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Thursday, October 12, 2006

Corea del Nord. E ora che fare?

Kim Jong Il come rappresentato nel film Team AmericaGli obiettivi di uno Stato «revisionista». Chi ci guadagna dalla caduta di Kim? Per la Cina l'atomica nordcoreana potrebbe essere il male minore rispetto a una penisola riunificata, democratica e alleata degli Usa

Lunedì mattina, alle 10.36 locali (le 3.36 in Italia), la Corea del Nord ha effettuato «con successo», stando agli organi di informazione del regime di Pyongyang, il test nucleare sotterraneo già annunciato nei giorni precedenti.

Dopo le condanne unanimi, alle Nazioni Unite è emersa un'intesa tra Giappone e Stati Uniti per l'approvazione di una risoluzione che prevedesse anche l'uso della forza. Ma l'ipotesi è stata subito bocciata da Corea del Sud e Cina: per il governo di Pechino un attacco è «inimmaginabile». Washington allora ha cominciato a lavorare a una lista di sanzioni, tra cui diverse forme di embargo.

«Stiamo ancora valutando la veridicità del test nucleare della Corea del Nord», ha precisato ieri Bush, anche se l'annuncio stesso rappresenta di per sé «una seria minaccia» cui si dovrà rispondere con «serie ripercussioni». Gli Stati Uniti stanno lavorando alle misure da prendere «con i partner nella regione e nel Consiglio di Sicurezza Onu», ma si riservano, ha chiarito il presidente, «tutte le opzioni» per difendere gli «amici nella regione». E' chiaro che senza l'attiva collaborazione della Cina nessuna sanzione, né alcuna forma di embargo, avrebbe effetto. Un embargo severo potrebbe portare al collasso il regime nordcoreano e non è detto che la Cina sia interessata a che ciò avvenga. Oltre al rischio ondata di profughi, perderebbe una carta diplomatica che può giocare su altri tavoli aperti con Usa e Giappone.

Ma per capire in quale situazione ci troviamo, e quanto sia lontana dal soddisfarci, serve uno sforzo d'immaginazione: quale sarebbe lo scenario più desiderabile nel Nord Est asiatico? Vedere riunificata la penisola coreana sotto istituzioni libere e democratiche. Vedere Stati Uniti, Giappone e Australia collaborare per risollevare economicamente il Nord, con un ruolo positivo della Cina.

Proprio Pechino però avrebbe avuto molto da ridire su una sistemazione di questo genere per la Corea. Avrebbe visto crescere, ai suoi confini, una Corea unificata alleata naturale di Washington. La Cina, dunque, sta giocando il ruolo di una potenza per lo status quo e l'atomica di Kim a Pechino dev'essere vista come il male minore. Posto quello come lo scenario più desiderabile chiediamoci cosa abbiano fatto in tutti questi anni gli attori internazionali coinvolti, Stati Uniti in primis, per renderlo più probabile: nulla, sembra, o comunque poco e male. Hanno anch'essi lavorato al mantenimento dello status quo, invece di tentare un dialogo concreto con i cinesi per il suo superamento verso lo scenario desiderabile. Si sarebbe trattato di rassicurare Pechino che la nuova stabilità non avrebbe rappresentato una minaccia, ma un'opportunità.

Ma adesso? Cosa c'è nella mente di Kim Jong Il nessuno può saperlo, essendo il regime così impenetrabile e il personaggio imprevedibile. Tuttavia, considerando il forte culto della personalità, non bisogna attribuire ai piani del dittatore un'eccessiva razionalità e ragionevolezza, come certe analisi di stampo "realista" indulgono a fare. Primum vivere, ma non credo che i piani di Kim Jong Il si limitino a ottenere da Washington una promessa di non-aggressione e a veder garantita la sopravvivenza del suo regime attraverso aiuti e denaro. Certo, Kim non rifiuterebbe queste "carote", ma la paranoia è un connotato essenziale di questi regimi e la difesa dal nemico esterno uno strumento irrinunciabile per mantenere il potere.

Mancano spesso, nelle analisi "realiste", due elementi a mio avviso fondamentali: la natura del regime e la psicologia umana dei dittatori. Non di rado, esercitando il loro potere nel più totale isolamento e nel sospetto, e circondati da corti intente a compiacerli, perdono del tutto il contatto con la realtà, illudendosi di avere la forza di lanciare sfide eroiche che poi si risolvono in atroci massacri per i loro popoli. Così è accaduto, come ipotizzano alcuni (tra cui David Kay), che Saddam si illudesse di possedere davvero formidabili armi, o che fosse indotto a credere che Francia e Russia avrebbero impedito l'attacco anglo-americano.

Tra gli analisti più competenti di Corea del Nord c'è senz'altro Nicholas Eberstadt, autore del libro A New International Engagement Framework for North Korea? (2004), che sul Wall Street Journal ha indicato i possibili obiettivi di Kim Jong Il, a mio modo di vedere più verosimili di altri: «Distruggere il sistema di sicurezza messo in piedi dagli Usa nel Nord Est asiatico; spezzare l'alleanza militare tra Stati Uniti e Corea del Sud; portare avanti il processo di riunificazione della penisola coreana alle proprie condizioni».

Questi obiettivi, certamente poco realistici, non sono però i sogni di un folle, ma avrebbero una loro coerenza con il carattere del regime di Pyongyang, che Eberstadt definisce uno Stato «revisionista», che si prefigge, cioè, di ribaltare lo status quo in Asia rispetto a tre condizioni ritenute incompatibili con la sua sopravvivenza: il predominio e il successo dell'economia capitalista nella regione; il sistema di alleanze politico-militari guidato dagli Usa; una prospera e democratica Corea del Sud ideologicamente rivale al confine.

«Rendere il mondo sicuro per Kim Jong Il non significa nient'altro che stravolgere l'attuale ordine economico, politico e militare nel Nord Est asiatico. I mezzi, attentamente scelti a questo scopo, sono le armi nucleari e i missili balistici a lunga gittata; il punto debole è proprio l'alleanza militare tra Stati Uniti e Corea del Sud».

Secondo Eberstadt, minacciare il territorio degli Stati Uniti è «il modo più efficace per rompere quell'alleanza e procedere all'unificazione incondizionata della penisola». Perché? L'analista spiega che riuscendo a tenere sotto tiro il territorio Usa, se gli americani dessero l'impressione di non essere intenzionati a esporre Seattle per difendere Seul, verrebbe minata la credibilità dell'ombrello di protezione americano sulla penisola coreana in un momento di crisi. La chiave geopolitica che Kim Jong Il vuole girare è «dissuadere il dissuasore».

Il lavorìo diplomatico di oggi nei confronti della Corea del Nord, osserva Eberstadt, somiglia a quello tra le due guerre mondiali nei confronti della Germania. Certo, con la differenza che la Germania era allora tra le maggiori potenze e oggi la Corea del Nord è lo stato più debole della zona, ma «la dinamica è per lo più la stessa: le potenze per lo status quo vogliono negoziare; la potenza revisionista vuole armarsi».

Il problema, avverte Eberstadt, è che l'alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud non è così solida e il cuneo di Pyongyang trova delle fenditure in cui inserirsi. Eberstadt si dilunga in modo dettagliato sui motivi di queste crepe, rintracciabili sia in decisioni politiche, economiche e militari discutibili del presidente sudcoreano Roh Moo Hyun, che denotano sfiducia nell'alleato americano, sia negli errori dell'amministrazione Bush.

Non usa mezzi termini David Frum, che sul New York Times parla di «crollo catastrofico di dodici anni di politica americana. Per tutto quel periodo, due dei più pericolosi regimi del mondo, Pakistan e Corea del Nord, hanno sviluppato armi nucleari e i missili per lanciarle. L'Iran, probabilmente il più pericoloso di tutti, certamente seguirà, a meno che qualche azione drammatica non sarà presto intrapresa».

Una «legge di ferro» della moderna diplomazia, osserva Frum, sembra essere quella che «il fallimento di qualsiasi processo diplomatico prova solo che c'è bisogno di insistere nel processo appena fallito. Così coloro che hanno a lungo sostenuto di negoziare con la Corea del Nord ora suggeriscono all'amministrazione Bush di iniziare negoziati diretti con il regime di Kim Jong Il».

C'è bisogno di un «nuovo approccio», invece, spiega Frum, che miri a tre obiettivi: «rafforzare la sicurezza degli alleati americani direttamente minacciati» (Giappone e Corea del Sud); «far pagare alla Corea del Nord un prezzo sufficientemente alto da spaventare l'Iran e ogni altro regime canaglia»; «punire la Cina, che ha fornito al paese un'immensa quantità di alimenti e aiuti energetici». Evidentemente, ipotizza, «Pechino vede un potenziale guadagno dall'instabilità che la situazione nordcoreana produce». Ma «se la Cina può agire in questo modo impunemente, cosa dissuaderà la Russia dall'aiutare il programma nucleare iraniano?».

Secondo Frum lo sviluppo e il dispiegamento di sistemi di difesa missilistici colpirebbero indirettamente la Cina, che vedrebbe diminuire il potenziale dei missili con cui intimidisce Taiwan; così come cessare ogni aiuto verso Pyongyang, invitare Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e Singapore a unirsi alla Nato - e Taiwan come osservatore - e «incoraggiare» il Giappone a dotarsi del deterrente nucleare, «cosa che Cina e Corea del Nord temono di più».

La via del negoziato è «sempre preferibile», conclude Frum, ma «quando fallisce, come ha fallito con la Corea del Nord e sta fallendo con l'Iran, i regimi canaglia devono sopportare dei costi per le loro ambizioni nucleari».

Fred Kaplan, su Slate, individua dei possibili scenari: Kim Jong Il potrebbe sfornare più bombe e venderne almeno qualcuna ai migliori offerenti; potrebbe scatenare una corsa al riarmo regionale, un'escalation e infine una guerra; l'Iran, intanto, osserva da vicino: se il mondo non ferma il piccolo, criminale regime nordcoreano, chi fermerà l'Iran ricco di petrolio?

«Senza il cibo, il carburante, e altre forme di aiuto dalla Cina - osserva Kaplan - il regime di Kim crollerebbe presto. Questo è il problema: la Cina non vuole che il regime crolli... ed è un affare davvero delicato punire Kim tanto da influenzarne le azioni ma non al punto di causarne la caduta».

L'altro Kaplan, Robert, in un recente saggio per l'Atlantic Monthly, When North Korea Falls, di cui alcuni estratti sono stati pubblicati dal Corriere della Sera, propone una lettura esattamente opposta: il collasso del regime di Pyongyang rappresenta una «minaccia», perché chiamerebbe la Cina a riempirne il vuoto.

Sostiene che «la determinazione di Kim Jong Il nel dimostrare la sua potenza missilistica e nucleare è segno della sua debolezza», ma che «lo scalpore destato dalle prove missilistiche e dalla politica del "rischio calcolato" offusca la vera minaccia: la prospettiva del collasso catastrofico della Corea del Nord. Il modo in cui si conclude il regime potrebbe determinare l'equilibrio del potere in Asia per decenni». Una crisi da cui uscirebbe come «probabile vincitrice» la Cina.

Tuttavia, questa lettura mostra un difetto: come mai la Cina sembra temere, non auspicare, il crollo del regime di Kim? Così ha agito in questi anni, moderando le richieste punitive di Usa e Giappone e fornendo a Pyongyang ingenti aiuti, determinanti nel tenere in piedi il regime. Certo, tutto sta a capire chi ci guadagna dalla caduta di Kim. Se gli Stati Uniti non hanno ancora agito con decisione, la Cina sembra convinta di perderci, ma potrebbe anche essere tentata di prevenire, preparando la successione a Kim Jong Il. Un nuovo regime, sempre totalitario e repressivo, ma più aperto agli investimenti economici e senza quelle fastidiose provocazioni nucleari, potrebbe persino risultare un compromesso accettabile alla Casa Bianca.

Secondo Peter Hayes e Tim Savage, del Nautilus Institute, la paura di Pechino — come di Seul e di Mosca - è che buttando giù il regime di Kim con le sanzioni economiche le armi nucleari possano finire nelle mani sbagliate. Quindi, in totale controtendenza, a loro avviso «proprio adesso, la risposta migliore è fare poco e non dire niente, per sminuire l'atomica di Kim» [!].

