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Saturday, November 18, 2006

Prohibition and drugs

La mia lettera su il Riformista di oggi:
Caro direttore, si torna a parlare di droga e la morte di Milton Friedman ci offre un'occasione in più per riflettere a partire da un suo celebre articolo, pubblicato su Newsweek nel 1972: “Prohibition and Drugs”. «Sul piano etico, abbiamo il diritto di usare la macchina dello Stato per impedire che una persona diventi alcolista o tossicodipendente?» Per adulti responsabili, Friedman risponde di no. «Ragionare con il tossicodipendente potenziale, sì. Spiegargli le conseguenze, sì. Pregare per lui e con lui, sì». Ma «non abbiamo il diritto di usare la forza, direttamente o indirettamente, per impedire ad un altro uomo di suicidarsi, figuriamoci di consumare alcol o droghe».

Tuttavia, osserva Friedman, «non abbiamo bisogno di risolvere l'aspetto etico» se comunque constatiamo il fallimento delle politiche proibizioniste, che, anzi, peggiorano le cose sia per i tossicodipendenti che per tutti noi. Al di là degli aspetti etici, il proibizionismo (l'esperienza sull'alcol negli Usa è emblematica) genera crimine, di strada e organizzato, e corruzione. «Qualsiasi cosa accada al numero di tossicodipendenti, il singolo starebbe certamente meglio se le droghe fossero legali. Oggi hanno un prezzo incredibilmente alto, e la qualità è fortemente incerta. I tossicodipendenti sono indotti ad associarsi con i criminali per ottenere la droga, a diventare essi stessi criminali per pagare ciò di cui hanno bisogno, a rischiare continuamente malattie e morte». Per quanto riguarda le altre persone, «il danno che ci porta la tossicodipenza altrui deriva totalmente dal fatto che le droghe sono illegali. Legalizziamole, e i crimini di strada crolleranno... Finché sono in gioco grandi somme di denaro - e continueranno ad esserlo, se le droghe restano illegali - è letteralmente senza speranza l'attesa di porre fine al traffico, o anche di ridurlo in maniera significativa». È esattamente questo che l'esperienza ci ha dimostrato.

Friday, November 17, 2006

Liberi di scegliere, questa è la soluzione

Milton FriedmanE' morto, all'età di 94 anni, il premio Nobel per l'economia Milton Friedman, un gigante del liberalismo classico. Non solo un economista, anche un filosofo, un intellettuale con la capacità del politico di intervenire, e incidere, nel dibattito pubblico. E' stato insieme l'Adam Smith e il John Stuart Mill dei nostri tempi. Penso che già basti per ricordarne la grandezza.

Forse il valore delle sue teorie e delle sue soluzioni si deve alle solide fondamenta su cui esse sono state edificate: i problemi concreti della vita di tutti i giorni. Quando è la realtà a guidare il nostro pensiero e non l'ideologia a mistificare la realtà. Mi piace ricordarlo come uno che risolveva problemi. Quando le cose sembrano complicate, torniamo all'individuo e alla sua libertà di scelta, e scopriremo che la soluzione migliore è sempre stata lì, a portata di mano.

In poche parole alcuni suoi celebri insegnamenti:

I am favor of cutting taxes under any circumstances and for any excuse, for any reason, whenever it's possible.

Nobody spends somebody else's money as carefully as he spends his own. Nobody uses somebody else's resources as carefully as he uses his own. So if you want efficiency and effectiveness, if you want knowledge to be properly utilized, you have to do it through the means of private property.

I'm in favor of legalizing drugs. According to my values system, if people want to kill themselves, they have every right to do so. Most of the harm that comes from drugs is because they are illegal.
(Proihibition and Drugs)

History suggests that capitalism is a necessary condition for political freedom. Clearly it is not a sufficient condition.

The black market was a way of getting around government controls. It was a way of enabling the free market to work. It was a way of opening up, enabling people.

Governments never learn. Only people learn.

The government solution to a problem is usually as bad as the problem.

Underlying most arguments against the free market is a lack of belief in freedom itself.


La vita e la morte di personaggi come Friedman ci ricordano che sono le idee a far girare il mondo.

Alcuni riferimenti: la Milton and Rose D. Milton Foundation e le pagine speciali del Cato Institute e del Wall Street Journal.

Thursday, November 16, 2006

Con il Papa sì, ma con Fiorello no?

«Non andrò all'inferno per le mie imitazioni». E' tranquillo Fiorello, non si è lasciato turbare dalle turbe di Padre Georg e dalle pesanti critiche, ai limiti dell'intimidazione, di Avvenire. E' «una polemica che non sta né in cielo né in terra», ha aggiunto con una punta d'ironia, durante uno dei seminari interdisciplinari dell'Università Cattolica di Roma.

Certo, non osiamo nemmeno pensare che gli attacchi dal Vaticano alla satira possano raggiungere la violenza di quelli degli integralisti islamici contro le vignette danesi su Maometto o il discorso del Papa a Regensburg, ma il principio in gioco è sempre lo stesso. Un conto, infatti, è criticare la satira: "Monsignore, che ne pensa dell'imitazione di Crozza?" - "Di cattivo gusto". Tutt'altra cosa è rispondere: "La smettano, quei vigliacchi!", Anche perché - non facciamo gli ingenui - è chiaro che il Vaticano non può imporre il divieto di satira, ma in Rai, e in Mediaset, non manca chi aspetta solo di comprarsi un'indulgenza.

Dunque, è sempre il principio della libertà d'espressione in gioco, ma i tanti blog che solo poche settimane fa esponevano fieri i loro bannerini di solidarietà con Benedetto XVI (JimMomo si limitò a ribadire nei suoi post e nei suoi articoli il diritto del Papa a parlare senza essere minacciato, diffidando del troppo zelo di alcuni), guarda caso sono quelli che oggi girano intorno, e a vuoto, alla vera questione. Entrano nel merito delle gag e delle imitazioni, che sarebbero brutte (un problema di gusti, non di farli smettere!) o sfidano i comici a prendersi gioco delle autorità e delle figure sacre dell'islam, sicuri così di dimostrarne il vigliaccume.

Una chiara e netta presa di posizione in difesa del diritto di satira no, anzi sì, ma con distinguo, tanti "se" e tanti "ma". Ma quando si comincia a dividere la satira buona da quella cattiva, legittimando l'una e non l'altra, allora la libertà d'espressione la si è già mandata in malora.

Richiamo alla ragion politica

Alcune mie riflessioni, oggi su L'Opinione, su ciò che sta accadendo tra Pannella e Capezzone e, più in generale, su come i radicali potrebbero far fruttare la loro ritrovata presenza nelle istituzioni. Già, perché navigare a vista, umori e intuito, non può bastare per stare al governo, né per la Rosa nel Pugno e il rilancio del partito, ma forse è giunto il momento di sedersi attorno a un tavolo a ragionare di politica. Alla fine anche il semplice non fare presenta i suoi costi.

