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Wednesday, December 27, 2006

La lezione di John Stuart Mill

«E' possibile nel nostro paese una bioetica liberale... che ponga deliberatamente al suo centro il valore dell'autonomia individuale, che riconosca una netta divisione tra sfera della morale e sfera della legge, che coltivi un autentico pluralismo etico?». Se lo chiede, oggi su il Riformista, Luisella Battaglia, membro del Comitato nazionale per la Bioetica. In realtà il caso Welby ha rivelato come «si continui a rendere, nella nostra cultura, solo un formale e ipocrita omaggio a quel principio di autonomia che si traduce nel diritto all'autodeterminazione e che gioca un ruolo rilevante nella costruzione dell'idea moderna della dignita umana».

Nel 1859, ricorda la Battaglia, John Stuart Mill si interrogava, nel classico "On Liberty", sulla natura e sui limiti del potere che la società poteva esercitare sull'individuo e rispondeva formulando il "principio del danno":
«L'intervento della società è giustificato solo quando la condotta di un individuo è tale da nuocere agli altri e il singolo deve rispondere verso la società solo delle azioni che incidono sulla sfera di attività del prossimo. La società non ha dunque in alcun modo il diritto di definire che cosa sia il "bene", sia fisico che morale di un individuo il quale, di conseguenza, non può essere costretto a fare o non fare qualcosa in base alla pretesa giustificazione che ciò sarebbe meglio per lui, lo renderebbe piu felice o il suo agire sarebbe più saggio o piu giusto. Ci troveremmo in tal caso in presenza di uno "stato etico" che si prefigge il conseguimento di certi valori a cui la volontà del singolo deve obbedienza, anziché di uno "stato di diritto" che lascia ciascuno libero di definire il proprio piano di vita, sulla base di valori spontaneamente scelti».
Da qui la celebre massima di Mill in base alla quale «su se stesso, sul suo corpo, sul suo spirito l'individuo è sovrano».

La tutela di una sfera di autonomia personale dalle interferenze del potere politico e religioso era la preoccupazione di Mill ed è, o dovrebbe essere, anche la nostra: «La libertà che sola merita questo nome è la libertà di cercare il nostro bene personale come meglio crediamo, finché non priviamo gli altri del loro o non ne ostacoliamo gli sforzi per procurarselo. Ognuno è custode naturale delle proprie facoltà, sia fisiche che intellettuali e spirituali. Il genere umano si avvantaggia di più se si lasciano vivere gli uomini come meglio loro piace, che obbligarli a vivere come piace agli altri».

Anche per Mill, uomo dell'800, esistono "vizi morali": crudeltà, invidia, cupidigia, egoismo estremo, e molti altri "vizi" sono tutti degni di biasimo e rendono odioso il carattere umano. Ma è fondamentale distinguere il discredito a cui una persona può essere esposta in ragione dei suoi "vizi" dalla sanzione che le è dovuta per aver violato i diritti altrui. Nel primo caso, ci muoviamo nell'ambito della libertà e la società non ha alcun diritto di interferire; nel secondo, siamo nell'ambito della legge e l'intervento dello Stato è richiesto in presenza del danno arrecato alla collettività.

Sui temi dell'eutanasia, del rifiuto delle cure e dell'accanimento terapeutico è tornato anche Gian Enrico Rusconi, su La Stampa, che insiste nel richiamare la Chiesa a una riflessione più che mai urgente su natura e morale: «Siamo davanti all'equivoco dei teologi moralisti che non hanno il coraggio intellettuale di prendere atto che la tecnologia rimette in discussione il nesso tra natura e una certa idea tradizionale di Dio. La de-naturalizzazione della morte è l'ultimo segnale della necessità di riflettere radicalmente sul concetto tradizionale di natura che sta alla base delle dottrine religiose tradizionali. E quindi della necessità di ricostruire i criteri della moralità a partire da qui».

Sunday, December 24, 2006

Capaci di tutto

Gesù si sporge dalla croce per portare a sé Welby. Vignetta di Le Monde (23 dicembre)Che errore, Cardinale Ruini! Nel merito, perché Welby non si è suicidato, ma ha deciso di rifiutare un trattamento medico estremo, senza più senso e per altro inutilmente doloroso negli ultimi giorni di una malattia terminale. Un rifiuto del tutto analogo a quello che fu di Papa Wojtyla. Il Papa non si è fatto "attaccare", Welby si è fatto "staccare", ma entrambi consapevoli dei loro ultimi giorni hanno voluto in modo naturale ricongiungersi al Padre, sapendo che era giunta l'ora. Quando l'esito dell'autopsia confermerà per i più dubbiosi che di questo si è trattato, saranno in molti a doversi scusare.

Nel metodo, perché voi - voi sì - pur di strumentalizzare la vicenda di Welby contro l'eutanasia gli avete appiccicato addosso l'etichetta infamante di "suicida", senza scrupoli passando sopra alla sofferenza di una famiglia cattolica, appartenente a pieno titolo a quella comunità di credenti di cui pretendete essere guida, non essendo in realtà che degli impostori. Assassini, banditi, criminali della Storia, per tutti si sono aperte le porte dei funerali con i vostri riti. Non per Welby, il cui unico peccato è stato quello di aver voluto smettere di soffrire e di aver affermato la propria volontà e il proprio diritto.

Ma vi serviva "il caso" di eutanasia per emettere una sentenza esemplare, per diffondere in modo eclatante il vostro monito. A questa esigenza, ben poco pastorale e molto "politica", avete sacrificato innanzitutto la verità di ciò che davvero è stata la scelta di Piergiorgio, poi il conforto a una famiglia che tanto ha sofferto. Un'operazione resa diabolica dalla menzogna più spudorata cui avete dovuto far ricorso e dalla più pura cattiveria umana.

Non avete riconosciuto Cristo in croce nel volto sofferente di Piero Welby. E allora, che cosa ci state a fare? E di quali altre nefandezze, mi chiedo, sareste capaci?

Ebbene, avete ottenuto l'effetto opposto, perché oggi, a piazza Don Bosco (video), davanti alla Chiesa, c'è voluta la serenità di Mina, e la responsbilità di Cappato, per placare quella folla colma d'amore per Welby, ma anche di parrocchiani parecchio arrabbiati, da cui cominciavano a partire bordate di fischi non appena si faceva cenno alla decisione del Vicariato o al ceto politico. Gli abitanti, anime semplici, di quel quartiere, che hanno conosciuto, con-vissuto e rispettato le sofferenze di Piergiorgio e della famiglia hanno capito benissimo la vostra impostura.

E' stata comunque una celebrazione composta, serena, religiosa in senso pieno. La Chiesa, quella vera, la comunità dei credenti, credenti in altro che nel potere dell'uomo sull'altro uomo, quella che sa riconoscere il suo prossimo, e nel prossimo sofferente vedere il volto di Cristo, era lì a salutare Welby. Voi, no.

«Non voglio parlare di politici, di preti e di giudici, ma spero che ci siano ancora uomini coraggiosi come lui, che abbiano in loro la sincerità e la capacità di comprendere le ragioni dell'altro senza pregiudizi e senza barriere ideologiche».
Carolina Welby, nipote di Piergiorgio

Friday, December 22, 2006

L'ultima stilla d'odio di una Chiesa non più cristiana

«In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l'eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti».
Comunicato ufficiale del Vicariato di Roma.

Si dà il caso che anche Papa Wojtyla abbia rifiutato trattamenti medici estremi per ricongiungersi con il Padre, ma evidentemente il fratello Welby stava sul cazzo, coi suoi grilli per la testa, osava cianciare di libertà, diritto e altri simili capricci.

E non sfugga la raggelante ipocrisia del Vicariato: praticamente si ammette che nel caso dei suicidi, quelli veri (non come Welby, che ha voluto andare incontro alla sua morte naturale), si chiude un occhio.

I funerali di Piergiorgio Welby si terranno comunque domenica 24 dicembre alle ore 10.30 in Piazza San Giovanni Bosco, a Roma, secondo rito popolare di laica religiosità.

Thursday, December 21, 2006

Welby e la marcia del sale

Piergiorgio Welby in un'immagine di molti anni fa«Morire dev'essere come addormentarsi dopo l'amore, stanchi, tranquilli e con quel senso di stupore che pervade ogni cosa». Spero con tutte le forze che sia stato così.
Ciao Piergiorgio, quella lungo la quale ci hai condotti è una lunga, gandhiana, marcia del sale. Pur immobile sul tuo letto ci hai guidati in questa lunga, composta marcia che certo non abbandoneremo. Mi sono sentito in marcia, con gli occhi fissi a seguire la tua figura orgogliosa. Ci hai guidati fin qui con dignità e fermezza, da leader poietico e nonviolento, offrendo il tuo corpo e la tua sofferenza, facendotene forte di fronte a un Potere impotente e per questo prepotente, con il tuo amore cristallino per obiettivi ideali, umani, civili, politici. E' vero, non potevi più muoverti, ma si può fare molta più strada dal proprio letto che in decenni di grigie carriere ministeriali. Abbiamo marciato insieme, per questa interminabile lotta di umanesimo liberale, instancabili, animati dalla fame per il nostro "sale", per il diritto, per la libertà, per l'autodeterminazione. Lasci un pieno. Un pieno di politica, un paese più ricco del tuo coraggio; sei vivo nei cuori e nelle menti di quanti a cui hai insegnato cosa vuol dire essere cittadini; non sono che penosi, loschi zombie i mezzibusti, i gerarchi vaticani e le ministre imbiancate che hanno fatto finta di non capire, che fanno della tortura infinita il mezzo, lo strumento obbligato di realizzazione o di difesa della loro "etica condivisa".
Un bacio, capitano

Federico

Wednesday, December 20, 2006

Tutti in strada: per le giovani stelle iraniane

Ahmadinejad, fuck you!

Tutti alla manifestazione per gli studenti iraniani che hanno contestato Ahmadinejad. All'università Amir Kabir, quella della contestazione, dopo il divieto di qualsiasi tipo di riunione tra studenti, la distruzione delle loro sedi, l'allontanamento dei professori "non allineati", il giro di vite sull'abbigliamento delle ragazze, il rettore-ayatollah ha introdotto le stelle (da una a tre a seconda dei richiami) come marchi d'infamia che gli studenti sospettati di minacciare l'ordine costituito devono indossare sugli abiti. L'analogia con la stella gialla che i nazisti imponevano agli ebrei è fin troppo evidente.

Eppure, la misura repressiva delle stelle sugli abiti rischia di trasformare gli studenti "sovversivi" costretti a indossarle in altrettanti evocativi messaggi di libertà: le stelle si vedono quando fa buio.

Alcuni degli studenti contestatori sono scomparsi: costretti a nascondersi (ma fino a quando?) dalla inevitabile repressione del regime nei loro confronti. Per loro, contro il regime degli ayatollah, a Roma, giovedì 21, ore 20, tutti davanti all'Ambasciata iraniana. All'iniziativa, promossa dall'Unione Giovani Ebrei d'Italia in collaborazione con Il Foglio, hanno aderito i movimenti giovanili di tutti i partiti - tranne i comunisti - e il Partito Radicale Transnazionale.

Ci sarò solo idealmente, perché in carne e ossa bloccato a casa dalla polmonite.

Più truppe

Per una long struggle contro i terroristi. Lo ha detto il presidente Bush nella sua conferenza stampa di fine anno. Non ha specificato dove, anche se l'Iraq è il primo fronte, ma ciò che ha voluto assicurare è che l'esercito americano «resti in combattimento per un lungo periodo di tempo». Per questo, ha aggiunto, «è indispensabile incrementare le dimensioni dell'Esercito degli Stati Uniti e del corpo dei marines per la lotta contro il terrorismo». Al Pentagono il presidente ha chiesto di studiare le modalità.

