Pagine

Friday, February 11, 2005

I Democratici alla Truman si sveglino

... se ce n'è ancora qualcuno a sinistra, scrive Tom Donnelly sul Weekly Standard. Leggi. La sinistra dovrebbe rallegrarsi del fatto che un'amministrazione repubblicana abbia fatto propri i principi liberal. Invece per ora, la causa dell'internazionalismo liberal non è più a sinistra, ma a destra, nelle mani e nei pensieri di Bush. Di fronte a questo stato di cose c'è la posizione di arretramento del direttore di New Republic, ma una risposta «alternativa» al liberalism dell'amministrazione Bush giunge dal clintoniano Center for American Progress.

In occasione della visita della Rice a Parigi, ha pubblicato un'analisi critica di Suzanne Nossel che chiama la sinistra a «riprendersi la Libertà», come tema e obiettivo politico.
«The Bush administration - Nossel concedes - has adopted traditional progressive principles and policies, such as fostering liberal democracy and nation-building abroad, and put its own imprint on them to the point where progressives have virtually abandoned concepts that they used to develop and own. The concept of spreading liberty did not feature in the progressive punditry's criticism of the State of the Union».
Di oggi, vi segnalo, sul Guardian, John Negroponte che esalta gli elettori iracheni che hanno sconfitto la paura recandosi alle urne il 30 gennaio, dimostrando ancora una volta (come in Sud Africa, El Salvador e Ucraina) che la democrazia è «più forte della paura», e Daniel Henninger, che sul Wall Street Journal propone con argomenti forti di assegnare agli elettori iracheni il nobel per la pace.

Volete ben dieci buone ragioni per sostenere la democrazia in Medio Oriente? Ve le offre Victor Davis Hanson su National Review, dal cui articolo riporto un estratto dalla parte finale:
«Democracy was not our first, but rather out last choice in the Middle East. For decades we have promoted Cold War realpolitik and supported thugs whose merit was simply that they were not as bad as a murderous Saddam or Assad (true enough), while the Arab world has gone from kings and dictators to Soviet puppets, Pan-Arabists, Islamists, and theocrats. Democracy in some sense is the last chance. It alone offers constitutional guarantees of free speech, minority rights, and an independent judiciary — a framework, a system, a paradigm in which naturally savage humans, prone to all sorts of awful things, as the 20th county attests, can somehow get along. Given the savagery of the modern Middle East that would say quite a lot».

Morte di un grande drammaturgo

Arthur Miller, da giovane e da vecchioE' morto il drammaturgo Arthur Miller. Il gigante del teatro americano era gravemente malato, secondo quanto riferisce il quotidiano New York Post. L'ex marito di Marilyn Monroe, 89 anni, stava combattendo una battaglia contro un cancro, la polmonite e problemi di cuore... continua

  • Una biografia

  • Pagina speciale su Pbs
  • «A Playwright Whose Convictions Challenged Conventions» (New York Times)
  • Al fianco dei dissidenti egiziani

    C'è un celebre dissidente egiziano, Saad Eddin Ibrahim, che non considera «moniti inquietanti» (parole di Fassino) le prese di posizione di Bush nel suo secondo discorso inaugurale. Chiede invece al presidente americano di dar seguito alla sua promessa di essere al fianco degli oppressi che chiedono libertà e democrazia. Una prima occasione è offerta dal caso dell'egiziano Ayman Nour, un parlamentare dell'opposizione fatto arrestare di recente dal presidente Mubarak. Nell'articolo di oggi sul Washington Post, Ibrahim pone al presidente Mubarak domande scomode; chiede per esempio cosa abbia fatto per mantentere la popolarità delle forze politiche non-islamiste nel Paese.

    In tutto il mondo arabo vi sono dissidenti democratici che chiedono maggiore ascolto dall'Occidente. Occorre dargli voce, e presto.
    «President Bush has repeated that the United States will stand by those who work for freedom in their countries. Scores of courageous Arab dissidents have taken a stand for freedom, and many face pending trials or have spent years in prison. But the United States has yet to be heard from in their defense.

    What we have so far from George W. Bush is fine language in his inaugural and State of the Union speeches. That message was loud and clear. The credibility of the messenger is what is still in doubt».
    Una proposta concreta è giunta ieri da Max Boot, sul Los Angeles Times: ridurre o eliminare del tutto il mega sussidio di 2 miliardi di dollari all'Egitto a meno che non ci siano reali progressi economici e politici.

    Thursday, February 10, 2005

    Appello per una Radio Radicale in Medio Oriente

    Dell'"attrazione fatale" che potrebbe esercitare nel mondo arabo e musulmano una C-Span che trasmetta via satellite i lavori dell'assemblea costituente irachena che uscirà dalle elezioni del 30 gennaio scorso, ha scritto Reuel Marc Gerecht sulla rivista neocon Weekly Standard ("Nascita di una Democrazia" è l'articolo già segnalato in un precedente post). Ripropongo il passaggio in cui ne parla:
    «Just imagine the possibilities of pan-Arab dialogue when Iraq begins to broadcast the debates within the new national assembly... If the Bush White House were wise, it would ensure that all parliamentary debates are accessible free via satellite throughout the entire Middle East. Such Iraqi C-SPAN coverage could possibly have enormous repercussions. For just a bit of extra money, Washington should dub all of the proceedings into Persian, remembering that Baghdad's echo is easily as loud in Tehran as it is in Amman and Cairo. The president has stated that he wants to stand by those who want to stand by democratic values. This is easily the cheapest and one of the most effective ways of building pressure for democratic reform».
    Oggi sul Foglio Christan Rocca ha ripreso questi argomenti e ne ha tratto un appello al presidente Consiglio Berlusconi per un impegno concreto che coinvolga il governo italiano.
    «Ascoltare i leader eletti discutere liberamente il futuro dell'Iraq è la più potente tra le armi di attrazione di massa a disposizione dell'occidente... Berlusconi ha i mezzi, l'esperienza, la capacità e la follia necessarie e indispensabili per avviare una mega Radio Radicale televisiva che via satellite trasmetta i lavori della Costituente irachena in tutto il mondo arabo e, con traduzione simultanea, anche e soprattutto, nell'Iran sciita...»
    Il bagaglio politico e ideale, le esperienze e le strutture necessarie a questa impresa potrebbero essere, se solo Berlusconi, e Fini in qualità di ministro degli Esteri, lo volessero, proprio quelle di Radio Radicale. I blog JimMomo e michelelembo chiedono a Marco Pannella, ai vertici di Radio Radicale, a Silvio Berlusconi e a Gianfranco Fini, di studiare la fattibilità di un accordo politico che riconosca al movimento radicale e ai suoi leader responsabilità di "governo" su questo progetto, considerando competenze e buoni rapporti costruiti in anni di iniziative politiche di successo volte a promuovere democrazia e diritti umani nei Paesi arabi (si pensi solo alla Conferenza di Sana'a nello Yemen, o alle conferenze contro le mutilazioni dei genitali femminili).
    «In un mondo oppresso dalla tirannia, non c'è nulla di più rivoluzionario di un'Assemblea di rappresentanti eletti dal popolo che si riunisce per scrivere le regole della convivenza e porre le basi di uno Stato libero e democratico. Quel dibattito è esso stesso rivoluzionario. Si immagini, gentile presidente, che effetto potrebbe avere nei caffè del Cairo e nelle case di Riad la trasmissione in diretta di quei lavori costituenti. Pensi all'impatto che quelle immagini di dibattito democratico potrebbero avere su milioni di sudditi arabi e islamici oggi costretti a obbedire ai loro sovrani.

    Magari potrebbe alimentare la miccia, il famoso effetto domino. I democratici e i liberali oggi costretti al silenzio saprebbero di non essere soli, i dissidenti ritroverebbero fiducia, gli scettici avrebbero di che riflettere, gli oppositori invocherebbero riforme» Leggi tutto.
    Scrive oggi Thomas Friedman sul New York Times:
    «... the way you begin to drain the swamps of terrorism is when you create a democratic context for those with good ideas to denounce those with bad ones». Leggi

    I Democratici non possono tirarsi indietro

    In un brillante editoriale sul New York Times il solito Thomas Friedman invita i Democratici a non liquidare la questione Iraq come un pantano che riguarda solo l'amministrazione Bush. E' una questione troppo importante e decisiva per la guerra al terrorismo e la partita può essere vinta.
    «I think there is much to criticize about how the war in Iraq has been conducted, and the outcome is still uncertain. But those who suggest that the Iraqi election is just beanbag, and that all we are doing is making the war on terrorism worse as a result of Iraq, are speaking nonsense.

    Here's the truth: There is no single action we could undertake anywhere in the world to reduce the threat of terrorism that would have a bigger impact today than a decent outcome in Iraq. It is that important. And precisely because it is so important, it should not be left to Donald Rumsfeld.

    Democrats need to start thinking seriously about Iraq - the way Joe Biden, Joe Lieberman and Hillary Clinton have. If France - the mother of all blue states - can do it, so, too, can the Democrats. Otherwise, they will be absenting themselves from the most important foreign policy issue of our day». Leggi tutto
    Iraq is our Iran policy. Inoltre, sottolinea Friedman, l'Iraq, cioè il successo della democrazia in Iraq, è oggi la migliore politica nei confronti dell'Iran.
    «... the way you begin to drain the swamps of terrorism is when you create a democratic context for those with good ideas to denounce those with bad ones».

    Usa-Ue. Verso una tempesta per le armi alla Cina?

    Chirac con il leader cinese Hu JintaoQuesta è l'analisi di Hans Binnendijk, sull'International Herald Tribune. Il 17 dicembre scorso l'Unione europea confermò l'intenzione di continuare a lavorare per abolire l'embargo sulla vendita di armi alla Cina imposto dopo Tienanmen e di voler prendere una decisione nei prossimi sei mesi. Di conseguenza, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato a larga maggioranza una risoluzione per la quale l'abolizione dell'embargo sarebbe incompatibile con la cooperazione transatlantica in materia di difesa.

    Se la Francia sostiene l'abolizone dell'ambargo per interessi economici e la possibilità di controbilanciare con la Cina il potere americano, la Gran Bretagna vi vede una chance per migliorare i rapporti con la Francia messi in crisi dalla guerra irachena e la Germania sembra credere che un codice di condotta sulla vendita delle armi possa sostituire l'embargo, altri paesei europei sembrano esitanti.

    Gli europei trascurano la gravità della questione. Gli Stati Uniti non vedono ad oggi la Cina come un nemico, ma i motivi di attrito non mancano, a cominciare dalle tensioni per Taiwan. La vendita di teconologie militari europee alla Cina sarebbe presa male a Washington, sarebbe una ferita letale per la Nato. E' impensabile che gli Usa possano accettare di vedere le proprie tecnologie militari passare alla Cina via Europa. Sarebbe la morte di ogni progetto di cooperazione Usa-Ue, con perdita di investimenti e posti di lavoro.

