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Saturday, January 06, 2007

Chi rimpiange quel potere sulle menti ormai decaduto

Il Papa durante il meeting di VeronaC'è il «rischio» di perdere di vista «i termini della sfida della globalizzazione», per un «nuovo ordine mondiale politico ed economico» ma «soprattutto» per un «rinnovato umanesimo». Un rischio «fortemente rafforzato dall'immensa espansione dei mass media» che «se da una parte moltiplicano definitivamente le informazioni, dall'altra sembrano indebolire le nostre capacità di una sintesi critica». Papa Benedetto XVI ha voluto condividere questa sua preoccupazione con i fedeli nell'omelia per la Messa dell'Epifania, celebrata oggi a San Pietro.

Queste parole rivelano lo stesso approccio, e stato d'animo, di quelle di Bernard-Henry Lévy (Corriere della Sera, 30 dicembre): «La vera disinformazione non è più nella mancanza, o nella scarsa informazione, e nemmeno nella censura ma, al contrario, nell'inondazione, nel flusso ininterrotto di notizie e commenti». La "vera", o la "sana" informazione, sembra perdersi «nello tsunami di reti televisive, di schermi, di nuovi supporti, di blog». E ancora, pare con rammarico: «E' stato l'anno in cui si è capito che i giornali potevano sparire perché tutti erano giornalisti, ciascuno aveva il suo punto di vista, e tutti i punti di vista avevano egual valore».

Simili punti di vista sono facili da comprendere. Il progresso tecnologico, l'enorme quantità di dati e la facilità del loro accesso, hanno indebolito la presa sul pubblico delle tradizionali agenzie fornitrici di "senso", quelle preposte a fornire al popolino le «sintesi critiche» della realtà: tra queste fonti di "senso" c'è senz'altro - da secoli - la Chiesa, ma anche il mondo intellettuale a cui appartiene Lévy, che avvertono di esercitare un'influenza minore. Il Papa rimpiange il tempo in cui le «sintesi critiche» della Chiesa venivano adottate acriticamente dal pubblico.

Bisogna fare attenzione, perché quando il Papa parla di «nostre capacità di una sintesi critica» ha in mente in realtà la «capacità» della Chiesa. Vuole persuadere, o insinuare il dubbio, che a causa del moltiplicarsi delle informazioni nessuno di noi sia più in grado di «sintesi critiche». In realtà, non è che mancano «sintesi critiche», ma - come detto - con il progresso tecnologico e il moltiplicarsi delle informazioni facilmente accessibili, ciascuno è in grado (teoricamente, ma il più delle volte anche praticamente) di applicare la propria «sintesi critica» a ciò che accade, senza dipendere da quelle offerte da altre agenzie, ideologiche, politiche, religiose, o intellettuali. Ciascuno ha il suo punto di vista, e tutti i punti di vista hanno (o meglio: hanno in partenza) egual valore, per usare le parole di Lévy. Ciò è un bene, che chiaramente presenta nuove sfide e problematiche.

Comprendiamo però lo smarrimento del Papa e di qualche intellettuale, che sentono di esercitare una minore presa, rispetto al passato, su come la gente comune percepisce la realtà che la circonda. Diciamo che c'è più "concorrenza": le loro analisi, al loro lettura del mondo, devono vedersela con quelle di ciascuno di noi.

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Lévy in realtà fa sua la teoria del Data Smog, di David Shenk (1997), secondo cui l'enorme massa di dati, che grazie alle nuove tecnologie e alla facilità di accesso raggiunge il pubblico come un fiume in piena o un diluvio, ci rende incapaci di selezionare i dati utili dagli inutili, non generando quindi vera informazione ma solo smog, inquinamento, rumore di fondo. La moltiplicazione dei dati provoca l'atomizzazione e la perdita di senso del materiale informativo e, quindi la frammentazione della realtà, impossibile da ricomporre «dal basso».

Una teoria che interpretata in senso apocalittico contrasta, e nega, l'ipotesi, di approccio liberista, della «democrazia comunicativa», secondo cui proprio la moderna società dell'informatizzazione, grazie al progresso tecnologico, al libero mercato, alla larga disponibilità di dati, alla moltiplicazione delle fonti e all'agevole accesso, permette a chiunque di soddisfare le proprie esigenze di informazione attingendo direttamente i dati e ricomponendo «dal basso», liberamente e autonomamente, secondo le singole soggettività, la propria immagine della realtà.

A ben vedere le teorie, se non assolutizzate, non sono affatto incompatibili, ma descrivono fenomeni probabilmente veri entrambi.

Da una parte, un dato più elaborato e ricco è più facile da utilizzare, favorisce la ricomposizione della realtà, ma risulta anche più cogente, offre una precisa opzione di senso del reale che limita la possibilità di un punto di vista raggiunto autonomamente e liberamente; dall'altra, il dato grezzo non è che un frammento in mezzo all'enorme flusso, sembra offrire una libertà di ricomposizione assai più ampia, ma richiede una capacità di elaborazione notevolmente alta, abilità e bagaglio culturali non comuni.

La teoria del Data Smog ci avverte che se l'accesso ai dati e alle fonti non è più un problema, né di risorse economiche, né umane, né di tempo, tanto da indurre a parlare di «democrazia comunicativa», per le grandi opportunità che per ciascuno si aprono di informarsi e farsi un proprio punto di vista autonomamente e liberamente, di renderlo pubblico e farlo valere, tuttavia nuove sfide e nuove problematiche si affacciano. Oggi la possibilità di informarci e di elaborare un'immagine autonoma della realtà che ci circonda dipende dalla nostra capacità nel ricercare e selezionare, ordinando i dati per rilevanza e operando la ricomposizione del quadro.

Vivendo in una realtà sociale altamente complessa e indeterminata, è inevitabile che attraverso aggiustamenti successivi continuamente si ricomponga l'equilibrio fra complessità, che permette la ricchezza, l'apertura, la libertà del sistema, e riduzione di complessità, che permette la sua consistenza. Ma per quanto questa complessità possa atterrirci e darci la sensazione di essere perduti nel mare dei dati disponbili, bisogna resistere alla tentazione di tirare dalla parte della riduzione della complessità.

Non c'è dubbio infatti che la complessità dell'odierno sistema dell'informazione, eliminando qualsiasi significato complessivo e stabile della vita sociale, rispecchi in modo più fedele la precarietà, la provvisorietà e la complessità della vita umana. Così l'ipotesi della «democrazia comunicativa» minaccia le identità e le visioni tradizionali dell'uomo e della società offerte dalle varie agenzie di senso - come la Chiesa, il ceto politico e intellettuale - negando la possibilità stessa di qualsiasi semplificazione ideologica della realtà. Per questo si può concludere che la moderna società dell'informatizzazione contiene in sé un connotato liberale, in quanto proprio la sua complessità, l'inondazione e l'atomizzazione dei dati, sfugge a qualsiasi pretesa di interpetazione sistematica, etica, ideologica, totalitaria.

Umanamente comprensibile che qualcuno assuma uno stato d'animo pessimistico rispetto a tale complessità. Siamo sempre stati attratti da sistemi politici che tramite vincoli autoritari promettevano di eliminare l'insicurezza relativistica, di reagire al presunto livellamento di tutti i valori, di soddisfare il bisogno di ridurre la complessità del mondo moderno, e persino di eliminare del tutto l'irriducibile incertezza connaturata nell'esistenza umana, rivelandosi però esperimenti utopistici quando non catastrofici.

Prendendo in prestito le parole dello storico Karl D. Bracher, ciò che ci viene richiesta è «la convinzione profonda della relatività dell'esistenza umana e dei suoi ordinamenti, della loro natura aperta e contraddittoria, cui soltanto la forma della democrazia riesce in una certa misura a corrispondere».

Friday, January 05, 2007

Radicali: vita oltre e contro le forme

Ma gli manca «la forza della proposta generale»

Splendido l'articolo di Biagio de Giovanni, oggi su Il Mattino, sulla «missione dei radicali», nel cogliere pregi e limiti di un'esperienza politica comunque unica. La politica che «si confonde con la vita, fa tutt'uno con essa», coinvolgendo «i corpi di chi "fa" politica».

«Far politica è... mettere in gioco la propria vita... quasi offerta perché qualcosa cambi...».

Simmelianamente de Giovanni spiega che nei radicali la politica che «si confonde con la vita» si contrappone alla politica «che tende a confondersi con una amministrazione più o meno neutrale delle cose», rigettando «le catene concettuali che mettono fra politica e vita una distanza insuperabile».

D'improvviso, i radicali ci pongono «di fronte a una situazione estrema, eccezionale», la quale «vuol proclamare che lì, da Welby alla pena di morte, nel decidere, come è stato detto, quali corpi vanno lasciati vivere e quali fatti morire, c'è la forza di rottura di una politica che si è addormentata fra le maglie di forme stanche e burocratiche».

Di nuovo, simmelianamente, la politica che «si confonde con la vita» contrapposta alla «politica che si è addormentata fra le maglie di forme stanche e burocratiche». «Oltre e contro le forme, si vogliono far emergere forze vitali, immaginando che solo agendo su queste anche le forme prima o dopo cambieranno e non potranno più essere quelle di prima, e che comunque anche le forme (le istituzioni) cambiano sotto la spinta di quelle forze che mirano a un nuovo ordinamento della legalità».

E' l'eterno conflitto tra vita e forma: le forze vitali che scardinano le forme vecchie e stanche che l'imbrigliano per crearne di nuove, che a loro volta saranno scardinate quando ormai inadeguate a rappresentare le forze vitali di quel momento.

A fronte di tutto questo «la politica di tutti i giorni sembra appartenere a un altro mondo, spostamenti di oligarchie che hanno soffocato ogni vocazione... ogni voce di rinnovamento viene individuata, emarginata, allontanata». Anche il Partito democratico «incombe», come «incubo della normalizzazione».

«A chi è stanco di oligarchie e di politici senza vocazione - dice de Giovanni - verrebbe perciò voglia di semplicemente aderire a questa visione, provando magari a rendere esplicito il sottofondo che la anima, che è quello della piena affermazione della libertà dei moderni, di quella volontà di libertà sempre più incoercibile, e che va inseguita, auscultata, organizzata...»

Eppure, c'è qualcosa che gli impedisce di aderire. E veniamo ai limiti: «l'aristocratismo»; «il rigetto dell'organizzazione»; «l'oligarchismo carismatico»; l'effetto respingente di un «senso di superiorità antropologica». E' «come se i radicali si sentissero sale della terra, mai terra». Dunque, quella politica che «si confonde con la vita», che è «la forza del radicalismo italiano», è anche la sua «debolezza»: si basa sulla carica dirompente, ma momentanea, di quelle «occasioni estreme» che proclamano il superamento di forme vecchie e stanche, ma è incapace della «proposta generale».

Quando i radicali furono capaci, nel '99, di elaborare e comunicare una «proposta generale» balzarono all'8,5%.

Comunque sia, conclude de Giovanni, «di quella cultura l'Italia ha bisogno, e solo perciò ci angustiano certi fallimenti. Ne ha bisogno questa Italia opaca e corporativa, dove il sistema tende a chiudersi su se stesso, senza offrire grandi speranze di rinnovamento».

Atlantico più stretto, ma chi si avvicina all'altro?

Dopo i primi facili entusiasmi per la prospettiva evocata da Angela Merkel, alla presidenza di turno della Ue, per un mercato unico transatlantico fra Europa e Stati Uniti, a riportarci con i piedi per terra è Alberto Mingardi, dell'IBL. «Noi abbiamo maturato una certa esperienza circa i mercati unici in Europa che potrebbe essere applicata a livello transatlantico», ha detto al Financial Times la Merkel. Il suo collega di partito Wissmann vorrebbe i mercati Ue e Usa unificati entro il 2015.

Considerate l'enorme entità degli scambi commerciali e la stretta cooperazione sui temi della difesa e della sicurezza, la via verso un mercato unico Usa-Ue sembra una necessità storica.

Sarebbe «possibile» e «utile», premette Mingardi. Se si tratta di un'area di libero scambio, allora «basta un trattato di un articolo soltanto, che abolisca le norme vigenti che inibiscono direttamente (dazi, quote) o indirettamente (certi tipi di legislazione ambientale, ad esempio) il libero scambio fra nazioni».