In questo centrosinistra statalista e dirigista, punitivo nei confronti dell'impresa, ma anche del lavoro, per i radicali l'occasione è d'oro per porsi come interlocutori di quel mondo produttivo già deluso, che non trova rappresentanza neanche nei vertici di Confindustria, ma che comunque non può fare a meno di un rapporto con chi sta guidando il paese in questo momento. Oggi potrebbero fare appello al "Terzo Stato" dei produttori medi e piccoli, non assistiti come la Grande Industria, e degli "outsider", respinti da un assetto socio-economico burocratico-corporativo in cui sono sempre i soliti privilegiati e parassiti a dividersi il bottino della spesa pubblica. Proprio oggi stanno maturando le condizioni per quelle battaglie per le riforme economiche liberali che i radicali impostarono negli anni '90. Dieci anni fa erano impensabili gli editoriali dei Giavazzi, degli Alesina, degli Ichino, le relazioni di Monti e Draghi, mentre oggi riscuotono sempre maggiore attenzione e consensi. Rimangono, certo, tabù da infrangere sulle politiche liberiste, ma non è il momento di passare il testimone, semmai di stringerlo più forte.

E le libertà civili? Ai ceti produttivi non interessano, non si opporrebbero all'"agenda Coscioni". Si avrebbe, anzi, più forza per portare avanti anche le battaglie per gli "outsider" dei diritti civili. E di solito la conquista di maggiori libertà apre nuove occasioni di consumo.


Infine, giusto un assaggio di riflessione sulla comunicazione di Capezzone, di cui s'è parlato, in modo un po' strumentale, nelle ultime settimane.
Senza accorgersene, si può essere chierici anche nel linguaggio e Capezzone sembra capace di "laicizzare" a colpi di humour e di cultura pop la comunicazione radicale.
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Uno con molte carte in regola, John McCain

John McCainOggi su Il Foglio, da Alessandro Tapparini, un ritratto di uno dei nostri potenziali candidati alla Casa Bianca per il 2008: John McCain, "il" senatore dell'Arizona.

«Popolarissimo grazie al suo talento oratorio, noto come uomo onesto e di sani principi e come fustigatore del clientelarismo e della corruzione». Un record pieno di «battaglie politiche eterodosse e trasversali ("nonpartisan", come ama definirle lui): McCain l'indipendente, McCain il cane sciolto...»

Rispetto a Bush, «maggior cautela sui tagli alle tasse...», una più «spiccata disponibilità» agli allarmi degli ecologisti sul problema del «global warming», «il rifiuto di rincorrere la destra religiosa». Episcopale praticante, antiabortista, ma ritiene l'aborto legale negli Usa un «male necessario», perché l'unica alternativa all'aborto clandestino. E' «uno dei 19 senatori repubblicani ad aver votato (con la minoranza) a favore del finanziamento con fondi federali della ricerca sulle cellule staminali embrionali».

La sua politica estera è «interventista e "missionaria" ("noi interverremo in qualunque parte del mondo dove un bambino muore di fame o un uomo viene ucciso"). Non a caso il Weekly Standard, principale settimanale neoconservatore, sosteneva McCain e non Bush». «Favorevolissimo» alla guerra contro Saddam, è stato tuttavia «uno dei più acerrimi nemici del segretario della difesa Donald Rumsfeld», la stessa posizione da sempre di Bill Kristol e Robert Kagan, che figurano tra i suoi consulenti per la politica estera, e il promotore della legge anti-tortura.

McCain «sfugge al cliché del vecchio guerrafondaio organico alla lobby dell'industria militare». Anzi, nel documentario pacifista "Why We Fight" «afferma che i timori espressi quarant'anni fa dal presidente Eisenhower rispetto al rischio che la politica di difesa degli Usa finisse per essere influenzata più dalle lobby del "complesso militare-industriale" che non dalla ricerca del bene della nazione si sono "sventuratamente avverati"».

Assieme al democratico Joe Lieberman, che dopo essere stato sconfitto dal candidato massimalista alle primarie democratiche si è ripreso il suo seggio al Senato, «presentò il disegno di legge "A.D.V.A.N.C.E. Democracy Act", che chiedeva agli Stati Uniti di promuovere e rafforzare la democrazia nel mondo con mezzi pacifici, conferendo appositi poteri al dipartimento di stato e prevedendo l'istituzione di un ufficio "Movimenti democratici e transizioni", nonché di "centri regionali" operativi dedicati alla promozione della democrazia, e un incremento di 250 milioni di dollari l'anno dei fondi stanziati per aiutare i gruppi democratici, con un investimento sulla Community of Democracies talmente concreto da includere l'edificazione di un apposito palazzo che ne ospiti il quartier generale».

Per tutti questi motivi, un candidato niente male.

Lezioni turche

Molti europei potrebbero prendere lezioni di liberalismo, di democrazia, di tolleranza e di laicità, dal presidente del Diyanet (una specie di Ministero turco per gli Affari Religiosi), il professor Ali Bardakoglu, intervistato ieri da La Stampa. Fu tra i più duri critici, ma non in modo violento, della citazione di Papa Ratzinger nella famosa lezione di Regensburg. «Si trattava di una discussione molto intellettuale e la citazione fatta dal Papa porta a un'interpretazione accademica sbagliata». Anche se non è sua intenzione «sprecare tempo parlando del passato», ci tiene a ribadire che «la fede islamica non esclude il razionalismo. Nel Corano ci sono indicazioni che la logica non è estranea a Dio».

Il Gran Muftì turco è una delle rare autorità religiose del mondo islamico che condanna senza ambiguità il terrorismo e il concetto violento di jihad. Talmente raro, che l'Occidente dovrebbe averne cura come di una pietra preziosa.
«Condanniamo ogni terrorismo, nessuna causa può giustificarlo. La parola jihad, spesso esaltata nel Corano, non può giustificare la violenza. Bisogna che tutto il mondo islamico ne prenda coscienza. L'Islam è via di pace e amore. Il significato principale di jihad nell'Islam è quello di lotta interiore contro le tendenze malvage della natura umana. La nostra fede vuole conquistare i cuori con la verità non con la forza. Dio non approva le conversioni forzate, la religione nasce dal cuore».
Non si sbilancia in valutazioni politiche, non è il suo ruolo, dice, ma meglio di molti politici e polemisti europei ha chiara l'idea che l'Europa non si possa fondare sull'identità religiosa, ma sulla democrazia e la tolleranza: «Non credo che l'Europa sia un club cristiano. Bisogna trovare una via comune: se si comincia dalla religione allora ci si dividerà su tutto».

E cosa dire della legge che in Francia qualcuno vuole approvare per sanzionare chi nega il genocidio armeno? «Non si può stabilire se una cosa sia vera oppure no con una legge». Ancora una lezione di laicità e libertà d'espressione. L'Europa di questa Turchia ha bisogno, a livello politico, economico, geostrategico. Il percorso sarà lungo e le difficoltà devono essere superate, non nascoste, ma l'obiettivo dev'essere perseguito da tutti con determinazione.

Wednesday, November 15, 2006

Non poteva che finire da cespuglio

L'impuntatura della Rosa nel Pugno si è già conclusa. Non è durata neanche 24 ore. Oggi pomeriggio i deputati hanno ripreso a votare la Finanziaria, dopo che ieri si era parlato persino di astensione a oltranza. Del merito ho detto la mia in questo post, pubblicato anche su Notizie Radicali e sul Forum di Radicali.it.

