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Thursday, February 18, 2010
Pazzo per la Corea del Nord
Enzo Reale ha pubblicato sul suo blog, 1972, la quarta e ultima puntata della sua intervista ad Alejandro Cao de Benós, catalano e ad oggi l'unico funzionario occidentale nel governo della super blindata Corea del Nord. Prendetevi un po' di tempo per la lettura integrale dell'intervista, ne vale la pena. Qui la prima, la seconda e la terza parte.
Thursday, January 28, 2010
Anche Kim Jong-il ha i suoi ammiratori
Da leggere questa intervista in due parti (prima e seconda) di Enzo Reale ad Alejandro Cao de Benós, «l'unico funzionario occidentale nel governo della Corea del Nord». Enzo non smette mai di sorprendermi (mai dove l'hai scovato questo tizio?). Ne è uscita fuori una conversazione molto, molto emblematica. Sul suo blog, in quattro puntate (oggi la prima), la versione integrale.
Thursday, August 06, 2009
Clinton a Pyongyang, Rassicurazioni Usa a Corea del Sud e Giappone
Come volevasi dimostrare, la visita di Clinton a Pyongyang deve aver allarmato non poco Corea del Sud e Giappone, che temono di essere marginalizzati se Washington dovesse concedere alla Corea del Nord negoziati diretti sul suo programma nucleare. Sia il portavoce del Ministero degli Esteri sudcoreano che il capo segreteria del governo giapponese hanno reso noto oggi che Washington ha assicurato ai loro governi che la visita di Clinton ha avuto come unico scopo la liberazione delle due giornaliste e che l'ex presidente non ha discusso della questione nucleare con Kim Jong Il. Che le rassicurazioni siano arrivate o meno, o che siano state richieste solo successivamente, resta il fatto che i governi di Seoul e Tokyo hanno avvertito l'esigenza politica di renderle note.
Inoltre, un certo imbarazzo deve aver creato anche il fatto che insieme alle due giornaliste americane non siano stati liberati anche i cittadini sudcoreani e giapponesi nelle mani di Pyongyang, ai quali non si è fatto neanche cenno. Così i due funzionari governativi di Seoul e Tokyo hanno fatto anche sapere che durante la sua visita l'ex presidente Clinton ha esortato direttamente il leader nordcoreano Kim Jong Il a rilasciare i sudcoreani arrestati e a «fare progressi» sulla questione dei giapponesi rapiti. Anche qui, come sopra: non possiamo saperlo, ma la precisazione è emblematica di un certo imbarazzo.
La Corea del Nord trattiene dallo scorso marzo un lavoratore sudcoreano, accusato di aver denunciato il regime comunista in un distretto industriale congiunto Nord-Sud, e dalla scorsa settimana anche quattro pescatori accusati di aver varcato le sue acque territoriali. Nel 2002 il regime nordcoreano ha ammesso di aver rapito 13 cittadini giapponesi tra gli anni '70 e '80 e di averli usati per addestrare le sue spie. Cinque di loro hanno fatto ritorno in Giappone. Il regime di Pyongyang sostiene che gli altri otto sono morti, ma Tokyo chiede ulteriori indagini. E Washington ha sempre detto che a Seoul e Tokyo che il problema dei loro ostaggi non avrebbe dovuto interferire con la questione del nucleare.
Inoltre, un certo imbarazzo deve aver creato anche il fatto che insieme alle due giornaliste americane non siano stati liberati anche i cittadini sudcoreani e giapponesi nelle mani di Pyongyang, ai quali non si è fatto neanche cenno. Così i due funzionari governativi di Seoul e Tokyo hanno fatto anche sapere che durante la sua visita l'ex presidente Clinton ha esortato direttamente il leader nordcoreano Kim Jong Il a rilasciare i sudcoreani arrestati e a «fare progressi» sulla questione dei giapponesi rapiti. Anche qui, come sopra: non possiamo saperlo, ma la precisazione è emblematica di un certo imbarazzo.
