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Friday, November 05, 2004

Bush pronto a governare «in his own style»

Ha un capitale politico da spendere, e lo spenderà secondo il suo stile, secondo quanto promesso, secondo il suo motto: "Intendo dire davvero ciò che dico".

Bush è stato esplicito su come intende condurre il suo secondo mandato. Di corsa verso la ownership society, con riforma del codice fiscale e privatizzazione della sicurezza sociale, crescita economica, educazione, combattere e vincere la guerra al terrorismo. Bush ha sì espresso il desiderio di coinvolgere i democratici nell'azione legislativa, ma senza snaturare i suoi obiettivi e i suoi principi. I quattro semplici punti cardinali che ha introdotto Bush alla Casa Bianca: Ownership society è la parola d'ordine per la riforma della società americana; Guerra invece di semplice lotta al terrorismo è la svolta dopo l'11 settembre; Democrazia invece di stabilità è la parola d'ordine della politica estera; Guerra preventiva e non deterrenza è la nuova strategia di sicurezza nazionale.
Le teorie neocons saranno «parte centrale della politica estera americana». La democrazia è ancora possibile in Iraq e in Medio Oriente, anche in Palestina, e la sua diffusione è di importanza strategica per proteggere la nazione.
«If we are interested in protecting our country for the long term, the best way to do so is to promote freedom and democracy».
«Sono fortemente in disaccordo con chi non capisce la saggezza nel promuovere società libere in giro per il mondo» e «con chi crede che certe società non possano essere libere».
Mano tesa agli alleati vecchi e nuovi:
«Anche se non siamo stati d'accordo abbiamo un nemico comune. Continuerò a lavorare con i nostri amici e alleati in Europa e nella Nato, per promuovere sviluppo e progresso, per sconfiggere i terroristi e incoraggiare la libertà e la democrazia come alternativa alla tirannia e al terrore».
Idee chiare sul mandato ricevuto e sui rapporti col Congresso:
«After hundreds of speeches and three debates and interviews and the whole process, where you keep basically saying the same thing over and over again, that when you win, there is a feeling that the people have spoken and embraced your point of view, and that's what I intend to tell the Congress».
Fonte: Washington Post
Intanto a Washington si rincorrono le voci sui nuovi uomini del presidente.

Quella di Bush non è stata una vittoria «di misura», ma una vittoria che esprime un mandato, fa notare il direttore del Weekly Standard, William Kristol. Un mandato che Bush porterà a termine con fermezza e determinazione:
«The hair-pullers and teeth-gnashers won't like it, of course, but we're nevertheless inclined to call this a Mandate. (...) Whatever mistakes the administration has made these past 18 months - and there've been more than a few too many - President Bush deserves enormous credit simply for staying the course, for rejecting bad advice to cut and run from purported friends and foes alike. On this central question of national security and principle, George W. Bush has proved himself an extraordinarily courageous president».
In «Atto secondo», Fred Barnes individua 4 ragioni per cui, a dispetto della tradizione che vuole mosci i secondi mandati, il "secondo atto" di Bush promette di essere efficace: un'agenda fitta di obiettivi sia sia per la politica interna sia per la sicurezza nazionale; collaboratori saggi e competenti; maggioranza repubblicana al Congresso, sempre a rischio franchi-tiratori ma con possibilità di stabilire buone relazioni con i pochi leader democratici più moderati; nessuno scandalo in vista. La sconfitta del leader democratico al Senato Tom Daschle dimostra che l'opposizione intransigente non funziona.

Dan Balz (WPost) riconosce a Bush di aver ricevuto un mandato chiaro: non è stata una vittoria a valanga, ma significativa in una contesa elettorale così polarizzata.
«It is a style that does not exclude reaching agreement across the political aisle, but it is one that has at its core Bush's fealty to basic principles. Having won a second term on those terms, he is now set to govern in his own style».

«The End of the Sixties». Il Partito democratico guardi a Roosvelt e Truman

Il radicalismo liberal sorto dalla fine degli anni '60 è davvero defunto. Se ha contribuito a scuotere le istituzioni di un'America in fermento, oggi si conferma un fenomeno di snobismo manieristico, un sinonimo di irresponsabilità politica, e ha finito per inquinare la credibilità di governo del Partito democratico. I democratici devono guardare alla parentesi new democrat clintoniana, o ancora più indietro (Roosvelt e Truman), per liberarsi delle vecchie scorie liberal, tornando a rivolgersi al Paese non temendo di parlare di valori, di potenza e di sicurezza nazionale, ma soprattutto non assecondando la demagogia su tutto che sembra essersi imposessata della loro base. Meno Michael Moore, più senso della realtà e della nazione!