Significativo il modo surreale con cui Roberto Villetti, presidente del gruppo parlamentare, ha spiegato le ragioni a Radio Radicale (ascolta):
«Ieri, dopo avere incontrato il ministro Mussi che mi aveva riferito dell'incontro avuto a Palazzo Chigi, ho detto che era stato fatto un passo in avanti e che ne doveva essere fatto uno ulteriore. Ieri sera l'onorevole Marina Sereni, che è vicecapogruppo dell'Ulivo, ha detto che bisognava fare uno sforzo ulteriore e si è creata all'interno della maggioranza una convinzione che bisogna privilegiare la ricerca. E' esattamente ciò che ci proponevamo. Mi sembra che si sono create tutte le condizioni di clima politico, l'atto di ieri che è un atto concreto, per potere risolvere questo problema e potere concludere il nostro atteggiamento di astensione in aula».
Iniziativa che è stata oggetto di critiche da parte di alcuni esponenti della stessa maggioranza di centrosinistra, a cui Villetti risponde: «Non ci siamo astenuti per creare difficoltà al governo o creare elementi di destabilizzazione, non l'abbiamo fatto per motivi politici [!] o politicistici. La conclusione del nostro atteggiamento è volta anche a facilitare l'accordo nella maggioranza, perché è assolutamente evidente dal punto di vista tattico che nel momento in cui la maggioranza si appresta a fare un ulteriore sforzo nel campo della ricerca, può risultare piuttosto ostico farlo in pendenza del nostro atteggiamento di astensione. E' meglio che lo si faccia in una situazione in cui la maggioranza ha ritrovato una concordia e quindi la possibilità di ottenere ulteriori risorse non rappresenti per nessuno una sconfitta. Noi abbiamo portato in aula l'astensione nell'assoluta convinzione che questo non avrebbe comportato una crisi della maggioranza e del governo [!]. Se ci fossimo trovati al Senato, in una situazione in cui ci sono uno o due voti di maggioranza, questo atteggiamento non sarebbe stato possibile [!]».

Fonte: RadioRadicale.it

Iniziativa di dissenso che si conclude con una paradossale autocertificazione d'impotenza e d'obbedienza. Villetti, per farsi perdonare, avrebbe anche assicurato di recitare tre Ave Maria, stasera, prima di coricarsi.

Rosa nel Pugno. Sui soldi alla ricerca errore blu

La Rosa nel Pugno riesce a sbagliare anche quando fa la cosa giusta

Finalmente, stavamo per dire, i deputati della Rosa nel Pugno riescono ad assumere una posizione forte e unitaria. Finalmente, stavamo per dire, un gesto coraggioso in dissenso con questa Finanziaria. Lo stavamo per dire, ma proprio quando sembrava che finalmente ne avesse fatta una giusta (esprimere un dissenso nei confronti del governo), ci siamo accorti che era quella sbagliata (nel merito).

Forse in pochi se ne sono accorti, ma lo ha annunciato ieri il valoroso capogruppo, Villetti, che non avrebbero partecipato alle votazioni sugli articoli della manovra 2007 per protesta contro i tagli alla ricerca e all'università. La minaccia è di quelle pesanti: astensione ad oltranza.

La copertura necessaria a finanziare la ricerca, proponevano, sarebbe stata assicurata dalla liquidazione di Sviluppo Italia, «da cui si potrebbero ricavare più di 800 milioni di euro», e dalla reintroduzione dei pagamenti Ici per gli immobili della Chiesa non destinati esclusivamente ad attività di culto.

Unirsi al coro comune "Più soldi alla ricerca" è certamente molto politically correct, così com'era scontato che alla fine qualche spicciolo in più per la ricerca, come in ogni Finanziaria, lo si trovasse, se non altro per motivi d'immagine e per far fessa la senatrice centoduenne su cui si regge il governo. Insomma, bella figura assicurata, e a costo zero con Prodi, deve aver pensato Villetti. E infatti, ora sembra che qualche spicciolo per la ricerca si sia trovato: 110 milioni.

Un centinaio di milioni con o senza i quali non cambieranno certo le sorti del debito pubblico né della ricerca e dell'università in Italia - che avrebbero bisogno di nuove regole, piuttosto - ma tanto basta, ed è qui il danno, per soddisfare gli appetiti delle scalpitanti oligarchie universitarie, lanciando così, per l'ennesima volta, il segnale politico sbagliato: niente riforme, ma eccovi i soldi... e buon appetito.

Tuttavia, mentre la Rosa nel Pugno rende noto il proprio atto di forza, più un'impuntatura, nello stesso giorno, in prima pagina sul Corriere, esce un editoriale di Giavazzi che sostiene esattamente il contrario e che andrebbe imparato a memoria: «Non servono più soldi senza nuove regole», non si stanca di ripetere, dopo averlo spiegato dati alla mano nel libro scritto con Alesina, "Goodbye Europa".
«Le università nella maggior parte dei Paesi europei, non solo in Italia, funzionano in base a quattro principi, tutti sbagliati: l'istruzione universitaria non è pagata dalle famiglie, ma dai contribuenti; il contratto di lavoro e le regole di assunzione dei docenti sono quelli del pubblico impiego; le leggi e le procedure che regolano le università sono spesso centralizzate e quasi sempre rigide; le retribuzioni dei professori non sono differenziate...»
Il dibattito sull'università e la ricerca è «pieno di miti che negli anni hanno prodotto politiche per lo più sbagliate». Questi miti, questi luoghi comuni, vengono alimentati dai professori, che «hanno un forte incentivo ad impedire che ciò che non funziona venga corretto» e a «proteggere i propri privilegi», avvalendosi della loro «influenza anche come opinion makers».

La tipica lagnanza è che non ci sarebbero sufficienti risorse. Addirittura ogni autunno, tempo di Finanziaria, i Rettori minacciano la serrata, per poi vederli in primavera rifiorire in mezzo a tante spese inutili e di facciata. Tutti dicono che investire nella ricerca è una priorità... esatto, e scatta la risposta automatica: più soldi pubblici.

Innanzitutto, obietta Giavazzi, che manchino i soldi «non è vero (si vedano i confronti di Roberto Perotti tra costi e produttività nelle università in Italia e Gran Bretagna, che Alberto Alesina ed io abbiamo spesso citato). Ma perfino se il problema fossero le risorse, buttare più denaro in queste università senza prima cambiare le regole arcaiche che le governano significherebbe aumentare sprechi e privilegi, perpetuare un sistema che impedisce la concorrenza fondata sul merito, non migliorare la ricerca».

Sarebbero soldi letteralmente buttati, destinati a perdersi nei mille rivoli di nepotismi, burocrazie, parassitismi, inefficienze. Il problema è che in Italia «una volta entrati nell'università ci si resta per sempre, anche chi non fa più nulla», e lo stipendio dei docenti «cresce solo con l'anzianità, il merito è irrilevante». E' vero, infatti, che «i giovani sono pagati poco, ma queste retribuzioni fanno parte di un patto implicito: in cambio della cattiva paga chiunque abbia un posto lo mantiene automaticamente».

Il fallimento del nostro sistema educativo è dimostrato dagli ultimi posti in cui si piazza tra quelli dei paesi del mondo occidentale per numero di laureati e ricerche prodotte. Versereste del vostro denaro ad un'azienda fallita? No. Non un centesimo di più a questa ricerca e a questa università finché non verranno profondamente riformate, introducendo i principi del merito e della concorrenza.

E' proprio il Giavazzi dell'"agenda Giavazzi", impugnata dalla Rosa nel Pugno in campagna elettorale, a smontare involontariamente, nel merito, l'unica, unitaria, manifestazione di dissenso sulla Finanziaria di cui radicali e Sdi in Parlamento sono stati capaci in questi mesi. Un piccolo capolavoro. Tra l'altro, alla Camera la Rosa nel Pugno esiste solo quando c'è da prendere un'iniziativa che in qualche modo interessi lo Sdi, altrimenti non se ne fa nulla. Ne deriva che i deputati radicali appaiono in totale soggezione, all'interno di un gruppo parlamentare che o non esiste o, quando esiste, fa cazzate.

