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Thursday, February 28, 2013

Elettori di Grillo per 2/3 di sinistra

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Se con i loro sondaggi non hanno saputo intercettare quel 5% di elettori in più che hanno votato Grillo rispetto al 19-20% quotato alla vigilia, perché dovrebbero essere in grado di intercettarlo oggi per farsi spiegare quale partito questi elettori avevano votato alle precedenti elezioni? E' lecito dubitare, quindi, delle analisi sui cosiddetti flussi che stanno circolando in queste ore. Qui proveremo un approccio diverso, cercando di desumere da dove sono arrivati i voti a Grillo incrociando i dati delle due precedenti elezioni politiche: quelle del 2008, quando a massimizzare la partecipazione al voto fu il centrodestra, e del 2006, quando invece fu il centrosinistra a fare il pieno di voti. Siccome una cosa è certa, non potremo mai sapere come hanno votato in passato i quasi 3 milioni che si sono astenuti rispetto al 2008 (oltre 4 milioni rispetto al 2006), assumiamo come ipotesi ragionevole che dopo 4 anni di governo dell'odiato Berlusconi, dagli esiti fallimentari anche per chi l'ha votato, e un anno di misure impopolari e recessive da parte del governo tecnico, il turnout, ossia la mobilitazione, sia stata quest'anno molto più favorevole al centrosinistra che al centrodestra, mentre l'esatto contrario si può ipotizzare nel 2008, dopo i due anni della travagliata Unione prodiana.

Rispetto sia al 2006 che al 2008, quando alla Camera raccolse circa 12 milioni di voti, il Pd ne ha persi circa 3,3 milioni. L'intera area che definiamo della sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Idv, Verdi) raccolse nel 2006 ben 4,8 milioni di voti, che si ridussero a poco più di 3 milioni nel 2008 (Idv, Sinistra arcobaleno e altre formazioni comuniste minori), probabilmente penalizzata sia dall'astensione (in totale fu di 1,41 milioni in più rispetto al 2006), sia da elettori in uscita verso il Pd, ai quali Veltroni riuscì a prospettare una rimonta su Berlusconi. Oggi le liste che rappresentano la continuità con la sinistra radicale, Sel (Sinistra arcobaleno) e Ingroia (Idv + Comunisti italiani) si sono fermate a 1,85 milioni di voti. Insomma, rispetto al 2006, elezioni della massima mobilitazione degli elettori di centrosinistra, mancano oggi circa 3,3 milioni di voti del Pd e quasi 3 milioni della sinistra radicale.

La coalizione guidata da Berlusconi ha toccato il suo picco massimo nel 2008, superando i 17 milioni di voti. Ma nel suo complesso l'area di centrodestra, compresi l'Udc (2 milioni) e La Destra (0,9 milioni), sfiorò quota 20 milioni. Alla coalizione berlusconiana, di cui oggi fa parte anche Storace, mancano quindi quasi 8 milioni di voti. Di questi, 1,6 milioni sono stati persi dalla Lega Nord, 0,66 milioni da Storace, mentre i 2 milioni di voti dell'Udc dovrebbero essere più o meno confluiti nella coalizione Monti, che però ne ha conquistati di più: in tutto 3,6 milioni.

Per quanti voti del Pd possano aver preso la via della Scelta civica montiana e dell'astensione, è politicamente ragionevole ritenere che sia stato il Pdl, per i motivi che abbiamo spiegato prima, a pagare il contributo maggiore, in termini di voti persi, all'astensione e alla forza politica del professore. Così come è ragionevole ritenere che 1,8 milioni di voti persi dall'area della sinistra radicale tra il 2006 e il 2008, e l'ulteriore milione e oltre perso dal 2008 ad oggi, siano in gran parte rientrati dalla finestra di Grillo. Si può quindi stimare il contributo dell'elettorato di centrosinistra (Pd e sinistra radicale) al Movimento 5 Stelle in 4-5 milioni di voti (45-60% del totale dei suoi consensi).