Ma se, come ha accennato la Merkel, questo mercato unico prevedesse anche la regolazione di molto altro, ad esempio del sistema dei brevetti e dei mercati finanziari, con la conseguenza di «dare lavoro a un abbondante numero di giuristi, costruire una nuova nicchia di potere a vantaggio di parte del ceto burocratico», chi dei due tra Stati Uniti ed Europa «deve stare fermo e chi avvicinarsi all'altro?» Se servono regole comuni, ci «americanizziamo noi, o si europeizzano loro?»

Questo sarebbe importante capirlo prima, perché «norme comuni convengono solo se sono buone norme», osserva Mingardi. Ed è l'Europa che ha bisogno di essere americanizzata, non viceversa.

A volte ritornano, o non se ne sono mai andati

Che l'ex Kgb governa la Russia è sempre più chiaro. Anna Zafesova riporta le impressionanti stime della sociologa Olga Kryshtanovskaja, secondo cui «oggi uno su 4 dei membri dell'elite russa - funzionari, governatori, top managers - sono (o erano, ma lo stesso Putin dice che questo mestiere non conosce pensionati) uomini dell'ex Kgb».

Al Cremlino la concentrazione sfiora il 100%. I "cekisti" «hanno in mano tutto»: l'esercito, la polizia, l'economia.
«I due fedelissimi del presidente, Viktor Ivanov e Igor Sechin - principali consiglieri e capofila del clan dei "siloviki", i falchi dei servizi e dell'esercito - guidano anche le maggiori aziende nazionali... Valery Golubev, pedigree Kgb talmente puro che nella sua biografia dal 1971 al 1991 c'è uno spazio bianco, è appena diventato vicepresidente di Gazprom, il 17simo uomo dei servizi nella dirigenza del colosso energetico».
Sono "cekisti" «nuovi», «non disprezzano il denaro», spiega la Zafesova. «Appartengono a quella generazione che, come Putin stesso racconta nella sua biografia, non credevano più nel comunismo, e che si sono trovati la carriera troncata sul più bello dalla fine del regime». Dal passato «hanno incorporato nel Dna la diffidenza verso l'Occidente, la nostalgia nazionalista per la Grande Russia, l'amore per i metodi spicci, come nei casi di Khodorkovsky o di Litvinenko».

I Ds, un partito mai nato

Il caso di Nicola Rossi obbliga a riflettere su cosa siano i Ds. Non posso che trovarmi d'accordo con la lettura che oggi Oscar Giannino propone ai lettori di Libero.

In seguito al crollo giudiziario della Prima Repubblica, senza la «sfida diretta» di un partito socialista, il Pds e poi i Ds hanno «concretamente avuto la stessa possibilità storica che il vecchio Labour inglese ha colto al volo scegliendo Tony Blair e la sua triplice rivoluzione. Una rivoluzione interna, perché troncava coraggiosamente la vecchia e superata radice ideologica della rappresentanza prioritaria assicurata alle Unions e ai vecchi sindacati. Una rivoluzione esterna, perché apriva con decisione alle priorità di benessere e di affermazione sociale e di reddito della Middle England che aveva scommesso sulla Thatcher e ne era stata premiata. E una rivoluzione di governo, perché in concreto il governo Blair nei primi anni non aveva rinunciato a uno solo dei cavalli di battaglia del successo thatcheriano: abbracciando il mercato, il me­rito, la concorrenza, le basse tasse, le privatizzazioni e le liberalizzazioni».

La «possibilità storica» di divenire tutto questo i Ds non l'hanno colta. Giannino ricorda il momento in cui hanno perso l'ultimo tram. Era il gennaio 2000, al congresso del Lingotto, D'Alema presidente del Consiglio in piena fase blairiana viene sommerso dagli applausi tributati a Cofferati e ai suoi no alla riforma delle pensioni. D'Alema getta la spugna, si adegua, preferisce non scontrarsi con il più potente sindacato italiano, non mettersi in gioco, per assicurarsi una carriera di sicuro successo. Nei Ds non ci sono leader, nel senso di figure che "conducono", che "guidano" il partito, ma vertici.

Nel 2006 i Ds si fanno «rifregare accettando l'idea che solo Prodi potesse essere il leader per governare, e solo con un'alleanza riestesa fino alle estreme perché altrimenti Berlusconi rivinceva. Senza rendersi conto che, con un taglio alle estreme come quello fatto da Schroeder in Germania, forse le elezioni si perdevano ma al contempo si vinceva una partita politica per il futuro». Quel «taglio alle estreme» è ineludibile, ma più si ritarda più i costi in termini elettorali nel breve periodo saranno pesanti.

Ecco perché i Ds sono un partito mai nato, nel senso che quelle che hanno portato prima dal Pci al Pds, e poi ai Ds, non furono vere svolte. L'ideologia del comunismo non veniva sostituita da alcun preciso progetto culturale e politico. Unico obiettivo: governare, non importa con quali idee.

Thursday, January 04, 2007

Verso il successo una campagna nata male

Pannella ha saputo trasformare un'iniziativa disastrosa, nei modi e nei toni con cui è stata condotta, quella per salvare Saddam Hussein, in una campagna di successo, anche se costosa per la sua salute, intuendo e cogliendo con pragmatismo le circostanze favorevoli che si sono andate sommando.

Ciò che il Governo italiano non ha fatto poche settimane fa all'Onu - e i radicali sono stati gli unici a denunciarlo - ha improvvisamente deciso di farlo oggi, sotto l'onda emotiva dell'impiccagione di Saddam e grazie alla scintilla innescata dalla lotta nonviolenta di Pannella, che sembrava bruscamente interrotta dalla repentina messa a morte dell'ex raìs. Quella contro la pena di morte nel mondo dev'essere sembrata la battaglia politica ideale, sotto Natale, per migliorare l'immagine del governo presso gli italiani. E Prodi non s'è lasciato sfuggire l'occasione offerta su un piatto d'argento.

Paradossalmente quindi l'uccisione di Saddam ha già creato un effetto positivo. Per opportunismo, per immagine, comunque sia il Governo, non si sa ancora in che termini, ha deciso di muoversi verso la presentazione all'Onu di una proposta di moratoria della pena capitale. Certo, si dirà, le coscienze si sono mosse per un tiranno sul patibolo e non per le migliaia di innocenti mandati a morte in Iran, in Arabia Saudita o in Cina, né per i genocidi in Darfur o dello stesso regime di Saddam. Ma si sa, questa è la politica e siamo preparati a sorbirci un po' d'ipocrisia se questo è il prezzo da pagare per portare a casa un risultato tangibile.

Vedremo però, se il Governo Prodi avrà sufficiente determinazione per portare fino al voto dell'assemblea la proposta di moratoria. Vedremo, insomma, se rimarrà un «bel biglietto da visita», un'operazione d'immagine natalizia. E, se andrà in porto, vedremo finalmente se sono esatti i calcoli di D'Elia, che a favore della moratoria conta tra i 97 e i 105 paesi (68 sarebbero i contrari e 27 gli astenuti).

Fulci, ambasciatore all'Onu dal '93 al 2000, per esempio, sostiene la linea D'Alema: nessuna mossa prima di un consenso unanime europeo. Rievocando i fallimenti del '94 e del '99, Fulci ricorda che in quest'ultima occasione l'accordo tra i paesi europei si trovò a livello degli ambasciatori all'Onu, ma che si arenò quando qualcuno troppo zelante volle portare la questione ai ministri degli Esteri, strada che oggi sembrano voler ripercorrere sia D'Alema che Mastella, e suggerita dallo stesso Fulci.

Dei dubbi rimangono sull'uso dello strumento estremo della nonviolenza in questo caso. Dovrebbe servire a spingere il "potere" a rispettare la legalità, ma nel caso della moratoria elementi di legalità da ripristinare non se ne vedono. La presentazione o meno all'Onu di una proposta di moratoria universale della pena di morte è questione di opportunità politica di cui è responsabile il governo. Altrimenti sciopero della fame, e persino della sete, rischiano di diventare normali strumenti di ordinaria lotta politica... e di ricatto.

Ciechi davanti al fascismo, inflessibili con l'antifascismo

Saddam Hussein al potereL'intervento più lucido e vibrante sulla morte di Saddam e l'ondata di indignazione che è seguita è quello di oggi, sul Corriere, di Paul Berman. Spiega che l'impiccagione di Saddam è stata un evento «scandaloso», «odiosa» per i modi e il ruolo concesso ad al Sadr e ai suoi miliziani. Perché eseguita da «uno Stato fallimentare o sull'orlo del baratro», che «non è riuscito neppure ad arrogarsi il monopolio della violenza».

Eppure, aggiunge, «la reazione avvenuta in altre parti del mondo è anch'essa spaventosa». L'opposizione alla pena di morte è diventata «uno strano feticcio»: «L'indignazione per la morte ingiusta di un singolo individuo è riuscita a bloccare l'indignazione davanti alla morte di miglia­ia di esseri umani anonimi».

Berman propone un parallelo più che mai indovinato tra le manifestazioni pacifiste contro la guerra in Iraq e l'indignazione per l'uccisione di Saddam, che di quelle è la continuazione ideale e l'esito più logico: «Le più grandi manifestazioni nella storia mondiale - ricorda Berman - si sono svolte nel febbraio del 2003, non per denunciare questa mostruosa tirannide [quella di Saddam, n.d.r.], bensì per impedire che questa mostruosa tirannide venisse rovesciata».

Allo stesso modo oggi «assistiamo a un nuovo fremito di orrore, ma non per i combattimenti e i massacri tuttora perpetrati dal partito Ba'ath di Saddam e dalle varie organizzazioni che gli sono succedute in Iraq, bensì per la messa a morte del tiranno. I più nobili sentimenti di altissima moralità sono suscitati dalla figura di un dittatore sanguinario...»

Bisogna chiedersi perché il nuovo stato democratico iracheno si sia dimostrato «così traballante e inaffidabile». Per Berman la risposta sta nel fatto che «gli iracheni che lottavano contro Saddam non hanno mai ricevuto un sostegno adeguato, né dagli Stati Uniti, né da nessun altro nel resto del mondo». Si è lasciato cadere lo Stato iracheno «nelle mani delle milizie assassine perché la coalizione internazionale non ha mai saputo assicurare al popolo iracheno la sicurezza di cui aveva così disperatamente bisogno».

«La reazione più strana e agghiacciante» all'impiaccagione di Saddam, prosegue Berman, «è certamente quella dell'Italia», che ha conosciuto il fascismo. Ma «il fascismo iracheno non ha mai suscitato indignazione nel resto del mondo. Solo gli errori e l'incompetenza dell'antifascismo in Iraq hanno sollevato sdegno a livello mondiale».

Se quindi la fine di Saddam provoca «orrore», davanti a uno Stato incapace, alla violenza di piazza e al rischio del fallimento finale, tuttavia «le scene d'indignazione che hanno accolto l'esecuzione di Saddam dovrebbero anche farci rabbrividire dall'orrore davanti all'incapacità della nostra società di riconoscere i movimenti fascisti per quello che sono realmente, davanti alla moderna cecità per il crimine del genocidio».

«Ma quali fattori - si chiede Berman - hanno consentito al fascismo e al genocidio di dominare la storia moderna nel secolo passato?» Oggi ce n'è uno in azione: provare indignazione per reati minori e restare ciechi davanti a reati maggiori, mentre ci si congratula per la propria superiorità morale. Queste persone credono di avere la "coscienza a posto", ma in realtà si tratta di una "coscienza falsa"», è l'impietosa conclusione.

A conclusioni simili a quelle di Berman giunge, su il Riformista, Emanuele Ottolenghi, che di fronte ai «precedenti storici» invoca «una maggior umiltà di giudizio morale». D'altronde, occorre ricordare che «la libertà di cui godiamo, e la mite natura delle pene che la nostra società amministra ai suoi malfattori, sono frutto di sacrifici delle generazioni passate contro tiranni sconfitti non dall’enunciazione di nobili principi ma dal dispiegamento di forza letale».

