L'amministrazione Obama e il regime cinese sembrano in piena "luna di miele". Interessati a cooperare per superare la crisi economica evidentemente riescono a non scontrarsi persino sullo spinoso tema del Tibet. «I diritti umani sono essenziali» nella politica estera degli Stati Uniti, ha finalmente ricordato Obama. Gli Usa si augurano «progressi nel dialogo tra il governo cinese e i rappresentanti del Dalai Lama», ha detto ieri il presidente americano al ministro degli Esteri di Pechino, Jang Jiechi, in un lungo incontro alla Casa Bianca.
E la notizia è che oggi da Pechino non rispondono picche, segno che anche la leadership cinese in questo momento è attenta a non assumere atteggiamenti di sfida neanche sui diritti umani. «La Cina è pronta al dialogo con il Dalai Lama se questi rinuncia ai propositi di indipendenza», ha ribadito il premier Wen Jiabao, per una volta non nascondendosi dietro le solite accuse di ingerenza negli affari interni della Cina. «Questo tipo di colloqui possono continuare. La chiave è che il Dalai Lama deve dimostrare la sua sincerità in modo che il dialogo possa arrivare a raggiungere risultati sostanziali».
Naturalmente le reali intenzioni dietro questa disponibilità sono tutte da verificare, visto che in passato «questo tipo di colloqui» non ha portato ad alcun risultato concreto, se non al proseguimento della campagna contro il Dalai Lama e a misure sempre più repressive nei confronti della popolazione tibetana.
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Friday, March 13, 2009
Friday, March 21, 2008
Pechino spera di mettere il Dalai Lama fuori gioco
Altri 19 tibetani uccisi nella provincia di Gansu, stando a quanto riferisce il governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India, per il quale il numero delle vittime della repressione sarebbe salito a 99 accertate. Ancora proteste anche nelle province di Sichuan e Qinghai, mentre continuano a giungere ulteriori conferme della militarizzazione del Tibet. Nella capitale sono arrivati almeno duecento camion e seimila soldati. Ma altre migliaia si stanno dirigendo verso la regione attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. Il governo di Pechino è pronto ad effettuare ulteriori rastrellamenti nelle aree della rivolta.Qualche capitale europea comincia ad alzare la voce. All'indomani dell'espulsione dal Tibet degli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti, i tedeschi Georg Blume e Kristin Kupfe, la Germania ha chiesto a Pechino di riaprire le porte della regione ai giornalisti occidentali: «Il governo tedesco dice chiaramente ai cinesi: restate aperti, vogliamo sapere esattamente cosa sta accadendo in Tibet», ha affermato il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier. Tanto, ha spiegato al settimanale Bild, un gran numero di giornalisti arriveranno per i Giochi e «sotto il tappeto non si può nascondere nulla».
Stessa richiesta, «riaprire senza indugio il Tibet agli stranieri» e in particolare ai giornalisti, è stata avanzata dalla Francia: «Ciò che ci preoccupa è sapere cosa sta accadendo in Tibet», ha dichiarato un portavoce del Ministero degli Esteri francese, che non si è espresso, invece, sull'ipotesi di un'inchiesta indipendente internazionale, invocata dal Dalai Lama e appoggiata dalla democratica americana Nancy Pelosi. Boicottaggio no, inchiesta sì, è la posizione della speaker della Camera dei Rappresentanti Usa: «Se non abbiamo il coraggio di denunciare quanto facendo la Cina, allora non avremmo più l'autorità morale di denunciare altre violazioni di diritti umani nel resto del mondo».
Sta cambiando anche l'atteggiamento dell'India. E' ripresa, infatti, nonostante sconsigliata dallo stesso Dalai Lama, la marcia nonviolenta degli esuli tibetani che da Dharamsala erano intenzionati a varcare il confine con la Cina per penetrare in Tibet. Sarà perché ispirata alle marce di Gandhi, o perché gli occhi del mondo sono puntati anche su questa marcia, ma nel Punjab le autorità indiane non si sono opposte come nei primi giorni e i dimostranti ricevono la solidarietà della popolazione.