    Ottenere tali tecnologie potrebbe convincere Pechino della praticabilità di forzare la situazione con Taiwan e della soddisfazione europea circa il rispetto dei diritti umani in Cina. L'Europa, conclude l'autore, non dovrebbe togliere l'embargo, ma se proprio vuole, dovrebbe seguire degli accorgimenti, operativi e politici. Primo, non ignorare che la questione non riguarda solo interessi economici europei; per l'America è in gioco la sicurezza e ogni passo dovrebbe essere discusso con Washington. Leggi

    Prendiamo atto che in questa Europa entrerebbe prima la Cina che la Turchia. Solo i radicali denunciano il silenzio sui diritti umani, ma per quanti di loro, Pannella compreso, l'influenza del complesso militare-industriale è problema americano e non soprattutto europeo? In occasione della recente visita del presidente Ciampi in Cina, nella quale egli esercitò una indebita linea di politica estera, parlai di questi temi in un post.

    Ancora prima, dopo le prime calorose promesse del presidente francese Chirac al leader cinese Hu Jintao, segnalavo, in un post intitolato «Una morte lenta per la Nato», un articolo uscito sul Washington Times:
    «Riprendere a vendere armi alla Cina porrebbe un seria ipoteca sulla cooperazione Usa-Ue in materia di difesa. Se i governi europei cominceranno a condividere con Pechino delicate tecnologie militari, Washington dovrà bloccare alle industrie europee l'accesso a diverse teconologie di difesa, con seri danni per le sorti della Nato». Leggi
    Nell'ipotesi di un futuro conflitto per l'isola Taiwan, l'aviazione cinese potrebbe attaccare le forze militari americane con Mirage francesi!

    Errare è umano, ma perseverare... è di sinistra

    Un'impietosa lista degli errori. L'ha presentata ieri Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera agli eredi del PCI. Ora che il ferro è ancora caldo bisogna batterlo senza sosta. 1972 li definisce quelli che «la realtà non si descrive, ma si riscrive». Se la storia gli dà torto non importa, hanno conquistato la potenza di fuoco, culturale e mediatica, per riscriverla a loro vantaggio. I leader della sinistra che oggi compiono passi di autocritica e riconoscimenti postumi, come Fassino al recente Congresso Ds, non sono credibili. E lo dimostrano le due scelte di oggi (il reiterato "no" alla missione italiana in Iraq e l'arcobaleno nel simbolo dell'"Unione"). L'impunità, politica e culturale, garantita dall'egemonia esercitata da decenni sui centri mediatici, accademici e culturali del Paese, è alla base del perseverare nell'errore che è connotato ormai irriducibile della sinistra italiana.

    Partiamo dall'elenco degli errori, dunque:
    «La totale sottomissione a Stalin e la conseguente cecità di fronte allo stalinismo; la lotta all'ultimo sangue contro il Patto Atlantico e gli Stati Uniti; la scommessa sull'impossibilità di sviluppo dell'economia italiana negli anni 50; l'ostilità radicale verso il centrosinistra e verso l'autonomismo socialista fino ad assecondare la scissione del Psiup; l'ostilità altrettanto tenace verso la nascita della Comunità Europea ed i suoi primi sviluppi; la cambiale in bianco rilasciata a tutti i terzomondismi, da Cuba ai khmer rossi, a Menghistu; il compromesso storico; il rifiuto prolungato dell'esistenza degli opposti estremismi; l'avallo dato a non importa quale estensione della spesa pubblica; il rifiuto dello Sme, cioè del primo passo verso la moneta unica europea; l'opposizione all'installazione da parte della Nato degli euromissili in risposta all'escalation della minaccia sovietica; la delegittimazione radicale (e sin dall'inizio) di Craxi e del suo progetto, dipinti come frutto di una «mutazione genetica» verso la destra; la difesa fino alla fine della proporzionale; la polemica prolungata contro il «sionismo»; perfino l'opposizione senza mezzi termini alla guerra per il Kuwait;»
    Aggiungerei alla lista la decisione odierna di votare "no" al rifinanziamento della missione militare italiana in Iraq. A questo punto, si chiede Galli Della Loggia: «Cos'è in fin dei conti che a sinistra ha favorito e favorisce questa duplice fenomenologia dell'abbaglio culturale prima e del rifiuto a riconoscerlo poi?».
    Primo. «Quell'eredità storicista che porta a considerare la politica della sinistra medesima iscritta in una sorta di disegno provvidenziale dall'immancabile esito positivo...»
    Secondo. «Il meccanismo culturalmente deresponsabilizzante in atto largamente a sinistra è costituito da quella che potremmo chiamare la ragionevole certezza, per esprimerci alla buona, di "non pagare mai pegno"... difficilmente si sarà chiamati a rispondere in sedi culturalmente prestigiose (ciò è decisivo) delle leggerezze, delle analisi sballate, degli insulti gratuiti emessi a suo tempo a voce o per iscritto... la garanzia pressoché certa dell'impunità è premessa decisiva per abbassare la soglia dell'autocontrollo preventivo e per vanificare qualunque obbligo di riparazione successiva».

    L'"Unione" fa la Forza... Italia

    Prodi presenta il nuovo simbolo: ch'aggia fàNasce il PPI, Partito Pacifista Italiano. Due colpi da KO: arcobaleno nel simbolo e no alla missione italiana in Iraq. Assist a Berlusconi. Altro che riformisti, Fassino ha scherzato, lui stesso è uno scherzo della natura

    Il vertice della federazione dell'Ulivo ha confermato il no al rifinanziamento della missione italiana in Iraq. Un no meditato e motivato, ma non sofferto, ha anche tenuto a precisare Romano Prodi. Leggi. Nel frattempo, veniva presentato il nuovo nome ("Unione") e il simbolo (l'arcobaleno della pace) della Gad, l'alleanza che raccoglie le forze di centrosinistra che contenderanno le politiche a Berlusconi nel 2006.

    Caro Prodi, l'unica cosa che rimane da fare è rassegnarsi e allargare le braccia, disarmati di fronte alla non-alternativa che questa coalizione rappresenta. Berlusconi si sta già fregando le mani, pregustando il momento in cui dirà agli italiani, senza temere di poter essere smentito, che il centrosinistra è appiattito sulle posizioni radicali e antiamericane dei neo-comunisti. La lettura che diedi delle parziali ammissioni e delle frasi azzeccate pronunciate da Fassino al Congresso Ds si è rivelata più che fondata: era tutto uno scherzo.

    Il quotidiano il Riformista prende posizione contro queste scelte suicide. Da un'anticipazione dell'editoriale in edicola domani:
    «Tanti auguri all'Unione, ex Gad. Le pronostichiamo un grande futuro, naturalmente arcobaleno, come nei colori del simbolo. Al suo primo vagito l'Unione ha già affondato la Federazione, che dell'Unione doveva essere il timone. Infatti i partiti della Fed avrebbero preferito astenersi sulla missione in Iraq per non sfiorare il ridicolo di negare il rifinanziamento a truppe delle quali non si chiede più il ritiro. Però Fassino, Rutelli e Boselli hanno devoluto alla Federazione la propria sovranità in materia di politica estera e la Federazione l'ha devoluta a Bertinotti in nome dell'unità dell'Unione».

    Wednesday, February 09, 2005

    Altri schiaffi dalla realtà

    Ormai è l'analisi che nelle ultime settimane preferisco sottoporre alla vostra attenzione, anche se rischia di diventare un "tormentone", l'analisi che la forza dei fatti sta imponendo anche a media e commentatori riottosi, l'analisi sotterranea che riviene alla luce con ognuno degli ultimi eventi di politica internazionale. Lungi dall'aver provocato quelle catastrofi e quei danni irreparabili che esperti cinici e bari, intellettuali e politici antiamericani corretti avevano predetto, sperandoci in cuor loro, le politiche "attive" di Bush e Sharon, due che hanno deciso che bisognava "sporcarsi le mani" per cambiare la realtà, stanno producendo dei risultati, che vanno certo consolidati, ma che stanno lì a dirci che la via intrapresa è quella giusta.

    «La mano di Bush» sul cessate-il-fuoco annunciato ieri da Sharon e Abu Mazen si manifesta con tutta la sua evidenza a Franco Venturini (Corriere della Sera), mentre il solito Giuliano Ferrara (Il Foglio) spiega da par suo che questa tregua nasce da politiche di sacrificio e impop0olari, non dalle facili retoriche pacifiste:
    «La tregua nasce dall'unilateralismo dei piani di autodifesa dello Stato d'Israele di fronte al terrorismo suicida dei martiri di Allah, nasce dalla testa e dalla pancia di Sharon, nasce dalla repressione dispiegata nel territorio, dall'intimidazione e dalla politica di terra bruciata il cui costo drammatico è stato pagato dalla popolazione civile palestinese, dalla denuncia delle responsabilità del rais e dal confino interno imposto alla leadership di Arafat; la tregua nasce da un asse israelo-americano che esclude l'Europa di Bruxelles e i suoi finanziamenti a Hamas... La grande tregua è figlia delle decisioni unilaterali sul ritiro da Gaza e da parte della Cisgiordania, del discorso del giugno 2002 con cui Bush rassicurò Israele escludendo Arafat da qualunque interlocuzione e diede una speranza ai palestinesi riconoscendo per la prima volta con quella chiarezza il diritto a uno stato per quel popolo disperso.
    (...)
    Vi diranno che si ricomincia da Oslo, che la pace ha sempre gli stessi colori e che è una conquista spirituale, ma non è così: la pace nella storia è generalmente il portato della vittoria della buona politica e dell'impiego intelligente della forza». Leggi tutto

    Rice in Paris

    Condoleeza Rice ha offerto ieri una nuova partnership transatlantica a "quella" parte di Europa che si è messa di traverso alla politica "attiva" di Washington negli ultimi anni. E' un fatto che a "quella" parte di Europa, per interesse, ma anche, cosa ancor più grave, per assenza di moralità politica, va benissimo lo status quo, non importa a quale prezzo se a pagare sono altri popoli.
    «Ladies and gentlemen, this is a time of unprecedented opportunity for our trans-Atlantic partnership... If we make the pursuit of global freedom our overarching organizing principle for the century, we will achieve historic global advances for justice and prosperity, for liberty and for peace... A global agenda requires a global partnership».
    (...)
    «We know we have to deal with the world as it is. But we do not have to accept the world as it is. Imagine where we would be today if the brave founders of French liberty or of American liberty had been content with the world as it was». Leggi
    Ora l'offerta è stata fatta, anzi rinnovata, e resa ancor più forte da fatti che non consentono più di appellarsi ad alibi del tipo "l'America è avventata e irresponsabile, l'Europa saggia". Gli europei sono avvisati: l'obiettivo strategico americano è la promozione della democrazia. Sta a loro decidere se ci stanno o no, consapevoli che accettare comporta innanzitutto degli oneri.

