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Friday, November 06, 2009

Il problema di D'Alema si chiama D'Alema

Fanno cadere le braccia, sono insopportabili, editoriali come quello di oggi di Mario Calabresi, dove tutte le argomentazioni sono piegate in funzione del mero posizionamento politico, direi persino personale dell'autore. Solo alla fine dell'editoriale si comprende dove vuole andare a parare con le sue arrampicate sugli specchi. In breve, distorcendo di qua, enfatizzando di là, Calabresi vuole dire che se D'Alema non dovesse riuscire a diventare ministro degli Esteri dell'Ue sarà a causa della «diffidenza americana» nei confronti dell'Italia (e non, caso mai, di D'Alema, che per l'impegno in Kosovo e per l'Unifil agli occhi di Calabresi passa per affidabile filoamericano, non curandosi di tutto il resto). E chi, secondo Calabresi, ha provocato questa «diffidenza» che ora si starebbe per ritorcere contro l'innocente D'Alema? Berlusconi, ovviamente, e indirettamente anche George W. Bush, con il suo uso della extraordinary rendition, che ha "costretto" il tribunale di Milano a condannare gli agenti Cia coinvolti nel caso Abu Omar, irritando così l'amministrazione Obama. E' colpa di Bush, è il contorto ragionamento di Calabresi, se oggi alla Casa Bianca sono «delusi» dall'Italia e per punirci ostacolano la nomina di D'Alema a Bruxelles.

Pazienza se questa pratica è stata introdotta da Clinton, e se Obama ha già deciso di continuare ad avvalersene. Certo, le condanne di Milano aprono un «capitolo spinoso» per Obama, che non può permettersi di avere in giro per l'Europa e per il mondo agenti timorosi e poco motivati. Ma il problema non è forse la procura di Milano, che ha testardamente continuato la sua crociata contro la guerra al terrorismo di Bush anche quando è emerso chiaramente che gli agenti Cia operavano con la piena collaborazione, e sotto la responsabilità, delle autorità italiane ai massimi livelli? Calabresi condanna «i comportamenti illegali dell'amministrazione guidata da Bush e Cheney», mentre con grande faccia tosta celebra l'America di Obama che «si impegna a non violare più i diritti civili in nome della sicurezza», quasi sorvolando sul fatto centrale che le extraordinary rendition continueranno anche con Obama.

Il procedimento, dovuto da parte della magistratura milanese, avrà «ripercussioni nelle relazioni tra i due Paesi», secondo Calabresi, che punta l'indice sul comportamento «confuso e ingiusto» della politica italiana. La Cia si muoveva all'interno di un quadro concordato con le autorità italiane nell'ambito della lotta al terrorismo, come dimostra il segreto di Stato opposto sia dal governo Berlusconi che dal governo Prodi. Incurante di questo non piccolo particolare - poiché in Italia vige l'obbligatorietà dell'azione penale, che si trasforma in arbitrio delle procure, le quali non rispondono ad alcuno del loro operato - la Procura è andata avanti. Ma a Washington sanno bene che il governo non può nulla sul potere giudiziario e saranno grati al governo che non inoltrerà mai richieste di estradizione. Dunque, quello della sentenza di Milano non è un colpo inferto ai rapporti politico-diplomatici tra Roma e Washington, quanto semmai alla collaborazione tra intelligence e forze dell'ordine nella lotta al terrorismo, e rende sia loro che noi un po' meno sicuri, come spiega il Wall Street Journal.

Non poteva mancare, poi, un riferimento alle divergenze tra Italia e Usa sui nostri rapporti con la Russia e la Libia. Ma si dimentica da un lato che è stato proprio Obama a spingere il famoso pulsante di "reset" con Mosca, dall'altro, che i rapporti tra Usa e Libia si sono ormai normalizzati. Riguardo il sostegno italiano ai progetti di gasdotti russi (North e South Stream) anziché al Nabucco, non si dimentichi che siamo in buona compagnia in Europa. Insomma, al di là del merito delle politiche del nostro governo (comunque bipartisan, avallate a suo tempo anche da D'Alema), si tratta di divergenze a mio modo di vedere spesso enfatizzate dai media. Non so se D'Alema ce la farà o no, né se Washington eserciterà delle pressioni contro questo o quel candidato (non credo proprio), ma una cosa è certa: come ha spiegato bene l'ambasciatore polacco a Bruxelles ieri, il problema di D'Alema si chiama D'Alema, il suo passato comunista e il suo record antiamericano e anti-israeliano, filo-arabo, filo-Hezbollah e filo-Hamas.

