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Tuesday, May 28, 2013

La gente ha capito... che votare è inutile

Anche su Notapolitica e L'Opinione

E' sbagliatissimo leggere l'esito del voto amministrativo attraverso le lenti della politica nazionale. Ovviamente il governo Letta e le forze politiche che lo sostengono lo fanno per convenienza: «Ha vinto il governo delle larghe intese e chi prova a dare risposte effettive al Paese». Il premier prova a metterci il cappello, facendo filtrare ai giornali la sua soddisfazione: «La gente ha capito». Ma l'unica conclusione a cui la gente sta mostrando di essere giunta è che votare è inutile, perché tra destra e sinistra non c'è poi molta differenza. Intendiamoci: ovvio che un crollo del centrodestra e del centrosinistra, e un nuovo boom di Grillo, avrebbero indicato una bocciatura, sia pure prematura forse, delle "larghe intese".

Ma il semplice fatto che ciò non sia avvenuto non significa che l'operazione è stata promossa. Uno scampato pericolo non equivale a una promozione. Anzi, sull'elevato astensionismo semmai, oltre a una certa stanchezza di politica (dopo la "full immersion" degli ultimi mesi, tra elezioni di febbraio e travagliato parto del governo) e a un giudizio complessivamente negativo sui candidati, può aver pesato una certa rassegnazione: tanto votare è inutile, gli uni o gli altri sono la stessa cosa. E anche votare Grillo, oltre al "vaffa", è sterile, non porta a nulla per cui valga la pena distogliersi dalle proprie attività domenicali.

Il voto amministrativo può certamente dare indicazioni di approvazione o disapprovazione dell'operato del governo nazionale, ma non può essere questo il caso. Sul governo Letta, e dunque sull'operazione politica che l'ha tenuto a battesimo, il giudizio degli elettori è ancora sospeso: giustamente, dal momento che è in carica solo da poche settimane. Non è il voto amministrativo, quindi, a rafforzare le "larghe intese", ma il semplice fatto che il governo ha iniziato a lavorare da poco e dunque il primo giudizio è rimandato a settembre.

Basti prendere in esame il caso del Comune di Roma, che da solo rapppresenta il 57,5% dell'elettorato chiamato alle urne e addirittura il 73,3% di quello dei 16 comuni capoluogo. Alemanno è arrivato a questo voto sfiancato da scandali veri o presunti e da una incessante campagna di ridicolizzazione personale, eppure ha retto ed è riuscito ad andare al ballottaggio. D'altra parte, Marino non rappresenta certo la linea delle "larghe intese", e ha posizioni politiche distanti dai possibili futuri leader del suo partito. Semmai, la sua affermazione dovrebbe suonare come campanello d'allarme per il Pd impegnato nelle "larghe intese".

Insomma, gli elettori hanno dato un giudizio sull'operato dei sindaci uscenti, basato sulla percezione - spesso imprecisa - di ciò che è stato o non è stato fatto. E come spesso accade, è un giudizio molto negativo, che tuttavia si è esteso anche ai candidati sfidanti. L'astensione elevata - anche se il confronto corretto non è con il 2008, quando pesò il traino delle politiche - è probabilmente il segno che i candidati sono apparsi tutti mediocri, anche quelli del M5S. A Roma può aver pesato il derby, certo, ma forse ancor di più la certezza che si sarebbe andati al ballottaggio. Anche questo può aver convinto molti elettori a "disturbarsi" solo quando si deciderà per davvero, cioè fra due settimane. Al ballottaggio l'affluenza nella capitale potrebbe persino aumentare, o restare pressoché invariata ma con un elettorato molto diverso, anche se le chance di Alemanno sembrano ridotte al lumicino.

Ridicoli anche i frettolosi "de profundis" per Grillo e M5S: alle amministrative, dove contano di più i volti dei candidati, dove si cerca un amministratore e non ci si accontenta di un "vaffa" generalizzato, non sorprende che i grillini non abbiano convinto. La gente ha capito che anche loro sono mediocri, e rispetto agli altri pure inesperti. Probabilmente il M5S non avrebbe toccato il 25% alle politiche, se si fosse votato in collegi uninominali, che avrebbero costretto i parlamentari grillini a presentarsi agli elettori - con i loro volti, le loro storie personali - prima del voto in ogni singolo collegio.

A Roma è uscito sconfitto il candidato De Vito, ma lo tsunami nazionale non è affatto rientrato. Non sono venuti meno i motivi che lo scorso febbraio hanno indotto il 25% degli elettori a mandare un sonoro "vaffa" ai partiti tradizionali, ma adesso anche Grillo sa che non basta più evitare la tv, non bastano più i suoi comizi. Le inadeguatezze, l'ingenuità, talvolta l'antipatia dei parlamentari e dei candidati del movimento non si possono nascondere in eterno dietro una battuta o un insulto.

Thursday, February 28, 2013

Elettori di Grillo per 2/3 di sinistra

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Se con i loro sondaggi non hanno saputo intercettare quel 5% di elettori in più che hanno votato Grillo rispetto al 19-20% quotato alla vigilia, perché dovrebbero essere in grado di intercettarlo oggi per farsi spiegare quale partito questi elettori avevano votato alle precedenti elezioni? E' lecito dubitare, quindi, delle analisi sui cosiddetti flussi che stanno circolando in queste ore. Qui proveremo un approccio diverso, cercando di desumere da dove sono arrivati i voti a Grillo incrociando i dati delle due precedenti elezioni politiche: quelle del 2008, quando a massimizzare la partecipazione al voto fu il centrodestra, e del 2006, quando invece fu il centrosinistra a fare il pieno di voti. Siccome una cosa è certa, non potremo mai sapere come hanno votato in passato i quasi 3 milioni che si sono astenuti rispetto al 2008 (oltre 4 milioni rispetto al 2006), assumiamo come ipotesi ragionevole che dopo 4 anni di governo dell'odiato Berlusconi, dagli esiti fallimentari anche per chi l'ha votato, e un anno di misure impopolari e recessive da parte del governo tecnico, il turnout, ossia la mobilitazione, sia stata quest'anno molto più favorevole al centrosinistra che al centrodestra, mentre l'esatto contrario si può ipotizzare nel 2008, dopo i due anni della travagliata Unione prodiana.

