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Friday, May 18, 2007

Terra bruciata intorno al Ps francese e ai Radicali italiani

La famiglia allargata del presidente franceseNon c'è neanche bisogno di una decisione formale. Il "collaborazionista" Bernard Kouchner è da ritenersi escluso automaticamente dal Partito socialista francese, secondo una regola d'altri tempi che descrive bene quale sia l'anticaglia di cui è fatto il Ps, relitto del secolo delle ideologie. «Si è di fatto escluso, è una cosa automatica, come quando uno si presenta contro un candidato del proprio partito», spiega con naturalezza il segretario Hollande.

La verità è che il Ministero a Kouchner brucia ai socialisti, che intorno a sé vedono sempre più terra bruciata. Jouyet, oggi segretario di Stato agli Affari Europei, non ha mai militato nel Ps, ma era stato vice capo di gabinetto dell'allora primo ministro socialista Jospin. Per 30 anni è stato amico di Hollande. Si può restare amici avendo idee politiche diverse? Diremmo di sì, eppure... «Ho perso un amico, perché è al servizio di un governo contro il quale combatto», ha detto Hollande. Quanto a Besson, l'ex segretario nazionale per l'Economia del Ps oggi segretario di Stato per la Valutazione delle politiche pubbliche, Hollande lo aveva già definito un «traditore» tempo fa.

Insomma, invece di chiedersi non se vi sia qualcosa che non va nel partito che guida, se non vi sia una inadeguatezza di fondo della sua proposta politica, Hollande reagisce additando i "traditori".

La cosiddetta "apertura" di Sarkozy a personalità di sinistra, tuona, è un «inganno». Il governo Fillon è «un governo di destra». Certo, ma questo lo sanno bene gli esponenti socialisti che sono entrati a farne parte. Il fatto che dovrebbe indurre Hollande a qualche riflssione è che costoro hanno ritenuto le risposte di un presidente e di un governo di destra alle sfide che ha di fronte la Francia più convincenti di quelle socialiste.

Ma la pietra dello scandalo rimane Kouchner, tanto che l'ex ministro della Sanità socialista ed ex capo della missione Onu in Kosovo viene chiamato a dare spiegazioni su Le Monde: «Intendo continuare a rimanere a fianco degli oppressi», assicura. «Conosco le tue convinzioni e non ti chiedo di rinnegarle», gli ha detto Sarkozy lo scorso 10 maggio, quando gli ha telefonato per proporgli la guida della diplomazia francese. «Gli ho detto che ero socialista, da vent'anni sostenitore della socialdemocrazia, che avevo sempre votato a sinistra e che avrei sempre continuato a farlo. Gli ho ricordato che avevamo delle divergenze, in particolare sull'adesione della Turchia all'Unione europea».

Sono seguite altre conversazioni, altrettanto franche. «Sei mesi fa, quando Glucksmann lanciò il ticket Sarko-Kouchner venne preso per paz­zo o per provocatore», ricorda Il Foglio.

Pur senza condividere il tono dell'allora diplomazia francese, Kouchner dice a Le Monde di essere sempre stato contro la guerra in Iraq. Il fatto è che altrettanto netta era la sua opposizione a Saddam (4 febbraio 2003). «Essere neutrali tra la vittima e il carnefice equivale ad essere complici del carnefice... è molto facile essere pacifisti sulla pelle delle minoranze massacrate».

Ma la differenza più rilevante tra Sarkozy e Kouchner in politica estera è sul problema dell'ingresso della Turchia nell'Ue. Contrario il primo, favorevole il secondo. «In ogni caso il processo iniziato sarà lungo», ricorda Kouchner, esprimendo la speranza che il presidente francese possa cambiare idea. Con Kouchner agli Esteri, il "jamais" di Sarkozy alla Turchia appare un po' meno "jamais". Certo, ricordiamoci che in Francia la politica estera la fa il presidente della Repubblica, da ora in poi affiancato da un Consiglio nazionale per la sicurezza. Il ministro è più un capo della diplomazia. Intanto, però, Sarkozy si è pur scelto un ministro degli Esteri a favore della Turchia in Europa. E lo stesso Kouchner non esclude ripensamenti. Staremo a vedere.