La Corea del Nord trattiene dallo scorso marzo un lavoratore sudcoreano, accusato di aver denunciato il regime comunista in un distretto industriale congiunto Nord-Sud, e dalla scorsa settimana anche quattro pescatori accusati di aver varcato le sue acque territoriali. Nel 2002 il regime nordcoreano ha ammesso di aver rapito 13 cittadini giapponesi tra gli anni '70 e '80 e di averli usati per addestrare le sue spie. Cinque di loro hanno fatto ritorno in Giappone. Il regime di Pyongyang sostiene che gli altri otto sono morti, ma Tokyo chiede ulteriori indagini. E Washington ha sempre detto che a Seoul e Tokyo che il problema dei loro ostaggi non avrebbe dovuto interferire con la questione del nucleare.
Wednesday, June 10, 2009
Vera svolta o solo minacce a mezzo stampa?
Sulla Corea del Nord, all'interno dell'amministrazione Obama, scrive oggi Christian Rocca su Il Foglio, sarebbe in corso una «svolta improvvisa, inattesa e in controtendenza rispetto, per esempio, alla strategia diplomatica nei confronti delle mire nucleari dell'Iran». In pratica, alla luce delle recenti provocazioni da parte di Pyongyang (i test nucleari e missilistici e la condanna ai lavori forzati di due giornaliste americane), la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono «sono arrivati alla conclusione che la politica degli incentivi in cambio della rinuncia ai programmi nucleari non funziona». Addirittura, nell'amministrazione si sentono usare toni alla Bolton e «gli analisti di politica estera vicini a Obama cominciano a parlare apertamente di cambio di regime», mentre H. Clinton ha detto che sta studiando l'ipotesi di reinserire il regime nordcoreano nella lista degli stati sponsor del terrorismo internazionale.
Le dichiarazioni di Obama a Parigi, la settimana scorsa: non intendo continuare con «una politica che premia le provocazioni» e ripenserò «in modo approfondito al modo di procedere sulla questione... Non credo che si debba dare per scontato che continueremo sulla linea del passato, quella secondo cui la Corea del Nord destabilizza costantemente la regione e noi reagiamo sempre allo stesso modo, premiandoli». Le parole del segretario alla Difesa, Robert Gates: «Sono stanco di comprare due volte lo stesso cavallo». «Clinton c'è cascato una volta, Bush un'altra. Non ci cascheremo anche noi», ha detto un anonimo della Casa Bianca citato dal New York Times, il giornale - fa bene a ricordare Rocca - «attraverso cui Obama conduce la sua politica estera».
Altri funzionari hanno detto al NYT che «Obama ha già deciso di non offrire più nuovi incentivi per smantellare il complesso nucleare di Yongbyon che i nordcoreani avevano già promesso di abbandonare tre volte». Il team di sicurezza nazionale di Obama, scrive Rocca citando il quotidiano, «ha cambiato scenario».
Secondo Rocca, la condanna delle due giornaliste «ha soltanto messo la sordina a un cambio di strategia che a Washington è già in via di esecuzione». C'è da augurarselo. L'amministrazione, osserva Rocca, «non ha soltanto elevato il tono della voce, si sta impegnando ad ampio raggio con una serie di misure diplomatiche e militari per accerchiare» la Corea del Nord: stretta alle sanzioni; embargo finanziario da parte della Corea del Sud; e, con l'aiuto della Cina, fermare le spedizioni aeree e navali nordcoreane sospettate di portare armi o tecnologia nucleare.
Il rischio, visto che Pyongyang da tempo ha fatto sapere che considererebbe il blocco navale «un atto di guerra», è uno scontro aperto. Per questo Cina e Russia «tentennano nel dare il sostegno alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, presentata dagli americani, che autorizza esplicitamente a fermare i cargo norcoreani». Secondo la ricostruzione del NYT, scrive Rocca, «stanno cercando di convincere i cinesi che senza un loro coinvolgimento diretto l'America sarà costretta ad aumentare la presenza militare nella regione e, probabilmente, a non poter più fermare le richieste giapponesi di dotarsi anche loro di un arsenale nucleare». Quella di Obama è una vera svolta, o sono solo minacce per provare a smascherare l'ennesimo bluff di Kim? Lo vedremo nelle prossime settimane.