Hugh Hewitt ha avanzato questa analisi sul giornale neoconservatore Weekly Standard. Con John F. Kennedy, e la sconfitta di Nixon, l'America è entrata negli anni '60. L'11 settembre 2001 ne è uscita, ma solo con la rielezione di Bush e la sconfitta di John F. Kerry gli anni '60 sono stati sepolti. Sono stati sconfitti i retaggi di quegli anni: il radicalismo liberal, il pregiudizio nei confronti dell'uso del potere americano, il «complesso» del Vietnam da cui gli oppositori alla guerra in Iraq sono stati travolti, e la vecchia guardia di leader di Yale, Boston, della East Coast Europe-style. Kerry si è presentato come l'erede di quella tradizione politica, ma l'America è ora proiettata su altri temi e priorità, mentre parte della sinistra non si libera dei vecchi schemi. Hewitt però sa individuare due nuovi leader democratici svincolati dalla vecchia guardia: Ken Salazar e Barak Obama mandano un messaggio al GOP che non può essere ancora ignorato:
«Persuade the ethnic middle class that the policies of economic growth do genuinely work for them and not just their bankers, or understand that the next few years as a majoritarian party will be your last».
Ora può emergere una «nuova sinistra» che «confida nel potere americano messo a servizio della sicurezza in patria e della libertà all'estero». Joe Biden deve essere messo da parte per far posto a Joe Lieberman, serve il partito che fu di Scoop Jackson, poi ci sono Obama e Salazar, ma soprattutto «i fantasmi degli anni '60 devono essere finalmente esorcizzati, o almeno esiliati a Hollywood».

Per David Gelernter (Weekly Standard), la vittoria di Bush oggi è come la vittoria di Truman nel 1948. Non solo perché, come allora, ha rovesciato tutte le previsioni dei primi exit poll, ma anche perché entrambi sono ideatori di due dottrine epocali:
«Bush and Truman each redefined America's world mission for a new era by reapplying traditional American principles. (...) America really doesn't give a damn what Europe or the New York Times or Hollywood or the worldwide professoriate has to say. It tries hard to do right, and more often than not it succeeds.»
In un contesto elettorale dove Kerry era il "reazionario" e Bush il "rivoluzionario":
«Today the Democrats are the timid reactionary party with strong isolationist tendencies. Today "Democrat" equals "Reactionary Liberal." Republicans are the bold internationalist progressives - the "Tory Democrats" envisioned by Benjamin Disraeli, creator of modern conservatism, and by Margaret Thatcher and Ronald Reagan, its late-20th-century champions».
Anche la stampa liberal cerca scuotere il Partito democratico. «51 a 48» sottolinea l'editoriale di New Republic, che, per nulla fiducioso sulle reali intenzioni di Bush in questo secondo mandato, chiede ai liberal di non abbattersi e sdrammatizza: non è morto il liberalismo, è solo una sconfitta elettorale, il paese è spaccato in due metà:
«This country is bigger than its every president. This Constitution is not easy to destroy. This is not the apocalypse. But it is the most formidable challenge to American liberalism in our time».
Non tutta la sinistra è uguale però. I liberal devono abbandonare il «sinistrismo» e i pregiudizi negativi alla Michael Moore e alla Ted Kennedy sul potere americano.
Peter Beinart osserva che Bush non ha vinto un secondo mandato, ma solo evitato una catastrofe, che potrebbe comunque realizzarsi con l'Iraq, e raccomanda ai democratici di evitare due errori: «arruffianarsi» il voto culturalmente conservatore di Bush (è necessaria una nuova generazione di leader del sud più capaci di entrare in sintonia con i valori religiosi, ma senza smarrire i principi anche se in questa battaglia sono stati sconfitti); cedere all'antiamericanismo liberal.

Mentre Salon se la prende con Kerry, su Slate William Saletan ha davvero buoni consigli per risollevare i democratici: tornare ad essere «il partito della responsabilità», il partito che «ricompensa le persone comuni» che fanno il loro dovere. "Se pensate che sia un'anatema, siete la persona che Karl Rove vorrebbe alla guida del Partito democratico":
«Nearly 60 million people came out to vote for George W. Bush yesterday because they think that he represents their values and that you don't. Prove them wrong and you'll be the majority party again».
Il voto dei cristiani, osserva, «non è una minaccia, ma un'opportunità»: i lavoratori socialmente conservatori non credono nel libero mercato, ma nell'etica del lavoro. Mostrando questa contraddizione in Bush voteranno per il partito dell'etica del lavoro. Sulla sicurezza nazionale e la politica estera bisogna tornare a Roosvelt e Truman, quando i democratici non erano percepiti come dei deboli:
«Democrats in the Roosevelt-Truman years didn't have this problem. They called tyrants by their name, and they didn't sound like they were faking it. A party that believes in right and wrong at home must be assertive about right and wrong abroad».

