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Tuesday, July 25, 2006

L'obiettivo del vertice di Roma non è l'equivicinanza

Sul Riformista di oggi:
Caro direttore, Intini non si è ancora reso conto che in questa crisi le ragioni dei palestinesi sono lontanissime, come d'altronde lo furono dalle quattro guerre arabo-israeliane. Oggi Israele combatte contro l'Iran, che ha trovato il modo di condurre una guerra «per procura», senza coinvolgimento formale - fornendo armi, soldi, ordini e coperture, usando il Libano come un grande campo base, dove ammassare truppe senza divisa e da dove lanciare gli attacchi. E' ormai acquisito che «la madre di tutte le crisi mediorientali» non è «la irrisolta crisi palestinese». Non ci sono più terre o ricchezze da spartire, ritiri e condizioni da negoziare, lo scontro è puramente ideologico. Non vi saranno pace, tregue, né road map buone per israeliani e palestinesi, finché a Teheran e Damasco esisteranno regimi che perseguono la distruzione di Israele.

Occorre avvertire Intini: Siria e Iran non saranno mercoledì a Roma, perché la «soluzione duratura» a cui si lavorerà, neanche citata nell'articolo del viceministro, è il disarmo di Hezbollah e la fine del prepotere siriano e iraniano in Libano, come prevede la risoluzione 1559 dell'Onu. L'idea della Rice è proprio quella di neutralizzare Hezbollah e isolare Teheran, recuperando, se possibile, Damasco. E il fatto senza precedenti è che importanti paesi arabi, come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita, hanno apertamente condannato la parte in conflitto con Israele, perché hanno compreso le ambizioni egemoniche iraniane e temono l'esportazione dell'islamismo radicale, di cui Hezbollah e Hamas sono strumento. Lascia sconcertati, poi, vedere che la storia di Arafat e dell'Olp rendono Intini ottimista. E' per il tragico inganno di quelle storie che siamo ancora qui. Speriamo che non si ripetano.

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