L'impressione è che con Kouchner agli Esteri la Francia possa assumere un'iniziativa forte per il Darfur. «Bisogna rapidamente formare un gruppo di contatto. La Francia non può agire sola, ma deve prendere l'inziativa», anche minacciando di boicottaggio le Olimpiadi di Pechino.

«Non devo niente ai partiti politici, niente - conclude Kouchner sulla sua scelta - ma ho il dovere di spiegarmi nei confronti dei giovani, di quelli che mi considerano un uomo politico diverso. A loro voglio dire che non tradisco il mio campo. Voglio dire che se ho accettato questo posto è perché ho la misura delle nuove disuguaglianze, le muove miserie del pianeta. Intendo continuare ad essere a fianco degli oppressi. Spero che i miei risultati servano da spiegazione. se un giorno la situazione diventasse per me inaccettabile, lascerò il governo. Per questo, conto sulla vigilanza dei miei amici».

Noi che non aderiamo alla politica del "tanto peggio, tanto meglio", ci auguriamo che Kouchner faccia bene e non abbia da essere deluso da Sarkozy e Fillon.

Coloro che non hanno emesso un sibilo sulla presenza di Kouchner nel Governo Fillon alla guida di un Ministero così importante come gli Affari Esteri sono i radicali, la Bonino e Pannella in particolare.

Ci ha pensato Enrico Rufi a sottolineare in modo implacabile le sempre più imbarazzanti contraddizioni. «Impressionanti» le somiglianze tra Kouchner e Bonino. «... Però lui ha due padrini come André Glucksmann e Bernard Tapie, e questo dovrebbe bastare a chi, qui da noi, salutò all'epoca come una vittoria politica per l'Italia e per la sinistra liberale e riformatrice la nomina di Bonino a Bruxelles», anche se decisa da Berlusconi. Quindi con ironia Rufi si chiede «se l'alter ego di Bonino riuscirà là dove hanno fallito gli altri due pannelliani ad honorem, che proprio da Pannella e dai neopannelliani sono stati invece liquidati come gli utili idioti del "pericolosissimo" Sarkozy».

Delusi dal Ps di Hollande e signora, persino i radicali di sinistra del Mouvement des Radicaux de Gauche «si avviano a voltar pagina e a riunirsi ai radicali "valoisiens", i radicali del sarkozista Borloo», ma «la sconfitta rischia invece di rimanere sterile per i radicali di sinistra nostrani, che non sembrano neppure preoccupati di farsi perdonare il "coup de poignard dans le dos", la pugnalata alle spalle, inferta ai cugini d'oltralpe. Quando nel suo testamento politico Pier Paolo Pasolini raccomandò ai radicali di essere sempre irriconoscibili, intendeva agli occhi dei benpensanti, non ai loro propri e a quelli di chi vuole loro bene, altrimenti come avrebbe fatto lui stesso a riconoscerli? Così, in attesa del "contrordine compagni!" che riconcilierà i radicali italiani con se stessi e coi sosia francesi, Kouchner al Quai d'Orsay sarà la cattiva coscienza berlusconiana e antisarko di Bonino e Pannella».

E mentre è Massimo Nava uno dei più bravi a inquadrare Sarkozy, con i suoi punti di forza e le sue contraddizioni, a Francesco Merlo non sfugge la laica disinvoltura con cui il nuovo presidente si è presentato ai francesi e al mondo con la sua famiglia allargata:
«La foto di una bella e grande famiglia benedetta da Dio, di una moderna e riuscita famiglia di famiglie come ce ne sono tante, quella che è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due sono figli di lei, altri due sono figli di lui, il quinto è il figlio di entrambi... la prima famiglia di Francia, non ha il profumo dell'onestà peccaminosa che hanno, in questi casi, alcune importanti famiglie italiane, considerate sotto sotto come piccoli serragli, una facciata rispettabile per i vescovi biliosi e una gran massa di dettagli viziosi sui rotocalchi... La Francia è un paese cattolico ma i vescovi sono sereni, anche loro si accorgono che in quella foto non c'è Feydau ma c'è Truffaut, ci sono insomma tutta l'Autorità e tutta la Tradizione dell'amore».

