Roma deve sopportare per tre giorni questo circo di ipocrisia e vanità messo su da una delle più screditate organizzazioni internazionali che si siano mai viste: la Fao. Invece di chiedersi dove siano finiti, e cosa ne sia stato fatto, tutti i miliardi di dollari che la Fao ha preso e gestito in ben 64 anni di vita, visto che il problema della fame nel mondo non solo non accenna ad attenuarsi, ma si aggrava, assistiamo ai soliti appelli sdegnati, alla solita questua (44 miliardi di dollari per cancellare istantaneamente - vogliono farci credere - l'incubo della fame dalla faccia del pianeta), le solite tirate demagogiche sugli aiuti alle banche e sui consumi nei Paesi ricchi. Si calcola fino all'ultimo centesimo quanta spesa alimentare le famiglie nei Paesi ricchi gettano nella spazzatura, come se quella mozzarella rimasta in frigo per troppi giorni, o quel mezzo piatto di pasta in più potessero essere impacchettati e immediatamente spediti dall'altra parte del mondo (sarebbe bello - e facile!). Ma nessuno che metta sul banco degli imputati la stessa Fao e innanzitutto i governi di quei Paesi in cui si muore di fame nonostante tutti gli aiuti.
L'atto d'accusa nei confronti dell'avidità e del modello capitalistico del mondo ricco serve a nascondere le terribili responsabilità di regimi corrotti e criminali, di capi di Stato che affamano i loro popoli e vengono accolti con tutti gli onori a Roma, ai vertici Fao, per l'ennesima predica. Il vertice di quest'anno sarà ricordato per la passerella delle "lady dittatura": riempiono le prime pagine dei giornali, tra le altre, la signora Ahmadinejad, la signora Mugabe, la signora Ben Alì e la signora Mubarak. Tutta la demagogia e l'ipocrisia possibile e immaginabile, purché non si discutano né l'evidente fallimento di un modello di aiuto ai Paesi poveri, né i privilegi di cui godono i funzionari Fao. Primo tra tutti lo stesso Jacques Diouf, alla guida dell'organizzazione dal 1993, che avrà pure qualche responsabilità nei fallimenti e nelle comprovate inefficienze di questi ultimi sedici anni. In questi vertici la Fao dovrebbe innanzitutto riflettere su se stessa e rendere conto ai suoi contribuenti di quanto e come spende.
UPDATE: Ecco quanto, e come, spende la Fao (da il Velino)
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Monday, November 16, 2009
Wednesday, June 04, 2008
Un modo ipocrita di difendere l'Onu
Dopo aver sottolineato l'importanza della «bella protesta», promossa da il Riformista e dalla comunità ebraica, che si è svolta ieri in Campidoglio contro la presenza a Roma del presidente iraniano Ahmadinejad, Piero Ostellino, sul Corriere, si è soffermato sull'ultimo «tragico esempio di quel "mondo alla rovescia" che sono ormai diventate da tempo le Nazioni Unite». Mentre a Roma, al vertice della Fao, partecipavano affamatori e massacratori del calibro di Mugabe e Ahmadinejad, l'alto commissario dell'Onu per i diritti umani, Louise Arbour, non trovava di meglio da fare e da dire che accusare l'Italia di razzismo per la decisione - ancora tutta da discutere e da prendere - da parte del Parlamento (non del governo) di introdurre il reato di immigrazione clandestina.
Ma le Nazioni Unite e le sue agenzie principali, la Fao e l'Unesco, si rendono conto del discredito che alimentano intorno a loro ogni qual volta si celebrano questi vertici e vi partecipano «personaggi impresentabili ma capaci di monopolizzare su di sé i riflettori» come Mugabe e Ahmadinejad? Se lo chiede Guido Moltedo, su Europa, introducendo quello che giustamente individua come «un problema più di fondo»: la «tenuta» stessa di organismi come la Fao o l'Onu, da molti ritenuti «carrozzoni costosi e inutili, se non dannosi». Mi iscrivo tra questi «molti», pensando da tempo che l'Onu si sia fatta legare le mani dalle dittature e ormai la sua inazione procuri danno, giorno dopo giorno, ai principi della sua dichiarazione costitutiva, rendendoli carta straccia invece di promuoverli.
Da questo punto in poi, invece, l'editoriale di Moltedo sbanda e finisce fuori strada. Attribuisce ai critici radicali dell'Onu un'«idea fuorviante» dell'Onu stessa, «quasi fosse il governo o il parlamento del pianeta». E' un'idea, questa, che non appartiene affatto ai detrattori dell'Onu, mai vorrebbero che diventasse una cosa del genere. Chi auspica che lo sia, invece, sono i convinti fautori del riformismo onusiano, quelli che non muovono un dito se non l'ha detto l'Onu.