Al contrario, per Dan Blumenthal, del The Weekly Standard, il problema che impedisce di essere duri con Kim è proprio «il calcolo geopolitico di Pechino»: tutto sommato, pensano, una Corea del Nord nucleare «non è così male se l'alternativa è una Corea unificata alleata degli Stati Uniti». Perché, chiede ironicamente Blumenthal, «Kim dovrebbe preoccuparsi delle conseguenze? Gli sforzi americani e giapponesi di far esprimere disapprovazione all'Onu con riferimento alle azioni previste nel Capitolo 7, che includono l'uso della forza, è stato già respinto dai "protettori" della Corea del Nord, così l'ambasciatore Usa all'Onu John Bolton chiama Cina e Russia».

Blumenthal avverte che «il nostro messaggio dev'essere chiaro: la tua sfida ti ha isolato, ha aumentato la determinazione a buttare giù il tuo regime, e un più solido arsenale nucleare è puntato su di te». Inoltre, il «fattore Iran»: «Dobbiamo ricordarci che l'Iran sta guardando e imparando». Anche il presidente iraniano ha capito che il processo diplomatico sta garantendo al suo paese di costruirsi l'arsenale nucleare, nel contempo strappando tutti i benefici della diplomazia. «Proprio come Kim», cha una cosa l'ha imparata: «l'escalation funziona».

D'Alema arrossisce a parlare di Cecenia con i russi

Su Il Foglio, oggi:
Al direttore - Secondo D'Alema l'occidente sarebbe "penalizzato a parlare di diritti umani. Ha in parte perso la legittimità per farlo" a causa di Guantanamo. D'Alema si sente in "imbarazzo" a parlare ai russi di Cecenia, perché il ministro degli Esteri Lavrov gli ricorda di Guantanamo. E' possibile che un politico smaliziato come D'Alema si beva gli argomenti della propaganda putiniana? Davvero, il nostro ministro degli Esteri, crede che sia paragonabile il complesso caso giuridico dei detenuti di Guantanamo a ciò che accade da oltre un decennio in Cecenia? Nun ce prova', direi a D'Alema, che mi pare abbia voluto scaricare sui soliti americani la responsabilità dell'imbarazzante (questa sì) timidezza dell'Europa nei confronti della Russia di Putin. E, forse, il vero motivo di quell’imbarazzo ha un altro nome: gas.

Risposta del Direttore
Se non pensassi che D'Alema si lascia sfuggire queste sciocchezze "mainstream" per pura convenienza presunta, per puro calcolo, dubiterei perfino della sua intelligenza tanto celebrata. Il feticcio Guantanamo è nella pagina I dell'inserto.

Wednesday, October 11, 2006

Un caso da maneggiare con cura

Viceministro Visco, fatti una canna!

Questo caso del test antidroga delle Iene sui deputati rischia di divenire un boomerang per le istanze antiproibizioniste se non viene maneggiato con cura.

Già mi sono espresso sulla censura preventiva del Garante della Privacy, che ha bloccato il servizio televisivo: non una misura per la tutela della privacy del singolo deputato, ma a tutti gli effetti in difesa della categoria in quanto tale.

Tuttavia, occhio alle battute e alle facili ironie. Puntare l'indice sì, sull'ipocrisia dei deputati, che in Parlamento proibiscono, vessano, fanno arrestare, perseguitano per 5/10 spinelli e che poi essi stessi si concedono al vizio. Però occorre essere consapevoli che lo scoop delle Iene può suscitare gli impulsi moralistici e demagogici, che qualcuno, per esempio i Casini e i Giovanardi, ha già cominciato a cavalcare. Insomma, la parola d'ordine dev'essere: si facciano pure di spinelli come e quanto vogliono, ma lascino in pace anche gli altri. Va sempre ripetuta questa precisazione.

Il consumo di droghe, più la cannabis che la cocaina (forse), fa parte ormai delle abitudini e del vissuto comune a milioni di persone in Italia. Milioni, non c'è dubbio. Eppure quei milioni non sono "delinquenti", vivono, lavorano, amano, viaggiano come tutti (e approvano leggi idiote), non esprimono la cosiddetta "cultura della morte".

Anche la posizione dei radicali rischia di farsi via via, e forse comprensibilmente, più pragmatica. Contro la droga la politica più efficace è l'antiproibizionismo. Ma - appunto e beninteso - contro. Ma chi dice che ci dev'essere per forza una politica contro la droga? Cioè che induca la gente a non drogarsi? Non sarebbero comunque tempo, energie e risorse sprecate? Guardiamoci negli occhi: non possiamo assicurare che politiche antiproibizioniste riducano il numero dei "drogati", né è questo che ci interessa davvero.

Le politiche antiproibizioniste, come ci ha insegnato Milton Friedman, sono senz'altro più efficaci di quelle proibizioniste nel ridurre i danni sociali derivanti dal consumo di sostanze tossiche: possono ridurre morti e feriti, grazie al consumo informato, e l'indotto della criminalità, piccola e organizzata. Riconosco che troppa libertà tutta insieme spaventa e un approccio più realistico, dichiararsi cioè contro questo preteso "flagello" della droga, nella sua parte più allarmante provocato proprio dalle politiche proibizioniste, può persino giovare alla causa antiproibizionista.

Bisognerebbe tuttavia non mancare mai di riaffermare la libertà di disporre del proprio corpo, come della propria coscienza, libertà anche di fatto quasi incoercibile. I due elementi (maggiore efficacia delle politiche antiproibizioniste contro la droga e autodeterminazione dell'individuo) non vanno mai scissi, ma devono viaggiare paralleli come due binari.

Insomma, la battuta, più che essere "ecco come hanno scritto la Finanziaria!", dovrebbe essere "magari Visco si fosse fatto una canna prima di scriverla!"

Anche in Marocco battaglia sul velo

Rivoluzione "kemalista" in Marocco. Dopo l'introduzione di un nuovo codice di famiglia che riforma la condizione delle donne, il Re Mohamed VI si sta muovendo per scoraggiare e limitare l'uso del velo

Prima il diritto di famiglia più innovativo del mondo islamico, che concede il divorzio alle donne e rende quasi impossibile la poligamia, poi la nomina delle prime 50 predicatrici donne, e adesso scuole e università, uffici pubblici, polizia e linee aeree che hanno iniziato a impedire l'uso dell'hijab. Via anche le raffigurazioni dai libri di scuola.

Il problema è che anche l'hijab, infatti, il tipico velo islamico che copre i capelli, sarebbe diventato simbolo di quell'islam politico ed estremista che Mohammad VI - lo stesso Re che ha risposto civilmente al Papa ma è stato ignorato dai media - tenta di sostituire con una lettura moderna e moderata del Corano. «La faccenda — ha dichiarato il ministro dell'Istruzione, Aboulkacem Samir — non è religiosa, ma politica. L'hijab per le donne è diventato quello che è la barba per gli uomini, un simbolo politico. E noi dobbiamo stare attenti, tra l'altro, che i libri scolastici rispettino l'intera società, non una fazione politica».

Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, si dichiara «entusiasta». Sappiamo - ha spiegato ai microfoni di Radio Radicale - che quel velo è portato con violenza, lo hijab è un velo politico, simbolo di sottomissione, che portato in questo modo non fa parte della tradizione marocchina». Non è più un foulard, come una volta, ma un velo più avvolgente, più pesante e invasivo, fa notare.

Il velo non è una «faccenda «privata», come si sente spesso dire. In Europa, e in Italia, sostiene Souad Sbai, occorre cominciare a «educare alla libertà le donne musulmane, che non conoscono i loro diritti, aiutarle ad uscire dall'imposizione». Occorre «isolare senza ambiguità gli estremismi, far rispettare la legge», ricorda sul caso della scuola islamica di Milano e le intemperanze dell'Ucoii.

La rappresentante delle donne marocchine ha inoltre osservato che sono i media italiani per primi a non isolare gli estremisti. Racconta, per esempio, che lei stessa e altri esponenti dell'islam moderato hanno chiamato i giornalisti per esprimere la loro opinione sul discorso del Papa e Ratisbona, ma sono stati ignorati dai giornali, tranne Avvenire, che hanno preferito dare spazio alle minacce e alle reazioni violente degli estremisti.

E su un altro tipo di velo femminile, il niqab, che copre interamente il viso ed è da poco vietato nelle scuole britanniche, si è scatenata nei giorni scorsi una nuova battaglia. Giovedì scorso Jack Straw, in un editoriale pubblicato dal Lancashire Telegraph - il quotidiano locale della sua circoscrizione elettorale, a Blackburn - lo aveva criticato come «un segno visibile di separazione e differenza», esprimendo il desiderio di poter guardare in faccia le elettrici - «vorrei vedere l'espressione dei loro visi» - in un collegio dove il 20% dei votanti è di fede musulmana.

L'ex ministro è stato difeso da Tony Blair, e Salman Rushdie ha definito il niqab «disgustoso». Sono invece i conservatori, con il loro giovane leader David Cameron, a ricordare l'insopprimibile diritto delle donne musulmane di portare il velo e a richiamare l’attenzione sulla necessità di evitare la ghettizzazione dei musulmani. Guarda un po', è la sinistra blairiana, in Gran Bretagna, a rischiare di essere accusata di islamofobia.

Ambasciata della Federazione Russa, Roma, Via Politkovskaya

Spesso non ci troviamo d'accordo nelle analisi politiche, ma questa volta Mario Staderini, unico radicale eletto alle scorse elezioni ammnistrative (Roma, I Municipio) ha avuto un'idea geniale, da rilanciare e rilanciare: «Chiedo al Sindaco Veltroni e agli altri sindaci italiani un piccolo gesto, che non è soltanto simbolico. Per Roma propongo che si muti il nome di Via Gaeta, ove ha sede l'Ambasciata della Federazione Russa, in Via Politkovskaya. Sono certo che il primo ad apprezzare questo atto semplice sarà proprio il popolo russo, alla cui integrità l'opera di Anna era anche rivolta».

Immaginate i documenti su carta intestata dell'Ambasciata russa: sede in Roma Via Politkovskaya.

L'idea ha anche il pregio di poter essere ripetuta. Per l'Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese Via Tienanmen invece di Via Bruxelles. Per l'Ambasciata iraniana Via dei Martiri della Shoah invece di Via della Camilluccia. E così via.

Tuesday, October 10, 2006

Al via la mission impossible dei volenterosi

Perché vale la pena tentare

Abbiamo un primo resoconto di quanto si sono detti i volenterosi riuniti intorno a un tavolo, oggi pomeriggio, per il primo giro d'orizzonte su come cambiare la Legge Finanziaria. La novità di questa iniziativa, ciò che la rende potenzialmente dirompente, è la trasparenza. Difficilmente si è visto in Parlamento un dialogo così aperto e trasversale che non sia subito trasceso nell'inciucio e scaduto in chiacchiericcio da corridoio.

Stavolta è tutto alla luce del sole. Il primo documento uscito dalla riunione di oggi dimostra che i volenterosi mirano con chiarezza al raggiungimento di precisi obiettivi di riforma. Seguiranno proposte più dettagliate, usciranno veri e propri emendamenti. Sapremo da dove vengono e a cosa puntano. Potremo valutarli e verificarne il successo o l'insuccesso.

E' tutto molto difficile, a causa dei rispettivi opportunismi, ma tentar non nuoce. Di sicuro, scendere subito in piazza sarebbe del tutto inutile, persino controproducente. Non mi pare, d'altronde, che il Governo veda questa operazione come una «ciambella di salvataggio» per la Finanziaria. E' vero piuttosto il contrario.

Quanti nel centrodestra propongono di lanciarsi in un'opposizione dura e totale, in Parlamento e fuori, lo fanno sapendo che l'effetto sarebbe quello di ricompattare la maggioranza (anche al Senato) e quindi di garantire un risultato opposto al fine dichiarato di affossare del tutto la Finanziaria.

Purtroppo, l'affossamento della manovra così com'è non avverrà mai ed è onesto dirlo. Se invece, attraverso il «tavolo dei volenterosi», si riuscirà a introdurre qualche elemento di contraddizione, è possibile (anche se improbabile) che passino dei sostanziali cambiamenti da poter rivendicare. E se dovessero passare con il voto di parte dell'opposizione e parte della maggioranza, Prodi e il suo Governo si troverebbero in grave difficoltà.