Ma è stata davvero «controproducente» l'uccisione di Saddam? Bisogna valutare che «l'esecuzione del tiranno è cosa rara e fa da esempio, oltre che eccezione, al modulare della storia, che troppo spesso è ingiusto». Troppo spesso «chi invoca principi dalla comoda poltrona di una democrazia non sa che cosa si prova a vivere nel terrore di un regime totalitario senza mai poter sperare che giustizia sia fatta». Saddam appeso a un cappio «rappresenta quella giustizia, ancorché tardiva, ancorché imperfetta, ancorché insufficiente. Salvare il tiranno quando poco o niente si fece per sottrar vittime dai suoi artigli sa d'ipocrisia».

E allora «bisogna rifugiarsi nella dottrina della "giustizia dei vinti", per poter sminuire la validità del verdetto, la credibilità del tribunale, la veridicità delle prove, la trasparenza del processo, la solidità dei diritti della difesa e così via. E il fatto che si ricorra a Goering per giustificare lo sgomento per Saddam è la miglior prova della debolezza di questo argomentare».

Giustizia? E' inequivocabile che la condanna a morte di Saddam in una regione come il Medio Oriente susciti un istintivo sentimento di giustizia forse mai provato. Perché a differenza dei suoi predecessori, Saddam «non è stato massacrato in una congiura di palazzo o un linciaggio popolare», ma condannato «dopo un processo dove ha potuto godere di privilegi da lui negati alle sue vittime, difeso dai migliori avvocati disponibili, con diritto di appello, e con un giudizio di 298 pagine... Una giustizia imperfetta, certo, ma chiamarla sommaria, o dei vinti, riflette più la volontà, simile a quella di Goering a suo tempo, di screditare un verdetto, un tribunale e chi li ha creati, meno il rigoroso giudizio degl'imputati di quel processo e la gravità dei crimini da loro commessi.

«Mai più patiboli? Speriamo», si augura Ottolenghi: «Di certo, non più patiboli eretti da Saddam e i suoi boia, nel silenzio generale di benpensanti che tacciono quando il tiranno uccide e strillano quando il tiranno muore».

I sedicenti riformisti non incantano più

Usa il sarcasmo Michele Salvati, oggi sul Corriere della Sera, nei confronti di Nicola Rossi, dopo averci inondato di decine di migliaia di battute rappresentando la posizione del duro e puro del Partito democratico, che inevitabilmente finisce con il sacrificare le riforme e la pretesa koinè liberale all'esigenza di tirare dentro tutti: sia qualcunque cosa, ma si faccia.

Ricorda l'intervento su Il Mulino:
«Secondo Nicola Rossi la sinistra dovrebbe impugnare con decisione una bandiera liberale, perché, da noi più che altrove, efficienza, competizione e meritocrazia si accompagnano per gran parte della strada a equità e giustizia sociale. Nelle professioni, nelle imprese, nell'università, nell'intero settore pubblico vanno smantellate le norme e sanzionati i comportamenti che sostengono collusioni corporative e impediscono ai giovani, ai "capaci e meritevoli", di affermarsi. Non ai figli di papà, che se la cavano sempre, ma a tutti...»
Ebbene, Salvati non sa spiegarsi perché Rossi se la prenda con Fassino e il suo partito, ma poi coglie il nodo, pur non accorgendosene. «Che colpa ha Fassino se deve convivere con Bertinotti, che, al solo sentir parlare di politiche liberali, gli prende l'orticaria?». Ebbene, ha esattamente la colpa di convivere con Bertinotti. Non è una necessità, come sembra a Salvati, ma una scelta in cui si antepone la conquista del potere alla sfida culturale - con tutti i suoi costi elettorali nel breve periodo - di costruire una nuova sinistra: moderna, di governo, liberale.

Eppure, più si ritarda quella sfida, di una sinistra cioè che, come nel resto d'Europa, faccia a meno delle ali estreme che si richiamano al comunismo, più lunga sarà la traversata del deserto all'opposizione, da impiegare per elaborare un nuovo progetto culturale e politico per una sinistra liberale e moderna.

E' lo stesso problema che individua anche Franco Debenedetti: «... l'idea è stata quella della santa alleanza: e se si vogliono tenere tutti uniti a prevalere sono gli obiettivi dell'estrema... Prevale l'idea di difendere i Ds dalle pretese eccessive della Margherita, la preoccupazione di tenere dentro tutti nel Partito Democratico».

Ciò che è accaduto nel partito in questi anni è che «si sono qualificati per mercatisti esponenti politici che scambiavano la spolveratina dei tempi della privatizzazione e dell'accreditamento alle grandi banche internazionali come una vera e propria svolta politica». Nel frattempo, però, «il grosso del partito ha considerato quelle vicende non come il taglio alle vecchie radici, bensì come l'adesione togliattiana a punti di vista volta per volta più convenienti...»

Impietosa l'accusa di Debenedetti all'attuale Governo e ai vertici dei Ds: «Pensano che dirsi riformisti sia barare sulle cifre della finanza pubblica per allargare il perimetro dello Stato e avere molte risorse da spendere: vecchio socialismo pre-thatcheriano, nulla a che vedere col riformismo vero. Zapatero avrà fatto fuochi d'artificio sui diritti civili, ma sulla politica economica non ha toccato praticamente nulla di quanto gli ha lasciato Aznar».

Wednesday, January 03, 2007

Eliminare prima che sia tardi l'Hezbollah iracheno

A Washington non sono affatto piaciuti la fretta e il ruolo di Moqtada al Sadr e dei suoi miliziani nell'esecuzione di Saddam Hussein. E' il New York Times a rivelare i dissidi tra la Casa Bianca e Baghdad su quella che le fonti americane hanno definito una «corsa notturna alla forca». Una condotta «autodistruttiva» quella del Governo iracheno, al quale era stata consigliata «prudenza».

Non è da escludere che proprio queste circostanze abbiano giocato un ruolo importante nella decisione, che Bush annuncerà a breve, di cambiare strategia in Iraq: più truppe (circa 20 mila), ma soprattutto l'intenzione di disfarsi una volta per tutte di al Sadr e dei suoi squadroni della morte, che con complicità governative stanno alimentando le vendette trasversali, impedendo così il recupero dei sunniti nel processo democratico. In un articolo sul Telegraph, John Keegan torna a chiedere più truppe, 50 mila, per sconfiggere le milizie sia sunnite che sciite.

Il dissidio più importante tra Washington e Baghdad sembra vertere proprio su al Sadr. Il premier iracheno non intende per ora rompere con il leader radicale sciita fiancheggiato da Ahmadinejad, anche perché non intende rompere con l'Iran, ma ciò non fa che incoraggiare il gioco al rialzo da parte di Teheran e dell'esercito del Mahdi di Moqtada.

Alla guida di un vero e proprio esercito di miliziani, per ritornare al governo al Sadr chiede più ministri e un calendario per il ritiro delle truppe americane. La strategia iraniana in Iraq è la medesima seguita in Libano: manovrare le milizie di al Sadr come Hezbollah. E infatti la tattica del ricatto continuo e della violenza volti a destabilizzare il governo e il processo democratico è la stessa. Di recente fonti dell'intelligence saudita, certamente interessate a spingere gli Stati Uniti a un impegno più energico in funzione anti-sciita, hanno denunciato in Iraq la presenza di circa 5 mila pasdaran iraniani.
Siamo proprio sicuri che il problema del nuovo Iraq si chiami Saddam?

Se ne vanno i «volenterosi»

Basta «alibi». L'economista liberale Nicola Rossi lascia i Ds. Le sue (buone) ragioni sono contenute in una lettera a Piero Fassino, in cui annuncia di non voler rinnovare la tessera per il 2007. «Le mie posizioni spesso procurano imbarazzo» al partito, osserva, ma anche le posizioni del partito «mi creano disagio».

«Sul terreno riformista la sinistra ha esaurito tutte le energie», la sua cifra è «questo governo».
Un fallimento che sente anche come personale: «Avevo la speranza di vedere un giorno la sinistra italiana contaminata da idee liberali, come è avvenuto in Inghilterra e in Spagna». Non è accaduto. Sia chiaro, «il riformismo tornerà a far capolino nelle relazioni dei congressi di partito e nelle interviste, ma la strada che è stata intrapresa con la Finanziaria è inadeguata alle esigenze del Paese».

Capitolo progetti per il futuro: «Mettersi in rete», tessendo rapporti con gli economisti del sito lavoce.info, e collaborando alla preparazione del convegno dei «volenterosi», che si terrà il 29 gennaio a Milano e che affronterà i nodi delle riforme «improrogabili»: previdenza e liberalizzazioni.

E' il difetto congenito del riformismo: sacrificare le riforme al totem dell'«unità» della sinistra e allo stare al governo, ogni giorno prestando il fianco alle bordate massimaliste dell'estrema sinistra e dell'ala "cattolicista". Solo che prima o poi chi alle riforme ci tiene davvero capisce il giochetto e cambia strada.

Tuesday, January 02, 2007

L'alibi del «furor di popolo»

Siamo riusciti a farci dare lezioni di civiltà pure dagli iracheni. Allo «sgomento» di Prodi per la pena inflitta a Saddam il premier al Maliki ha fatto rispondere così:
«Mussolini è stato processato per un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta "Benito Mussolini" gli ha detto: il tribunale vi condanna a morte. E la sentenza è stata eseguita immediatamente».
Nel tentativo di dimostrare non paragonabili i due casi di Saddam e Mussolini, Adriano Sofri, su la Repubblica, spiega oggi che «l'uccisione di Mussolini, condannato dal Clnai, catturato mentre fuggiva travestito da militare tedesco, fu un atto di guerra, come sarebbe stata l'esecuzione sommaria di Saddam». E si chiede: «La cattura che salvaguardi la vita e assicuri un processo non è piu degna della giustizia sommaria? Certo - si risponde - purché il processo (regolarità a parte) escludesse dal suo statuto la pena di morte».

Dunque, l'esecuzione sommaria preferibile alla condanna a morte dopo un regolare processo. Tra le due, se proprio dobbiamo scegliere, qui preferiamo la seconda. A prescindere dalla pena è sempre meglio un regolare processo. Infatti, se l'esito è comunque la morte non vedo come si possa preferire che ciò avvenga senza processo.

Sofri mistifica. Pur di non riconoscere che per condannare l'uccisione di Saddam bisogna per lo meno condannare quella senza processo di Mussolini, ricorre alla circostanza del presunto «atto di guerra». Eppure l'esecuzione fu autorizzata dal Clnai e al Duce fu presentata come una sentenza.

Poi Sofri chiama in causa il «furor di popolo» e sposta il discorso dalla fucilazione, decisa burocraticamente, a Piazzale Loreto, episodio facile da rubricare sotto il capitolo «furor di popolo». Certo, è «barbaro, ma l'uccisione distillata che viene dopo anni simula la giustizia e compie una fredda vendetta». No, è ipocrisia pura. Si ammette che il «furor di popolo è barbaro», ma si fanno spallucce, è un modo per scrollarsi di dosso le responsabità di quanto accadde. E' da vigliacchi prendersela astrattamente con il «furor di popolo». Fu, infatti, una decisione lucida quella di fucilare immediatamente Mussolini.

Non si vuole ammettere che se vogliamo con un minimo di credibilità deplorare l'esecuzione di Saddam dobbiamo riconoscere che gli iracheni si sono comportati in modo molto più civile che noi con il Duce.

Facile prendersela con Piazzale Loreto, dove effettivamente si possono addossare le responsabilità al concetto astratto della furia popolare, ma ci fu chi prese freddamente le decisioni: quella di uccidere il Duce, non un «atto di guerra» ma una vera e propria esecuzione di una sentenza comunicata alla vittima, e di non fare nulla per evitare Piazzale Loreto. Attenzione: qui non si vuole fare del moralismo. Non si piange per il Duce, ma almeno risparmiateci i lacrimoni per Saddam, se non siete disposti a versarli per Benito.