Monday, April 30, 2007

Uno dei cretini

«C'è sempre chi manda...». E grazie a questo qualcuno che manda mi ritrovo citato nella consueta conversazione settimanale Pannella-Bordin (dal minuto 42:27). Di seguito la trascrizione:

Pannella: «Mi sono felicitato per la qualità dell'articolo di Enrico Rufi, che era di una ottima qualità giornalistica e politica».
Bordin: «Ne ha fatto un altro però va nella sua rubrica...».
P: «... Solo che era un editoriale, ed era manifestamente un editoriale politico, di un redattore, che è una novità...»
B: «Ma non è un editoriale, però, scusami...»
P: «Be' vabbe', io lo interpreto così... tutt'al più potremmo... in termini di equiparazione ai giornali essere un corsivo di prima, di spalla».
B: «Quella è una rubrica fissa, nella quale Rufi...»
P: «Alle 8 e mezza di mattina?»
B: «No, e infatti quella è stata... quella è stata una scelta che non si ripeterà».
P: «Quella è l'ora riservata a questi editorialisti, di due o tre che noi abbiamo...»
B: «Esatto, ma seguirà un editoriale prooo... pro-Royal».
P: «No, non è un problema di dosaggi. Io dico comunque che quello era di grande qualità giornalistica e politica. Poi, ci sono alcune osservazioni... Per esempio, vorrei solo dire che la cosa più interessante politicamente non era questo dire siamo in sarkozisti e no, ma addirittura lì è scritto che probabilmente Pannella ha preso la posizione anti-Sarkò perché in questo modo riusciva ad andare anche in questo caso contro Daniele. Allora, se questa è la stima che manifesta, che manifesta Enrico Rufi, io dico è legittimo, mi fa piacere, è bene che venga. Dopo di ché, che ci sia un noto blog...blogghista, blog...blogger - come cappero si chiama - che subito su questo inzuppa ogni volta...»
B: «Ahhhh...»
P: «Come si chiama?»
B: «Non lo so, perché... Cos'è? Punzi?»
P: «Punzi! Chillo... l'altre cose... teorizza. Poi ho letto... perché mi hanno mandato questa roba...».
B: «Ehh, lo so, c'è sempre chi manda...» (risata).
P: «Noo, no. Voglio dire: è così perché per loro il problema è di dimostrare che io vivo in funzione di Daniele Capezzone, contro. Se sono così CRETINI! Davvero loro così CRETINI! da ritenere davvero che il partito può ospitare, nelle sue tradizioni e nelle nostre personalità, ospitare questi moventi, cioè io ho bisogno di dire "neosarkozisti", nel senso che volevo dire gli ultimi venuti perché io non ne conoscevo prima... Ecco quell'altro intellettuale, "neo" è l'aggravante, perché... no... veramente, ma per dire anche i dettagli. Comunque la cosa... la vita è bella del partito anche, perché l'area in questo momento va benissimo proporre anche questo livello politico. Ognuno poi se lo giocherà, è efficacissimo, è giocato molto bene, è falsificante. Io non ho bisogno di falsificare nulla per portare avanti le mie cose. Se chi prova bisogno di attaccarmi deve falsificare è un problema che poi qualcuno potrà un giorno o l'altro notare».
B: «No ma infatti, quella cosa di Rufi, in effetti, era spiacevole solo da questo punto di vista, perché per il resto il ragionamento di Rufi aveva dei punti interessanti, perché poi in realtà Rufi è lettore attento...»
P: «Io dico ottimo, dico ottimo politicamente e giornalisticamente. Mica lo dico per... lo dico perché è vero. Dopo di ché sono in netto dissenso con il taglio che è stato dato, ma io valuto la qualità giornalistica e politica dei ragionamenti. E devo dire che per esempio, quella di Rufi, come sua unità e compattezza, non ha nulla a che vedere con quella dell'altra persona che abbiamo invece nominato e che più o meno appartiene più a una tradizione barocca...».
B: «Questa non è novità, questa non è una novità» (risata).
P: «Non è una novità? Io devo dire che, come tu sai, ho cominciato a sapere che c'era Punzi per due-tre volte che l'abbiamo nominato qui, se no non lo sapevo...».
B: «Guarda, io non l'ho letto, non so nemmeno se poi veramente è stato lui a scrivere queste cose, però insomma...».
P: «Ma io mi ricordo che nelle rassegne stampa a un certo punto veniva fuori questo Federico Punzi... Allora dico: dev'esse quello? Sì, è quello, ma mi era sfuggita l'attività politica...».