Pechino ha reagito bruscamente sia alle pur caute parole di Papa Benedetto XVI («Nessuna tolleranza coi criminali che devono essere puniti severamente»), sia allo stesso Brown, riguardo l'annunciata intenzione di incontrare il Dalai Lama: la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione». Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.
Ma ormai è chiaro che il premier cinese Wen Jiabao, nel colloquio telefonico di qualche giorno fa con il premier britannico Gordon Brown, non ha fatto altro che ripetere le condizioni che la Cina ha sempre posto al Dalai Lama. Il punto è che secondo i cinesi il Dalai Lama non soddisfa ancora quelle condizioni, mentre è noto che le ha accettate pubblicamente da anni, e lo ripete ad ogni occasione utile, senza che Pechino mantenga mai fede alla parola data. Infatti, a chi gli faceva notare che la massima autorità spirituale tibetana ha ribadito più volte il suo doppio no – alla violenza e all'indipendenza – il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha replicato: «Le sue azioni dimostrano che non è sincero».
Da anni la Cina finge di non credergli, perché in realtà non alcuna intenzione di dialogare con il Dalai Lama, legittimandolo, mentre il tempo gioca a suo sfavore: alla sua morte nessun successore potrà godere dello stesso prestigio, sempre che Pechino non riesca a sostituirlo con un monaco di sua fiducia o che il popolo tibetano nel frattempo non sia già quasi scomparso dal punto di vista demografico e culturale. Al momento non c'è alcuna possibilità che venga annunciato un incontro tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, contro cui Pechino ha invece avviato una vera e propria campagna di demonizzazione. A maggior ragione adesso, perché il regime apparirebbe debole agli occhi dei tibetani, dimostrando che le rivolte violente della scorsa settimana hanno avuto effetto.
La Cina non farà mai questo "regalo" al Dalai Lama, proprio adesso che è in crisi la sua immagine di leader, non solo spirituale ma anche politico: è attaccabile da Pechino per le aggressioni dei ribelli tibetani contro i cinesi han; e contestato sul fronte interno, dove soprattutto tra i giovani si diffonde lo scetticismo per il suo approccio moderato e l'obiettivo di una semplice autonomia.
Tra le cose che il Dalai Lama chiede non c'è solo di non boicottare le Olimpiadi e di non isolare la Cina, ma anche di essere ricevuto dai governi occidentali. Il nostro non l'ha fatto e i ministri che oggi pendono dalle sue labbra non mossero un dito. Ma in questo momento il Dalai Lama ha disperato bisogno di una vittoria politica, anche minima, per dimostrare alla sua gente che la sua politica è ancora in grado di produrre qualche risultato. I governi occidentali dovrebbero sostenerlo, altrimenti per la Cina sarebbe facile metterlo fuori gioco.
Thursday, March 20, 2008
Pechino spegne l'ottimismo del Corriere
Si infrange impietosamente l'ottimismo del Corriere della Sera e del suo corrispondente, Fabio Cavalera, unici oggi tra giornali e inviati a vedere un'apertura nello scambio telefonico tra il premier britannico Brown e quello cinese Jiabao. «La Cina avverte: "Colloqui a due condizioni"», è il titolo al pezzo, in cui si legge del colloquio telefonico effettivamente avvenuto tra Wen Jiabao d Gordon, riferito ai Comuni nel question time di ieri e nel quale il premier cinese si sarebbe dichiarato «pronto ad avviare colloqui con il Dalai Lama a due condizioni: che dica no alla violenza in Tibet e no all'indipendenza».
Può darsi che Wen abbia pronunciato queste parole al telefono con Brown, e questi le abbia riportate per cercare di impegnare il suo interlocutore a dargli seguito, ma se non confermate anche in pubblico sono parole il cui valore è prossimo allo zero.