Bush annuncerà solo a gennaio la nuova strategia per l'Iraq, ma le sue parole di oggi indicano che si va verso un aumento di truppe, non un disimpegno. Gli Stati Uniti non si faranno buttare fuori dalla regione. Un concetto ribadito con insistenza che esclude qualsiasi cedimento di fronte alle violenze alimentate da Al Qaeda, dalla Siria e dall'Iran per destabilizzare l'Iraq e provocare proprio il ritiro americano.

Di recente consegnato al presidente Bush, il rapporto dell'Iraq Study Group, a cui tanta attenzione hanno riservato i media americani e quelli italiani, sembra già caduto nell'irrilevanza.

Sembra invece pravalere un altro studio, quello di Kagan-Keane: "Choosing Victory: A Plan for Success in Iraq". Il messaggio che i due autori hanno voluto inviare al presidente Bush è che l'unico esito «accettabile» in Iraq è la vittoria, che è ancora possibile, ma che prima di tutto bisogna «scegliere» la vittoria. In altre parole, bisogna tornare a combattere, togliersi dalla testa che la guerra sia finita dopo la caduta di Saddam. Per vincere bisogna sconfiggere i nemici sul campo: i terroristi sunniti e anche le milizie sciite e filoiraniane di Moqtada al Sadr, che finora si era tentato di far rientrare nell'arco istituzionale del nuovo Iraq.

... tutto l'articolo, qualche giorno fa su L'Opinione.

Saturday, December 16, 2006

Il diritto che c'è ma non si tocca

Vittoria amarissima, ora tutti alla veglia

Ai tanti Soloni il Tribunale di Roma ha spiegato il perché della battaglia politica di Welby. Il perché della sua necessità, della sua urgenza, il perché rivolgersi alle istituzioni non significa voler affidare la vita e la morte nelle mani dello Stato, ma viceversa riavere indietro un proprio diritto che è ora negato da uno Stato che non c'è, si nasconde, ti calpesta e non se ne accorge neanche, come nel più tipico ingranaggio kafkiano.

Il Giudice ha sia riconosciuto il diritto di Welby, sia constatato l'incertezza giuridica. Piergiorgio Welby ha diritto di chiedere l'interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale, ma è un «diritto non concretamente tutelato dall'ordinamento», scrive il giudice Salvio nella sentenza con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso di Welby, sollecitando inoltre «un'iniziativa politica e legislativa per colmare il vuoto normativo in materia».

Significa esattamente che pur essendo un diritto ciò che chiede Welby, le contraddizioni tra le normative vigenti, esattamente come temevano i radicali, espongono i medici che volessero attuare la volontà del paziente a delle serie ripercussioni. Tradotto: lo Stato è responsabile della prigionia di Welby. Ma chi è lo Stato? Chi risponde per Lui?

Una decisione che chiama drammaticamente in causa il potere politico, che - scommettiamo - non risponderà, rendendosi inadempiente del suo dovere primario: tutelare le libertà dei cittadini. A chi spetta, se non alle istituzioni, tutelare concretamente i diritti? Vedremo quanti vili uomini di governo declineranno le proprie responsabilità.

Vittoria amarissima, ora tutti alla veglia, almeno chi non è costretto come me a letto per una maledetta febbre.

Friday, December 15, 2006

D'Alema non ne manca una per prendersela con Israele

Mentre i palestinesi s'ammazzano fra loro, in quello che sembra l'inizio di una guerra civile forse inevitabile, e Israele decide di non far passare dal valico di Rafah il leader di un'organizzazione terroristica di stampo nazislamico con una valigetta piena di milioni di dollari (pare 35) gentilmente offerti da quell'altro ben poco raccomandabile regime di Teheran, il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema non trova di meglio che prendersela con Israele.

Solo dopo otto ore Haniyeh è potuto rientrare a Gaza, ma senza il denaro. Grazie alla mediazione egiziana infatti è stato trovato un accordo secondo cui i 35 milioni di dollari saranno versati nel conto della Lega Araba al Cairo con la garanzia dell'Egitto che non arriveranno nelle casse del governo palestinese e in particolare ad Hamas, a causa delle sanzioni internazionali imposte dopo l'ascesa al potere del gruppo estremista. In cambio di questo impegno Israele ha autorizzato la riapertura della stazione di confine.

Ma forse il nostro ministro non è a conoscenza del fatto che vi siano quelle sanzioni. Forse vorrebbe che anche lì, come nel sud del Libano, ci siano truppe europee, e italiane, a garantire che tutto transiti regolarmente: missili, dollari iraniani e tutto quanto necessario a preparare il grande momento del "popolo" palestinese.

Autostrade-Abertis. Dubitare è lecito

La mancata fusione Autostrade-Abertis, è stato scritto, è «la vittoria di Tonino e la disfatta di Emma». Avrebbe prevalso, all'interno del Governo, chi si è opposto alla fusione per motivi politici, di bandiera nazionale, violando così le regole del libero mercato e rimediando all'Italia una brutta figura presso gli investitori stranieri.

Non tutti la pensano così. C'è chi avanza interessanti considerazioni: è l'ennesimo caso in cui ha perso il libero mercato, o un raro caso in cui lo Stato ha saputo svolgere il suo ruolo di garante delle regole dei servizi nei confronti di un concessionario inadempiente? Se così fosse, per cosa si è battuta, e ha perso, Emma Bonino?

L'irresistibile richiamo dell'autorità morale

PieroSignor Mancuso, il comunismo non ha nulla a che fare con la libertà e i valori della sinistra.

Prima o poi doveva accadere. A forza di tirarla, la corda s'è rotta. Rassicura oggi, rassicura domani...

«Caro Fassino, ti informo che non rinnoverò la tessera ai Democratici di Sinistra, un partito che sembra aver smarrito il senso dell'umanità e del socialismo democratico».
Aurelio Mancuso, segretario nazionale dell'Arcigay, era iscritto ai Ds da 25 anni ininterrotti.

Si evince dalle parole del segretario Ds («Non credo che sia una scelta che la società possa accogliere e neppure penso che sia utile per il bambino essere adottato e crescere con due persone dello stesso sesso») che il riconoscimento della dignità omosessuale e transessuale è «una concessione difficile e, non la logica concretizzazione dei valori della sinistra».

Caro Mancuso, ma quando il Pci-Pds-Ds ha mai avuto «senso dell'umanità e del socialismo democratico»?

Dopo la caduta del muro, necessitava un grande rinnovamento al proprio interno di uomini e di cultura politica; di leader che accettassero la sfida di costruire nel paese una cultura di una sinistra democratica e liberale. Il socialismo democratico italiano, il liberalismo, il laburismo blairiano, erano tutti modelli a portata di mano.

I leader di oggi hanno mancato, per codardia, quella sfida, e stanno lì che arrabbattano qualche risposta ballerina e imbarazzata, opportunistica, accennano a qualche riformucchia, parlano di Partito democratico, rassicurano, rassicurano, ma non si curano. "Don't Care".

Hanno scelto di prolungare la gestione di un potere oligarchico completamente avulso dal contesto sociale italiano. Perché questo è ciò che sanno fare, perché hanno ereditato l'egemonia culturale che nei decenni scorsi con i soldi di Mosca si sono costruiti nel paese. Un peccato gettarla al vento, no?

Istintivamente diffidano della libertà individuale e avendo perduto un grande sistema etico di riferimento sono costantemente alla ricerca di altri cui attribuire l'autorità sugli individui. Così ciò che è rimasto dopo il biennio '89-'91 è il catto-comunismo, l'ibrido etico che i Ds si sono scelti per il nuovo compromesso storico che dovrebbe assicurargli il Potere per i prossimi anni. Ebbene, vedremo nei prossimi mesi cosa sarà di Pacs, eutanasia, droghe, eccetera... ma se nonostante le grandi difficoltà a ricomporre la faglia aperta dai diritti civili e dai temi di bioetica sulla strada del Partito democratico, questo patto etico-politico si salderà, non rimarrà che punirlo nelle urne con la massima urgenza, anche prendendosi la responsabilità di determinare un'altra, rapida, alternanza alla guida del paese.

E Livia Turco? L'avete vista ieri sera a "8 e mezzo"? Vile e ipocrita, mentre si nascondeva dietro i suoi occhioni da mamma austera e contrita. Irritante e inquietante un ministro così. Farfugliando in quel modo per tentare di non prendersi la responsabilità politica delle sue idee e dell'incarico che ricopre. Meglio Ruini!

Sono tutte scorie di una nomenklatura partitocratica che non ci toglieremo di mezzo finché in questo paese non verrà adottato un sistema autenticamente uninominale e con le primarie.

Gli avversari più temibili di laici e liberali sono gli inviti buonisti a ritrovarsi sotto un'"etica condivisa", la ricerca di apparente buon senso di "soluzioni condivise", tutti propositi atti a non far maturare tra i cittadini l'urgenza di scelte tra due visioni chiaramente alternative che si confrontino democraticamente: l'una che mette l'individuo al centro, l'altra che mette sempre un'autorità al di fuori e al di sopra che dispone di lui.

Natura è cultura

«C'è da chiedersi perché la Chiesa italiana e il Vaticano stiano assumendo una posizione tanto intransigente e irragionevole e con toni tanto risentiti... Certamente al primo posto, al fondo, c'è una distorsione teologica a proposito del concetto di "natura", da cui discende come corollario un modello unico idealizzato di "famiglia naturale" quale si è codificata storicamente nella tradizione. Soprattutto da questa convinzione discende il sospetto diffamatorio di immoralità per ogni diversa concezione dei rapporti interpersonali...»
Gian Enrico Rusconi (La Stampa, 13 dicembre)

Thursday, December 14, 2006

«Cultura radicale» e legge di natura

Non so dire se per ignoranza o per malafede, ma l'editoriale di Don Baget Bozzo, oggi su il Giornale, emana odore di mistificazioni, e di quelle grossolane.

Vi risulta che welby o i radicali sostengano che «lo Stato può decidere che una vita che non vale la pena di essere vissuta a giudizio dell'opinione pubblica... possa essere soppressa»? O che nei «casi analoghi a quelli di Piergiorgio» a decidere siano altri dal singolo malato?

Vi sembra che accogliere la richiesta di Welby segnerebbe il «diritto dello Stato a dare la buona morte»? La «cultura radicale... toglie la morte dalla natura e la affida allo Stato»?

Non giochiamo con le parole. Ci si rivolge alle istituzioni, alle leggi, ai Tribunali, perché a legislazione vigente non è chiaro se chi eseguisse le richieste del paziente Welby rischierebbe la galera. Ogni giorno che passa attaccato al suo ventilatore polmonare, giacché Welby ha chiesto che gli sia staccato, non significa lasciare che le cose facciano il loro corso naturale, ma reiterare ogni giorno e notte una decisione dello Stato, dal momento che il medico curante ha declinato ogni responsabilità proprio chiamando in causa le leggi attuali. Dunque, proprio in questo preciso momento, per Welby sta decidendo lo Stato.

Al contrario, la «cultura radicale», ma non solo quella spero, vorrebbe che lo Stato facesse un passo indietro e che i tanti Welby potessero disporre di sé.

Ma Don Baget Bozzo va oltre, attribuisce alla «cultura radicale» una «cultura dei diritti, ma non nel senso della legge naturale, interpretata dal Cristianesimo come fondante diritti inerenti alla persona e antecedenti lo Stato». Nella «cultura radicale» l'unico diritto sarebbe «il diritto positivo e si tratta perciò di concessione dei diritti fatti con leggi dello Stato». La concezione radicale sarebbe «del tutto interna a quel sistema giuridico... nella più pura dottrina di Hans Kelsen», in assoluta «continuità con il Leviathan di Hobbes».