Il che sarebbe confermato dalla distribuzione geografica del successo di Grillo. In particolare, il professor D'Alimonte sul Sole 24 Ore ha analizzato il passaggio di voti al M5S dalla sinistra radicale e dal Pd a Torino, ma le stesse conclusioni si potrebbero trarre osservando le performance nelle regioni "rosse". In Veneto, invece, al "boom" di Grillo, oggi primo partito in tutte le province, corrisponde il crollo della Lega, che era primo partito nel 2008. Ciò non significa che non abbia pescato anche dal Pdl e presso un elettorato di destra più sensibile al tema della moralità politica, ma bisogna ricordare che nel 2008 ci fu un vero e proprio "boom" della Lega, che passò da 1,75 milioni di voti del 2006 a 3 milioni grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse".

Si può quindi stimare che verso il M5S siano confluiti la gran parte degli elettori persi dalla Lega (1,6 milioni), mentre in misura molto minore quelli che hanno abbandonato il Pdl (soprattutto quelli degli ex An che hanno condiviso le motivazioni della scissione di Fini ma poi non hanno votato per la piccola formazione dell'ex presidente della Camera): in tutto dal centrodestra 2-3 milioni di voti (il 20-35% dei consensi totali del M5S), un milione dei quali "rubati" alla sinistra dalla Lega nel 2008 e arrivati a Grillo oggi. Mentre la restante parte degli 8,7 milioni conquistati da Grillo (anche un 20%) potrebbero essere arrivati da giovani al primo voto e astensionisti di lungo corso.

Saturday, November 10, 2012

Le ragioni politiche dietro lo sfogo del Cav

Anche su L'Opinione

Proviamo una lettura meno caricaturale dello psicodramma del Pdl. Secondo Berlusconi le primarie non bastano, anzi così organizzate (provincia per provincia) rischiano di alimentare le faide interne e dar vita ad uno spettacolo ancor più disgustoso agli occhi degli elettori. Ci vorrebbe il Berlusconi del 1994, un nuovo Berlusconi, o almeno un leader con il famoso "quid", di cui però il Cav non vede traccia nel partito. Come dargli torto? Ha corteggiato invano suoi possibili successori, da Montezemolo a Monti, i quali hanno cortesemente declinato. In parte per la natura stessa del personaggio, che non ammette co-protagonisti, in parte per l'assalto mediatico-giudiziario, intorno al Cav c'è solo terra bruciata. Personalità esterne alla politica esitano a farsi avanti per paura di ricevere lo stesso trattamento, e in ogni caso non accetterebbero mai di caricarsi sulle spalle il corpaccione dello screditato Pdl e la pesante, controversa eredità del suo fondatore.

Il Cav capisce che la sua stagione è finita e fatica ad accettarlo. Quindi continua a "sragionare" di un nuovo Berlusconi e di "shock". Il partito dovrebbe aspettare che si manifesti, come una sorta di messia, o andarselo a cercare. Dopo aver sbraitato, è lui stesso ad ammettere di non avere assi nella manica, di non sapere neanche lui cosa fare, e a definire il suo uno «sfogo». Fin qui l'aspetto psicologico. Ora quello politico. Legittimo che Alfano e i suoi coltivino ambizioni, ma commettono il tragicomico errore di ignorare i propri limiti se pensano di costruire il proprio futuro politico rompendo con Berlusconi, nell'illusione che ciò renda possibili chissà quali nuove e formidabili alleanze. E senza di lui, o peggio avendolo contro, nemmeno le primarie sovvertirebbero il clima di smobilitazione. Comprensibile che il malumore del Cav aumenti sentendosi epurato da un gruppo dirigente mediocre – il cui appeal sull'elettorato non è ancora nemmeno lontanamente comparabile al suo – convinto che il sacrificio del capo e appiattirsi su Monti servano ad un disegno politico in realtà manifestamente suicida.