Senza curarsi del "politicamente corretto" parla Bernard Kouchner, che pragmaticamente osserva: «Sì, uccidere un tiranno può essere un espediente politico per governare la transizione dalla dittatura alla democrazia». Precisa: «Sono un'abolizionista al cento per cento, ma credo che ci possano essere delle eccezioni legate alle grandi svolte della Storia. Uccidere Ceausescu in Romania non è stato bello, però in qualche modo può essere servito a voltare pagina. Certo, non mi piace l'ipocrisia che circonda adesso questa esecuzione... Io non ho aspettato Bush per essere contro Saddam Hussein. Ho cominciato a combattere ideologicamente questo dittatore sanguinario venticinque anni fa mentre nessuno si preoccupava dei diritti umani che invece, soltanto adesso, vengono evocati».

Se la morte di Saddam poteva servire a qualcosa, «era adesso che bisognava farlo. Scandalizzarsi senza cercare di capire è molto infantile». E conclude: «Mi dispiace, non riesco proprio a commuovermi per quell'uomo».

Non mi fido

Coesione nazionale, l'impegno di tutte le forze politiche, senza inciuci, per il rinnovo delle istituzioni. E' stato il tema centrale del discorso di fine anno del presidente della Repubblica Napolitano.

D'istinto non mi fido dei discorsi che ricevono consensi unanimi. Nel migliore dei casi sono irrilevanti e inservibili.

A sentire reiterare la difesa della nobiltà della politica dalla disaffezione e l'appello ai giovani a impegnarsi verrebbe da mettere mano alla pistola, se l'avessi.

L'esaltazione della «sintonia» con il Papa finisce per eludere una questione vaticana che c'è ed è enorme. Sotto l'ombrello della centralità della persona umana e della sua dignità ci si sta stretti. Qualcuno inevitabilmente si bagna. Come si fa a non essere d'accordo con la dignità umana? Ma come si fa a non vedere che al di là dell'enunciazione del principio si contrappongono ben diverse concezioni dei diritti umani e della dignità della persona?

Discorsi di fine anno, discorsi inutili.

Rallentare un pò, che gli gira la testa

Adesso è più chiaro qual è il problema dei cattolici integralisti. Non è una questione di fede, è l'innata paura nell'essere umano (in alcuni più che in altri) dell'ignoto e, quindi, del futuro. Lo dice la stessa Paola Binetti, a il Riformista: la spaventa «una libertà pressoché assoluta e autoreferenziale (?)». Libertà «autorefenziale»? Ma che vuol dire? «Ancora una volta - sembra rammaricarsi - come nel secolo scorso, è stata l'ideologia della libertà a dettare legge, senza definire i propri limiti e i propri contenuti». Per fortuna, oseremmo dire, ha avuto la meglio l'ideologia della libertà.

La libertà, però, lo sappiamo, è anche un pesante fardello da sopportare, perché responsabilizza. Non permette di scaricare su autorità esterne agli individui - lo Stato o Dio - la responsabilità delle proprie azioni.

La Binetti ne ha terrore, e allora è per lei «ormai irrinunciabile... capire fin dove si vogliono spingere, come vogliono porsi davanti alla vita, al suo inizio e al suo termine, di che libertà parlano».

Vengono messe in crisi tradizioni millenarie - cristiane e aristoteliche - virtù morali e intellettuali. Insomma, si tratta di andarci piano perché alla Binetti comincia a girare la testa: «Finché non avremo capito fino in fondo dove si vuole arrivare sentiamo il bisogno di rallentare il passo». E' l'orrore per la china pericolosa: "Signora mia, dove andremo a finire di questo passo". Tutto qui.

Meno umana comprensione per un tale che su Il Foglio di oggi parla di «presunzione che la Donna sa cosa è il suo bene», e che nell'eutanasia condanna il concludersi del «processo dell'affermazione individuale sulla padronanza della vita».

Sunday, December 31, 2006

Retorica, toni apocalittici, equivoci di fondo

Tra i tanti commenti sulla morte di Saddam Hussein, spiccano i toni apocalittici di Paolo Mieli. In realtà, comuni denominatori dei lacrimosi editoriali che vengono versati oggi sulle pagine dei giornali sono il monito a ricordarci che un peso indelebile graverà sulle coscienze di tutti, che il sangue versato ricadrà su iracheni, americani, europei, tutti, e l'annuncio dell'entrata dell'umanità nell'era del barbarismo. Insomma, filippiche da predicatori sull'orlo della fine del mondo.

Ho l'impressione, invece, che passata l'ondata di indignazione s'incaricherà la storia di rimarginare la ferita e fra qualche anno ci ricorderemo di Saddam come di uno dei tanti. Ma, appunto, è un'impressione: vedremo.

Stupisce che ci si stupisca del fatto che Saddam sia stato condannato per la strage di "solo" 148 sciiti, nel 1982 a Dujail, e non «per reati incommensurabilmente più gravi», le altre centinaia di migliaia di sue vittime. L'«incommensurabilmente più grave», a seconda, immaginiamo, del numero dei morti e delle armi usate, è un giudizo storico, politico, morale. Dal punto di vista giudiziario la condanna anche solo per un assassinio non è una «stravaganza», ma la regola.

Mieli, che è uno storico, dovrebbe saperlo. La differenza tra la sede giudiziaria e la sede storica è che nella prima l'assassinio anche di un solo individuo può portare alla condanna, in questo caso a morte, nella seconda ci si può soffermare sulla ricostruzione di un'intera vicenda umana e di un'epoca politica piena crimini orribili, valutando i diversi aspetti e soppesando le responsabilità.

«Far luce sui trent'anni del potere» di Saddam, sulle inconfessabili complicità e l'ampiezza reale dei suoi crimini, doveva essere lo scopo dei processi iracheni, sostengono in molti, ma in realtà è un lavoro che spetta agli storici. Quando ci provano i tribunali va a finire come con Milosevic: processo in panne e nessuna sentenza. Sempre il caso di Milosevic, ma anche i mesi che Saddam ha avuto per raccontare la sua "verità", dimostrano che questi scomodi segreti che si crede i dittatori abbiano da rivelare sono poco più che luoghi comuni. I suoi trentennali rapporti di quando era al potere sono per lo più noti e gli storici si incaricheranno di studiarli in modo più approfondito con il passare degli anni.

Inoltre, non c'è solo Saddam. Essendo ancora molti gli ex gerarchi del regime baathista che devono essere giudicati, non è assolutamente detto che i processi sugli eccidi più gravi non si tengano ugualmente, per far luce su responsabilità altre rispetto a quelle dell'ex raìs.

Nel ricordare errori e imperfezioni dei processi di Norimberga e in Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale, Mieli indirettamente ci ricorda come non abbiano pregiudicato lo sviluppo democratico della Germania o del Giappone.

Il modo in cui Mieli risolve il dilemma morale è però inaccettabile. Il despota «o viene ucciso al momento della sconfitta e della sua cattura oppure deve restare in vita». Dunque, sì all'assassinio vero e proprio, no alla condanna a morte dopo un regolare processo. Tra le due, se proprio dobbiamo scegliere, qui preferiamo la seconda. «Il nostro sistema morale può tollerare un'uccisione a caldo con modalità che sappiamo non verranno mai accertate...»: ma che ipocrisia! Occhio non vede cuore non duole.

Il punto è che se si vuole debellare la pratica della pena di morte, non si può perdere di vista l'elemento fondamentale: il processo secondo i dettami dello stato di diritto. Quel piccolo particolare che ci impone di considerare in modo del tutto diverso la pena di morte negli Stati Uniti da quella praticata in Iran o in Cina, altrimenti le nostre buone intenzioni rischiano di produrre effetti perversi. Posto che la giustizia è sempre quella dei vincitori sui vinti, la differenza è a quali principi e regole il vincitore sceglie di fare riferimento.

Poi c'è il tipo di commenti come quello di Furio Colombo, utilissimi per comprendere come l'equivoco di fondo sia nel fatto di pensare che la democrazia sia «buona». Allora avrebbe ragione Pera, che vuole non solo una società democratica, ma anche «buona», volta al «bene». La democrazia è un sistema di governo che meglio di altri funziona nel regolare la convivenza civile nel modo meno violento e più produttivo possibile, ma non ci risparmia le cose brutte e cattive della vita. Quando attaccata, la democrazia sa essere molto cattiva. Quindi sì, anche il cappio intorno al collo di un despota può essere una «vittoria per la democrazia», con grande scandalo di Colombo. Attenzione: non dico che lo sia di per sé, ma che può esserlo, e non è detto che in Iraq ci siano oggi le condizioni perché lo sia.

Nonostante tutto, nonostante i Saddam e gli Ahmadinejad, Colombo può tranquillizzarsi, stiamo attraversando senz'altro un periodo meno barbaro di altri. E questo unicamente grazie alla democrazia, comprese un paio di bombe atomiche e qualche impiccagione servite a difenderla e affermarla.

Riguardo la regolarità del processo a Saddam, sarebbe grave se fosse vero ciò che rivela a Il Messaggero (confesso che non lo sapevo) il professor Michael Newton, docente di Diritto internazionale alla Vanderbilt University e consulente del Tribunale iracheno che ha processato Saddam.

Secondo Newton, il processo è stato «quanto di meglio si potesse desiderare in Iraq date le circostanze. E la fretta dell'esecuzione è tradizionale nel sistema giudiziario iracheno, che considera crudele tenere un condannato in attesa di morte per un lungo periodo».

Ma il fatto grave è quanto aggiunge dopo: «Gli iracheni avevano chiesto sia alle Nazioni Unite che alla Comunità Europea di aiutarli a istruire il processo secondo le procedure internazionali. Hanno chiesto di essere ammessi alla Corte dell'Aia per studiarne il funzionamento. Hanno chiesto che i giudici dell'Aia andassero a Baghdad ad aiutarli. Hanno sempre ricevuto un netto rifiuto... perché in Iraq c'è la pena di morte e nessuno ha voluto aiutarli a istruire un processo che si sapeva avrebbe portalo a una pena capitale. Se noi avessimo aiutato ufficialmente i giudici iracheni, questo processo avrebbe potuto essere un esempio di giustizia per tutto il mondo. Li abbiamo abbandonati a se stessi, e io credo che abbiano fatto il meglio che potevano».

Sarebbe la conferma di quanto temevo. Abbiamo perso il senso delle misure e dei principi: la prima cosa, e più importante, da assicurare è un processo equo secondo i dettami dello stato di diritto, mentre chi ha negato l'aiuto agli iracheni guardando alla pena ha sacrificato anche il processo.

Tra i commenti un po' fuori dal coro, quello di Antonio Martino, contrario alla pena di morte, che però ritiene positivo che Saddam sia stato processato dall'Iraq, pubblicamente. «Mi sembra enormemente meglio non dico di piazzale Loreto ma anche di Norimberga. Quello era un tribunale dei vincitori, non tedesco».

L'ex ministro della Difesa osserva che «non è affatto certo che sia stato un errore politico». L'esecuzione, infatti, può suscitare rabbia in qualche clan sunnita, ma «l'iraq è composto in stragrande maggioranza da curdi e sciiti (ma anche sunniti, aggiungiamo noi) vittime
dei crimini di Saddam Hussein».

All'insegna della cautela sono i commenti di André Glucksmann, sul Corriere della Serada parte mia non mi sento autorizzato al perdono al posto degli iracheni che gioiscono per l'esecuzione capitale quando sono genitori, figli o parenti del milione di vittime assassinate da un tiranno infinitamente peggiore di Mussolini»), e di Andrea Romano, su La Stampa: «Beati coloro che sono animati dalla certezza delle proprie opinioni» di fronte a un'esecuzione che «dovrebbe costringerci tutti a un doloroso esercizio del dubbio. Compresi noi europei che veniamo da un lungo periodo di privilegio, da più di sei decenni all'insegna della pace e della democrazia durante i quali non ci è più toccato in sorte di giudicare chi tra noi si fosse reso responsabile del crimine di sterminio».

E l'ultima volta, ricorda Romano, «che ci siamo misurati con il problema lo abbiamo risolto con qualche approssimazione giuridica ma con efficacia, senza poi dovercene pentire più di tanto», come dimostrano le parole di Sandro Pertini, interrogato nel 1986 sul fallito attentato a Pinochet: «Se sia giusto uccidere un tiranno lo abbiamo chiarito una volta per tutte con la fucilazione di Benito Mussolini».

