Se la Repubblica non dà segnali di tregua, dal Corriere della Sera, tramite l'editoriale di Angelo Panebianco in prima pagina, giunge all'indirizzo del Pd - credo per la prima volta in modo esplicito - la richiesta di rompere l'alleanza con Di Pietro. L'editorialista del Corriere non si nasconde che per il Pd rompere con Di Pietro richiede una forte leadership ma soprattutto una «complessa operazione politica»:
«Un'operazione che implica sia la resa dei conti con il "dipietrismo interno" al Partito democratico sia una ricalibrazione dei rapporti con le forze esterne (certi magistrati, certi giornali, eccetera), che sul dipietrismo interno al Pd hanno sempre fatto leva per condizionarne la politica. Opporsi alla persona di Berlusconi o opporsi alle politiche del governo? La risposta rivela la concezione della lotta politica, nonché il giudizio sullo stato della nostra democrazia, di ciascun singolo oppositore. Da quando c’è Berlusconi le due anime hanno convissuto e, quasi sempre, quella antiberlusconiana pura ha prevalso, essendo stato fin qui l'antiberlusconismo il vero ancoraggio identitario della sinistra».Secondo Panebianco, Bersani «ambirebbe a portare il Pd fuori dall'orbita del massimalismo antiberlusconiano» e a dare al partito «un chiaro profilo riformista», ma si preoccupa anche di «non perdere consensi».
«Poiché il massimalismo antiberlusconiano è ben presente nell'elettorato e fra i militanti del Pd un'operazione che separi nettamente i destini politici degli estremisti da quelli dei riformisti appare, sulla carta, assai rischiosa».Non potrebbe essere spiegato meglio. Ma è qui, conclude Panebianco, che «entra in gioco la questione della leadership». O per lo meno dovrebbe.
«Di Pietro non è un alleato ma un avversario da isolare e i dipietristi interni al partito sappiano che non sarà più tollerato chi tiene il piede in due staffe. A loro volta, le forze esterne che pretendono di condizionarmi sappiano che la linea politica del Pd la detto solo io a nome della maggioranza congressuale che mi ha espresso. Se vogliono opporsi a me e logorarmi si accomodino ma sia chiaro che, così facendo, favoriranno il centrodestra».Sono queste le parole che Panebianco vorrebbe sentir pronunciare da Bersani, ma confesso di nutrire ben poche speranze in proposito. Ha ragione Gianni De Michelis, quando al Corriere dice che «l'unico modo per salvare questo Paese è isolare Di Pietro», suggerendo che se «l'hanno fatto in Francia con Le Pen, che aveva molti più voti, devono farlo anche con lui che non è un soggetto compatibile con lo stato di diritto». Intanto, stiamo per entrare nella campagna per le regionali, quindi dubito che il rasserenamento reggerà dopo la fine delle festività natalizie. Il vero banco di prova sarà dopo le elezioni regionali. A quel punto, se dovesse trovarsi di fronte all'ennesima debàcle, il Pd potrebbe trovare la forza per dialogare sulle riforme e/o per rompere con Di Pietro, ma non c'è da illudersi troppo.
E se D'Alema promuove Bersani confermando disponibilità (sulle riforme) e paletti, pur mettendo sullo stesso piano quelli che chiama gli «opposti populismi», quello di Berlusconi e quello di Di Pietro, «speculari» e che «si alimentano a vicenda», Casini sgomita e sente che la possibile ripresa del dialogo tra Pd e Pdl potrebbe marginalizzare l'Udc: «Questo - spiega a la Repubblica - è il momento di chiudere i falchi in gabbia e far volare le colombe. Noi vogliamo sederci al tavolo con Pd e Pdl per trovare una via d'uscita all'eterna transizione italiana». Ma torna anche a rilanciare l'idea di «un fronte legalista» Pd-Udc se il Pdl tentasse di «strumentalizzare l'aggressione a Berlusconi per far ingoiare il processo breve al Parlamento». L'ipotesi "frontista" di Casini non è poi così lontana da Di Pietro che definisce «fascista» questo governo, eppure sembra conservare la patente di "moderato".