I radicali, dunque, sarebbero positivisti, kelseniani e hobbesiani. La «cultura radicale» non conosce legalità senza legittimità democratica. Per i radicali i diritti umani, il diritto di uomini e donne alla vita, alla democrazia, alla libertà, precedono il diritto degli Stati alla loro sovranità, precedono la loro legalità "positiva": «Diritti storicamente acquisiti come naturali per ogni essere umano». Esattamente l'opposto di quanto gli attribuisce Baget Bozzo.

Di questa convinzione hanno animato parecchie battaglie, anche grazie alle quali si è affermato fin dagli anni '80 non il «diritto» di ingerenza, ma il «dovere» di ingerenza: laddove sono negati i diritti naturali della persona umana cessa il diritto "positivo" degli Stati alla propria sovranità.

Baget Bozzo preferisce, forse per comodità, ignorare che anche per i liberali i diritti umani sono inalienabili e antecedenti lo Stato. Così come enunciati dal giusnaturalismo individualistico di John Locke, appartengono a una "legge" di natura pregiuridica e prepolitica, sovraordinata rispetto al diritto "posto" dagli uomini, il diritto positivo, nel senso che gli uomini e le loro leggi non ne dispongono.

Se per Don Baget Bozzo quella legge naturale trova in Dio il suo fondamento, per i liberali quei diritti sono naturali perché evidenti di per sé alla ragione (We hold these truths to be self-evident). Non vengono "posti" dai costituenti, ma semplicemente "dichiarati", come risultato ed espressione non del volere variabile di una maggioranza, ma di una concezione generale dell'uomo e della società condivisa - per alcuni appresa per rivelazione da Dio, per altri grazie all'uso della stessa ragione umana - e assunta dunque come valore definitivo, senza la quale non si ha il patto sociale.

Il vero «spartiacque» su tante «questioni personali e sociali» lo individua piuttosto Massimo Teodori: «Non è tra cattolici e laici, ma tra le persone tendenzialmente autoritarie che vogliono imporre i loro valori all'intera comunità nazionale, e gli uomini che ritengono di porre al centro dei propri comportamenti solo la loro coscienza nel rispetto delle legittime scelte altrui. È questo uno dei principi dell'umanesimo liberale che ha reso grande l'Occidente».

Dunque, oggi osserviamo emergere in modo lampante dal dibattito su questi temi una «dicotomia» molto netta e, se non offuscata per interessi di Botteghe, preziosa per il progresso civile del paese: da una parte la «centralità dell'uomo», dall'altra, «il riconoscimento di un'autorità al di fuori e al di sopra dell'uomo».

Chi è il padrone della vita umana? Questa è la domanda prima e ultima. A sentire il Papa, i vescovi e, ahimé, molti politici e ministri è Dio, che sulla terra ha lasciato agli uomini, come guide, la Chiesa e lo Stato, ciascuno nella sua sfera ma in «strettissima collaborazione», in una «comune missione educativa», come forse direbbe il presidente Napolitano.

Recentemente in un'intervista il Cardinale Tonini ha detto che «se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della propria pena, non è peccato. Anzi può essere anche un desiderio sano. Però... C'è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacro, è intangibile...». Si chiede Teodori: «Ma se Welby o chiunque altro ritiene che la vita appartenga solo a se stesso? Si può imporre la visione di una vita appartenente a Dio a chi non lo pratica o crede ad altre forme spirituali o trascendenti?» Ad ogni cittadino la sua risposta.

Molto peggiore o peggiore: 41,1%

Rispetto al Governo Berlusconi, il Governo Prodi finora è stato:
Molto peggiore o peggiore: 41,1%
Uguale: 25,4%
Molto migliore o migliore: 18,9%
Non sa/non risponde: 14,6%

Il «Paese degli ossimori», lo definisce Ilvo Diamanti a commento della sua indagine statistica. Il paese che chiunque governi, «non cambia mai».

Un altro recente sondaggio quantifica la popolarità del Governo Prodi in uno striminzito 31%, polverizzando qualsiasi record negativo dell'odiato Bush.

D'altra parte, il consenso per il Governo Prodi si è cominciato a volatilizzare addirittura prima del giorno delle elezioni, in quelle settimane in cui l'Unione perse oltre 8 punti percentuali di vantaggio sul centrodestra.

I dati parlano chiaro a chi ha orecchie per intendere. A questo punto, il mondo si divide tra gli ultimi giapponesi di Prodi e chi pensa/lavora al dopo. Non manca nell'Ulivo chi un giorno sì e l'altro pure prende in parte le distanze da Prodi o, comunque, non fa mistero di portare avanti il suo gioco.

Prendiamo il segretario dei Ds, Fassino, che in questi giorni non ha esitato a criticare l'atteggiamento del Governo: «Quando un disagio si manifesta, una classe dirigente non gira le spalle, né rivolge lo sguardo altrove»; né a dettare delle vere e proprie condizioni per la sua sopravvivenza. «Serve un cambio di passo»; bisogna «imprimere una correzione di rotta»; occorre «una innovazione di metodo di lavoro»; «senza un radicale mutamento degli indirizzi di politica economica l'Italia non ce la fa».

Francesco Giavazzi, oggi sul Corriere della Sera, si chiede dove mai finisca «tutto il denaro che spendono le nostre amministrazioni pubbliche, se non aiuta i poveri, né le donne che vorrebbero lavorare». La «vera priorità» della "Fase 2", conclude, è «l'eliminazione dell'inefficienza e delle situazioni di vero e proprio parassitismo che si annidano nelle amministrazioni pubbliche».
«Una battaglia in salita, perché è difficile fare il muso duro dopo aver approvato una Legge finanziaria che per accontentare un po' tutti aumenta la spesa pubblica di circa 7 miliardi di euro (Boeri/Garibaldi, lavoce.info)... E perché è difficile controllare la spesa se, prima ancora di sedersi a discutere il nuovo contratto con i sindacati del pubblico impiego, si mette sul tavolo abbastanza denaro per aumenti delle retribuzioni pari al 5% (dopo cinque anni in cui le retribuzioni dei pubblici dipendenti sono cresciute il doppio rispetto a quelle dei dipendenti privati)».
"Fase 2", "discontinuità", "cambio di rotta", sono le espressioni che più irritano Prodi, ma il premier è avvisato. I primi sei mesi del 2007 saranno decisivi: riforme, pensioni soprattutto, o a casa. Dato per certo il "rimpastino", che dovrebbe dare all'inizio del prossimo anno quel segno di discontinuità tanto per placare l'opinione pubblica, non è detto che ciò sia sufficiente. E non c'è dubbio che a nessuno farebbe piacere rimanere sotto le eventuali macerie, il problema sarebbe solo quello di trovare non un killer, ma un becchino.

Wednesday, December 13, 2006

Nazislam

Di nuovo, il problema del 1933. Ma non vogliono capirlo

Inequivocabili le parole del premier israeliano Olmert nell'intervista di ieri su la Repubblica.

Esiste il rischio di un nuovo olocausto e «l'Europa non si può permettere di vedere la ripetizione di un'esperienza a cui siamo sopravvissuti per condannarla. Ahmadinejad è la più pura forma di antisemitismo, del peggior tipo. C'è solo un modo per fronteggiarlo: bisogna fermarlo. Nessuna tolleranza, nessuna pazienza. Bisogna fermarlo, e quelli che non agiranno per fermarlo dovranno portare sulle loro spalle il peso di quest'omissione».

Del lavoro delle forze italiane in Libano dice diplomaticamente di avere «un'opinione positiva», ma ciò che aggiunge suona come una pesante bocciatura:
«... ma dovrebbero fare uno sforzo addizionale per evitare che Hezbollah continui a riarmarsi: ci sono armi che continuamente, passando dalla Siria, arrivano ad Hezbollah. Bisogna fermare questo traffico, perché se non verrà fermato completamente potrebbe diventare il detonatore per una futura guerra. Sarebbe solo questione di tempo».
Non servono chissà quali traduzioni: mentre Hezbollah si sta riarmando l'Unifil resta a guardare.

Olmert difende la decisione di muovere guerra a Hezbollah, ma pecca un po' troppo di ottimismo sul suo esito: la mobilitazione di questi giorni dimostrerebbe che gli Hezbollah rischiano «di perdere completamente la loro influenza e il controllo della loro zona». Avrebbero perso le loro basi strategiche nel sud, area oggi controllata da migliaia di soldati libanesi e truppe internazionali, alle quali però, nella risposta precedente, rimproverava di permettere il riarmo dalla Siria. Non sarebbero più in grado di «attraversare il confine con Israele... di creare quel tipo di aggressioni, di pericoli che abbiamo conosciuto in passato». Si dice convinto che Siniora «riuscirà a rafforzare la sua posizione politica», e «questo significherà l'emarginazione di Hezbollah». Eppure, una «futura guerra» potrebbe essere «solo questione di tempo», avverte.

Un "no" deciso, comunque, a ogni dialogo con Siria e Iran, e l'amministrazione Bush, assicura Olmert, la pensa allo stesso modo. Iraq e Libano potrebbero fare la fine della Cecoslovacchia prima della Seconda Guerra Mondiale, sacrificate a un accordo che comunque non scongiurerebbe una guerra più ampia e disastrosa. E Israele potrebbe fare la parte della Polonia. Negoziare con Damasco e Teheran potrebbe significare una nuova Monaco 1938.

E' importante capire la natura della minaccia. Non sono in gioco l'Istria e la Dalmazia, Nizza e la Savoia, né le alture del Golan. Non si tratta di confini o dispute territoriali, di interessi economici, né della questione palestinese. «Il radicalismo arabo è la causa del conflitto israelo-palestinese, e non la sua conseguenza», ricorda David Frum.

Negando l'Olocausto, osserva Fiamma Nirenstein, Ahmadinejad sta in realtà enunciando un programma: «Israele non ha diritto ad esistere».

Della stessa idea Carlo Panella: la Conferenza è «un passaggio fondamentale per giustificare per via religiosa la necessità che tutti i musulmani si impegnino a distruggere Israele». Si proclama «un imperativo religioso a sostituire all'entità sionista uno stato islamico "dal Giordano al Mediterraneo"»

Sbaglia chi si ostina a ritenere che sia possibile sedersi attorno a un tavolo e trovare insieme ad Assad e Ahmadinejad un equilibrio tra potenze in grado di rispecchiare meglio i rapporti di forza nella regione, quindi di soddisfare tutti gli attori e garantire una nuova stabilità. Siria e Iran non cercano, se non come tappa strumentale, il riconoscimento di un loro status di potenze regionali. Non si fermerebbero lì. Il conflitto è ideologico e la posta in gioco - la distruzione di Israele - non negoziabile. Di fronte, una nuova utopia totalitaria, che si fonda su una versione fondamentalista dell'Islam, contraria alla modernità occidentale e cementata dall'antisemitismo.

Inoltre, la visione apocalittica e l'ideologia del martirio - ormai radicata nel mondo islamico anche se non ha paralleli nel suo passato - rende il regime degli ayatollah impermeabile a quella paura di distruzione reciproca che frenò Usa e Urss, India e Pakistan.

E ora, Presidente, che si fa?

«Confido che il riconoscimento, anche da parte delle più alte autorità religiose, della conoscenza scientifica e del progresso tecnologico come "autentici valori della cultura del nostro tempo", consentirà di dare soluzioni ponderate e condivise ai problemi della libertà della ricerca, con il suo codice e con le sue regole, e ai più complessi temi bioetici».
Presidente Giorgio Napolitano (24 novembre)

«Accanto alle vittime dei conflitti armati, del terrorismo e di svariate forme di violenza, ci sono le morti silenziose provocate... dall'aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall'eutanasia. Come non vedere in tutto questo un attentato alla pace?»
Papa Benedetto XVI (12 dicembre)

E ora, Presidente, che si fa?