Tuttavia, Moltedo incorre in un altro errore, quando definisce l'Onu «il luogo d'incontro dei 191 paesi, dove discutono e, quando è possibile, affrontano e risolvono i loro problemi»; un mero «specchio del mondo come veramente è, un caleidoscopio di nazioni i cui colori spesso, purtroppo, sono opachi e tutt'altro che allegri», con i suoi Mugabe e i suoi Ahmadinejad. In effetti, l'Onu ad oggi non è nulla più che questa accozzaglia, ma avrebbe dovuto essere ben altro. Almeno, avrebbe dovuto promuovere i principi della sua dichiarazione costitutiva, anziché negarli e non alzare né un dito né una voce mentre i suoi stati membri li negano ogni giorno.
Finché non si arriva alla domanda cruciale: «Vale la pena tenere in piedi questi organismi, con tutte le riforme del caso, starci dentro, oppure – per le democrazie occidentali – conviene crearsi una propria organizzazione e in qualche modo "imporre" al mondo i propri standard con gli strumenti della persuasione o con quelli, se è il caso, dell'intervento e dell'ingerenza?». Non è un mistero che per quanto mi riguarda le democrazie occidentali dovrebbero impegnarsi su questa seconda strada, e ne sono convinti anche autorevoli analisti americani sia di sponda democratica che repubblicana.
Il fatto bizzarro è che Moltedo ritiene invece che ne valga la pena, ma invoca un «cambiamento significativo d'indirizzo». Però poi si scopre che secondo l'editorialista di Europa a cambiare indirizzo non dovrebbe essere l'Onu, magari pretendendo dai suoi stati membri il rispetto dei diritti umani, ma dovrebbero essere gli Stati Uniti. Dovrebbero tornare a «investire nell'Onu, anche finanziariamente» (non sapendo che sono attualmente i maggiori contributori e che altre potenze non pagano quasi nulla), e fare «del dialogo e del confronto la loro arma principale». Cioè, alla fine, i problemi dell'Onu sarebbero risolti se solo fossero gli Usa a cambiare il loro atteggiamento.
Ma le Nazioni Unite e le sue agenzie principali, la Fao e l'Unesco, si rendono conto del discredito che alimentano intorno a loro ogni qual volta si celebrano questi vertici e vi partecipano «personaggi impresentabili ma capaci di monopolizzare su di sé i riflettori» come Mugabe e Ahmadinejad? Se lo chiede Guido Moltedo, su Europa, introducendo quello che giustamente individua come «un problema più di fondo»: la «tenuta» stessa di organismi come la Fao o l'Onu, da molti ritenuti «carrozzoni costosi e inutili, se non dannosi». Mi iscrivo tra questi «molti», pensando da tempo che l'Onu si sia fatta legare le mani dalle dittature e ormai la sua inazione procuri danno, giorno dopo giorno, ai principi della sua dichiarazione costitutiva, rendendoli carta straccia invece di promuoverli.
Da questo punto in poi, invece, l'editoriale di Moltedo sbanda e finisce fuori strada. Attribuisce ai critici radicali dell'Onu un'«idea fuorviante» dell'Onu stessa, «quasi fosse il governo o il parlamento del pianeta». E' un'idea, questa, che non appartiene affatto ai detrattori dell'Onu, mai vorrebbero che diventasse una cosa del genere. Chi auspica che lo sia, invece, sono i convinti fautori del riformismo onusiano, quelli che non muovono un dito se non l'ha detto l'Onu.
Tuttavia, Moltedo incorre in un altro errore, quando definisce l'Onu «il luogo d'incontro dei 191 paesi, dove discutono e, quando è possibile, affrontano e risolvono i loro problemi»; un mero «specchio del mondo come veramente è, un caleidoscopio di nazioni i cui colori spesso, purtroppo, sono opachi e tutt'altro che allegri», con i suoi Mugabe e i suoi Ahmadinejad. In effetti, l'Onu ad oggi non è nulla più che questa accozzaglia, ma avrebbe dovuto essere ben altro. Almeno, avrebbe dovuto promuovere i principi della sua dichiarazione costitutiva, anziché negarli e non alzare né un dito né una voce mentre i suoi stati membri li negano ogni giorno.
Finché non si arriva alla domanda cruciale: «Vale la pena tenere in piedi questi organismi, con tutte le riforme del caso, starci dentro, oppure – per le democrazie occidentali – conviene crearsi una propria organizzazione e in qualche modo "imporre" al mondo i propri standard con gli strumenti della persuasione o con quelli, se è il caso, dell'intervento e dell'ingerenza?». Non è un mistero che per quanto mi riguarda le democrazie occidentali dovrebbero impegnarsi su questa seconda strada, e ne sono convinti anche autorevoli analisti americani sia di sponda democratica che repubblicana.