Rispetto sia al 2006 che al 2008, quando alla Camera raccolse circa 12 milioni di voti, il Pd ne ha persi circa 3,3 milioni. L'intera area che definiamo della sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Idv, Verdi) raccolse nel 2006 ben 4,8 milioni di voti, che si ridussero a poco più di 3 milioni nel 2008 (Idv, Sinistra arcobaleno e altre formazioni comuniste minori), probabilmente penalizzata sia dall'astensione (in totale fu di 1,41 milioni in più rispetto al 2006), sia da elettori in uscita verso il Pd, ai quali Veltroni riuscì a prospettare una rimonta su Berlusconi. Oggi le liste che rappresentano la continuità con la sinistra radicale, Sel (Sinistra arcobaleno) e Ingroia (Idv + Comunisti italiani) si sono fermate a 1,85 milioni di voti. Insomma, rispetto al 2006, elezioni della massima mobilitazione degli elettori di centrosinistra, mancano oggi circa 3,3 milioni di voti del Pd e quasi 3 milioni della sinistra radicale.

La coalizione guidata da Berlusconi ha toccato il suo picco massimo nel 2008, superando i 17 milioni di voti. Ma nel suo complesso l'area di centrodestra, compresi l'Udc (2 milioni) e La Destra (0,9 milioni), sfiorò quota 20 milioni. Alla coalizione berlusconiana, di cui oggi fa parte anche Storace, mancano quindi quasi 8 milioni di voti. Di questi, 1,6 milioni sono stati persi dalla Lega Nord, 0,66 milioni da Storace, mentre i 2 milioni di voti dell'Udc dovrebbero essere più o meno confluiti nella coalizione Monti, che però ne ha conquistati di più: in tutto 3,6 milioni.

Per quanti voti del Pd possano aver preso la via della Scelta civica montiana e dell'astensione, è politicamente ragionevole ritenere che sia stato il Pdl, per i motivi che abbiamo spiegato prima, a pagare il contributo maggiore, in termini di voti persi, all'astensione e alla forza politica del professore. Così come è ragionevole ritenere che 1,8 milioni di voti persi dall'area della sinistra radicale tra il 2006 e il 2008, e l'ulteriore milione e oltre perso dal 2008 ad oggi, siano in gran parte rientrati dalla finestra di Grillo. Si può quindi stimare il contributo dell'elettorato di centrosinistra (Pd e sinistra radicale) al Movimento 5 Stelle in 4-5 milioni di voti (45-60% del totale dei suoi consensi).

Il che sarebbe confermato dalla distribuzione geografica del successo di Grillo. In particolare, il professor D'Alimonte sul Sole 24 Ore ha analizzato il passaggio di voti al M5S dalla sinistra radicale e dal Pd a Torino, ma le stesse conclusioni si potrebbero trarre osservando le performance nelle regioni "rosse". In Veneto, invece, al "boom" di Grillo, oggi primo partito in tutte le province, corrisponde il crollo della Lega, che era primo partito nel 2008. Ciò non significa che non abbia pescato anche dal Pdl e presso un elettorato di destra più sensibile al tema della moralità politica, ma bisogna ricordare che nel 2008 ci fu un vero e proprio "boom" della Lega, che passò da 1,75 milioni di voti del 2006 a 3 milioni grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse".

Si può quindi stimare che verso il M5S siano confluiti la gran parte degli elettori persi dalla Lega (1,6 milioni), mentre in misura molto minore quelli che hanno abbandonato il Pdl (soprattutto quelli degli ex An che hanno condiviso le motivazioni della scissione di Fini ma poi non hanno votato per la piccola formazione dell'ex presidente della Camera): in tutto dal centrodestra 2-3 milioni di voti (il 20-35% dei consensi totali del M5S), un milione dei quali "rubati" alla sinistra dalla Lega nel 2008 e arrivati a Grillo oggi. Mentre la restante parte degli 8,7 milioni conquistati da Grillo (anche un 20%) potrebbero essere arrivati da giovani al primo voto e astensionisti di lungo corso.

Tuesday, February 26, 2013

Il solito masochismo della sinistra

Anche su L'Opinione

Mentre scriviamo lo scrutinio è ancora in corso ed è quindi prematuro azzardare una distribuzione dei seggi. Al Senato, se anche Pd-Sel riusciranno a chiudere davanti a Pdl-Lega (forse 1%), sono le corse regionali che contano e il centrodestra ha già conquistato un numero sufficiente di regioni-chiave da rendere matematicamente impossibile una maggioranza Bersani-Monti. Alla Camera, dove però la distanza tra le due coalizioni sembra ridursi più velocemente che al Senato, un'eventuale vittoria di Bersani sarebbe inutile. Oltre al problema politico di prendersi il 55% dei seggi con il 29% dei voti.

Ma la lezione politica si può trarre ed è spietata per il Pd: l'annunciato boom di Grillo, infatti, c'è stato, anzi ha superato le aspettative (24% al Senato e 25 alla Camera, secondo partito e in alcune regioni il primo), ma ai danni essenzialmente del centrosinistra. Né il Pd, né il centro montiano riescono a intercettare i molti delusi del centrodestra. Nonostante gli sforzi dei commentatori, dei giornali e dei politici di sinistra nel dipingerlo come cripto-fascista e nel far credere che il suo movimento avrebbe tolto voti solo al centrodestra, l'avrebbe addirittura svuotato elettoralmente, Grillo il grosso dei voti li ha pescati nell'estrema sinistra e nel Pd, in misura minore nella Lega e nell'astensione, mentre Berlusconi sembra aver mantenuto le migliori aspettative della vigilia (29-30%). L'elettorato deluso e arrabbiato del centrodestra, infatti, ha protestato soprattutto non recandosi ai seggi (l'affluenza è calata di oltre 6 punti percentuali rispetto al 2008, quasi 3 milioni di voti in meno). Il giaguaro, lungi dall'essere smacchiato ha ruggito ancora (a proposito, qualcuno avverta il segretario del Pd che l'espressione è sinonimo proprio di un'impresa assurda perché destinata al fallimento).

