Pagine

Thursday, May 18, 2006

La rosellina nel pugno... di Prodi

L'ultimo giapponese, Shoichi Yokoi, rimasto per 27 anni dopo la fine della II Guerra Mondiale nella giungla di GuamUna versione ampliata del mio articolo pubblicato oggi su Il Foglio (pag. 4)

E così la Rosa si fece Rosellina e venne colta dal pugno di Romano Prodi. Sfumata la Difesa, Emma Bonino si accontenta degli Affari europei (ex Politiche comunitarie). Alle 23,27 del 15 maggio assicurava i propri «compagni» di poter «contare sul fatto che non intendo ripiegare su contributi di altro tipo perché non ci sarebbero le condizioni di assicurare al paese il meglio che possiamo e dobbiamo dare». Solo 24 ore dopo: «Sono pronta ad accettare il compito ministeriale che mi venisse prospettato, se giungessero due elementi di chiarezza» dall'Unione e dal suo leader. Il primo, un «impegno esplicito e serio sulla grave vicenda che vede esclusi da Palazzo Madama otto senatori regolarmente votati ed eletti dal popolo italiano. Una grave ferita alla legalità costituzionale». Il secondo, sulla «presenza complessiva della Rosa nel Pugno nella compagine di governo». Agli stessi radicalsocialisti è poco chiaro il senso della loro presenza nell'Unione.

Pannella ha ripetuto per giorni che Emma alla Difesa era «un'offerta», non una richiesta, e di sicuro «non negoziabile»: «Non andiamo a trattare un ministero, ma ad offrire una figura di altissimo livello politico, stimata in tutto il mondo». Insomma, l'«offerta» o la si accetta o no, ma non facciamo partire un negoziato puntando alto per poi chiudere al ribasso.

Innanzitutto, un disastro comunicativo. Dopo tale fermezza nell'indicare la Difesa come unico incarico per la Bonino, accettare un altro ministero, e senza portafoglio, non può che apparire come una sconfitta, anche se non lo fosse. Pochi giorni fa Pannella dichiarava: «Accettare il gioco di regime per difendere anche la nostra realtà politica e i nostri elettori sta divenendo ormai qualcosa che rifiuto. Occorre nella storia dei paesi, ha detto Benedetto Croce, qualcuno per cui Parigi non valga una messa». Il leader radicale si diceva «non disposto a giocare in questi termini di complicità con il regime» per il quale i radicali sono «da eliminare, avendo ragione e perché hanno ragione e ragioni». Dov'è questo Marco Pannella? E adesso? Si griderà contro le tv di regime che non percepiscono i distinguo?

A poco più di un mese da elezioni dal risultato deludente, il bilancio politico è disarmante. Nonostante la palese ostilità da parte dei «parenti ingordi» dell'Unione, a cattivo gioco si è fatto buon viso, buonissimo viso. Nessun aiuto sulla discriminazione della raccolta delle firme; poi le liste civetta promosse dai Ds "contra rosam"; infine, nemmeno una parola sull'esclusione dal Senato, dovuta alla violazione della lettera della legge elettorale, la ferita più grave, perché non riguarda qualche migliaia di firme, ma il più delicato momento di una democrazia: la trasformazione dei voti in seggi. Il tutto condito da frequenti dichiarazioni "nemiche".

Eppure, la linea scelta è quella del «sovrappiù di lealtà» alla coalizione, per assicurare «il compiersi dell'alternanza». Quindi, si è votato per Bertinotti presidente della Camera e Napolitano presidente della Repubblica, denunciando dinamiche oligarchiche ma alla fine adeguandovisi. Questa tattica non sta funzionando. Niente Ministero della Difesa, né un ministero con portafoglio, che invece è stato ottenuto da partiti di minor peso elettorale.

A questo punto, viene da chiedersi quando la Rosa tirerà fuori le sue spine. Per ora si sono visti solo i petali. Quest'ultimo atto di fedeltà garantirà i senatori? Adesso è la Rosa nel Pugno che deve fare chiarezza, e non chiederla: o i senatori, o si esce. Sia la Bonino dal Governo, sia dalla maggioranza. Consapevoli che a quel punto tutto sarebbe nelle mani dei socialisti dello Sdi. Prenderebbero atto dell'assenza delle condizioni «pregiudiziali» minime per ritenersi parte dell'Unione? Prodi e gli altri «parenti» dell'Unione hanno scommesso di no, giocando fin dall'inizio per escludere la RNP dal Senato, dov'era chiaro da subito che fosse in gioco la tenuta della maggioranza.

L'ultimo giapponese, Shoichi Yokoi, ha atteso 27 anni. Sapranno i radicali uscire prima dalla giungla prodiana? Assicurata l'alternanza, i radicali riusciranno a non farsi assorbire da una delle due «cosche» dell'oligarchia?

Luigi Castaldi, come noi, ha sempre avuto chiaro un punto: «Appena avremo avuto la certezza che Berlusconi è stato sconfitto, dovremo dimenticarcela come priorità, dovremo ricordarci che noi radicali non siamo né di destra, né di sinistra (...) Non è tollerabile che i radicali vengano silenziati dal regime per "assorbimento" in una delle due cosche».

E' possibile far crescere l'alternativa prestando opera e immagine a un corpaccione ministeriale che presto potrebbe venire congedato con disonore, per altro partendo dal più grave vulnus alla legalità costituzionale degli ultimi anni? Era meglio stare alla larga da questa compagine governativa, con Mastella alla Giustizia e Fioroni (il Giovanardi di sinistra) all'Istruzione, e limitarsi ad appoggiare le misure di risanamento e le riforme che presenterà Padoa Schioppa.

Dare all'alternativa la forza che il deludente dato elettorale non ha garantito dovrebbe essere la priorità, per proporsi come punto di attrazione di un universo liberale, laico, socialista, radicale. Connotandosi per le proprie iniziative politiche di stampo liberale, laico, riformatore e aprendo le contraddizioni in entrambe le coalizioni. Un ruolo di confine, da "irriconoscibili", che per ora la Rosa nel Pugno non ha svolto, ma che deve trovare in fretta se vuole far sopravvivere un seme d'alternativa.