I "buoni" e i "Bush haters" hanno avuto torto

Il direttore del Weekly Standard, William Kristol, ha sbeffeggiato la pretesa «superiorità morale e intellettuale» di chi, in patria e all'estero, ha sottovalutato Bush, la sua visione e la sua profonda sintonia con la nazione.
«Here at home, a great many people who fashion themselves his moral and intellectual superiors turn out once more - as he might put it - to have misunderestimated George W. Bush. And it has happened abroad, as well, where the president's opponents and enemies - which is to say America's opponents and enemies - must now be pulling their hair and gnashing their teeth with frustration and resentment. The exit polls said Kerry would win. The New Yorker had endorsed him. And still those idiot Americans reelected Bush!».
Accuse peggiori nei confronti di quella pretesa superiorità sono giunte da Piero Ostellino, che ne smaschera l'intolleranza di fondo:
«La più antica e stabile democrazia esistente ha rieletto l'uomo che i maestri del pensiero progressista italiano hanno definito stupido e capo d'una banda di criminali. Questi maestri progressisti dovrebbero piantarla d'intingere la penna nell'olio di ricino, sì proprio olio di ricino, ogni volta che parlano dei loro avversari politici. E dovrebbero riconoscere d'aver proiettato nella campagna elettorale americana il desiderio che la sconfitta di Bush significasse la sconfitta di Tony Blair e Berlusconi. Come se Blair e Berlusconi fossero alleati di Bush e non dell'America». Posizione che Ostellino definisce «non solo squadristica, ma anche provinciale. Altrimenti non si sarebbe allineata con la Francia di Jacques Chirac. Illudendosi che Chirac fosse un avversario di Bush e non invece dell'America»
Sconfitti da questa campagna sembrano uscire quindi i grandi network che assegnavano a Kerry un 3 a 0 nei dibattiti televisivi, la stampa liberal nazionale, il popolo di internet a sostegno di Kerry, i facoltosi sostenitori alla Soros, i documentaristi faziosi e antiamericani alla Moore. Mezzi come la radio, il porta-a-porta, la posta, il telefono, la militanza radicata sul territorio e non catapultata dall'alto, sembrano essere stati più efficaci.

Un onesto Todd S. Purdum, sul New York Times, riconosce a Bush di aver raggiunto il «centro politico» del Paese:
«It was not a landslide, or a re-alignment, or even a seismic shock. But it was decisive, and it is impossible to read President Bush's re-election with larger Republican majorities in both houses of Congress as anything other than the clearest confirmation yet that this is a center-right country - divided yes, but with an undisputed majority united behind his leadership. In other words, while Mr. Bush remains a polarizing figure on both coasts and in big cities, he has proved himself a galvanizing one in the broad geographic and political center of the country».

Thursday, November 04, 2004

I Dem. lontani dalla nazione; che è una. E pluribus unum

Norman RockwellQuando si dice che l'America è una e che non esiste una seconda America, quella immaginaria, quella "migliore" e dei buoni per la quale da noi molti politici e giornali di sinistra perdono letteralmente la testa ed il contatto con la realtà, non si intende negare quelle fratture e quelle divisioni che naturalmente - in democrazia - esistono e sono anzi benefiche. Piuttosto si vuole ricordare a chi troppo spesso se ne scorda che esiste un eccezionalismo americano, un carattere peculiare e profondo nel tessuto sociale e valoriale che rende la nazione unita, nel preciso senso del motto: e pluribus unum. Chi troppo se ne discosta, perde le elezioni, e chi ne sa essere migliore e più convincente interprete, le vince. Questo per chiarire che se non esistono due Americhe, una dei buoni e una dei cattivi, non è perché si intende sostenere che Bush abbia stravinto con l'80 per cento o che i Democratici si siano posti al di fuori di una specifica cittadinanza.

Sergio Romano sul Corriere di ieri spiegava come Bush abbia diviso l'America dilapidando il consenso ricevuto dopo l'11 settembre: ora deve «ricomporre l'unità della nazione». «Un paese democraticamente unito è la parodia di un regime totalitario», obietta Piero Ostellino:
«Le divisioni e i contrasti sono l'essenza della vera democrazia. Sui valori di fondo, poi, l'America non si è mai divisa, ha soltanto giudicato in modo differente le soluzioni proposte contro il terrorismo e la guerra irachena».
Difficile individuare i temi di questa campagna che sono risultati trainanti per il successo di Bush. Forse più di ogni singolo fattore, è racchiudendo la complessità dei temi e delle convinzioni in una visione coerente e apparentemente priva di contraddizioni, con un messaggio chiaro, che Bush è riuscito a mobilitare il consenso di tutta la sua base. Aver guadagnato qualche punto percentuale tra i voti tradizionalmente democratici (interessante considerare il voto per classi di età, etnie, genere, religione) non è stato determinante quanto l'aver mobilitato in profondità quel vasto, complesso, spesso diviso, movimento conservatore americano che raramente si muove all'unisono per appoggiare il GOP. Le moral issues certamente sono state importanti, ma non meno dei tagli fiscali, dell'economia e della sicurezza sociale, della guerra al terrorismo. Se Bush avesse sottovalutato ciascuno di questi temi tanto da rendere squilibrata la sua visione complessiva, non sarebbe potuto tornare alla Casa Bianca. Il movimento conservatore risvegliato da Bush e che oggi è maggioranza nel Paese non è affatto monolitico, non lo è mai stato. La capacità di Bush e dei suoi strateghi è di averlo mobilitato in ogni sua componente, ma se l'equilibrio si rompe, per esempio sbilanciando la presidenza su posizioni fondamentaliste nelle moral issues, è prevedibile che anche il fronte di consenso si possa dividere.
«Say nothing of my religion. It is known to God and myself alone. Its evidence before the world is to be sought in my life: if it has been honest and dutiful to society the religion which has regulated it cannot be a bad one».
Thomas Jefferson, 3rd president of US (1743 - 1826)

«Two Nations Under God»

E' il titolo del preoccupato editoriale di Thomas Friedman (New York Times), che si dice più angosciato oggi che nel 2000. Sente che con chi ha votato per Bush la differenza non è su cosa l'America debba fare, ma su ciò che l'America è.