«Il cambio di regime a Pyongyang è la soluzione», ha ammesso John Nagl, presidente del Center for a New American Security (think tank da cui Obama ha preso uomini e idee), a Il Foglio: «Non c'è contraddizione con il resto della politica estera della Casa Bianca, perché Kim Jong Il sta commettendo un genocidio nei confronti del suo popolo». Finalmente se ne sono accorti. Chissà che nel destino di Obama non ci sia di portare la democrazia ai confini della Cina, riunificando le due coree.
Le dichiarazioni di Obama a Parigi, la settimana scorsa: non intendo continuare con «una politica che premia le provocazioni» e ripenserò «in modo approfondito al modo di procedere sulla questione... Non credo che si debba dare per scontato che continueremo sulla linea del passato, quella secondo cui la Corea del Nord destabilizza costantemente la regione e noi reagiamo sempre allo stesso modo, premiandoli». Le parole del segretario alla Difesa, Robert Gates: «Sono stanco di comprare due volte lo stesso cavallo». «Clinton c'è cascato una volta, Bush un'altra. Non ci cascheremo anche noi», ha detto un anonimo della Casa Bianca citato dal New York Times, il giornale - fa bene a ricordare Rocca - «attraverso cui Obama conduce la sua politica estera».
Altri funzionari hanno detto al NYT che «Obama ha già deciso di non offrire più nuovi incentivi per smantellare il complesso nucleare di Yongbyon che i nordcoreani avevano già promesso di abbandonare tre volte». Il team di sicurezza nazionale di Obama, scrive Rocca citando il quotidiano, «ha cambiato scenario».
«Si è reso conto, come ha sempre detto John Bolton, che la priorità di Pyongyang non è quella di ricattare per ottenere soldi, cibo, petrolio, ma quella di essere riconosciuta come la capitale di uno stato nucleare. Gli uomini di Obama, soprattutto, hanno fatto trapelare al Times che la nuova interpretazione della Casa Bianca dei continui test militari nordocoreani è che siano una specie di spot pubblicitario del regime, il modo di Kim Jong Il di esporre la propria merce sul mercato globale e provare a venderla a chiunque sia interessato ad acquistare tecnologia nucleare».E «questo cambia interamente la dinamica del nostro approccio», avrebbe detto al NYT un altro consigliere per la sicurezza nazionale.
Secondo Rocca, la condanna delle due giornaliste «ha soltanto messo la sordina a un cambio di strategia che a Washington è già in via di esecuzione». C'è da augurarselo. L'amministrazione, osserva Rocca, «non ha soltanto elevato il tono della voce, si sta impegnando ad ampio raggio con una serie di misure diplomatiche e militari per accerchiare» la Corea del Nord: stretta alle sanzioni; embargo finanziario da parte della Corea del Sud; e, con l'aiuto della Cina, fermare le spedizioni aeree e navali nordcoreane sospettate di portare armi o tecnologia nucleare.
Il rischio, visto che Pyongyang da tempo ha fatto sapere che considererebbe il blocco navale «un atto di guerra», è uno scontro aperto. Per questo Cina e Russia «tentennano nel dare il sostegno alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, presentata dagli americani, che autorizza esplicitamente a fermare i cargo norcoreani». Secondo la ricostruzione del NYT, scrive Rocca, «stanno cercando di convincere i cinesi che senza un loro coinvolgimento diretto l'America sarà costretta ad aumentare la presenza militare nella regione e, probabilmente, a non poter più fermare le richieste giapponesi di dotarsi anche loro di un arsenale nucleare». Quella di Obama è una vera svolta, o sono solo minacce per provare a smascherare l'ennesimo bluff di Kim? Lo vedremo nelle prossime settimane.
«Il cambio di regime a Pyongyang è la soluzione», ha ammesso John Nagl, presidente del Center for a New American Security (think tank da cui Obama ha preso uomini e idee), a Il Foglio: «Non c'è contraddizione con il resto della politica estera della Casa Bianca, perché Kim Jong Il sta commettendo un genocidio nei confronti del suo popolo». Finalmente se ne sono accorti. Chissà che nel destino di Obama non ci sia di portare la democrazia ai confini della Cina, riunificando le due coree.