    Bugie griffate. Gianni Riotta ha descritto perfettamente questo stato di cose sul Corriere della Sera di oggi:
    «La lezione è chiara: accettare lo status quo come catafratto a ogni mutamento è sbagliato, la guerra di posizione delle vecchie ideologie e degli assunti decrepiti non vince, la guerra di movimento che prova a operare tra le virtù e gli orrori del mondo globale è il solo cammino possibile.
    (...)
    L'11 settembre 2001 ha persuaso gli americani che l'equilibrio post guerra fredda ammazzava il loro Paese, e hanno reagito, da Kabul a Bagdad, con mosse azzeccate (rimuovere Talebani, basi di Al Qaeda e Saddam) ed errori tattici (torture ad Abu Ghraib, saccheggio in Iraq, eccessi di propaganda). Francesi e tedeschi hanno creduto invece che si potesse aspettare e hanno perduto l'iniziativa. Adesso tutti prendono atto che la guerra di movimento è più adatta al nostro turbolento tempo della trincea sonnacchiosa.
    (...)
    L'orrore della guerra mondiale ha reso incerta la nostra mano, e il manto nobile della pace ha coperto comode ipocrisie: "Le guerre non risolvono mai nulla" è bugia griffata da grandi firme, dimentiche delle giornate luminose del 25 Aprile 1945 e della Repubblica».
    Brendan Miniter, sul Wall Street Journal, sembra pessimista sulla sincerità dell'adesione della "vecchia Europa" al progetto americano: Francia e Germania si riallineano perché soffrono di un insopportabile isolamento, perché è nei loro interessi riallinearsi, visto che le cose in Iraq stanno procedendo col piede giusto nonostante non abbiano contribuito in alcun modo.
    «Of course, the forward-looking component of President Bush's foreign policy - liberating oppressed people through constant pressure (diplomatic at first) on tyrannical regimes - will continue to be opposed by France and Germany, among other nations. Old Europe isn't able to muster the military might to be much more than a symbol of unity in this struggle anyway. Besides, it's much easier to enjoy the peaceful world the U.S. creates, than it is to fight to secure that peace. In economics, this is called the free-rider problem - old Europe is taking advantage of America's success while avoiding risk.

    In confronting Iran and Syria or pressing for democracy in Egypt or Saudi Arabia, President Bush can expect little support from either France or Germany. But when American policies begin to succeed, when the U.S. leads the world to greener pastures ahead, we can expect all the wayward cows to return» Leggi tutto

    Tuesday, February 08, 2005

    I ritardati della storia, "treccartari" della memoria

    Quelli che i fatti gli danno torto ma hanno il potere di raccontarteli come vogliono

    Quiz. Chi sono? Diventano socialdemocratici quando la socialdemocrazia, ormai un ferro vecchio del '900, è esaurita per missione "storica" compiuta (il welfare state). Scriveva poco tempo fa John Lloyd sul Riformista che «Blair non vince da socialdemocratico». Oggi hanno come progetto l'unità dei riformismi dopo aver demonizzato e affossato quel progetto vent'anni fa.

    Il sospetto è che le timide autocritiche del segretario Fassino al Congresso Ds nascondano i comunisti di sempre. Il mese scorso ricorrevano i 5 anni dalla morte di Bettino Craxi, l'unico della prima Repubblica che non ha fatto in tempo a riciclarsi. Gli hanno gettato addosso insulti, fango e monetine. Hanno voluto abbatterlo per via giudiziaria, per poi, come uno strano scherzo del destino, depredarlo dell'obiettivo politico di una vita: il «socialismo tricolore, sulle note dell'Inno di Mameli e nell'unità dei vari riformismi, era anche il progetto di Craxi... l'uomo - parole del segretario della Quercia nel suo libro autobiografico "Per passione" - che aveva avuto ragione sul piano politico negli anni in cui Berlinguer aveva avuto torto». Ce lo ha ricordato Stefano Folli sul Corriere della Sera di ieri Leggi.

    Ma loro, i PCIsti, semplicemente detestavano che fosse lui, Craxi, il demiurgo dell'esperimento socialdemocratico e riformista italiano. L'hanno voluto loro il giochino, adesso lo difendono, ma che cosa sono oggi? Con quali facce si presentano davanti al Paese? Socialdemocratici? Riformisti forse? No, i comunisti di sempre!
    «L'autocritica da parte del gruppo dirigente diessino si presenta come uno sforzo meritorio, ma appare gravata da una contraddizione irrisolta. Si riabilita Craxi al pari di Nenni o di Saragat, si riconosce che avevano ragione coloro che la pensavano diversamente (ieri sulla Nato e il mercato comune, oggi sull'Iraq), ma il gruppo dirigente resta immutabile e impermeabile. Dove sono, al vertice, i rappresentanti di chi ha avuto ragione, gli eredi di chi ha interpretato il "riformismo" in epoche storiche in cui non era facile farlo perché il più forte partito della sinistra era schierato contro?»

    Monday, February 07, 2005

    Risarcimenti. Battista fa il Friedman

    Adesso si scopre che la guerra contro Saddam era "antifascista"? Ritardati mentali!

    Mi chiedo: ci voleva tanto per leggere su uno dei principali quotidiani italiani che quanti si oppongono al processo di democratizzazione in Iraq e al governo Allawi uccidendo civili iracheni e truppe straniere non sono guerriglieri, o terroristi, o "resistenti", «secondo le distinzioni imposte dall'oramai stucchevole disputa terminologica che ammorba il dibattito italiano, non senza la coda di drammatiche baruffe giudiziarie. Ma "fascisti», semplicemente e brutalmente "fascisti"»?

    Eppure non è un'analisi azzardata se sul liberal New York Times, il liberal Thomas L. Friedman lo scrive e da anni. Resta da chiedersi come mai nell'era di internet e della comunicazione globale sia potuto accadere che un'opinione così autorevole della stampa americana sia stata censurata per tutti questi mesi. E' Pierlugi Battista a rompere questo tabù da noi. Solo ora il Corriere scopre che la «più frequentata chiave interpretativa della vicenda irachena, dall'inizio della guerra in poi», ribaltava la realtà. Nessuno tra chi poteva, e doveva, ha gridato "No" fino a rendere inaccettabile quella totale mistificazione.

    Un'altra superba operazione di egemonia politico-culturale della sinistra, che come nelle migliori tradizioni comuniste ha stravolto i significati storici e gli usi linguistici, riuscendo a dare cittadinanza nel dibattito pubblico a una visione mistificatoria e propagandistica al solo scopo di scatenare l'odio contro l'America. Operazione, fino a oggi, riuscita.

    «L'evocazione della "Resistenza" come paradigma esplicativo della lotta armata antiamericana in Iraq non è infatti solo un richiamo simbolico o una pur logora suggestione storiografica, ma rappresenta inevitabilmente una rilettura della vicenda irachena... Implica infatti che le truppe d'"occupazione" angloamericane incarnino un ruolo storicamente simile a quelle tedesche in Italia nel '43-45 e assegna ai "resistenti" uno status politico e morale simile a chi, in quel biennio cruciale, si batteva per la libertà... e la cacciata dell'invasore. Le elezioni irachene della scorsa settimana hanno drasticamente sbriciolato questa chiave di lettura... perché fanno somigliare l'Iraq del 2005 sì all'Italia, ma all'Italia del dopo 25 aprile 1945 o, se si preferisce, a quella parte d'Italia progressivamente liberata ("occupata", ma "liberata") dagli Alleati ancor prima del 1945. Con la conseguenza che i "resistenti" appaiono più simili ai combattenti di Salò che ai "partigiani", testimoni armati di un passato che oppongono certo "resistenza", ma resistenza alla democrazia e alla nuova libertà».
    Lauti risarcimenti "intellettuali" non giungeranno mai a Bernard Lewis, Paul Berman, Andrew Sullivan, e a Fiamma Nirenstein, che «nel mondo e in Italia si sono affannati a definire, in solitudine e spesso accompagnati dal dileggio, "antifascista" la guerra contro Saddam e per l'Iraq libero».

    Lo schiaffo morale di Condoleeza

    Da una segnalazione di 1972

    «In each case, the Bush Administration is seeking to tilt the balance of power towards freedom. Contrast this with the EU, fêting Robert Mugabe, withdrawing its support from anti-Castro dissidents, seeking accommodation with the Iranian ayatollahs. When Europeans talk of "stability" and "constructive engagement", what they often mean is doing deals with dictators. A case can, of course, be made for such an approach. But, whatever else it is, it is not ethical. Miss Rice, by contrast, talks without embarrassment about exporting liberty. "There cannot be an absence of moral content in American foreign policy," she says. "Europeans giggle at this, but we are not European, we are American, and we have different principles."» Leggi.

    Sunday, February 06, 2005

    La democrazia ha giocato le sue carte: finora un poker

    A lungo atteso, è uscito ieri l'editoriale del neocon Weekly Standard sulle elezioni irachene, firmato da Robert Kagan e William Kristol. Ben quattro successi democratici nel «mondo reale», non quello dei cinici né quello degli antiamericani - il voto in Afghanistan, la rivoluzione arancione in Ucraina, la morte di Arafat e il conseguente successo elettorale di Abu Mazen, il voto in Iraq - fanno ora pensare a molti che sia questo l'inizio del grande cambiamento nell'intera regione mediorientale. Eppure, fino a due settimane fa, la convinzione più diffusa tra i commentatori e i politici più autorevoli era che la democrazia non poteva più essere un obiettivo degli Stati Uniti in Iraq, per non parlare in Medio Oriente e nel mondo islamico.

