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Thursday, February 16, 2012

Un no senza disfattismi né moralismi

Su Notapolitica

Non mi sono mai iscritto, e non mi iscrivo neanche in questa occasione al partito dei disfattisti e degli anti-italiani, per i quali non siamo in grado di organizzare questo tipo di eventi, mioddio la corruzione, le cricche e via dicendo. Se la decisione del governo di non sostenere Roma2020 viene acclamata con simili demagogie, a ben vedere non sono certo queste le ragioni del no di Monti. Il problema cantieri, appalti, tangenti è del tutto secondario. Anzi, per quanto mi riguarda si può persino mettere nel conto un 30-40% di "cresta" sulle opere, quando c'è da costruire utili infrastrutture e da rilanciare l'immagine dell'Italia nel mondo. E' anche vero infatti che le Olimpiadi possono rappresentare una grande opportunità per una città e un Paese. Ma dietro le opportunità l'esperienza ci insegna che si annidano anche molti rischi. E ammettiamolo, obiettivamente in questo momento per l'Italia i rischi sono maggiori delle opportunità. Rischi che non possono essere archiviati alle voci disfattismo e pessimismo.
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Tuesday, February 14, 2012

Un no all'Italia, non a Roma

Non ho pregiudizi contro l'organizzazione delle Olimpiadi o di altri mega-eventi del genere a Roma o in Italia, ma allo stesso tempo non mi scandalizza il no di Monti a Roma2020. Ha molte buone ragioni. Che segnale daremmo ai mercati, e ai partner europei cui stiamo chiedendo di rafforzare i firewalls finanziari comunitari, cioè in pratica di mettere soldi a garanzia del nostro debito pubblico, se investissimo miliardi di euro che non abbiamo letteralmente in "giochi"? Oltre tutto con il precedente di Atene dietro l'angolo? E' triste, ma in questo momento no. E non è un no ad Alemanno (che comunque ne esce distrutto), o a Roma, o al progetto in sé (anche se il comitato promotore è da brividi, con i soliti parrucconi e persino già i costruttori), ma all'Italia, che in questo momento non può permettersi, né ha la credibilità per organizzare questo tipo di eventi. La candidatura implicherebbe un impegno finanziario per il futuro imprevedibile oggi e ricordiamoci che nei prossimi anni ci aspetta un rientro dal debito al ritmo di 1/20 di Pil l'anno.

Il problema cantieri, appalti, tangenti è secondario. Ci fossero delle opere le pagheremmo a caro prezzo, certo, il 30-40% in più per consentire un po' a tutti di mangiarci sopra, ma almeno ci ritroveremmo qualcosa di utile. Il problema vero invece è che l'affare, per tutti quelli che girano intorno a Roma2020, sta nella candidatura in sé. A molti di coloro che oggi la sostengono non importa l'organizzazione dell'evento, ma la candidatura, perché è lì che inizia il magna-magna. Progetti, marketing, promozione, delegazioni in viaggio, tutto un circo che se, come probabile, non si trasformasse nell'assegnazione dell'evento, sarebbe puro spreco. Cosa ci ritroveremmo? Zero infrastrutture, ma in tanti ci avranno guadagnato sopra ugualmente, anche solo di immagine.

Ed è fin troppo lampante come la candidatura sia l'estremo espediente del sindaco Alemanno per tentare di raddrizzare la sua immagine, dopo la figuraccia annunciata con il Gran Premio di Formula 1 e la deludente gestione della città. Da annotare però anche l'ipocrisia del Pd e delle altre opposizioni romane, che considerano disastrosa l'amministrazione Alemanno, lo accusano di non aver saputo gestire l'emergenza neve, ma sono pronti ad affidargli chiavi in mano la gestione della candidatura della città davanti al Cio. Ovvio, una volta subentrati all'attuale giunta ci sarebbero ottimi affari anche per loro. Roma e l'Italia non hanno bisogno di Olimpiadi, di eventi eccezionali, per rilanciarsi. La bellezza del Paese è tale che non ha bisogno dei riflettori per attirare turisti. L'importante è riformare la nostra economia ed essere ben governati.

Friday, August 01, 2008

Il Cio ha mentito alla stampa e al mondo

Per mesi il Cio ha continuato a ripetere che le Olimpiadi in Cina sarebbero state «censure-free». Quando nei giorni scorsi i primi giornalisti giunti a Pechino hanno potuto verificare che non era vero, ed è persino trapelata la notizia di un accordo con il governo cinese sui siti internet da mantenere bloccati, il Comitato olimpico è stato subissato di critiche e accuse di connivenza con il regime. Si è visto così costretto a riaprire le trattative con le autorità cinesi. I funzionari sembravano ormai rassegnati («Qui si ha a che fare con un Paese comunista che applica la censura. Si ottiene quello che secondo loro si può avere»), ma di fronte alle proteste internazionali e dopo febbrili negoziati nella notte, Pechino ha compiuto un gesto di buona volontà, accettando di ammorbidire la morsa della censura su internet.