Infatti, contrariamente a quanto si possa pensare, anziché fiaccare, minare la determinazione allo scontro nel centrodestra, il «tavolo dei volenterosi» rappresenta una prova di maturità per il Governo, la cui tenuta è tanto più a rischio quanto più tenterà di blindare la manovra e di chiudersi a riccio.

Come ha registrato Massimo Franco, sul Corriere di oggi, il tavolo risulta piuttosto «ingombrante» per Prodi, «convinto da sempre che qualsiasi mano tesa oltre i confini dell'Unione sia un pericolo». Le adesioni crescenti di ora in ora, e i tentativi di delegittimazione dell'iniziativa Capezzone-Messa già messi in piedi, hanno avuto finora anche il merito di identificare i veri difensori di questa Finanziaria: Prodi e Rifondazione comunista.

Ma per i comunisti «il sostegno a Prodi non è un gesto di generosità». Spiega Franco, che «politicamente hanno un ruolo e un futuro solo se il centrosinistra si blinda. Qualunque fantasma di allargamento azzera il loro potere; e in parallelo ridimensiona la leadership prodiana». Ecco ciò che li tiene insieme e perché vedono con sospetto e timori crescenti il tavolo.

E' chiaro che la mission dei volenterosi rimane impossible, nonostante le buone intenzioni dei promotori confermate dal primo incontro di oggi. Di fronte al rischio che un qualsiasi emendamento uscito da quel tavolo, anche il più innocuo (figuriamoci se in grado di cambiare volto alla manovra), passi con il voto di settori dell'opposizione, Prodi sarà spinto a porre la questione di fiducia. A quel punto, l'opposizione (con buone ragioni) alzerà il muro.

E allora? Tanto valeva non provarci neanche? No, per due motivi. Primo, battersi per degli obiettivi concreti, per migliorare una delle leggi più importanti dell'intera legislatura, in modo pragmatico e senza inciuci, vale sempre la pena, dal momento che opporre solo una strenua ma sterile opposizione non farebbe che aumentare le probabilità che passi così com'è. Secondo, più impegno verrà profuso, più buon senso verrà impiegato, più sostanza uscirà dal tavolo, e maggiori saranno i costi politici che quanti volessero rovesciare tutto dovranno pagare.

Lo spazio di manovra dei radicali, in tutto questo, è piuttosto ristretto. Eppure, obbligato. Siamo di fronte a una Finanziaria alla quale non sarebbe sufficiente apportare alcune correzioni. Occorre ribaltarne la logica: dalle tasse alle riforme strutturali sulla spesa.

Obiettivi ambiziosi, ma se i radicali dessero l'impressione di inserirsi nel gioco delle parti, o di mirare a risultati di facciata - oltre che perdere l'apporto dei deputati di opposizione, decretando anzitempo il fallimento del tavolo - verrebbero meno all'impegno preso con i propri elettori, perderebbero ogni credibilità rispetto alla ragione, da essi stessi dichiarata, della loro presenza parlamentare: una postazione, un fronte, dal quale rilanciare continuamente la sfida per l'«alternativa» liberale.

Sarebbe certo velleitario, oltre che ridicolo, che i radicali, o anche la Rosa nel Pugno, sbandierassero ricatti dinanzi al Governo o all'Unione, non essendo numericamente determinanti alla Camera e assenti al Senato. Tuttavia, per essere credibili nello spazio politico entro il quale si vuole agire, occorre dirsi - e dire - che se l'impianto della Finanziaria dovesse rimanere quello uscito da Palazzo Chigi, non potrebbe raccogliere il voto della piccola pattuglia radicale.

Censura preventiva in nome della privacy

Ma fino a che punto i parlamentari possono appellarsi alla privacy?

Con una decisione incredibile, e del tutto discutibile anche dal punto di vista giuridico, il Garante per la Privacy ha deciso di bloccare il servizio delle Iene sul test antidroga effettuato, a loro insaputa, su 50 deputati. Il test, compiuto utilizzando il «drug wipe», un tampone che applicato sulla pelle verifica nel giro di pochi minuti se una persona ha assunto sostanze stupefacenti, è risultato positivo per il 32% degli «intervistati»: di questo il 24% (12 persone) alla cannabis, e l'8% (4 persone) alla cocaina. L'attendibilità del test è controversa, ma viene usato anche dalle forze dell'ordine per controlli.

Il servizio, senza mostrare i volti dei politici, doveva andare in onda stasera, ma evidentemente le pressioni dei deputati sulla Presidenza della Camera, e di quest'ultima sul Garante, devono essere state convincenti. La domanda è: i parlamentari godono dello stesso grado di tutela della privacy di cui godono tutti i cittadini. O forse per chi si candida, e viene eletto, a una carica pubblica il diritto alla privacy risulta attenuato e cede quando entra in conflitto con la libertà dell'informazione?

Guarda caso, in tutti questi anni di servizi delle Iene il Garante non ha avuto nulla da ridire che venissero mostrati - a loro insaputa ma sempre a volto coperto - «guaritori filippini e ladri di motorini», come ricorda uno degli autori della trasmissione, Davide Parenti. Proprio il fatto che il volto degli intervistati venga cancellato fa apparire la decisione del Garante come un intervento in difesa della categoria dei deputati in quanto tali piuttosto che dei singoli.

E infine, no alla censura preventiva. Se qualcuno sente lesa la propria immagine, e ritiene che sia stata violata la propria privacy, può appellarsi alle giurisdizioni competenti e ottenere equo risarcimento, ma soltanto a posteriori. Altrimenti verrebbe violato, in modo molto più grave, il principio della libertà d'espressione e d'informazione.

Monday, October 09, 2006

Il problema sono i georgiani?

Inquietante la notizia secondo cui la polizia di Mosca avrebbe richiesto alle scuole di consegnare le liste degli scolari che hanno cognomi "georgiani". Lo ha riferito stamani il Moscow Times.

A seguito della crisi tra Russia e Georgia innescata dall'arresto di quattro ufficiali russi accusati di spionaggio, poi rilasciati, sembra che si stia scatenando una vera e propria caccia alle streghe. Sono 132 gli immigrati clandestini georgiani già rimpatriati a forza in aereo e s'intensificano le misure contro i georgiani di tutte le età e i settori, dai presunti criminali di piccola tacca ai boss mafiosi, dai profughi alle celebrità, fino ai bambini in età scolare.

Sull'ultima misura, il Moscow Times scrive che diverse scuole moscovite hanno ricevuto, fra giovedì e venerdì, l'ordine di fornire le liste degli studenti dai cognomi "georgiani", direttiva che giunge dal Ministero dell'Interno, secondo il quotidiano Kommersant.

La misura è stata ufficialmente disapprovata dal comune di Mosca, «tutti i bambini sono uguali a prescindere dall'etnia o dalla religione», ma Alexander Gavrilov, portavoce dell'assessorato all'Istruzione, ha ammesso che le scuole hanno effettivamente ricevuto la richiesta, anche se non avrebbero consegnato le liste. Gli insegnanti di due scuole georgiane nella capitale hanno dissuaso gli studenti dal recarsi in classe venerdì, racconta un sacerdote il cui figlio è un alunno della scuola numero 1331 vicino alla stazione della metropolitana di Novoslobodskaya.

Il Moscow Times ricorda che la polizia ha iniziato la settimana scorsa a compiere delle incursioni nelle attività di proprietà dei georgiani, cominciando dai casinò, poi proseguendo nei ristoranti. Ufficialmente è una campagna contro il crimine organizzato... Non solo per le risorse energetiche, gas e petrolio, la Georgia dipende ancora molto dalla Russia, ma anche per il commercio e per i trasferimenti di denaro (si stima intorno al miliardo di dollari) che arrivano dai circa 300 mila georgiani emigrati in Russia. La persecuzione dei georgiani che vivono in Russia avrebbe quindi effetti destabilizzanti sulla Georgia, costringendola ad atteggiamenti più miti nei confronti delle pretese di Mosca.

Fonte: Ansa

La guerra di Putin contro il presidente filo-occidentale Saakashvili e gli interessi della Georgia rischia di prendere una piega di stampo nazisovietica. Cosa fanno Europa e Stati Uniti, stanno a guardare in attesa passiva di una nuova "notte dei cristalli"?

La difficile transizione della Russia... verso l'autoritarismo

Anna PolitkovskajaAssassinio di una patriota. La coscienza sporca dell'Occidente: come al solito il realismo politico ci si ritorcerà contro e scopriremo che fu solo autolesionismo

La classica cronaca di una morte annunciata. Aveva già subito un tentativo di avvelenamento, varie minacce e avvertimenti. Spesso in queste circostanze la notorietà ti salva la vita, ma così non è stato per Anna Politkovskaja, giornalista scomoda dell'ormai unico organo indipendente russo, Novaya Gazeta. Implacabile critica della politica russa in Cecenia, dei metodi disumani dell'esercito e del Governo filo-russo di Kadyrov, denunciava con coraggio l'involuzione autoritaria della "nuova" Russia di Putin.

Insomma, ciò che più inquieta di questo assassinio è la spregiudicatezza dei suoi autori. I mandanti non si sono fatti scrupolo di eliminare una personalità conosciuta, in patria e all'estero, come icona della dissidenza e dell'ormai ridottissimo spazio di libertà d'espressione rimasto in Russia, incuranti delle possibili reazioni internazionali, tanto meno dell'opinione pubblica russa. E' un segno della solidità acquisita dal potere putiniano, una dimostrazione di forza del Cremlino, che infatti paga a buon mercato la responsabilità diretta, o indiretta, di questo omicidio, cavandosela con le flebili voci dell'Occidente, compresa quella, dobbiamo dirlo, degli Stati Uniti.

Il dipartimento di Stato ha denunciato «l'intimidazione e l'assassinio di giornalisti» e chiesto a Mosca di avviare «immediatamente un'indagine completa» su autori e mandanti dell'omicidio. La stessa richiesta è arrivata dall'Unione europea, che in una nota della presidenza finlandese ha espresso «profondo rammarico», chiedendo un'indagine su questo «crimine ignobile». Il rammarico non basta. Nei confronti di una "nuova" Russia occorre una politica nuova.

Finora Putin si è espresso solo rendendo noto il passaggio di una conversazione telefonica avuta con Bush nel quale ha assicurato «tutti gli sforzi necessari per un'inchiesta obiettiva». Non è chiaro come interpretare il lungo silenzio del Cremlino: se come segno di imbarazzo per un atto non richiesto, ma alla fine comodo e persino utile; o come impermeabilità di un potere sicuro di sé a tal punto da non venire scalfito da gravi sospetti che ogni governo avrebbe avuto tutto l'interesse ad allontanare da sé.

Dietro l'assassinio c'è probabilmente Ramzan Kadyrov, governatore che in Cecenia utilizza metodi terroristici contro l'indipendentismo ceceno e il terrorismo islamista. Anna stava completando una nuova inchiesta proprio su questa deriva barbarica ed era giunta alla conclusione che Kadyrov la volesse morta. Ma non v'è dubbio che Kadyrov abbia conquistato il potere grazie all'appoggio decisivo di Mosca e che il Cremlino approvasse i suoi metodi.

«Oggi è una tragica giornata per la Russia, per noi, per i ceceni e molto probabilmente una buona giornata per Putin; che la Francia ha decorato con la Gran Croce della legion d'onore». E' il grido di denuncia di André Glucksmann.

Anna era una patriota, una patriota russa nella migliore accezione del termine, «sentiva di avere una missione: salvare l'onore della Russia. Quale onore? Non era certo una nazionalista, amava semmai la grande cultura russa, i suoi poeti e scrittori. Per questo rischiava la vita e sapeva che rischiava la vita», pronta a riscattare con il suo sacrifico l'onore perduto della sua patria. Non era anti-russa, accusa che le veniva rivolta dagli sgherri del regime, non odiava il suo paese, ma provava vergogna per le scelte di una classe dirigente che ne provocava l'imbarbarimento, come qualcuno, nel 1938, finalmente provò vergogna per le leggi razziali introdotte dal fascismo.