    Ora ci viene detto che saranno elette le persone sbagliate, non abbastanza liberali, e che le elezioni non garantiscono la democrazia:
    «But, the fact is there can be neither democracy nor liberalism without elections... How can anyone living in this flourishing democracy tell the people of Iraq that they should not vote for their own leaders, that they are not "ready"?
    (...)
    President Bush never accepted the notion that Iraqis or other Arab or Muslim peoples are not "ready" for democracy. As a result millions of Iraqis (and Afghans) have now voted. How will this remarkable exercise of democracy affect the rest of the Arab and Muslim world? We remain confident that progress toward liberal democracy in Iraq will increase the chances that governments in the Middle East will open up, and that the peoples of the Middle East will demand their rights. And the chances increase every time the president singles out nations like Egypt and Saudi Arabia, or Iran and Syria, for special mention, as he did in the State of the Union».
    Gli esperti che avevano previsto le peggiori catastrofi, anziché riconoscere di essere stati smentiti dai fatti, hanno solo spotato in avanti le loro previsioni e ne hanno fatte di nuove (come queste). E i Democratici?
    «In Kennedy's world, as in John Kerry's, the dream will never die, and the Vietnam war will never end. But where are the other Democrats, even a handful of them, to stand up and applaud the gains of democracy around the world?
    (...)
    Is it so hard for Democrats, with the next presidential election still almost four years off, to overcome their Bush-hatred just for a moment in order to join in supporting the cause of freedom and democracy?
    (...)
    There was a time when the spread of freedom was a foreign policy ideal Democrats cherished».
    Il senatore democratico Joseph R. Biden è uno che ha le idee chiare:
    «Before we can begin to responsibly disengage from Iraq, two conditions must be met. First, an elected Iraqi government and constitution considered legitimate by the country's main factions must emerge. Second, that government must develop the capacity to provide law and order, deliver basic services and, most important, defeat the insurgency. Last Sunday's elections were an important step toward meeting the first condition, but they did little to advance the second». Leggi
    In "Nascita di una Democrazia" l'analisi di Reuel Marc Gerecht, sempre sul Weekly Standard: «Soon the whole Middle East will see Iraq's national assembly at work».
    «The January 30 elections will do for the people of Iraq, and after them, in all likelihood, the rest of the Arab world, what the end of the European imperial period did not: show the way to sovereignty without tyranny. For the first time really in Arab history, people power has expressed itself democratically».
    I musulmani del Medio Oriente hanno infatti sperimentato ogni cattiva ideologia occidentale che gli promettesse una veloce via verso l'indipendenza.
    «The most of the Sunni Arabs who watched the Iraqi elections on satellite television probably both admire and feel ashamed of what happened... Our Muslim "allies" in the Middle East are much less likely to get over it. They saw on television what their subjects saw: The American toppling of Saddam Hussein has allowed the common man to become the agent of change».
    Una C-Span irachena:
    «Just imagine the possibilities of pan-Arab dialogue when Iraq begins to broadcast the debates within the new national assembly... If the Bush White House were wise, it would ensure that all parliamentary debates are accessible free via satellite throughout the entire Middle East. Such Iraqi C-SPAN coverage could possibly have enormous repercussions. For just a bit of extra money, Washington should dub all of the proceedings into Persian, remembering that Baghdad's echo is easily as loud in Tehran as it is in Amman and Cairo. The president has stated that he wants to stand by those who want to stand by democratic values. This is easily the cheapest and one of the most effective ways of building pressure for democratic reform».
    Infine, ricordare 5 «verità» sull'Iraq: l'Iran degli ayatollah è stato il più grande sconfitto del voto di domenica scorsa; è un bene che finisca il governo di Allawi e della Zona verde, legati all'occupazione; l'Alleanza degli sciiti e i curdi rivedranno i programmi di addestramento militare, di polizia e di intelligence - ed è un bene; se Chalabi avrà influenza nella nuova assemblea la Cia e il Dip. dovranno ritirare gli agenti che lo hanno combattuto; continuare a pregare ogni notte per la salute, il benessere e l'influenza del grande Ayatollah Sistani.

    E' interessante la tesi dell'editoriale di Thomas Friedman sul New York Times di oggi: le taglie su Bin Laden e Al Zarqawi non stanno funzionando e lanciano il messaggio sbagliato:
    «The U.S. should announce that it is lowering the reward for bin Laden from $25 million to one penny, along with an autographed picture of George W. Bush. At the same time, it should reduce the $25 million reward for Abu Musab al-Zarqawi, the chief terrorist in Iraq, to one pistachio and an autographed picture of Dick Cheney».
    Andrew Sullivan spiega sul Sunday Times che il giornalista Seymour Hersh non ha mai fonti credibili e che non è in agenda una guerra all'Iran, il regime change invece sì. Non con le bombe, se non con la potente bomba di un Iraq democratico ai suoi confini. Esponenti neocon di spicco potrebbero finire all'Onu sull'esempio di Jeane Kirkpatrick e Daniel Patrick Moynihan ai tempi di Reagan.

    Ancora atti di sedizione democratica

    Ecco un'altra dichiarazione che Fassino definirebbe «inquietanti moniti» come quelli di Bush all'Iran.
    «Ovviamente siamo preoccupati... è importante che la Russia renda chiaro al mondo che è suo intento rafforzare lo stato di diritto, rafforzare un sistema giudiziario indipendente, permettere una stampa libera... Tutti questi sono elementi base della democrazia».
    Condoleeza Rice, segretario di Stato Usa
    Non importa se suoni o meno come una minaccia alle orecchie di Piero Fassino e della sinistra italiana, spero solo che si possa ancora parlare di democrazia e cercare di promuoverla senza essere accusati di voler mettere a ferro e fuoco il mondo.

    Saturday, February 05, 2005

    Radicali verso una decisione (s)contata?

    Mastella scherza con Pannella e la delegazione radicaleQuanto costa anche a molti radicali, questa idea dell'"ospitalità"?

    I 2/3 dei radicali "storici" non seguirebbero il movimento di Pannella & Co. verso destra. Circa 1/3 non lo seguirebbe verso gli odiati "comunisti", i vertici della sinistra responsabili della più dura conventio ad excludendum. Ma non sono questi voti già persi? Quanti di questi hanno già votato a destra o a sinistra nelle scorse elezioni? In chi rivela una ostilità tale, per Berlusconi da una parte e per i "comunisti" dall'altra, da abbandonare i radicali pur militando o simpatizzando per loro, probabilmente ha già prevalso la logica maggioritaria che suggerisce di non sprecare il proprio voto in terzi poli senza chance di successo.

    Piuttosto, mi pongo una domanda che non ho sentito fare in giro: quanti elettori in questi anni, a destra come a sinistra, non hanno votato i Radicali proprio perché non schierati? Proprio chi ha sempre votato Berlusconi più contro gli altri, o chi ha votato il centrosinistra contro Berlusconi, potrebbe vedere nei Radicali finalmente schierati il volto più presentabile del centrodestra in un caso, uno slancio di liberalismo e di rinnovamento nella sinistra nell'altro caso.

    In politica, si sa, di garanzie non ce ne sono. L'unica cosa garantita è, come ha fatto presente Emma Bonino, che i Radicali da anni stanno attraversando un deserto di illegalità e ad oggi la borraccia si è svuotata e le scarpe consunte. Si è trattato allora di chiedere "asilo politico" al regime per avere il "privilegio", visto che il diritto è negato, di portare al suo interno elementi di contraddizione, "contaminazioni" liberali e di legalità.

    La soluzione dell'"ospitalità", concetto che implica un rapporto tra estranei, è servito per far breccia in due poli che da anni, alle prese con la loro instabilità e debolezza interna, mai hanno avvertito l'esigenza di un rapporto con i Radicali. Serve ai Radicali come garanzia di rimanere ciò che sono, di non rinunciare ad alcuna delle loro battaglie.

    Dal vertice dell'area svoltosi ieri all'hotel Ergife di Roma, mi pare che si possano individuare due linee, o meglio, due approcci. Da una parte coloro che il discorso dell'"ospitalità" non l'hanno mai digerito, o che ormai l'hanno superato, i quali pendono verso uno o l'altro dei poli e hanno fatto comunque una scelta politica, di campo, di "valore". Questi approcci, Benedetto Della Vedova per un verso, Marco Cappato per l'altro, si discostano dall'analisi fatta da Pannella: l'illegalità della vita istituzionale e politica del nostro Paese è ormai un fatto compiuto, non più solo in fieri, e i due poli sono «antropologicamente» due facce della stessa medaglia.

    Premessa tale analisi, i Radicali non sono lì con il bilancino per vedere chi è "meno peggio", e per esaminare le differenze di valori o programmatiche, ma chiedono "ospitalità" rispondendo a un vero e proprio «stato di necessità». Anni di lotte nonviolente e referendarie per impedire che lo Stato italiano assumesse il carattere di illegalità permanente che oggi lo contraddistingue hanno prodotto risultati impensabili, ma ora non avrebbe più senso continuare a "resistere" affinché questo stato d'illegalità non si incardini, non diventi un «connotato storico, sociale, antropologico». Esso ormai è un fatto compiuto e i due poli sono «antropologicamente» due facce della stessa medaglia. Da qui l'esigenza di «pagare i prezzi necessari, anche nobili» per cercare di «riprendere forza».

    Coloro che si muovono nell'ottica dell'"ospitalità" - perché restando fuori è possibile solo offrire una presenza di "testimonianza", senza alcun peso politico - sono pronti anche a scelte "obtorto cuore", purché presentino reali possibilità di agibilità politica radicale, senza rinunciare a nessun tema. E' il caso di Marco, Emma, Capezzone e molti altri, "giovani" e "vecchi". Nessuno «scontro generazionale» tra il «padre padrone», che guarda alla CdL, e i giovani leader che guarderebbero a sinistra, come ipotizza il Riformista oggi. Né hanno fondamento le etichette attribuite su Il Foglio ("Capezzone pende verso il Cav. Bonino no, ma si defila").

    Il grande slancio provocato nel centrosinistra dall'appello dei 150 parlamentari ha fatto breccia, prima nei vertici della Gad, poi nel cuore di Pannella, infine in quello di Berlusconi, riuscendo finalmente a smuovere la volontà del premier colto dalla preoccupazione della somma elettorale che i suoi avversari avrebbero acquisito. Tuttavia, il Cav. è oggi in una posizione che gli permette di sostenere un'asta al rialzo, mentre Prodi - con una leadership ancora assai debole e confusa e una coalizione che arriva costantemente in ritardo agli appuntamenti con la storia radicale - no. Ho l'impressione, il timore, che resterà comunque l'amaro in bocca per scelte necessarie ma senza troppe convinzioni.
    Ha detto oggi Marco: certe scelte, come quella di andare con i partiti comunisti o di destra sono «rifiutate dal cuore, ma il cuore ha le sue ragioni che la ragione può anche non accettare. E' legittimo pensare di dover andare "là dove ti porta il cuore", ma occorre anche saper andare là dove il cuore non vorrebbe che tu andassi».

    Update, 6 febbraio. Può sembrare logico che dopo la disponibilità espressa da entrambi i poli a ospitare i Radicali, debba essere Pannella a decidere, ma a ben vedere non lo è. Mentre Berlusconi si è seduto senza condizioni a un tavolo con Pannella e i Radicali per discutere le caratteristiche di questa "ospitalità", cioè il quanto e come sarà spiegata e valorizzata, esponendosi ovviamente alla riuscita o al fallimento, da parte del centrosinistra si pretende un matrimonio al buio, che l'ospite sia tirato dentro casa senza sapere cosa lo aspetti oltre la soglia. E' legittimo il timore di esporsi da parte dei vertici della Gad, ma i Radicali sono obbligati a vedere le carte di entrambi gli schieramenti prima di effettuare la scelta definitiva. Se scegliessero al buio, sarebbe facile per l'"ospitante" mangiarsi l'"ospite" in un sol boccone. A seconda di come fosse vissuta e usata oggi, l'ospitalità potrà essere o no determinante anche in vista delle elezioni del 2006.

    Pannella oggi sul Corriere della Sera si rivolge ai vertici della Gad, chiedendo solo di poter «verificare praticabilità, mezzi e forme» dell'"ospitalità", così come sta facendo con Berlusconi. Importa ed è lecito sapere se si viene ospitati in «stalle» o in «suites»; se sarà data «tecnicamente la possibilità di raccogliere firme legalmente»; se saranno fissati «criteri di presenza negli spazi pubblici di informazione e dibattito»; se, insomma, l'"ospitalità" sarà spiegata, «vissuta con forza e valorizzata». Leggi
    Dice oggi Capezzone: «C'è un viandante che chiede ospitalità, e gli si dice che deve "consegnarsi", senza sapere bene cosa accadrà e cosa gli accadrà, come e dove sarà o sarebbe ospitato...» Leggi

    Dall'altra parte, per la leadership di tipo carismatico di Berlusconi, oltre che «per le circostanze politiche nelle quali si trova» il Cav., è certo più facile. Ma sta ai vertici del centrosinistra dimostrare che «verificare praticabilità, mezzi e forme» dell'"ospitalità" è possibile anche in una realtà, come la loro, di leadership ancora debole e confusa, che arriva costantemente in ritardo agli appuntamenti con la storia radicale.