«Is it a country that does not intrude into people's sexual preferences and the marriage unions they want to make? Is it a country that allows a woman to have control over her body? Is it a country where the line between church and state bequeathed to us by our Founding Fathers should be inviolate? Is it a country where religion doesn't trump science? And, most important, is it a country whose president mobilizes its deep moral energies to unite us - instead of dividing us from one another and from the world?
(...)
My problem with the Christian fundamentalists supporting Mr. Bush is not their spiritual energy or the fact that I am of a different faith. It is the way in which he and they have used that religious energy to promote divisions and intolerance at home and abroad. I respect that moral energy, but wish that Democrats could find a way to tap it for different ends».
Bush ora ha un mandato, certo, ma anche un «appuntamento con la storia», conclude.
Walter Russell Mead, intervistato dal Council on Foreign Relations, parla di «sconfitta catastrofica» per i democratici: i «valori morali» hanno mosso molti elettori, è vero, ma non solo su questioni interne, anche sulla guerra al terrorismo.
Andrew Sullivan accetta la sconfitta di Kerry, riponendo la sua fiducia nella «saggezza» del popolo americano e giurando lealtà al presidente rieletto, perché i veri nemici, avverte, sono i jihadisti:

«Our job now - all of us - is to support this president in that war, to back those troops, and to pray for victory. (...) The past is the past. And George W. Bush is our president. He deserves a fresh start, a chance to prove himself again, and the constructive criticism of those of us who decided to back his opponent. He needs our prayers and our support for the enormous tasks still ahead of him. He has mine. Unequivocally». Leggi.
Sullivan è anche fiducioso sui diritti degli omosessuali. Invita a non darsi per vinti, a non rinunciarvi. Bush stesso e 2/3 degli americani sono più aperti sulle unioni civili dei gay. A questo riguardo si appella al federalismo. Infine, si consola dicendo che ora Bush non avrà più scuse e nel 2008 sarà totalmente responsabile delle sue politiche.

Il Paese che ha bisogno di superare le divisioni

Paradossalmente, pur in presenza di una forte e chiara legittimazione popolare, Bush potrebbe gestire il suo secondo mandato con maggiore moderazione del primo, il quale viceversa nacque con un difetto di legittimazione dovuto alle famigerate dispute elettorali. Bush farà valere la forza della maggioranza repubblicana in tutte le istituzioni, o coinvolgerà i democratici? Le prime parole di Bush rispondono all'esigenza di superare le divisioni nel Paese. Non sembrano frasi di circostanza, Bush "intende dire quello che dice", ma di certo non rinuncerà alla sua visione e alla sua linea, percepite ormai come missione. La moderazione sarà nei toni e nel metodo, ma non nella sostanza. Probably

William Safire, sul NYT, avverte il pericolo delle maggioranze repubblicane in tutte le maggiori istituzioni e delle divisioni interne al partito democratico. Quali iniziative possono contribuire a ricucire le divisioni del Paese rispettando le promesse della campagna elettorale? Safire indica l'elezione di nuovi giudici della Corte Suprema e invita Bush a proseguire nella politica moderata adottata nella ricerca sulle cellule staminali embrionali. Per il Washington Post, se il secondo mandato di Bush sarà più moderato del primo si vedrà da grado di coinvolgimento della componente democratica nell'azione legislativa e dalla nomina dei giudici della Corte suprema. Veri e propri banchi di prova della volontà di riunire il Paese espressa ieri da entrambi i contendenti. Per l'estero, Bush dovrà trattare con rispetto i partner e affrontare il terrorismo e la situazione in Iraq con la competenza che richiede la grandezza di queste sfide. In Senato i repubblicani passano da 51 a 55 seggi su 100. Una maggioranza che comunque non annulla possibili franchi tiratori, ma che fa slittare l'assemblea a destra, e che rappresenta una sconfitta nelle urne per i centristi di entrambi gli schieramenti, osserva ancora il WPost.

Vince il presidente dell'11 settembre

Sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco spiega che «Bush vince soprattutto perché è il presidente dell'11 settembre»:
«Un fatto è certo. Lo schema, adottato alla vigilia del voto da tanti commentatori, soprattutto europei, secondo cui un forte innalzamento della partecipazione elettorale avrebbe avvantaggiato John Kerry si è rivelato falso, viziato dall'ideologia e dal pregiudizio. (...) La sostanza è che l'America del dopo 11 settembre è un'America che, a differenza dell'Europa, sa di essere impegnata in una guerra contro il terrorismo islamico che si trascinerà senza esclusione di colpi (come tutte le guerre) per molti anni a venire. Ciò che sottovalutavano i sostenitori dell'equazione "più partecipazione uguale vittoria di Kerry" erano i sentimenti» della società americana. (...) Solo qualche impenitente radical chic (dell'una e dell'altra sponda dell'Atlantico) poteva davvero credere che la maggioranza degli americani avrebbe preso sul serio le risibili versioni alla Michael Moore sulle "vere cause" dell'11 settembre o della guerra in Iraq o le prese di posizione delle star del cinema e del rock».
Ma è Gian Antonio Stella che inchioda alla loro bassezza politici e giornali italiani di sinistra, smascherando quell'«illusione a lungo coltivata: che non solo esistesse ma fosse maggioritaria una immaginaria "America migliore"».
Sergio Romano ricostruice le vicende del successo di un presidente eletto nel 2000 senza consenso, ma plasmato - come tutti gli americani, dall'11 settembre:
«Il personaggio è piaciuto. Nei tratti del nuovo Bush gli americani hanno ritrovato una combinazione dei tipi umani che appartengono alla leggenda e al mito della nazione. (...) Bush ha vinto, ma dovrà rendersi conto che la sua caricatura americana non è più adatta alle nuove circostanze del dramma in cui dovrà recitare per i prossimi quattro anni. L'America, non importa se repubblicana o democratica, ha bisogno di un nuovo personaggio, più adatto alla gravità del momento e alle esigenze della nazione».