Certo, riconosce Andrea Romano, è stata una giustizia «fragile e parziale», ma è stata «la giustizia degli iracheni, di un popolo che non finisce di essere vittima dei propri carnefici, dei catastrofici errori di Bush e del pilatesco disinteresse della maggior parte dei paesi europei. Nel mare di sangue da cui è attraversato ogni giorno, quella di Saddam è l'unica morte giustificabile sulla strada di una speranza possibile per l'Iraq».

Ogni volta che muore un uomo per mano di un altro è «una tragedia», ma con un po' di pragmatismo potremmo anche ipotizzare che l'Iraq «può iniziare a ritrovarsi intorno all'esecuzione del primo responsabile della sua rovina. Una piccola dose di rispetto verso la sventura irachena dovrebbe spingerci a domandarci se non sia il caso di abbassare almeno un po' il ditino con il quale condanniamo quella forca».

Certo, è stato uno spettacolo «penoso», ma riconosciamo anche che è stato «un messaggio per gli altri sanguinari raìs rimasti nel mondo. Che forse per qualche giorno andranno a dormire massaggiandosi il collo».

Concludiamo ancora con Glucksmann e il suo invito a sforzarci di saper distinguere. «Nel mondo di oggi, in cui minoranze incendiarie e senza scrupoli (i nichilisti attivi) rivaleggiano in crudeltà approfittando del lassismo delle maggioranze intorpidite (i nichilisti passivi), non è mai troppo tardi per lottare contro le fiamme. A patto che si sappia identificare, di volta in volta, il volto degli incendiari».

Saturday, December 30, 2006

Troppe falle nell'iniziativa di Pannella

Marco PannellaUna fine da gerarca nazista, quella di Saddam Hussein. Ma non mi pare che quelle esecuzioni abbiano pregiudicato il futuro democratico tedesco o europeo.

Attenzione. Questo non vuol dire che la morte di Saddam di per sé contribuirà alla fine delle violenze in Iraq e consoliderà la democrazia irachena. Voglio dire che non è la sua eliminazione a pregiudicare, né ad assicurare, un roseo futuro agli iracheni. Dipende piuttosto dalla capacità del nuovo Governo iracheno e dalla determinazione americana a sconfiggere i nemici sul campo: la guerriglia sunnita, i terroristi di Al Qaida, e anche le milizie sciite filoiraniane.

Bush ha «regalato un martire» al terrorismo internazionale, come denuncia Pannella? Vedremo, fra qualche anno. Lo si diceva anche del già dimenticato Arafat, ma l'impressione è che il volto di Saddam lo rivedremo fra qualche anno nei finti busti dei mercatini di qualche villaggio, come capita ancora oggi d'imbattersi in simili paccottiglie nostalgiche del Duce nelle fiere di paese in Italia.

«Tutti sanno - si dice sicuro Pannella - che l'impiccagione di Saddam approfondirà gli odi e rafforzerà ancora di piu l'idea che l'uccisione dell'avversario è un elemento non solo lecito, ma che puo essere anche utile». Che l'esecuzione di Saddam aggravi la situazione di caos e violenza nel paese non è affatto certo, ma è certo che un Saddam vivo, che si rifiuta di giocare un ruolo attivo di pacificazione, sarebbe stato per anni un elemento di ulteriore destabilizzazione.

La guerriglia sunnita e le formazioni jihadiste avranno un pretesto in più, è vero, per continuare a uccidere, ma non è che finora non siano stati capaci di trovarne. E alzi la mano chi crede davvero che con il loro leader in carcere per anni si sarebbero fermati.

Dal momento, e a maggior ragione, che le autorità irachene hanno deciso di giocare la carta della trattativa con Saddam nel tentativo di strappargli un appello alla pacificazione in cambio di aver salva la vita, una volta ricevuto il suo rifiuto non potevano più permettersi di lasciarlo in vita.

Oltre a un paio di evidenti inesattezze (Tareq Aziz non era tra gli imputati e il processo non si è affatto svolto in clandestinità, ma è stato diffuso dalla televisione irachena), sconcertano i toni anti-americani e gli argomenti dietrologici, degni del "miglior" Giulietto Chiesa, utilizzati da Marco Pannella nella sua iniziativa.

Ha insinuato il dubbio che l'amministrazione Bush abbia voluto «chiudere per sempre la bocca» a «chi avrebbe potuto raccontare la storia delle complicità "insospettabili" delle quali il dittatore iracheno poté godere, o dalle quali è stato istigato e armato». Dalla difesa di Saddam in altri processi si sarebbero potute ascoltare «storie e storia», addirittura «un mucchio di verità».

A parte che gli americani e gli iracheni avrebbero potuto «chiudere la bocca» a Saddam molto prima, se avessero avuto questo timore, durante la sua cattura, avvenuta in un contesto di guerra, Pannella sembra ignorare del tutto il modo in cui Saddam ha deciso di difendersi nel processo che ha subito.

Il Saddam che si sofferma come sulla veranda a ricordare i vecchi tempi, a raccontarci la sua "verità", esiste solo nella fantasia di Pannella. Per lo meno, in questi due anni ha avuto l'occasione di essere un pozzo di storia, ma ha preferito inveire contro il Tribunale e continuare a fomentare le vendette. D'altronde, scomode verità dovevano uscire anche dalla difesa di Milosevic, ma non ci pare di ricordarne alcuna degna di nota.

L'esecuzione avrebbe «subito un'accelerazione - spiega il leader radicale - anche perché gli americani hanno capito che qualcosa stava montando, che il caso stava per esplodere, che la grande questione della sua salvezza rischiava di coinvolgere le coscienze del pianeta...». Sarebbe potuto esplodere nel cuore del Medio Oriente «un grande atto di pace, un grande dibattito nei popoli e nelle coscienze: lo "scandalo" della nonviolenza come alternativa di vita e di democrazia alle dittature e alla guerra».

Certo, un grande dibattito, ma non nel senso auspicato da Pannella, cioè di presa di coscienza della brutalità della pena di morte, ma di strumentalizzazioni da parte di quegli autocrati, chi più chi meno amico di Saddam, che hanno molto da temere da un precedente del genere.

Il grande «scandalo», per gli iracheni e per le masse arabe, è rappresentato dal dittatore alla sbarra, dal processo svoltosi, seppure in modo imperfetto, comunque secondo i più basilari dettami dello stato di diritto.

Lo «scandalo della non esecuzione» sarebbe stato dai "resistenti" percepito come segno di estrema debolezza politica, quindi di incoraggiamento, mentre dal resto della popolazione, che ha subito ben 35 anni di sanguinaria dittatura, come la conferma che gli uomini di potere, in un modo o nell'altro, la fanno sempre franca. Potrà non piacere, ma questa è la realtà dei sentimenti che attraversano l'Iraq oggi.

Pannella se la prende con «quel signore che siede alla Casa Bianca», che «sta coprendo di infamia i valori del suo splendido popolo». Eppure, non scopriamo oggi che gli Stati Uniti, sia da parte repubblicana sia da parte democratica, sono tendenzialmente favorevoli alla pena di morte. Un po' scontato prendersela con il "fondamentalista" Bush. Potrà dispiacere - e dispiace - ma lo «splendido popolo» americano in gran parte ancora approva il ricorso alla pena capitale. Ci auguriamo che ci ripensino, ma per ora l'America è questa: una grande democrazia, rispettosa dello stato di diritto, in cui la pena di morte è vigente in 37 Stati.

Anche che l'uccisione di Saddam «pregiudichi irreparabilmente la creazione di uno stato di diritto in Iraq», o che l'assassinio di un dittatore non sia «un contributo alla pace e alla democrazia» sono affermazioni discutibili. L'atto del governo iracheno, seppure brutale e deplorevole, non è paragonabile a quelli che furono propri di Saddam stesso: eccidi ed esecuzioni senza processo. Si confonde il fatto democratico e dello stato di diritto con la pena di morte. Che paesi in cui è, o era fino a pochi decenni fa, prevista la pena capitale per i reati più gravi ed efferati siano anche tra le democrazie più mature e dallo stato di diritto più compiuto è un fatto storico incontestabile. Come occorre riconoscere che spesso, storicamente, l'eliminazione di un tiranno è stata d'aiuto alla pace e alla democrazia successive.

Sarà ripugnante ammetterlo, e forse consigliabili altre soluzioni, ma che dalla condanna a morte di un dittatore «si possa costruire piu vita e più libertà» è più spesso qualcosa che accade che una «tragica illusione».

Non è neanche esatto dire che la morte di Saddam costituisce un furto di memoria e di giustizia alle sue vittime. Non c'è solo la sede giudiziaria per far luce sugli altri immensi crimini di Saddam. Il popolo iracheno avrà tutto il tempo di prendere coscienza, in sede di ricostruzione storica, della propria memoria. Le aule dei tribunali non sono le sedi migliori per la ricerca di una verità storica. Bisognerebbe chiedere direttamente alle vittime se sentono che oggi sia stata o meno fatta giustizia.

Ma la cifra dell'imprecisione politica con la quale Pannella ha condotto questa sua iniziativa, nel merito e sulla carta condivisibile, la dà Adriano Sofri, oggi su Il Foglio: «Temo che per una volta Marco Pannella abbia sacrificato alla suggestione dello slogan — Viva Saddam, Saddam viva — la limpidezza del significato. Avrei preferito dire: Abbasso Saddam, Saddam viva».

Come il pacifismo "senza se e senza ma" non era una reale alternativa alla guerra in Iraq, anche questa iniziativa di Pannella, così congegnata e condotta, non poteva essere una reale alternativa all'esecuzione di Saddam: l'appello andava rivolto non solo al Governo iracheno, ma allo stesso ex dittatore, affinché ottenesse salva la vita accettando di lanciare un concreto appello alla pacificazione. Un prezzo non troppo alto per l'ex raìs, ma l'unica possibilità concreta di far scattare lo «scandalo» dell'alternativa democratica a cui mirava Pannella.

Fine di un tiranno

Saddam Hussein sul patiboloOra, bisogna ubriacarsi. Ora, bisogna che ognuno

a forza beva: è morto Mirsilo!


Alceo di Mitilene (VII - VI secolo a.C.)

Friday, December 29, 2006

Marco sui giornali d'Arabia

Pare che le lancette dell'orologio della vita di Saddam Hussein stiano compiendo gli ultimi giri. L'esecuzione sarebbe imminente. Forse sabato.

Potrebbe quindi concludersi prima del previsto lo sciopero della fame e della sete di Pannella, che non dovrebbe troppo rallegrarsi per l'attenzione ricevuta da molti siti e giornali arabi.

In decine hanno dato notizia della sua campagna per salvare Saddam dalla condanna a morte. Dal "moderato" Al Sharq Al Awsat, quotidiano panarabo di proprietà saudita, al ben più "radicale" Al Watan, primo quotidiano saudita per diffusione, stampato a Riad e Gedda e letto in tutti i paesi del Golfo, che mette la notizia addirittura in prima pagina e la correda di una foto di Pannella vicino a una gigantografia di Saddam. Dal kuwaitiano Al Qabas al giordano Al Ghad, quotidiano online nazionalista e contrario alla guerra in Iraq. Da Al Jazeera, tv satellitare degli sceicchi del Qatar, ad Almoslim.net, dello sceicco saudita Nasser Al Omar, fino ad AlArabonline, che ha definito il leader radicale «uno dei più grandi oppositori della guerra americana all'Iraq», ma dubitiamo che abbia precisato i termini della proposta "Iraq libero".

Chi più chi meno sono tutti organi controllati da quegli stessi autocrati e sceicchi mediorientali che negano ai loro popoli i diritti fondamentali e che vedono nell'esecuzione di Saddam un precedente pericoloso per la tenuta del loro potere. Vedono come ipotesi non più così remota venire anch'essi un giorno raggiunti dalla giustizia dei loro popoli. E la cosa non gli piace.

L'iniziativa di Pannella, debitamente rimasticata dai loro giornali a beneficio delle opinioni pubbliche arabe, fa in qualche modo il loro gioco. Segno che il connotato politico di questa campagna è rimasto ambiguo e si presta a strumentalizzazioni.