Glucksmann racconta di quando Anna gli parlò di alcune cassette in cui i soldati avevano filmato le brutalità ai danni di 300 prigionieri ceceni. Era certa che avrebbero sollevato un enorme scandalo, in Russia e in Occidente, come era avvenuto per Abu Ghraib. E invece il silenzio, l'indifferenza. Questa è la tremenda responsabilità che portano l'Europa e l'Occidente, i main stream media e il mondo della politica, sempre pronti a puntare l'indice contro i tragici errori, ma pur sempre errori, americani o israeliani, ma indifferenti ai massacri laddove sono sistema e crimine.

Anna era un «moscerino nell'occhio della nuova Russia di Putin», dice al Corriere Adriano Sofri: «Ma si sa la fine che fanno quegli insetti: schiacciati». Tutti i governi europei, inclusi i nostri passati e presenti, sottolinea Sofri, «applicano alla Russia la categoria del realismo politico. Putin è osannato in Francia come in Germania come altrove. È sotto gli occhi di tutti il fatto che la Russia sia la brutta caricatura di uno Stato totalitario e dispotico, con il 75 per cento di ex funzionari del Kgb al vertice degli apparati. Ma il realismo induce tutti a dire che in Russia c'è la democrazia», o almeno una «difficile e tortuosa» transizione democratica. Ebbene, come altre volte in passato, questo realismo politico ci si ritorcerà contro e scopriremo che fu solo autolesionismo.

La morte annunciata della Politikovskaja è soltanto l'ultimo crimine contro la libertà di stampa commesso negli ultimi anni nell'ex Unione Sovietica. E ricorda Antonio Russo, l'inviato di Radio Radicale assassinato in Georgia nel 2000, per il quale il Governo italiano non ha ancora chiesto giustizia, mentre la magistratura preferisce perseguire i rapitori del fantomatico Abu Omar.

Riguardo l'atteggiamento dell'Europa verso la Russia, un'osservazione acuta è quella di Andrea Romano, su La Stampa, che denuncia «i due pesi e le due misure che l'Europa sta adottando nel caso della Turchia e in quello della Russia».
«Da una parte si moltiplicano le cautele nei confronti della politica di Ankara verso la minoranza curda e i dubbi sulla solidità del suo sistema di diritti e libertà, proprio mentre più forte sarebbe il bisogno di incoraggiare la prospettiva europea dell'unica democrazia visibile nel mondo islamico. Dall'altra ci si mostra arrendevoli nei confronti di un regime, come quello di Putin, che non esita a neutralizzare con la violenza la dissidenza politica e giornalistica ma dal quale dipendono in larga misura i nostri approvvigionamenti di energia».
Tra i blog qualcuno addirittura si sarebbe preso «personalmente la briga di toglierla di mezzo» (nei commenti), ma non sono che rigurgiti di ignoranza che definire fascisti sarebbe in qualche modo irriguardoso rispetto a una storia tragica ma pur sempre grande. Per qualcun altro forse la Politkovskaja era il problema, come il problema della Georgia è Saakashivili.

Invece, il problema è la nuova Russia di Putin. Il problema non è quanto sia «tortuosa» la via verso la democrazia. Certamente lo è. Il problema è la democrazia (che manca) in Russia, e che occorre avere occhi (e testa) per vedere quando la direzione intrapresa è quella opposta. Ma forse per capirlo bisognerebbe leggere meno comunicati del Cremlino.

Quella russa è senz'altro una transizione, ma bisogna capire bene verso cosa. Non solo gli omicidi politici, anche le riforme dell'ordinamento politico-istituzionale volte alla concentrazione del potere nelle mani dell'esecutivo, la repressione della libertà di stampa e il controllo sui media, le misure di nazionalizzazione, sono tutti sintomi palesi del fatto che la transizione è stata chiaramente e bruscamente invertita di segno: non più verso la democrazia, ma verso un regime autoritario e pericolosamente nazionalista.

Per replicare a un certo tipo di ragionamenti («Un Putin solidissimo nel suo potere dovrebbe commettere un omicidio da mafioso per zittire una giornalista? Ma siamo seri...») prendiamo in prestito le parole di Marco Masi, autore del blog CeceniaSos:
«Che vantaggio ne trarrebbe nel farsi questa pubblicità negativa? La comunità internazionale reagirebbe male, no? Ci perde di più di quello che ha da guadagnarci, no? Ma non era la stessa cosa che si disse per il caso Yukos? "A Putin non conviene far saltare contratti miliardari con i partner esteri". Non ci dicevano che non avrebbe mai chiuso i rubinetti del gas a nessuno, perché "altrimenti la Russia perderebbe credibilità sul mercato internazionale"? (e infatti...) Lo stesso commento che si fece quando chiuse la bocca alle TV ed ai giornali indipendenti: "una involuzione autoritaria in Russia potrebbe creargli problemi nelle relazioni con l'occidente, non lo farà, è solo un'azione dimostrativa." Lo stesso ragionamento che negò come potesse essere stato Putin ad ordinare l'uso del gas nel teatro di Mosca, e delle forze speciali che uccisero il 90% degli ostaggi a Beslan: "Non può avere autorizzato una mostruosità del genere, si farebbe solo pubblicità negativa, a che pro?" E che dire dell'altra giornalista, Elena Tregubova, che qualche anno fa scrisse un libro critico su Putin e si ritrovò con la porta di casa sventrata da una bomba? Oppure, per rimanere a casa nostra, parole simili si udirono quando venne ucciso Antonio Russo (stessa procedura del pc volatilizzato): "Nessuna prova, sarà stato ucciso da 'banditi'. La Russia ha interesse nel mantenere buoni rapporti con l'Italia"»
Grazie ancora a CeceniaSos scopriamo preziosi documenti, come l'agghiacciante articolo «Avvelenata da Putin». Qui l'ultima intervista (pubblicata da La Stampa) e le ultime denunce (dal Corriere) della Politkovskaja. Al 2002, invece, risale questa intervista ai microfoni di Radio Radicale.

Americans for Tax Reform in Italia

Non si riesce a contenere la spesa pubblica se prima non si toglie alla politica la possibilità di aumentare le imposte. Capezzone: abbiamo bisogno del messaggio, della direzione strategica di Norquist

Americans for Tax Reform è un gruppo di diverse associazioni di contribuenti, fondato nel 1985 durante la presidenza Reagan, il cui scopo è chiedere a tutti i politici che vogliono impegnarsi per una carica pubblica di firmare un impegno a non aumentare le tasse nel caso in cui vengano eletti. Oggi negli Usa 233 membri della Camera su 435, e 46 senatori su 100, hanno sottoscritto e mantenuto l'impegno.

Vogliamo togliere dall'agenda politica l'ipotesi di aumentare le tasse, ha spiegato Grover Norquist in una conferenza stampa alla Camera insieme ad Alberto Mingardi (IBL) e Daniele Capezzone, perché solo togliendo ai parlamentari la possibilità di aumentare le tasse, e ottenere consenso aumentando la spesa, si pongono «le precondizioni per una ristrutturazione e un contenimento della spesa pubblica: non si riesce a contenere la spesa pubblica se prima non si toglie alla politica la possibilità di aumentare le imposte».

Negli ultimi 40 anni gli Stati Uniti hanno appreso una «lezione importante»: abbassando le aliquote si ha una crescita maggiore, più occupazione, e riduzione del deficit. Norquist ha ripercorso in grandi linee la politica fiscale degli ultimi 40 anni: negli anni '60 l'aliquota massima è passata dal 90 al 70%, e gli Stati Uniti hanno vissuto anni di grande crescita; Nixon ha aumentato le imposte e ha causato la grande stagnazione degli anni '70; Reagan ha portato l'aliquota massima prima dal 70 al 50%, poi dal 50 al 28%, e si è avuta la «straordinaria crescita» degli anni '80. Da quel periodo gli Stati Uniti continuano a crescere più di quanto faccia l'Europa. L'amministrazione Bush ha avuto molti problemi, ma va detto che ha continuato a tagliare le imposte assicurando la crescita.

Il debito pubblico è diminuito non perché sia stata tagliata la spesa, anche se sarebbe auspicabile, ma perché sono aumentate le entrate grazie alla maggiore crescita.

«I politici vogliono esempi, non teoria», ha spiegato Norquist, ricordando che il trend di tagli alle aliquote è cominciato perché la California aveva votato una grande riduzione di imposte e nel contempo adottato una modifica costituzionale per la quale ci sarebbe stato bisogno di una maggioranza di 2/3 per riaumentarle. I politici a Washington hanno visto che funzionava e che i loro colleghi californiani godevano di grande popolarità e venivano rieletti.

Oggi molti paesi dell'ex blocco orientale scelgono la flat tax. Gli Usa stanno guardando a Irlanda, Estonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, perché se continueranno a tagliare le tasse e ad attrarre investimenti dovremo seguire il loro esempio, ha osservato Norquist, che monitorando la mobilità nei 50 Stati americani si è accorto che negli Stati in cui le imposte sono più basse la gente arriva, mentre da quelli dove il peso fiscale è maggiore la gente scappa.

Dire di "no" a possibili aumenti fiscali, ha concluso, ha anche un valore politico. Aumentare le tasse è «l'alternativa standard a qualsiasi autentica riforma del sistema politico». Lo Stato tende a svilupparsi sommando nuove funzioni e programmi a quelli che aveva. Quando le cose cominciano a «impilarsi» c'è un «corto circuito». A quel punto l’alternativa è tra riorganizzare e aumentare le tasse per continuare a svolgere le stesse funzioni. L'esperienza insegna che le uniche riforme sono state possibili solo quando è stata tolta al ceto politico la possibilità di aumentare le tasse.

«Abbiamo bisogno di quel messaggio, di quella direzione strategica», ha commentato Daniele Capezzone, presidente della Commissione Attività produttive della Camera, sottolineando come alla politica italiana, «dominata da risse e polemiche», Norquist può dare «una linea strategica sul tema delle tasse, sul rapporto tra tasse e opinione pubblica, e tra tasse e crescita economica». Negli Usa un numero crescente di individui anche del ceto medio comincia a investire sul mercato finanziario e desidera che questa scelta non sia punita dal punto di vista fiscale.

«Su molti temi - ha osservato Capezzone - lo spartiacque non è fra destra e sinistra, ma tra chi preserva e chi colpisce la sfera delle libertà individuali». Importante è il «metodo», «l'impegno dei politici a non fare alcune cose». Viceversa, ha concluso Capezzone, in Italia ci troviamo con una Finanziaria centrata sulle entrate a fronte di un Dpef con cui il Governo si era impegnato con il Parlamento a tagliare la spesa.

Friday, October 06, 2006

Conservare non vuol dire meno libertà

David CameronLa sinistra italiana è più a destra dei conservatori britannici. Per non parlare della destra italiana... non pervenuta. Nel matrimonio, ha detto il giovane leader conservatore David Cameron, parlando il 4 ottobre a una conferenza del suo partito, c'è «qualcosa di speciale», ma «non riguarda la religione, non riguarda la morale. Riguarda l'impegno» per il «Noi» e non solo per l'«Io». E' qualcosa di importante «sia che voi siate un uomo e una donna, sia che siate una donna e una donna, o un uomo e un uomo». A sentire Cameron dirsi «orgoglioso» di sostenere le «civil partnerships» si prova un misto di rabbia e rassegnazione per la nostra penisola, che ha la destra e la sinistra più reazionarie d'Europa. Reazionarie, perché il sano (qui ci vuole) conservatorismo non significa meno libertà.

Ecco il passaggio integrale:
«There's something special about marriage. It's not about religion. It's not about morality. It's about commitment.
When you stand up there, in front of your friends and your family, in front of the world, whether it's in a church or anywhere else, what you're doing really means something.
Pledging yourself to another means doing something brave and important. You are making a commitment. You are publicly saying: it's not just about me, me me anymore. It is about we - together, the two of us, through thick and thin.
That really matters.
And by the way, it means something whether you're a man and a woman, a woman and a woman or a man and another man. That's why we were right to support civil partnerships, and I'm proud of that».
Qui non si ha l'entusiamo di Cameron per il matrimonio, non gli si attribuisce quella funzione di stabilità sociale che i conservatori tendono ad attribuirgli. Ma, appunto, qui non si è conservatori, però si sa riconoscere un conservatore da cui si potrebbe essere governati.