Wednesday, May 20, 2009
Se l'Iran segue l'esempio della Corea del Nord
Più che profetico John Bolton nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal. Mentre suggerisce di «tenersi pronti per un altro test nucleare nordcoreano», avvertendo che «l'Iran potrebbe presto seguire l'esempio di Pyongyang», ecco che arriva l'annuncio di Ahmadinejad: testato con successo un nuovo missile terra-terra, il Sejil-2. Con gittata 2 mila km, sarebbe in grado di raggiungere sia Israele che le basi Usa nel Golfo persico. Sembra tanto un primo segnale di chiusura all'invito al dialogo avanzato da Obama, ma potrebbe essere solo la propaganda di Ahmadinejad per farsi rieleggere.Nell'ottobre 2006, ricorda comunque Bolton, la Corea del Nord ha conseguito «un incredibile successo diplomatico» grazie alla sua «belligeranza». Il suo primo test nucleare portò alla ripresa dei colloqui a sei, guadagnando ulteriore tempo per il suo programma nucleare. Ora Kim Jong Il si prepara a seguire lo stesso «copione». Ad aprile ha lanciato il missile Taepodong-2 e Gary Samore, funzionario del Consiglio per la sicurezza nazionale, ha recentemente confermato che un secondo test nucleare è probabilmente in programma.
Un secondo test dopo quello del 2006 avrebbe potuto causare la fine dei colloqui, ma finora dall'amministrazione Obama non è trapelata nessuna minaccia in questo senso. Anzi, nonostante le provocazioni di Pyongyang, l'inviato speciale Bosworth ha ribadito che gli Stati Uniti «sono impegnati per il dialogo» e «ovviamente interessati a tornare al tavolo del negoziato appena possibile». Precisamente ciò che la Corea del Nord vuole.
«Se il prossimo test non porrà fine ai colloqui a sei - avverte Bolton - Kim concluderà a ragione che non corre alcun pericolo non smantellando il suo programma di armamenti» e che la sua tattica funziona. Il «vero mistero - secondo Bolton - è perché le nostre amministrazioni - sia repubblicane che democratiche - non hanno ancora imparato che la loro fiducia nei colloqui a sei è mal riposta». «Svincolare» un secondo test nucleare dalla continuazione o meno dei colloqui a sei «darà semplicemente a Kim il permesso di procedere».
Dialogo senza dover sospendere i propri piani è esattamente ciò che vogliono. «L'Iran e le altre aspiranti potenze nucleari arriveranno esattamente alla stessa conclusione: i negoziati come i colloqui a sei [con la Corea del Nord] sono una farsa e riflettono il continuo crollo della risolutezza americana». L'«accondiscendenza» Usa nei confronti di un secondo test nucleare nordcoreano indurrà Teheran ad adottare la stessa strategia di successo di Pyongyang, prevede Bolton. Ma a quanto pare gli iraniani hanno imparato più in fretta e non hanno avuto bisogno di aspettare il secondo test nordcoreano. «E' arrivato il momento per l'amministrazione Obama - conclude Bolton - di porre fine al copione di Kim Jong Il. Altrimenti, meglio tenerci pronti ad un Iran nucleare».
Tuesday, October 28, 2008
Volantini sul gulag nordcoreano
Gli Stati Uniti hanno da poco cancellato la Corea del Nord dalla lista degli stati sponsor del terrorismo, ottenendo in cambio da Pyongyang vaghe promesse sulla possibilità di verificare l'effettivo disarmo nucleare, in base a un accordo che in questi ultimi giorni di mandato per l'amministrazione Bush passa per un successo diplomatico, ma che altro non è che un cedimento gravido di conseguenze negli sforzi contro la proliferazione nucleare.