Un modo per precisare il segno politico dello slogan "Nessuno tocchi Saddam" poteva essere quello suggerito da Carlo Panella: rivolgersi non solo al Governo iracheno, affinché risparmi la vita a Saddam, ma anche direttamente allo stesso ex dittatore, perché paghi il «prezzo del suo sangue» attivandosi davvero per la pacificazione, lanciando un appello ad abbandonare le armi e a partecipare alla costruzione di un Iraq democratico.

Sappiamo che questo è un ruolo che Saddam evidentemente si rifiuta di svolgere, visto il fallimento delle trattative con le autorità irachene, ma tentare ancora non nuoce e comunque metterebbe in chiaro l'obiettivo politico dell'iniziativa di Pannella, che altrimenti rischia di ridursi a esercizio di "buonismo".

Ecco di quali progressi è capace Pechino

Asianews, l'agenzia cattolica particolarmente attenta alle persecuzioni dei cristiani in Asia e nel mondo, ha denunciato l'arresto da parte delle autorità cinesi di nove sacerdoti non ufficiali della diocesi di Baoding. Il gruppo, fa sapere l'agenzia, era riunito per studiare. Nella provincia dell'Hebei è in atto da tempo una dura campagna dell'Associazione patriottica contro le comunità non ufficiali. Secondo Asianews sono almeno sei i vescovi "sotterranei" dell'Hebei detenuti o scomparsi.

L'Hebei è la regione con il più alto numero di cattolici (1,5 milioni), in maggioranza della Chiesa non ufficiale, che rifiutano cioè il controllo dell'Associazione patriottica dei cattolici cinesi (AP), l'organismo di controllo voluto dal Partito comunista allo scopo di costituire una chiesa indipendente da Roma.

Questi ultimi nove arresti potrebbero essere una ritorsione per quanto detto il giorno di Santo Stefano da Papa Benedetto XVI, che all'Angelus ha ricordato, con riferimento alla situzione cinese, il sacrificio dei cristiani perseguitati per la loro fedeltà alla Chiesa di Roma.

Sarebbe questa una buona occasione per farsi sentire con i vertici della Repubblica popolare cinese, a meno che non s'intenda continuare a chiudere gli occhi illudendosi che il commercio e le rituali esortazioni formali di per sé bastino a garantire progressi anche sul piano dei diritti umani.

Il colpo basso di Magdi Allam

Peccato che Magdi Allam, nell'editoriale di oggi sulla condanna a morte di Saddam, sia caduto così in basso. Peccato che abbia ritenuto di ricorrere a una ignobile strumentalizzazione, chiamando in causa Welby, la cui sacralità della vita sarebbe stata violata da chi oggi invoca la sacralità della vita di Saddam. Peccato, perché certe contraddizioni di questa eccezionale mobilitazione per salvare dalla forca Saddam Hussein le aveva colte.

In un paese come l'Italia, capace di riscoprire il sentimento di unità nazionale solo in occasione dei mondiali di calcio, e in cui la politica è così rissosa da non riuscire a trovare momenti di intesa, né bipartisan, né all'interno di una coalizione di governo, sulle principali questioni d'interesse generale, suscita qualche sospetto che si sia costituito un «fronte così ampio e compatto» proprio per salvare la vita al genocida Saddam.

In realtà, tolti i radicali, che con "Nessuno tocchi Caino" da anni portano avanti con coerenza e a 360° la battaglia contro la pena di morte, all'iniziativa di Pannella si è accodato un corteo di approfittatori e anime belle.

Se questa mobilitazione è così genuina, perché nessuna iniziativa, nessun gesto simbolico per «le decine di civili innocenti che ogni giorno vengono massacrati dai terroristi di Bin Laden, di Saddam, dell'Iran o della Siria?». Perché nessun interesse per il regime saudita o quello iraniano che «regolarmente danno in pasto alla loro gente lo spettacolo pubblico della decapitazione o impiccagione dei trasgressori della morale islamica?». E perché «la sensibilità collettiva degli italiani non scatta quando al patibolo ci vanno i cinesi, gli americani o i giapponesi?».

In realtà, la maggior parte dei politici di sinistra e dei commentatori sui giornali che si sono aggregati a Pannella ci hanno visto una buona occasione per fare bella figura a buon mercato. Gente che quando bisogna davvero impegnarsi contro la pena di morte nel mondo, quando le uccisioni vengono commesse da altri regimi, di colpo scompaiono dalla nostra vista.

Adesso liberate anche Eluana

E' il padre Beppino, intervistato da Corriere.it, a combattere la battaglia per la figlia, Eluana, mantenuta artificialmente in coma da 15 anni senza alcun segno e possibilità di miglioramento. E' «oggetto di violenze terapeutiche da parte del sistema», denuncia il genitore. «Non hanno recuperato mai niente, ma non per loro incompetenza». Perché una volta attivate certe terapie, che stabilizzano una situazione vegetativa, si ferma il processo naturale del morire e tornare indietro non è più possibile. «Portano le persone in una condizione che non esiste in natura e poi la tutelano dicendo che la persona non è morta». Ma «con quale diritto lo Stato, attraverso medici e magistrati, può disporre di vite altrui?»
Già, ce lo chiediamo anche noi.

Thursday, December 28, 2006

Pannella ascolti Panella

Marco Pannella sul sito di al-WatanChissà se Pannella darà ascolto al suo quasi omonimo Carlo Panella, che oggi, intervistato da Radio Radicale, ha dato alcune notizie qui già note da tempo ma che potrebbero risultare nuove al leader radicale, in questo periodo piuttosto male informato di cose estere.

Esiste la possibilità, secondo Panella, che il Governo iracheno ci riservi una sorpresa decidendo di rinviare l'esecuzione di Saddam per arrivare alla fine dei processi a suo carico. D'altronde, si tratta del «primo dittatore che pur potendo essere ucciso durante la cattura in un contesto di guerra, le autorità americane e irachene hanno invece deciso di processare». E' l'unica valutazione su cui forse Panella s'inganna, visto che voci insistenti delle ultime ore parlano di esecuzione ormai imminente.

Anche lo studioso di islam si dice contrario alla pena di morte per Saddam, ma avverte che se l'esecuzione adesso certo non favorirebbe il raggiungimento di un accordo di pace tra il governo e le componenti sunnite, tuttavia la concezione della giustizia nel mondo islamico e il contesto di violenza in Iraq sono tali per cui si rischia anche «un contraccolpo»: che Saddam non venga ucciso venga interpretato non come «gesto di pace», come vorrebbe Pannella, ma come un «segno di straordinaria debolezza politica».

Panella ricorda che ci sono state, eccome, le trattative tra Saddam e le autorità irachene per l'appello alla pacificazione del paese, nel quale il leader radicale ripone tante speranze, ma sono fallite, perché Saddam e gli ex baathisti pretendevano non solo la salvezza dell'ex raìs, ma anche un pieno riconoscimento politico.

Per questo, Panella suggerisce al leader radicale di non rivolgersi solo al Governo iracheno perché risparmi la vita a Saddam, ma anche all'ex dittatore perché paghi il «prezzo del suo sangue» attivandosi davvero per la pacificazione, lanciando un appello ad abbandonare le armi e a partecipare alla costruzione di un Iraq democratico. Sarebbe anche un modo per definire meglio politicamente l'iniziativa "Nessuno tocchi Saddam". Tentar non nuoce, ma questo, insiste Panella, è il prezzo minimo che Saddam dev'essere disposto a pagare per salvarsi. Altrimenti, tenerlo in vita sarebbe troppo rischioso.

Su un'altra balla si fonda, in gran parte, il giudizio negativo di Pannella sull'amministrazione Bush. Per qualche strano motivo si è convinto che Saddam nel 2003 fosse pronto ad accettare la via dell'esilio ma che gli americani a quel punto volessero a tutti i costi la guerra e la trattativa per questo non andò in porto. Capita anche questo quando l'unica fonte d'informazione sulle cose estere è Le Monde.

In ogni caso, Panella, attento studioso della vita di Saddam Hussein, sulla quale ha scritto un libro, ha negato che le cose siano andate in questo modo. Saddam ha accettato la trattativa perché gli conveniva, ma non sarebbe mai stato disposto a un esilio che per lui equivaleva a un'umiliazione. Tale ipotesi, è pronto a giurare Panella, è «totalmente al di fuori della logica di Saddam, che è un personaggio nazista, dalla mentalità nazista».

Panella non si basa solo sulla sua profonda conoscenza della personalità del dittatore, ma ricorda dati di fatto che su questo blog cerco di sottolineare da tempo. Saddam, amico personale di Chirac, era sinceramente convinto che la pressione francese (e russa, aggiungiamo noi) al Consiglio di Sicurezza avrebbe indebolito gli americani e che questi alla fine non avrebbero portato la loro azione fino in fondo. Spesso i dittatori, anche nel valutare lo scenario internazionale in cui si muovono, sono vittime del loro stesso isolamento e tendono a nutrire una fiducia smisurata nelle loro risorse.

La proposta di Pannella "Iraq libero", che prevedeva l'esilio del dittatore Saddam, era destinata al fallimento non perché Bush e Blair avessero il grilletto facile, ma perché presupponeva un'ampia convergenza delle maggiori potenze (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, o per lo meno l'Europa intera) per il cambio di regime a Baghdad. Invece, non solo le piazze occidentali erano tutte schierate con Saddam, ma anche i governi di Francia e Russia si sono attivamente adoperati affinché Saddam restasse al potere. In un simile clima aveva più possibilità di riuscita l'esilio di Blair dall'Europa. E ci auguriamo che Pannella trovi pace con questi fatti.

Se anche Il Foglio fa del relativismo culturale

Che clamoroso autogol l'editoriale con cui oggi Il Foglio tratta la questione della condanna a morte di Saddam Hussein. Una svista che pone il giornale in contraddizione con la linea di Bush e dei neoconservatori di esportazione della democrazia, sostenuta con forza e coerenza negli ultimi anni. Una contraddizione che esplode non nel merito, perché si ritiene politicamente opportuna l'esecuzione di Saddam, ma nell'argomento centrale dell'articolo.

Per anni - e noi d'accordo - a rimproverare tutti coloro che dicevano essere utopistico trasferire in una società islamica un sistema politico di concezione occidentale come la democrazia.

Oggi, invece, dobbiamo leggere su Il Foglio che quanti sono contrari alla pena di morte per Saddam commettono «l'errore di trasferire in una società islamica una concezione occidentale del rapporto tra politica e morale». Addirittura, si fa notare, «se in pressoché tutti gli stati islamici è vigente la pena di morte, una ragione ci sarà». Ahi, quale palese contraddizione! Non è forse questo l'argomento principe, che tanto abbiamo contestato ai realisti e ai relativisti culturali, contro l'idea di esportazione della democrazia in Iraq e in Medio Oriente? «Se in pressoché tutti gli stati islamici non c'è democrazia, una ragione ci sarà», si potrebbe sostenere.

Se riteniamo la democrazia e la libertà valori universali a cui aspirano tutte le genti, anche il rifiuto della pena di morte può benissimo far parte di questo pacchetto di valori "esportabili".

Pensare di «imporre lì un modo di ragionare estraneo», come il rifiuto della pena di morte, può benissimo essere «una forma di colonialismo culturale, addirittura di presunzione di superiorità della civiltà occidentale», come scrive sorprendentemente oggi Il Foglio, ma allora è «colonialismo culturale» e arroganza occidentale anche imporre la democrazia.

No, non può essere questo l'errore che commette chi è contrario alla condanna a morte dell'ex raìs. Decisamente non è questo l'argomento che ci saremmo aspettati dal giornale di Ferrara per contraddire le molte voci che si sono levate per salvare l'ex dittatore dalla forca. Eccone tre validi:

1) Se è assai improbabile che di per sé l'esecuzione di Saddam porrà fine alle violenze consentendo al Governo di Baghdad di ottenere il controllo del territorio, si può però ragionevolmente sostenere che Saddam rinchiuso per decenni in un carcere iracheno rappresenti un'ombra incombente, un elemento di destabilizzazione troppo pericoloso per la giovane democrazia.

2) E' storicamente falso che non possa nascere una vera democrazia dall'uccisione di un tiranno. Anzi, spesso un episodio violento di quel genere si rivela un contributo proprio alla democrazia e alla pace.

