Quello turco è un paradosso che potrebbe rivelarsi caso di scuola. Da ieri la Turchia ha una Costituzione indubbiamente più democratica, è quindi più vicina all'Europa e all'Occidente, ma proprio questo cambiamento potrebbe spalancare le porte all'islamismo e, di conseguenza, porre le premesse, in un futuro non molto lontano, per la negazione della libertà e la distruzione di quella stessa democrazia che oggi sembra formalmente più compiuta. E per di più potrebbe essere stata l'Europa, con le sue pressanti richieste ad Ankara, ad aver assestato la spinta decisiva, fungendo da grimaldello degli islamisti.
Molto dipenderà dalle reali intenzioni di Erdogan e del suo partito, ma anche no. Nel senso che, ferma restando la loro lealtà democratica, potrebbero però aver aperto un vero e proprio vaso di Pandora le cui conseguenze potrebbero rivelarsi incapaci di controllare. Solo il tempo ci dirà se la Turchia, con le sue istituzioni e la sua società, era davvero pronta, matura, per disfarsi della salvaguardia "laicista" dell'esercito e della magistratura. Certo è che una democrazia "sotto tutela" non può durare a lungo senza sfociare nell'autoritarismo, oppure incamminarsi verso una democrazia più compiuta. E quello turco è un caso che di per sé ha già qualcosa di miracoloso per la sua durata. Miracoloso che l'esercito nei suoi numerosi interventi non abbia mai superato la soglia "di non ritorno".
Quello turco è quindi anche il paradosso della democrazia come regime. Se pone in essere meccanismi e strutture troppo stringenti a propria difesa, rischia di negare se stessa; se allenta quelle "tutele", rischia di mettersi nelle mani di chi vorrebbe sovvertirla. D'altra parte, una democrazia che si rispetti deve affidarsi alla volontà popolare, non può averne paura oltremodo. (Bush nel dirsi contrario a rinviare le elezioni palestinesi del gennaio 2005, pur non ignorando la probabile affermazione di Hamas e le sue implicazioni, osservava che «se è questo che la gente pensa, allora scopriamolo»). Questo non significa che la demorazia non debba dotarsi di strumenti di autodifesa, né che bisogna arrendersi senza combattere di fronte al processo della sua dissoluzione, ma che non si può preventivamente escludere questo esito, pena la negazione di ciò che si vuole difendere, perché in ultima analisi l'essenza della democrazia è di lasciare sempre e comunque la sua sorte nelle mani dei cittadini.
La democrazia turca è quindi nelle mani dei turchi, non resta che sperare che sappiano farne buon uso e vigilare d'ora in poi su ogni concessione all'ideologia islamista. Per tutti questi problemi è miope che l'Europa abbia condizionato l'ingresso di Ankara nell'Unione al rispetto di parametri meramente "tecnici", giuridici o economici. Ora, ottenuti i cambiamenti formali che chiedeva, l'Ue dovrebbe spingere la Turchia verso Occidente anche nella sostanza della sua vita politica e sociale.
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Monday, September 13, 2010
Thursday, July 02, 2009
Re: Honduras, esercito e democrazia
Tanto siamo d'accordo sul fatto che parlare di "golpe democratico" è un ossimoro, che nel post di ieri ho premesso «per quanto può esserlo un golpe militare», ho messo tra virgolette l'attributo "democratico", osservato che ovviamente «la via più appropriata era quella legale dell'impeachment» e che dalla mossa dei militari l'unico che ha tratto vantaggio alla fine è stato proprio Chavez. Intendevo far notare però che con troppa facilità i governi europei e quello americano si sono espressi, e con quale nettezza, per nulla turbati dal trovarsi al fianco di Castro e Chavez. Il caso iraniano ha dimostrato che sono capaci di ben altre sottigliezze.
E' anche perfettamente chiaro che il modello honduregno non è il modello Westminster, e in alcuni (sia pure pochi) paesi in cui le istituzioni democratiche sono ancora fragili, storicamente l'esercito ha avuto un ruolo importante nella difesa della democrazia. Solo recentemente la Turchia sta diventando un paese più europeo per quanto riguarda il rapporto tra autorità civili e militari, ma l'esercito è stato per decenni un baluardo a difesa delle istituzioni secolari dello stato, ha impedito l'islamizzazione del paese non con la dittatura, come in Egitto, ma favorendo la democratizzazione. Ha difeso con la forza quel fragile processo democratico dai suoi nemici interni. Un intervento dell'esercito che in democrazie avanzate come le nostre non potrebbe mai essere autorizzato o tollerato, in democrazie più fragili sono le stesse costituzioni che lo prevedono per tutelare il sistema da attori - partiti islamici o caudillo - che operano al suo interno ma per scardinarlo.
Se poi, nel caso di Zelaya, si prendessero sul serio le voci secondo cui sarebbe stato lui stesso a preferire l'esilio all'impeachment e all'arresto, ciò non farebbe altro che dimostrare ulteriormente l'ingenuità e la goffaggine dei militari. I governi occidentali avrebbero dovuto sì condannare il golpe, ma anche pretendere da Zelaya l'abbandono di tutte le ambizioni plebiscitarie. Sono d'accordo che per promuovere la democrazia «la prima cosa da fare sia escludere dall'orizzonte tutto ciò che non lo è», e non vuole esserlo, ma non che dovremmo escludere dal nostro orizzonte anche ciò che le somiglia e che vorrebbe esserlo, come l'Honduras o l'Iraq.
E' anche perfettamente chiaro che il modello honduregno non è il modello Westminster, e in alcuni (sia pure pochi) paesi in cui le istituzioni democratiche sono ancora fragili, storicamente l'esercito ha avuto un ruolo importante nella difesa della democrazia. Solo recentemente la Turchia sta diventando un paese più europeo per quanto riguarda il rapporto tra autorità civili e militari, ma l'esercito è stato per decenni un baluardo a difesa delle istituzioni secolari dello stato, ha impedito l'islamizzazione del paese non con la dittatura, come in Egitto, ma favorendo la democratizzazione. Ha difeso con la forza quel fragile processo democratico dai suoi nemici interni. Un intervento dell'esercito che in democrazie avanzate come le nostre non potrebbe mai essere autorizzato o tollerato, in democrazie più fragili sono le stesse costituzioni che lo prevedono per tutelare il sistema da attori - partiti islamici o caudillo - che operano al suo interno ma per scardinarlo.
Se poi, nel caso di Zelaya, si prendessero sul serio le voci secondo cui sarebbe stato lui stesso a preferire l'esilio all'impeachment e all'arresto, ciò non farebbe altro che dimostrare ulteriormente l'ingenuità e la goffaggine dei militari. I governi occidentali avrebbero dovuto sì condannare il golpe, ma anche pretendere da Zelaya l'abbandono di tutte le ambizioni plebiscitarie. Sono d'accordo che per promuovere la democrazia «la prima cosa da fare sia escludere dall'orizzonte tutto ciò che non lo è», e non vuole esserlo, ma non che dovremmo escludere dal nostro orizzonte anche ciò che le somiglia e che vorrebbe esserlo, come l'Honduras o l'Iraq.
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