Tuesday, December 12, 2006

Pericolose equiparazioni

L'aborto, la sperimentazione sugli embrioni e l'eutanasia equiparate da Papa Ratzinger al terrorismo e alla guerra. Una posizione in realtà che fu già di Wojtyla negli ultimi anni, quando paragonò l'aborto alla shoah.

La tirata anti-umanista del Papa prosegue, anche sui concetti di vita e diritto: «La vita è un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità... Il diritto alla vita e alla libera espressione della propria fede in Dio non è in potere dell'uomo». Di chi? Di Dio, ma tramite chi?

Sempre utile ribadire che vignette e battute dalle parti del Vaticano non fanno affatto ridere: solo biasimo per il «sistematico dileggio culturale nei confronti delle credenze religiose».

E già che ci siamo, anche un po' d'ambientalismo anti-capitalista: «Uno sviluppo che si limitasse all'aspetto tecnico-economico, trascurando la dimensione morale religiosa, non sarebbe uno sviluppo umano integrale e finirebbe, in quanto unilaterale, per incentivare le capacitá distruttive dell'uomo».

Infine, un accenno alla pedofilia, alle tante piccole vittime, ma senza - per carità - guardare in casa propria.

Pinochet, tra storia e politica

Pinochet morto e sepolto, dunque. Un dittatore feroce, per molti versi simile allo spagnolo Franco. «Dittatore spietato», titolano opportunamente giornali come la Repubblica, La Stampa, l'Unità. Ci auguriamo che lo stesso tono verrà utilizzato quando sarà il turno di Fidel Castro. Scellerata invece la scelta del quotidiano il Giornale, che associa il termine «liberista» a «sanguinario», contribuendo così a quell'operazione propagandistica delle sinistre che associano il liberismo al fascismo solo perché il Cile di Pinochet adottò una riforma delle pensioni di stampo friedmaniano.

Nel 1975 - come ricorda Carlo Stagnaro dell'IBL - Friedman viene invitato a tenere una serie di conferenze in Cile. La stampa nazionale e straniera dà grande risalto alle sue tesi: il controllo dell'inflazione, un ampio programma di liberalizzazioni e privatizzazioni e la riduzione della spesa pubblica. Alcuni "Chicago boys", tra cui l'architetto della riforma pensionistica José Piñera, faranno parte del Governo cileno. Friedman si difenderà dalle accuse di collaborazionismo col regime con un semplice argomento: «Se questo può aiutare a migliorare la situazione delle libertà economiche in Cile, perché no?». In seguito, accetterà inviti anche da altri paesi, compresa la Cina comunista: «Nessuno me l'ha mai rinfacciato. Come mai?».

Da qui a definire Pinochet un "liberista" ce ne vuole, ma è indubbio che grazie a una certa politica economica, ai "Chicago boys" più che a Pinochet, il Cile ha conservato un tessuto civile dinamico e aperto che gli consente oggi di essere tra i paesi economicamente più solidi dell'America Latina e tra i pochi del continente con una sinistra democratica, guidata dall'attuale presidente Michelle Bachelet.

Il giudizio politico e umano sulla dittatura di Pinochet rimane: criminale, come tutte le dittature.

Dal punto di vista storico e politicologico, il regime di Pinochet si inserisce tra gli autoritarismi. Essi si differenziano dai totalitarismi, e di solito hanno effetti meno disastrosi sulle società su cui esercitano il proprio potere, perché mancano di una ideologia finalizzata alla creazione di una "società nuova", di un "uomo nuovo".

Pinochet approfitta della debolezza politica di Allende, trovatosi presto contro gran parte dei ceti sociali e delle categorie professionali a causa di una politica economica disastrosa. Stimabile socialdemocratico, probabilmente animato dalle migliori intenzioni, tuttavia stava per fare la fine di ogni riformista che si trovi al governo con una estrema sinistra fortemente ideologizzata in senso marxista e filo-sovietico: una corsa inarrestabile verso il socialismo reale.

Il contesto della Guerra Fredda, con il forte attivismo di Mosca in America Latina, già alleata alla Cuba castrista, indusse l'amministrazione Usa, allora guidata dal segretario di Stato Kissinger, a favorire la presa del potere del "figlio di puttana" disponibile al momento. Nel 1981 Pinochet fece approvare una Costituzione in cui veniva confermato per sette anni al potere, ma che sottoponeva un ulteriore mandato a un referendum popolare, che poi perse, con il 56% di no.

L'avanzata sovietica in America Latina poteva essere contenuta in altro modo, risparmiando ai cileni un'atroce dittatura? Probabilmente sì, ma la storia non si fa con i ma e con i se. Ed è noto che qui non si apprezza particolarmente il "realismo" kissingeriano.

Uno degli errori che rischiano di commettere a destra è riservare alla figura di Pinochet, pur condannandola dal punto di vista politico e umano, un posto nel proprio "campo" e nella propria memoria storica, come la sinistra con Castro, senza invece sottolineare il carattere alternativo di una destra democratica.

Così si puntella il regime

Banda BassottiGoverno ladro. Ladro dei conti correnti "dormienti". Si dice che appartengano a defunti senza eredi. Dieci anni nelle banche senza una sola operazione e il titolare è dato per defunto e la somma trafugata dal Governo. Trattasi di esproprio. Possiamo davvero esser certi che quei conti non appartengano anche ad anziani che hanno messo da parte un po' di risparmi per i nipoti? Come minimo, il Governo dovrebbe impegnarsi a restituire la somma, con gli interessi, una volta che essa venga reclamata dal possessore.

Ciò che è ancora più grave è che con questi soldi il Governo Prodi assumerà nella Pubblica Amministrazione 300, o 350 mila, precari. Sommati alle assunzioni già previste nella scuola (150 mila in tre anni), fanno 500 mila. Ognuno dei quali, è il calcolo fatto ieri da Gian Antonio Stella sul Corriere, avrà mamme e papà, zie e fratelli pronti a «manifestare riconoscenza verso chi si è premurosamente preso cura di lui». Totale: tre milioni di voti. Ma anche attestandoci su stime più caute, considerando che di quei 500 mila il 60% si ricorderà di manifestare nelle urne la sua riconoscenza e che solo uno dei parenti si farà condizionare, siamo intorno ai 750 mila, in un paese che si governa con 25 mila voti.

«San Precario buono», lo ha definito Stella, perché a sinistra non tutti i San Precari sono ben accolti. Cuffaro, per esempio, per aver fatto la stessa cosa, è stato accusato di essere un procacciatore di clientele di voti «plebei destrorsi che magari puzzano perfino di rapporti inconfessabili con la mafia». «Vuoi mettere il San Precario buono, sorridente, virtuoso, politically correct, sindacalizzato e antifascista?»

Un'operazione lampante di mal governo, perché incurante dei criteri minimi di efficienza della "cosa pubblica", ma anche squalificante per Padoa Schioppa. Quando infatti il gettito dai conti correnti "dormienti" si esaurisce, dove si prendono i soldi per pagare i 350 mila nuovi assunti? Si torna ad aumentare la spesa? Neanche a un ragioniere verrebbe fatta passare un'entrata una tantum per finanziare una spesa corrente.

«No» alle «assunzioni di massa» dei precari è giunto da Emma Bonino, che per la prima volta (finalmente!), non la manda a dire: «Poi non ci si può lagnare se le misure non sono collegialmente difese».
«Una decisione presa al di fuori di ogni valutazione sull'efficienza della pubblica amministrazione, delle funzioni che deve svolgere lo Stato moderno, dei bisogni in termini di risorse umane dell'amministrazione. Una sanatoria senza alcun recupero di produttività».
Lo «specchio in frantumi» di cui ha parlato Prodi dopo i fischi presi al Motor Show «è nella società o nel Governo?»; la protesta non è forse «contro uno Stato sempre più pedagogico, sempre più esteso, sempre più intrusivo»? Se lo chiede Franco Debenedetti, che denuncia la «politica dirigista» del Governo, il quale dietro il «mantello nobile» del risanamento, nasconde il «reale obiettivo di far provvista di risorse». La «crescita» è solo quella della spesa pubblica.

Anche Pietro Ichino coglie un aspetto degno di nota: il dramma della "precarietà", di tanti ragazzi che entrano nel mondo del lavoro come co.co.pro., o come stagisti, e non riescono a penetrare nel tempo indeterminato è causato dall'«iperprotezione e inamovibilità» di molti fannulloni che non possono essere licenziati. Ma c'è di più. Sempre più la Pubblica Amministrazione e le aziende private si servono di questi contratti atipici e l'attivismo dei tanti ragazzi che desiderano cogliere la loro occasione diventa un alibi per chi è dentro a lavorare ancora meno.

Un ulteriore pericolo imminente è nel "memorandum" siglato da Governo e Sindacati sul rinnovo dei contratti collettivi pubblici, nei quali secondo tale accordo dovrebbero rientrare premi alla produttività sul lavoro. Finalmente! saremmo indotti a esclamare. Eppure, dietro questo "memorandum" si nasconde l'ennesima fregatura.

La valutazione dell'efficienza e della produttività delle strutture pubbliche e degli addetti non è affidata ad organi indipendenti dotati di strumenti puntuali e credibili. No, la "verifica" sarà "concertata" tra le varie Amministrazioni Pubbliche e i Sindacati, senza alcuna trasparenza e pubblicità dei dati. E' un altro colossale e decisivo pericolo per la democrazia. Il rischio infatti è che si accentui in modo determinante la tendenza già in atto nel pubblico impiego per cui progrediscono in carriera, per quote, i "protetti" dei vari partiti e sindacati, mentre l'etichetta del "fannullone" verrà affibbiata agli elementi "scomodi", troppo indipendenti.

Questi sono i tasselli con i quali la realtà partitocratica e oligarchica italiana si rafforza, nell'indifferenza purtroppo generale.

Monday, December 11, 2006

Se ci fosse un leader, a Washington o a Bruxelles

Decine di studenti iraniani hanno trovato la forza per contestare pubblicamente il presidente Ahmadinejad disturbando un suo discorso all'Università Amir Kabir di Teheran. Gli studenti hanno scandito slogan come "morte al dittatore" e hanno perfino cercato di salire sul palco, prima di essere bloccati da altri studenti, con i quali sono nati degli scontri. All'interno del campus universitario i manifestanti hanno anche bruciato immagini di Ahmadinejad.

Fonte: Adnkronos, ore 12,56

Un episodio che dovrebbe risvegliare in Occidente le coscienze addormentate. A Washington e a Bruxelles. La palla lanciata dagli studenti iraniani va giocata. Subito, le cancellerie dovrebbero mobilitarsi, e farlo pubblicamente, chiedendo a Teheran di rispettare la libera espressione del dissenso, ottenendo garanzie che a quei coraggiosi contestatori non venga torto un capello. Questo, se ci fosse un leader, a Washington o a Bruxelles.

In dubio, pro Piero

Dopo un po' di travaglio intellettuale Bellasio giunge alla inevitabile conclusione: «... sono contrario a non rispettare la volontà individuale di una persona quando gli effetti più forti e importanti di quella scelta ricadono soltanto sulla persona che la compie».

In dubio, pro Piero. Prima della vita, il vivente, l'individuo, libero e responsabile. Dubbi non è permesso averne se prima non si risponde alla domanda: se non Piero, chi per suo conto? Non agire è già una scelta. Non staccare la spina che Welby chiede che gli sia staccata non significa lasciare che le cose facciano il loro corso, ma reiterare ogni giorno e notte una decisione la cui responsabilità è dello Stato, dal momento che il medico curante l'ha declinata proprio chiamando in causa le leggi attuali. Dunque, in questo momento, per Welby sta decidendo lo Stato.

E ciò non è liberale, non lo è «oltre ogni ragionevole dubbio». «In dubio pro vita» è comunque un'opzione che per il "bene" di Welby potrebbe risultare sbagliata. A chi, dunque, la decisione? Essendo in questo caso negata la reversibilità della scelta, chi può assumersi la responsabilità di commettere anche un errore, se non Welby stesso?

