'esame della Camera si sta lentamente ma inesorabilmente trasformando nel provvedimento omnibus della peggior specie, di quelli che servono solo ad ingrossare l'adipe della bestia statale. Con buona pace del presidente della Repubblica Napolitano, che solo pochi giorni fa, in un messaggio formale alle Camere, aveva esortato i parlamentari ad evitare emendamenti offtopic rispetto all'articolato di base. Eppure, dalle semplificazioni siamo al solito tassa-e-spendi, al carrozzone su cui i partiti cercano di far salire il favore a questa o a quella clientela.

Ecco quindi che le Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera non solo sanciscono lo stop ai «tagli» (o presunti tali) nella scuola, ma prevedono persino l'aumento degli organici scolastici di ben 10 mila unità, da impiegare in attività di recupero e sostegno degli alunni con bisogni educativi speciali e per estendere il tempo pieno. La copertura? Nessun problema, si preleva dal bancomat del contribuente-consumatore: 100 milioni di euro in più l'anno dall'aumento delle tasse sulla «produzione e sui consumi» di «birra, prodotti alcolici intermedi e alcol etilico», e 250 milioni in più dai «giochi pubblici» e i «giochi numerici a totalizzazione nazionale».

Ma è lo stesso governo a partecipare all'assalto della sua diligenza, con un emendamento che istituisce la scuola sperimentale di dottorato internazionale "Gran Sasso Science Institute" (in inglese è più "cool"). Costo: 52 milioni in 4 anni per 130 studenti, 22 professori, tra ordinari e associati, 18 ricercatori e 6 amministrativi.

Ingrossare gli organici della scuola, l'immissione in ruolo dei presidi vincitori di concorso, o istituire nuovi corsi di dottorato non ha molto a che fare con le semplificazioni. In compenso alcune perle uscite dalle commissioni della Camera restano se non altro in tema. Potevano mancare delle "complicazioni" in un dl semplificazioni? Certamente no. Ecco, dunque, l'emendamento che esclude semplificazioni nei macchinosi controlli in materia di sicurezza sul lavoro e quello reintroduce l'obbligo di verificare i «requisiti morali» (?) di chi vende bevande nelle sagre, nelle fiere, o in occasione di altre manifestazioni o eventi pubblici.

Qualche misura di buon senso, a onor del vero, è stata inserita, ma si tratta più che altro di norme manifesto: l'incentivazione del cloud computing; la riduzione dei costi per l'accesso all'ingrosso alla rete fissa di telecomunicazioni, il cosiddetto "ultimo miglio"; dal 2014 comunicazioni della pubblica amministrazione «esclusivamente» tramite «canali e servizi telematici»; pagamento delle imposte di bollo per via telematica e cartelle cliniche elettroniche.

UPDATE 7 marzo, ore 12:45
Merita un approfondimento in più l'emendamento al dl semplificazioni in cui si prevedevano 10 mila nuovi posti nella scuola, da finanziare con nuove tasse, approvato ieri dalle Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera. Ebbene, ieri sera in Commissione Bilancio il governo l'aveva fatto saltare. Stamattina però governo e relatori hanno trovato un accordo: in pratica, salta la tassa su birra e alcolici, inizialmente prevista a copertura delle nuove assunzioni, così come l'indicazione numerica (10 mila), ma resta la spesa. In attesa che il Ministero dell'Economia trovi il modo, entro sei mesi, di aumentare il prelievo sui giochi per reperire sufficienti risorse, «a garanzia» di eventuali aumenti di organico nella scuola, per poter ottenere l'ok della Commissione Bilancio, si mette un fondo del Miur già esistente.

Peccato che il fondo in questione sia quello sul merito, deriso quando era stato introdotto dalla Gelmini, ma che oggi scopriamo essere «corposo». Comunque vada, dunque, si tratta di una cattiva scelta politica. Si ingrossano le file del pubblico impiego o semplicemente aumentando le tasse, o sottraendo risorse agli insegnanti meritevoli, quindi contraddicendo gli sforzi per premiare il merito.