Dopo un anno, a nulla sono serviti i passi indietro di Berlusconi (se non ad irritarlo), anzi l'agognata unità dei "moderati" che avrebbero dovuto favorire è quanto mai lontana. Il gioco di Casini è un altro: la deberlusconizzazione del Pdl non come precondizione di un'alleanza, ma come premessa della sua liquefazione. Quello di Fini di ieri mattina (con Alfano possibile una «pagina nuova per tutti i moderati») è solo l'ultimo dei "baci della morte". Lo stesso D'Alimonte, rivelando candidamente il senso della sua proposta di riforma elettorale, dà la misura della stupidità del Pdl che in Senato ha votato, con Udc e Lega, un testo simile: «Con questo meccanismo Casini potrebbe decidere di fare un'alleanza elettorale con il Pd sul modello siciliano. Arriverebbero al 40%, e con 14 punti di premio arriverebbero al 54%: se il Pd facesse un listone unico con Sel potrebbe disinnescare la pregiudiziale di Casini nei confronti di Vendola». Biscotto servito e tanti saluti al Pdl.

La soglia – per ora al 42,5%, ma Pd e Udc sono già d'accordo sul 40 – è funzionale ad un'alleanza Pd-Sel-Udc o, in ogni caso, regala una enorme rendita di posizione post-voto ad un Casini in crisi, che nelle ultime tornate elettorali non è apparso in grado di intercettare voti Pdl e il cui progetto Terzo polo si è dimostrato velleitario. Tra l'altro, è una legge peggiorativa del porcellum in termini di governabilità: se nessuno raggiunge la soglia, non scatta il premio ed è proporzionale puro; ma la coalizione che la raggiungesse potrebbe comunque essere troppo disomogenea, come lo sarebbe una formata da Pd, Sel e Udc.

Wednesday, March 31, 2010

Gli inconsolabili

Da un lato scoprono l'acqua calda: ma guarda un po', tutti i partiti in termini assoluti hanno perso voti, persino la Lega (l'unica ad aver guadagnato qualcosa, invece, in termini percentuali, avendo in parte compensato l'elevata astensione con la maggiore fedeltà del suo elettorato). Per non parlare del Pdl, che avrebbe perso addirittura 2,5 milioni di voti. Insomma, la tentazione è di dire che in fondo, se hanno perso tutti, non ha vinto nessuno. Alla vigilia ci avevano spiegato che un forte astensionismo avrebbe penalizzato le forze di governo, limitando le loro chance di conquistare altre regioni oltre a Lombardia e Veneto. Il forte astensionismo c'è stato (è cresciuto dell'8%, con il picco di oltre l'11 nel Lazio), ma la notizia vera è che non ha penalizzato le forze di governo, permettendogli anzi di strappare ben quattro regioni (le più "pesanti") alle forze di opposizione.

Dovrebbe stupire, insomma, non quanti voti ha perso il Pdl, ma quanti piuttosto non ne ha persi, e quanti ne hanno persi i partiti di opposizione, che avrebbero dovuto fare il pieno del malcontento degli italiani, persino Di Pietro, che avrebbe dovuto tenere almeno quanto la Lega. Come fa notare Velardi, «il centrosinistra avrebbe dovuto vincere queste elezioni per due motivi semplici, banali, universali»: la crisi economica, «che toglie lavoro e preoccupa tutti». Dal che si evince, invece, o che la crisi non c'è, o che il governo non sta facendo poi così male; «le classiche elezioni di medio termine. Quelle che un governo in carica perde (quasi) sempre». Nel 2005, ricorda Velardi, finì 12 a 2 (con l'Abruzzo). Oggi «Sarkozy straperde in Francia, mentre in Italia il governo in carica, gravato da scandali (veri o presunti), da ossessive campagne di stampa, da inchieste più o meno fondate, e con una politica di mediocre gestione ordinaria di un paese declinante, le elezioni le vince»; per non parlare del Lazio, dove il Pdl correva azzoppato.