    L'America ha avuto ragione, sta all'Europa riconoscerlo. In fretta per favore

    Sottoscriviamo il column di Biagio de Giovanni, oggi sul Riformista: «Tutti i luoghi caldi del Medio Oriente sono in movimento. Nulla è più fermo e nulla può restare fermo, dal conflitto iracheno a quello arabo-israeliano». Bush e Sharon hanno avuto ragione che Arafat fosse un ostacolo, la vecchia e stanca Europa ha avuto torto.

    L'Europa, potenza saggia e civile, ostile non solo all'uso della forza ma anche ad ogni cambiamento, esercita il suo ruolo come «difesa conservativa di uno statu quo» da cui non ricava crescita e che condanna all'oppressione i popoli di un'intera regione.
    Anche in Iraq c'è oggi «un terrore senza nessuna legittimazione di resistenza, terrore allo stato puro, che (perfino) tutta Europa dovrà chiamare tale, senza più alibi, debolezze, cincischiamenti, sottili distinzioni da accademia giudiziaria».
    Democrazia e libertà devono tornare a essere pronunciate dalla sinistra e far parte di una «lotta militante».
    «La democrazia non nasce dalla guerra, ma la guerra - riconosce de Giovanni - ne ha posto la necessaria premessa, smentendo la banale comune affermazione che la guerra non risolve mai niente».
    Se il tema della democrazia riprende il suo «slancio» è perché in Iraq le elezioni rappresentano «un atto di sedizione globale», che ridà valore a principii stanchi perché da noi ovvii, ma «gli unici in grado di cambiare il mondo in meglio».

    Vi sono le premesse perché l'indice dei rapporti transatlantici torni a risalire, partendo dalla premessa che è l'Europa franco-prussiana a doversi avvicinare alle posizioni americane, inglesi e italiane, e dalla presa di coscienza della totale inadeguatezza dell'Onu.

    Sul Corriere della Sera di oggi, Angelo Panebianco ha apprezzato i passi avanti fatti da Fassino al Congresso Ds sulla questone irachena, il dubbio di non aver fatto abbastanza contro Saddam Hussein e la "scoperta" che i resistenti sono gli iracheni non i terroristi: «Il seme del dubbio su una questione cruciale (che si fa contro le tirannie?) è stato gettato». Ma non è sufficiente «a dare ai Ds una visione della politica internazionale».
    «Questa visione non potrà emergere se prima il centrosinistra non avrà smantellato alcuni feticci che nel corso del tempo si è costruito nell'illusione di potere nascondere vuoto di politica e divisioni interne. Il principale di questi feticci è l'Onu.

    Serve a poco opporre argomenti razionali (come il fatto che due risoluzioni dell'Onu legittimano la presenza delle truppe oggi in Iraq). Bisogna chiedersi come abbia fatto la sinistra ad imbozzolarsi dentro un così esile mito politico. Certo, c'entra l'opposizione agli Stati Uniti. Seguendo la Francia, la sinistra ha creduto che l'Onu fosse una buona arma contro gli americani.
    Ma c'è dell'altro. Venuti meno le identità e i riferimenti internazionali della guerra fredda, la sinistra italiana cercò, alla disperata, dei rimpiazzi. Uno di questi credette di trovarlo in quella visione salvifica dell'Onu che in Italia era stata a lungo appannaggio della sinistra democristiana...

    Da qui una mitizzazione dell'Onu che impedisce alla sinistra di vederla per ciò che è: un'arena, talvolta utile, di confronto fra i divergenti interessi degli Stati».

    Il nuovo sequestro della "resistenza" irachena

    «Inutile, per noi, sottolineare quanto siamo in disaccordo con lei e quanto vogliamo che sia liberata» (G. Ferrara).

    Vittorio Agnoletto è il primo a tagliare il traguardo della corsa alla cazzata sul sequestro della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. «Chi tocca Falluja viene rapito, prima la giornalista di Liberation, ora Giuliana», osserva insinuando l'attività dei servizi segreti americani intenti a nascondere al mondo il fantomatico "massacro di Fallujah". Come l'anno scorso si accreditò, con la complicità dell'Onu, il massacro di Jenin a opera degli israeliani, poi rivelatosi infondato, oggi nuovo capitolo della disinformatia, nuovo mito di quella lunga leggenda antiamericana di cui si nutrono i fascisti e i comunisti (a vostro piacimento) che si sono riuniti a Porto Alegre. Ma pensare il "probabile", e cioè che Fallujah è la zona più calda e piena di terroristi dell'Iraq intero è davvero chiedere troppo?

    Scrive il Riformista rivolgendosi al giornale per cui lavorava la Sgrena:
    «Aveva ragione la Jena, quando ebbe il coraggio di scrivere l'ovvio: tra i marines e i tagliatori di teste, meglio i marines. Il Manifesto... tra tutti i fogli della sinistra cosiddetta radicale dovrebbe dunque essere il più pronto a leggere la realtà, a discernere il terrore e il banditismo dalla lotta di liberazione nazionale. E anche a proposito della lotta di liberazione nazionale dovrebbe chiedersi se ormai, a processo democratico avviato, essa non debba ripudiare la violenza per esprimersi in forme politiche.
    (...)
    Forse quei ribelli sarebbero meno aggressivi se sapessero che le loro imprese non trovano sponde ideologiche all'estero. E' una tragica circostanza del destino che proprio il collettivo del Manifesto sia costretto a questa riflessione dall'ansia e dall'angoscia per la sorte di una sua compagna. Aiuterebbe la rilettura della frase pronunciata al congresso ds da Fassino: i veri resistenti sono gli otto milioni di elettori che hanno votato in Iraq. Ma, per rileggerla, al Manifesto devono prima pubblicarla, visto che ieri è stata censurata...»

    Comunisti dentro

    Almeno per Christian Rocca, che nota i passi avanti sull'Iraq e sull'ingerenza democratica fatti al Congresso da Fassino e D'Alema, ma non può che rinnovare il medesimo giudizio su chi compie sempre gli stessi errori. Comunisti perché hanno sempre inseguito l'egemonia culturale riscrivendo la storia in modo da presentarsi come gli unici depositari di una saggezza e una moralità superiori.
    «La storia, se non la cronaca, gli ha sempre dato torto eppure sono sempre loro, i migliori, a far da Cassazione, a raccontarla e a rispiegarla senza mai prendere atto delle cantonate, piuttosto ribaltando gli argomenti di un tempo e mantenendo la medesima sicumera di allora».
    Fassino.
    «Lui è il migliore dei postcom. Nel suo volto c'è sempre una certa sofferenza ogni qual volta è costretto a dire una cosa a cui non crede, tipo ritirare le truppe dall'Iraq. Soffre. Sa che non sta né in cielo né in terra. Sono cose che non vorrebbe dire, ma si capisce che le dice perché deve farlo. Eppure: perché deve farlo? Tony Blair non lo fa, per esempio».
    Dopo un paio di frasi azzeccate, Fassino è «ripiombato» nel consueto stato catatonico, invocando un piano dell'Onu per l'Iraq che già c'è e procede come un orologio svizzero, definendo «inquietanti moniti all'Iran» queste parole di Bush: «L'Iran è il primo sponsor mondiale del terrorismo e priva il proprio popolo della libertà che richiede e merita».

    Friday, February 04, 2005

    Il celebrante della Pax europea

    Romano ProdiPace, pace, pace! at home e abroad e un "programma" fatto solo di aggettivi superlativi.

    Romano Prodi ce la farà ad arrivare alle elezioni del 2006 alla guida del centrosinistra? Io spero di no. Meglio Veltroni, meglio persino Rutelli. "Noi siamo quelli della pace". E' tutta qui la politica estera che Prodi propone nel suo intervento di oggi al III Congresso Ds. La pace che Prodi indica al centrosinistra, alla quale egli non accosta nemmeno il tema dei diritti fondamentali da garantire ad ogni uomo e donna, si riduce fatalmente in "non-guerra", in schiavitù e shoah per i popoli oppressi. Né promozione della democrazia né diritti, né libertà hanno cittadinanza nel centrosinistra che ha in mente Prodi. Tutti sostantivi che non trovano neanche spazio in un'ora di discorso.

    Piero Ostellino porge in questo modo i suoi auguri a Fassino, confermato segretario dei Ds, dalle pagine del Corriere della Sera.
    «Perché il candidato a guidare la coalizione di centrosinistra non è Piero Fassino (forza), ma continua a essere Prodi? Il centrosinistra ha bisogno di un leader e Prodi non lo è. È, con tutto il rispetto e l'antica amicizia personale, un broker, un "intermediario", calato dall'alto dalle oligarchie dei partiti, che continuano a fissare autonomamente ciascuno la propria "agenda dei lavori", mentre lui non si pronuncia mai, nel timore di perderne il consenso.

    Del segretario Ds è più furbo e ha - buon sangue democristiano non mente - un più forte senso del potere, ma fine a se stesso, perché non ha alcuna "visione" del futuro o, quanto meno, non la esplicita, probabilmente nella convinzione (peraltro comprensibile) che, nella sua condizione di leader cooptato, sia più di ostacolo che indispensabile alla propria scalata al governo».

    Notte in bianco per i Radicali

    Alla ricerca di un satori "politico"

    Di qua o di là? Domani, dicono, si decide, ma serviranno stavolta a loro i tempi supplementari e i calci di rigore, forse anche il lancio della fatidica monetina. La disponibilità da parte dei due Poli sembra equivalersi, come forse anche la speranza che i radicali ci ripensino all'ultimo: che gran sospiro di sollievo sarebbe per tutti, ma proprio per tutti. Sembra uno di quei pronostici da 1 X 2.

    I radicali stavolta non toglieranno dal fuoco le loro castagne. Ce lo immaginiamo Pannella, una giornata particolare davvero, da leone in gabbia, tra esaltazione e ansie fino alle vertigini; in mezzo un'eredità da far fruttare e forse è l'ultimo treno. Tutti bravi a dare consigli secondo i propri intimi gusti di lana caprina, ma vi siete mai chiesti cosa convenga davvero ai radicali? Nessuno lo sa né può immaginarlo, questo è il fatto.

    Eppure ciascuno la sa lunga, ha le sue inconfessabili "debolezze" per-di-qua o per-di-là, e gratta gratta la butta lì: "sinistra-destra-da-soli, Marco ti prego!". Tanto chi ci perde? Mille e più analisi, tutte "vere" e le più acute, ma ammettetelo - su! - a schierarsi è il vostro di stomaco. E nessuno che se la senta di dire: "Di qua o di là, l'importante è votarvi".

    A meno di elementi discriminanti in possesso solo dei sommi vertici, siamo di fronte a un verdetto che solo l'istinto, il fiuto politico e umano, e d'impeto, può suggerire. A Marco e agli altri va il mio pensiero affettuoso: qui si tratta d'ispirazione... e di culo.