E ancora una volta la sinistra è riuscita nel miracolo di perdere elezioni che poteva, e doveva vincere a mani basse. Non sono bastati la credibilità azzerata del Cavaliere dopo il caso Ruby, gli scandali che hanno colpito Pdl e Lega, la bufera finanziaria della fine 2011 che ha costretto Berlusconi a mollare e a favorire la nascita del governo Monti. Né un vantaggio di 12-14 punti percentuali che i sondaggi attribuivano alla coalizione guidata da Bersani soltanto pochi mesi fa. Quel vantaggio, nell'arco di qualche settimana, si è praticamente azzerato. Non solo per merito della rimonta di Berlusconi, che c'è stata, ha portato il centrodestra ad un risultato più che onorevole, ma che non avrebbe potuto impensierire Bersani se solo avesse ottenuto un risultato almeno vicino a quello dello sconfitto Veltroni nel 2008. Soprattutto quindi, bisogna riconoscere, per il clamoroso autogol - l'ennesimo - della sinistra.

Abbiamo assistito più o meno allo stesso fenomeno che portò alla caduta del primo governo Prodi. Allora fu Rifondazione comunista a sfilarsi dall'esperienza di governo. Oggi si sono sfilati gli elettori ancor prima che si formasse il governo. Resta un mistero tutto da analizzare ciò che spinge gli elettori di sinistra a votare in massa Grillo proprio nel momento in cui si spalanca davanti a loro la possibilità di mandare Bersani a Palazzo Chigi e Berlusconi davvero a casa. Certo, c'è da chiedersi cosa sarebbe stato se le primarie le avesse vinte Renzi, ma è probabilmente vero che alla maggior parte degli elettori di sinistra non interessa governare, bensì lamentarsi. Adesso riprenderanno il piagnisteo su quanto è brutta la legge elettorale (lo è, ma si può fare peggio) e a chiedersi come mai così tanti elettori ancora votano Berlusconi, piuttosto che chiedersi come mai così tanti del Pd hanno votato Grillo.

Per Ingroia la sconfitta è umiliante, per Monti bruciante. Quanto al primo, speriamo solo che abbia la decenza di non tornare a fare il magistrato. Per quanto riguarda il premier uscente, alla Camera sembra riesca a superare per un soffio la soglia del 10% e ad eleggere un drappello di deputati. Anche al Senato il bottino è piuttosto magro (meno di 20 senatori). Il progetto esce bocciato dalle urne, soprattutto perché lontano dal rappresentare la terza forza del paese: se anche si fossero create le condizioni per sostenere un governo Bersani, non avrebbe avuto la forza necessaria per condizionarlo. E poi perché anche il professore ha partecipato alla riesumazione di Berlusconi, commettendo un duplice, madornale errore, che su queste pagine denunciamo da sempre. Prima, al governo, sciupando un'occasione irripetibile per riformare il paese, si è limitato ad aggiungere tasse; poi, sedotto da Fini e Casini si è infilato nel tunnel senza uscita dell'antiberlusconismo, rinunciando ad aprire una pagina nuova e unitaria nel centrodestra e optando, invece, per un'asfittica operazione centrista.

Anche se c'è andato vicino, Berlusconi non poteva vincerle queste elezioni, ma poteva dimostrare – e c'è riuscito – che chiunque fosse interessato ad un progetto di centrodestra in Italia – e gli elettori, sia pure sfiduciati, sembrano ancora interessati – deve accettare di avere ancora a che fare con lui. A meno che non si voglia aspettare in riva al fiume il passaggio del famoso cadavere, ma in senso letterale. Sbaglierebbe, ovviamente, il Pdl a crogiolarsi in questa onorevole sconfitta. La strada per recuperare credibilità come forza di governo è ancora lunga e non può sottrarsi alla prospettiva di una vera e propria rifondazione del centrodestra su basi diverse dall'irripetibile forza carismatica del suo leader.

Monday, February 25, 2013

Psicodramma Italia

Dopo un calo dell'affluenza tutto sommato contenuto per tutta la giornata di ieri (alle 19 -1,88 rispetto alle politiche del 2008), alle 22 si è registrato un vero e proprio tonfo: -7,38 punti. Facile immaginare lo psicodramma tra le forze politiche, quelle vecchie preoccupate per la sopravvivenza e quelle nuove ansiose di celebrare l'annunciato "boom". Da valutare il peso del "generale Inverno", visto che recarsi a votare tra le 19 e le 22 a fine febbraio, in una domenica tra l'altro di abbondanti nevicate, non è la stessa cosa che alla fine di aprile, con l'ora legale eccetera. Quindi sì, avrà pesato. Ma è anche quasi certo che abbia pesato il fattore politico, dal momento che fanno registrare picchi di circa -10 punti regioni dove in passato il voto è stato molto favorevole al centrodestra, come Lombardia, Campania e Sicilia. Poco meglio, per la verità, l'affluenza in alcune regioni tradizionalmente "rosse" (tra -5 e -7 punti), dove l'astensionismo politico potrebbe aver colpito, anche se in misura molto più lieve, il centrosinistra.

Oggi ci sono ben 8 ore per votare, quindi non è da escludere un certo recupero. Il calo dell'affluenza potrebbe ridursi sensibilmente, fino a -5,5 punti rispetto al 2008. Il dato definitivo dell'affluenza potrebbe aggirarsi intorno al 75%. Ciò significherebbe oltre 2,5 milioni di voti persi. Un simile calo, però, oltre a colpire certamente il centrodestra e in particolare il Pdl, e in misura più lieve il Pd, a mio avviso non aiuterebbe Monti a superare le soglie di sbarramento (del 10% alla Camera e dell'8 in ciascuna regione al Senato), e rischierebbe di deludere anche le aspettative da "tsunami" di Grillo. Molti elettori delusi e arrabbiati, infatti, avrebbero sì espresso il loro "vaffa" ai partiti, ma preferendo la modalità dell'astensione (da vedere anche la quantità di schede non valide) piuttosto che Grillo o il robotico professore della Bocconi.

Insomma, un forte calo dell'affluenza, oltre a danneggiare evidentemente Berlusconi, è probabile che faccia anche mancare il "boom" a Grillo.

Per quanto mi riguarda, non dirò per chi ho votato (anche se è forse intuibile dalle idee espresse nei miei post), perché non si è trattato di un voto convinto, quindi voglio evitare che passi come un endorsement o un'appartenenza. Dirò solo che ho votato in modo molto diversificato tra Camera, Senato e Regione Lazio, in modo da equilibrare esigenze di rappresentanza e governabilità.