Wednesday, May 17, 2006

Governo. Un re di denari in mezzo a tanti bastoni

Prodi giura come presidente del ConsiglioBattezzato il Governo clerico-solidarista

Un re di denari, Padoa Schioppa, in mezzo a tanti bastoni. Se la compagine governativa fosse un mazzo di carte. Dei 25 ministri la nostra fiducia va solo a Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell'Economia (e a Emma Bonino, che saprà farsi apprezzare anche alla guida di un Ministero senza portafoglio, gli Affari Europei). Gli altri ministri o sono minestre riscaldate o new entry, ma sempre bastoni e sempre, come osservava oggi il Riformista, «ministri per i partiti e non per le riforme», all'insegna della più totale lottizzazione partitocratica.

Due scandali: Mastella alla Giustizia e Fioroni (il Giovanardi di sinistra) all'Istruzione, da far rimpiangere decisamente la Moratti. Parecchi i ministeri soppalco, cioè doppioni senza portafoglio. Addirittura l'ex Welfare di Maroni si fa in tre: Lavoro (l'ex Fiom Damiano), che rimane con portafoglio, Politiche sociali (il comunista Ferrero) e il Ministero "per la Procreazione" (la clerico-solidarista Bindi alla Famiglia). Il Ministero che fu della Moratti si sdoppia, per dare Ricerca e Università a Mussi (il vecchio Adolf che ha messo le guanciotte). L'inutile Melandri va all'inutile Giovani e Sport, che sembra il titolo di un convegno.

I soliti anti-modernità all'Ambiente e ai Trasporti. Forti incognite pesano su D'Alema agli Esteri, da cui ci possiamo aspettare di tutto, vista la sua doppiezza togliattiana, e Livia Turco alla Salute, dalla velata anima clerico-solidarista. Occhio alla riforma dei servizi segreti, in mano a D'Alema, Amato e Parisi.

La parte del leone la fanno i dalemiani mentre la linea prevalente è decisamente clerico-solidarista e statalista. Da notare che le sei donne rappresentano il 25% del governo rispetto al 33% promesso da Prodi in campagna elettorale, e che comunque solo una di esse, la Turco, ha un portafoglio. Le altre sono trattate come "veline", come ornamento, non si sono fidati a mettergli in mano i soldi. Si sa, le donne tendono ad avere le mani bucate...

E' possibile far crescere l'alternativa prestando opera e immagine a un corpaccione ministeriale che presto potrebbe venire congedato con disonore, per altro partendo dal più grave vulnus alla legalità costituzionale degli ultimi anni? Forse con uno scenario del genere era meglio neanche un sottosegretario e limitarsi ad appoggiare le misure di risanamento e le riforme di Padoa Schioppa.

La penultima, e l'ultima parola

Sfumata la Difesa, la Rosa nel Pugno si accontenta delle Politiche comunitarie (rinominato in Affari europei) con delega al Commercio con l'estero.

Alle 23,27 del 15 maggio Emma Bonino dichiarava: «Da molte parti mi si interpella per sostenere la richiesta avanzata dalla Rosa nel Pugno di un incarico di governo pienamente politico che mi consenta di mettere al servizio del paese la mia esperienza e la mia capacità e soprattutto i miei noti interessi civili e politici: il ministero della Difesa. Ho già comunicato agli altri compagni della Rosa nel Pugno che possono contare sul fatto che non intendo ripiegare su contributi di altro tipo perché non ci sarebbero le condizioni di assicurare al paese il meglio che possiamo e dobbiamo dare».

Soltanto 24 ore dopo: «Sono pronta ad accettare il compito ministeriale che mi venisse prospettato, se giungessero due elementi di chiarezza». Il primo è un «impegno esplicito e serio sulla grave vicenda che vede esclusi da Palazzo Madama otto senatori regolarmente votati ed eletti dal popolo italiano», spiega la Bonino in una nota. «È una grave ferita alla legalità costituzionale. Chiedo ufficialmente all'Unione e al suo leader di pronunziare al riguardo parole chiare ed impegnative». Il secondo neanche si capisce bene, ma si sa, due meglio di uno, e quindi chiede un altro «elemento di chiarezza», sulla «presenza complessiva della Rosa nel Pugno nella compagine di governo». In effetti s'era capito che i radicalsocialisti non hanno chiaro il senso della loro presenza nell'Unione.

Per non parlare delle volte, persino difficili da contare, in cui Pannella ha ripetuto che quella di Emma Bonino alla Difesa era «un'offerta», neanche una richiesta, e di sicuro «non negoziabile»: «Non si tratta d'una richiesta negoziabile. Cioè, non andiamo a trattare un ministero, ma ad offrire una figura di altissimo livello politico, stimata in tutto il mondo». Insomma, l'«offerta» la si accetta o no, ma non si tratta di far partire un negoziato puntando alto per poi chiudere al ribasso (1 maggio 2006).

Tuesday, May 16, 2006

Il gioco sulla Difesa

«E' stata convocata una riunione della segreteria della Rosa nel Pugno dalla quale immagino avrete una posizione che non è la mia personale o quella di Intini ma quella della segreteria». Emma Bonino ai cronisti, uscendo dal colloquio con Romano Prodi.

«Valuteremo anche un appoggio esterno, ma è prematuro parlarne ora, aspettiamo cosa verrà deciso dal presidente Prodi». Oliviero Diliberto

A questo punto, siamo a metà del pomeriggio, la dichiarazione di Diliberto fa pensare alla possibilità che la Bonino abbia chance di ottenere la Difesa.

Poi esce la velina ulivista:
Politiche comunitarie più Commercio estero uniti in un unico dicastero: sarebbe questa la proposta avanzata da Prodi alla Bonino. Un'ipotesi che, secondo fonti uliviste, sarebbe stata apprezzata dalla Bonino e sarebbe ora al vaglio della segreteria della Rosa nel Pugno.