Premesso che possono benissimo «sfuggire», come «attività politica», presenze e interventi di oltre un anno nelle riunioni di Direzione e di Comitato di Radicali italiani, e qualche intervento, nella blogosfera e sui giornali, sulla politica radicale e della Rosa nel Pugno (a sostegno), un paio di precisazioni tengo a farle pur sapendo di apparire autoreferenziale.

Prima di tutto, qui non s'inzuppa un bel niente, né ci piace cantare in coro. Scrivevo che «alla demonizzazione di Sarkozy si è aggregato anche Pannella, con un improvviso interesse che si spiega forse più in funzione anti-capezzoniana» in un lungo post del 23 aprile, ben due giorni prima che fosse pubblicato l'articolo di Rufi in cui si ipotizzava lo stesso «movente». Tra di noi non ci sono stati contatti prima della pubblicazione del suo articolo.

Del «cretino» - e dello «stronzo» - che mi sono beccato da Pannella, non m'importa gran ché, riconoscendo la grandezza del personaggio politico. Come non mi è mai importato dei patetici esami del sangue e di patente radicale che mi è toccato subire in questi mesi.

Ciò che trovo insopportabilmente scorretto, invece, è trarre su di me e sulle mie competenze una valutazione generale a partire da qualche riga estratta da un post e messa sotto il muso di Pannella da qualche manina zelante. Mi chiedo, avendo motivo, ahimé, di presumere una risposta negativa: avrà avuto modo, Pannella, di leggere i miei post su Sarkozy, i miei articoli su Notizie Radicali o su L'Opinione, le mie riflessioni sui radicali (quelle positive e quelle critiche) in questi mesi? Non pretendo certo che dedichi il suo prezioso tempo a farlo, ma pretendo anche che si trattenga dal dare giudizi definitivi sulla base di un paio di righe poste strumentalmente da qualcuno alla sua attenzione, mentre di Rufi - che per altro sulla politica francese ha competenze straordinarie - ha potuto leggere integralmente un articolo e ascoltare un servizio radiofonico.

Chi segue questo blog può valutare forse più appropriatamente «la qualità giornalistica e politica».

Sta di fatto che, classico come Rufi o «barocco» come Punzi, nel merito non si risponde. Perché, su quali basi, Sarkozy sarebbe più pericoloso di Le Pen? E, ancora, 'sto libro di poesie, l'ha scritto de Villepin o Sarkozy?

P.S.: nella speranza che qualcuno anche stavolta mandi a Pannella «questa roba».

Thursday, April 26, 2007

Sarkozy contro il "continuismo" francese

«Sia Sarkozy sia la Royal rischiano di aggravare i mali della Francia». Come avevamo previsto, Bayrou non dà indicazioni di voto ai suoi elettori né per la Royal né per Sarkozy.

«Ci sono ormai tre forze politiche in Francia: la destra, la sinistra e il centro, che è quella nuova», il cui patrimonio elettorale del 18,5% Bayrou preferisce preservare per consolidarlo e capitalizzarlo alle elezioni legislative di giugno.

Può darsi che non abbia torto chi volesse vedere un implicito appoggio alla Royal nell'annuncio da parte di Bayrou della formazione di un nuovo partito, il Partito democratico, «un partito centrale, non centrista», che rappresenti la voglia di nuovo dei francesi. La democrazia francese, ha spiegato, «è malata e bisogna ricostruirla dalle fondamenta». Nella lotta anti-bipolarista e proporzionalista di Bayrou echeggiano i toni di Casini. D'altra parte, ha invece ricordato, «insieme a Romano Prodi e a Francesco Rutelli ho creato il Partito democratico europeo». Se sono queste le premesse...