Di seguito una mia personale, e un po' provocatoria previsione sulle percentuali finali dei partiti e delle coalizioni (escluse circoscrizioni estero), sulla base di una stima di affluenza al 75% con circa 34 milioni di voti validi e delle considerazioni esposte sopra:

Pd 31
Sel 3,5
Altri centrosinistra 0,9
Totale: 35,4

Pdl 20
Lega 5
Altri centrodestra 4
Totale: 29

Grillo: 17

Monti: 10 (più sotto che sopra la soglia)

Ingroia: 3,8

Fare: 2,6

Wednesday, October 31, 2012

Perché Grillo ha fallito il "boom"

In Sicilia non ha "sfondato" tra astensionisti ed elettori di centrodestra

E così l'analisi dei flussi condotta dal solito Istituto Cattaneo (confronto su Palermo, tra comunali e regionali 2012) conferma, come spiegavamo in questo post, il mancato boom del Movimento di Grillo alle elezioni siciliane. Non è che non sia stato un successo: per la prima volta dimostra di avere numeri da movimento nazionale, e a doppia cifra, ma il grosso degli elettori non ha visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione e il suo candidato si è piazzato terzo staccato di oltre 7 punti dal secondo.

Ciò che emerge, infatti, è che i voti necessari per passare in pochi mesi dal 5 al 20% nel capoluogo siciliano il M5S non li ha pescati né dal bacino dell'astensione, né dai partiti di centrodestra. Hanno votato il candidato di Grillo un gran numero di elettori che alle comunali avevano votato partiti di sinistra o di centro: il 29,8% della sinistra radicale, il 26% del Pd, il 21,8% del Terzo polo (Udc, Fli, Api) e il 15,1% dell'Idv, mentre solo il 6,9% degli elettori del Pdl.

Grillo quindi ha ottenuto il suo successo in Sicilia seducendo i delusi dei partiti di sinistra e del Terzo polo, ma non gli astensionisti e gli elettori di centrodestra. Il bacino dell'astensionismo e l'elevata percentuale di elettori indecisi a livello nazionale rappresentano certamente un margine di crescita per Grillo, ma anche per gli altri partiti, vecchi o nuovi. Avendo raggiunto una massa critica importante, non si può escludere che il M5S possa convincere gli astenuti e gli indecisi, ma nemmeno che i partiti tradizionali, rinnovandosi, riescano almeno in parte a recuperare i loro delusi.

Degno di nota, inoltre, che rispetto alle comunali di pochi mesi fa ben il 33,3%, esattamente uno su tre, degli elettori del Terzo polo (Udc, Fli, Api) si è astenuto piuttosto che seguire l'indicazione di Crocetta o altre. Il messaggio che Casini dovrebbe cogliere sembra evidente: quando si allea con il Pd quasi la metà dei suoi elettori non lo seguono e preferiscono astenersi o, in misura minore, votare un candidato di centrodestra. Può quindi andare incontro ad una mutazione del suo elettorato, fungendo da nuova Margherita, o ad un forte calo dei consensi.

La cattiva notizia per il Pdl è che la sinistra è molto più del 30% raccolto da Crocetta, ma la buona è che i suoi elettori delusi non sembrano ancora essersi accasati altrove - né a sinistra, né con Casini, né nel movimento di Grillo, che esercitano a quanto pare ben poca attrazione presso di essi. Sono lì in attesa, incazzati più che "moderati".

Il voto in Sicilia chiama in causa anche Monti

Anche su L'Opinione

Almeno due le esagerazioni ricorrenti nelle analisi post-voto siciliano. Il movimento di Grillo ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza, con percentuali a doppia cifra, non solo in elezioni cittadine ma anche regionali, e non solo al centro-nord ma anche nel profondo sud. Insomma, oltre ai sondaggi che lo accreditano come movimento nazionale intorno al 15%, da oggi abbiamo anche un voto vero. Non è poco, ma è esagerato parlare di «boom» o «primo partito» in Sicilia: alle regionali i numeri dei partiti sono distorti dal gioco delle liste civiche/personali dei candidati, e Cancelleri è arrivato a malapena terzo, staccato di oltre 7 punti dal secondo. In condizioni ottimali - classe politica locale screditata, debolezza dei candidati, crisi dei partiti tradizionali e frammentazione - non ha sfondato, gli elettori non hanno visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione.

Un azzardo, poi, proiettare il voto in Sicilia sul piano nazionale. A prescindere dalle specificità dell'isola, alle politiche mancano ancora sei mesi in cui possono mutare molte variabili: la legge elettorale (bisognerà valutare il grado di correzione in senso maggioritario della nuova legge, ma non si può escludere che voteremo di nuovo con il porcellum); le primarie, che potrebbero dare almeno l'impressione di un certo rinnovamento e grado di apertura dei vecchi partiti, quindi ridar loro un certo slancio; e infine le alleanze e i candidati premier.

Anche sull'astensionismo prevale una lettura eccessivamente pessimistica. Può essere infatti una cattiva notizia, perché una ridotta partecipazione aumenta il rischio di derive populiste e ingovernabilità; ma anche buona, visto che non mancano offerte politiche populiste, che fanno leva sull'indignazione e il disgusto anti-casta, eppure il grosso dell'elettorato non sembra ancora essersi fatto sedurre. Che gli italiani siano più maturi di quanto pensiamo e non si accontentino di un voto di protesta, ma siano ancora in attesa di una credibile proposta di governo?

Uno dei messaggi, per ora trascurato, che giunge dalla Sicilia è che l'astensionismo e il voto a Grillo non premiano il cambiamento, ma le coalizioni guidate dal Pd. Come cambierà l'atteggiamento degli elettori, soprattutto dei delusi dal centrodestra, quando in prossimità delle politiche apparirà chiaro che astenendosi o votando Grillo il rischio è di ritrovarsi con Bersani e Vendola a Palazzo Chigi?