Il fatto bizzarro è che Moltedo ritiene invece che ne valga la pena, ma invoca un «cambiamento significativo d'indirizzo». Però poi si scopre che secondo l'editorialista di Europa a cambiare indirizzo non dovrebbe essere l'Onu, magari pretendendo dai suoi stati membri il rispetto dei diritti umani, ma dovrebbero essere gli Stati Uniti. Dovrebbero tornare a «investire nell'Onu, anche finanziariamente» (non sapendo che sono attualmente i maggiori contributori e che altre potenze non pagano quasi nulla), e fare «del dialogo e del confronto la loro arma principale». Cioè, alla fine, i problemi dell'Onu sarebbero risolti se solo fossero gli Usa a cambiare il loro atteggiamento.
Tuesday, June 03, 2008
Per parlare di fame, parlare di Fao (e di ogm)
Per parlare seriamente di fame nel mondo dovremmo innanzitutto stilare un bilancio delle attività della più grande organizzazione internazionale che se ne occupa. In altre parole, la Fao dovrebbe innanzitutto parlare di se stessa e rendere conto ai suoi contribuenti. Dei suoi 4 mila funzionari, di cui la metà a Roma, che si godono i loro stipendi da 8 mila euro al mese esentasse; dei suoi 400 milioni di dollari l'anno, gran parte dei quali serve a pagare i dipendenti e le strutture, come documentano un preciso articolo di Emanuela Fontana, su il Giornale, e il solito Mauro Suttora, su Libero:
La sensazione è che la Fao sia poco più d'un baraccone che sopravvive organizzando vertici dopo vertici, sempre più pletorici, grazie ai quali periodicamente ricorda alle opinioni pubbliche occidentali, quelle che versano i soldi, che si sta occupando del problema, ma che le difficoltà aumentano e servono più risorse.
Certo la speculazione; certo i biocarburanti; certo l'aumento dei consumi nei paesi emergenti; certamente il protezionismo dei paesi ricchi; certo le speculazioni sui mercati; e ci si mette anche la siccità. Epperò anche la Fao ha le sue responsabilità. Per esempio, pur avendone riconosciuta l'utilità in un rapporto specifico del 2004, non ha promosso l'utilizzo delle biotecnologie, gli ogm, cedendo alle lobby moraliste che pretendono di rappresentare gli interessi dell'ambiente e dei poveri del mondo, in realtà danneggiando l'uno e gli altri.
Secondo Robert Paarlberg, autore di "Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa", gli agricoltori africani producono oggi, su base procapite, il 19% in meno rispetto al 1970. E' così in quasi tutta l'Africa sub sahariana e le altre variabili (conflitti etnici, dittatori come Mugabe, corruzione, inflazione, Aids, accesso ai mercati, aiuti dall'estero) sono quasi insignificanti. La produzione è ferma, perché non sono arrivati i progressi tecnologici: sementi migliorate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, irrigazione.
«I tre quarti dei soldi vengono versati da 11 Paesi (fra i quali non compaiono Cina e Russia, nonostante abbiano diritto di veto). Gli Usa pagano da soli il 25% delle spese, il Giappone il 20. Ma quando si decide come spendere, vale la regola della maggioranza. I membri della Fao sono 191. E il voto di San Marino vale quanto quello degli Usa».Una situazione che è stata persino certificata, lo scorso settembre, da una inchiesta indipendente disposta dallo stesso direttore della Fao. Nel rapporto si legge che la sua burocrazia è «pesante e costosa», e che ha difficoltà a «identificare le vere priorità». Visti i risultati fallimentari sul campo, sarebbe comunque un bel gesto se chi guida la Fao dal 1993, il senegalese Jacques Diouf, si facesse da parte.
La sensazione è che la Fao sia poco più d'un baraccone che sopravvive organizzando vertici dopo vertici, sempre più pletorici, grazie ai quali periodicamente ricorda alle opinioni pubbliche occidentali, quelle che versano i soldi, che si sta occupando del problema, ma che le difficoltà aumentano e servono più risorse.
Certo la speculazione; certo i biocarburanti; certo l'aumento dei consumi nei paesi emergenti; certamente il protezionismo dei paesi ricchi; certo le speculazioni sui mercati; e ci si mette anche la siccità. Epperò anche la Fao ha le sue responsabilità. Per esempio, pur avendone riconosciuta l'utilità in un rapporto specifico del 2004, non ha promosso l'utilizzo delle biotecnologie, gli ogm, cedendo alle lobby moraliste che pretendono di rappresentare gli interessi dell'ambiente e dei poveri del mondo, in realtà danneggiando l'uno e gli altri.
Secondo Robert Paarlberg, autore di "Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa", gli agricoltori africani producono oggi, su base procapite, il 19% in meno rispetto al 1970. E' così in quasi tutta l'Africa sub sahariana e le altre variabili (conflitti etnici, dittatori come Mugabe, corruzione, inflazione, Aids, accesso ai mercati, aiuti dall'estero) sono quasi insignificanti. La produzione è ferma, perché non sono arrivati i progressi tecnologici: sementi migliorate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, irrigazione.
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