Anche sul Wall Street Journal il paragone Hula-Srebrenica e un duro atto d'accusa nei confronti dell'Onu e dell'amministrazione Obama (qui il mio post di ieri): la «Srebrenica siriana» e «l'Onu di nuovo complice di un massacro».
La condanna del Consiglio di Sicurezza è «incompleta», esordisce il quotidiano Usa: «Avrebbe dovuto includere il Consiglio stesso, per aver fornito la copertura diplomatica che ha permesso al governo Assad di continuare le sue uccisioni». Sotto accusa anche Annan, che «come ex segretario generale Onu è perfettamente allenato nel compiacere i dittatori. La sua tregua - continua il WSJ - è servita solo a far guadagnare tempo al regime di Assad per reprimere i rifugi ribelli a Homs e perpetrare il massacro di Houla».
«L'Onu è complice del massacro di Houla quanto lo fu quando i suoi caschi blu olandesi assistettero e non fecero niente mentre i serbi massacravano migliaia di bosniaci a Srebrenica nel 1995».
Ma il WSJ non assolve nemmeno l'amministrazione Obama, che ha dato via libera al piano Annan «per non dover organizzare una coalizione di volenterosi per intervenire in Siria al di fuori del mandato Onu». Almeno in Libia - conclude - alla fine Obama led from behind. In Siria, invece, sta semplicemente following from behind l'Onu che «è diventata complice di Assad».
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Tuesday, May 29, 2012
Monday, May 28, 2012
Nuova strage, vecchio scandalo: l'Onu
Dietro l'ennesima strage in Siria c'è un vecchio scandalo: l'Onu. L'Onu ormai strumento delle dittature grandi e piccole, sempre più paravento dietro cui si perpetrano i più gravi crimini contro l'umanità. E scusate, ma questo è uno dei più grandi scandali planetari, che solo il sonno ideale in cui versa l'Occidente impedisce di denunciare con la forza che meriterebbe.
Non fa neanche più notizia che il Consiglio di Sicurezza non riesca a votare una risoluzione sulla strage di Hula per i soliti veti russi e cinesi. L'Onu «condanna», si legge sui giornali e si sente in tv, ma in realtà la dichiarazione, non vincolante, della presidenza di turno del Consiglio (Azerbaigian!) è al massimo una "semi-condanna", nella quale si allude ad una possibile estraneità del regime di Assad.
Hula come Srebenica, come Sarajevo; in Siria come in Bosnia. Dove c'è Onu ci sono massacri, è matematico. Con i caschi blu che stanno a guardare, scattano foto, compilano inutili e penosi rapporti. Processi di pace e missioni diplomatiche che in realtà fanno il gioco dei dittatori, funzionali alle loro repressioni sanguinarie. Come si può pretendere di proteggere i civili praticando l'equidistanza politica tra regime e ribelli, tra aggressori e vittime?
Ritorna la domanda: ha ancora senso l'Onu? Non è giunto forse il momento di rottamare l'Onu, o almeno certa casta onusiana, di cui Kofi Annan è la massima e più rivoltante espressione? Ancora lui nonostante tutti i malaffari? Vittima ingenua dei raggiri di Assad o piuttosto complice? La Russia può facilmente nascondersi dietro il suo piano, dire di non appoggiare Assad ma di sostenere il piano Annan, ben sapendo che in realtà quest'ultimo fa proprio il gioco di Damasco.