Pregevole, come sempre, l'intervento di Enrico Rufi a scuotere i radicali sulle presidenziali francesi:
«Se oggi fallirà in Francia l'"operazione demonizzazione" di colui che ha osato ribellarsi a Chirac e accusare la sinistra di immobilismo sarà anche grazie agli André Glucksmann e ai Bernard Tapie, che come Pannella 13 anni fa se ne fregano dell'appartenenza etnica alla sinistra. A loro, come al Pannella degli anni '90, importa solo sbarrare la strada ai "continuisti", adesso che finalmente si presenta un'occasione che chissà quando si ripresenterà un'altra volta a Parigi. Ce la ricordiamo, sì, questa categoria del "continuismo"? L'abbiamo inventata noi, dovrebbe esserci cara e chiara. E la continuità, in Francia, con il "regime", il sistema, cioè con l'ideologia francese, che come sappiamo è una cosa seria, è oggi affidata alla francesissima moglie del primo segretario del Partito socialista molto più che allo straniero Sarkozy...»

Wednesday, January 31, 2007

Con Sarkozy

Nicolas SarkozyDopo che i miei "intellettuali" di riferimento di cose francesi si sono espressi, il mio endorsement per le presidenziali va decisamente a Nicolas Sarkozy. André Glucksmann, sul Corriere di ieri, ci ha offerto una preziosa radiografia della politica francese e dei francesi.

Sarkozy ha il merito di «rompere chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti». Cosa che non sta accadendo nella sinistra francese. Per esempio, «esaltando la discriminazione positiva, che elude l'Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali», di pelle, domicilio, o cognome; e «teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee», per non lasciare che le facciano gli integralisti, «a costo di urtare una concezione rigida della laicità».

Insomma, Glucksmann vede in Sarkozy il candidato che al trasformarsi della società azzarda il trasformarsi dei principi, il loro adeguarsi ad essa. Questa «rottura a destra» riguarda anche la politica internazionale. Glucksmann denuncia una «curiosa metamorfosi del gollismo, un feticismo conservatore che coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano». Questa "realpolitik", che ha portato a Vladimir Putin la Gran Croce della Legion d'onore, è una «curiosa evoluzione che ha fatto della patria dei diritti dell'uomo l'apostolo degli ordini costituiti».

Eppure, ricorda Glucksmann, «esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le "Madri di Maggio" sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni... In nessun altro Paese sì è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i "French doctors" e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli "idraulici polacchi", a tagliarsi fuori dal mondo».

Ebbene, ci dice Glucksmann, Sarkozy è «l'unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore».
«Non credo a quella che viene chiamata "realpolitik", che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro... Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura».
(Sarkozy, 14 gennaio 2007)
A tutto questo «cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco». Ha una candidata, Ségolène Royal, che «ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità». Una candidata, però, bisogna riconoscerlo, «alle prese con un vuoto più grande di lei». Quello di una sinistra «ufficiale» francese che «si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile», che «macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Mòquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria... e i repubblicani spagnoli...»

«Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po' a casa mia», conclude Glucksmann. La sinistra è «la mia famiglia d'origine. È per la sinistra che, da quarant'anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell'Est, critica dei paraocchi marxisti)». Ed è per coerenza con questa storia, non perché ne condivide tutte le opzioni, che questa volta Glucksmann voterà Sarkozy.

Altrettanto prezioso l'articolo di Enrico Rufi, su Il Foglio di ieri, anche lui per il candidato che «smaschera la gauche che non sente più la voce di Camus».

Ma «perché la sinistra non sente più la voce di Albert Camus?». Se l'è chiesto lo stesso Sarkozy, nel suo discorso di investitura a Parigi. «Sicuramente... perché la sinistra francese è una sinistra immobile, conservatrice. Ma anche perché la gauche continua a non sapere proprio che farsene di uno come Camus...». «E se Sarkozy, come lui stesso ha rivendicato, intende arricchire il patrimonio della destra repubblicana di quelle idee che la sinistra ha abbandonato, non si può che prendere atto di questo enorme spostamento dei confini tra destra e sinistra».

Dall'anticolonialismo «senza sensi di colpa» a una scuola che «non sacrifichi il merito all'egualitarismo...», prendendo le distanze dalla realpolitik, per «non voler essere complice di nessuna dittatura», Sarkozy «si fa così eco di quegli intellettuali che nell'umanesimo di Camus trovano forza e nutrimento», da Alain Finkielkraut a Pascal Bruckner, da Max Gallo a, appunto, Glucksmann.