Fonti: Andrew Sullivan, Camillo

Crisi di personalità

Emma Bonino e Sergio CofferatiUna Finanziaria centrata su entrate fiscali e contributive, ticket e bolli, non rischia di spegnere sul nascere la ripresa economica?
«No, la manovra ha l'obiettivo di agganciare la crescita europea, fondandosi sul risanamento strutturale dei conti pubblici [dov'è?], su una più forte capacità di spesa della maggior parte delle famiglie [?], sul recupero di competitività delle imprese [?]».

«La rigidità della spesa pubblica non ha permesso di attuare tutta quell'azione di razionalizzazione e di riduzione della spesa che mi auguravo. Rispetto a questo ci siamo un poco allontanati dal Dpef. Nonostante ciò la manovra realizza 20 miliardi di tagli e 13 di entrate... vista l'eredità lasciata dal precedente governo... un aumento del gettito si è quindi reso necessario e ineludibile, accompagnato però da una solida politica di redistribuzione [!]».

«Facciamo chiarezza. La preoccupazione principale di questo governo è di non penalizzare i ceti produttivi né le imprese». Meno male, pensate se non lo fosse stata...

Intervistatore tosto, ma Emma Bonino ha fatto quadrato e difeso la Finanziaria varata dal Governo cui appartiene.

La Bonino non sa, o non vuole, capire la differenza che passa tra il «ricattare il governo o la maggioranza», cosa che nessuno chiede di fare, e il sollevare i temi qualificanti di un'«alternativa» liberale.

Dice di aver «espresso nelle sedi opportune» le sue «opinioni al riguardo». Non potrebbe farcele sapere, schiettamente, quali sono queste sue «opinioni al riguardo» della Finanziaria? Va bene accettare le decisioni collegialmente prese dal Governo, ma non è lesa maestà rimarcare i punti di dissenso. Perché se le sue opinioni sono quelle che trapelano da questa intervista non ci siamo, non ci siamo proprio.

Una crisi d'indentità (ma in positivo) sembra averla anche il sindaco di Bologna, ed ex lider maximo della Cgil, Sergio Cofferati, che nella Finanziaria individua i mali che ci saremmo aspettati sentir denunciare dalla Bonino: «Non va bene. È una finanziaria che può produrre effetti politici pesantemente negativi. Capisco tutto: l'eredità molto brutta lasciata dal governo precedente, l'obbligo di rispettare i vincoli europei, l'inevitabilità dei sacrifici. Ma così proprio non va».

«Prima i ricchi da fare piangere, poi il ministro che dice di voler togliere ai ricchi per dare ai poveri... Guardiamo alla madre di tutto questo dibattito, la modifica delle aliquote Irpef introdotte dal centrodestra. Il mutamento delle aliquote inasprisce il prelievo fiscale anche per alcune fasce medio-basse. Le detrazioni previste rimediano a questo effetto, ma in maniera diseguale tra i diversi redditi. Poi, da 40 mila fino a 100 mila euro, tutti pagano di più rispetto a prima. E non credo che questi possano essere considerati i ricchi».

Padoa-Schioppa dice che i ricchi non si devono lamentare. «Quando ho sentito il ministro Padoa-Schioppa alla Camera parlare dei "ricchi" sono rimasto davvero basito. In realtà parlava di una platea formata sostanzialmente dal lavoro dipendente e dal ceto medio produttivo che storicamente pagano le tasse. A quelli che tecnicamente si possono considerare davvero ricchi, la modifica delle aliquote non chiede nulla. Accreditare l'idea che 75 mila euro sia la soglia della ricchezza significa accomunare i benestanti a chi percepisce dieci volte tanto. Un errore clamoroso».

Non solo sull'Irpef Cofferati ci sorprende, ma anche su Tfr e pensioni, cogliendo - da sinistra - un nodo importante: l'aumento dei contributi per tutti i tipi di lavoratori, che di fatto annulla i presunti benefici introdotti: «Per ragioni a me incomprensibili, per non spostare in avanti di qualche settimana l'uscita dal lavoro di qualche decina di migliaia di persone si sono aumentati i contributi previdenziali a milioni di lavoratori dipendenti, oltre agli incrementi per autonomi e parasubordinati».

Purtroppo, sarà più facile vedere Cofferati che la Bonino, al «tavolo dei volenterosi» costituito da Daniele Capezzone.

Finanziaria/3: in agenda l'attacco al cuore del sistema neocorporativo

Dicevamo, che questa Legge Finanziaria rinsalda quel compromesso storico corporativista tra grande industria e sindacati che da ottant'anni stritola l'Italia; che il riformismo ha dato un'altra prova d'inconsistenza, se non di dissimulazione; che Padoa Schioppa ha perso la faccia; che, insomma, siamo ancora all'anno zero delle riforme.

Dicevamo, che i radicali, se non vogliono ridursi anche loro al ruolo degli "utili idioti", dovrebbero abbandonare ogni complesso di inaffidabilità, ricordarsi che la ragione prima della loro presenza nelle istituzioni, per la quale si sono impegnati con gli elettori, è la conquista di pezzi di «alternativa» liberale; che al «tavolo dei volenterosi» occorre puntare a «spostare il baricentro dalle tasse alle riforme di struttura»; che questo lavoro va concentrato su poche, ma sostanziali questioni: accantonare misure come la rimodulazione delle aliquote Irpef targata Visco, il trasferimento forzoso del Tfr all'Inps, la mobilità lunga concessa in deroga alla Fiat; reinserire, invece, l'innalzamento dell'età pensionabile.

Tuttavia, è necessario alzare il tiro delle riforme. Non limitarsi alla correzione di rotta di questa Finanziaria, ma inserire nell'agenda politica, proprio nel momento in cui riprende vigore il patto oligarchico e corporativo che sfascia il nostro paese, quattro riforme di sistema che quel potere possono metterlo seriamente in discussione.

1) La riforma del sistema politico e istituzionale in senso anglosassone, maggioritario e bipartitico. L'unica in grado di garantire governabilità e rappresentatività, rafforzando al tempo stesso Governo e Parlamento; di ridurre il peso dei partiti e delle loro oligarchie, costringendoli ad affrontare il nodo della loro democrazia interna; di deideologizzare il dibattito politico; di introdurre nella nostra cultura politica la nozione di un centro non inteso come spazio fisico della palude e dell'"inciucio", ma come spazio politico virtuale dove non già i moderati, ma i liberali e i pragmatici dei due partiti s'incontrino.

2) L'attacco al cuore dello strapotere sindacale. I sindacati continuano a costituire una vera e propria camera delle corporazioni, una distorsione del modello di democrazia rappresentativa, una pesante ipoteca sul futuro del paese. Il ridimensionamento del ruolo delle Trade Unions nel partito è la premessa da cui è partito Tony Blair per riformare il Labour. Il potere attuale dei sindacati in Italia deriva in gran parte dal fatto di essere fornitori in monopolio della manodopera (contratti collettivi nazionali), di godere di particolari privilegi nella trattenuta delle quote associative e nell'assegnazione di centinaia di milioni di euro in commesse di Stato che gli permettono di penetrare, e ingessare, il sistema produttivo. Occorre distinguere tra conquiste dei lavoratori e privilegi dei sindacati. Il sistema centralizzato e concertativo delle relazioni socio-economiche non è più sostenibile al di fuori di quelle protezioni cadute con la competizione globale.

Riforma del diritto di sciopero, laddove costituisce un vero e proprio potere di ricatto nei confronti della cittadinanza e limiti il diritto al lavoro; abolizione del contratto collettivo nazionale a favore della contrattazione decentrata e individuale: oltre a una manciata di requisiti minimi universali (salario minimo orario, ferie, giorni di malattia, mesi di congedo parentale non retribuito, settimana lavorativa), il resto sia contrattato caso per caso e ove possibile direttamente tra lavoratore e datore di lavoro; privatizzazioni e liberalizzazioni, per sradicare sindacati e partiti da enti e imprese, dove addirittura le carriere dipendono da logiche spartitorie e neocorporative.

3) Una riforma in grado di assestare un vero colpo alla spesa pubblica e di mutare radicalmente la mentalità del cittadino nel suo rapporto con il fisco sarebbe l'abolizione del sostituto d'imposta. Far cessare la discriminazione tuttora vigente tra il contribuente-lavoratore autonomo e il contribuente-lavoratore dipendente avrebbe un duplice effetto. Da una parte quello di «affamare la bestia», cioè lo Stato si vedrebbe costretto a ridurre le spese non potendo più fare automatico affidamento su una somma certa di entrate nelle sue casse; dall'altra, anche i lavoratori dipendenti avrebbero la netta percezione, nelle loro tasche, di quanto lo Stato e i servizi che offre costino, rendendoli più consapevoli della necessità di ridurre la spesa e riformare le pensioni.

4) Facoltà di licenziamento. Innanzitutto dei dipendenti pubblici. E' un principio basilare di moralità politica a suggerircelo: laddove è il denaro della comunità a essere speso, e le tasse anche dei ceti meno abbienti, gli sprechi devono essere minimizzati. Dunque, i dipendenti pubblici devono rispondere ai massimi criteri di efficienza. Senza una valutazione quantitativa e qualitativa della produttività, nessun aumento contrattuale. Questo significa che occorre trasformare completamente l'organizzazione della pubblica amministrazione. La catena di responsabilità dal più alto all'ultimo dei dirigenti dev'essere ben definita. Ciascuno responsabile dell'efficienza del suo settore e ciascuno libero di licenziare e passibile di essere licenziato.

Senza complessi, come ci ha suggerito giorni fa Vecellio, dire che c'è bisogno di più America: «Per ricominciare a crescere occorrono regole diverse, non più denaro pubblico. Ma le regole si cambiano solo se si ha il coraggio di abbandonare il mito della concertazione: non c’è nulla da concertare con chi gode di privilegi a danno della maggioranza dei cittadini» (Alesina, Giavazzi). Il libero mercato è il nostro unico ossigeno, va amato, non mal sopportato.

Wednesday, October 04, 2006

Georgia sotto il ricatto della Nuova Russia di Putin

Nuova aggressione del nazionalismo putiniano contro una repubblica ex sovietica. L'Occidente teme il confronto e si defila.

«Non consiglierei a nessuno di rivolgersi in futuro alla Russia usando il linguaggio della provocazione e del ricatto». Così il presidente russo Vladimir Putin, in una riunione al Cremlino con i leader dei gruppi parlamentari, riferendosi alla crisi tra Mosca e Tbilisi. La Russia ha imposto alla Georgia il blocco terrestre, aereo e marittimo dopo che la scorsa settimana sono stati arrestati a Tbilisi, con l'accusa di spionaggio, quattro ufficiali dei servizi militari russi. «Terrorismo di stato», ha tuonato Mosca.

Per decisione della Duma russa tutti i collegamenti sono interrotti fino a nuovo ordine - compresi i servizi postali - e allo studio c'è persino la possibilità di un blocco sulle transazioni bancarie. Intanto, Tbilisi ha fatto marcia indietro, riconsegnando a una delegazione Osce i quattro ufficiali russi arrestati, ma per Mosca non basta ancora: non tollera che nei rapporti con le ex repubbliche sovietiche intervengano altri attori internazionali.

Francesca Sforza, corrispondente del quotidiano La Stampa a Mosca, ha spiegato ai microfoni di Radio Radicale che la crisi si è aperta già a due mesi fa, con il blocco delle importazioni dei vini e dell'acqua minerale georgiana da parte russa.

Al centro dei contrasti, i separatisti filorussi dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud. Mikhail Saakashvili, l'uomo che ha guidato la rivoluzione delle rose nel 2003, che ha in parte sottratto la Georgia all'influenza russa e l'ha avvicinata agli Stati Uniti e all'Europa, accusa il Cremlino di alimentare il separatismo. In vista dei referendum che si terranno nelle due regioni autonome è salita la tensione. D'altra parte, Putin non tollera la svolta democratica e filo-occidentale della repubblica caucasica.