E infatti questa mattina dal Ministero degli Esteri cinese arriva la precisazione: «Alcune notizie non sono molto precise». Jiabao ha solo ribadito la «disponibilità al dialogo» alle «condizioni da sempre poste dalla Cina» al Dalai Lama (che in teoria da anni sono state da lui accettate senza che iniziassero mai dei colloqui). Riguardo l'annunciata intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama, la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione».
Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.
Intanto, sono stati cacciati anche gli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti in Tibet, i corrispondenti tedeschi Blume e Kupfer. E, mentre a Lhasa la situazione sembra ormai normalizzata (non in altre province, dove piccole ma singnificative rivolte proseguono - come questa in cui è stata issata la bandiera tibetana su un edificio pubblico), la morsa militare si stringe intorno al Tibet: il governo cinese ha inviato centinaia di camion e migliaia di soldati in assetto di guerra, secondo quanti riferiscono fonti locali, media e ong dei diritti umani.
Un reporter della Bbc ha riferito di convogli di oltre 100 veicoli che si stanno dirigendo verso il Tibet attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. «Negli ultimi due giorni ho visto un numero crescente di militari diretti verso il confine tibetano, ma stavolta si tratta di un dispiegamento ancora più consistente. Sembra proprio che la Cina abbia deciso di aumentare sensibilmente la sua presenza militare in Tibet». Facile immaginare che vi rimarranno fino ad agosto e la nostra impressione è che l'esercito cinese stia formando un vero e proprio cordone sanitario intorno al Tibet.
Dopo la prima ondata di repressione, per porre fine alle rivolte a Lhasa e nelle altre province, seguirà insomma una seconda ondata, più lunga - forse mesi - lenta e intensa, più meticolosa e sistematica ma molto meno vistosa, mentre la regione è sigillata, off limits per gli stranieri, turisti o giornalisti.
Può darsi che Wen abbia pronunciato queste parole al telefono con Brown, e questi le abbia riportate per cercare di impegnare il suo interlocutore a dargli seguito, ma se non confermate anche in pubblico sono parole il cui valore è prossimo allo zero.
E infatti questa mattina dal Ministero degli Esteri cinese arriva la precisazione: «Alcune notizie non sono molto precise». Jiabao ha solo ribadito la «disponibilità al dialogo» alle «condizioni da sempre poste dalla Cina» al Dalai Lama (che in teoria da anni sono state da lui accettate senza che iniziassero mai dei colloqui). Riguardo l'annunciata intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama, la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione».
Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.
Intanto, sono stati cacciati anche gli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti in Tibet, i corrispondenti tedeschi Blume e Kupfer. E, mentre a Lhasa la situazione sembra ormai normalizzata (non in altre province, dove piccole ma singnificative rivolte proseguono - come questa in cui è stata issata la bandiera tibetana su un edificio pubblico), la morsa militare si stringe intorno al Tibet: il governo cinese ha inviato centinaia di camion e migliaia di soldati in assetto di guerra, secondo quanti riferiscono fonti locali, media e ong dei diritti umani.
Un reporter della Bbc ha riferito di convogli di oltre 100 veicoli che si stanno dirigendo verso il Tibet attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. «Negli ultimi due giorni ho visto un numero crescente di militari diretti verso il confine tibetano, ma stavolta si tratta di un dispiegamento ancora più consistente. Sembra proprio che la Cina abbia deciso di aumentare sensibilmente la sua presenza militare in Tibet». Facile immaginare che vi rimarranno fino ad agosto e la nostra impressione è che l'esercito cinese stia formando un vero e proprio cordone sanitario intorno al Tibet.
Dopo la prima ondata di repressione, per porre fine alle rivolte a Lhasa e nelle altre province, seguirà insomma una seconda ondata, più lunga - forse mesi - lenta e intensa, più meticolosa e sistematica ma molto meno vistosa, mentre la regione è sigillata, off limits per gli stranieri, turisti o giornalisti.
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