La gola del regista recisa «come una pagnotta»

E' il primo assassinio di matrice islamica contro una delle nostre libertà, quella d'espressione, che ha avuto luogo "a casa nostra". L'Europa non dovrebbe sottovalutare questo sgozzamento. Stavolta è toccato a Theo van Gogh, il regista, giornalista e polemista olandese ammazzato martedì mattina per aver prodotto un film sulla condizione delle donne nel mondo islamico. Leggi Un brutto presagio

Arafat più morto che vivo

La morte di Yasser Arafat, dovuta alla inesorabile evoluzione della leucemia acuta che lo aveva colpito (chissà perché negata con tanta ostinazione), giunge dopo un apparente miglioramento dovuto solo alle continue trasfusioni effettuate a Parigi, mentre tutti i media italiani riportavano la notizia di un volgere positivo e della diagnosi di una malattia curabile. Ma le informazioni riservate dell'intelligence americana erano inequivoche: al massimo un mese di vita, l'ultimo viaggio del leader palestinese dal quale non avrebbe più fatto ritorno. E di fatti Israele lo aveva fatto partire.

I motivi delle patetiche smentite e contraddizioni sulla morte di Arafat hanno origine nell'esigenza di organizzare la successione e soprattutto evitare situazioni incontrollabili all'interno del movimento palestinese, tenuto a bada sinora dal raìs ma dilaniato in numerose faide intestine.

Un po' come accadeva per le delicate successioni sovietiche, dove la morte del presidente di turno era dapprima un raffreddore e veniva annunciata solo dopo un paio di giorni dall'avvenuto decesso. Per gli stessi timori di implosione interna Israele ha evitato di rendere nota, pur conoscendone i dettagli, l'inesorabile sorte che attendeva il leader palestinese. Le preoccupazioni del Mossad sono ora verso i tentativi di scalata al potere da parte dei gruppi più radicali, ma anche sul luogo della sepoltura dell'anziano leader e i tumulti che potrebbe provocare. E pensare che qualcuno ipotizzava una messa-in-scena da parte della famigerata drammaturgia araba... non si sa davvero più cosa scrivere.
Fonte: Dagospia
Qui la versione più "corretta"

Lezioni americane

Nelle parole dei due contendenti il risveglio il giorno dopo la battaglia è da uomini d'onore:
«In un'elezione americana non ci sono sconfitti, perché a prescindere se i nostri candidati abbiano o no ottenuto la vittoria, il mattino successivo noi ci svegliamo come americani. Questo è il più grande privilegio e la più rilevante buona sorte che possa mai venirci sulla terra. Con questo dono giunge anche un obbligo. Ci è richiesto ora di lavorare insieme per il bene del nostro paese. Nei giorni in avanti dobbiamo trovare uno scopo comune. Ci dobbiamo unire in uno sforzo comune senza rimorso o recriminazione, odio o rancore. L'America ha bisogno di unità e desideriamo maggiore compassione».
John F. Kerry
«Oggi sul presto il senatore Kerry mi ha chiamato e si è congratulato. E' stata una telefonata veramente buona. E' stato molto gentile. Ha condotto una campagna tenace, lui e i suoi sostenitori possono essere orgogliosi dei loro sforzi. Io e Laura porgiamo al senatore Kerry, a Teresa e alla loro famiglia tutti i nostri migliori auguri. (...) Mi rivolgo ad ognuno che ha votato per il mio avversario: per rendere questa nazione più forte e migliore avrò bisogno del vostro sostegno e lavorerò per guadagnarlo. Farò di tutto per essere degno della vostra fiducia. Un nuovo mandato è una nuova opportunità da estendere all'intera nazione. Abbiamo un unico paese, un'unica Costituzione, ed un futuro che ci unisce. Quando lavoriamo insieme, non c'è limite alla grandezza dell'America».
George W. Bush

Wednesday, November 03, 2004

George W. Four More Years. Una vittoria americana

Norman RockwellIl conservatorismo maggioranza in America
Affluenza record: +10%. Milioni di americani in fila per decidere: non sono stupidi, sono liberi, "conoscono e deliberano". Vittoria netta dei repubblicani che guadagnano Camera, Senato e presidenza. Un consenso vero e forte, elezioni limpide. Nonostante si ritenesse che la grande affluenza avvantaggiasse lo sfidante, ciò non è avvenuto: l'affluenza tra i giovani è rimasta invariata e Bush ha mobilitato un "blocco sociale" sorprendente e storico per i repubblicani. Il dato politico è che il conservatorismo come movimento è maggioranza negli Stati Uniti. Rispettati i sondaggi della vigilia: +3% di Bush nel voto popolare e confermati gli Stati dati in bilico alla vigilia (Ohio, New Mexico, e uno Stato del nord).