Un'ora dopo, un altro lancio informa che dopo quasi tre ore di riunione - non certo per discutere se accettare o no la Difesa, ma evidentemente una proposta di ripiego (Politiche comunitarie con delega al Commercio estero?) la segreteria della Rosa nel Pugno decide di aggiornarsi questa sera alle ore 20.30 nella sede del gruppo parlamentare di Montecitorio. All'uscita, facce scure: «Non sciogliamo la riserva e ad ora vuol dire solo una cosa, se Prodi vuole capire...».

Alle 19 Prodi sale al Quirinale e Napolitano gli conferisce l'incarico, con riserva, come di rito. Ma avverte che la lista dei ministri la renderà nota domani. Dunque, notte di trattative (soprattutto, pare di capire, sul nodo Bonino), che continueranno a distanza con Prodi riunito con l'Ulivo a Santi Apostoli e i radicalsocialisti nell'ufficio del gruppo alla Camera.

Intanto, ricordiamo che ieri - ore 23,27 - Emma Bonino assicurava: «Da molte parti mi si interpella per sostenere la richiesta avanzata dalla Rosa nel Pugno di un incarico di governo pienamente politico che mi consenta di mettere al servizio del paese la mia esperienza e la mia capacità e soprattutto i miei noti interessi civili e politici: il ministero della Difesa. Ho già comunicato agli altri compagni della Rosa nel Pugno che possono contare sul fatto che non intendo ripiegare su contributi di altro tipo perché non ci sarebbero le condizioni di assicurare al paese il meglio che possiamo e dobbiamo dare».

Su LibMagazine I furbetti del pallone

Leggere di un ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, che si raccomanda a Moggi per salvare il suo Torres dà la misura del patetico nazionale in cui siamo immersi. Calcio viziato dalla politica e politica che si raccomanda ai signori dei campionati. In un paese serio Pisanu si sarebbe "bruciato" la carriera. Non perché vi siano degli aspetti penalmente rilevanti nell'intercettazione che lo riguardi. Le procure in politica non dovrebbero contare se non in seconda o terza battuta. Innanzitutto un ministro è chiamato a rispondere politicamente del proprio operato e della propria statura politica. In questo caso, dimissioni per procurata tristezza.

LibMagazineSul secondo numero di LibMagazine, on line da questa mattina, il mio articolo "I furbetti del pallone" e tanti altri interessanti.

Da un'idea di Francesco Nardi, LibMagazine cerca di gettare uno sguardo liberale sul mondo con il rigore intellettuale dell'anàlisi. Ho l'onore di collaborare a questo progetto insieme a Paolo Bonari, Luigi Castaldi, Tommaso Ciuffoletti, Gordiano Lupi, Giuseppe Nitto, Alessandro Pititto.

I retroscena dell'oligarchia

Se solo 1/10 di quanto riportato da Verderami oggi sul Corriere fosse accaduto, ed è molto probabile che ben più d'un decimo lo sia, sarebbe la più eclatante dimostrazione che l'attuale farraginoso sistema d'elezione del presidente della Repubblica induce e alimenta meccanismi di tipo oligarchico.

Mi appassiona poco sapere come e perché la candidatura di D'Alema sia prima emersa poi sfumata. Mi preoccupa invece vedere che la più alta carica istituzionale del nostro paese venga designata da una ristretta oligarchia di una dozzina di nomi e non dai circa mille grandi elettori previsti dalla Costituzione.

Non D'Alema o gli altri figuranti, ma lo stesso sistema d'elezione racconta di un paese sclerotizzato, che perpetua e alimenta metastasi oligarchiche. Unico al mondo, somiglia in modo preoccupante - ma emblematico - all'elezione del Papa. Montecitorio come la Cappella Sistina. Deputati e senatori in Conclave come i cardinali. Incontri ristretti di pochi "notabili". Rituali lunghi intere giornate: prima e seconda "chiama"; fumata nera o bianca; "pizzini" e urne intagliate.

Sarebbe ora che ai cittadini sia restituito il controllo dell'elezione del proprio presidente, in modo diretto, o anche indiretto, ma con la trasparenza di candidature ufficiali, con tanto di schede prestampate, presentazione dei candidati e dibattiti in aula, un primo turno e un secondo di ballottaggio, voto elettronico e non "pizzini".

Ed è amaro vedere che l'elezione di Napolitano sembra non il riconoscimento dei suoi meriti, ma il "vorrei ma non posso" di D'Alema, il sigillo su uno stallo politico e istituzionale, l'incontro inevitabile di molteplici debolezze tipiche di tutte le oligarchie, l'emblema di un'arretratezza borbonica.

La retorica presidenziale genere da studiare

«La nuova legislatura si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un'aspra competizione elettorale, dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi entrambi largamente rappresentativi del corpo elettorale. L'assunzione delle responsabilità di governo da parte dello schieramento che è sia pur lievemente prevalso rappresenta l'espressione naturale del principio maggioritario che l'Italia ha assunto da quasi un quindicennio come regolatore di una democrazia dell'alternanza realmente operante. Ma in tali condizioni più chiara appare l'esigenza di una seria riflessione sul modo di intendere e coltivare in un sistema politico bipolare i rapporti tra maggioranza e opposizione».

Tranne questa lunga premessa iniziale null'altro può interessare del discorso d'insediamento del presidente Napolitano. I discorsi delle più alte cariche istituzionali, ma anche degli altri politici, in Italia costituiscono un vero e proprio genere letterario. A ogni nuovo inquilino del Quirinale questo genere sembra raggiungere vette sempre più alte di vuota retorica, di autoreferenzialità, di tortuosità tale da azzerare ogni contenuto comunicativo.

Sarebbe interessante studiare a livello accademico tale involuzione del linguaggio politico-istituzionale. Per scoprire se, per esempio, la realtà di un sistema politico bloccato, sclerotizzato, oligarchico non si manifesti, a livello psicologico, quindi linguistico, e infine sociologico e antropologico, negli attori coinvolti.