Ieri la Corea del Nord ha minacciato «di ridurre in macerie» la Corea del Sud. «Le autorità fantoccio farebbero bene a tenere a mente che un nostro attacco preventivo ridurrà ogni cosa in macerie», hanno tuonato le forze armate nordcoreane. «E sarà una guerra giusta... per edificare su di esse uno stato indipendente e riunificato». Le minacce di Pyongyang giungono in reazione a un nuovo lancio, nei giorni scorsi, da parte di attivisti sudcoreani di oltre 100 mila volantini anti-regime trasportati oltre confine legati a dei palloncini. Una pratica che va avanti da anni. Evidentemente questi volantini, di plastica, che recano scritte con inchiostro resistente all'acqua, arrivano a destinazione, toccando i nervi scoperti del regime. Informano i nordcoreani della cattiva salute del loro "caro leader", incitandoli a rivoltarsi. Alcuni contengono anche riso e un biglietto da un dollaro, o da 10 yuan, che corrispondono allo stipendio medio di un mese in Corea del Nord.
Pyongyang ha intimato al governo di Seul di smettere di «disseminare volantini e diffondere menzogne». Ma l'attuale presidente sudcoreano, il conservatore Lee Myung-Bak, ha risposto con fermezza che i volantini non hanno nulla a che fare con il governo, e annunciando l'intenzione di legare i regolari aiuti diretti al Nord ai progressi nel disarmo nucleare.
Il precario stato di salute del dittatore nordcoreano Kim Jong-Il continua a tenere impegnate le intelligence di mezzo mondo. Colpito da un ictus in agosto, sarebbe ricoverato in ospedale ma ancora in grado di prendere decisioni. «Penso che l'intelligence di varie nazioni sia d'accordo nel ritenere che mentre le sue condizioni non sono molto buone, è improbabile che non sia in grado di prendere alcuna decisione, e quindi che non ci saranno altre mosse», ha riferito il premier giapponese, Taro Aso, in Parlamento, citando informazioni dei servizi segreti. Anche secondo il presidente sudcoreano, il "caro leader" detiene ancora il potere e non si intravedono cambiamenti da attribuire alle sue condizioni di salute.
Ma in un paese totalitario il momento della successione al potere è delicato e imperscrutabile dall'esterno. A Washington, così come a Seul, cresce la preoccupazione per una imminente crisi del regime. «Il mondo non dovrebbe temere il crollo della Corea del Nord», sostengono invece Nicholas Eberstadt e John R. Bolton: «La stabilità di una dittatura criminale e crudele, dotata di armi nucleari, è davvero qualcosa cui dobbiamo tenere al di sopra di ogni possibile alternativa?» Certo, la crisi del regime pone grandi sfide, soprattutto alla Corea del Sud e agli Usa. Innanzitutto, «l'incubo» che le armi atomiche finiscano nelle mani sbagliate e che l'esercito nordcoreano sia fuori controllo. Ma anche le conseguenze umanitarie ed economiche di un ipotetico collasso, uno «tsunami» di milioni di rifugiati e l'impatto socio-economico della riunificazione nel medio-lungo termine. Ma rimarrebbe una «preziosa opportunità per riunificare la penisola coreana sotto un unico governo democratico, o almeno per avvicinarsi a questo obiettivo», ricordano Eberstadt e Bolton.
Ieri la Corea del Nord ha minacciato «di ridurre in macerie» la Corea del Sud. «Le autorità fantoccio farebbero bene a tenere a mente che un nostro attacco preventivo ridurrà ogni cosa in macerie», hanno tuonato le forze armate nordcoreane. «E sarà una guerra giusta... per edificare su di esse uno stato indipendente e riunificato». Le minacce di Pyongyang giungono in reazione a un nuovo lancio, nei giorni scorsi, da parte di attivisti sudcoreani di oltre 100 mila volantini anti-regime trasportati oltre confine legati a dei palloncini. Una pratica che va avanti da anni. Evidentemente questi volantini, di plastica, che recano scritte con inchiostro resistente all'acqua, arrivano a destinazione, toccando i nervi scoperti del regime. Informano i nordcoreani della cattiva salute del loro "caro leader", incitandoli a rivoltarsi. Alcuni contengono anche riso e un biglietto da un dollaro, o da 10 yuan, che corrispondono allo stipendio medio di un mese in Corea del Nord.