C'è chi preferisce morire, piuttosto che vivere da schiavo. Vogliamo impedirglielo? Costoro hanno conquistato la libertà di cui godiamo ancora oggi, anche se troppo spesso ce ne scordiamo.

Tornano i volenterosi per modernizzare il paese

Una scena dal film L'attimo fuggente«Nulla è difficile, per chi vuole». Il nuovo manifesto: merito e concorrenza i due principi base. C'è anche «una politica che rischia e che merita», ma nessun nuovo partito. Appuntamento a Milano il 29 gennaio.

Un brocardo latino che ci fa tornare alla mente quel magnifico film, "L'Attimo Fuggente", in cui il professor Keating (Robin Williams) conquista i cuori dei suoi studenti e li anima dello slancio vitale necessario ad affrontare la vita con spirito libero. «Nil difficile volenti», è il motto che fa da titolo al manifesto dei volenterosi, promosso da Daniele Capezzone (Rosa nel Pugno, presidente della Commissione Attività produttive della Camera), Paolo Messa (coordinatore di "Formiche"), Nicola Rossi (Ds) e Bruno Tabacci (Udc).

Il "tavolo dei volenterosi", iniziativa bipartisan di qualche settimana fa, nata per cercare di ribaltare la logica della Finanziaria (da più entrate alle riforme strutturali) con pochi emendamenti mirati, fu stroncato però del presidente Prodi, che tra la maggioranza, con la sua Rifondazione comunista, e le proposte di quel tavolo, non ebbe dubbi. Ma i volenterosi avevano preannunciato che non si sarebbero arresi e che, anzi, avrebbero rilanciato.

Così hanno lanciato un manifesto, a cui hanno già aderito il giuslavorista Pietro Ichino, gli economisti Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, Enrico Cisnetto, Giuliano Da Empoli, Franco Debenedetti, Alberto Mingardi, Maurizio Ferrera, Fiorella Kostoris, Gustavo Piga, l'ex segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, e il senatore della Margherita Antonio Polito.

«Governare è difficile. Avere il coraggio di rischiare è ancora più difficile. Ma possono le inevitabili difficoltà frenare il futuro del nostro Paese?», si chiedono i promotori, che ricordano a Romano Prodi le sue fiammate riformiste, quando nel 1994 firmò un appello (insieme a Debenedetti, il premio Nobel Modigliani e l'economista Mario Baldassarri) per chiedere a Berlusconi una riforma della previdenza più incisiva e nel 1997, da presidente del Consiglio, insediò la commissione Onofri, per studiare una riforma del welfare, che poi rimase lettera morta.

Quello dei volenterosi è un forte appello a modernizzare il paese seguendo due principi base, «merito» e «concorrenza», in tutti i settori: scuola, sanità, previdenza, impresa, lavoro, trasporti, energia, telecomunicazioni, istituzioni.

Occorre «rovesciare la prospettiva», sostengono: «Immaginare una scuola per gli studenti prima che per gli insegnanti, una sanità per i malati prima che per i medici, una previdenza per i pensionati di domani prima che per quelli di oggi o di ieri, incentivi alle imprese che accettano la sfida del mercato prima che a quelle in crisi, sostegno per chi cerca un lavoro prima che per chi già lo ha e magari non ha più troppa voglia di impegnarsi, ferrovie e linee aeree che si occupano di chi viaggia prima che di chi vi lavora protetto dall'inamovibilità, una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini prima che dei dipendenti pubblici».

Sanno che la loro è una battaglia non facile da vincere: «Chiedere tutto questo è difficile, è vero. Ottenerlo difficilissimo. Ma è terribilmente necessario. Noi pensiamo che sia un dovere volerlo fortissimamente». E la volontà è il «minimo» che possono offrire, scrivono i promotori, «alle nuove generazioni ed ai tanti italiani che al rischio e al merito ci sono già arrivati», per fargli capire che «c'è anche una politica a cui vale la pena di partecipare perché è una politica che "rischia" e che "merita"».

Nel manifesto viene inoltre specificato che l'adesione non implica l'opzione per un partito o uno schieramento e che non è in cantiere nessun nuovo soggetto politico. Lo scopo dei firmatari è fornire un «contributo di idee ed energie» alle forze politiche che vorranno accoglierlo. Appuntamento, per tutti i «volenterosi», a Milano, lunedì 29 gennaio 2007.

Saturday, December 09, 2006

La prigione "etica" di Piero Welby

«Dalla mia prigione infame, da questo corpo che, per etica s'intende, mi sequestrano», scrive Piergiorgio Welby ai direttori di giornali e tv. Fissata per martedì 12 dicembre l'udienza del Tribunale di Roma sul ricorso per ottenere l'interruzione dell'accanimento terapeutico attraverso il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale, Welby respinge le accuse di strumentalizzazione e rivendica i suoi «limpidi obiettivi ideali, umani, civili, politici».

«Come già Luca Coscioni, a mio turno sono oggi oggetto di offese e insulti, di pensieri, parole, aggressioni alla mia identità ed alla mia immagine, quasi non bastassero quelle perpetrate al corpo che fu mio e che, invece, vorrei, per un attimo almeno, mi fosse reso come forma - qual è il corpo - necessaria del mio spirito, del mio pensiero, della mia vita, della mia morte; in una parola del mio "essere".

Sono accusato, insomma, di "strumentalizzare" io stesso, la mia condizione per muovere a compassione, per mendicare o estorcere in tal modo, slealmente, quel che proponiamo e perseguiamo con i miei compagni Radicali e della Associazione Luca Coscioni, che ha ragione ormai antica e sempre più antropologicamente, culturalmente, politicamente forte; "dal corpo del malato al cuore della politica". O, ancora, non sarei, come già Luca Coscioni, che io stesso strumentalizzato dai "miei", così infamandoci come meri oggetti o come soggetti plagiati (o indemoniati - vero, signori?).

Strumenti? Sono, invece, limpidi obiettivi ideali, umani, civili, politici...

Comunque addio, signori che fate della tortura infinita il mezzo, lo strumento obbligato di realizzazione o di difesa dei vostri valori!»


Accusato di "strumentalizzare" o di "farsi strumentalizzare", Welby rivendica il suo essere soggetto - e non oggetto - di politica. C'è, invece, chi si avvale del sequestro e della tortura sul corpo altrui per realizzare e difendere la sua etica...

Friday, December 08, 2006

C'è poco da starsene tranquilli

Troppo vago l'ordine del giorno perché il fronte laico canti vittoria. E' comunque positivo che il Parlamento abbia impegnato il Governo e che il dibattito sulle unioni di fatto sia stato calendarizzato.

Diciamo che l'improvvisa accelerazione si deve soprattutto all'esigenza di non intralciare il percorso della Finanziaria al Senato. La norma sulle successioni contenuta nella Finanziaria, infatti, prevedendo pari diritti per i conviventi rischiava di far deflagrare la polemica sulle coppie di fatto prima del tempo, provocando spiacevoli contrattempi e ripercussioni sull'iter della legge di bilancio. Così è stata stralciata dal maxi-emendamento, e solo per questo motivo il Governo si è impegnato a occuparsi in un disegno di legge, da presentare entro il 31 gennaio del 2007, della questione delle unioni di fatto nel suo complesso. Che ci sia già un accordo sul come lo escluderei.
Nel frattempo, un mezzo successo per i digiunatori: con decreto Prodi ha nominato il nuovo Comitato di Bioetica.

Istintivamente diffido dei comitati etici, quindi non aspettatevi molte parole. Il presidente, Casavola, se non sbaglio dovrebbe rientrare nella categoria "cattolici adulti". Tra i pochi membri che conosco, persone sicuramente serie sono Elena Cattaneo, Gilberto Corbellini e Riccardo Di Segni.

Ma ieri è stata anche la giornata delle deludenti parole di Gianfranco Fini sul caso Welby:
«Welby è cosciente, non può chiedere di morire, chi assecondasse la sua volontà sarebbe un omicida... la vita non è nella disponibilità di un uomo».
Si finisce così che l'unico per il quale la vita umana è indisponibile è proprio l'individuo. E' nella disponibilità di Dio, per chi ci crede, dello Stato, di sicuro e per tutti, non dell'uomo che la sta vivendo.

A lungo si può discutere di testamento biologico, di tutori legali e casi in cui il paziente non è cosciente, come fu quello, tragico, di Terry Schiavo, ma la situazione di Piero Welby davvero non lascia alibi. Di fronte a una volontà liberamente e consapevolmente espressa, qui e ora, non c'è autorità superiore a quella del paziente che valga.

Ottima iniziativa, invece, da ben tredici deputati di Forza Italia: «Lo Stato non può sequestrare la volontà di un paziente».
(Benedetto Della Vedova, Margherita Boniver, Simone Baldelli, Battista Caligiuri, Giuseppe Cossiga, Enrico Costa, Stefania Craxi, Antonio Martino, Chiara Moroni, Mario Pepe, Sergio Pizzolante, Dario Rivolta, Paolo Romani).

All'incredibile editoriale dalla "doppia morale" di Ferrara, ha risposto Adriano Sofri, e non serve aggiungere nient'altro.

Thursday, December 07, 2006

Appuntamenti

Oggi interverrò alla manifestazione PiùBlog, sul tema Blog e politica: ore 15, Palazzo dei Congressi (Eur), a Roma. Ci saranno molti altri blog: Mario Adinolfi, Mario Sechi, The Right Nation, Pennarossa, Krillix.

Domenica invece sarò a Lecco, dove interverrò alla presentazione del libro "Stati assassini. La Democrazia come arma contro la violenza omicida dei governi": dunque, il 10 dicembre, ore 15, alla sede dell'Associazione Radicali Lecco (via Roma, 78). Con me, Oggettivista.

UPDATE: ah, scordavo, da Milano a Lecco sarò accompagnato da un autista d'eccezione!

Wednesday, December 06, 2006

Il rapporto sull'Iraq, ritorno al passato

Il presidente Bush con Jim Baker e Lee HamiltonOtto mesi di lavoro per tornare indietro di quindici anni. Oggi il rapporto (testo integrale) dell'Iraq Study Group, guidato dall'ex segretario di Stato James Baker e dall'ex deputato democratico Lee Hamilton, è stato presentato al presidente Bush, che l'ha accolto in modo molto "fair": «Questo rapporto dà una valutazione molto dura della situazione in Iraq. Comprende alcune proposte veramente molto interessanti. Valuteremo seriamente ogni proposta e agiremo in maniera tempestiva». Ma poi ha aggiunto: è «un'opportunità per lavorare insieme... per trovare un terreno comune, per il bene del paese».

Diffidate da ciò che leggerete domani sui giornali. Pur rappresentando innegabilmente un diverso approccio di fondo ai problemi del Medio Oriente, rispetto a quello fin qui seguito dall'amministrazione, non è una bocciatura della politica estera di Bush, ma un onesto contributo per cambiarla. In peggio, io credo. Non dice che la guerra è stata un errore, né che bisogna andarsene dall'Iraq, non fissa neanche una data per il ritiro delle truppe, ma cerca di indicare un modo per migliorare la situazione, reiterando però - è questo il paradosso - le stesse idee sbagliate di Rumsfeld e del Pentagono: il graduale disimpegno se le condizioni lo permetteranno.

Si fonda su tre propositi cardine.