Monday, May 15, 2006

Marcello Pera. Il breve passo dal conservatorismo alla reazione

Marcello Pera«I diritti di libertà vanno bene finché non toccano i fondamenti della tradizione».

Stampate bene nella vostra mente questa semplice frase, da un'intervista rilasciata a Mario Sechi del Giornale. Perché rappresenta il passaggio di Marcello Pera dal conservatorismo alla reazione. Ho seguito attentamente la sua metamorfosi, in pochi mesi, da liberale a conservatore liberale, da conservatore liberale a conservatore, dal conservatorismo alla reazione.

«I diritti di libertà vanno bene finché non toccano i fondamenti della tradizione». Dunque, innanzitutto, donne ai fornelli! Se la tradizione è il confine oltre il quale la libertà non può andare, ne consegue che non ci muoviamo più nell'ottica nel conservatorismo, la visione di chi ha un approccio cauto nei confronti del progresso, ma non vi si oppone in linea di principio, e svolge nel sistema politico una funzione frenante rispetto alle novità, bensì nell'ottica della reazione. Per quale motivo infatti, dovremmo arrenderci a tutte quelle libertà già conquistate che hanno toccato, direi travolto, i fondamenti della tradizione? E perché rimanere nell'ambito del costume? Perché non ragionare, per esempio, su quanto le nuove tecnologie, dalla televisione al computer, hanno stravolto le "nostre tradizioni"?

Insomma, con questa affermazione si spalanca una voragine potenzialmente infinita di ritorno al passato, strada che ciascuno a seconda della propria concezione di "tradizione" potrebbe voler percorrere.

Stabilito che le libertà «vanno bene finché non toccano i fondamenti della tradizione», occorre capire cosa si intende per tradizione, qual è la "nostra", ammesso che sia possibile definirla in tempi brevi, e, visto che ciascuno proporrebbe quella che sente più vicina a sé, sorgono le domande più cruciali: la tradizione dove si trova? A chi o a cosa occorre rivolgersi per avere un'interpretazione autentica della tradizione, per conoscerne i legittimi eredi?

Definendo "cristiana" la nostra tradizione sappiamo quel è la risposta di Pera a questa domanda. Dunque, se le libertà «vanno bene finché non toccano i fondamenti della tradizione», se ne deduce che ai sacerdoti della tradizione spetta l'ultima parola sulle nostre libertà. Il passo successivo è ulteriormente breve. Possono i sacerdoti della tradizione essere democraticamente eletti? La definizione del concetto di tradizione, cosa sia e quali libertà siano compatibili con essa, può essere lasciato a una maggioranza eletta dal popolo, per ciò fallibile, relativa e mutevole nel tempo e negli umori?

Coerentemente con il pensiero di Pera, si dovrebbe rispondere di no. La nostra tradizione, se essa ha un senso ed esiste davvero, è dentro di noi, nei nostri atti di tutti i giorni, e siamo noi a renderla viva. Se il presidente Pera si propone di preservarla lo faccia pure, ma ci spieghi meglio come intende farlo.

Quando Pera dice che «il tradizionalismo non è da "bollare", ma da difendere» rende la sua posizione di «conservatorismo liberale» un ossimoro. Nessun tipo di liberalismo, neanche se aggettivo rispetto a un sostantivo, può legarsi al proposito non già di difendere la tradizione, ma addirittura il «tradizionalismo». Fa a pugno con Popper, con von Hayek, tanto per citare due che espressamente hanno spiegato come il liberale non può essere conservatore, figuriamoci tradizionalista.

Pera inoltre ci dice che l'essenza di uno Stato democratico e liberale sta nell'«ammette la più ampia tolleranza sostenibile con la coesione della società e l'identità del popolo». E' davvero questo lo scopo della democrazia e del liberalismo? O forse servirebbe un ripasso di storia delle dottrine politiche per accorgersi che conservatorismo e nazionalismo si pongono rispettivamente il fine della coesione sociale e dell'identità del popolo?

Un'ultima domanda al presidente Pera. Ci ricorda che «la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio», per questo «c'è prima e indipendentemente dal riconoscimento dello Stato». Definirebbe altrettanto naturale l'omosessualità, che di tutta evidenza esiste in natura «prima e indipendentemente» dello Stato?

La sinistra che flirta con il caudillo dell'antiamericanismo

Hugo Chavez«Da Castro a Chàvez, l'Europa sedotta dai leader populisti». Imperdibile, da leggere tutta, la denuncia di Ian Buruma, tradotta sul Corriere della Sera di domenica, nei confronti degli intellettuali di sinistra occidentali che in nome dell'antiamericanismo difendono vecchi e nuovi caudillo. L'ultima infatuazione culturale di scrittori e artisti di sinistra è per il presidente venezuelano Chavez, che somiglia più a Peròn che a Castro.

Emblematico l'esempio di Cuba, dove intellettuali e artisti devono rassegnarsi alla simpatia di molti loro colleghi occidentali per il loro aguzzino:
«E' molto frustrante per gli intellettuali e gli artisti che vivono sottomessi ai dittatori vedere i loro colleghi nelle società democratiche prostrarsi di loro spontanea volontà. E' come aggiungere lo scherno al danno».
«Torna sempre alla carica - denuncia Ian Buruma - la claque internazionale che tifa per gli uomini forti e i dittatori sanguinari che opprimono i paesi poveri».

«Se è necessario e anche giusto criticare la politica e le strategie economiche degli Stati Uniti, perché la sinistra continua a screditare la propria impostazione critica sostenendo i dittatori che opprimono e uccidono i loro oppositori? (...) Che non sia forse l'attrazione fatale, spesso avvertita da scrittori e artisti che si sentono emarginati e impotenti nelle democrazie capitalistiche, verso il potere bruto mascherato di nobili sentimenti? O forse nasce da un razzismo morale, che stabilisce che noi, a Londra, Parigi o Berkeley, abbiamo il diritto di attaccare i nostri leader, mentre un cubano o un iracheno deve riservare le sue critiche esclusivamente all'imperialismo americano, se non vuole essere bollato come "collaborazionista" o "traditore"?»