Contributo interessante invece è quello scritto a quattro mani da Emma Bonino e Marta Dassù per il Corriere della Sera, sul futuro delle relazioni transatlantiche. Avvertendo come un pericolo «lo spostamento degli equilibri globali verso l'asse transpacifico a spese di quello transatlantico», il cosiddetto G2 Usa-Cina, la tesi di Bonino-Dassù è che «gli europei abbiano ancora delle carte da giocare per restare nel gioco - se solo volessero. Se solo volessero, insomma, guardare a un G3». In fin dei conti, «l'area economica transatlantica resta, per ora, l'area più vasta, più ricca e più integrata del mondo», l'Europa è ancora una «potenza commerciale» e l'euro è forte, quindi «un G3 economico non è impossibile da immaginare».

Eppure per gli Stati Uniti, e per Obama (il primo presidente Usa «postatlantico»), l'Europa è sempre più marginale, rischia di ridursi a potenza regionale, magari legata a un rapporto preferenziale con la Russia. E' questo il rischio da scongiurare. E qui entra in gioco un rapporto dello European Council on Foreign Relations, secondo cui agli Usa di un'Europa «in ordine sparso non gli importa granché», non sanno che farsene. Per riconquistare le attenzioni e l'interesse di Washington serve un'Europa «post-americana», «l'Europa - così sintetizzano Bonino e Dassù - riuscirà a maturare, come attore internazionale, solo emancipandosi da un rapporto ancora troppo subalterno con l'altra sponda dell'Atlantico». Dunque, «l'autonomia come condizione per la rilevanza. E la rilevanza come condizione per salvare un'alleanza occidentale che dovrà essere meno squilibrata - e quindi più utile agli Stati Uniti - o non sarà più».

«D'accordo a grandi linee e in parte», si dicono Bonino e Dassù. E' vero, come osservano, che alcuni degli assunti sono discutibili (viviamo davvero in un mondo «post-americano»?), ma soprattutto si chiedono: «Si può dare per scontato che l'Europa non abbia più bisogno, in termini di sicurezza, della protezione americana?». Ma a me pare - da quanto riportano le due autrici, perché non ho letto il rapporto dell'ECFR - che proprio questo si chieda all'Europa: è finita da tempo l'epoca della Guerra Fredda, deve mettersi in grado di proteggersi da sola, senza l'aiuto dello zio Sam. Ciò significa meno assistenzialismo, meno welfare, e più spesa militare. Si può essere d'accordo o meno con questa richiesta, ma non far finta che non sia questa la questione sul tappeto se vogliamo avere un ruolo come Europa sulla scena mondiale futura. Altrimenti, possiamo decidere che ci va bene essere una potenza regionale dipendente dagli Usa, ma in questo caso scordiamoci di evitare un futuro da ruota di scorta.

«Come invito a pensare senza troppi tabù - ammettono Bonino e Dassù - il punto di partenza che ci viene sottoposto è utile». Ma non è solo utile, è anche il punto di arrivo: sia con Bush che con Obama gli Usa si sono stufati di un'Europa che chiede protezione, delega sui temi della sicurezza, vuole sentirsi «speciale», e poi si permette anche di criticare e fare la morale agli Usa. Poteva andar bene durante la Guerra Fredda, ma ora non più. L'Europa deve assumersi le proprie responsabilità se vuole che il rapporto transatlantico abbia un futuro. E ciò significa, care Bonino e Dassù, unione politica e spesa militare.