Per quanto riguarda le truppe impiegate sul terreno, il rapporto suggerisce di cambiare il loro ruolo, da combattimento ad appoggio alle forze irachene:
«La missione primaria delle forze americane in Iraq deve evolversi verso il supporto all'esercito iracheno, che si assumerà la responsabilità primaria per le operazioni di combattimento. Entro il primo trimestre del 2008, salvo inattesi sviluppi nella situazione di sicurezza sul terreno, tutte le brigate di combattimento non necessarie per la protezione della forza potrebbero essere fuori dall'Iraq. A quel momento le forze di combattimento americane potrebbero essere dispiegate solo in unità "embedded" con le forze irachene, in squadre per operazioni a reazione rapida e per operazioni speciali, nell'addestramento, l'equipaggiamento, le consulenze, la protezione della forza e il salvataggio».
Un modo per responsabilizzare gli iracheni, dunque.

Dal punto di vista diplomatico, suggerisce un'ampia iniziativa «per costruire un consenso internazionale per la stabilità in Iraq e nella regione», coinvolgendo tutti i paesi confinanti, compresi la Siria e l'Iran.

«Data la capacità di Iran e Siria nell'influenzare gli eventi in Iraq e il loro interesse ad evitare il caos in Iraq gli Stati Uniti dovrebbero cercare di impegnarli costruttivamente».
Come dicevamo, dialogare con Siria e Iran oggi significa innanzitutto due cose: sacrificare la fragile democrazia libanese; accettare che Teheran si doti dell'atomica. Che cosa in cambio? La stabilizzazione irachena, certo, ma non in senso democratico e quindi, alla lunga, la sconfitta anche in Iraq. Negoziare si può, basta essere consapevoli che potrebbe voler dire rinunciare a ogni speranza di trasformazione democratica del Medio Oriente. E saremmo davvero più sicuri?

Infine, non poteva mancare il nodo della questione palestinese. Il rapporto chiama gli Stati Uniti a «un rinnovato e sostenuto impegno per una pace globale arabo-israeliana su tutti i fronti».

«Gli Stati Uniti non possono raggiungere i loro obiettivi in Medio Oriente, fino a quando non affronteranno direttamente il conflitto arabo-israeliano e la instabilità regionale».
Il difetto del rapporto è nell'analisi di fondo. Manca il riconoscimento di un fondamentale dato di realtà sempre più evidente negli ultimi anni: le crisi e l'instabilità di cui soffre il Medio Oriente dipendono in modo diretto della natura dei regimi arabi. E' la mancanza di democrazia, libertà e sviluppo, che rende il Medio Oriente strutturalmente portato ad essere fonte e sede dei conflitti. Un esempio valido di come si tenda a scambiare causa ed effetto: non è vero che la pace tra israeliani e palestinesi è la condizione sine qua non per vedere risolte magicamente le altre crisi nella regione; è vero, piuttosto, il contrario, cioè che finché esisteranno regimi come Siria e Iran non ci sarà processo di pace che tenga tra israeliani e palestinesi, la cui sorte dipende dalle politiche di aggressione dei vicini.

Sempre di più abbiamo la conferma che le soluzioni realiste ai problemi del Medio Oriente sono anche le meno realistiche. Purtroppo, l'incertezza strategica e la debolezza politica della Casa Bianca in questo momento ci fanno temere che l'approccio "realista" possa in qualche modo prevalere.

Il rapporto è stato definito «un perfetto fallimento» da Robert Kagan e William Kristol, sul Weekly Standard.

«... a pallid and muddled reiteration of what most Democrats, many Republicans, and even Donald Rumsfeld and senior military officials have been saying for almost two years... despite efforts to make it appear otherwise, then, the real recommendation of the Baker-Hamilton Iraq Study Group is "stay the course." For this we waited nine months?
(...)
The idea was to provide usable advice for the Bush administration that would help it move toward an acceptable outcome in Iraq. In that, the commission has failed».
Kagan e Kristol concludono dicendosi «insoddisfatti» di come il presidente ha permesso al Pentagono e ai capi militari di continuare con una «strategia inefficace» e auspicando l'invio di più truppe. Altra opinione critica, quella di Ralph Peters (Weekly Standard). Interessanti anche queste riflessioni di Kagan sull'immagine distorta che l'America ha di se stessa.

Non un centesimo in più

Giavazzi ribadisce: basta sprechi.
«Selezionare meglio i giudici, rimuovere i fannulloni, introdurre incentivi: solo dopo aver fatto queste cose può aver senso spendere di più. Altrimenti più risorse in mano ai giudici pigri sarebbero solo sprecate. Per la giustizia, come per l'università e per tutte quelle pubbliche amministrazioni che non passa giorno che non reclamino più risorse».

Alitalia, altro grande imbroglio

Il solito "patto" occulto tra Tesoro e acquirenti "amici": comprate pure a condizioni svantaggiose, tanto per le future perdite ci sono i soldi dei contribuenti

E ti pareva? Un passo avanti, due indietro, come previsto. Il comunicato del Ministero dell'Economia parla chiaro e dopo averlo letto a parlare di «privatizzazione» ci vuole una gran faccia tosta.

Varrà ceduta «una quota del capitale della società non inferiore al 30,1%», ma allo stesso tempo «verrà richiesto ai potenziali acquirenti di presentare un dettagliato piano industriale e di vincolarsi contrattualmente con lo Stato italiano al rispetto di una serie di impegni di lock up, che saranno individuati anche tenendo conto di profili di interesse generale; tra questi, a titolo esemplificativo: adeguata offerta dei servizi e copertura del territorio; livelli occupazionali; mantenimento dell'identità nazionale della società, del suo logo e del suo marchio».

Tutti questi vincoli, naturalmente, si traducono per gli acquirenti in costi che verranno compensati acquistando le quote del capitale a un valore inferiore a quello di mercato. Dunque, saranno i contribuenti, alla fine dei giochi, a pagare i costi di quei vincoli cui il Tesoro ha deciso di sottoporre gli acquirenti.

Da una parte, l'obbligo di lanciare un'Opa sul 100%; il passivo di 1,2 miliardi di euro; gli altissimi stipendi dei dirigenti; la gestione «rovinosa e ingessata» del personale; un'offerta inefficiente. Dall'altra, le mani legate per poter intervenire su tutto questo.

E' vero che «in cinque mesi il governo di centrosinistra ha fatto la mossa più logica che il governo di centrodestra non è stato capace di fare in cinque anni», ma anche la Repubblica si accorge che «in queste condizioni, chi compra Alitalia, almeno nel breve-medio periodo, si carica di un rischio d'impresa altissimo, con prospettive di redditività bassissime».

Dunque, «adeguata offerta dei servizi» e «copertura del territorio» vuol dire che lo Stato pretende che Alitalia continui a garantire un tipo di offerta che non risponde alle logiche del mercato e della competizione. Garanzie sui «livelli occupazionali» vuol dire che c'è già un accordo con i sindacati per impedire alla nuova proprietà di ridurre il personale, a prescindere da ogni valutazione sull'attuale efficienza degli organici. «Mantenimento dell'identità nazionale della società» vuol dire rinunciare all'ingresso di capitali stranieri in grado di offrire maggiore solidità finanziaria e, quindi, servizi migliori.

Tutto ciò vuol dire che il costo del prodotto si manterrà elevato; che, di conseguenza, rimarranno poco competitivi i prezzi anche per le tratte più richieste; che Alitalia continuerà a chiudere i bilanci in perdita e lo Stato a intervenire per "salvarla".

Ora, è evidente che a queste condizioni l'acquisto di importanti quote di Alitalia diventa un investimento piuttosto rischioso. La compagnia infatti, sottoposta a tutti quei vincoli (non può rivedere servizi, tratte, organici, secondo logiche puramente di mercato) difficilmente riuscirà a competere con le altre linee aeree.

Finirà come al solito. Non solo lo Stato, ponendo tutti quei vincoli, avrà incassato meno del dovuto per le quote di capitale che cede, ma dovrà anche intervenire periodicamente con sussidi e agevolazioni varie, sul tipo Fiat, come prepensionamenti o altro, facendo pagare ai contribuenti il costo di rischi che dovrebbero accollarsi interamente gli imprenditori, ai quali però si fornisce un comodo alibi dietro il quale ripararsi per non assumerseli.

Il solito "patto" occulto tra Tesoro e acquirenti "amici" alle spalle dei contribuenti: comprate pure a condizioni svantaggiose, tanto per le future perdite ci sono le tasche dei cittadini. «Privatizzare» i guadagni e «socializzare» le perdite, sembra ancora una volta il il principio-guida.

Se Prodi vuole evitare un'altra svendita di un carrozzone pubblico - operazioni di cui sembra tanto esperto - deve abbandonare Alitalia alle logiche del mercato.

Berlusconi ha qualcosa da dire in proposito? L'iniziativa del Governo Prodi è criticabile da molti punti di vista, ma qual è quello del centrodestra: critico perché si sta privatizzando, perché non lo si sta facendo veramente, o starsene zitti perché al posto di Prodi si sarebbe fatta la stessa operazione

Nuovi fusionismi cercasi

«Liberisti e di sinistra, libertari e liberal, in una parola "liberaltarians"». E' Christian Rocca, su Il Foglio, a spiegarci l'ultimissimo fenomeno della politica americana, «la nuova formula contenuta in un manifesto politico progressista pubblicato sulla rivista liberal The New Republic, a firma di Brink Lindsey, vicepresidente del Cato Institute».

I grandi successi del GOP, dalla sconfitta di Goldwater (1964) al trionfo di Reagan (1980), si devono all'alleanza strategica stretta tra i conservatori tradizionali e i libertari. Spinti da motivazioni diverse, si sono ritrovati nell'anticomunismo e nell'idea di Stato minimo, in difesa gli uni della tradizione, gli altri della libertà individuale. Lo Stato era il problema, non la soluzione.

Oggi questa alleanza «è entrata in crisi». Quando è nata, il problema era di «proteggere i valori tradizionali dall'intrusione del governo», mentre oggi - avendo ottenuto sostanziali successi, soprattutto negli anni '80, nella riduzione delle tasse e, in generale, dell'intervento del governo - i conservatori chiedono di «promuovere i valori tradizionali attraverso l'intrusione dello stato». Emendementi costituzionali per vietare il matrimonio tra gay; campagne per l'astinenza sessuale; fondi federali ai gruppi confessionali. Tutto questo, a chi quell'alleanza l'aveva stretta per difendere la libertà individuale dalle intrusioni del governo, non può andare bene.

La differenza è sostanziale: un conto è chiedere che lo Stato non soffochi i valori tradizionali che persistono nella società e ai quali i cittadini sono liberi di conformarsi, se lo desiderano; ben altra cosa è che lo Stato s'incarichi di promuoverli, restringendo così la libertà di quanti non desiderano conformarvisi.

«La rivoluzione conservatrice bushiana, dunque, ha preso in prestito dai liberal l'idea di usare gli strumenti statali e federali per promuovere i propri obiettivi». E c'è chi imputa, come segnalavamo qualche settimana fa, la sconfitta del GOP alle elezioni di mid-term proprio al tradimento dei propri principi, contrari al big-government: «Siamo stati eletti al Congresso per cambiare lo stato, ma il problema è che noi stessi siamo diventati lo Stato», commentava il senatore John McCain, all'indomani del voto del 7 novembre.

Anche coloro, come i Repubblicani, che sono andati al governo vedendo nello Stato un problema più che una soluzione, nel corso di tanti anni di gestione del potere hanno cominciato a prendere un'eccessiva confidenza con le leve del comando e sono indotti a confidare nell'espansione del ruolo dello Stato per perseguire le loro politiche.

Una «spaccatura» nella «grande tenda» del GOP. Ne ha parlato, sul Washington Post, Sebastian Mallaby, spiegando che secondo Lindsey i principi sono mutati, lo si vede dai flussi elettorali. Il Gop è stato «virtualmente cancellato» dal Nord-Est, ha subìto dei brutti colpi nel Mid-West, mentre «sempre più riflette i valori delle sue roccaforti nel Sud». Il risultato è che ha perso la propria «tinta libertaria» e si è fatto «più religioso e tradizionalista».