Così veniva definito da certa sinistra lo studioso iracheno Kanan Makyia, quando chiedeva agli Stati Uniti di togliere di mezzo Saddam Hussein. «Mentre i suoi vecchi amici della sinistra appoggiavano i dittatori antiamericani, è stata la nuova destra americana a promettere libertà e democrazia all'Iraq. La sua politica può anche apparire errata, o addirittura disastrosa, ma almeno la finalità era quella giusta».

Il pericolo del chavismo non sta nel comunismo, o nell'antiamericanismo (ché gli Usa sanno benissimo difendersi da sé), ma in questa nuova forma di autoritarismo populista che minaccia di diffondersi in Sudamerica.

«Quando la democrazia è in pericolo, la sinistra dovrebbe mostrarsi altrettanto implacabile contro quei governi che si oppongono agli Usa. Se non lo fanno incoraggiano il radicarsi dell'autoritarismo nel mondo, compreso l'Occidente, dove il comportamento frivolo di una sinistra dogmatica ha già permesso alla nuova destra di conquistare posizioni di vantaggio».

Ds, il vuoto a perdere che produce livore e prepotere

Massimo D'AlemaLezione di storia del Pci da Biagio de Giovanni, intervistato domenica dal Corriere della Sera. Ma vi segnalo un passaggio che chiarisce perché contrastare il "come" il partito democratico, semmai ce la farà a nascere, sta prendendo vita.
«... mi lascia perplesso la formula, criticata anche da Napolitano, con cui si definisce il nuovo partito democratico: "un incontro fra le grandi tradizioni storiche del riformismo italiano". Temo che nella sostanza si crei un asse tra Ds e Margherita, ex comunisti ed ex democristiani, lasciando ai margini il filone liberalsocialista impersonato da Amato».
Riemerge la vecchia ostilità nei confronti della storia socialista di stampo craxiano - visibile nelle difficoltà che incontra Giuliano Amato a trovare posto nel nuovo governo e nel veto sulla sua candidatura al Quirinale - e si accende una nuova ostilità, nei confronti del progetto liberalsocialista della Rosa nel Pugno.
«Nel periodo 1976-80 Craxi si spinse oltre i confini della socialdemocrazia classica. Prospettò quasi una rivoluzione liberale: recuperò alcuni aspetti dell'azionismo e in parte anticipò le idee che, in condizioni storiche diverse, avrebbero ispirato Tony Blair. Non vorrei che il futuro partito democratico, mettendo insieme postcomunisti e cattolici all'insegna del solidarismo, sacrificasse proprio quella componente culturale».
Da Berlinguer a Occhetto, fino a D'Alema, la linea del Pci prima, del Pds e dei Ds poi, è stata la «chiusura identitaria», il mito della «diversità comunista». Preferendo al dialogo coi socialisti il compromesso con la Dc prima, e gli ex Dc oggi, nel tentativo di mantenere l'egemonia a sinistra; ostinandosi per decenni a cercare terze vie che gli evitassero di fare fino in fondo i conti col proprio passato, e a combattere quelle tradizioni - liberale e socialista democratica - nei cui confronti invece avrebbero dovuto aprirsi, riconoscendo in esse le uniche legittimate dal '900 a costruire la sinistra del futuro, i Ds si sono ridotti a un partito vuoto di idealità, la cui unica attività è l'occupazione del potere e l'arroccarsi a difesa delle posizioni acquisite nei decenni di egemonia garantita dal "sogno" sovietico e dal compromesso partitocratico.

Saturday, May 13, 2006

Il manifesto di Ventotene entra nei Classici

Altiero SpinelliDa non perdere il libro di prossima uscita (il 16 maggio) «Il manifesto di Ventotene». Lo storico manifesto federalista di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni entra a far parte dei classici Mondadori (240 pagine, 8,40 euro) con la prefazione di Colorni, un saggio di Lucio Levi e la presentazione di Tommaso Padoa-Schioppa, anticipata oggi dal Corriere della Sera.

Padoa-Schioppa spiega che «accogliere per la prima volta un'opera in una collana classica significa riconoscere e sollecitare una mutazione del suo rapporto con il tempo. Riconoscere che l'opera appartiene non più solo al tempo in cui fu scritta, bensì a tutti i tempi». Ma significa anche «sollecitare a distinguere "ciò che è vivo e ciò che è morto" in essa, quanto vi sia di durevole da quanto sia legato alle circostanze in cui nacque. Senza quelle circostanze l'opera non sarebbe nata; eppure esse sono parti caduche da cui l'opera va liberata...»

Chi ha avuto modo di leggere il manifesto di Ventotene sa bene cosa ha voluto dire Padoa-Schioppa. Stupisce infatti l'attualità della riflessione e dello spirito del manifesto, ma la descrizione della «situazione rivoluzionaria» pecca di ingenuità e anche l'analisi economica e sociale mostra tutti i segni del tempo. Se infatti la distanza dal comunismo è netta, si fa affidamento su estese nazionalizzazioni nei settori strategici. Sorprendente invece la critica al «sindacato monopolista» e al corporativismo d'ogni specie.

Tuttavia, avverte Padoa-Schioppa, «chi punta il dito sulle parti caduche di un'opera classica per screditarla e dichiararla morta non sa come veramente nasca un'idea destinata a durare né che cosa sia un classico. È proprio dal suo impregnarsi di circostanze storiche per definizione uniche e irripetibili, che una grande persona trae una verità, un messaggio che trascende quelle circostanze e vale per altri tempi e altre circostanze».

Anche perché fu lo stesso Spinelli «il primo a staccare pezzi di gesso rimasti attaccati alla statua del 1941... ritornò sul Manifesto per rilevare errori di previsione e valutazione. Un'operazione critica che Spinelli non avrebbe compiuto se non fosse stato contemporaneamente, e con una medesima urgenza, uomo di azione e uomo di pensiero».