Ma come, mi son chiesto, per settimane ho sentito ripetere che no, ricatti alla Mastella o alla Di Pietro non bisogna farne, che di questa Finanziaria «non si muore», e poi, all'improvviso, fra tanti motivi che c'erano per aprire con il governo vertenze politiche su questioni sostanziali - sul decreto fiscale; sull'assenza di riforme strutturali nei quattro pilastri della spesa (pensioni, sanità, pubblico impiego, finanza locale); sugli emendamenti dei "volenterosi" - si sceglie un'iniziativa sbagliata nel metodo, perché si fa la figura di chi prende la rincorsa per dare una spallata a una porta già aperta, e pure nel merito, perché alla ricerca e all'università non servono mance, ma nuove regole?

La Rosa nel Pugno nella sua prima iniziativa critica nei confronti del governo riesce a comportarsi come qualunque altro "partitino della spesa" e gruppo d'interesse, che in sede di dibattito sulla Finanziaria contribuisce nel suo piccolo a far allargare i cordoni della borsa.

A sorprendere Giavazzi, oltre che noi da anni, è come, di fronte a un simile manifesto fallimento degli obiettivi del sistema, «il potere della lobby dei professori universitari» riesca a bloccare le riforme e allo stesso tempo a farsi dare più soldi.

Una lobby che, a giudicare da alcuni comunicati comparsi su Radicali.it in questi giorni, avrebbe fatto capolino anche nell'Associazione Coscioni, la quale oltre dei divieti etici che ostacolano la ricerca dovrebbe preoccuparsi delle strutture burocratiche, stataliste, anti-meritocratiche che la rendono non libera e non efficiente.

Del surreale, infine, ha il comunicato di Pannella uscito in serata, che nel suk, nel mercato delle vacche che come sempre, con tutti i governi (e pure con questo) caratterizza il dibattito sulla Finanziaria, riesce, non so come, a vedere una «forte cooperazione fra l'esecutivo e il legislativo, fra governo e Parlamento» e definisce la presa di posizione della Rosa nel Pugno, in realtà banale e velleitaria, «assolutamente positiva, misurata e prudente».

Che confusione!

Tuesday, November 14, 2006

Direzione che va, Direzione che viene

Radicali italiani ha da oggi una Direzione nuova di zecca. Sono particolarmente lieto della riconferma di Luigi Castaldi (fatti valere!) e dell'ingresso di Lorenzo Strik Lievers.

Come noterete non ne faccio parte, ma non fa nulla. Rita ha compiuto le sue scelte ed è giusto che sia così. Dunque, auguro a lei e a tutti i membri davvero un buon lavoro! Ringrazio Daniele che mi ha permesso di vivere un'esperienza interessante e a tratti avvincente.

La laicità come concezione del diritto

LibMagazineCon un po' di ritardo è uscito anche questa settimana LibMagazine (siamo al n° 9), tutto da divorare. In questo numero il mio contributo è sul concetto di laicità, per mettere a fuoco alcune questioni anche in risposta all'editoriale di Ciuffoletti, della scorsa settimana.

Nell'editoriale "La laicità come metodo" (LibMagazine VIII, 30 ottobre), Tommaso Ciuffoletti a mio avviso svuota di significato il concetto di laicità. Certamente la laicità non è un insieme di temi, ma riguarda tutti i temi, e in questo senso può definirsi un metodo. Tuttavia, non - o non solo - un metodo di confronto, di tolleranza, di apertura al dialogo. Tutti siamo per un confronto non dogmatico, aperto, tollerante, eccetera. Ma che c'entra? In questo modo il concetto di laicità verrebbe a coincidere con un generico invito alla tolleranza e allo spirito critico, un sinonimo di democrazia e libertà d'espressione. Certo, questi principi sono impliciti nel concetto di laicità, ne fanno parte, sono presupposti necessari ma non sufficienti, ma la sua essenza è altro.

L'essenza della laicità non è neanche nella contrapposizione alla religiosità, qualsiasi sia la sua forma confessionale. La laicità è una concezione non autoritaria e non etica del diritto, un metodo che respinge qualsiasi pretesa di dare un fondamento etico o uno scopo educativo alla legge, provengano esse dalla Chiesa, dai partiti, o da qualsiasi normale cittadino che intenda trasferire la sua etica "buona" in leggi per tutti. Con pretese etiche, o eticiste, mi verrebbe da dire, non c'è compromesso che tenga e che non svilisca il senso della laicità. Il processo deliberativo democratico che porta alla produzione delle regole della nostra convivenza dovrebbe rimanere off-limits per schemi morali e ideologici che tocchino, limitandole, le libertà individuali, qualunque sia la loro origine.

Tempo fa Giuliano Amato sottolineò l'esigenza di un "aggiornamento della nozione stessa di laicità". Eppure il Novecento, con le sue tragedie, ha già prodotto l'aggiornamento della nozione ottocentesca di laicità. La nostra laicità è già "nuova". I laici sono già dotati di nuovi strumenti.

Proprio il secolo delle ideologie da cui siamo usciti ci ha insegnato che la laicità, quella "nuova", non si contrappone alla religione così, per gusto, per vezzo anti-religioso, bensì a qualsiasi pretesa, confessionale o ideologica, di monopolizzare l'etica pubblica, negando pari dignità morale ad altre visioni etiche della vita. Non vuol dire indifferenza a principi e valori, ma rinunciare all'uso autoritario del diritto, individuare i suoi limiti e la dimensione propria dell'etica. L'Italia fascista, o l'Iraq di Saddam Hussein, erano forse stati laici? Facendo riferimento a una nozione ottocentesca della laicità potremmo rispondere "sì", in quanto il loro potere legale non si fondava su una confessione religiosa. Ma l'esperienza dei totalitarismi del secolo scorso ci ha insegnato che è davvero laico solo lo Stato che non assuma per legge alcuna visione etica, neanche su temi come la famiglia, il sesso, o la scienza; e in generale non attribuisca alle leggi, al diritto positivo, alcuna funzione "educativa".

Dunque, che le leggi dello Stato sposino una visione morale o ideologica (che sia essa di ispirazione religiosa, razionalistica, o frutto dell'incontro tra fides e ratio, non fa alcuna differenza) rimane inaccettabile e incompatibile con il principio di laicità. Il che non equivale a negare che i legislatori presi singolarmente agiscano ciascuno con la propria morale. Ciò è persino ovvio. Il fatto che a trovarsi spesso concordi con alcune posizioni della Chiesa siano i cosiddetti "atei devoti", o alcuni conservatori "non credenti", non significa che quelle posizioni non si trovino in contrasto con il principio di laicità. Essi stanno in realtà dissimulando una concezione etica del diritto, facendo passare per razionale o naturale, "laico" nel senso di "non confessionale", ciò che corrisponde a una dottrina religiosa, storicamente e culturalmente condizionata.

Popperianamente parlando, quindi, non facciamo del relativismo sul concetto di laicità. Essa ha un contenuto, non è solo forma, ovvero la sua forma è contenuto. E prende forma nella libertà, nella supremazia della ragione, nella democrazia, nell'individuo quale elemento centrale ed insostituibile del mondo in cui viviamo. "Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano" (John Stuart Mill).

Padre Georg ci sta male davvero, smettetela!