    Thursday, February 03, 2005

    Più chiaro di così...

    Discorso di un sobillatore democratico dei popoli del Medio Oriente

    L'Asse del Male è stato di nuovo avvertito con chiarezza, cartellini gialli anche per Egitto e Arabia Saudita. La questione Iran non solo in chiave nucleare ma in chiave regime change. Una dottrina perseguita con coerenza, ma non significa altre guerre. Più libertà sì. Tutto questo, almeno per la parte di politica estera, è stato il discorso del presidente Bush sullo stato dell'Unione.

    «Bold, bold, bold – bold» su tutti i temi. David Frum su National Review è entusiasta:
    «The speech was long, but not wordy: Its power came not from poetic flourishes, but from the clarity of its message and the firmness of its purpose. And yet the speech was not uncompromising or harsh».
    La chiarezza espositiva e programmatica di Bush viene riconosciuta anche da William Saletan su Slate. Una fermezza di cui parla anche Fred Kaplan. Bush non ha usato le elezioni irachene per annunciare la exit strategy: «Staremo in Iraq per molti anni», è la previsione. Sull'Iran invece il presidente sarebbe stato pericolosamente vago, ma non concordo. Solo perché non ha annunciato una nuova guerra non significa che le politiche per il regime change in Iran non saranno trasparenti ed efficaci.

    Bush ha dimostrato che intende dire davvero ciò che dice. John Podhoretz, sul New York Post, sottolinea la coerenza di Bush, che invita in modo garbato ma pressante anche tradizionali "amici" degli Stati Uniti come Egitto e Arabia Saudita a perseguire la via della democrazia. E offre un potente messaggio morale ai dissidenti iraniani: «As you stand for your own liberty, America stands with you».
    «Bush has learned from former Soviet dissident Natan Sharansky, among others, that the words of a president in support of those who seek liberty in an unfree land give hope and strength and help bolster the will to persevere».
    Per Max Boot, Bush ha le qualità di un leader in tempo di guerra, e nonostante le previsioni catastrofiche fatte da cinici e critici sulle sue politiche, queste stanno dando i loro frutti:
    «Much can still go wrong in the broader Middle East. Indeed, much has gone wrong already. There is no doubt that Bush has made plenty of mistakes. The mistake he has not made, however, is the most important of all: He has not lost his nerve... His vision, admittedly, is a long way from being fully realized, but it has taken a giant step closer to reality with the successful elections in Iraq and Afghanistan».

    Francia e Germania tornino dalla parte giusta della storia

    Era prevedibile che Thomas Freidman, sul New York Times, gioisse delle elezioni irachene. Attendevo il suo editoriale ed è arrivato.
    «What threatens America most from the Middle East are the pathologies of a region where there is too little freedom and too many young people who aren't able to achieve their full potential. The only way to cure these pathologies is with a war of ideas within the Arab-Muslim world so those with bad ideas can be defeated by those with progressive ones. We can't fight that war. Only the Arab progressives can».
    Con la nostra collaborazione, dei soldati americani e britannici. In questa visione Bush ha ragione, anche se commette degli errori.
    «We have to proceed with more wisdom and more allies. But proceed we must, and now we can at least do so with the certainty that partnering with the Iraqi people to build a decent consensual government is not crazy - it's really difficult, but not crazy».
    Attenzione agli scontenti: l'Iran e al-Zarqawi.
    «This election has made it crystal clear that the Iraq war is not between fascist insurgents and America, but between the fascist insurgents and the Iraqi people. One hopes the French and Germans, whose newspapers often sound more like Al Jazeera than Al Jazeera, will wake up to this fact and throw their weight onto the right side of history».

    Purtroppo siamo sempre lì

    Piero FassinoPiero Fassino, nella sua relazione al III Congresso dei Ds, non ha affrontato il tema di una vera e propria "rifondazione", necessaria e di impronta blairiana, della politica estera del centrosinistra, o per lo meno dei riformisti, italiani. Prima ha concesso cittadinanza alla mera realtà dei fatti di domenica scorsa - e pensandoci è già molto - poi è ricaduto nelle solite litanie stucchevoli.

    Il voto di domenica è «uno spartiacque». Ben detto...
    «A chi scioccamente e irresponsabilmente ha definito Al Zarkawi e i suoi accoliti dei resistenti, replichiamo che i veri resistenti sono quegli otto milioni di donne e uomini iracheni che votando hanno detto no alla morte e sì alla vita». Giusto, bravo, vai così...
    Secondo Fassino, gli iracheni hanno voluto dire che «vogliono essere padroni del proprio destino, lasciarsi alle spalle sia Saddam Hussein, sia la guerra, per costruire finalmente un Iraq libero».
    Ok, quindi... «Si convochi il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, si decida in quella sede l'avvio del ritiro delle truppe di occupazione e la loro eventuale sostituzione con una forza multinazionale di pace sotto egida Onu».
    Vabbè... non ci hai capito ancora un cazzo...

    Purtroppo siamo sempre fermi lì: quelle presenti in Iraq non sono «truppe di occupazione», ma già una «forza multinazionale di pace», investita da due risoluzioni dell'Onu e richiesta dal legittimo governo iracheno. Che non ne facciano parte, per loro legittima scelta, Francia e Germania, non cambia una virgola.

    Belle citazioni - s'intende che non avranno alcun seguito - giri di parole, grandi enunciazioni, ma non si capisce di che cosa sia fatto questo riformismo, che dovrebbe essere il «timone» della coalizione ma che fino a oggi è stato nascosto con la coda fra le gambe.
    Categoria Funzionari con la "F" maiuscola, ma non Leader.

    Wednesday, February 02, 2005

    Un presidente «event-making»

    "Signor presidente, non si rende conto che così manda all'aria la stabilità nella regione". "E' proprio quello che ho intenzione di fare"

    George W. Bush un presidente «provoca-eventi» che punta a passare alla storia con due progetti originariamente «opzionali»: Iraq e riforma della Social Security. L'analisi, oggi sul Wall Street Journal, è di Fred Barnes, direttore esecutivo del settimanale neoconservatore Weekly Standard.

    E' il filosofo Sidney Hook che ha diviso i personaggi storici in due categorie: quelli che «provocano gli eventi», e quanti li «subiscono» ("L'eroe nella storia"). I leader singolarmente adatti a guidare il cammino della storia (gli event-makers) e altri che affrontano i problemi o gli eventi storici come chiunque nella stessa posizione: gli eventful. Secondo Barnes, la maggior parte dei presidenti americani, da Jimmy Carter al primo presidente George H. W. Bush a Bill Clinton, rientrano nella seconda categoria. Sono «sostanzialmente leader al servizio degli affari correnti». George W. è invece uno che «pilota la storia provocandone gli eventi». Ecco perché il discorso di oggi sullo Stato dell'Unione «è puntato sui due grandi progetti della sua presidenza, la liberazione dell'Iraq e la riforma della Social Security».

    Clinton aveva affrontato i due crocevia che la storia gli aveva messo davanti (riforma della Social Security e terrorismo) con titubanze e incertezze. Non così Bush: «Entrambi i progetti erano optional. Bush solo ha deciso di portarli avanti». Ma l'«event-maker» non è immune da rischi: in Iraq l'insurrezione non è scomparsa dopo il voto, a Washington i democratici si sono impegnati a bloccare a tutti i costi la riforma della Social Security. Insomma, la partita con la storia è ancora tutta da giocare.
    Fonte: Ansa

    Laicità per la fede

    Don Verzé: «Fecondazione, i cattolici possono anche votare sì». E' l'intervista che il sacerdote fondatore del San Raffaele ha rilasciato oggi al Corriere della Sera: nulla può fermare la scienza, la ricerca deve essere spiegata e rispettata. La Chiesa presto dovrà accettare pillola e preservativo.

    Fede e scienza sono «gemelle»:
    «Oggetto della fede è la verità. Oggetto della scienza è la verità. L'errore sta nel contrapporle... si capisca che la verità va incontro ai liberi, ai liberi anche da se stessi. Non amo la Chiesa proibizionista. Amo la Chiesa illuminante».
    L'etica del ricercatore:
    «Nulla può fermare la scienza. La libertà, come la ricerca, va spiegata e rispettata; allora scansa il libertinismo distruttivo, perché è accompagnata dalla responsabilità individuale. La regola del buon ricercatore è l'equilibrio, l'intuito, il discernimento prudente. Io i miei ricercatori non li condanno mai. Coltivo in loro questa regola. Li stimo, li amo, e li incoraggio a rischiare, dopo aver ben calcolato, in nome della vita. Il fare può essere immorale; ma il non fare, e subito, lo può essere più spesso».
    L'atto coniugale:
    «La fecondazione omologa va vista come completamento dell'atto coniugale... suo tempo la Chiesa accetterà la fecondazione omologa in vitro, come accetterà, almeno per situazioni limite, la pillola contraccettiva e il preservativo. Per farlo capire a certi proibizionisti basterebbe che uscissero dalle affrescate stanze curiali e si intrattenessero per un po' nelle favelas e nei tuguri africani... La fecondazione assistita deve essere il modo di aiutare i coniugi legittimi a esercitare un diritto. Tutti hanno il diritto di avere figli... la scelta è individuale. Negare il diritto di avere figli è una stupidaggine contro natura».
    Un cattolico che vota sì:
    «Se è un cattolico libero, avverte la responsabilità di quel che fa, ha vera consapevolezza di sé e del valore del suo sé, in teoria potrebbe».
    Sul tema: Il sì dei cattolici non è disobbedienza (JimMomo)

    Sangue sul ferro per un "Berserker" d'oggi

    «Troppo semplice, e stupida, la posizione di chi è stato contro la guerra e ora esalta le elezioni senza rivedere il suo giudizio di ieri, quelle elezioni che della guerra sono il prodotto diretto, che sarebbero state impensabili senza le truppe angloamericane, senza la cacciata a colpi di bombe di Saddam Hussein, senza il lavoro sporco della Coalition Provisional Authority, senza la messa in mora dell'Onu e l'accettazione della divisione dell'occidente. Le elezioni in Iraq sono un atto di sedizione globale... un anello della catena della necessità politica, non una nuova versione dell'idealismo arcobaleno, della religione delle buone intenzioni umanitarie...».
    E' la conclusione dell'editoriale post-elezioni irachene di Giuliano Ferrara (1 febbraio). Con il fatto storico non trascurabile di un nuovo Iraq che nasce dalle ceneri di una guerra, ancora in corso, devono fare i conti tutti coloro che furono non solo contro la guerra, ma - è bene ricordarlo - anche contro la minaccia della guerra, e che si sono rifiutati di prendere in considerazione le sorti del popolo iracheno. Il "fatto guerra" dovrebbe far riflettere anche Marco Pannella, autore di quella proposta, "Iraq libero", alternativa sia all'evento bellico, sia al pacifismo.