L'equivoco sull'elezione di Napolitano

Avevo affidato a un post di giorni fa le mie perplessità su quanto sostenuto da Paolo Mieli in un suo editoriale firmato sul Corriere, e cioè che l'elezione di Napolitano a presidente della Repubblica potesse rappresentare «un premio e un risarcimento a quella parte minoritaria del Pci che già quarant'anni fa seppe guardare lontano (e vide giusto)».

Non è stato così. Una sinistra troppo bella per essere vera, come ha notato ieri, con ironia, anche Giordano Bruno Guerri. Insomma, scrive, «un premio e un risarcimento per chi, passata metà della vita sposando un'idea sbagliata, ha passato l'altra metà battuto e ribattuto dai suoi stessi compagni di partito. I quali l'altro ieri l'hanno imposto alla massima carica dello Stato - osserva giustamente Bruno Guerri - non perché gli riconoscessero il merito di avere avuto ragione, ma perché è la destra a riconoscergli il merito di avere almeno provato a cambiarli».

E' questa la cosa più amara. Napolitano è presidente non perché i suoi compagni gli abbiano riconosciuto il merito di aver avuto ragione prima di loro, ma perché serviva "uno di loro" vestito con l'abito buono per salavaguardare i delicati equilibri tra i partiti interni all'Unione.

Guardiamo in faccia lo scandalo, ma senza derive

Nonostante lo scenario che traspare dalle intercettazioni telefoniche fin qui pubblicate appaia sempre più inquietante, e lo squarcio di luce apertosi sul cosiddetto «sistema Moggi» - dalla Gea alle designazioni "acchittate", dai cartellini su richiesta alle minacce agli arbitri - si aggravi di ora in ora, fino a far parlare di una vera e propria «cupola dei sei» impegnata a condizionare i risultati sportivi almeno della stagione calcistica 2004-2005, rimangono utili alcune riflessioni: di Christian Rocca e di un editoriale non firmato, in prima pagina giovedì scorso su Il Foglio, di Aldo Grasso e Beppe Severgnini, sul Corriere della Sera.

Nel circo mediatico che si sta aprendo su queste vicende vedo tre potenziali derive da evitare, o denunciare, non solo perché illiberali, ma anche perché allontanano la nostra attenzione dalle questioni reali.

Il moralismo di quelle che Severgnini ha definito le «FINTE», «Fasulle Indignazioni Nazionali, Tardive ed Emotive». I «moralisti improvvisati», che se la prendono con la cosiddetta "industria del pallone", con il business, i grandi interessi e i soldi che girano nel mondo del calcio, invocando di tornare ai "veri e sani valori di una volta". «E' il sistema più indegno quello che di solito esprime propositi morali», ha scritto Grasso. Ma possibile, mi chiedo, che in Italia non si possa fare del business su uno spettacolo appassionante come il calcio, e su tutto il resto, senza oscillare tra moralismi anti-mercato e furbetti del quartierino?

Ci sono poi il giustizialismo, il clima da caccia alle streghe, la gogna mediatica, che scattano emettendo le loro sentenze inappellabili senza aspettare neanche condanne o rinvii a giudizio, accontentandosi di farsi consegnare dei capri espiatori, e rovinando così la vita di innocenti, ma anche di eventuali colpevoli.

L'ipocrisia infine, di quelli che fino a ieri sapevano, e tacevano - dall'alzata di spalle all'omertà vera e propria - e ci mangiavano sopra. Quegli stessi che oggi si fanno «censori» e «chiedono di cambiare tutto», di «ripartire da zero». E' l'ipocrisia di giornalisti, presidenti, dirigenti, addetti ai lavori di qualsiasi livello, fino a ieri compiacenti, organici a questo sistema, persino pubblici ammiratori di Moggi e della Triade, d'un tratto scaricati e rinnegati.

Pur guardandoci bene da queste tre possibili, anzi probabili, derive, non dobbiamo però commettere l'errore di perderci nelle sterili dispute tra innocentisti e colpevolisti, e di non vedere, non riconoscere lo scandalo per quello che è. Uno scandalo. Al di là degli aspetti penalmente rilevanti, sui quali è giusto aspettare che siano i tribunali a esprimersi, lo scandalo è nell'intreccio di relazioni improprie che emergono, nei rapporti di complicità tra il dg della Juventus Luciano Moggi e i designatori arbitrali Pairetto e Bergamo, finalizzati a esercitare influenze e prepotere. Telefonate continue, richieste di vario genere, accondiscenza totale, dialoghi pittoreschi, a gettare uno squarcio inquietante sì, ma soprattutto penoso, su una una realtà tipicamente italiana, da film di Vanzina, dove non mancano Maserati quattro porte e orologi da quaranta milioni.

Che tutto ciò che sta venendo a galla non rientri nelle fattispecie di reati previsti dal codice penale, o che non si riescano a trovare sufficienti prove per condannare nei tribunali (essere certi che determinate partite siano state falsate è molto complicato), poco importa, non significa che ciò che è emerso possa essere di nuovo immerso nell'indifferenza.

Non è il penalmente rilevante che ci deve interessare adesso, come se leggi e tribunali potessero metterci del tutto al riparo dagli abusi, ma il malcostume, il mal governo, la prepotenza, l'assoluta assenza di civiltà delle regole, di stile, correttezza professionale e fair play sportivo. E' accaduto con la politica, con il ciclismo, con le banche, ha osservato Severgnini. Oggi con il calcio, ma domani può capitare ad altre realtà italiane, perché quel malcostume, quella prepotenza, quel gestire il potere in modo oligarchico, sono purtroppo comportamenti molto diffusi nel nostro paese.

Per esempio, sarebbe ingenuo credere che un certo grado di confidenza e complicità, senza che costituiscano reato, non intercorrano anche tra i "colleghi" procuratori e giudici, compromettendo le garanzie fondamentali dei cittadini. Non è per questo che da liberali proponiamo la riforma della separazione delle carriere, e non la caccia al tabulato telefonico?