3) La commutazione della pena di morte a Saddam in ergastolo, in assenza di un suo impegno concreto per la pacificazione, non sarebbe affatto di per sé «un grande atto di pace», ma verrebbe percepita come un segno di debolezza nel contesto di guerra che si vive in Iraq.

Insomma, l'unico argomento fondato contro la condanna a morte di Saddam Hussein rimane quello di principio: uno Stato non ha il diritto di uccidere un suo cittadino attraverso la sentenza di un tribunale, neanche un genocida.

Non ci si venga però a raccontare che i popoli arabi per qualche innata ragione non siano in grado di convincersi di questo principio, o che non siano pronti per la democrazia. Pensare di «trasferire» queste concezioni in una società islamica sarà anche «una forma di colonialismo culturale», ma ritenere che la pena di morte, come l'assenza di democrazia, sia qualcosa di connaturato all'essere arabo è di sicuro una forma di relativismo culturale e di strisciante razzismo.

La Somalia nuovo fronte della jihad di Al Qaida

Ha ragione Magdi Allam: poiché è impossibile sostenere «che la guerra in Somalia sia una sorta di metastasi del cancro iracheno», allora si deve concludere «che questo terrorismo islamico globalizzato è tutt'altro che reattivo, bensì il frutto deliberato di una strategia aggressiva decisa e attuata da potenti burattinai con lo scopo manifesto di dar vita a un Califfato Islamico Internazionale».

L'Etiopia non ha alcuna intenzione di occupare la Somalia. L'esercito etiopico è entrato in Somalia su richiesta del Governo transitorio somalo, la sola autorità riconosciuta dalla comunità internazionale. Non ci sono petrolio o altre risorse naturali in gioco. L'unico motivo per cui l'esercito etiopico è intervenuto è perché Addis Abeba teme che il contagio dell'estremismo islamico possa diffondersi da una Somalia in mano alle cosiddette Corti islamiche legate ad Al Qaida e ai paesi del Golfo.

Il Califfato di Al Qaida ha lanciato un comunicato in cui invita tutti a unirsi «ai fratelli somali» contro gli etiopi appoggiati dagli americani.

Insomma, quello islamista è un espansionismo che procede secondo piani e strategie indipendenti dalle politiche dei paesi occidentali. Non è la reazione alle presunte politiche inique degli Stati Uniti. E' falso che le guerre in Iraq e Afghanistan abbiano alimentato il terrorismo, semmai l'hanno costretto a uscire allo scoperto. Le facili conquiste delle Corti islamiche in Somalia, grazie anche a migliaia di jihadisti arabi, dimostrano che l'inazione è una scelta politica come l'azione, solo che è la scelta sbagliata.

«Non ci sono scorciatoie», avverte Magdi Allam. Né corteggiare gli islamisti, né affidarsi all'Onu, la cui missione è fuggita dalla Somalia nel 1995, sono delle soluzioni: «Se vogliamo la pace in Somalia, dobbiamo affrontare insieme la minaccia del terrorismo islamico globalizzato che è riuscito anche lì, tra l'indifferenza generale, a insediare il proprio potere».

Non è la condanna a morte di Saddam a minacciare il futuro del nuovo Iraq

Saddam Hussein davanti al giudiceNon l'impiccagione di Saddam, ma la guerra che Al Qaeda, Siria e Iran alimentano sulla pelle degli iracheni pregiudica lo sviluppo democratico del paese

La condanna a morte dell'ex dittatore non rende il nuovo Iraq simile al vecchio o alle altre dittature arabe. Pur imperfetto, sta nel processo secondo i dettami dello stato di diritto la differenza

Parte la lacrimosa mobilitazione per salvare dalla forca il dittatore Saddam Hussein. Come spesso accade si intrecciano diverse istanze: le più nobili, i tipici casi di retorica da salotto e bella mostra di grandi principi a buon mercato, le strumentalizzazioni. Soprattutto da parte di chi, oggi al Governo, ha ostacolato e infine deciso di non presentare all'Onu una risoluzione per la moratoria universale della pena capitale, da parte di chi mostra scarso o nullo interesse per gli adolescenti omosessuali appesi alle gru in Iran, la denuncia della condanna a morte inflitta a Saddam appare strumentale alla delegittimazione del governo e delle istituzioni irachene sorte dopo l'intervento anglo-americano in Iraq e in generale a dimostrare che la nuova barbarie è simile alla vecchia e frutto dei fallimenti della politica americana.

Tutti coloro, e non sono pochi, che si ricordano della pena di morte solo quando il condannato è un ex dittatore deposto dall'esercito americano dovrebbero innanzitutto denunciare l'uccisione extragiudiziale di Mussolini da parte delle forze partigiane. S'insinua addirittura il dubbio che siano gli americani a volere la morte di Saddam per impedire che altri processi facciano luce sulle complicità di cui l'ex raìs ha goduto in Occidente, senza ricordare che gli stessi americani e gli iracheni avrebbero potuto risolvere la questione con una pallottola in fronte, durante l'azione che ha portato alla sua cattura, ma hanno preferito condurlo dinanzi alla giustizia. Magari fossimo stati in grado di fare altrettanto con Mussolini.

Isolato, c'è il rigore ideale di Marco Pannella, in sciopero della fame e della sete «perché il Governo Italiano mobiliti subito la comunità internazionale per impedire l'immediata esecuzione di Saddam». Qui la coerente battaglia radicale contro la pena di morte nel mondo vede in Saddam un Caino esemplare e un'occasione imperdibile per «far esplodere nel cuore del Medio Oriente e nel mondo un grande atto di pace, un grande dibattito nei popoli e nelle coscienze, lo scandalo della nonviolenza come alternativa alle dittature e alla guerra».

In questo caso l'astrattezza dei principi rischia però di prendere il sopravvento sulla concretezza della realtà. Qual è, davvero, il dibattito che dovrebbe esplodere presso i popoli arabi?

Ci sono motivi di principio e di convenienza che ci rendono contrari all'«omicidio di Stato», ma il dato più rilevante è che gli arabi, per la prima volta, vedano un tiranno chiamato a rispondere dei crimini che ha commesso davanti a una giustizia civile legittimamente istituita. Il dato fondamentale di progresso è il dittatore alla sbarra. Il fatto che la umma sunnita, che si sente la nazione araba eletta a comandare sugli altri musulmani, veda la fine del campione del panarabismo e del suo presunto intrinseco diritto a comandare; e che gli altri autocrati della regione vedano come ipotesi non più così remota venire anch'essi un giorno raggiunti dalla giustizia dei loro popoli.

Uccidendo Saddam si crea un martire e si alimentano le violenze in Iraq, sostengono in molti. Per farsi venire qualche dubbio basterebbe chiedersi quali ulteriori frustrazioni e violenze potrebbe, viceversa, causare la sua mancata esecuzione. D'altronde, la rabbia per l'uccisione dell'ex tiranno riguarderebbe i ristrettissimi clan che hanno beneficiato del suo regime. Se questi sono numericamente tanto consistenti da mettere a ferro e fuoco Baghdad con le autobomba già oggi, anche perché non contrastati né dalle forze di sicurezza irachene né dai soldati americani, appaiono però del tutto insignificanti se paragonati ai milioni di iracheni (curdi, sciiti, ma anche sunniti) che quella stessa reazione di rabbia potrebbero averla, e riversarla contro le giovani istituzioni del paese, vedendo il dittatore farla franca ancora una volta.

Soprattutto, a questo punto, l'intervento esterno di un Deus ex machina che arriva e si permette di riscrivere la sentenza (30 anni, propone salomonicamente Pannella) verrebbe interpretato come il massimo del sopruso alla fragile autodeterminazione appena riconquistata dal popolo iracheno. Abbiamo rimosso gli ostacoli, ora siano gli iracheni a decidere, nel bene e nel male.

Va considerato anche che oggi l'Iraq è un paese in guerra. Una guerra di cui Saddam è ancora pienamente parte, con molti ex baathisti in giro ad incutere timore nella popolazione, che ancora fatica a credere quella di Saddam un'epoca che non tornerà. Proprio per il ruolo che ancora oggi giocano l'ex raìs e i suoi fedelissimi nel caos iracheno, la via di una trattativa con Saddam, per ottenere da lui un appello alla pacificazione, è già stata praticata dalle autorità, ma evidentemente con scarso successo.

L'impiccagione di Saddam non chiuderà forse la stagione del sangue, perché è la guerra alimentata da Al Qaeda, Siria e Iran sulla pelle del popolo iracheno la vera minaccia che grava oggi sullo sviluppo democratico del paese, ma toglierà comunque dalla scena un'ingombrante ombra del passato. Spesso, storicamente, l'eliminazione di un dittatore si è rivelata un contributo alla democrazia e alla pace. E' ragionevole pensare che possa esserlo soprattutto dopo un regolare processo.

Si può certamente definire una condanna a morte «un atto infame», ma in nessun modo è paragonabile a «quelli che furono propri di Saddam Hussein stesso». Saddam si è avvalso di ciò che ha negato alle sue vittime: un processo pubblico, fondato su delle prove, con avvocati difensori di sua fiducia. La condanna a morte dell'ex dittatore non rende il nuovo Iraq uguale al precedente regime baathista, altrimenti dovremmo sostenere che ben 37 degli Stati Uniti siano paragonabili all'Iraq di Saddam. Sarebbe semplicemente ridicolo.

Ma è qui l'equivoco di fondo. Per quanto da abolizionisti riteniamo quella contro la pena di morte una sacrosanta battaglia di elevazione della civiltà giuridica di un paese, essa non attiene alla democrazia e allo stato di diritto. La presenza della pena di morte nella giurisdizione di un paese, per quanto esecrabile, non è di per sé indice di assenza di democrazia e di stato di diritto. Le prime e più mature democrazie del pianeta hanno previsto e prevedono la pena capitale nei loro ordinamenti e ciò non gli ha impedito di svolgere nei secoli il ruolo di autentici fari della democrazia nel mondo.

Se nella pena di morte troviamo un'analogia tra paesi così diversi come Stati Uniti, Iraq, Iran o Cina, a rendere ridicolo il fatto stesso di paragonarli è un fattore ben più dirimente: il rispetto o meno dello stato di diritto.

Per questo motivo possiamo dirci contrari alla pena di morte ma riconoscere che per la prima volta il mondo arabo, abituato a vedere leader assassinati o deposti extra legem, ha conosciuto la supremazia della legge, ha assistito a un processo dove il tiranno, giudicato da una corte legittimata da istituzioni elette, ha dovuto affrontare le proprie responsabilità, e dove la condanna è avvenuta secondo i dettami di uno stato di diritto. Uno stato di diritto certo imperfetto e sottoposto alle intimidazioni di entrambe le parti durante tutto il processo, ma pur sempre raro nella regione. Ora spetta agli iracheni farlo evolvere.

Chi parla di «giustizia dei vincitori» dovrebbe ricordare che fu proprio questa l'espressione coniata dal gerarca nazista Goering per delegittimare Norimberga. Il ricorso alla pena capitale nei confronti dei nazisti non ha oscurato il grande progresso giuridico rappresentato dal perseguimento dei crimini contro l'umanità. Ironia della sorte, chi come Antonio Cassese parla di «giustizia dei vincitori» è poi pronto a invocarla alla massima potenza quando pretende che siano ricostruiti processualmente decenni di crimini, arrivando a teorizzare una presunta «funzione di chiarificazione storica» del e nel processo. E' qui che si apre una grande questione giuridica su cosa sia il processo, sui limiti della giustizia internazionale e sulla funzione stessa della giustizia umana.

Cassese propone esattamente la riedizione del fallimentare processo a Milosevic. L'enorme mole di documenti e testimonianze necessari alla titanica impresa di ricostruire tutti i suoi crimini nel corso di decenni, senza individuarne uno in particolare, hanno permesso al sanguinario dittatore dei Balcani di sfuggire alla sentenza e di trasformare le udienze in una sua personale tribuna politica. Era un lavoro per gli storici, non per i tribunali.

I procuratori all'opera nel processo Saddam (preparati in Gran Bretagna) hanno optato invece per una strategia pragmatica (ricorda quella che inchiodò Al Capone per evasione fiscale), isolando tra tutti i crimini il massacro di Dujail, tutto sommato "minore" rispetto ad altri eccidi di massa, ma scelto per la gran quantità di testimonianze e prove incontrovertibili in grado di portare a un giudizio rapido.