Certo, astensionismo, frammentazione e avanzata di Grillo è un cocktail che rende concreto anche il rischio ingovernabilità, e quindi automaticamente più probabile l'ipotesi Monti-bis. Se davvero dalle urne uscisse un quadro simile a quello siciliano, le condizioni sarebbero ideali per il ritorno del prof. a Palazzo Chigi, ma siamo sicuri che riuscirebbe a governare con un Parlamento balcanizzato, ancor più instabile dell'attuale - con il Pd in preda a sindrome da vittoria scippata, un centro leale ma minoritario, un centrodestra frammentato e rancoroso, e la pressione di consistenti forze anti-sistema? Il voto siciliano, osserva Giuliano Cazzola, «carica di responsabilità non solo i partiti, ma anche il premier Monti, il quale deve decidere se vuole entrare nella storia come Facta, il cui governo fu travolto dalla marcia su Roma del 1922, oppure come De Gasperi, che nel '48 riuscì a sconfiggere il Fronte popolare». Posto che Monti abbia in mente l'"agenda" per il paese di cui tanto si parla, puntare su un esito "siciliano" del voto nazionale sarebbe come scherzare col fuoco sulla testa degli italiani. La via più trasparente, e responsabile, per non rischiare uno scenario greco, è quella dell'impegno esplicito.

Tuesday, October 30, 2012

Svolta gattopardiana in Sicilia

Nonostante la buona affermazione di Grillo - certo non il boom, semmai il flop considerando le aspettative della vigilia e i rumors diffusi a scrutinio in corso - si profila il più classico degli esiti gattopardiani: in Sicilia sembra cambiare tutto, ma in realtà cambia poco o niente. La vittoria del Pd, che per l'occasione "veste" una coalizione centrista - con l'Udc, forte nell'isola - quindi molto diversa da quella che propone a livello nazionale (con Vendola) è netta, così come netta è la sconfitta del Pdl, ma dato lo stato comatoso, quasi terminale del partito, nemmeno appare così catastrofica come sarebbe potuta essere, per esempio, se il suo candidato si fosse piazzato terzo dietro a quello grillino. Il che consente ad Alfano di recriminare sulle divisioni del centrodestra che hanno avvantaggiato il centrosinistra. La lista ufficiale del Pdl raccoglie il 12,9% (solo uno 0,5% in meno rispetto a quella ufficiale del Pd), erosa soprattutto dall'astensionismo, e in misura minore da Grillo e da Miccichè, ma il candidato il 25,7%, oltre 7 punti avanti quello grillino fermo al 18.

Ma per il governo dell'isola cambia davvero poco o niente: avendo conquistato la sua coalizione solo 39 seggi, lontani dalla maggioranza di 46, Crocetta per governare dovrà chiedere aiuto ai lombardiani. Ed ecco quindi che di fatto la continuità con la maggioranza uscente Pd-Udc-Lombardo è evidente, seppure questa volta con un baricentro spostato più a sinistra, ma sempre con un forte potere di ricatto di Lombardo. Per la prima volta però un partito di sinistra entra al governo della Sicilia dalla porta principale, non a seguito di ribaltoni, quindi Bersani può cantare vittoria, in questo senso il «risultato storico» c'è tutto. Da prendere con le pinze, inoltre, qualsiasi lettura che volesse attribuire un significato, una portata nazionale all'alleanza Pd-Udc.

E' una colossale bufala giornalistica, invece, parlare del M5S come primo partito in Sicilia. Semmai prima lista, perché se il M5S ha preso il 14,9% dei voti validi, superando di poco le liste ufficiali di Pd e Pdl, queste ultime, come al solito in elezioni ammninistrative, erano affiancate da liste civiche/personali dei candidati, per massimizzare il più possibile la raccolta di seggi.

La realtà è che alle elezioni regionali ha comunque poco senso porre l'enfasi sui voti di lista. Più significativi politicamente quelli ai candidati. Dovevano essere le elezioni del boom di Grillo, qualcuno vedeva già il suo candidato vincitore, invece è arrivato a malapena terzo (staccato di 7 punti dal secondo e solo di 2 dal quarto). Per ora Grillo non sfonda (il che non significa che non potrà farlo in futuro), resta uno sfogatoio, gli elettori delusi e disgustati dai partiti tradizionali preferiscono per lo più astenersi piuttosto che votare M5S. Considerando il notevole astensionismo (oltre il 52%) - e ad essere rimasti a casa per disaffezione non sono certo i grillini - il 18% di Cancelleri varrebbe all'incirca il 13% in un'elezione, come quella del 2008, con un'affluenza del 66%, e il 14,9% della lista un 10%. Non un boom, quindi, da oggi però quello di Grillo è un movimento nazionale, nel senso che ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza non solo al centro-nord, ma anche al sud, anche se per ora si tratta di elezioni amministrative. Si può dire che l'astensione ha fermato Grillo così come ha punito i partiti e le coalizioni tradizionali, ma gli elettori sono lì che aspettano un'offerta politica convincente, che finora non hanno visto nemmeno nel M5S.

Wednesday, March 31, 2010

Gli inconsolabili

Da un lato scoprono l'acqua calda: ma guarda un po', tutti i partiti in termini assoluti hanno perso voti, persino la Lega (l'unica ad aver guadagnato qualcosa, invece, in termini percentuali, avendo in parte compensato l'elevata astensione con la maggiore fedeltà del suo elettorato). Per non parlare del Pdl, che avrebbe perso addirittura 2,5 milioni di voti. Insomma, la tentazione è di dire che in fondo, se hanno perso tutti, non ha vinto nessuno. Alla vigilia ci avevano spiegato che un forte astensionismo avrebbe penalizzato le forze di governo, limitando le loro chance di conquistare altre regioni oltre a Lombardia e Veneto. Il forte astensionismo c'è stato (è cresciuto dell'8%, con il picco di oltre l'11 nel Lazio), ma la notizia vera è che non ha penalizzato le forze di governo, permettendogli anzi di strappare ben quattro regioni (le più "pesanti") alle forze di opposizione.

Dovrebbe stupire, insomma, non quanti voti ha perso il Pdl, ma quanti piuttosto non ne ha persi, e quanti ne hanno persi i partiti di opposizione, che avrebbero dovuto fare il pieno del malcontento degli italiani, persino Di Pietro, che avrebbe dovuto tenere almeno quanto la Lega. Come fa notare Velardi, «il centrosinistra avrebbe dovuto vincere queste elezioni per due motivi semplici, banali, universali»: la crisi economica, «che toglie lavoro e preoccupa tutti». Dal che si evince, invece, o che la crisi non c'è, o che il governo non sta facendo poi così male; «le classiche elezioni di medio termine. Quelle che un governo in carica perde (quasi) sempre». Nel 2005, ricorda Velardi, finì 12 a 2 (con l'Abruzzo). Oggi «Sarkozy straperde in Francia, mentre in Italia il governo in carica, gravato da scandali (veri o presunti), da ossessive campagne di stampa, da inchieste più o meno fondate, e con una politica di mediocre gestione ordinaria di un paese declinante, le elezioni le vince»; per non parlare del Lazio, dove il Pdl correva azzoppato.