Allo stesso modo, l'intercettazione telefonica tra il segretario dei Ds Fassino e il presidente di Unipol Consorte, pur non presentando alcun elemento penalmente rilevante, gettava comunque luce su un certo modo di intendere e fare politica. Ed è quel "certo modo" di intendere e fare politica che da liberali denunciamo e rifiutiamo. Ci sono un malcostume, una cattiva gestione, un mal governo delle situazioni, che quand'anche non costituiscano reato vanno denunciati come «cose pessime» per la nostra vita civile. Che l'opinione pubblica abbia gli elementi di conoscenza per giudicare queste «cose pessime», per discutere delle regole migliori da darsi per far sì che venga limitata la possibilità che si ripetano e si alimentino, non può che essere un aspetto desiderabile.

Un'ultima parola va spesa per i pochi che avevano denunciato per tempo il «sistema Moggi» e si erano ribellati ad esso, vedendo le loro denunce troppo in fretta derubricate a piccole invidie. E per quei tifosi, soprattutto romanisti - qui ci vuole - i cui sospetti venivano sempre troppo in fretta derisi come il solito vittimismo.

Friday, May 12, 2006

Armi di attrazione democratica

Kara Monaco, playmate of the year«Il nostro mondo oggi è molto più libero rispetto al 1953, quando pubblicai il primo numero di Playboy con Marilyn Monroe in copertina. Ma la battaglia è tutt'altro che vinta... La nostra nuova frontiera è l'Islam... Possiamo e vogliamo avere un impatto per democratizzare i Paesi musulmani oggi più retrogradi e liberticidi. Lo faremo». «In Indonesia, dove a metà aprile è uscito il primo morigerato numero della rivista senza nudi, sono scoppiati tumulti di piazza. Far uscire il secondo numero è la nostra sfida: siamo decisi a contribuire alla rivoluzione in corso nei paesi islamici per abbattere le dittature che soffocano milioni di individui».

Una coniglietta contro gli ayatollah?
«Certo. Non è un caso che siamo vietati proprio e solo nei paesi dove la democrazia non esiste. Playboy è ancora off limits nella Cina comunista e puritana, dove è considerato un simbolo capitalista. Pechino teme la capacità straordinaria del nostro coniglietto di riprodursi e proliferare all'infinito. Ma alla fine è la libertà di scelta e di parola che può liberare i cinesi, non quella economica».

Hugh Hefner, fondatore ed editore di Playboy, intervistato dal Corriere della Sera in occasione dei suoi 80 anni.

Cos'altro aggiungere? Meglio di molti politologi e analisti internazionali spiega già tutto Hefner benissimo... e la foto.

Un comunista come presidente/6

Guarda Enzo, mi sono «smarcato», nel post di ieri, dalla bocciatura ideologica di Napolitano proprio perché sono convinto che «se ne potrebbe discutere a lungo» e non servirebbe proprio a nulla.

Ho motivato altrimenti la mia bocciatura di Napolitano (come di altri) proprio perché non voglio essere «costretto» a discutere il suo «grado di comunismo latente», che mi appassiona poco.

Per questo ho avanzato pregiudiziali puntuali sulla sua figura politica, mettendo in dubbio, fermandomi alla sua storia recente, proprio ciò che molti gli attribuiscono, la capacità di essere garante delle leggi, della legalità, e dei diritti delle minoranze, e pregiudiziali di merito sul sistema che lo ha eletto, da cui a mio avviso non può che scaturire un frutto dell'oligarchia partitocratica.

Dunque, non so di altri, ma da parte mia né comprensione, né indulgenza, né complessi di inferiorità.

un abbraccio

Riscrivere la storia del Pci. Aiutiamo Melograni

Su il Riformista di oggi:
Caro direttore, mi permetto anch'io di sperare che Napolitano aiuti a riscrivere la storia del Pci, e che aiuti innanzitutto Melograni, che sembra parlare come se al Quirinale fosse stato eletto Togliatti. Invece, è stato eletto Napolitano, ed è ben altra cosa. Mi lascia molto perplesso quella ripetizione ossessiva, nell'articolo, del trittico Togliatti-Amendola-Terracini, come se storie tra loro molto diverse fossero interscambiabili. Melograni è insistente nel tentativo di gettare buona luce su Togliatti, dando per scontato che alle doppiezze fu costretto dai sovietici. Ma per dimostrare la tesi di un Togliatti prigioniero dell'Urss non se la può cavare ricordando un attentato che subì Berlinguer, e non Togliatti. Presentare l'intera storia del Pci come di un partito di vittime di Mosca mi sembra un po' eccessivo. Mi convince Mieli invece, quando scrive che con Napolitano, e non Berlinguer, alla guida del Pci la sinistra italiana sarebbe stata riformista, occidentale e unita molto prima. Sarei più cauto invece a vedere nell'elezione di Napolitano un risarcimento a chi «vide giusto». Sarebbe bello, ma vi vedo più la necessità di salvaguardare equilibri interni all'Unione. Certo, quel riconoscimento può compiersi nei fatti, se Napolitano mostrerà il suo coraggio.

Qualcuno se n'è accorto

La stampa di regime «ci vende il folklore e ci tace la sostanza»

Davide Giacalone, che pure non ha condiviso la linea politica dei radicali negli ultimi tempi, ha riconosciuto che Pannella «ha ragione» a denunciare con vigore l'esclusione di otto senatori - quattro della Rosa nel Pugno - eletti regolarmente, a causa di una clamorosa mancata applicazione letterale della legge elettorale. Ne ha parlato su Libero, osservando, tra le altre cose, che «mentre Pannella strilla e si fa buttare fuori, mentre il mercato dell'informazione ci vende il folklore e ci tace la sostanza, quel che lascia basiti è il silenzio della politica».

