Ma non fu una vittoria di tuttiNo, non so dirvi dove fossi, o cosa facessi quel 9 novembre del 1989, quando il Muro venne giù. Posso dirvi che ricordo quelle immagini in tv, che ero ancora piccolo ma non così piccolo da non capire cosa stava succedendo. E poiché alcune semplici idee su ciò che accadeva là fuori, nel mondo, anche a migliaia di chilometri di distanza dalla mia vita quotidiana, le avevo maturate, compresi che stavamo vincendo. Noi, non loro. Noi, non tutti. Perché il più grande errore che si può fare, e che comprensibilmente si fa ancora oggi, parlando della caduta del Muro, è non ricordare che c'erano un Noi e un Loro. E allora erano già concetti ben presenti nella mia mente, oltre che nel mio stomaco. Noi stavamo vincendo, loro stavano perdendo. Noi eravamo quelli che credevano nel mondo libero, negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale, e nel modello politico ed economico che ancora oggi rappresentano. Loro - molti di quali anche in mezzo a noi - credevano nella sua negazione, nell'antitesi di tutto questo.
E quando ripenso a quel giorno, quando rivedo quelle immagini, mi tornano alla mente due dei più bei discorsi mai pronunciati in tutto il secolo scorso. E alcuni passaggi molto noti in particolare. Quando il 26 giugno 1963 il presidente John F. Kennedy disse «Oggi, nel mondo libero, il più grande vanto è dire Ich bin ein Berliner», ma anche il meno ricordato «La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri - per impedirgli di andarsene». E quando il 12 giugno 1987 il presidente Ronald Reagan diede voce a tutti i cittadini tedeschi esclamando «Mr. Gorbachev, tear down this wall!». Al di là della loro forza simbolica, si tratta di due discorsi particolarmente significativi dal punto di vista politico, perché non esprimono la voglia di distensione, di convivenza pacifica con la tirannia, né una strategia di contenimento e deterrenza. No, da essi traspira la convinzione - che fu di pochi soprattutto nei primi anni '80 - che fosse possibile prevalere nella sfida contro l'Unione sovietica senza sparare un colpo o quasi.
L'improvvisa caduta del Muro colse molti – quasi tutti – di sorpresa, e quasi nessuno si aspettava che di lì a poco quel muro si sarebbe portato dietro quel che rimaneva dell'intero impero sovietico e che l'Urss si sarebbe addirittura disciolta come neve al primo sole della primavera. Ma è ciò che accadde, e anche se all'epoca i leader americani non poterono dirlo - per non irritare Mosca, con il rischio di far prevalere l'ala dura e scatenare una reazione violenta a quegli eventi - la Guerra Fredda non finì per caso, o per scelta da parte dei sovietici, ma si concluse con una vittoria completa di una parte sull'altra. Oggi questa "lezione" rischia di essere completamente dimenticata nei confronti di regimi ben più deboli di quanto fosse allora l'Urss. E' questo ciò che mi sta più a cuore sottolineare a vent'anni dal 9 novembre del 1989: ci fu una parte che uscì sconfitta e ci furono alcuni leader, al di là delle famiglie politiche di appartenenza, che si fecero guidare dalla visione giusta. Ma fu Reagan, negli anni '80, l'unico a perseguire lucidamente la fine dell'Unione sovietica, anche contro il parere dominante nell'establishment.
Purtroppo non vedremo partecipare alle celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro il primo presidente americano nero, Barack Obama, che giorni fa ha giustificato la sua assenza con i preparativi per la partenza - solo due giorni dopo, l'11 novembre - alla volta dell'Asia per un'importante missione. Dobbiamo pensare che alla Casa Bianca non ci sia nessuno che possa fargli i bagagli...? Battute a parte, il presidente che ha trovato il tempo di andare a Copenhagen a sostenere la candidatura della sua città, Chicago, per le Olimpiadi del 2016; e che andrà di persona ad Oslo a ricevere quel Premio Nobel per la Pace che a molti è sembrato a dir poco prematuro; ma soprattutto il presidente che in qualche modo incarna l'essenza dei valori americani contrapposti a tutto ciò che il Muro di Berlino rappresentava, non ci sarà. E' vero, ormai ci siamo così tanto abituati, soprattutto i più giovani, a vedere la Germania, e Berlino, unite, che ci sembra quasi impossibile che sia esistito un tempo lungo quasi quarantacinque anni in cui sono state divise. Ma in definitiva no, l'assenza di Obama è ingiustificabile e va sottolineata. Quale reale impedimento può far mancare il presidente della nazione leader del mondo libero ad una ricorrenza ancora oggi così ricca di significato?
Il '900 non è stato solo un secolo pieno di incubi, ma Obama sembra comportarsi come se la storia fosse iniziata dal 2000. Perché non sembra interessato a celebrare una vittoria che appartiene al suo Paese almeno quanto ai tedeschi? Una vittoria che in definitiva non è solo una vittoria di Reagan o di qualche "falco" conservatore, ma anche di democratici come J. F. Kennedy e Harry Truman? Obama si è già recato una volta a Berlino, durante la campagna elettorale, ma per sedurre gli europei, per parlare di sé, non del Muro o dei valori che hanno trionfato con la sua caduta. Andando a Berlino e pronunciando la famosa frase "Ich bin ein Berliner", Kennedy disse tutto ciò che c'era da sapere su di sé e la sua amministrazione. Il sospetto è che anche Obama, con la sua assenza oggi a Berlino, ci stia dicendo tutto sulla sua.