Il referendum su Bush. Se Kerry ha coalizzato su di sé gran parte dell'elettorato disposto a tutto pur di mandare a casa Bush, e molto meno interessato a chi fosse a sostituirlo, Bush e il GOP hanno invece riportato una rilevantissima vittoria politica e culturale. Forse solo con Reagan, e comunque non in presenza di una tale affluenza, il movimento conservatore americano si era riconosciuto così completamente nelle proposte politiche e nelle candidature avanzate dal Grand Old Party. Un fronte sociale che si esprime per la prima volta in tutte la sue potenzialità politico-elettorali.

Sul fronte democratico, vista l'incapacità dai tempi di J. F. Kennedy di esprimere un presidente della East Coast, e dai tempi di Carter (post-Watergate) di far eleggere un liberal, è assai probabile, e auspicabile, che il prossimo sfidante fra quattro anni sia un New Democrat, un clintoniano (forse Clinton stesso o Hillary). L'analisi è di Christian Rocca, ma tutta la prima pagina del Foglio è da conservare. Con l'introduzione al saggio The Right Nation, un reportage di due giornalisti dell'Economist nell'America profonda, che senz'altro può aiutare a spiegare le ragioni di una vittoria così sorprendente del conservatorismo come naturale interprete dell'eccezionalismo americano.

Grande successo del referendum californiano per il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Passano a valanga i quesiti per il divieto dei matrimoni gay. Per le unioni civili la cosa è diversa, anche molti repubblicani sono più aperti. Insomma, il risultato indiscutibile di queste elezioni è che l'America non è in crisi come sistema democratico, non va riformata, non è fondamentalista, i cittadini sono lontani dagli stereotipi che girano qui in Europa, sono liberi, "conoscono e deliberano".

Tuesday, November 02, 2004

Bush o Kerry for president?

Il mio personalissimo endorsement della settimana scorsa. Vincerà un americano. Per questo stanotte me ne vado a letto tranquillo e domani mattina, ben riposato, vedrò i risultati e ne trarrò qualche indicazione per il futuro. Per seguire su internet la notte elettorale, la Cnn e il Washington Post.
Buona notte.

Friday, October 29, 2004

Ipotesi fantasiosa (?) su Arafat

I poteri del "presidente" palestinese Yasser Arafat, da oggi ricoverato a Parigi, passeranno all'attuale primo ministro Abu Ala e al suo predecessore Abu Mazen. Il primo gestirà gli affari correnti dell'Autorità palestinese, mentre il secondo guiderà l'Olp, responsabile dei negoziati con Israele.

Sulle reali condizioni di salute dell'anziano leader è stata però sollevata una "palpabile" cortina fumogena. Non stupisce la mancanza di trasparenza praticata da una statualità autoritaria, corrotta e terrorista come quella targata Anp/Olp.

Non è così chiaro neanche se Israele (Arafat sarebbe un malato «terminale»), o gli Stati Uniti, siano in possesso di informazioni più precise. C'è da ritenere di sì. Insomma, per quanto ne so, mi chiedo: e se fosse tutta una messa-in-scena palestinese per far "evadere" il vecchio leader dalla morsa israeliana e dall'isolamento diplomatico? E se Arafat, dopo qualche analisi, tornasse presto a sgambettare per le capitali europee e a riallacciare e rinvigorire le politiche filopalestinesi che per vent'anni le cancellerie della Old Europe hanno praticato? Se è uno scenario verosimile lo vedremo presto. Intanto, Arafat si è avvicinato al miliardo di dollari che tiene al sicuro tra Francia e Svizzera.

Forumisti radicali, surgite!

... cioè, svegliatevi! Kb surreali questo pomeriggio sul Forum di Radicali.it. Un militante, chiedendosi come sarà la relazione di quest'oggi del segretario, riesuma il thread dell'anno scorso dove Daniele Capezzone pubblicò la sua relazione congressuale 2003. La cosa buffa (no, buffa no) è che si scatena il dibattito tra forumisti convinti che la relazione sia un'anticipazione di quella odierna. Il risultato è uno spasso, tra adesioni entusiastiche e attacchi pregiudiziali, è chiaro che nessuno va oltre le prime 15 righe. Questo thread finisce così per acquisire un valore paradigmatico di quale possa essere il livello del "dibattito possibile" sul Forum di Radicali.it.

Altri passi della storia. In giro per Roma

Non solo costituzione europea in questa grigia giornata per le piazze romane.
Da robba

I passi della storia

Della cerimonia di oggi per la firma della Costituzione europea (anzi, del nuovo Trattato) in Campidoglio, mi hanno impressionato, dal punto di vista simbolico, le immagini - tra le tante scontate e retoriche - che ritraggono Tayyip Erdogan, il primo ministro turco, firmare l'Atto finale sotto la maestosa statua bronzea del Papa Innocenzo X nella sala degli Orazi e Curiazi. Se per 500 anni la Turchia ha fatto parte della storia europea all'interno di quel voluminoso capitolo sullo scontro tra Europa e Islam, in questi mesi entrerà sempre più a far parte della storia europea, non come parte sconfitta di quello scontro secolare, ma come protagonista di un nuovo capitolo, da scrivere, sull'incontro con l'Islam.