Sono tornati accessibili i siti di Amnesty International, Reporters sans frontières e Human Rights Watch, della Bbc, di Wikipedia, di Radio Free Asia e del quotidiano di Hong Kong Apple Daily, critico nei confronti di Pechino, anche se il Cio non ha potuto divulgare quante e quali pagine precisamente siano state sbloccate. Un portavoce del Bogoc, il comitato organizzativo cinese, ha assicurato che «l'uso di internet da parte di giornalisti cinesi e internazionali per il loro lavoro di informazione è libero».

Ma in realtà l'apertura è solo parziale, sia perché molti altri siti rimangono irraggiungibili (quelli dei Falun Gong e dei gruppi tibetani o uiguri, ma anche l'italiano Asianews), sia perché si tratta di un privilegio che rimane comunque circoscritto alla stampa accreditata. Al di fuori del media center e del villagio olimpico, e di poche postazioni nella capitale, resta il blocco totale sui siti considerati "illegali" dal regime e alle parole Falun Gong e Tiananmen i motori di ricerca non danno alcun risultato. Diversi giornalisti cinesi, ricorda inoltre Amnesty, sono ancora in carcere per aver pubblicato o cercato su internet informazioni su temi ritenuti politicamente sensibili.

Proseguono poi le polemiche riguardo la massima sorveglianza su atleti e giornalisti, e sulle regole ferree imposte alle delegazioni. C'è chi addirittura parla di pedinamenti e cimici nelle stanze. Il personale per un controllo capillare non manca. Circa 34mila soldati saranno dispiegati per proteggere Pechino da eventuali attacchi terroristici da parte delle minoranze musulmane e tibetane. Ah già, il Tibet, dove non gira più neanche un monaco...

Wednesday, July 30, 2008

Alle Olimpiadi una nuova disciplina: la censura

Medaglia d'oro già assegnata...

Oggi nel corso di una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri britannico Miliband, tra le altre cose, Frattini ha confermato la sua presenza alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi in Cina. «Temo che per un giornetto o due e miei diritti umani (le ferie!) siano a rischio in agosto», confidava ieri con infelice ironia. Oggi ha spiegato che l'Italia «non intende politicizzare un grande evento sportivo, che deve essere motivo di riconciliazione». Anche per questo a Pechino non avrà incontri politici, «proprio perché a mio avviso lo sport è sport, un'occasione di pacificazione, non un momento in cui si rappresentano posizioni». «Altra cosa è mantenere una politica molto chiara sul dialogo con la Cina, non solo sui temi economici ma anche sui diritti umani» e «il rispetto per le legittime aspirazioni del Tibet a dialogare con le autorità cinesi».

Questo mentre i giornalisti occidentali si accorgono che in Tibet la repressione è ancora in corso, con migliaia di monaci segregati, e che su internet continuerà ad abbattersi la censura del regime anche durante le Olimpiadi, in patente violazione degli impegni che Pechino aveva preso con il Cio per garantirsi l'assegnazione dei Giochi, tra cui, appunto, l'accesso completo alla rete almeno durante tutto l'evento. Neanche alla stampa straniera, invece, verrà garantito un accesso alla rete senza censure. E il Cio, naturalmente, abbozza. Il responsabile della Commissione stampa, Kevin Gosper, si è detto «deluso» dalle limitazioni, ammettendo che il Cio ha negoziato con i cinesi il blocco di alcuni siti considerati non collegati ai Giochi. «Qui si ha a che fare con un Paese comunista che applica la censura. Si ottiene quello che secondo loro si può avere». Se ne accorgono a una settimana dall'apertura...

«La nostra promessa era di permettere ai giornalisti di usare internet per il loro lavoro durante le Olimpiadi e noi abbiamo assicurato questa possibilità a sufficienza», ha spiegato un portavoce del comitato organizzativo cinese. Caso chiuso, oro alla Cina.

Thursday, July 24, 2008

Sempre più vergognose le decisioni del Cio

Ha dell'incredibile la decisione assunta oggi dal Cio di escludere dalle Olimpiadi di Pechino la federazione irachena. La motivazione è che il governo di Baghdad ha sciolto il Comitato olimpico iracheno, assumendo il controllo diretto dello sport nazionale. Davvero, davvero scandalosa questa decisione! Da rimanere senza parole.