L'astensione record è senz'altro indice di una disaffezione dell'elettorato per l'intero sistema dei partiti e di un certo disgusto per questa particolare campagna elettorale. Ma questo è persino troppo ovvio, e allora c'è chi preferisce consolarsi guardando ai milioni di voti persi dal Pdl, piuttosto che alle quattro regioni strappate agli avversari. Comprensibile. Pur con tutti gli avvertimenti del caso, anche gli analisti più esperti paragonano tranquillamente elezioni diversissime tra di loro: le Regionali di domenica e lunedì con le Europee dell'anno scorso. Sia Mannheimer sul Corriere che D'Alimonte sul Sole sottolineano che rispetto a Politiche ed Europee il voto alle Regionali tende ad essere molto più frammentato a causa della presenza di molte liste locali e che in molte regioni "pesanti" le liste civiche personali dei candidati presidente riescono ad assorbire quote rilevanti di voti dai partiti maggiori delle coalizioni, Pdl e Pd. Senza considerare, poi, l'esclusione della lista del Pdl a Roma e provincia e il tentativo di dirottare i suoi voti, in gran parte riuscito, sulla Lista Polverini.

Allora, se proprio si vuole estrarre un attendibile dato di riepilogo nazionale dei due principali partiti, bisognerebbe attribuire al Pdl e al Pd per lo meno i voti delle liste personali di quei candidati direttamente riconducibili ai due partiti. Dunque, al Pdl i voti delle liste di Renata Polverini (Lazio), Sandro Biasotti (Liguria), Rocco Palese - e Raffaele Fitto - (Puglia), Giuseppe Scopelliti (Calabria) e Nicola Pagliuca (Basilicata). Al Pd quelli delle liste di Mercedes Bresso (Piemonte), Claudio Burlando (Liguria), Agazio Loiero (Calabria) e solo in parte (la metà) di Nichi Vendola (Puglia).

Dai risultati così elaborati emerge un Pdl al 31,4% (31,13 escludendo la provincia di Roma), con perdite minime dunque rispetto al 32,3% del 2009, al 33,3 del 2008 e al 31,4 del 2005 (dati ottenuti sempre escludendo la provincia di Roma). Mentre il Pd si attesta al 27,03%, guadagnando qualche decimale di punto rispetto alle ultime Europee (26,6%), ma restando molto al di sotto del 34,1% delle Politiche del 2008 e del 32,5% delle precedenti Regionali. Un'operazione simile la fa Mannheimer, mentre D'Alimonte si limita ad aggiungere al Pdl solo i voti della Lista Polverini, nonostante rispetto al Pd molti più candidati presidente avevano liste personali, alcune davvero molto votate. In termini assoluti il Pdl perde 2,1 milioni di voti rispetto alle Europee dell'anno scorso (il 23%) e il Pd poco meno di un milione di voti (circa il 12%). Bisogna poi considerare che le regioni "rosse" erano tutte chiamate al voto, mentre tra quelle "azzurre" mancava, per esempio, la Sicilia.

C'è tuttavia da considerare un ulteriore aspetto che mi pare nessuno abbia sottolineato. Stiamo confrontando le Regionali, le elezioni più maggioritarie, presidenzialiste, che abbiamo in Italia, con le Europee, quelle più proporzionaliste. Non stiamo mettendo insieme mele e pere, ma mele e meloni. Ebbene, alle Europee o alle Politiche gli elettori non possono votare solo per il candidato presidente. Mentre alle Regionali un numero sempre maggiore di elettori si limita ad esprimere la propria preferenza per uno dei candidati alla presidenza, senza mettere una croce anche su una delle liste collegate. E questi voti solo ai candidati presidente - circa il 10% del totale dei voti espressi - che siano frutto di pigrizia, indecisione o di semplificazione "presidenzialista", pur considerando il voto disgiunto e il traino del candidato, sarebbe sbagliato non considerarli in qualche misura collegati alle coalizioni di liste che li esprimono, e in particolare ai due partiti maggiori, Pdl e Pd.

Tuesday, March 30, 2010

Sinistra irrecuperabile, ora le riforme

Mamma mia che tonfo. E pensare che alla chiusura dei seggi domenica sera, fino alle prime proiezioni di lunedì pomeriggio, vedendo il crollo dell'affluenza, anche i più ottimisti non prevedevano per il centrodestra un risultato migliore di un 9 a 4. L'astensionismo, caso più unico che raro, ha penalizzato più o meno in egual misura le due coalizioni e non - come si pensava - maggiormente le forze di governo. Ma non solo, come da previsioni della vigilia, Lazio e Piemonte sono rimaste in bilico fino all'ultimo, il centrodestra è riuscito addirittura a strappare al centrosinistra entrambe le regioni, le due più importanti al voto domenica e lunedì.

Non si interrompe quindi la "striscia" positiva del centrodestra. Vittoria schiacciante alle Politiche; tenuta alle Europee; promossa alle nostre mid-term. All'inizio della legislatura governava in appena 4 regioni e la sinistra in 14. Ora la situazione si è ribaltata, con il centrodestra che governa in 11 regioni, abitate da 42 milioni di italiani, e il centrosinistra in 7. La vittoria di Cota in Piemonte, sia pure di misura, sancisce l'espulsione del Pd dalle regioni del Nord, quelle più produttive. Ma perde anche nelle regioni più popolose del Centro-Sud (Lazio e Campania) e conserva la Puglia solo grazie a una non oculata decisione del Pdl sulla candidatura.

Un risultato impensabile dopo due mesi di campagna elettorale in cui è successo di tutto: prima è stata colpita l'immagine del "governo del fare" con l'inchiesta che ha coinvolto Bertolaso e la Protezione civile; poi il caos liste ha messo a dura prova l'immagine e la credibilità del Pdl, il partito del premier, cui alla fine è stato impedito di correre a Roma e provincia; infine, le intercettazioni di Trani e il solito caso Santoro.