    C'è dell'altro però. Le suggestive immagini retoriche («l'imposizione della libertà come modello, una misura rivoluzionaria di tipo imperiale»; la «nobiltà temprata nel ferro») che Ferrara sembra gustarsi, e che hanno trovato estimatori su National Review, nulla hanno a che fare con quella «dottrina strategica» maneggiata, mi sembra, con cautela persino da Bush e i neocon. Insomma, non è la vittoria, o la rivincita, della guerra come poteva essere concepita nell'Europa delle Nazioni, per intenderci all'epoca dei Napoleone, dei Bismarck... dei Wagner. E' semmai - tutti lo speriamo - la validazione di una dottrina "americana". Altra cosa è darsi alla furia guerriera come un Berserker dei nostri giorni (cos'è il Berserker: wikipedia; un'immagine, tanto per farsi un'idea).

    Il "dovere" di ingerenza. Principio che viene da lontano

    Democrazia e libertà possono tornare a essere cose di sinistra? L'interventismo democratico della sinistra liberale (vedi Blair) ha qualcosa da dire anche alla sinistra italiana? Le legittime domande poste da Antonio Polito sul Riformista di oggi (leggi l'articolo) sono lì che attendono una risposta... da Fassino naturalmente. La risposta esatta è la seguente:
    «Ogni stato ha la responsabilità di proteggere i suoi cittadini ma, quando non è in grado o non è disponibile a farlo, quella responsabilità deve essere assunta dalla più vasta comunità internazionale... In tale contesto, nel corso dei recenti conflitti, abbiamo avuto modo di ripetere questa convinzione a proposito della ingerenza umanitaria, concepita come una sorta di legittima difesa, e di quanto tale ingerenza si presenti come obbligo della comunità internazionale di garantire la sopravvivenza degli individui di fronte all'azione o inazione di uno stato o di un gruppo di stati».
    Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu.
    Non il «diritto» di ingerenza, ma il «dovere» di ingerenza è quello di cui ha sempre parlato Marco Pannella fin dai primi anni '80, affinché potesse «vigere» la Carta delle Nazioni Unite, che riconosce il diritto «storicamente naturale» alla democrazia e alla libertà. Non si tratta dell'esportazione della democrazia come sistema, spiegava Pannella all'indomani dell'invasione dell'Iraq (2003), ma di «rimuovere gli ostacoli frapposti all'esercizio della legalità e dei diritti fondamentali», che sono storicamente riconosciuti come naturali per ogni essere umano. Questa è la natura dell'«interventismo radicale», del «dovere di ingerenza». In termini giuridici esiste il nostro «obbligo» a intervenire per rimuovere quegli ostacoli.

    Un'enunciazione che porta a compimento un percorso che parte da lontano (dai primi anni '80) di definizione del principio di ingerenza. Tutto iniziò dalla lotta contro lo sterminio per fame nel mondo, quando occorreva proclamare il "dovere di ingerenza" dell'Onu ovunque «l'arma alimentare» venisse usata «a fini politici e di dominio provocando la morte per fame di inerti popolazioni», laddove le autorità legali locali fossero «complici, se non sole responsabili dell'olocausto». Partendo dal presupposto che la fame e l'ingiustizia nel mondo vanno lette come «minaccia alla pace», una «rottura della pace o un atto di aggressione», che i responsabili possono essere identificati e fermati.

    Laddove sono negati i diritti naturali della persona umana cessa il diritto positivo degli Stati alla propria sovranità, perché la salvaguardia dei diritti umani sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite non può conoscere frontiere e zone franche. Per questo, i radicali furono sostenitori di una linea di ingerenza politica nei Paesi totalitari dell'Est europeo da contrapporre alla stabilità e all'equilibrio di forze militari tra i blocchi. Per questo chiedevano all'Onu «l'estensione del potere di polizia, basato sul principio di ingerenza anche per i casi di genocidio e per quelli di difesa di minoranze oppresse».

    Un "dovere di ingerenza" che permea di sé anche l'europeismo come inteso dai radicali, «che vuole essere momento di scontro politico fra la concezione democratica-parlamentare e quella totalitaria, fra chi privilegia i diritti della persona e chi li sottopone gerarchicamente agli interessi dello stato, fra chi rivendica la necessità che il diritto non sia limitato dalle frontiere e chi difende la barbarie in nome della sovranità nazionale e del principio di non ingerenza».

    In un intervento sul Corriere della Sera (30 dicembre 1988) lo studioso francese Maurice Duverger si chiedeva se «si oserà riconoscere che il dovere di ogni cittadino e di ogni governo non è limitato dalle frontiere degli Stati e che queste non potrebbero impedire in alcun caso la prevenzione e la repressione delle violazioni della dignità umana?» Le democrazie «dispongono fin da ora di mezzi efficaci per incitare le dittature a rispettare progressivamente i diritti dell'uomo; in primo luogo il diritto dell'aiuto al Terzo e Quarto Mondo».

    Duverger sollecita dunque, scrive Angiolo Bandinelli, «un nuovo internazionalismo capace di abbattere il vecchio mito della sovranità nazionale e della "non ingerenza", in nome dei diritti dell'uomo e del cittadino... La promozione transnazionale dei diritti umani e civili può, e ormai dovrebbe, divenire obiettivo politico di fondo per forze politiche e civili consapevoli che il discrimine tra progresso e reazione, tra libertà e dittatura, corre nel mondo di oggi lungo questa linea. Che è linea di attacco, e non di mera difesa di enunciazioni senza conseguenze».

    Un principio pienamente accolto oltreoceano. C'è dell'altro. Polito ha citato l'arcivescovo, ma bastava andarsi a riprendere l'articolo nel quale James M. Lindsay e Ivo H. Daalder, entrambi esponenti di punta della Brookings Institution, think tank di area democratica clintoniana, sancivano l'inadeguatezza delle attuali istituzioni internazionali (Onu e Nato) avanzando la proposta di una nuova istituzione, una «formale» Alleanza delle Democrazie:
    «Le principali minacce alla sicurezza nel mondo di oggi giungono dagli sviluppi interni agli Stati. (...) In due dei tre ultimi casi (Serbia, Afghanistan, Iraq) il Consiglio di Sicurezza ha mancato di autorizzare esplicitamente l'uso della forza, nell'altro lo ha fatto solo implicitamente. (...) Oggi, il rispetto per la sovranità dello stato deve essere condizionata a come gli stati si comportano al loro interno, non soo all'esterno. La sovranità porta con sé una responsabilità a proteggere i cittadini contro la violenza di massa e un dovere a prevenire gli sviluppi interni che minaccino gli altri. I regimi che falliscono nell'adempiere a questi doveri e responsabilità dovrebbero perdere il loro sovrano diritto alla non-interferenza negli affari interni».

    Lo schiaffo della realtà colpisce anche oltreoceano

    «What if it turns out Bush was right, and we were wrong?». E' la domanda che sente di porsi Mark Brown, sul Chicago Sun-Times:
    «Maybe the United States really can establish a peaceable democratic government in Iraq, and if so, that would be worth something». Leggi
    Rich Lowry, su National Review, infligge la sberla più diretta ai democratici, che hanno abdicato dai loro stessi valori di riferimento: Wake up!
    «What's going on here? The heroic self-image of the Left is caught up with its opposition to fascism and its devotion to social justice and human rights. To see a Republican president topple a fascist dictator and do it increasingly in terms of the spread of justice and rights has to be irritating. What is left to do except cavil and whine?
    And so the Democrats progressively lose their capacity for hope. Come on guys, can't you muster a little Utopian dreaming, for old time's sake if nothing else? H. L. Mencken once described a Puritan as a person who can't stand the idea that someone, somewhere is having a good time. Contemporary Democrats are people who can't stand the idea that someone, somewhere is experiencing good news». Leggi
    Anche David Brooks, sul New York Times, riprende liberal incalliti e realisti d'annata:
    «Ted Kennedy gave a speech last week blithely insisting that the terrorists are winning the war for the hearts and minds of Iraqis. Brent Scowcroft warned of incipient civil war, denigrating the Iraqis' ability to manage their own tensions.

    In fact, these are a people who voted at higher rates in the face of death than we do in the face of inconvenience. These are a people who have used the campaign as a process of therapy and self-education. These people have just built the most democratic government in the Arab world. They will surely face more war and tension and corruption. But they did not return from hell with empty hands. They came back with their fingers stained with ink.» Continua
    Dennis Prager (Townhall) è ancora più eplicito: chi a sinistra invoca il ritiro delle truppe e considera illegittima e immorale la guerra contro Saddam Hussein dovrebbe oggi chiedere scusa agli uomini, alle donne e ai bambini iracheni. Leggi. Chi non si aspetta delle scuse è Tod Lindberg, sul Washington Times:
    «Assumptions about Iraqis to the contrary seem to tell us more about the people making the assumptions than about Iraqis». Leggi
    Se, come segnala 1972, i siti «che le sbagliano sempre tutte» hanno tirato fuori questo suggestivo articolo del New York Times sul successo delle elezioni in Vietnam del Sud nel 1967, è certo per suggerire uno squallido e penoso "ride bene chi ride ultimo". Ma su Slate, è Christopher Hitchens, che di Vietnam se ne intende, a chiarire che non c'entra niente:
    «I suppose it's obvious that I was not a supporter of the Vietnam War. Indeed, the principles of the antiwar movement of that epoch still mean a good deal to me. That's why I retch every time I hear these principles recycled, by narrow minds or in a shallow manner, in order to pass off third-rate excuses for Baathism or jihadism. But one must also be capable of being offended objectively. The Vietnam/Iraq babble is, from any point of view, a busted flush. It's no good. It's a stiff. It's passed on. It has ceased to be. It's joined the choir invisible. It's turned up its toes. It's gone. It's an ex-analogy». Da leggere
    Registriamo il cauto riconoscimento di Walter Russell Mead sul Los Angeles Times: la promozione della democrazia può essere un positivo ed efficace elemento della poliica estera americana. Leggi. Va letta l'intervista del Council on Foreign Relations a Fouad Ajami, direttore dei Middle East studies alla Paul H. Nitze School: le elezioni di domenica «hanno smentito l'idea che la democrazia sia estranea, o debba esserlo, a questa regione». Su Bush non ha dubbi: è in vantaggio 3 a 0 sui suoi critici.
    «You know, he's made three bets and he's won three times. He made a bet in Afghanistan there would be elections. He made a bet in Palestine that he would not have to deal with Arafat. The death of Arafat and the success of Abu Mazen in the elections earlier in January were a vindication of the Bush policy. Now come the elections in Iraq. Here is the president, a few days earlier, being ridiculed by the "realists" and by other people presumably "in the know" when he said he had planted the flag of liberty firmly, and people ridiculed him for saying he had planted a flag of liberty in Iraq, of all places. Well, now the elections vindicate him».
    Certo, la vittoria non è ancora «totale e finale», ma si parte da un 3 a 0 (Afghanistan, Palestina e Iraq) e ci aspettano ancora delle sorprese circa le previsioni catastrofiche dei cinici: i sunniti che rientreranno nel processo politico, gli sciiti che non sono un blocco compatto e tra loro vi sono degli anticlericali... Leggi tutto

    Tuesday, February 01, 2005

    Iraq. Lo schiaffo della realtà/2

    «La cosiddetta democrazia all'occidentale non esiste: la democrazia o c'è o non c'è» (Tony Blair)

    Ricordate quel film di qualche anno fa, intitolato Risvegli? Ecco, mi pare che quello che possiamo dire dopo queste promettenti elezioni irachene è che lo schiaffo della realtà ha colpito in pieno alcuni visi del centrosinistra italiano, risvegliandoli dal letargo pacifista e dal cinismo franco-tedesco. Non può che essere un altro benefico effetto, se pure di minore importanza, del voto di domenica. In molti però, sono rimasti in uno stato di coma profondo, catatonico.