Padre Georg si ribella, non ce la fa più e nelle sue parole avvertiamo tutto il sincero dramma personale: «Basta con la satira sul Papa... Queste "cose" non hanno livello intellettuale e offendono uomini di Chiesa». Così il segretario personale del Pontefice, don Georg Genswein, dopo la condanna, dalle pagine del quotidiano dei vescovi, Avvenire, delle gag papali di Maurizio Crozza su La7 e dell'imitazione di un finto don Georg fatta da Fiorello su Viva Radio 2.

«D'accordo la satira - concede don Georg - ma queste "cose" non hanno livello intellettuale e offendono uomini di Chiesa. Non sono accettabili. Spero davvero che smettano subito... Non le vedrò mai - aggiunge - trasmissioni così sono poco costruttive. Ho preso atto del fatto e voglio dimenticare». Vuole dimenticare (!). Nel tono, e nell'affetto personale che gli dimostra, mi ricorda quel tenero personaggio dei I Simpson che è Smithers, con il suo Burns.

Satirici sì, ma mi raccomando, non satiristi.

La Chiesa anglicana sceglie la compassione

Coraggiosa presa di posizione della Chiesa Anglicana sul tema dell'eutanasia. Il vescovo Tom Butler, in una lettera diffusa dall'Observer spiega che in alcune circostanze, le condizioni per esempio di un neonato prematuro con gravissime malformazioni, al diritto alla vita si può anteporre il valore della compassione cristiana.

È questo il parere che la Chiesa d'Inghilterra invierà alla commissione scientifica indipendente che sta valutando l'eticità di rianimare e curare piccoli venuti alla luce in condizioni disperate dopo gestazioni troppo brevi.
«In alcuni casi può essere giusto evitare o sospendere il trattamento clinico, sapendo che questa scelta può portare forse, o probabilmente, o anche certamente alla morte... Ci possono essere casi nei quali, per un cristiano, la compassione può prevalere sulla regola che la vita dev'essere inevitabilmente preservata... le cure sproporzionate in nome del prolungamento della vita sono un esempio».
La decisione «letale» del medico dev'essere frutto di «manifesta riluttanza», ma ecco l'approccio che proprio non ti aspetteresti, quello utilitarista: «Il principio di giustizia implica che il costo delle cure e i costi di lungo termine per la sanità e la pubblica istruzione debbono essere valutati in termini di opportunità per il servizio sanitario di usare le risorse per salvare altre vite».

Il parere religioso della Chiesa anglicana si avvicina al documento del Royal College di Ostetricia e Ginecologia, che ha chiesto di considerare «l'eutanasia attiva» per neonati con gravissime disabilità. Insomma, pare che anche la Gran Bretagna stia per intraprendere la via olandese. Tutti nazisti?

Non si è fatta attendere la replica dal Vaticano: «La posizione della Chiesa non varia, la vita non appartiene all'uomo ma al Signore», ha ribadito il cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale della salute. «Non si può togliere la vita, con qualsiasi mezzo diretto o indiretto, a un essere innocente. L'eutanasia non è mai ammessa. E questo vale per i malati terminali e anche per i bambini, anche se nascono con gravi handicap».

L'eutanasia no, il rifiuto dell'accanimento terapeutico sì: «Quando cioè si tratta di un uso di medicinali inutili e sproporzionati che servono a prolungare la dolorosa agonia di una persona che sarebbe ormai vicina alla morte».

Ma non se la possono cavare così a buon mercato. Dovrebbero spiegarci cosa si fa in un caso come quello di Piero Welby: lui potrebbe farsi staccare la spina, perché è accanimento terapeutico, ma poi non potrebbe essere aiutato a morire, perché sarebbe eutanasia. E allora? Lo lascerebbero morire fra atroci sofferenze, l'estrema "prova" del Signore. Fede e ragione.

Livia Turco ci va piano con il bilancino

Ministro Turco, ma ci sta prendendo in giro? Capisco che per tanti è già qualcosa l'aver portato da 500 a 1.000 milligrammi il quantitativo massimo di cannabis espresso in principio attivo detenibile ad uso esclusivamente personale. Ma non vorremmo che fosse quel qualcosa che mette a posto la coscienza e che fa richiudere nel cassetto il delicato tema delle politiche sulla droga.

Una prima misura, ha precisato la Turco, «in attesa del provvedimento di riforma della legge Fini-Giovanardi, che resta nostro obiettivo modificare profondamente come previsto dal programma di Governo...». Sarà, ma io mi aspetto un altro bidone, una legge un po' più ipocrita della Fini-Giovanardi, sempre proibizionista ma piena di cavilli ed eccezioni, più un manifesto dal valore padagogico che per punire. Robetta da mamma in ansia, che mette il divieto, si raccomanda, poi chiude un occhio.

La sorte di Saddam

Non mi appassiona la sorte di Saddam Hussein, pur essendo contrario alla pena di morte. Il dato più importante è che gli arabi, per la prima volta, vedano punire dalla giustizia civile un tiranno per i crimini che ha commesso. Diciamo che "Nessuno tocchi Saddam" è un ottimo slogan per chi contro la pena capitale, in tutte le latitudini, si batte da anni, ma non per chi comincia oggi. Per questi ci sono gli ottimi argomenti di Ottolenghi.

Sunday, November 12, 2006

Nuovo episodio di Casa Pannella. Ma che sta succedendo?

Nuova puntata di "Casa Pannella", in onda stamattina su Radio Radicale [diciamo subito, a scanso di equivoci, che la versione integrale da cui traggo le citazioni in questo post - che potrebbe distorcere il senso dell'evento - è disponibile su RadioRadicale.it].

Pannella interviene sul finire della consueta intervista a Daniele Capezzone in onda tutte le domeniche mattina su Radio Radicale, osservando che «l'attività principale di Radio Radicale è tutta occupata dalla edificazione, da parte tua, Daniele, del monumento a te stesso, dall'inizio, la rassegna stampa e ancora adesso. Aspettavo un momento, perché non volevo interrompere questa costruzione del monumento, per vedere fino a che punto va...»

«Sono molto duro - aggiunge - da parte della cogestione della Rosa nel Pugno da parte dei compagni dello Sdi, ma anche sottolineo le gravissime condizioni in cui è stata lasciata Radicali italiani».

Poi, di nuovo, dietro l'inasprirsi dei rapporti tra Pannella e Capezzone, aleggia il Corriere della Sera, reo di aver titolato (oggi, pag. 4) "Liberalizzazioni, piano Rutelli. Sì dei Radicali, alt di Rifondazione", attribuendo a nome dei Radicali alcune dichiarazioni di Capezzone a favore delle riforme in tempi brevi.

«Sì dei radicali, titola il corriere, ma chi - chiede Pannella - ha parlato, dei radicali? Capezzone». E aggiunge: «Il Corriere spara "Sì dei radicali" solo perché tu sei l'unico che ha preso posizione. Bisognerà che ti chieda il permesso di parlare anche da radicale».