Pyongyang ha intimato al governo di Seul di smettere di «disseminare volantini e diffondere menzogne». Ma l'attuale presidente sudcoreano, il conservatore Lee Myung-Bak, ha risposto con fermezza che i volantini non hanno nulla a che fare con il governo, e annunciando l'intenzione di legare i regolari aiuti diretti al Nord ai progressi nel disarmo nucleare.
Il precario stato di salute del dittatore nordcoreano Kim Jong-Il continua a tenere impegnate le intelligence di mezzo mondo. Colpito da un ictus in agosto, sarebbe ricoverato in ospedale ma ancora in grado di prendere decisioni. «Penso che l'intelligence di varie nazioni sia d'accordo nel ritenere che mentre le sue condizioni non sono molto buone, è improbabile che non sia in grado di prendere alcuna decisione, e quindi che non ci saranno altre mosse», ha riferito il premier giapponese, Taro Aso, in Parlamento, citando informazioni dei servizi segreti. Anche secondo il presidente sudcoreano, il "caro leader" detiene ancora il potere e non si intravedono cambiamenti da attribuire alle sue condizioni di salute.
Ma in un paese totalitario il momento della successione al potere è delicato e imperscrutabile dall'esterno. A Washington, così come a Seul, cresce la preoccupazione per una imminente crisi del regime. «Il mondo non dovrebbe temere il crollo della Corea del Nord», sostengono invece Nicholas Eberstadt e John R. Bolton: «La stabilità di una dittatura criminale e crudele, dotata di armi nucleari, è davvero qualcosa cui dobbiamo tenere al di sopra di ogni possibile alternativa?» Certo, la crisi del regime pone grandi sfide, soprattutto alla Corea del Sud e agli Usa. Innanzitutto, «l'incubo» che le armi atomiche finiscano nelle mani sbagliate e che l'esercito nordcoreano sia fuori controllo. Ma anche le conseguenze umanitarie ed economiche di un ipotetico collasso, uno «tsunami» di milioni di rifugiati e l'impatto socio-economico della riunificazione nel medio-lungo termine. Ma rimarrebbe una «preziosa opportunità per riunificare la penisola coreana sotto un unico governo democratico, o almeno per avvicinarsi a questo obiettivo», ricordano Eberstadt e Bolton.
Thursday, February 15, 2007
Di nuovo nella trappola di Kim Jong Il
Il fatto che appena quattro mesi dopo il primo test nucleare Pyongyang abbia accettato di chiudere gli impianti atomici di Yongbyon e iniziare a smantellare gli altri in cambio di un pacchetto di aiuti di 300 milioni di dollari non depone a favore della credibilità dell'accordo che viene venduto oggi, come altri in passato, come un grande successo della diplomazia multilaterale americana.
Come John Bolton, l'ex ambasciatore Usa all'Onu, il Wall Street Journal, Fred Kaplan, su Slate, ma anche analisti esperti di Corea del Nord come Nicholas Eberstadt e Graham Allison, hanno sottolineato, Bush potrebbe essere finito nella stessa trappola in cui finì Clinton: i ricatti nordcoreani sono stati premiati e ciò rende probabile un nuovo ricatto. E' così che da oltre un decennio Kim Jong Il mantiene in vita artificialmente il suo regime-gulag. Inoltre, altri paesi saranno incoraggiati a inseguire il nucleare, poiché non vi sono controindicazioni, anzi, prima o poi «premi economici» sembrano garantiti.
Come John Bolton, l'ex ambasciatore Usa all'Onu, il Wall Street Journal, Fred Kaplan, su Slate, ma anche analisti esperti di Corea del Nord come Nicholas Eberstadt e Graham Allison, hanno sottolineato, Bush potrebbe essere finito nella stessa trappola in cui finì Clinton: i ricatti nordcoreani sono stati premiati e ciò rende probabile un nuovo ricatto. E' così che da oltre un decennio Kim Jong Il mantiene in vita artificialmente il suo regime-gulag. Inoltre, altri paesi saranno incoraggiati a inseguire il nucleare, poiché non vi sono controindicazioni, anzi, prima o poi «premi economici» sembrano garantiti.
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