Molto più di quella ucraina, osserva la giornalista, la leadership georgiana «ha profonda antipatia per i russi». La Georgia è «molto più slanciata verso l'Occidente», ma allo stesso tempo «molto più legata economicamente alla Russia». «Cosa fate senza di noi?» E' questa la sfida che Mosca lancia con l'arma del blocco dei collegamenti. La Georgia è «un paese che sta cercando di ricompattare la propria identità», spiega la Sforza. Ha una leadership «giovane, aggressiva, filo-europea», che è percepita dalla popolazione «con disincato», laddove dell'Europa nella società «non c'è traccia», e appoggiata idealmente dalle giovani generazioni. Tuttavia, rimane un paese legatissimo alla Russia sotto tutti gli aspetti, mentre da qui l'America «è lontanissima, gli americani non ci sono». D'altronde, da parte degli Stati Uniti non giungono «gesti reali, interventi politici forti», perché «significherebbe entrare in un conflitto reale con la Russia».

Il presidente americano Bush è stato avvertito da Mosca che «le azioni di paesi terzi interpretabili dalla parte georgiana come un incoraggiamento alla loro politica distruttiva, sono inaccettabili e pericolose». «Inaccettabile e pericoloso» era stato giudicato il recente discorso del presidente georgiano alle Nazioni Unite, in cui si manifestava la volontà di entrare al più presto nella Nato e di sganciarsi dal controllo politico ed economico della Russia.

Non sono per le risorse energetiche, gas e petrolio, la Georgia dipende ancora molto dalla Russia, ma anche per il commercio e per i traferimenti di denaro (si stima intorno al miliardo di dollari) che arrivano dai circa 300 mila georgiani emigrati in Russia. Per questo, il blocco, anche delle transazioni bancarie, potrebbe provocare ingenti danni all'economia georgiana e produrre effetti politici simili a quelli cercati dalla Russia con l'arma del gas contro l'Ucraina di Yushenko.

Finanziaria/2: che fare?

Romano Prodi con il ministro Padoa SchioppaDalle tasse alle riforme: un «tavolo dei volenterosi» per spostare il baricentro della Finanziaria

«E' la Finanziaria che chiedevamo». Parola di Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil. L'entusiastica accoglienza dei sindacati definisce la Legge Finanziaria appena varata dal Consiglio dei Ministri meglio di qualsiasi analisi sulle cifre, delle tante interpretazioni e dei dibattiti che in questi giorni si celebrano.

Scrive Guido Gentili, su Il Sole24 Ore, che il «significato politico» della manovra «sta nel "patto" di ferro con le grandi organizzazioni sindacali e con la Cgil in particolare (...) Un "patto" che si allarga peraltro ad alcune grandi imprese, a partire da Fiat». La pioggia di tasse; l'esproprio del Tfr; la mobilità lunga concessa alla Fiat in deroga alla riforma delle pensioni di Maroni; il raddoppio dei fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici; l'assenza di riforme strutturali e incisive sui quattro pilastri della spesa pubblica (pensioni, sanità, enti locali, pubblico impiego). Sono tutte "pistole fumanti" di quel patto.

Pistole sulle cui impugnature sono ancora evidenti le impronte digitali delle realtà oligarchiche del nostro paese: grande industria (leggi: Fiat), banche, sindacati. Con questa Finanziaria si rinsalda quel compromesso storico tra grande industria e sindacati che da ottant'anni stritola l'Italia. Un blocco di potere che in perfetta continuità con lo Stato corporativo fascista danneggia l'interesse generale e spreme le risorse del paese.

Ds e Margherita, i partiti che avrebbero dovuto tenere salda la barra riformista dell'azione di Governo, con impareggiabile faccia tosta hanno fatto quadrato intorno alla Finanziaria. Punteranno a ottenere al massimo piccole correzioni che senza stravolgere l'impianto generale della manovra possano rappresentare delle bandiere di partito da sventolare dinanzi all'opinione pubblica. Tra i giornali, la Repubblica ha cercato di mettere qualche toppa, mentre Corriere della Sera, Sole 24 Ore e Riformista sono stati più critici.

Chi ha sperato, come noi, che Tommaso Padoa Schioppa potesse costituire un punto di riferimento per quella ferma barra riformista, deve riconoscere che l'euroburocrate con questa manovra ha perso la faccia. «Non ci siamo, non ci siamo proprio». Così, Daniele Capezzone, da presidente della Commissione Attività produttive della Camera, ha espresso apertamente, tra i pochi, forse l'unico nella maggioranza, il proprio dissenso nei confronti delle argomentazioni di TPS, il quale, illustrando la Finanziaria alla Camera, ha dato prova ieri di aver rapidamente appreso le arti demagogiche di certa sinistra conservatrice.

E i riformisti nel centrosinistra? Per loro sembra valere l'acuta osservazione del professor La Manna, ricordata ieri da Castaldi in una lettera al Riformista: «Il riformista è quel tale col quale e senza il quale l'Italia rimane tale e quale». E i liberali? Gli Ichino, i Boeri, i Debenedetti, i Salvati e i Morando, cui va riconosciuta grande moralità e coerenza, sembrano essersi rassegnati a veder finire tutte le loro idee e i loro studi nel nulla.

E i radicali? Se l'analisi è quella che facevamo all'inizio, se questo è il giudizio sull'operato della coppia Prodi-Padoa Schioppa, cosa si aspettano quanti hanno votato i radicali scommettendo, con Pannella & Co., sulla Rosa nel Pugno e, di conseguenza, sull'Unione come «alternanza» necessaria a garantire spazi e speranze di «alternativa» rispetto a un sistema le cui due articolazioni non sono che cosche speculari della stessa mafiosità partitocratica (da una parte i corleonesi, dall'altra i palermitani)? Cosa si aspettano dai rappresentanti che hanno eletto in Parlamento, e dalle personalità entrate a far parte della compagine di Governo? Esattamente ciò che gli era stato promesso.

Se non vogliono ridursi anche loro al ruolo degli "utili idioti", i radicali dovrebbero abbandonare ogni complesso di inaffidabilità, ricordarsi che la ragione prima della loro presenza nelle istituzioni è la conquista di pezzi di «alternativa». Giochino a tutto campo, e senza complessi, il ruolo di cuneo liberale all'interno della maggioranza e di ponte tra le sensibilità più liberali del centrosinistra e del centrodestra, mirando con chiarezza al raggiungimento di obiettivi di riforma.

E' la strada che sta tentando di percorrere Daniele Capezzone con la costituzione del «tavolo dei volenterosi», che mette insieme i liberali dei due schieramenti per lavorare a «modifiche bipartisan», a «un ripensamento della manovra, spostando il baricentro dalle tasse alle riforme di struttura».

Ma il centrodestra? Va bene l'opposizione intransigente, vanno bene le manifestazioni di piazza, ma si limiterà agli insulti e alle polemiche? Rincorrerà l'estrema sinistra sul suo terreno, denunciando un po' ridicolmente, come ha osservato Ferrara, la «macelleria sociale»? Non sarebbe forse un atteggiamento più responsabile, ed elettoralmente conveniente, un impegno concreto, costruttivo, per non abbandonare il paese a questa sciagurata Finanziaria?

Registriamo l'apertura di Sandro Bondi: «Siamo pronti nell'interesse del Paese ad accogliere l'invito al dialogo di Capezzone, nella speranza che possa prevalere il buon senso e che questa manovra che scontenta tutti possa essere profondamente rivista e corretta in Parlamento». Tuttavia, sarebbe ingenuo sottovalutare l'eventualità che il gioco del centrodestra possa essere quello di dirsi disponibile al dialogo per poi far ricadere la colpa della rottura sull'intransigenza della sinistra. Così come l'interesse del centrosinistra potrebbe essere quello di farsi vedere disponibile al contributo dell'opposizione per poi denunciarne gli intenti solo distruttivi.

Lo spazio di manovra dei radicali, tra i rispettivi opportunismi, è ristretto. Eppure, obbligato. Siamo di fronte a una Finanziaria alla quale non sarebbe sufficiente apportare alcune correzioni. Occorre ribaltarne la logica: dalle tasse alle riforme strutturali sulla spesa. Dunque, anche per non dare alibi, e per rendere politicamente costoso l'abbandono del terreno di confronto, occorre mettere sul tavolo poche, ma sostanziali questioni: accantonare misure come la rimodulazione delle aliquote Irpef targata Visco, il trasferimento forzoso del Tfr all'Inps, la mobilità lunga concessa in deroga alla Fiat; reinserire, invece, l'innalzamento dell'età pensionabile.

Obiettivi ambiziosi, ma se i radicali dessero l'impressione di inserirsi nel gioco delle parti, o di mirare a risultati di facciata, verrebbero meno all'impegno preso con i propri elettori, perderebbero ogni credibilità rispetto alla ragione, da essi stessi dichiarata, della loro presenza parlamentare: una postazione, un fronte, dal quale rilanciare continuamente la sfida per l'«alternativa» liberale. Sulla Cina come sulla Finanziaria non è una funzione dalla quale, soprattutto per i radicali, si può abdicare senza conseguenze negative.

Sarebbe certo velleitario, oltre che ridicolo, che i radicali, o anche la Rosa nel Pugno, sbandierassero ricatti dinanzi al Governo o all'Unione, non essendo numericamente determinanti alla Camera e assenti al Senato. Tuttavia, per essere credibili nello spazio politico entro il quale si vuole agire, occorre dirsi - e dire - che se l'impianto della Finanziaria dovesse rimanere quello uscito da Palazzo Chigi, non potrebbe raccogliere il voto della piccola pattuglia radicale.

Da «ultimi giapponesi» di Prodi, e avendo dato prova di lealtà nei confronti della coalizione, seppur non ricambiata, è questo il momento, come sottolineava anche Vecellio, di marcare «un segno (e un segnale) di distinzione», e di farlo alzando il tiro sui contenuti. Frenarsi, moderarsi, per timore di venire incasellati nel mastellismo o nel dipietrismo vorrebbe dire resa culturale, cedimento ai luoghi comuni utilizzati negli ultimi 20 anni dal regime per neutralizzare l'"eccezionalità" radicale, non essere più convinti che le battaglie di cui si è portatori costituiscano davvero dei punti qualificanti di un'«alternativa» liberale, socialista, laica, radicale.

Tra il rischio di apparire «inaffidabili» agli occhi di chi comunque continua a mostrare atteggiamenti pregiudizialmente ostili nei confronti dell'apporto e dei temi radicali, e il rischio di "normalizzazione" prodiana, non vi è dubbio su quale sia quello da evitare.

Tuesday, October 03, 2006

Io sto con Voltaire

L'assassinio di Theo Van Gogh e la rinuncia a proiettare il suo film; la persecuzione che ha costretto all'espatrio la deputata olandese di origine somala Ayan Hirsi Ali; le violenze seguite alla pubblicazione di alcune vignette satiriche su Maometto; la campagna d'odio e violenze orchestrata come reazione a un discorso tenuto dal Papa all'Università di Ratisbona; un'opera di Mozart cancellata dal programma di un teatro a Berlino; e, ora, quanto sta accadendo al francese Robert Redeker. Sono solo alcuni dei casi, i più noti, in cui l'estremismo islamico globalizzato è riuscito a intimidire persino le società occidentali, che, spesso indotte all'autocensura sull'islam, danno l'impressione di sacrificare il principio della libertà d'espressione a un malinteso spirito di tolleranza.

Quanto sta accadendo da noi, che in teoria godiamo per legge scritta di tutte le libertà fondamentali, dà la cifra di quanto possa essere pesante la cappa di oppressione sulle società musulmane, dove quelle libertà non trovano garanzie neanche nella legge.