Thursday, November 05, 2009

Le procure in guerra contro la guerra al terrorismo

Su il Velino

Delusione e disappunto hanno espresso il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Ian Kelly, e un portavoce del Pentagono, per la condanna di 22 agenti della Cia e di un colonnello dell'aviazione Usa per il "rapimento" su territorio italiano del sospetto terrorista Hassan Mustafa Osama Nasr (Abu Omar). Una reazione che rivela il malcontento dell'amministrazione Usa, ma cauta, nella consapevolezza che il potere giudiziario in Italia è indipendente dal governo. Nessun danno, quindi, nei rapporti politici tra Roma e Washington, ma con ogni probabilità, anche se i condannati non sconteranno neanche un giorno di carcere, un colpo inferto alla cooperazione tra i due Paesi nella lotta al terrorismo. Duramente critico nei confronti della sentenza, per quanto riguarda questo aspetto, il Wall Street Journal. In uno dei suoi editoriali, dal titolo emblematico «La guerra contro la guerra al terrorismo», ricordando che il procuratore Armando Spataro «si è fatto le ossa dando la caccia alle Brigate rosse», definisce la condanna in contumacia degli agenti Cia «un'altra discutibile pietra miliare nella guerra giudiziaria contro la guerra al terrorismo».

(...) «a prescindere dai particolari, sarebbe un errore per le anime belle d'Europa rallegrarsi per le condanne di ieri». Infatti, «se gli agenti di intelligence americani non possono cooperare con le controparti europee senza temere di venire arrestati - avverte il WSJ - allora sia l'America che l'Europa sono meno sicure»... «Persone innocenti rischiano alla fine di pagare per la "vittoria" di Spataro».
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Sunday, March 04, 2007

L'irresponsabilità europea

«Che Nato è se gli alleati mettono sotto inchiesta gli americani dopo un'operazione congiunta?» Se lo chiede in un editoriale di oggi il Wall Street Journal, che torna sul caso Abu Omar, un ordinario caso di "extraordinary rendition", che vede sotto accusa della Procura di Milano agenti della Cia.

Un'operazione che «avrebbe dovuto essere un modello per la cooperazione transatlantica contro il terrorismo» sta diventando un esempio di come «i politici europei stanno lavorando contro gli Stati Uniti, sabotando la lotta contro il terrorismo islamico e mettendo a rischio l'Alleanza atlantica».

Nessuno contesta la pericolosità dell'imam, tanto che la stessa Procura di Milano ha spiccato contro di lui un mandato di cattura per terrorismo. Riprendendo il New York Times, il WSJ ricorda che gli americani lo volevano fuori gioco perché sospettavano che stesse organizzando un attentato all'ambasciata Usa a Roma, ma le autorità italiane non erano pronte ad arrestarlo.

Nessuno però può seriamente sostenere che gli agenti della Cia abbiano operato senza che i servizi segreti e il governo italiani ne fossero a conoscenza, il che li pone sotto un'immunità garantita dagli accordi fra i due alleati. Ecco perché quella di Spataro viene definita «un'azione ostile» nei confronti degli Stati Uniti.

L'«appropriata risposta» del Governo Prodi, continua il quotidiano Usa, dovrebbe essere un fermo annuncio che verrebbe rigettata qualsiasi richiesta di estradizione. Dopo il voto di fiducia ora Prodi ha un'altra occasione per adempiere gli obblighi previsti dal trattato con gli Usa.

Il WSJ denuncia il «doppio gioco» dei leader europei dopo l'11 settembre, che collaborano con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, «mentre pubblicamente condannano i metodi americani» alimentando l'anti-americanismo.

Thursday, February 15, 2007

L'Europa del "lasciateci in pace"

CiaE' l'Europa del "lasciateci in pace, siamo anti-americani", quella che ieri, al Parlamento europeo, ha approvato a larga maggioranza il rapporto Fava sulle "extraordinary renditions" e in generale sull'attività anti-terrorismo della Cia nei paesi dell'Ue. Cantor sulla questione ci segnala la testimonianza di Jas Gawronsky, che racconta su La Stampa la sua esperienza all'interno della commissione parlamentare europea che per un anno ha indagato sull'«uso dei paesi europei da parte della Cia per il trasporto e la detenzione illegale di prigionieri». Ieri, inoltre, Gawronsky è stato anche intervistato da Radio Radicale.