Capezzone ha replicato così:
«Lascio da parte la questione monumenti a se stessi, sculture, arti figurative, lascio a ciascuno il giudizio su sculture e scultori, e abitudini munumentali di ciascuno, anche nel nostro soggetto politico... Sono lieto che il Congresso abbia superato una fase autolesionista con una mozione votata all'unanimità che impone a tutti un percorso politico che si sta attivando (è stato già chiesto un incontro a Prodi, n.d.j.). Sarei stato lieto se, Marco, avessi posto le questioni delle riforme economiche, dei "volenterosi", anche al vertice della maggioranza sulla Finanziaria al quale hai partecipato a nome di noi tutti».
E ancora:
«Se l'attività politica che svolgo è vissuta come un'insidia e non invece un'opportunità per la "cosa radicale" a me pare un altro grave errore, un altro grave atto di autolesionismo, che speravo fosse terminato con le prime tre giornate del Congresso e invece mi pare che purtroppo prosegue. Me ne rammarico, farò tutto il possibile perché questo autolesionismo cessi. Per me resta valido ciò che ho detto al Congresso: io resto qui, proseguirò qui, nonostante tante cose, nonostante questo buon inizio di domenica. Con te, Marco, con Emma, con Rita, con Maria Antonietta, Elisabetta, l'Associazione Coscioni, e con la quasi unanimità dei compagni che hanno votato quella mozione, che è un'opportunità politica, non un'insidia, che tutti possiamo cogliere e della quale possiamo insieme far tesoro. Sono determinato a farlo, sculture, scultori, scalpelli e arti figurative a parte, ciascuno può giudicare se stesso e gli altri su questo».
Dunque, che cosa sta succedendo? Ci sono divergenze politiche e tattiche di fondo? Se è così, sarebbe bene chiarirle in modo trasparente e limpido, a beneficio di un dibattito che si vuole aperto, non oligarchico. Se è così, non capiamo come mai Pannella, e la nuova Segreteria, abbiano deciso di appoggiare all'ultimo Congresso una mozione, poi votata quasi all'unanimità, con la quale l'attività politica di Capezzone, e le sue dichiarazioni, sembrano coerenti. Insomma, i radicali sono o no per le liberalizzazioni? Se sì, conta qualcosa chi lo abbia ricordato al Corriere?

Iniziative come il "tavolo dei volenterosi", a parole sostenuto da tutti, sono forse viste con sospetto per gli esiti dirompenti negli assetti di potere che potrebbero determinare? Ora che è stata creata l'"intercapedine" tra il Capezzone parlamentare, presidente della Commissione Attività produttive, e il partito, si ritiene utile o no che esplori quel percorso? Se i contatti e le consonanze, con l'"amico" Tabacci, con Giavazzi, Confindustria e il Corriere, presentano delle insidie, sarebbe meglio discuterne apertamente, magari per formulare una linea comune, per capire come tramutare i rischi di appiattimento, dell'"essere usati", in occasioni per "usare" a propria volta.

Si tratta, invece, del protagonismo, del divismo, del narcisismo, della saccenza di Capezzone? Se è così, in ambiente radicale siamo di fronte al classico caso del bue che dice cornuto all'asino. Adesso che Capezzone non è più segretario non ci dovrebbero essere più alibi. I vertici e le personalità interne al movimento radicale possono conquistarsi il proprio protagonismo e la propria visibilità. E' anche a questo che, giustamente, serviva il ricambio. Spero che non si voglia, però, sostenere che quando parla Capezzone non parla un radicale.

Se invece si ritiene che la linea debba essere elaborata e concordata all'interno, e quindi eseguita disciplinatamente da dirigenti e parlamentari, anche con un certo dosaggio e una divisione dei compiti nella comunicazione politica, in modo che non sembri frantumata, allora qui si è persino d'accordo, ma dovrà valere per tutti, e constatiamo che nel movimento radicale non s'è mai fatto. Vogliamo, per esempio, chiederci se un Pannella strabordante su Radio Radicale, che interviene falciando i palinsesti, sia utile alla comunicazione politica radicale e agli ascolti della Radio?

Né Maometto, né Papa Ratzinger

Prima o poi doveva accadere, no? I primi segnali li avevamo registrati quando dalla Santa Sede non udimmo parole in difesa delle vignette satiriche su Maometto, bensì di rimprovero alla satira blasfema.

E così, Avvenire, quotidiano dei vescovi, prende posizione con una coppia di editoriali (di Giuseppe Dalla Torre e di Umberto Folena) contro la satira su Papa Ratzinger, scagliandosi contro «chi fa strame del Papa nel tentativo continuo di ridicolizzare figure care al mondo cattolico». Bersaglio della polemica gli imitatori Fiorello e Crozza, la cui satira viene definita «fallimentare» e «non priva di vigliaccheria». Vigliacchi, capito!?

Vedremo fino a che punto questo attacco alla satira saprà spingersi e il consenso che riuscirà a ottenere tra i politici e presso l'opinione pubblica. Comunque, non mi pare di ricordare che la celebre imitazione di Papa Wojtyla da parte di Massimo Lopez avesse all'epoca suscitato simili reazioni. Sarà mica che sotto-sotto c'è un po' di nervosismo, perché ci si rende conto che qualche problemuccio a livello comunicativo, e non solo, questo Papa ce l'ha?

Intanto, nell'Angelus di oggi, Benedetto XVI ha trovato anche nella fame nel mondo e nella tutela dell'ambiente altrettante occasioni per la sua critica anti-capitalistica e per il suo invito a «convertire il modello di sviluppo globale» e ad «adottare uno stile di vita e di consumo compatibile con i criteri di giustizia». «Lo richiedono non solo lo scandalo della fame ma anche le emergenze ambientali ed energetiche». Come un Pecoraro Scanio qualsiasi. Che diranno gli "atei devoti" liberisti? Con il Papa anche in queste guerre culturali?

Chi è il pazzo?

Romano ProdiIn pochi mesi ci siamo presi dei coglioni e dei pazzi. Ma fosse che coglioni e pazzi sono quelli che ci governano?

L'imbroglio è che Prodi parla come se avesse fatto le riforme più importanti e radicali, mentre ci ha riempito di tasse, secondo il giudizio convergente di molteplici autorità indipendenti. Se oggi il suo governo è impopolare non è per le riforme fatte, come ci vorrebbe far credere, ma per quelle non fatte. La gente si accorge che quelli che gli vengono prospettati sono sacrifici inutili.

Il «paese impazzito», ma la verità è che gli italiani «semplicemente non se la sono bevuta», come scrive, oggi su Libero, Oscar Giannino, che smonta punto su punto le balle a cui si sono affidati Prodi, Padoa Schioppa e Visco.

E' emerso subito dalla stessa Commissione europea che per aggiustare i conti sarebbe bastata una manovra tra i 15 e il 18 miliardi. Gli italiani «l'hanno capito sempre meglio, che una simile batteria di risorse pubbliche drenate dallo Stato serve solo all'Unione per metter radici sempre più profonde al potere». La riduzione delle spese correnti si ferma a 3 miliardi di euro, mentre le entrate nette sono di quasi 17 miliardi.

Ciò che si rischia di sottovalutare è proprio il carattere di "regime" di questa Finanziaria. Togliere a tutti per redistribuire alle proprie clientele di riferimento: pubblico impiego, sindacati, grande industria. Consolidare il potere rendendo larghi settori della società dipendenti da una classe dirigente.

Spiega Giannino:
«Si dichiarano riduzioni di spesa corrente per quasi 12 miliardi di euro, ma poi se ne dispone un aumento per quasi 9: ed ecco perché sono meno di 3 miliardi, i tagli veri alla spesa corrente».
Ai 17 miliardi di maggior prelievo, inoltre, bisogna poi aggiungere «i quasi 6 miliardi di euro che il governo si attende dall'esproprio del Tfr a tutte le imprese superiori ai 50 addetti, nonché altri 5 miliardi da maggiori tasse locali: ed eccoci a 28 su 34, appunto».