Magdi Allam, sul Corriere, ha parlato di «Jihad della parola». Il caso di Redeker l'ho appreso da un completo post di No Way:
Il 19 settembre, in reazione all'ondata di minacce contro Benedetto XVI, ha scritto un pezzo sul Figaro in cui denunciava l'islamizzazione strisciante della società francese, tracciava un interessante parallelismo tra l'islamismo e il comunismo e definiva il Corano «un libro di inaudita violenza» e Maometto «un capo militare spietato, saccheggiatore e massacratore di ebrei». Condivisibile? Non condivisibile? In ogni caso il tam tam della jihad in rete si metteva in azione minacciando morte, pubblicando sui siti islamismi la foto e l'indirizzo del "bersaglio" e invitando i fedeli a farsi giustizia. Nel frattempo Al Jazeera (rete controllata dai Fratelli Musulmani che qualcuno anni fa definiva "la CNN del mondo arabo"... non si sa riderne o piangere) provvedeva ad infiammare gli animi, già infiammabilissimi, della Umma e dell'islamismo europeo. Risultato: Redeker ha perso il lavoro (era professore di filosofia in un liceo di Tolosa), vive sotto scorta ed è senza fissa dimora, dato che è costretto a spostarsi in continuazione per evitare di essere assassinato. Il mondo intellettuale francese si mobilita, André Glucksmann fa del proprio meglio per creare un fronte di supporto a Redeker e per cercare di inoculare qualche germe di coscienza in una società francese (ed europea) che appare invece completamente inebetita e che fissa chi si appresta a distruggere le sue libertà più essenziali come un coniglio, immobile, fissa il serpente che sta per divorarlo...
Non farsi intimidire, non cedere all'autocensura, riaffermare con forza il principio della libertà d'espressione (per quanto condivisibili o meno, volgari, oscene, o blasfeme, possano essere le opinioni espresse), proteggere chi è minacciato. E' tanto ciò che il mondo della politica, dell'informazione, della cultura, può fare. Non abituiamoci ai metodi del fascismo islamico.

Alcuni siti cattolici hanno lanciato la campagna «Noi stiamo con il Papa», in difesa della libertà d'espressione. Tuttavia, si son fatti prendere la mano definendolo «il baluardo a difesa della libertà e della civiltà di tutti noi», mettendo nelle sue mani la difesa delle nostre libertà, ma è bene ricordare che dalla Santa Sede non udimmo parole in difesa delle vignette satiriche su Maometto bensì di rimprovero alla satira blasfema.

Per quanto mi riguarda, preferisco quindi stare con Voltaire, come ha scritto il blog Sgembo, «ma se il Papa vuole venire a farci compagnia è sempre il benvenuto...»

Una Finanziaria da rifare, quasi tutto sbagliato

Mentre il ministro Padoa Schioppa sta in modo patetico illustrando alla Camera i magnifici vantaggi di questa Finanziaria, gli esperti di Lavoce.info, che non possono certo essere avvicinati al centrodestra, la bocciano senz'appello.

Leggete cosa scrivono nel sommario: «La Finanziaria varata dal governo ci permetterà di rispettare gli impegni presi con l'Europa. Ma dato il miglioramento dei conti pubblici (il fabbisogno nei primi 9 mesi dell'anno è migliorato di quasi due punti di Pil rispetto al 2005), la vera sfida era quella sulla qualità dell'aggiustamento. Ed è quasi tutto dal lato sbagliato: più entrate anziché meno spese, con un probabile incremento della pressione fiscale di un punto di pil. Inquietante l'operazione sul Tfr, un modo di fare cassa ai danni dei lavoratori più giovani. La riforma dell'Irpef corregge alcuni errori del sistema disegnato da Tremonti, ma riduce pochissimo le disuguaglianze, mentre si perde l'occasione per rivedere le politiche di sostegno alle famiglie...»

Le analisi: Un rientro dal lato sbagliato, di Tito Boeri e Pietro Garibaldi; Il nuovo Tfr: Trasferimento Forzoso di Risparmio, di Agar Brugiavini; Tra razionalizzazioni e occasioni mancate, di Massimo Baldini e Paolo Bosi.

La Stampa s'inventa la figlia di Piero Welby

Un inquietante caso di "mala-stampa"

«Pannella? Mai visto, non lo conosciamo». Così, secondo La Stampa, la figlia di Piergiorgio Welby avrebbe commentato la dichiarazione di Marco Pannella, che ieri si è detto pronto «a compiere quell'atto etico di rispetto della vita, della legge, dei principi della civiltà», se Welby lo decidesse. Peccato che Welby non ha nessuna figlia, e né lui né la moglie Mina hanno concesso interviste alla Stampa.

L'intervista riportata è «totalmente inventata», afferma in un comunicato Mina Welby, moglie di Piergiorgio:
«La famiglia Welby non ha concesso interviste a La Stampa, né alla suddetta giornalista, né ad altri. E' totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio. L'infondatezza è facilmente rilevabile quando si dice che Pannella "non lo abbiamo mai visto, né lo conosciamo"».
Su questo caso inquietante è stato intervistato Marco Cappato, segretario dell'Associazione Coscioni, di cui Welby è copresidente.

Importiamo più America in Italia (e in Europa)

Uno dei pochi giornalisti che i libri di cui parla se li studia è Vecellio, che giorni fa, su Notizie Radicali, ci ha segnalato Goodbye Europa di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Rizzoli editore, pagg. 218, 18 euro). Non è un caso se il libro, nelle librerie da qualche settimana, sia passato inosservato. Gli autori, come spiega Vecellio, hanno un solo "difetto": «Proprio perché spesso hanno ragione, li si ignora, pur tributando loro riconoscimenti e meriti».
«Acquisire i permessi necessari ad avviare una nuova attività richiede, in media, 62 giorni lavorativi in Italia e 16 diverse pratiche, per un costo totale di circa 5mila dollari. In Francia ci vogliono 53 giorni, 15 pratiche e quasi 4mila dollari, in Germania 45 giorni, 10 pratiche e 4mila dollari. Negli Stati Uniti sono richieste 4 pratiche, per completarle sono necessari 4 giorni e il costo è di 166 dollari».
Sono solo alcuni dei dati raccolti dai due economisti, i quali premettono che «un'economia di mercato ha bisogno di due cose per funzionare: una giustizia civile efficiente, che faciliti l'applicazione dei contratti e protegga le parti interessate, e regole che garantiscano al tempo stesso la sicurezza e la tutela dei consumatori, ma senza creare inutili costi per avviare e svolgere un'attività economica».

Ed è proprio in questa direzione - regole, non sussidi - che va la proposta di legge presentata da Daniele Capezzone, presidente della Commissione Attività produttive della Camera, e già sottoscritta da 37 parlamentari di maggioranza e opposizione: avviare una nuova attività imprenditoriale in soli 7 giorni. La proposta, sostenuta ieri dal Commissario europeo Gunter Verheugen durante l'audizione davanti alle Commissioni congiunte di Camera e Senato, dovrebbe iniziare il suo iter parlamentare in settimana.

Ma Giavazzi e Alesina riportano altri dati interessanti. Quanto dura il procedimento giudiziario per uno sfratto? Negli Stati Uniti in media 49 giorni, in Italia 630 giorni. E per la riscossione di un assegno a vuoto? Negli Stati Uniti ci vogliono 54 giorni. In Italia 645. E così via. Quindi, sostengono i due economisti, «per ricominciare a crescere occorrono regole diverse, non più denaro pubblico. Ma le regole si cambiano solo se si ha il coraggio di abbandonare il mito della concertazione: non c'è nulla da concertare con chi gode di privilegi a danno della maggioranza dei cittadini» (pag.9).

A dividere Stati Uniti ed Europa è anche una questione di mentalità, di filosofia di vita, addirittura: «Gli Europei considerano inaccettabile qualsiasi taglio al welfare state; gli americani vedono gli aumenti delle tasse come il peggiore dei mali» (pag.129); «Mentre nella politica americana aumentare le tasse è un "peccato capitale", il "peccato capitale" di quella europea è tagliare la spesa pubblica» (pag.37); «Quella americana è una società più mobile, cioè una società nella quale i poveri credono di poter uscire dalla povertà a patto di darsi abbastanza da fare. I poveri europei, invece, non hanno le stesse opportunità dei poveri americani poiché le società europee sono socialmente più immobili» (pag.35). «La lezione più importante che gli Stati Uniti possono dare all'Europa è la convinzione che gli individui rispondono agli incentivi e che nella maggior parte dei casi i mercati funzionano, o quantomeno funzionano meglio di ogni altro meccanismo» (pag.14).

Perché «goodbye Europa», dunque? Perché «negli ultimi dieci anni non solo gli americani lavorano di più degli europei, ma è anche aumentata più rapidamente la loro produttività. Perciò l'Europa perde terreno. Se si vuole lavorare poco, bisogna essere molto più produttivi quando si lavora... Gli americani dichiarano che sarebbero felici di lavorare di più per guadagnare di più, se ne avessero l'opportunità. Insomma, gli europei vogliono lavorare ancora di meno, e gli americani sono felici quando lavorano, se non di più... Gli europei possono scegliere di lavorare sempre meno e andare in pensione presto. Possono scegliere di scoraggiare chi vuole lavorare, aumentando le tasse per sostenere un costoso welfare state. Possono adottare politiche che disincentivano l'innovazione e sono d'ostacolo all'aumento della produttività. Ma diventeranno sempre più poveri rispetto alle società che lavorano di più. Se tutti ne sono consapevoli... godiamoci pure le vacanze!» (pagg.76-77).

Monday, October 02, 2006

Stiamo con il Papa? Beh, dipende...

Joseph RatzingerUn documentario del programma della Bbc Panorama riporta alla luce un documento segreto, il Crimen Sollicitationis, diffuso nel 1962 dalla Santa Sede a tutti i vescovi, che prova il sistematico insabbiamento dei casi di abusi sessuali su minori perpetrati da preti cattolici. Per più di 20 anni, sostiene l'inchiesta, il Cardinale Joseph Ratzinger, oggi Papa, sarebbe stato garante dell'applicazione di quelle severe direttive che regolamentavano il modo in cui i vescovi dovevano comportarsi di fronte alle accuse di abusi su minori di cui venivano investiti i preti. Nel documento si dettava uno scrupoloso codice di segretezza a cui attenersi, pena la scomunica, al fine di nascondere questi casi alla giurisdizione civile.

Padre Tom Doyle, ex consulente di diritto canonico che sostiene di essere stato licenziato dal Vaticano per le critiche alla gestione di questi casi, ha interpretato il documento, a suo avviso «indicativo di una politica mondiale di segretezza e controllo assoluti su tutti i casi di abusi sessuali commessi dal clero». Nel testo è «esplicito» l'approccio del Vaticano, sostiene: insabbiare i casi e punire chi avesse portato alla luce questi crimini.

Vi è scritto chiaramente che il Vaticano rivendica a sé il controllo di queste situazioni e che «tutto ciò che gli importa è contenere e controllare il problema». In nessun documento si accenna ad aiuti per le vittime, osserva Doyle. Anzi, denuncia, «la sola cosa che si dice è che possono essere intimidite, o punite per aver parlato o rivelato ciò che gli è accaduto».

Tutto avveniva sotto il controllo diretto del Vaticano e Ratzinger, che è stato ai vertici della Chiesa per la maggior parte degli anni in cui il Crimen Sollicitationis è stato applicato, e che ha elaborato il documento successivo, oggi è Papa. Ciò vuol dire, conclude Doyle, che questa politica, questo approccio sistematico, «non sono cambiati».

«Un domani il Papa potrebbe alzarsi e dire», auspica Doyle: "Ecco la nostra politica: piena ammissione dinanzi alle autorità civili, assoluto isolamento e licenziamento di tutti i preti riconosciuti colpevoli, trasparenza assoluta, completa apertura su tutte le questioni finanziarie, togliere tutti gli ostacoli ai procedimenti legali e collaborare pienamente, dovunque, con le autorità civili".

«Potrebbe farlo», ma lo farà?

La satira torna vilipendio

Da giorni circola sul web un video rap che utilizza come tormentone il «per me in particolare» prodiano, la frase ripetuta 9 volte dal premier Prodi durante il dibattito parlamentare su Telecomgate.

Il Tg2 l'ha trasmesso e i parlamentari Merlo (Margherita), vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, Migliore (Rifondazione), De Petris (Verdi) e il diessino Montino (Ds) hanno scritto una lettera ai consiglieri del CdA Rai, nella quale chiedono di verificare se nel mandare in onda, venerdì scorso, il discorso rappato di Prodi alla Camera non ci siano «gli estremi per vilipendio alle istituzioni».

«È gravissimo - spiegano i parlamentari - che un telegiornale del servizio pubblico, in una delle edizioni di punta della sua programmazione, abbia dato spazio a un video del genere. Sarebbe stato piacevole e gradevole vederlo in una trasmissione di satira, ma certamente non nell'ufficialità e autorevolezza che è propria di un tg Rai».