Come dicevamo tempo fa, non ci troviamo di fronte a qualche migliaio di firme in più da raccogliere, alla data di un referendum fissata troppo in là, ma alla manipolazione del risultato elettorale nel momento più delicato di una democrazia, la trasformazione dei voti presi in seggi. Come aggravante, un disegno limpido, perseguito dall'inizio con precisione, per escludere la Rosa nel Pugno dalla camera decisiva di questa legislatura, il Senato. Era da evitare a tutti i costi, con mezzi più o meno leciti, che la maggioranza al Senato fosse lasciata in mano a Pannella.

E i radicali, conclude Giacalone, dovrebbero trovare una qualche solidarietà nella Casa delle Libertà, almeno per «due buone ragioni».

Thursday, May 11, 2006

Le mie pregiudiziali su Napolitano (e su tutti gli altri)

Alcune (Le Guerre Civili) dure (Phastidio) bocciature (1972) della figura di Napolitano come presidente della Repubblica rischiano di sconfinare in scomunica ideologica. Quei post li comprendo, contengono delle ragioni, ma sono d'accordo così e così. E fra tutti gli articoli di oggi, in particolare due, di Carmelo Palma e di Lodovico Festa, contengono anche a mio avviso elementi importanti.

Tuttavia, pur avendo scritto un post molto critico sull'elezione di Napolitano e su chi l'ha accolta con entusiasmo, non mi sento nei suoi confronti di brandire la pregiudiziale anti-comunista (e del resto neanche Berlusconi lo ha fatto), che mai come in questo caso si dimostra uno strumento rozzo di giudizio su vicende umane e storiche molto complesse.

Napolitano è sì "migliorista", quindi in un certo senso «uomo di Togliatti», ma certo la sua figura è l'opposto dell'immagine di Togliatti come "uomo di Mosca" consegnata alla storia. E' vero che nel '56 condannò Nagy come contro-rivoluzionario. Però vanno ricordati, a questo punto per completezza, alcuni fatti: ha sempre sostenuto l'apertura, e non l'ostilità, verso i socialisti democratici; ha aperto gli occhi, tra i pochi e i primi a farlo, sull'Unione sovietica quale veramente era dopo i fatti di Praga nel '68 (12 anni, non decenni, dopo l'Ungheria: e questo conta); da quel momento ha sostenuto la tesi di una netta distanza del partito dall'Urss e la necessità di una trasformazione del Pci in una socialdemocrazia di stampo europeo e occidentale, da realizzare aprendo alle forze socialiste e poi a quello che fu il Psi di Craxi. Per questo negli anni ottanta si oppose alla linea berlingueriana, alla "terza via" tra Mosca e socialdemocrazia, il cosiddetto eurocomunismo, e all'anti-craxismo del Pci, venendo tacciato di quinta colonna craxiana. Fino agli anni '90 gli venne fatta pagare questa sua posizione, ridotta a sotterraneo dissenso, anche da molti che oggi l'hanno "accompagnato" al Quirinale.

Paradossalmente si potrebbe sostenere che Napolitano sia stato più craxiano di Amato, che invece è riuscito a uscire indenne dalla sua vicinanza a Craxi, rinnegando il suo leader ben prima del primo canto del gallo.

E' pure vero, neanche questo va scordato, che pur mantenendo queste non facili posizioni all'interno del Pci, Napolitano non ebbe mai la forza, il carattere, il coraggio né di farle prevalere, né - questo da liberali gli si può rimproverare - di arrivare allo scontro aperto e renderle pregiudiziali per la sua permanenza nel Pci. Anzi, la sua dedizione al servizio di un partito di cui non condivideva la linea, inevitabilmente rendendosi corresponsabile di quelle scelte, non depone a suo favore.

Insomma, è questo che voglio dire, se ci si avventura sul terreno storico il giudizio su Napolitano non può che essere più complesso di un "no, il comunista no".

Per quanto mi riguarda, le pregiudiziali su Napolitano, o su qualsiasi altro candidato, sono altre e molto più concrete di una condanna ideologica. E' l'essere, oggi (non ieri), espressione di un'oligarchia partitocratica, eletto attraverso un sistema farraginoso che induce e alimenta contrattazioni di tipo oligarchico. E' l'essere il "vorrei ma non posso" di D'Alema, il sigillo su uno stallo politico e istituzionale, l'incontro inevitabile delle molteplici debolezze e della mancanza di coraggio caratteristiche di tutte le oligarchie, l'emblema di un'arretratezza borbonica della Repubblica.

La sua è un'elezione che lungi dal rappresentare un riconoscimento, discutibile quanto si vuole, del personaggio e della sua storia politica, nel Pci e nelle istituzioni, da socialdemocratico e "riformista", nasce da un ripescaggio dai magazzini di partito per risolvere una complessa questione di equilibri politici tutta interna all'Unione.

Tra l'altro, come presidente della Camera nel '93, quando vi furono da proteggere le prerogative del Parlamento dall'offensiva forcaiola di Tangentopoli, e da ministro degli Interni nel '97, non brillò certo come garante delle leggi, della legalità, e dei diritti delle minoranze.

Non mi sembra di esserci andato giù morbido, pur senza ricorrere alla pregiudiziale anti-comunista, che nel suo caso richiama in causa un giudizio storico troppo complesso.

Anticlericale e laicista non sono sinonimi

Vi suggerisco di leggere questa paginetta di «dizionario laico» scritta per Il Foglio da Angiolo Bandinelli, al quale spesso non mi accomunano le posizioni politiche. Stavolta, la precisazione terminologica mi sembra assai utile.

Tutto il mondo è paese

E così, anche in Venezuela, le preoccupazioni della Santa Sede sono le stesse. La democrazia? No. La libertà? No, perché la libertà per pochi si chiama privilegio. Così il Papa, incontrando questa mattina il presidente venezuelano Chavez, ha ribadito la richiesta che la nomina dei vescovi sia lasciata a Roma; ha auspicato che l'Università cattolica "Santa Rosa da Lima" possa sempre mantenere la sua identità cattolica; ha espresso la sua preoccupazione per un progetto di riforma dell'istruzione in cui non troverebbe spazio l'insegnamento della religione; e infine, chiesto che i programmi di salute pubblica tutelino la vita fin dal suo inizio.