Non ci risulta che il Cio abbia mai sollevato alcun problema quando al potere c'era Saddam Hussein e, com'è noto, il figlio faceva torturare e uccidere gli atleti. Chissà se è abbastanza, per i signori del Cio, per poterlo definire «controllo» e «interferenza».

E naturalmente ai Giochi vedremo allegramente partecipare lo stato-affamatore della Birmania, lo stato-gulag della Corea del Nord, lo stato-terrorista dell'Iran, e quelli massacratori e genocidi del Sudan e dello Zimbabwe. Per non parlare del fatto che sempre il Cio ha assegnato le Olimpiadi alla Cina, il cui governo notoriamente non controlla lo sport (!).

Se questa non è "politica"... Che schifo!

Tuesday, July 08, 2008

Un regime vale l'altro, l'ideologia di Samaranch e dei mondo-burocrati

E' stato per 21 anni presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio). Juan Antonio Samaranch, oggi 87enne, ormai da ex si prende la libertà di dire senza peli sulla lingua ciò che probabilmente in ambienti olimpici quasi tutti pensano ma nessuno osa dire in modo così esplicito per non sfidare la sensibilità delle opinioni pubbliche. «Se si parla di diritti umani, molti paesi che attaccano la Cina dovrebbero guardare fra i propri confini, vedere cosa stanno facendo. Non è difficile capire di chi sto parlando». E ancora: «La Cina è cresciuta molto e fa paura a molte persone che cercano di frenarla. Così si spiega l'operazione contro la torcia olimpica. E' stata usata politicamente. Una lezione per il futuro...».

Dalle parole di Samaranch c'è molto da imparare sulla mentalità di burocrati, diplomatici, di un'intera classe dirigente, soprattutto europea, che guida istituzioni internazionali di ogni genere e livello, dalle Nazioni Unite al Cio, che, appunto, si occupa di sport. L'impressione che si ricava da certe decisioni e da molti atteggiamenti di queste organizzazioni internazionali, confermata dalle parole di Samaranch, è che sia assai diffusa una equiparazione di fatto tra democrazie e dittature, per tenere dentro tutti gli stati membri con il collante di un relativismo culturale buono per giustificare ogni infamia. Persino in tema di diritti umani, Samaranch equipara la Cina ai «molti paesi che la attaccano», presumibilmente assegnando il primo posto tra di essi agli Stati Uniti.

Secondo Samaranch, le polemiche per l'assegnazione dei Giochi a Pechino, gli appelli al boicottaggio, le manifestazioni di protesta e le contestazioni al passaggio della torcia olimpica nelle capitali occidentali, non sono reazioni di società civili e libere alle immagini della sanguinosa repressione cinese in Tibet del marzo scorso, ma l'espressione di un pregiudizio anti-cinese, coltivato non si capisce se dalle elite o dalle popolazioni. Comunque, lascia intendere che la Cina è vittima di una sorta di complotto occidentale. Il regime di Pechino ringrazia, non avrebbe potuto trovare migliore agente per la sua propaganda nazionalista, che ricorre alla paranoia del "nemico esterno" per respingere ogni critica.

Samaranch vede un uso politico della torcia olimpica da parte di chi ha voluto manifestare in favore della causa tibetana. Eppure, è quanto meno singolare che non veda l'operazione politica di dimensioni ben più gigantesche che Pechino sta preparando sui Giochi. Dovevano essere i Giochi della trasparenza e dell'apertura, ma oggi è chiaro che saranno le Olimpiadi della censura e del controllo poliziesco, al servizio di una macchina propagandistica messa in moto per trasformare l'evento sportivo nella trionfalistica celebrazione politica del regime, delle sorti magnifiche e progressive che assicura ai suoi "sudditi". Non è forse questo un uso politico delle Olimpiadi? Samaranch e gli attuali vertici del Cio cercano di apparire come coloro che difendono lo spirito olimpico dalle politicizzazioni, ma in realtà essi stessi hanno permesso al regime cinese di strumentalizzare politicamente l'evento.

Samaranch non crede nella necessità di una «clausola democratica» come condizione per assegnare le Olimpiadi: «Bisogna rispettare il sistema politico di tutti i Paesi. Ogni Paese ha il suo sistema e anche la Cina ha il suo. E la verità è che da un punto di vista economico non se la passa poi così male. Il fine principale della politica è far sì che la gente viva meglio». E' vero che «in Cina la gente vive molto meglio ora rispetto a 25 anni fa», ma è un errore far passare il messaggio che un sistema politico vale l'altro. La Cina «ha il suo»? «Suo» di chi? Di certo sappiamo che il popolo cinese non lo ha scelto democraticamente e non lo può emendare, né può scegliere a chi affidarne lo guida.