Ma la frase più grave, che evidenzia un'involuzione preoccupante del concetto di libertà d'espressione, è la seguente: «Non è accettabile che di alcune delle maggiori cariche della Repubblica, dal premier al vicepremier al presidente della Camera, come anche dell'Aula parlamentare, sia stata data un'immagine comica che nulla aveva a che vedere con un momento come quello del dibattito parlamentare su Telecom, dall'alto valore politico e istituzionale».

Come si finanzia la partitocrazia. Mille tentacoli di un sistema legale

Ieri sera è andata in onda, su Raitre, un'accurata e onesta inchiesta di Report (la trascrizione della puntata) interamente dedicata al finanziamento della politica, nella sua doppia forma, pubblico e privato. Scandagliati tutti i rivoli di denaro che affluiscono nelle casse dei partiti, intervistati tesorieri, dirigenti d'azienda, esponenti politici, il tutto con uno sguardo a 360° che non ha risparmiato lo stretto rapporto Coop-Ds e il record di sottosegretari del Governo Prodi.

«Chi dona soldi ai politici perché lo fa?» Aziende, grandi imprese, cooperative, elargiscono soldi a pioggia o ai partiti di riferimento. A volte come "forma di assicurazione", a volte per poter lavorare con gli appalti pubblici.

La legge sul finanziamento pubblico ai partiti fu bocciata da un referendum nel 1993 con una percentuale del 90% di votanti. Come funziona oggi la legge sui rimborsi elettorali, di cui i partiti usufruiscono dal 1999? Più voti prendi e più vieni rimborsato. Tuttavia, rivelano le interviste di Report, «con quei soldi però non si coprono solo le spese per le campagne elettorali: si mantiene anche il partito. E così il finanziamento pubblico è tornato sotto un'altra forma».

Infine, il confronto tra il nostro sistema e quanto avviene in Spagna, «il paese che negli ultimi 15 anni, a livello di infrastrutture, è cresciuto più degli altri paesi europei».

Ai molteplici aspetti dei costi e del finanziamento della politica RadioRadicale.it ha dedicato, nel febbraio scorso, uno speciale: Come si finanzia la politica? I mille tentacoli di un sistema legale.

L'unico neo della trasmissione è il tono lievemente moralistico, che si accentua in particolare sulle "donazioni" delle aziende ai partiti. In realtà, lo scandalo non sta nel fatto che i privati elargiscano denaro ai partiti le cui politiche sono ritenute più vicine ai loro interessi, né in sé la fervente attività delle lobby, ma la mancanza di trasparenza. Le "donazioni" al di sotto dei 50 mila euro possono non essere dichiarate, ma le rimanenti sono pubbliche, raccolte e consultabili nella Tesoreria del Parlamento. Manca del tutto, piuttosto, la cultura della trasparenza, da parte dei partiti stessi e degli organi di informazione, che rinunciano a svolgere il loro fondamentale ruolo di inchiesta.

L'opinione pubblica dovrebbe essere informata di quali siano gli sponsor dei vari partiti, per farsi un'idea di quanto le politiche che essi esprimono siano in grado o meno di coniugare l'interesse generale con gli interessi degli sponsor.

Del tutto abolito, invece, andrebbe il finanziamento pubblico ai partiti. Non solo perché le politiche di una parte non dovrebbero essere finanziare con i soldi di tutti, ma anche per un motivo di efficienza dello stesso sistema partitico. Se la loro sopravvivenza dipendesse interamente dall'auto-finanziamento, i partiti sarebbero obbligati a confrontarsi con il pubblico, a verificare la credibilità di cui godono e, di conseguenza, sarebbero costretti a essere più ricettivi delle istanze generali della società. L'intero sistema risponderebbe probabilmente meno a logiche oligarchiche.

Finanziaria/1: rapina con maldestrezza

Romano Prodi con il ministro Padoa SchioppaSi rinsalda quel compromesso storico tra grande industria e sindacati che da ottant'anni stritola l'Italia, in perfetta continuità con lo Stato corporativo fascista

Al peggio non c'è mai fine e a dimostrarlo è la Finanziaria varata sabato dal Consiglio dei Ministri, ben peggiore di qualsiasi bozza o indiscrezione trapelata nei giorni precedenti. Oscar Giannino, con la consueta puntualità e precisione, ieri su Libero l'ha passata al setaccio, con i suoi 33,4 miliardi di euro, i «tre espropri, uno più grave dell'altro, approfittando del connivente sciopero della stampa...»

Nessuno è sfuggito alla mannaia della terribile coppia di "matti" Prodi-Padoa Schioppa. Colpiti tutti i ceti, tutte le tipologie di consumatori. Una Finanziaria che abbatte i consumi e frustra la ripresa, sulle cui pagine sono evidenti le impronte digitali delle realtà oligarchiche del nostro paese: grande industria (leggi: Fiat), banche, sindacati. Quindi si rinsalda quel compromesso storico tra grande industria e sindacati che da ottant'anni stritola l'Italia, un blocco di potere, in perfetta continuità con lo Stato corporativo fascista, che danneggia l'interesse generale e spreme le risorse del paese.

Avete un'auto? Il bollo aumenta. Vivete in una casa in affitto? Più tasse sugli affitti. Siete giovani, ai primi lavori, pochi euro e contratto parasubordinato? Pagherete più contributi. Lavorate in proprio? Più contributi lo stesso. Siete dipendenti a tempo indeterminato? Uno 0,3% in più lo versate anche voi. Guadagnate 75mila euro l'anno lordi? Pagherete più Irpef. Ne guadagnate solo 40mila? Fa lo stesso. Avete investito i vostri risparmi sul mercato finanziario? Più tasse su Bot e titoli. Nel tritacarne ci siamo finiti proprio tutti, per un verso o per l'altro.

Tasse è la parola chiave della Finanziaria. I leader dell'Unione hanno mentito in campagna elettorale, assicurando che non sarebbero state ritoccate le aliquote Irpef.

Non solo a partire dai 75mila euro, le aliquote di tutte le fasce di reddito sono state riviste al rialzo. Sono 11 milioni i contribuenti colpiti dagli aggravi: i 9 milioni che hanno un reddito tra 15mila e 26mila euro passano dal 23 al 27% (tra i 26mila e i 28mila euro, invece, si cala dal 33 al 27%); un milione e mezzo di contribuenti che guadagnano tra i 28mila e i 33.500 euro passa dal 33 al 38% (tra i 33,500 e i 55mila si cala impercettibilmente, dal 39 al 38%); altri 600 mila contribuenti, con reddito tra i 55mila e i 75mila euro, passano da un'aliquota del 39 a una del 41%; infine, per i 250 mila compresi tra 75mila e i 100mila euro di reddito l'aliquota passa dal 39 al 43%. Questi ultimi, si è detto, sono solo l'1,5% dei contribuenti, ma ciò non fa che confermare il sospetto che centinaia di migliaia di contribuenti facciano di tutto per evitare di comparire in quest'ultima fascia. Quelli che vi rimangono, gli unici che per onestà o per obbligo subiscono il salasso, da questa rimodulazione vengono tartassati ancor di più, con il rischio concreto che comincino a chiedersi: "Ma chi me lo fa fare?"

Lo stesso Prodi ha ammesso che la soglia di un effettivo risparmio fiscale si colloca intorno ai 40mila euro lordi. Per i redditi inferiori l'aumento delle aliquote sarebbe compensato dalle detrazioni, mentre al di sopra dei 40 mila euro di reddito esse comunque non ripagano dei soldi sborsati per l'aumento dell'aliquota. Ma attenzione: vi dicono che quanti guadagnano tra i 1.500 e i 1.800 euro netti al mese risparmieranno tra i 43 e i 61 euro di tasse, sempre al mese, ma ciò vale solo per un lavoratore dipendente, con moglie e due figli a carico (sotto i tre anni). E per tutti gli altri? Aliquota più alta e detrazioni minime o inesistenti.

Non viene reintrodotta la tassa di successione, ma vengono drasticamente aumentate le imposte ipotecarie, catastali e di registro sul passaggio di beni in donazione o successione: un appartamento "prima casa" del valore di 250mila euro che passa da zio a nipote passa da 338 euro a 15mila euro di tasse.

Fasci e corporazioni. Se tutti i cittadini piangono, a ridere sono le banche, la Fiat e i sindacati. Le banche, perché le imprese andranno a chiedere ad esse maggiore liquidità; la Fiat, perché oltre alla supertassa sui Suv (1 euro per kilowatt fa circa 100 euro), auto popolarissime della concorrenza, gli viene concessa la mobilità lunga a spese della collettività, in deroga alla riforma pensionistica di Maroni: in tutta Italia si potrà andare in pensione a 65 anni, o 60 con 35 di contribuiti, eccetto che a Torino, dove l'età d'oro inizia a 57 anni. «Per i signori di Confindustria, veder premiata solo l'azienda del loro presidente è una bella lezione», ironizza Giannino.

Ai lavoratori ciò che viene restituito con la riduzione del cuneo fiscale viene in parte prelevato con l'aumento dei contributi, che colpisce tutti: 3 punti percentuali per i parasubordinati, 2 per i milioni di lavoratori autonomi, e uno 0,3% per tutti i dipendenti. Viene innalzato al 20% il prelievo su Bot, plusvalenze azionarie e compravendite di titoli. Anche ai redditi da affitto verrà applicata un'aliquota del 20%, ma non si vede come questo aumento dovrebbe favorire l'emersione contro gli affitti in nero. Diviene obbligatoria, senza distinzioni per zona, la polizza anti-calamità sulla casa, con relativo effetto distorsivo, come già l'obbligatorietà della Rc auto, del mercato assicurativo a danno dei consumatori.

Tassa e spendi. Oltre a questa gran massa di aumenti fiscali, ciò che è più grave di questa Finanziaria è che non prevede - nonostante il Governo si fosse impegnato con il Parlamento nel Dpef - riforme strutturali e incisive della spesa pubblica in nessuno dei quattro pilastri fondamentali: pubblico impiego, pensioni, enti locali, sanità. I sindacati vedono raddoppiati, rispetto al «tetto invalicabile» posto inizialmente da Padoa Schioppa, i fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, ancora da negoziare. Invece di licenziare i «fannulloni», il Governo prepara aumenti di stipendio a pioggia, in alcun modo legati alla produttività.

Il Tfr, soldi dei dipendenti, attualmente liquidità nella disponibilità delle imprese, viene espropriato in favore dell'Inps, contando sulla previsione che gran parte dei lavoratori non opterà per i fondi complementari privati. Per intenderci, anziché innalzare l'età di pensionamento, o introdurre altre riforme del sistema pensionistico, si continua a trasferire all'Inps denaro che probabilmente si perderà nell'enorme buco nero dell'ente previdenziale.

Agli enti locali viene tolto qualcosa, ma gli viene restituito sotto forma di nuove imposte, come la «tassa di scopo», che i Comuni potranno pretendere su progetti di spesa "ad hoc" e che graveranno direttamente sull'Ici. Viene reintrodotta, inoltre, la tassa di soggiorno (sic!), che potrà arrivare fino alla somma di 5 euro (!) per ciascun non residente a notte (campeggi compresi!). Invece che un vero e proprio taglio, un trasferimento di spesa pubblica dal centro alla periferia.

Per quanto riguarda la sanità e il cosiddetto «sistema Stato», non fatevi ingannare. Tutte le enormi cifre miliardarie che compaiono sotto la voce "tagli" rientrano nelle tasche dei ministri nascoste nei vari «fondi per lo sviluppo». Il trucco è semplice, simile al gioco delle tre carte: lo stesso Padoa Schioppa ha snocciolato il lungo elenco dei cosiddetti «fondi per lo sviluppo», che guarda caso portano ciascuno il nome di un Ministero. Si tratta di decine di miliardi aggiuntivi a disposizione dei vari ministeri e per le future contrattazioni con i sindacati.

Non poteva mancare, infine, una bella stretta proibizionista sulla vendita di alcolici: l'età per poterli acquistare si alza da 16 a 18 anni.

La conclusione di Giannino è condivisibile: «Mi dispiace ma io lo dico chiaro: di fronte a questo, evadere la rapina di Stato è pura autodifesa. Irriducibile battaglia di libertà».