L'astensione record è senz'altro indice di una disaffezione dell'elettorato per l'intero sistema dei partiti e di un certo disgusto per questa particolare campagna elettorale. Ma questo è persino troppo ovvio, e allora c'è chi preferisce consolarsi guardando ai milioni di voti persi dal Pdl, piuttosto che alle quattro regioni strappate agli avversari. Comprensibile. Pur con tutti gli avvertimenti del caso, anche gli analisti più esperti paragonano tranquillamente elezioni diversissime tra di loro: le Regionali di domenica e lunedì con le Europee dell'anno scorso. Sia Mannheimer sul Corriere che D'Alimonte sul Sole sottolineano che rispetto a Politiche ed Europee il voto alle Regionali tende ad essere molto più frammentato a causa della presenza di molte liste locali e che in molte regioni "pesanti" le liste civiche personali dei candidati presidente riescono ad assorbire quote rilevanti di voti dai partiti maggiori delle coalizioni, Pdl e Pd. Senza considerare, poi, l'esclusione della lista del Pdl a Roma e provincia e il tentativo di dirottare i suoi voti, in gran parte riuscito, sulla Lista Polverini.

Allora, se proprio si vuole estrarre un attendibile dato di riepilogo nazionale dei due principali partiti, bisognerebbe attribuire al Pdl e al Pd per lo meno i voti delle liste personali di quei candidati direttamente riconducibili ai due partiti. Dunque, al Pdl i voti delle liste di Renata Polverini (Lazio), Sandro Biasotti (Liguria), Rocco Palese - e Raffaele Fitto - (Puglia), Giuseppe Scopelliti (Calabria) e Nicola Pagliuca (Basilicata). Al Pd quelli delle liste di Mercedes Bresso (Piemonte), Claudio Burlando (Liguria), Agazio Loiero (Calabria) e solo in parte (la metà) di Nichi Vendola (Puglia).

Dai risultati così elaborati emerge un Pdl al 31,4% (31,13 escludendo la provincia di Roma), con perdite minime dunque rispetto al 32,3% del 2009, al 33,3 del 2008 e al 31,4 del 2005 (dati ottenuti sempre escludendo la provincia di Roma). Mentre il Pd si attesta al 27,03%, guadagnando qualche decimale di punto rispetto alle ultime Europee (26,6%), ma restando molto al di sotto del 34,1% delle Politiche del 2008 e del 32,5% delle precedenti Regionali. Un'operazione simile la fa Mannheimer, mentre D'Alimonte si limita ad aggiungere al Pdl solo i voti della Lista Polverini, nonostante rispetto al Pd molti più candidati presidente avevano liste personali, alcune davvero molto votate. In termini assoluti il Pdl perde 2,1 milioni di voti rispetto alle Europee dell'anno scorso (il 23%) e il Pd poco meno di un milione di voti (circa il 12%). Bisogna poi considerare che le regioni "rosse" erano tutte chiamate al voto, mentre tra quelle "azzurre" mancava, per esempio, la Sicilia.

C'è tuttavia da considerare un ulteriore aspetto che mi pare nessuno abbia sottolineato. Stiamo confrontando le Regionali, le elezioni più maggioritarie, presidenzialiste, che abbiamo in Italia, con le Europee, quelle più proporzionaliste. Non stiamo mettendo insieme mele e pere, ma mele e meloni. Ebbene, alle Europee o alle Politiche gli elettori non possono votare solo per il candidato presidente. Mentre alle Regionali un numero sempre maggiore di elettori si limita ad esprimere la propria preferenza per uno dei candidati alla presidenza, senza mettere una croce anche su una delle liste collegate. E questi voti solo ai candidati presidente - circa il 10% del totale dei voti espressi - che siano frutto di pigrizia, indecisione o di semplificazione "presidenzialista", pur considerando il voto disgiunto e il traino del candidato, sarebbe sbagliato non considerarli in qualche misura collegati alle coalizioni di liste che li esprimono, e in particolare ai due partiti maggiori, Pdl e Pd.