Si parla di voli e prigioni segreti della Cia in Europa. Ci auguriamo che il rapporto steso dalla Commissione indichi con precisione quando, dove e come questi voli hanno avuto luogo e l'esatta ubicazione di queste prigioni. E, inoltre, che sia in grado di provare che questi voli e prigioni segreti non rientrino in accordi bilaterali di collaborazione nella lotta al terrorismo che i governi europei abbiano ritenuto di sottoscrivere con gli Stati Uniti e di "coprire" per motivi di sicurezza nazionale secondo le loro legittime prerogative.

Se il rapporto non risponde con precisione a tali quesiti, di che cosa stiamo parlando? Di un manifesto ideologico? Di un'operazione politica per indicare negli Stati Uniti i principali violatori dei diritti umani?

«Quando i terroristi sono ricercati per la violazione di leggi Usa e si trovano all'estero, il loro rientro dovrà essere una materia prioritaria e l'argomento centrale nelle relazioni bilaterali con qualsiasi paese che li ospiti o li assista: nel caso in cui stessimo richiedendo l'estradizione di un terrorista e lo stato che lo ospita non fornisse un adeguato supporto, allora adotteremo le misure più appropriate per ottenere la collaborazione necessaria. In ogni caso il rientro forzato dei sospetti può essere effettuato senza la cooperazione del governo che li ospita applicando le procedure previste dal National Security Directive n.77 che rimangono in vigore».
Firmato George W. Bush? No, Bill J. Clinton, il 21 giugno 1995. Il «rientro forzato dei sospetti» è regolato dalla Direttiva 77, emanata da George Bush padre nel gennaio 1993.

Altro che legislazione emergenzialista post-11 settembre. Una misura bipartisan diretta conseguenza del primo attacco del terrorismo islamico sul suolo americano: l'esplosione di una bomba nei sotterranei del WTC, che avrebbe potuto provocare il crollo dei due grattacieli con otto anni di anticipo.

Il dispositivo legale delle "extraordinary renditions" fu fornito dal Procuratore generale degli Stati Uniti fin dal 1989, su richiesta dell'Fbi. Il parere, che ha valore normativo, conferisce all'Fbi il compito «di indagare e arrestare soggetti che abbiano violato le leggi statunitensi anche se le azioni condotte dall'Fbi dovessero risultare in contrasto con le leggi internazionali. Le attività da condurre all'estero, qualora debitamente autorizzate dalle leggi nazionali statunitensi, non possono essere bloccate nel caso violino trattati non ratificati o già in vigore come l'articolo 2 della Carta delle Nazioni unite. Un arresto effettuato in contrasto con la legge internazionale o di un paese estero non viola il quarto emendamento» (della Costituzione Usa).

Se si citano le pronunce della Corte suprema Usa, occorrerà notare che non hanno come oggetto la chiusura o meno delle cosiddette prigioni segrete, né di Guantanamo, ma lo status giuridico del prigioniero, vero rompicapo giuridico da risolvere in una guerra senza divise e senza stati ma su cui gli europei preferiscono chiudere gli occhi: più comodo emettere proclami di moralistico sdegno, e per i governi più pratico combattere il terrorismo con l'intelligence ma quasi vergognandosene.

Ben più del rapporto Fava, quindi, per comprendere esattamente di cosa si sta parlando, bisogna guardare all'inchiesta sulla "extraordinary rendition" italiana, quella sul caso Abu Omar. Il Governo ha accusato la Procura di Milano di aver violato il segreto di stato su una questione di sicurezza. Lo ha spiegato al Parlamento non Berlusconi, ma il vicepresidente del Consiglio Rutelli, rendendo noto che nei confronti di questa violazione il governo ha aperto un conflitto di con la procura milanese presso la Corte costituzionale.

Spetta alla Consulta adesso stabilire se sia prevalente l'interesse alla sicurezza nazionale tutelato dal lavoro "in copertura" dei servizi segreti, sotto la responsabilità dei governi, o all'accertamento di ipotesi di reato.