Il problema è che nella cultura giuridica prevalente in Europa continentale è ancora radicata la presunzione che attraverso il processo si possa e si debba giungere a una sorta di verità storica e ontologica, a un giudizio morale definitivo sulla persona imputata. Dunque, sembra quasi che spostando il processo a una sede e a un livello internazionale si ricorra a un occhio superiore e a un ente infallibile. Non è così. E' questo un pregiudizio che rischia di minare alle fondamenta la credibilità e la possibilità stessa della giustizia internazionale. Nei tribunali non si fa Storia, né si fanno operazioni Verità. La giustizia è amministrata da uomini limitati e fallibili. Nel processo si devono accertare fatti precisi limitati nello spazio e nel tempo, chiedendo conto all'imputato del comportamento tenuto in una data circostanza.

Continuare a sostenere che per il "caso Saddam" fosse opportuno un Tribunale internazionale è profondamente sbagliato per due ragioni. Innanzitutto, lo stesso statuto del Tribunale penale internazionale stabilisce che la sua giurisdizione può scattare solo in vece delle giurisdizioni nazionali inadempienti e fissa il limite giuridico della irretroattività, che avrebbe impedito di processare Saddam per la maggior parte dei suoi crimini. Forse un tribunale misto, composto sia da giudici iracheni che internazionali, in accordo tra il governo iracheno e le Nazioni Unite, avrebbe fornito più garanzie, ma l'essenziale era, ed è, un processo che si svolgesse in Iraq e si celebrasse in arabo.

Ma soprattutto, anche nel perseguire feroci dittatori dobbiamo ricordarci dei principi generali della civiltà giuridica liberale, secondo i quali i crimini devono essere perseguiti laddove sono commessi e l'imputato giudicato dai suoi giudici naturali, emanazione diretta della cittadinanza di cui fa parte. Spesso ci si scorda del legame inscindibile tra democrazia, giustizia e territorio: democrazia e giustizia rispondono al meglio al loro scopo di regolare la convivenza civile quanto più la pratica della prima e l'amministrazione della seconda sono vincolate a un territorio circoscritto e impegnano una determinata comunità.

Una battaglia per valori universali

Tony Blair con alcune donne musulmane«Molti nei Paesi occidentali danno ascolto alla propaganda degli estremisti. Se riconoscessimo questa battaglia per quello che è realmente, saremmo almeno ai primi passi del cammino verso la vittoria. Ma buona parte della nostra opinione pubblica è distante da questa meta»

Tony Blair è un leader che ha compreso la natura dello scontro, e che il maggiore pericolo per l'Occidente è un'opinione pubblica che invece non l'ha compresa o si rifiuta di comprenderla preferendo dare ascolto alla propaganda dei nemici.

E' il leader, l'unico, di una sinistra liberale che non si accontenta di difendere lo status quo e la stabilità, ma che raccoglie la bandiera dell'espansione della democrazia, della lotta contro la tirannia e l'oppressione, sfidando il pacifismo e l'anti-americanismo dei salotti. Lo dimostra in un lungo intervento su Foreign Affairs, da cui il Corriere della Sera ha riportato ieri ampi estratti.

E' una battaglia di idee, innanzitutto. Se non si comprende il carattere ideologico della guerra al terrorismo non la si potrà vincere per quanta forza o mezzi si sia disposti a impiegare: «... non si può sconfiggere un'ideologia fanatica imprigionando o uccidendo i suoi leader: bisogna sconfiggerne le idee».

Sì, anche Blair non teme di infrangere il tabù: siamo in guerra. «Io penso che la situazione che stiamo affrontando sia di guerra, ma è una guerra non convenzionale, e non si può vincerla in modo convenzionale. Non vinceremo la battaglia contro l'estremismo globale se non avremo successo sul piano dei valori, oltre che della forza. Possiamo prevalere solo dimostrando che i nostri valori sono più forti, migliori, e più giusti di quelli che ci si oppongono».

A differenza di Papa Benedetto XVI, Blair ritiene che l'Islam e il suo testo sacro, il Corano, non siano intrinsecamente violenti. In passato l'Islam «ha guidato il mondo nelle scoperte, nell'arte e nella cultura». Fu all'inizio del XX secolo che le cose cominciarono a cambiare:

«Dopo che in Occidente vi erano stati il Rinascimento, la Riforma e l'Illuminismo, il mondo musulmano e arabo era incerto, insicuro e sulla difensiva. Alcuni paesi musulmani, come la Turchia, fecero un passo deciso verso il laicismo. Altri furono attraversati dalla colonizzazione, dal nascente nazionalismo, dall'oppressione politica e dal radicalismo religioso».
Gli atti di terrorismo non sono incidenti isolati, ma la precisa strategia di un movimento fondamentalista in crescita, che non si accontenta più di colpire i musulmani che si sono allontanati dalla loro vera fede, che si sono arresi alla cultura occidentale o che sono governati da "servi" dell'Occidente. Con gli attacchi dell'11 settembre si è voluto dare inizio a una guerra dell'Islam contro l'Occidente.

Per questa ideologia fondamentalista «noi siamo il nemico». Ma, precisa Blair, «noi non siamo l'Occidente. Noi possiamo essere musulmani o cristiani, ebrei o indù. Noi siamo tutti coloro che credono nella tolleranza religiosa, nell'essere aperti agli altri, nella democrazia, nella libertà e nei diritti umani garantiti da tribunali laici».

Ecco perché «questo non è uno scontro di civiltà», ma è «uno scontro per la civiltà. È la vecchia lotta tra il progresso e la reazione, tra chi abbraccia il mondo moderno e chi ne rifiuta l'esistenza — tra l'ottimismo e la speranza da un lato, e il pessimismo e la paura dall'altro». E' una guerra anti-fascista.

Non uno scontro di civiltà o di religioni, dunque. Il terrorismo colpisce non solo paesi occidentali, non solo popolazioni cristiane. Anzi, lo scopo degli estremisti è impedire che i paesi musulmani diventino delle democrazie — non delle democrazie «all'occidentale», ma democrazie di qualsiasi genere.

Occorre sfatare alcuni miti della propaganda islamista. «È stupido dire che il terrorismo islamista sia il prodotto della povertà. Certo, usa la povertà per giustificare i suoi atti. Ma i suoi fanatici non sono di sicuro campioni dello sviluppo economico... I terroristi non vogliono che i paesi musulmani si modernizzino». Il loro scopo non è la nascita di uno Stato palestinese, ma di impedirlo e di cancellare Israele.

«In tutte le battaglie la prima sfida è capire con esattezza la natura di quello per cui ci si batte, e qui c'è ancora molto da fare. Mi sembra quasi incredibile che l'opinione pubblica occidentale pensi in così larga misura che l'emergere di questo terrorismo globale sia in qualche modo colpa nostra... Dobbiamo rifiutare non solo i loro atti barbarici, ma anche il loro falso senso di rivalsa contro l'Occidente, il tentativo di persuaderci che sono altri, e non loro stessi, i responsabili della loro violenza».

In ultima istanza, conclude Blair, «questa è una battaglia per la modernità». In parte dovrà essere «condotta e vinta all'interno dell'Islam stesso», perché «l'estremismo non è la vera voce dell'Islam». Il carattere universale dei valori che difendiamo ci viene ricordato dal fatto che «milioni di musulmani nel mondo vogliono quel che vogliamo tutti: la libertà per noi e per gli altri. Considerano la tolleranza una virtù e il rispetto per la fede altrui parte della loro fede».

E' «una battaglia di valori e per il progresso»: «Se vogliamo difendere il nostro modo di vivere, non abbiamo alternative se non combattere per esso. Questo significa sostenere i nostri valori, non solo nei nostri paesi ma in tutto il mondo».

Come? Costruendo «un'alleanza globale per difendere questi valori globali e portarli avanti insieme». Perché «l'inazione è una scelta di segno politico, che ha delle conseguenze. Ed è la scelta sbagliata».

Non solo tattica militare o sicurezza, ma «cuori e menti», la «capacità di ispirare le persone, di convincerle, di mostrare che cosa rappresentano i nostri valori. Perché non ci siamo ancora riusciti? Perché non siamo abbastanza coraggiosi, coerenti, scrupolosi nel combattere per i valori in cui crediamo. (...) Dobbiamo mostrare che i nostri valori non sono occidentali, e ancor meno americani o anglosassoni, ma sono valori che appartengono all'umanità, valori universali che dovrebbero essere un diritto per i cittadini del mondo».

Per questo ci vuole «un'alleanza forte, che abbia al centro Stati Uniti ed Europa». I sentimenti anti-americani che percorrono parte dell'Europa sono una «pazzia»:

«Il pericolo oggi non è che gli Stati Uniti siano troppo impegnati nelle questioni mondiali, ma semmai che smettano di occuparsene e se ne lavino le mani».
Per dare coerenza ai valori in cui crediamo bisogna «combattere la povertà, la fame, le malattie...», attraverso uno sviluppo fondato sull'«accesso completo al mercato». Il protezionismo agricolo europeo è «una politica superata, che è ora di abbandonare».

Nei suoi nove anni da primo ministro, conclude Blair, non è diventato meno idealista o più cinico: «Mi sono solo convinto ancor di più che distinguere una politica estera guidata dai valori da una guidata dagli interessi è sbagliato. La globalizzazione genera interdipendenza e l'interdipendenza genera la necessità di un sistema comune di valori per funzionare. L'idealismo diventa, così, realpolitik».
«Tutto questo non esclude battute d'arresto, problemi, contraddizioni e ipocrisie che sono una conseguenza della necessità di decidere in un mondo difficile. Ma mostra anche che il meglio dello spirito umano, che ha fatto progredire l'umanità, è la miglior speranza per il futuro del mondo. Per questo dico che la battaglia è sui valori. I nostri valori sono la nostra guida. Rappresentano il progresso dell'umanità attraverso i secoli. A ogni punto di svolta abbiamo dovuto combattere per difenderli. Ora che una nuova era si sta avvicinando, dobbiamo farlo di nuovo».

Wednesday, December 27, 2006

Se Bush vuole la svolta faccia sul serio

Il presidente Bush si sta preparando ad annunciare una nuova strategia per vincere in Iraq. Molti i rapporti, interni all'amministrazione e da parte di gruppi di studio di diverso orientamento, che vengono in queste ore presi in considerazione. L'impressione è che il presidente voglia tentare un rilancio dell'iniziativa, incrementando il numero di soldati impegnati sul campo in Iraq.

A prevalere dovrebbe essere insomma l'approccio suggerito dall'analista dell'AEI Frederick W. Kagan e dall'ex Capo di Stato Maggiore Jack Keane nello studio "Choosing Victory: A Plan for Success in Iraq", di cui ho parlato in questo articolo. I due però, oggi sul Washington Post, hanno messo in guardia il presidente dalla tentazione di apportare cambiamenti di tipo meramente cosmetico: «Ogni incremento di truppe dev'essere ampio e duraturo».

«Portare la sicurezza a Baghdad - condizione essenziale per il compromesso politico, la riconciliazione nazionale e lo sviluppo economico - richiede almeno 30 mila truppe da combattimento e 18 mesi. Ogni altra opzione è destinata al fallimento», precisano Kagan e Keane.

La «chiave del successo» sta anche nel mutare la natura della missione militare. Le iniziative diplomatiche, politiche, economiche non devono naturalmente essere abbandonate. E naturalmente bisogna continuare a lavorare con il Governo di Baghdad e ad addestrare le forze di sicurezza irachene affinché siano in grado al più presto di prendere il controllo del territorio. Tuttavia, in questo momento, riportare la sicurezza a Baghdad è un obiettivo primario che solo le forze americane possono conseguire attraverso la ripresa di vere e proprie operazioni militari.

Ogni piano per riportare la sicurezza a Baghdad deve prevedere un numero di soldati adeguato non solo a «ripulire» i quartieri, ma anche a mantenerne il controllo in seguito.

Insomma, se Bush vuole davvero la svolta in Iraq non può accontentarsi di un'operazione cosmetica, dovrà fare sul serio: più truppe (30 mila), più a lungo (18 mesi), per combattere.