Non vedono la realtà accecati da vecchi pregiudizi ideologiciVeltroni, il ministro ombra dell'Interno Minniti, altri esponenti del Pd, Tg nazionali della Rai e la stampa di partito. Ci sono cascati tutti, per i loro riflessi ideologici condizionati. Tutti a strumentalizzare, a denunciare la «matrice politica», il «raid neonazista», additando il sindaco di Roma Alemanno e il governo di centrodestra come responsabili di un clima di intolleranza e xenofobia che sarebbe improvvisamente comparso all'indomani delle elezioni.
Ebbene, il responsabile della spedizione punitiva contro alcuni negozi di immigrati nel quartire del Pigneto, a Roma, si è costituito. «Non mi sento in colpa per quello che ho fatto perché non ho fatto niente di male. Non sono né di destra né di sinistra, sono per i grandi uomini come Ernesto Che Guevara», ha dichiarato mostrando il tatuaggio del Che che porta fieramente sul braccio, aggiungendo che in quello che ha fatto «il motivo politico non c'entra» e invitando «tutti a non imitarlo».
Una cantonata pazzesca per Veltroni e i vertici di questo Pd, ma soprattutto la conferma che ancora non l'hanno imparata la lezione dalla sconfitta elettorale. Si rafforza la sensazione che le loro categorie di interpretazione della realtà sono ferme a quarant'anni fa, quando la violenza poteva essere inequivocabilmente etichettata, o nera o rossa. Non hanno compreso il fenomeno. Non hanno ancora capito che non sono la destra o la Lega ad aver alimentato il clima di tensione e intolleranza che si vive in quasi tutta Italia, soprattutto in alcuni quartieri. Che, piuttosto, la destra e la Lega quel clima si sono limitate a comprenderlo e a intercettarlo. Ma c'è, non è un invenzione della propaganda o dei tg. Il loro problema è che sono ancora convinti che sia la politica a "creare" il clima, mentre in democrazia la politica dovrebbe umilmente comprendere il clima e trovare soluzioni, non applicare alla realtà di oggi categorie concettuali scadute da decenni.
Bisogna riconoscere che invece Carlo Bonini non ha dato il suo cervello in pasto ai soliti pregiudizi e su la Repubblica, già stamattina, era riuscito a intervistare l'aggressore del Pigneto, sia pure coperto da pseudonimo: «Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista...». La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L'avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara. Così si era presentato "Ernesto" al giornalista di Repubblica: «Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera». Sembra Mario Brega in quel film di Verdone: "Fascio a meee?!..."
«Ti racconto la verità prima che mi si bevono. Perché la verità, come diceva il Che, è rivoluzionaria. La politica non c'entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare. Devono fare pace con il cervello loro. Non c'entrano un cazzo le razze. Non c'entra - com'è che se dice? - la xenofobia. C'entra il rispetto. Io sono un figlio del Pigneto. Tutti sanno chi sono e perché ho fatto quello che ho fatto. Tutti. E per questo si sono stati tutti zitti con le guardie che mi stanno cercando. Perché mi vogliono bene. Perché mi rispettano. Perché hanno capito. Io ho sbagliato. E non devo e non voglio essere un esempio per nessuno. Ma per una volta in vita mia, ho sbagliato a fin di bene. E allora è giusto che il Pigneto veda scritta la verità. Se lo merita. E quella la posso raccontare solo io». Il seguito è qui ma all'origine di tutto c'è un portafoglio rubato a un'amica da un tunisino "protetto" da uno dei negozianti. Giustizia "fai da te", dove lo Stato è assente.
Un'altra notizia, trapelata solo su il Riformista, ieri e oggi, dovrebbe far suonare il campanello d'allarme. Secondo la ricostruzione della Digos la rissa all'università La Sapienza sarebbe partita dagli studenti dei collettivi. Ma a prescindere da chi sia stato a iniziare, sarebbe interessante capire come mai l'università è in mano a questi gruppi di estrema sinistra che fanno il bello e cattivo tempo, che decidono quali convegni possono tenersi in ateneo, chi può parlare e chi no, che sono in grado di piegare alle loro volontà autorità accademiche ideologicamente compiacenti, che costringono le forze dell'ordine a spostare convegni cui partecipano eminenti scienziati per paura di scontri.