Non sono solo i valori del Sud il problema, ma anche la sua attitudine ad adagiarsi sugli aiuti federali. Ed «è difficile per il partito dello small-government rappresentare le comunità che traggono i maggiori benefici dal big-government». Il presidente Bush ha tentato di risolvere questa contraddizione, facendo contenti i libertari con i tagli alle tasse e i tradizionalisti con più spesa. Il risultato è stato un ampio deficit.

Brink Lindsey quindi propone una nuova alleanza: tra libertari e liberal di sinistra. «Storicamente», ricorda Rocca, hanno ottenuto grandi risultati: sulla lotta alla censura, la legalizzazione del divorzio e dell'aborto, sul garantismo. Oggi condividono soluzioni sull'immigrazione, sulle cellule staminali, sui diritti dei gay e sulla lotta al terrorismo senza limitare le libertà civili.

Tuttavia, ostacoli che potrebbero rivelarsi insormontabili per la nuova alleanza sono lo scetticismo dei Democratici nei confronti del laissez-faire e le loro politiche di espansione dell'intervento dello Stato, anche se proprio per questo - osserva Mallaby - il partito avrebbe bisogno di buone idee per contenere la spesa da chiunque ne abbia, libertari compresi.

In ogni caso, Lindsey muove da un'intuizione empiricamente fondata, da una tendenza che ci sembra di riscontrare sempre più spesso non solo nella politica americana, ma anche in quella europea e italiana. Sempre meno la categorie destra/sinistra servono a comprendere le divisioni politiche; sempre più lo spartiacque è tra chi vuole ampliare gli spazi della libera scelta individuale, negli ambiti economici come in quelli personali, e tra chi vuole restringerli.

A ridisegnare i confini nella politica americana provò già lo scorso 15 giugno David Brooks, sul New York Times:
«If American politics could start with a clean slate today, the main argument wouldn't be between liberalism and conservatism, words that have become labels without coherent philosophies. The main fight would pit populist nationalism against progressive globalism. The populist nationalist party would be liberal on economics, conservative on values and realist on foreign policy... The progressive globalists, on the other hand, would be market-oriented on economics, liberal on values and multilateral interventionists in foreign affairs».

Tuesday, December 05, 2006

Dove ci porta Della Loggia con il suo editoriale?

Silvio BerlusconiTra i capi e il popolo del centrodestra, come ha dimostrato la manifestazione di sabato a Roma, c'è il vuoto, sostiene Galli Della Loggia, oggi sul Corriere. Nessun intellettuale, nessun esponente dell'industria e della finanza, o dell'alta burocrazia, del mondo del lavoro o delle professioni. Un popolo «vero», ma senza «corpi intermedi» che facciano da cinghia di trasmissione con i suoi capi. C'è del vero in quanto rimprovera Della Loggia al centrodestra:
«Riesce sì a portare alle urne e a mobilitare il "popolo", cioè una massa variegata di cittadini, ma tuttora ha una grandissima difficoltà a organizzare la società, nel senso di integrarsi stabilmente con questo o quello dei suoi settori, dei suoi "ambienti", fino ad assumerne un'organica rappresentatività».
Un conto, sembra dire l'editorialista del Corriere, è essere subalterni alle elìte, altra cosa è disprezzarle. Si finisce per dar corpo a una politica populista «che andrà bene per il Venezuela, forse, ma non per l'Italia».

E qui vengono le responsabilità di Berlusconi, che non ha saputo, tra il Dna cattolico e quello post-fascista, elaborare nuova cultura politica, «probabilmente perché politicamente sprovvisto di una qualunque vera idea forte». «La rivoluzione liberale è così rimasta una formula», poi il «partito di plastica» eccetera eccetera.

C'è del vero in questa analisi, sarebbe sciocco non riconoscerlo, ma è indubbio che quel passaggio di Tremonti sui «salotti» abbia suscitato la reazione dei quotidiani che di quei salotti sono espressione. Anche Guido Gentili, su Il Sole 24 Ore, ha chiesto di sapere qual è il capitalismo che ha in mente il centrodestra.

Da tutt'altra ottica vede le cose Massimo Teodori, su il Giornale, che nella manifestazione di sabato vede un popolo forse un po' «sempliciotto», ma maturo politicamente, che chiede di consolidare una politica «fondata su una chiara scelta di campo, con il centrodestra o con il centrosinistra, con il governo o con l'opposizione... scevra da barocchismi, per scelte non trasformistiche, vale a dire in favore di un bipolarismo istituzionale quale i politici non sono fin qui riusciti ad imporre».

Non rimane che «formalizzare» con coerenti meccanismi istituzionali il sistema politico che da oltre dieci anni i cittadini mostrano di volere: «Primo, che alle elezioni vi siano due scelte politiche che permettano con il voto di decidere chi debba governare e chi debba stare all'opposizione. Secondo, che alla testa d'ogni raggruppamento vi sia uno ed un solo leader che simboleggi lo spirito di tutti coloro che si schierano da una parte».

Letta in questo modo, ciò che Della Loggia interpreta come populismo, in Teodori diventa voglia di bipartitismo e presidenzialismo all'americana.

Probabilmente - lo dico rischiando di apparire terzista - entrambe le cose. Nel senso che sono convinto che nella società italiana, a destra come a sinistra, vi sia un magma rilevante di istanze liberali, frutto di un'idea della politica ormai deideologizzata, più vicina persino a una concezione pragmatica e semplificata di stampo anglosassone. Istanze magari inconsapevoli, magari espresse rozzamente, che non riescono a riconoscersi in questo confuso e autoreferenziale sistema politico, né a trovare una stabile forma di rappresentanza.

Forse, nella maggior parte dei casi, l'ostilità verso le tasse non è mancanza di spirito civico, ma istinto di autodifesa da uno Stato troppo invasivo. Forse, nella maggior parte dei casi, si rifiuta la flessibilità perché si ha l'inconsapevole percezione che a sottostare alle regole del libero mercato sono sempre i soliti outsider e non i tanti privilegiati.

E' nell'interpretare e nel dare forma a queste istanze che la politica fallisce. Berlusconi, nell'aver mancato la clamorosa occasione per una "rivoluzione thatcheriana" all'italiana, finendo per scadere nel populismo; i leader del centrosinistra, nell'immobilismo, preferendo gestire il potere piuttosto che affrontare con coraggio la sfida culturale di far innamorare il loro popolo del libero mercato.

Tuttavia, mi chiedo: ma quando Della Loggia critica Berlusconi perché non ha saputo costruire un rapporto con l'establishment (è così che si chiama?), gli sta forse rimproverando di essere incapace di ragionare in termini di egemonia? Perché se così fosse, per quanto mi riguarda, sarebbe un complimento, più che una critica. Poiché un conto è saper elaborare e promanàre cultura politica (e Berlusconi si è dimostrato incapace di farlo), ben altro discorso - e ben poco liberale - è esercitare un'egemonia gramscianamente intesa.

Nella realtà italiana quegli "ambienti" cui si riferisce Della Loggia possono davvero essere definiti delle elìte - delle quali in ogni democrazia è auspicabile che la politica si avvalga - o piuttosto non sono che oligarchie parassitarie le quali, esse per prime, sono scollate dal "popolo" e spremono il paese? Dalla risposta a questa domanda dipende evidentemente anche il giudizio sull'incapacità di Berlusconi e del centrodestra a rappresentare certi "ambienti": difetto o pregio?

Nel caso in cui appaiano fondati gli argomenti di Della Loggia, ma allo stesso tempo si abbia una lettura della realtà italiana in termini oligarchici, non si potrebbe che giungere alla conclusione che a Berlusconi possiamo imputare tutta una serie di errori e fallimenti, ma non il populismo, non il difetto di non aver rappresentato, e di non rappresentare ancora oggi, l'anti-sistema, l'anti-regime, l'anti-quel blocco sociale "capitale-lavoro", "Confindustria-Sindacati-Banche-Partiti", che sta condannando questo paese al declino. Se Della Loggia ha ragione, e se il regime c'è, Berlusconi non sta dalla parte del regime.

Qual è la politica economica del centrodestra?

Credo che a questo punto non si possa più far finta di nulla. Esiste un "caso" che riguarda anche la politica economica del centrodestra. Non basta ripetere ossessivamente da un palco la parola "libertà", o dimenarsi contro nuove tasse, per dirsi automaticamente "liberali". Troppo facile, d'altronde, in un paese dove la pressione fiscale è al 42,5%.

Ormai da colbertista la posizione di Giulio Tremonti, ex ministro dell'Economia, vicepresidente di Forza Italia, se non ricordiamo male, dunque non proprio l'ultimo arrivato, è divenuta dichiaratamente no-global e anti-mercato, come da lui stesso affermato e ribadito di recente, non senza un esplicito riferimento alla sinistra antagonista.
«Il futuro è la sinistra antagonista e non quella governista. L'ideologia che considerava il mercato come luogo dominante della politica è finita... è finita la sinistra neoliberista... E' fallita l'idea che un paese si governa come un'azienda... Se è vero che la politica non potrà tornare nei recinti ideologici è anche impossibile che resti nel luogo artificiale del mercato.»
Dietro la terminologia "creativa" di Tremonti, svela Ernesto Felli, su Il Foglio, si nasconde una vecchia ricetta: l'economia sociale di mercato, cara ai cattolici e ai socialdemocratici europei, via di mezzo tra libero mercato e statalismo. Il problema è che le politiche proposte «non funzionano». Le politiche che servono alla crescita, si dà il caso, sono esattamente «contrarie al protezionismo e al populismo corporativo» di Tremonti. Il low cost, l'interesse dei consumatori, sono la soluzione, non il problema.

Ancora più pungente, sempre su Il Foglio, è Alberto Mingardi, che si esprime sull'ex ministro senza molti giri di parole:
«Quanto, da fiscalista, è preciso e inappuntabile, da aspirante ideologo compone collage con tappi di bottiglia e profilattici bucati, piglia a sciabolate due secoli e mezzo di storia del pensiero politico, così, come stesse giocando a frisbee, convinto com'è che sulle braci fumanti di Marx non ci sia pietanza che non si possa cuocere e servire al tavolo della politica.
(...) parrebbe impegnato in una missione possibilissima: quella di costruire un centro-destra uguale in tutto e per tutto alla caricatura che ne fa la sinistra. Una specie di ideologia della grettezza, cucita addosso a bauscioni e sciurette, che alla xenofobia commerciale e a un certo gusto del complotto unisce il culto della roba, per cui si può essere per una drastica diminuzione delle tasse (l'imposta sul reddito) essendo pure per un drastico innalzamento delle tasse (i dazi). E' un tentativo conservatore e perdente, non solo perché esportare la democrazia americana è difficile ma lo è di più esportarne solo un pezzo, cioè Pat Buchanan.
(...)
Stupisce la miopia di un signore che si è fatto decapitare gridando "meno tasse", e non arriva a chiedersi se il fallimento del tentativo di ridurre il peso dello Stato, nella scorsa legislatura (coinciso con la sua prima mummificazione politica), abbia qualcosa a che fare con la resurrezione del "colbertismo". Più libertà economica in Italia e meno con la Cina è una formula che non regge. Il diritto all'autocompiacimento intellettuale è sacro, però originalità di pensiero e schizofrenia non sono proprio la stessa cosa».

Se ne va uno bravo

Se ne va uno bravo. Pensavamo che il sacrificio di Rumsfeld potesse preludere alla riconferma di Bolton all'Onu, ma così non è stato. Si acuisce la crisi politica dell'amministrazione Bush, che sembra sprofondata nell'incertezza strategica, alla vigilia dell'uscita dei suggerimenti dell'Iraq Study Group guidato da James Baker.