    Bisognerà pure farsene una ragione, siamo in democrazia e tutte le "antropologie" hanno cittadinanza. Bisognerà pure arrivare a una conclusione politica del perché ancora in tanti o non vogliono riconoscere questa vittoria democratica, prevedendo - quasi sperandoci - ancora catastrofi come hanno fatto dall'inizio, o, peggio, chiamano "farsa" le elezioni, continuano a definire "resistenza" i terroristi di Al Zarqawi e "occupanti" i liberatori. Diciamolo una volta per tutte: parte del mondo cattolico e della sinistra post-neo-ancora-comunista non si riconosce affatto nei valori delle democrazie liberali, non può combatterli apertamente, ma cerca costantemente di boicottarli dall'interno attraverso la mistificazione.

    Ciò che dobbiamo chiederci è: esiste in Italia una sinistra "assalita dalla realtà"?
    Partiamo da un punto di chiarezza, come al solito, da Christian Rocca (Il Foglio), che ci ricorda di quelli che «non ne hanno mai azzeccata una».
    «Sono gli ops-inionisti, quelli che sbagliano sempre analisi ma continuano a spiegarci il mondo, nonostante le loro opinioni risultino ­ ops! ­ smentite dai fatti». Continua con i voti!
    Leggiamola dunque, questa sinistra "assalita dalla realtà"...
    Fare i conti con la realtà:
    «Un po' di entusiasmo, suvvia, potreste dimostrarlo anche voi. In fin dei conti siete di sinistra, volete liberare i popoli dalle loro catene, militate in movimenti che hanno versato copioso sangue e condotto molte guerre in nome della Liberazione. Com'è possibile che non ci sia un moto di gioia, che non si avverta in voi un entusiasmo, seppur non facile, che non vibri una corda di commozione - sì, di commozione - davanti allo spettacolo di un popolo che finalmente vota, di fronte alle donne che per la prima volta votano, di fronte alla scheda elettorale brandita contro le autobombe e i kamikaze? Possibile che basti che in un posto ci siano gli americani per dimenticare decenni di predicazioni sul diritto dei popoli e la libertà delle genti?
    (...)
    Una sinistra all'altezza dei tempi dovrebbe dunque oggi rivedere radicalmente le proprie posizioni di politica estera, non per fare il mea culpa, ma per darsi una nuova politica estera. Alla delusione degli estremisti, che speravano in un disastro, non si può rispondere con i pannicelli caldi di una mezza astensione parlamentare, di una posizione furbetta sul ritiro, di un balbettìo fatto di se e di ma. Se i riformisti vogliono davvero conquistare l'egemonia nel centrosinistra, devono fare i conti con la realtà e indicare una direzione di marcia. Se facendolo saranno costretti a rivedere qualche sciocchezza detta su Bush o su Blair, poco male: è un prezzo che si può pagare per rimettersi al passo con la Storia. Continua
    il Riformista
    Organizzazione delle democrazie:
    «La promozione della democrazia deve diventare una priorità nell'agenda politica europea e dovrà condizionare in modo significativo la politica estera del nostro paese. Per intanto andrà riorientata la cooperazione allo sviluppo per favorire le nuove democrazie e le democrazie in transizione, poi andranno messi a punto programmi e progetti di assistenza democratica e di sostegno economico ai movimenti che si battono per la libertà nei paesi con regimi dittatoriali. Infine si dovrà rilanciare il progetto della Community of Democracies promosso durante l'amministrazione Clinton, con l'obiettivo di far nascere una vera e propria Organizzazione delle democrazie in grado di mettere a punto politiche comuni di sicurezza, programmi di cooperazione e sviluppo, promuovere l'ingerenza umanitaria».
    Gianni Vernetti, il Riformista
    Le "pernacchie" di Marini:
    «L'affluenza alle urne dimostra che è stato compiuto un passo importante per la costruzione della democrazia in quel Paese. Bisogna ammetterlo, Bush e Blair avevano ragione... Come si fa a non capire che questa è una vittoria degli americani e dei governi suoi alleati? Spero l'abbiano capito tutti nel centrosinistra. E che d'ora in avanti non si accampino scuse. Che ci serva da lezione, perché non possiamo muoverci con leggerezza in politica estera. A qualcuno dei nostri alleati verrà la bella idea di chiedere il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. E magari proporrà anche una mozione parlamentare. In tanti ne sarebbero capaci, solo che stavolta li prenderemmo a pernacchie». Il fatto è che non ne può più di «sentir dire certe fregnacce», provenienti anche da un'area del suo partito: «Me lo ricordo cosa dicevano i pacifisti. Ricordo che secondo costoro non si sarebbe andati da nessuna parte. Ecco la risposta, i risultati in Iraq ci sono stati, eccome».
    Franco Marini, Corriere della Sera
    Rutelli apre a maggioranze trasversali più ampie sull'Iraq:
    «Invece di discutere sul ritiro dei nostri soldati decidiamo come aiutare il processo democratico iracheno... Non mi scandalizzo se come accaduto per il Kosovo si formano maggioranze trasversali più ampie... Questa è una svolta il coraggio degli iracheni che hanno sfidato Al Qaeda lascerà tracce profonde... Elezioni truffa in Iraq? Mi chiedo se chi lo dice oggi lo ha affermato con questo vigore anche quando in Irak si svolgevano le elezioni promosse da Saddam... Con le elezioni è iniziato un nuovo Iraq. L'evento è storico e positivo» e ora si apre «una nuova fase, dopo quella della guerra e dell'occupazione: la fase di avvio della democrazia».
    Francesco Rutelli
    Malinteso o cattiva fede?
    «Gli iracheni dunque avevano una voglia pazzesca di libertà, come ampiamente previsto dai maltrattati teorici dell'esportazione della democrazia. A noi occidentali, stanchi di pratiche democratiche, basta un po' di maltempo oppure una bella giornata di sole per disertare in massa le urne. In Iraq, dove la democrazia non c'è mai stata e dove gli esperti di geopolitica ci dicevano che non sarebbe mai potuto accadere ciò che è successo domenica, gli iracheni hanno sfidato i kamikaze islamico-fascisti e le minacce dei nostalgici di Saddam pur di aggrapparsi a un futuro democratico.
    (...)
    La straordinaria partecipazione al voto, prima in Afghanistan e poi in Iraq, dimostra che gli ideologi non erano i neoconservatori, le cui idee hanno ricevuto l'entusiastica conferma dei diretti interessati, piuttosto i professorini del politicamente corretto fuori e dentro l'amministrazione Bush... Eppure la stampa ha continuato ad accusare di "estremismo ideologico" i neoconservatori, cioè gli unici che non pretendevano di fornire alcuna soluzione studiata a tavolino se non quella di lasciare liberi gli iracheni di badare a se stessi». Continua
    Christian Rocca, Il Foglio
    Altro che scontro di civiltà, è democrazia contro tirannia:
    «Chi avesse ancora dubbi sulla strategia dei ribelli, legga il manifesto del capo terrorista Abu Musab al Zarkawi: "Guerra senza quartiere contro i princìpi della democrazia e tutti coloro che li difendono". Altro che "scontro delle civiltà", Occidente contro Oriente! Per al Zarkawi, noi occidentali e gli elettori iracheni siamo alleati, e insieme dobbiamo essere puniti. E' quanto hanno compreso le voci libere decise a sostenere, senza reticenze, la lenta emancipazione dell'Iraq, dai filosofi Ignatieff e Walzer, ai saggisti Hitchens e Berman, ai premi Nobel per la Pace Wiesel e Ramos-Horta, al fondatore di "Medici senza Frontiere" Kouchner, perfino al Dalai Lama. E' ora che anche i leader riformisti della sinistra italiana si pronuncino, in concreto, sui passi per costruire un Iraq libero e stabile.
    (...)
    Rassegnarsi all'immobilismo, sulla falsariga di Parigi e Berlino, gioverà poco al consenso del centrosinistra, e nulla alla sua ambizione di rappresentarsi come erede degli ideali di libertà e giustizia. Non c'è bisogno di acrobatici revisionismi, né sono richiesti tortuosi atti di autocritica per riconoscere che in Iraq s'è voltato pagina, partecipando, con realismo, alla ricostruzione, materiale e politica, a partire dalla missione di peace-keeping di Nassiriya. Il compito di far chiarezza riguarda i leader...» Continua
    Gianni Riotta, Corriere della Sera
    «Si era detto che la guerra avrebbe provocato la spartizione dell'Iraq in tre entità curda, sciita e sunnita. Invece è crollato il regime tirannico di Saddam e l'Iraq è rimasto integro. Si era detto che le elezioni avrebbero trasformato l'Iraq in una Repubblica islamica sciita filo-iraniana. Invece è alquanto prevedibile che al governo ci saranno i laici.
    (...)
    Ora la questione sunnita è ormai al centro di una speculazione ideologica e politica... Ma il punto cruciale è che, a dispetto di un luogo comune, l'Iraq non è affatto diviso territorialmente su base etnico-confessionale». Continua
    Magdi Allam, Corriere della Sera
    Bush e Blair hanno avuto ragione. La loro strategia «alla fine è risultata realistica e di buon successo».
    «La dottrina Bush aveva preso le mosse da due presupposti: che si rendesse necessaria l'ingerenza umanitaria scavalcando anche le sovranità nazionali laddove fossero massicciamente violati i diritti dell'uomo; e che la sicurezza internazionale fosse messa in pericolo dal regimi tirannici, i cosiddetti Stati canaglia. L'intervento in Irak ha dimostrato che l'uso della forza per rimuovere il regime tirannico di Saddam Hussein è riuscito sia a mettere fine alle violenze di Stato restituendo alle popolazioni la possibilità di scegliersi un libero governo sia a porre le premesse per una stabilità geopolitica della regione, condizione di una maggiore sicurezza internazionale.
    (...)
    Il doppio effetto della guerriglia sconfitta e del la democrazia vincente non potrà che riflettersi positivamente su tutto l'Islam e, particolarmente, sul Medio Oriente.
    (...)
    La Francia seguita dalla Germania e poi dalla Spagna ha puntato tutto sul fallimento degli americani per intervenire successivamente sul disastro con un qualche appeasement con gli islamisti. Se, come probabile, la strategia americana contribuirà a fare uscire l'Irak dal pantano della guerriglia ed aiuterà l'instaurazione di legittime autorità pluraliste, costringerà i critici d'Europa - gli Stati nazionalistici o i movimenti pacifisti antiamericani - a prendere atto del fallimento delle loro posizioni.
    Massimo Teodori, il Giornale