Berlusconi, che inizialmente era propenso a mantenere un basso profilo, si è visto costretto a scendere in campo e ad occupare la scena per scongiurare quello che si stava configurando come un disastro (per la coalizione, per il Pdl e per le prospettive nei successivi tre anni di governo). E per l'ennesima volta si è dimostrato più forte di tutti gli attacchi e di tutte le avversità. Cosa è stata la presunta novità comunicativa di Raiperunanotte a confronto dell'ultima settimana-dieci giorni di campagna di Berlusconi?

Di fronte a candidati deboli (all'inizio della campagna, auspicavo una «sconfitta salutare» per il Pdl che candidava una ex sindacalista della ex Cisnal alla guida del Lazio), con un Pdl in crisi, diviso e demoralizzato, la sinistra non ha saputo far altro che puntare sull'unico punto di forza del centrodestra: Berlusconi. Ricompattato, il partito che non era riuscito a presentare la propria lista nella circoscrizione di Roma è riuscito in pochi giorni a dirottare quasi tutti i propri voti sulla Lista Polverini, riducendo al minimo la dispersione.

No, a questo punto è inutile aspettarsi che finalmente i leader del Pd abbiano imparato la lezione che l'antiberlusconismo non paga, perché ormai è evidente che non hanno più il controllo dell'opposizione: sono travolti dal loro stesso popolo, che accecato d'odio per Berlusconi si fa ammaliare da Di Pietro, da Santoro e Travaglio; sono scavalcati dalle Procure e da la Repubblica, che dettano temi e tempi dell'opposizione a Berlusconi, che' tanto poi i rovesci nelle urne toccano al Pd. Anche volendo, non sembrano più in grado di frenare l'antiberlusconismo e di impostare un'opposizione su basi diverse.

Fa comodo a molti ora mettere in evidenza il successo annunciato della Lega, la vittoria landslide di Zaia e il sorpasso sul Pdl in Veneto, così come la penetrazione in Emilia Romagna. Da un lato, infatti, si pensa di spaventare l'elettorato moderato e del Pdl sull'influenza crescente che Bossi eserciterà sul governo e su Berlusconi; dall'altro, dall'interno del Pdl, Fini e i finiani avranno un motivo in più per 'provocare' Berlusconi e il partito, troppo schiacciati sulle posizioni leghiste in tema di sicurezza e immigrazione.

Ma la cosa davvero sorprendente di queste elezioni è il fenomeno Berlusconi. Sia il leghista Cota che la "finiana" Polverini devono la loro elezione al premier, che da questa campagna emerge sempre più come quello che nel centrodestra ha i voti veri, su tutto il territorio nazionale, dal Piemonte alla Campania. La realtà è che senza Berlusconi la Lega non esce dal lombardo-veneto. Commentatori, giornalisti e politici benpensanti non si rendono conto che la Lega, come ha scritto di recente solo Il Foglio, è ormai un fattore stabilizzante nella coalizione. E quando si addita la forza della Lega pensando di mettere in cattiva luce il governo agli occhi degli elettori, non ci si accorge di fargli in realtà un favore, perché nessuno ormai teme più i leghisti, sempre più sinonimo di coerenza e concretezza.

La cosa buona di queste elezioni è che da qui alla fine della legislatura abbiamo tre anni senza appuntamenti elettorali intermedi. Il che non significa che il governo farà finalmente le riforme (istituzionali ed economiche), ma che però non ha più alibi per non farle e sarà giudicato su questo. Il mandato ce l'ha, pieno ed esplicito, la forza dei numeri pure. Niente scuse.

Monday, March 29, 2010

Il centrodestra batte anche l'astensionismo

A prescindere da come si concluderanno i testa-a-testa in Piemonte (dove è in vantaggio Cota) e in Lazio (dove è in vantaggio Bonino), il fatto clamoroso - su cui dopo il dato dell'affluenza di ieri sera alle 22 e fino ad oggi pomeriggio alle 15 nessuno avrebbe scommesso - è che il centrodestra ha tenuto. Il pronostico della vigilia di 7 a 4 per il centrosinistra e due regioni in bilico viene rispettato, nonostante la forte astensione - in gran parte provocata dal disgusto di tanti elettori per una campagna elettorale funestata dai colpi del partito della destabilizzazione - a detta di tutti avrebbe dovuto danneggiare nella misura di tre quarti la coalizione di governo.

Non è avvenuto. Insomma, in mattinata prevaleva lo scoramento nel centrodestra. I politologi dovranno invece interrogarsi sul fenomeno di un astensionismo così forte (l'8% nelle nove regioni i cui dati sono gestiti dal Ministero dell'Interno e addirittura oltre l'11% nel Lazio) che stranamente ha risparmiato le forze di governo e ha penalizzato direi quasi in egual misura le due coalizioni. Altro, quindi, che "sindrome francese". Qui da noi la probabile vittoria di Cota in Piemonte, che sancirebbe l'espulsione del Pd dalle regioni del Nord più produttive, quella della Bonino nel Lazio, comunque di un soffio, quindi solo grazie all'assenza determinante della lista del Pdl a Roma e provincia (un danno quantificabile in 3-4 punti percentuali), nonché la buona performance di Rocco Palese in Puglia (con il 44 per cento si è avvicinato fino a tre punti da Vendola, cui solo la Poli Bortone ha evitato una sconfitta), significherebbero una ormai inattesa - rispetto a come si erano messe le cose - affermazione del centrodestra e personale di Berlusconi, che ancora una volta ha evitato il disastro rispondendo ad attacchi concentrici.

Senza considerare le vittorie "landslide" in Veneto, Lombardia, Campania e Calabria. Insomma, nel 2005, dopo quattro anni di governo Berlusconi, gli elettori erano a tal punto delusi e contrariati da decretare un 11 a 2 per la sinistra. Oggi, dopo due anni di governo Berlusconi, gli elettori mostrano una disaffezione bipartisan alla politica, ma assegnano alla coalizione di governo anche la terza grande regione del Nord e la più popolosa del Sud, la Campania, mentre il centrodestra è di fatto maggioranza anche nel Lazio e in Puglia. In particolare la tenuta del Pdl, la cui immagine e credibilità è stata messa a dura prova in questa campagna elettorale, dimostra che pur non essendo certo un partito perfetto, e pagando qualche sciatteria di troppo, non è però un partito di plastica, tanto da essere riuscito nel Lazio a spostare gran parte dei suoi voti su una lista civica in soli dieci giorni.