L'altra chiave di lettura della crisi siriana è l'assenza della leadership americana. I tentennamenti, i "flip flop" dell'amministrazione Usa già visti in occasione della crisi iraniana, poi di quella egiziana e infine libica. Chi alla Casa Bianca ha avuto il coraggio e la lungimiranza di "scavalcare" l'Onu è stato dileggiato e disprezzato dai benpensanti. Oggi invece totale fiducia nel genio diplomatico e nel Nobel per la pace Obama, che procede caso per caso, senza strategia, senza visione, toppa dopo toppa. In Libia sì all'intervento - con colpevole ritardo - perché con Gheddafi si poteva vincere facile, senza boots on the ground (e nonostante questo si è rischiato lo smacco), mentre per deporre Assad bisognerebbe vedersela con Russia, Iran, Hezbollah, avversari veri insomma, non beduini. La toppa per la Siria sarebbe la cosiddetta "opzione yemenita", ovvero una transizione interna al regime favorita da una mediazione araba. Innanzitutto, nello Yemen il giudizio sull'esperimento è sospeso, non essendo ancora chiaro se sarà in grado di produrre un cambiamento pacifico ma reale, o se piuttosto permetterà nella sostanza di salvare lo status quo. Ma la Siria di tutta evidenza non è lo Yemen. Niente di più facile che la Yemenskii Variant, come guarda caso l'hanno ribattezzata a Mosca, possa apparire inizialmente un successo diplomatico americano salvo poi, nella sostanza, rivelarsi la più tipica delle normalizzazioni.
Non fa neanche più notizia che il Consiglio di Sicurezza non riesca a votare una risoluzione sulla strage di Hula per i soliti veti russi e cinesi. L'Onu «condanna», si legge sui giornali e si sente in tv, ma in realtà la dichiarazione, non vincolante, della presidenza di turno del Consiglio (Azerbaigian!) è al massimo una "semi-condanna", nella quale si allude ad una possibile estraneità del regime di Assad.
Hula come Srebenica, come Sarajevo; in Siria come in Bosnia. Dove c'è Onu ci sono massacri, è matematico. Con i caschi blu che stanno a guardare, scattano foto, compilano inutili e penosi rapporti. Processi di pace e missioni diplomatiche che in realtà fanno il gioco dei dittatori, funzionali alle loro repressioni sanguinarie. Come si può pretendere di proteggere i civili praticando l'equidistanza politica tra regime e ribelli, tra aggressori e vittime?
Ritorna la domanda: ha ancora senso l'Onu? Non è giunto forse il momento di rottamare l'Onu, o almeno certa casta onusiana, di cui Kofi Annan è la massima e più rivoltante espressione? Ancora lui nonostante tutti i malaffari? Vittima ingenua dei raggiri di Assad o piuttosto complice? La Russia può facilmente nascondersi dietro il suo piano, dire di non appoggiare Assad ma di sostenere il piano Annan, ben sapendo che in realtà quest'ultimo fa proprio il gioco di Damasco.
L'altra chiave di lettura della crisi siriana è l'assenza della leadership americana. I tentennamenti, i "flip flop" dell'amministrazione Usa già visti in occasione della crisi iraniana, poi di quella egiziana e infine libica. Chi alla Casa Bianca ha avuto il coraggio e la lungimiranza di "scavalcare" l'Onu è stato dileggiato e disprezzato dai benpensanti. Oggi invece totale fiducia nel genio diplomatico e nel Nobel per la pace Obama, che procede caso per caso, senza strategia, senza visione, toppa dopo toppa. In Libia sì all'intervento - con colpevole ritardo - perché con Gheddafi si poteva vincere facile, senza boots on the ground (e nonostante questo si è rischiato lo smacco), mentre per deporre Assad bisognerebbe vedersela con Russia, Iran, Hezbollah, avversari veri insomma, non beduini. La toppa per la Siria sarebbe la cosiddetta "opzione yemenita", ovvero una transizione interna al regime favorita da una mediazione araba. Innanzitutto, nello Yemen il giudizio sull'esperimento è sospeso, non essendo ancora chiaro se sarà in grado di produrre un cambiamento pacifico ma reale, o se piuttosto permetterà nella sostanza di salvare lo status quo. Ma la Siria di tutta evidenza non è lo Yemen. Niente di più facile che la Yemenskii Variant, come guarda caso l'hanno ribattezzata a Mosca, possa apparire inizialmente un successo diplomatico americano salvo poi, nella sostanza, rivelarsi la più tipica delle normalizzazioni.
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