Inoltre, un'altra frottola è quella sugli 8 miliardi di entrate aggiuntive da cosiddetta "lotta all'evasione", mentre si tratta «semplicemente estensione della base imponibile a chi le tasse già le pagava prima e stentava...
come per i 3 miliardi in più provenienti per ukase dagli studi di settore, come per gli aggravi di bollo aggiuntivi che colpiranno il 92% del parco circolante, come sarà per le addizionali locali Irpef e Irap, come sarà per la tassa di soggiorno, come sarà per gli autonomi e gli apprendisti a cui saliranno i contribuiti, e potrei continuare così per decine e decine di cespiti aggiuntivi che colpiranno tutti, non i presunti "ricchi" che dovevano piangere. E mai e poi mai i supposti evasori che, al crescere delle aliquote, a maggior ragione avranno ancora maggiori per evadere».
Solo quel "liberista" di Giannino? No. Persino la Repubblica sembra abbandonare Prodi. Stranamente questa domenica Scalfari, tra i pochi difensori della Finanziaria, si è preso un giorno di riposo. Uno degli editoriali è firmato da Ilvo Diamanti, che osserva giustamente che è quanto meno strano che gli italiani, gli stessi che avevano fatto la scelta giusta nelle elezioni dello scorso aprile, abbiano improvvisamente «perduto il senso del futuro dopo il voto. E in questo caso sarebbe difficile non attribuirne la responsabilità, almeno in parte, a chi ha governato in questi mesi».

«Se gli italiani "non capiscono", anche ammesso che sia vero, non possono essere loro a sbagliare. Ma chi li rappresenta. Per definizione. D'altronde, l'idea che gli italiani sbagliano, non capiscono, è ormai consolidata. L'ha sostenuta Berlusconi, per anni», conclude Diamanti: il guaio del centrosinistra è che «si sta insieme perché altrimenti sarebbe peggio...
Tornerebbe il Tiranno. Di cui, peraltro, di giorno in giorno cresce la nostalgia. Perché la sua assenza al governo, e la sua voce intermittente, all'opposizione, pesano. Soprattutto al centrosinistra. Che, senza il Nemico, appare spaesato. Se il Paese appare "impazzito", in frantumi, senza futuro, è perché somiglia troppo alla politica. E, in particolare, al centrosinistra che governa. Anzi: la politica e il centrosinistra ne offrono un'immagine ancor piu frammentata e opaca. Come uno specchio io frantumi».
L'altro editoriale domenicale di Repubblica è affidato a Edmondo Berselli, ancor più duro nei toni con un'analisi impietosa negli aspetti psicologici di un governo schizofrenico.

La linea del Corriere della Sera è invece espressa dall'editoriale di Mario Monti, che sostiene il progetto di liberalizzazioni presentato a Prodi dal vicepremier Francesco Rutelli, volto a «porre al centro il cittadino consumatore» e a passare «dall'economia corporativa all'economia competitiva»: non è una lista di operazioni di facciata, ma «un vero piano articolato di riforme fattibili, che individua i molti settori in cui i consumatori e la competitività del Paese pagano le conseguenze dì posizioni di rendita dì alcune categorie o corporazioni. E non è certo una linea "selvaggia": propone ammortizzatori sociali per accompagnare le liberalizzazioni, indica come combattere più efficacemente cartelli e monopoli».

L'approccio di Monti è semplice: più libertà vuol dire anche più equità. «Rendere più efficienti le strutture di mercato... significa non ridurre ma accrescere ulteriormente l'equità sociale».
«Maggiore concorrenza vuol dire vantaggio del consumatore rispetto all'impresa protetta, dell'impresa minore rispetto all'impresa dominante, dell'utente di servizi pubblici rispetto a categorie che a volte godono di privilegi ingiustificati. A vantaggio, soprattutto, dei giovani senza lavoro, che solo da un'economia più competitiva, meno zavorrata da chiusure corporative, possono attendersi un futuro con qualche speranza».
Sappiamo già chi si opporrà:
«... qualche grande impresa, aziende che esercitano servizi pubblici locali, esponenti politici e amministratori degli enti locali, organizzazioni sindacali del pubblico impiego, ordini professionali».
Ma se queste riforme verranno davvero introdotte gli italiani non saranno così pazzi da non accorgersene.

Saturday, November 11, 2006

Un problema di contatto con la realtà

C'è un momento in cui la giusta richiesta di Radio Radicale affinché Daw rispettasse i termini della licenza di utilizzo dei materiali del sito cambia natura e oggetto, che diventano "politici". Ma vediamo di capirci qualcosa.

In un comunicato di replica al post di Daw si fa riferimento alla licenza Creative Commons attribuzione 2.5, la quale stabilisce:

«Devi attribuire la paternità dell'opera nei modi indicati dall'autore o da chi ti ha dato l'opera in licenza.

Ogni volta che usi o distribuisci quest'opera, devi farlo secondo i termini di questa licenza, che va comunicata con chiarezza.»


E' evidente quindi che Daw è tenuto 1) a citare «la paternità dell'opera»; 2) a comunicare «con chiarezza» i termini della licenza cui l'utilizzo dell'opera è soggetto (per esempio con un link al testo della licenza stessa).

Per quanto riguarda «i modi indicati dall'autore», nulla in questo senso è specificato dall'autore, RadioRadicale.it, né nelle schede dove i video sono scaricabili, né in altre parti visibili del sito. Si rimanda, semplicemente, alla licenza stessa. Intuitivamente, basterà citare la fonte.

Tuttavia, in questo caso, e a quanto mi risulta solo in questo caso, a Daw viene chiesto qualcosa di più che la semplice attribuzione della paternità dell'opera.

In un primo momento viene chiesto a Daw di «citare la fonte». E Daw esegue: (fonte video: Radio Radicale). Non gli viene, per il momento, chiesto di indicare «con chiarezza» i termini della licenza cui l'opera è soggetta.

Invece, gli giunge una nuova richiesta. Intanto, lo si accusa di aver creato «una versione evidentemente distorta di quanto accaduto» - senza notare che si tratta di un contenuto di tutta evidenza satirico con nessuna pretesa di essere esaustivo e corretto circa l'evento, ma con lo scopo di coglierne il lato comico - e di negare agli interessati la «possibilità di farsi una propria opinione». Dunque, la nuova richiesta. Nell'attribuzione della paternità dell'opera aggiungere quanto segue:
«Le immagini video sono tratte dalla registrazione integrale della direzione di Radicali Italiani pubblicata sul sito internet di Radio Radicale all'indirizzo http://www.radioradicale.it/schede/view/id=209835/direzione-di-radicali-italiani-24 con licenza Creative Commons attribuzione 2.5.»
Dunque, effettivamente la licenza sembra concedere all'autore la facoltà anche di intervenire in casi specifici con richieste ad hoc. I famosi «modi indicati dall'autore». Leggiamo sulla licenza:

«Devi riconoscere una menzione adeguata rispetto al mezzo di comunicazione o supporto che utilizzi: (i) all'Autore Originale (...); il titolo dell'Opera, ove fornito; nella misura in cui sia ragionevolmente possibile, l'Uniform Resource Identifier, che il Licenziante specifichi dover essere associato con l'Opera (...) Tale menzione deve essere realizzata in qualsiasi maniera ragionevole possibile...»