Su Bolton, annotiamo il commento del senatore John McCain:
«His resignation today is less a commentary on Mr. Bolton than on the state of affairs in the U.S. Senate. For over a year, Democrats blocked his nomination in the Foreign Relations Committee, preventing an up-or-down vote on the Senate floor. In so doing, they have deprived America of the right man at the right time at the U.N.»

Su Alitalia, ora, attenzione ai due passi indietro

La cessione da parte del Governo di quote importanti di Alitalia, fino a possedere meno del 30% della proprietà, è un passo avanti nella giusta direzione. Tuttavia, non vorrei che i soldi pubblici che rientrano per effetto di quella decisione venissero fatti riuscire dalla finestra. Non vorrei che si vendessero le quote a imprenditori "amici" per poi soccorrere la compagnia con sussidi e agevolazioni varie, sul tipo Fiat, come prepensionamenti o altro. Sarebbe, questo, un modo per far pagare ai contribuenti il costo di rischi che dovrebbero accollarsi interamente gli imprenditori che subentrano al posto del Tesoro.

Certo, coloro che accettano di sopportare i seri rischi che un investimento in una società decotta comporta, dovrebbero poi avere mani libere per quanto riguarda il piano industriale dell'azienda, senza che lo Stato metta becco.

UPDATE: e Oscar Giannino, su il Riformista di oggi, scrive:
Ieri Prodi ha comunicato che il bando di gara con le precise condizioni per candidarsi alla cessione della quota che il governo intende dimettere giungerà ad horas. Non è per contraddire i tanti leader dell'Unione che ieri hanno affermato che il governo si sta muovendo nella vicenda con coraggio, tempestività e determinazione.E tanto meno per replicare al ministro Bianchi, convinto ancor oggi che la proprietà pubblica in Alitalia stia dando una prova positiva. Si fa solo modestamente presente che in una società quotata annunciare per giorni che se ne dismetterà una quota ics indeterminata ma comunque tale da far subentrare altri privati nel capitale senza che debbano lanciare un'Opa per esercitarne il controllo, il tutto senza aver chiarito minimamente che cosa davvero si chieda a tali privati di garantire, e in cambio di cosa dovrebbero accollarsi un ruolo succedaneo senza poter sciogliere i nodi con cui l'azionista pubblico ha vincolato il destino di Alitalia al rosso profondo, lascia il mercato nella più totale incertezza di informazioni necessarie perché l'eventuale azionista rimasto fedele al titolo malgrado le maxi perdite possa decidere che cosa farne. È solo una mano a che manine forti possano comprare ai prezzi attuali. La Consob, tanto per dirne una, che ne pensa?

Il totem dell'«unità» condanna all'immobilismo

Berlusconi sul palco insieme a Fini e a BossiSi sente riecheggiare in questi giorni, dopo la manifestazione di sabato, un'affermazione funesta: il popolo del centrodestra chiede «unità». Spero che non sia così. Spero che prima dell'«unità» il popolo del centrodestra voglia ancora riforme liberali. Che non si vada ad infilare nella trappola in cui si trovano i riformisti del centrosinistra, che all'unità della loro coalizione hanno eretto un totem.

Ogni occasione è buona per attribuire al "popolo della sinistra" questo desiderio di unità, tanto che quel popolo se n'è alla fine convinto. Ma - esperienza insegna - nel ruolo di custodi dell'unità della coalizione, a quel singolo obiettivo si finisce per sacrificare anche tutto il resto: le riforme, e ogni scelta politica. Proprio come sta capitando ai riformisti, che ogni giorno prestano il fianco alle bordate massimaliste dell'estrema sinistra e dell'ala "cattolicista".

Chiedendo «unità», prima e più che riforme liberali, il popolo del centrodestra non avrà né l'una né le altre. Si vincono le elezioni, e si governa, al "centro", inteso non come spazio fisico da occupare con un partito, ma come spazio virtuale di una politica pragmatica in grado di conquistare gli swinging voters. Se, come il centrosinistra, anche il "popolo del centrodestra" è pronto a sacrificare quella politica al totem dell'«unità» della coalizione, sotto il ricatto di posizioni ideologiche e conservatrici, si condanna all'immobilismo, ponendo le basi per stare all'opposizione vent'anni.

Avere il coraggio di fare scelte "di governo", pragmatiche perché liberali e viceversa, vuol dire trascinare con sé i pezzi più retrogradi ed estremisti della propria coalizione, oppure perderli per strada. In ogni caso è un coraggio che, anche strappo dopo strappo, alla lunga premia.

Monday, December 04, 2006

Le tentazioni di Casini

Casini con Berlusconi, in altri momentiPotrei sbagliarmi, ma ho come l'impressione che l'elettorato dell'Udc, diciamo tra il 4 e il 6%, sia quasi tutto interno al centrodestra. Nel senso che si tratta di elettori la cui opzione per il centrodestra è salda e che tra i partiti che lo compongono scelgono l'Udc. Ma se il partito di Casini dovesse decidere di andare a rafforzare il centro in una maggioranza di centrosinistra, o di tentare avventure terziste neo-democristiane, vedrebbe ridursi la sua cifra elettorale al 2%.

Non credo che Casini ignori questo dato. Che cosa ha in mente, allora? Ha ragione quando fa notare che manifestazioni come quelle di sabato ricompattano la maggioranza attorno al fragile Governo Prodi, ricordandole che l'incubo berlusconiano può tornare. Il leader dell'Udc ha un altro piano per indebolire Prodi, forse più efficace: lavorare ai fianchi, lavorarsi gli alleati del professore, accreditarsi presso il mondo dell'impresa e delle banche.

Il suo obiettivo è provocare la caduta di Prodi - o, meglio, lavora al superamento della dicotomia Prodi-Berlusconi, che sta bloccando il sistema politico italiano - e partecipare da protagonista al governo successivo, appoggiato da una maggioranza che grazie all'apporto dell'Udc potrebbe fare a meno dell'estrema sinistra. Un governo che nasca con il compito di fare le riforme strutturali e le liberalizzazioni.

A meno che una tale esperienza non si concluda in modo fallimentare, l'Udc avrebbe dinanzi a sé più di uno scenario e tutto da guadagnare per il 2011. Potrebbe alzare il prezzo di un suo ritorno nel centrodestra, se quelli lì saranno così fessi da riaprire le porte senza capire che quelli dell'Udc di oggi sono quasi tutti voti che comunque non si muovono dal centrodestra. Ma anche rendersi disponibile a un'alleanza di governo con il centrosinistra: un Veltroni-Casini. In ogni caso, l'Udc si ritaglierebbe un ruolo da ago della bilancia. Bluff o forza reale? Chi vivrà, vedrà.

Friday, December 01, 2006

Soluzioni realiste, ma non realistiche

Secondo le anticipazioni sia del New York Times, ieri, che del Washington Post, oggi, la commissione di "saggi" guidata dall'ex segretario di Stato repubblicano James Baker e dal democratico Lee Hamilton consiglierà al presidente Bush di ritirare gran parte delle truppe di combattimento presenti in Iraq (circa la metà degli effettivi attuali) all'inizio del 2008.

Non verrebbe specificato un vero e proprio calendario per il ritiro, ma un obiettivo di massima. Secondo il Gruppo di Studio sull'Iraq sarebbe questo il momento di aumentare la pressione sui leader di Baghdad per accelerare i tempi del passaggio di consegne sul fronte della sicurezza (ma va'?). Responsabilizzare gli iracheni, quindi, ma avviare colloqui con Iran e Siria, anche con incontri diretti di alto livello.

La versione finale del documento sarà presentata alla Casa Bianca, al Congresso e all'opinione pubblica, la settimana prossima, ma il presidente Bush l'ha già bollato come «unrealistic» nel corso della conferenza stampa di Amman col premier iracheno al Maliki: «Questo affare di risolvere la questione andandosene via non ha semplicemente nulla di realistico».

Sempre di più abbiamo la conferma che le soluzioni realiste ai problemi del Medio Oriente sono anche le meno realistiche. Purtroppo, l'incertezza strategica e la debolezza politica della Casa Bianca in questo momento ci fanno temere che l'approccio "realista" possa in qualche modo prevalere. Come dicevamo, dialogare con Siria e Iran oggi significa innanzitutto due cose: sacrificare la fragile democrazia libanese; accettare che Teheran si doti dell'atomica. Che cosa in cambio? La stabilizzazione irachena, certo, ma non in senso democratico e quindi, alla lunga, la sconfitta anche in Iraq.

E' opportuno trattare con Damasco e Teheran mentre continuano ad alimentare le violenze in Iraq e sotto la minaccia dell'atomica iraniana? O mentre vengono assassinati i ministri del Governo libanese e Hezbollah viene riarmato per lanciare nuovi attacchi su Israele? E' opportuno rassegnarsi a perdere il Libano, accettare che Ahamadinejad abbia la sua bomba, e che su Israele incombano gravi minacce di distruzione, per ottenere in cambio niente più che degli interlocutori con i quali negoziare il futuro a Baghdad? E' opportuno trattare senza mettere sul tavolo una minaccia molto concreta di uso della forza?

Negoziare con Iran e Siria si può, basta essere consapevoli che potrebbe voler dire rinunciare a ogni speranza di trasformazione democratica del Medio Oriente. E saremmo davvero più sicuri?

L'Europa sostenga l'azione nonviolenta di Kazulin

Alyaksandr Kazulin, ex vicerettore dell'Università di Minsk, nonché candidato alle ultime farsesche elezioni presidenziali bielorusse, è in sciopero della fame. Detenuto nella colonia penale di Vitebsk per reati politici, sta digiunando per ottenere che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu discuta la situazione in Bielorussia.

Due eurodeputati polacchi, Bronislaw Geremek e Bogdan Klich, hanno chiesto l'intervento della Commissione europea: «Secondo le ultime notizie il suo stato di salute sta deteriorandosi rapidamente». Al commissario per le Relazioni Esterne, Ferrero-Waldner, chiedono di «intervenire presso le autorità bielorusse e di considerare una visita di un rappresentante europeo a Vitebsk».

Le chiese fuori dalla realtà

In occasione della Giornata Mondiale per la lotta all'Aids, il primo ministro britannico Tony Blair ha esortato i leader religiosi di tutte le confessioni a mettere fine al bando sui condom per combattere la diffusione dell'Aids. «Penso che se tutte le chiese e le organizzazioni religiose guardassero in faccia la realtà, sarebbe meglio», ha detto Blair intervistato da Mtv: «Il pericolo è che se vi è una sorta di divieto generale da parte della gerarchia religiosa, che dice che è sbagliato, allora si scoraggia la gente dall'usarlo in circostanze in cui è necessario per proteggere la propria vita».

Lui anglicano, la moglie Cherie cattolica praticante, non si può dire che non sia di casa la religione nella famiglia Blair.

Chi paga?

Delle due l'una, tertium non datur: o un onesto cittadino è stato perseguitato da giudici illegittimi, o un mascalzone l'ha fatta franca grazie a dei giudici incompetenti. In ogni caso, gli unici colpevoli certi sono i magistrati della Procura di Milano, e su tutti l'ex capo Borrelli, che hanno sperperato denaro pubblico che, ha stabilito la Cassazione, avrebbe dovuto essere un'altra procura a spendere. Un'irregolarità che l'imputato, Cesare Previti, aveva lamentato fin dall'inizio dell'inchiesta, oltre dieci anni fa. E magari, se qualcuno gli avesse riconosciuto ragione un po' prima, oggi non ci troveremmo dinanzi all'ennesima prescrizione, ma a un verdetto, di condanna o di assoluzione, ma valido.

Se i fatti del processo chiamato Sme-Ariosto non potranno più essere accertati, la responsabilità è da addebitare totalmente alle irregolarità commesse dalla Procura di Milano. Ma qualcuno pagherà mai, per il danno arrecato alla giustizia e per il denaro pubblico sprecato?