Per due volte, nel 1529 e nel 1683, l'esercito ottomano arrivò alle porte di Vienna cingendola d'assedio. La prima volta, dal 29 settembre 1529, Solimano II il Magnifico, l'artefice della massima espansione dell'Impero Ottomano, pose sotto assedio Vienna per 25 giorni con centomila uomini, prendendola a cannonate e costringendo in città l'arciduca Ferdinando in ritirata dopo la sconfitta di Buda che sanciva la conquista dell'Ungheria da parte dei turchi. L'assedio però si concluse con il logoramento delle truppe ottomane, soprattutto a causa del maltempo. Il più grande Sultano dell'Impero ottomano la prese bene: «Dio, nella sua infinita saggezza, non ci ha permesso di conquistare Vienna», annunciò. Meno rilevante del secondo assedio dal punto di vista militare, fu però importante dal punto di vista simbolico. Per la prima volta, dopo una gloriosa avanzata per tutti i balcani e in Ungheria, l'Islam minacciava una delle grandi capitali della Cristianità. Un brutto presagio dei tempi avvenire. Allo stesso tempo, seppure di lì in avanti non mancarono importanti vittorie per i turchi, l'assedio segnò in modo inaspettato l'inizio del declino dell'Impero ottomano. Declino che registrò un'accelerazione irreversibile prima con la battaglia di Lepanto (1571), poi con il fallimento del secondo assedio di Vienna (1683) che portò alla pace di Karlowitz (1699), con la quale Bulgaria, Serbia e Ungheria tornarono agli Asburgo.

Nel maggio 1683, il gran vizir Kara Mustafà guidò l'esercito ottomano (duecentomila uomini, harem, arredi per le tende dei generali, salmerie con le provviste e migliaia di animali) dalla pianura di Belgrado verso l'Austria, avendo come avanguardia i terribili tartari. In due mesi l'Austria è messa a ferro e fuoco. Gli austriaci si vendicano appena possono: quando riescono a fare prigionieri, li spellano vivi o, come i turchi avevano insegnato a Candia, li scapocciano per buttare le teste sugli assalitori.

Con l'assedio di Vienna in corso, l'imperatore Leopoldo, sostenuto dal papa Innocenzo XI, costituisce la lega dei soccorsi, un'alleanza di principi cristiani, che in settembre giunge in soccorso di Vienna: Carlo di Lorena con l'esercito imperiale di ventunomila soldati, Giovanni III Sobieski con venticinquemila polacchi, il principe elettore Massimiliano Emanuele con undicimila bavaresi, ai quali si aggiunge anche un piccolo esercito sassone. In tutto circa settantamila soldati che, sotto il comando unico del re di Polonia, disperdono i turchi, che pagarono caro il non aver forzato l'assedio nei due mesi di schiacciante superiorità militare.

«Per fortuna vince comunque un americano»

«Se dovesse vincere Kerry sarebbe poco male, perché vincerebbe comunque un americano. E saremmo alle solite: per un quarto d'ora Le Monde sarebbe tutto un frisson di ritrovato americanismo, poi non più. Circondato dagli interventisti democratici di Bill Clinton, Kerry non potrà che continuare la dottrina Bush. E' americano, Luca. Non c'è alternativa. Quando sono attaccati e minacciati fanno sempre così, per la fortuna di noi che ci possiamo permettere di chiacchierare in pace guardando l'Isola dei Famosi. Tanto ci sono loro, la Cavalleria. E se ci sarà da abbattere un dittatore, liberare due popoli, magari soltanto per ragioni geopolitiche, magari senza risoluzioni dell'Onu, magari senza prove, magari senza piani per il dopo, tu e io sappiamo bene che bosniaci e kosovari non hanno dubbi che dei clintoniani ci si può fidare». Leggi tutto
Christian Rocca, Il Foglio

Thursday, October 28, 2004

Aspettando il Congresso di Radicali italiani

Seguono estratti di materia pre-congressuale. I contributi integrali sono stati pubblicati negli ultimi due giorni sul quotidiano Il Foglio.

Su cui riflettere:
«Non si può interpretare come effetto di eccesso di potere mondano della Chiesa la rinascita di fondamentalismi religiosi che sono una risposta ingenua e irrazionale a un sentimento di paura del futuro.
(...)
Lo scontro politico è quello con i legislatori che, per convinzioni o per opportunismo, hanno creduto di dare sbocco normativo ai precetti morali - che nel tempo possono cambiare - della Chiesa.
(...)
si può scegliere anche la via della contaminazione politica ed elettorale, sapendo che esisteranno sempre mille e una buone ragioni per opporvisi, ma consapevoli anche delle opportunità che la presenza parlamentare apre, nell'interesse dei radicali e di tutti gli italiani che chiedono più libertà e più diritto.
(...)
L'esperienza recente mostra come forze politiche minoritarie possano far valere la loro elevata utilità marginale ben oltre il loro apporto “proporzionale” alle rispettive coalizioni: è il bello del maggioritario!»
Benedetto Della Vedova
Ineccepibile (1) sulla "ricalibratura" editoriale del Foglio:

«Il problema è capire quale Occidente deve affermarsi. Se vincerà il nostro, quello liberale, allora sarà l'Oriente ad assomigliarci (e a produrre chissà quali altre fecondazioni assistite e Almodovar). Se invece a prevalere sarà quello di Giuliano (Ferrara, n.d.r.), così corrusco e guerresco, pagheremo il prezzo per me insostenibile di essere divenuti troppo simili all'attuale Oriente».
Daniele Capezzone

Ineccepibile (2) sui radicali:
«Noi non facciamo politica per le elezioni, semmai partecipiamo alle elezioni per costruire nuove occasioni di iniziativa e di battaglia civile».
Daniele Capezzone
Leggi postilla:
«Tanto gli elettori di centrodestra quanto quelli di centrosinistra sarebbero ultrafelici di plebiscitare riforme liberali, dall'economia ai diritti civili. Il problema vero sono le rispettive leadership: se il Polo ha scelto quella che Pannella definisce la linea Fanfani-Almirante, i vertici dell'Ulivo sono se possibile ancor più terrorizzati dal voto. Ecco perché in queste condizioni è del tutto astratto e politicistico chiederci se e come ci presenteremo alle prossime regionali(...)».
Daniele Capezzone
Sul fatto che gli italiani sarebbero pronti a «plebiscitare...» non sono così ottimista. Devo dire che la lettura delle linee dettate dall'alto non esaurisce, non spiega tutte le dinamiche. Ci sono interessi e privilegi che nascono e si rafforzano in basso per poi trovare adeguata e non casuale rappresentanza democratica. La quale rappresentanza sa bene quali interessi e privilegi cavalcare per rimanere al potere. E' certo che molti più italiani, ben oltre il 2,3 per cento, sarebbero pronti a sostenere le politiche radicali - se queste non fossero premeditatamente escluse dal dibattito pubblico e dall'informazione - ma riguardo il «plebiscito» sono scettico perché una larga parte della società ha interessi nettamenti contrastanti e sa a chi rivolgersi e cosa fare per difenderli. Da questa analisi, da fare, dipende la comunicazione e la linea politica radicale. Come stimolare la consapevolezza dei propri interessi in coloro verso i quali le politiche radicali sono rivolte?

Troppo indulgente con RR:
Il Foglio «come Radio Radicale sa schierarsi con nettezza sulle questioni che contano, garantendo al tempo stesso un serrato dibattito tra opinioni opposte»
Massimo Bordin
Terreno scivoloso:
«per la parte che compete a Radicali Italiani, si cominci ad affrontare la miseria del dato organizzativo del partito transnazionale, tuttora privo di un segretario. Così com'è non può andare avanti».
Massimo Bordin
Roba inquietante, stalinista, da cestinare:
«Il sogno di un partito radicale senza Pannella è il sogno di uno che ha mangiato pesante: non ha senso. Il partito radicale è lui. Punto. E invece trovi sempre qualcuno che vuole spiegare a Marco come andrebbero organizzati e guidati i radicali. E' un esercizio vacuo, sbagliato ancor prima di essere inutile»
Massimo Bordin
Nessuno vuole un partito radicale senza Pannella. Anzi, lo vogliamo segretario, è il migliore, ci piace così com'è e non vogliamo cambiarlo. Pannella. Però il partito non può cambiare, o non è legittimo che qualcuno lo pensi possibile e opportuno? A che serve un congresso se già dall'inizio ti fanno capire che esprimere, spiegare, far valere, i propri pareri sull'organizzazione o la linea politica è «vacuo», «sbagliato», «inutile». E' il solito stalinismo! Allora è come il festival di San Remo, dove tutti sanno come va a finire!

Fini seppellisce il berlusconismo

Vede le brutte e ripiega su An. Considera ormai naufragato il progetto dei tagli fiscali, e con quello anche il berlusconismo. Chiede nuovi obiettivi e un nuovo governo. I soldi per i tagli fiscali non ci sono. Naturale, la verità è che non si trovano mai, perché quando si avvicinano le elezioni, ciascun partito preferisce devolvere in elargizioni alla sua base elettorale quello che si riesce a raschiare dal fondo dei barili pubblici. Di rischiare di investire, quello che c'è o in deficit, in politiche economiche che mirano allo sviluppo neanche se ne parla.
Berlusconi non sembra voler cedere: «Le promesse si mantengono. Quando dico una cosa, la si fa. Se non riesco a farla poi vado a casa, ma fin quando sono qui tutto ciò che affermo sarà fatto... verrà assolutamente fatto». Poche speranze finché si affida ai suoi amici statalisti.

Fondamentalista o simply conservatore?

Bush dichiara al New York Times di essere favorevole alle unioni civili tra gay:
«I don't think we should deny people rights to a civil union, a legal arrangement, if that's what a state chooses to do so».
Ma il Partito repubblicano si oppone... Risposta di Bush:
«Well, I don't. I view the definition of marriage different from legal arrangements that enable people to have rights. And I strongly believe that marriage ought to be defined as between a union between a man and a woman. Now, having said that, states ought to be able to have the right to pass laws that enable people to be able to have rights like others».
Forse i Repubblicani su questo punto sbagliano? Risposta di Bush: «Right». Leggi tutto
Segnalazione: Camillo