Dunque, la richiesta di Radio Radicale a Daw è legittima secondo i termini della licenza Creative Commons.

Tuttavia, qualcosa non torna, c'è qualcosa che cambia i termini della questione. Intanto, caso strano, proprio su questo video (eppure molti altri sono stati diffusi - su You Tube e dai tg di Rai e Mediaset - senza che fosse citata la fonte e che si rinviasse alla versone integrale) l'autore è voluto intervenire con richieste specifiche, non indicate espressamente sul sito RadioRadicale.it, che vanno oltre la citazione della fonte. Quando, infatti, Daw viene accusato di aver creato «una versione evidentemente distorta di quanto accaduto», e quando gli viene rimproverato di voler negare agli interessati la «possibilità di farsi una propria opinione», solo perché non li ha rimandati alla versione integrale del video della Direzione, c'è la svolta. Sono queste frasi che cambiano tutto, o molto.

A quel punto non si sta più chiedendo a Daw il rispetto della licenza, ma l'intento è quello di contrapporre a una versione dell'evento che si ritiene «distorta» la versione integrale. Una sorta di "diritto di replica" a un contenuto satirico. Comunque, da quel momento la questione diventa politica ed è legittimo che Daw scelga di ritirare il video e sollevare il caso.

Insomma, si è fatto un uso evidentemente politico della licenza Creative Commons, che invece regola le modalità di utilizzo di opere soggette a diritto d'autore.

A prescindere dagli aspetti legali, rimane il problema dell'inopportunità politica della diffida, su cui mi pare ci siano pochi dubbi. Il sense of humour è un indicatore del contatto con la realtà. Istintivamente la gente diffida di chi reagisce con le diffide alla satira. Iniziative del genere purtroppo non solo si prestano a strumentalizzazioni di ogni tipo, ma portano anche coloro che in buona fede seguono, e apprezzano, i radicali a convincersi che abbiano smarrito il contatto con la realtà.

Tra l'altro, nel frattempo, è giunta una dichiarazione dell'ex segretario di Radicali italiani, Daniele Capezzone, intervenuto su alcuni blog e sul sito ufficiale del partito:
«Al di là delle questioni formali e legali sollevate da Radioradicale.it (ragioni che non sottovaluto, per carità: ma che -forse, mi permetto di suggerire...- potrebbero essere maneggiate in modo meno autolesionistico, a mio avviso), desidero ringraziare il blogger Daw, che ci ricorda quanto sia importante saper sorridere di se stessi. Grazie, Daw!»

Friday, November 10, 2006

Una risata li seppellirà

Una piega che si fa davvero brutta

Daw, a cui manifestiamo la nostra piena solidarietà, denuncia di aver ricevuto una diffida legale da Radio Radicale e ha rimosso il divertente video "Casa Pannella", che nei giorni scorsi aveva pubblicato sul blog e su You Tube, finendo su Repubblica.it. I chiarimenti li abbiamo avuti e c'è di che rimanerne stupefatti e increduli, ma è evidente che malumori e risentimenti hanno passato il segno.

Inoltre, è avvilente vedere come una tale irresponsabile iniziativa finisca per danneggiare l'immagine del sito RadioRadicale.it, e di chi da anni ci lavora, arrecando al movimento radicale una perdita secca di credibilità soprattutto presso i tanti che nella blogosfera lo seguono con attenzione e stima, condividendone spesso idee e battaglie. Diciamo che non è esattamente così che si rilancia il partito...

Nel frattempo, sul Forum di Radicali.it va in onda l'ennesima tirata moralistica sulle presenze di Capezzone a Markette (l'ultima, il 24 ottobre, davvero esilerante, quando osservando che solo Barbara Spinelli, compagna di Tommaso Padoa Schioppa, ha il coraggio di difendere nei suoi editoriali la Finanziaria, dice:«Non chiediamo i fatti separati dalle opinioni, ma almeno i letti separati dalle opinioni»).

Senza un minimo, ma dico un minimo, di sense of humour non c'è speranza di conquistare la fiducia della gente, per quante buone ragioni e idee si abbiano.

Inspiegabile, poi, questo post di Perdukistan, che sembra prendersela con il gruppo Welfare to Work, che non è mai entrato nelle dispute sul segretario.

Insomma, qualcuno che dal congresso è uscito con le ossa rotte ha i nervi a fior di pelle, solo che così i radicali rischiano di non essere seppelliti dal "regime", ma da grasse, grosse, risate.

Finanziaria un po' medioevale e un po' fascista

L'ultima novità di questa Finanziaria è che si torna all'epoca dei Comuni, al tardo Medio Evo. E' stata introdotta la tassa di soggiorno: 5 euro al giorno per i grandi centri metropolitani, 2 euro per i piccoli comuni. Ricorda un po' i vecchi pedaggi: "Alt! chi siete?... cosa portate? Un fiorino!". A chi l'aggravio burocratico per riscuoterla? Agli albergatori? E se invito un amico di Napoli a casa mia? Lo mando alle Poste a fare il bollettino? O la polizia setaccerà anche le abitazioni a caccia di ospiti evasori fiscali?

Ma è un'altra la tassa, ben più infame, che dà la misura della cifra etica, anti-capitalista, anti-individualista, di questa Finanziaria. Con tutte le detrazioni, gli assegni, i sussidi, gli sgravi di varia entità, natura e giustificazione, inseriti per chi ha mogli o figli a carico è stata di fatto introdotta subdolamente, come neanche il fascismo fece, una tassa sul celibato. Anzi, l'intera modulazione delle aliquote Irpef di Visco si fonda su questa tassa occulta.

Tra l'altro, prelevare risorse da tutti i contribuenti per redistribuirle verso chi ha già dei figli non incentiva, anzi danneggia chi magari una famiglia e dei figli vorrebbe averli ma non ci riesce.

Secondo luoghi comuni purtroppo ben radicati "le famiglie vanno aiutate" e l'Italia è in crisi perché "non facciamo più figli". Eh, signora mia...

Mi - e vi - chiedo: l'Italia è in declino perché non facciamo più figli, o forse perché le sue strutture socio-economiche burocratico-corporative, il debito pubblico e l'elevata tassazione frenano lo sviluppo, frustrano le prospettive di guadagno, ritardano l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ritardando con ciò anche le loro personali scelte di vita?

Ammesso che occorra fare del natalismo una politica, come se fosse il numero a fare la potenza e il benessere di un paese, il miglior modo è a colpi di sussidi e assegni che tanto non bastano mai, o è riformare il sistema educativo, l'accesso alle professioni, il mercato del lavoro, il credito, le pensioni?

Le campagne nataliste, come quelle de-nataliste, rientrano nella categoria ingegneria sociale. Si fondano sulla presunzione che lo Stato, con un obolo assistenzialista, possa incoraggiare o scoraggiare una delle scelte più personali e profonde dei suoi cittadini, che sono mossi da una tale complessità di motivazioni, tutte intime e magari anche inconscie, che di sicuro è incalcolabile e al cui confronto qualche centinaia di euro è meno che una pacca sulla spalla. Roba che spendere un cent è già un enorme spreco.

Queste campagne infatti mi ricordano certe utopie ambientaliste basate su anti-scientifiche previsioni catastrofiste. La speranza di vita, il benessere, le dimensioni del territorio su cui una popolazione vive, e delle sue risorse, sono tra i fattori di quelle leggi biologiche da noi non controllabili che regolano la prolificità dell'uomo come di ogni altra specie vivente.