Il Pdl e la Lega escono da queste elezioni forti della propria identità e con un prezioso avvertimento (non deludere le aspettative di cambiamento del proprio elettorato); il Pd e il centrosinistra rimangono senza identità, se non quella del dipietrismo e dell'antiberlusconismo, comunque portentosi fattori di mobilitazione degli elettori del centrodestra.

Vince il partito della destabilizzazione

Un simile crollo dell'affluenza potrebbe annunciare un vero e proprio terremoto politico elettorale. Se alle 22 di ieri ha votato circa il 9 per cento in meno che nel 2005, il dato finale dell'affluenza potrebbe faticare non poco a superare il 60 per cento (raggiungendo, ottimisticamente, il 63%), contro il 73 di cinque anni fa. Il fantasma dell'astensionismo si sta dunque materializzando nelle dimensioni più temute e non è difficile intuire chi colpirà: il centrodestra. Anzi, il Pdl. Tre astenuti su quattro potrebbero essere elettori del Pdl, i cui consensi in termini percentuali (considerando anche l'assenza della lista a Roma e provincia) potrebbero fermarsi ben al di sotto del 35%.

Un astensionismo simile potrebbe danneggiare fortemente anche il Pd, mentre a giovarsene - sia pure in termini meramente percentuali e non numerici - sarebbero i principali partiti alleati delle formazioni maggiori (Lega e Di Pietro). La mia impressione è che neanche l'Udc troverà motivi per rallegrarsi. Per quanto riguarda i governi regionali, a questo punto è da escludere un'affermazione del centrodestra in Lazio e Piemonte (e a maggior ragione, di sorprese in Liguria e Puglia neanche a parlarne), mentre rimarrebbe probabile in Campania e Calabria. Risultato finale: 9 a 4 per il centrosinistra.

Riguardo le cause, altro che "sindrome francese". E' ovvio che un astensionismo di tali proporzioni è più di un campanello d'allarme per il governo e le forze di maggioranza che lo sostengono, verso cui l'elettorato mostra disaffezione e disillusione. Ma non è un caso che proprio nel Lazio - dove è assente la lista del Pdl e più forti sono state le polemiche sul caos liste - si registra il picco di astensionismo (il 12% in meno). La sensazione è che a far esplodere la voglia di astensione - da un aumento fisiologico del +2-3% ad un vero e proprio boom del 9% - sia stato più che altro il disgusto per una campagna elettorale che definire anomala sarebbe un eufemismo.

Il caos liste, quindi la battaglia a colpi di ricorsi, carte bollate, decreti e piazze piene, la solita giostra di intercettazioni e le solite inchieste ad orologeria, che tra qualche settimana si riveleranno infondate, le pretestuose polemiche sui talk show Rai, hanno occupato i tre quarti della campagna elettorale, avvelenato il clima e quindi dissolto ogni interesse, già scarso, degli elettori per la competizione elettorale e per candidati già deboli di per sé.

Il governo e le forze che lo sostengono, che evidentemente non hanno corrisposto alle aspettative di cambiamento del proprio elettorato, ci hanno senz'altro messo del loro, hanno offerto il fianco con la loro sciatteria e il loro immobilismo, ma ad ottenere oggi i primi risultati, dopo un anno di tentativi e sforzi andati a vuoto, è il partito della destabilizzazione. Una destabilizzazione perseguita da vari "agenti" - pezzi 'deviati' della magistratura, gruppi economico-editoriali, il partito dei giustizialisti (Santoro-Travaglio-Di Pietro) - ciascuno con il proprio obiettivo (dal semplice abbattimento di Berlusconi alla destrutturazione del bipolarismo, dalla conservazione di un primato morale, e quindi di un potere di condizionamento, sulla politica alla tutela di privilegi corporativi), ma uniti dalla medesima strategia: la delegittimazione dell'intero sistema politico. E complice la soggezione di un Pd in crisi di identità, queste forze hanno sequestrato l'opposizione costituzionale.

Intendiamoci, i politici ce la mettono tutta per delegittimarsi da sé, principalmente non riuscendo a fare il loro lavoro e a far funzionare le istituzioni. Ma è in corso un pericoloso e spregiudicato gioco al massacro, che approfittando della debolezza della politica, avvalendosi di ordini dello Stato fuori controllo e poteri esterni non democratici, e dando sfogo a pulsioni populiste, mette a rischio la democrazia stessa nel nostro Paese. Prima di oggi Berlusconi, con il grande consenso di cui godeva, era l'unico argine. Ma domani? Sarà ancora più difficile per il governo reagire nel solo modo in cui dovrebbe - e avrebbe dovuto-potuto reagire anche prima: riforme, riforme, riforme. Da domani la maggioranza sarà più irrequieta al suo interno, Fini più scalpitante, e il Pd, rinfrancato dal primo stop degli avversari, meno incline a ragionare.

UPDATE: e il partito Montezemolo...
L'astensione record fa comprensibilmente tornare alla memoria l'articolo a doppia firma Andrea Romano-Carlo Calenda, della Fondazione Italia Futura, in cui si invitavano esplicitamente gli elettori a disertare le urne. Non per qualunquismo ma per un «messaggio forte, persino ultimativo, che si manifesterebbe attraverso la decisione consapevole e legittima di non esercitare un diritto di scelta la cui efficacia è stata svilita», mentre votare oggi, «per riprendere il giorno dopo la quotidiana lamentazione sul sistema politico nel suo complesso», rappresenta forse «un qualunquismo ancora peggiore».

In democrazia, ribadisce oggi Andrea Romano al Corriere della Sera, «l'astensione può essere lo strumento con cui l'elettore respinge un'offerta politica deludente». E' certamente ciò che sta accadendo e certamente, come ho scritto, è stata una campagna elettorale «tra le peggiori degli ultimi anni. Rissosa, rivolta all'indietro e non al futuro, mai centrata sui problemi reali, lontanissima dalle aspettative dei giovani». Ma questo «segnale» rappresentato dalla crescita dell'astensione avrà davvero l'effetto di dare «un impulso utile ad un auspicabile rinnovamento del copione»? O piuttosto ad un ulteriore imbarbarimento? Luca Cordero di Montezemolo e il Corriere della Sera rappresenterebbero questo preteso «rinnovamento»? Sembrano già pronti a intestarsi il partito dell'astensione, ma in democrazia dovrebbero contarsi i voti, non i "non voti".