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Monday, September 18, 2006

Prodi vuole armare la Cina. Pechino ringrazia con più repressione

Romano Prodi con il presidente cinese Hu JintaoSfortuna ha voluto che l'apertura di Prodi alla revoca dell'embargo europeo sulle armi è coincisa con un'ulteriore stretta della morsa autoritaria del regime, su più fronti. Emma Bonino in avanzato stato di "normalizzazione" prodiana

«L'Italia è a favore della fine dell'embargo sulle armi alla Cina». Ecco fatta la frittata. Così, ciò che temevamo è accaduto. Prodi ha schierato l'Italia al fianco della Francia di Chirac per la revoca dell'embargo europeo sulle armi alla Cina. «La posizione italiana - ha spiegato Prodi - non è una novità. Da anni si ritiene che quello dell'embargo è un elemento che guarda più al passato che al presente. Vi è un commercio da altri paesi molto copioso e lo sblocco non cambierebbe radicalmente la situazione perché la Cina è diventata autosufficiente, e forse anche di più, in questo settore... I cinesi però la ritengono una discriminazione di cui sono profondamente risentiti e gran parte dei paesi dell'Unione europea riconosce questo elemento come un fatto reale. C'è una posizione per riconsiderare l'embargo». E' una questione che deve essere risolta «il prima possibile, perché non può attendere», ha addirittura aggiunto il premier.

E' interessante notare come Prodi abbia usato gli stessi argomenti, quasi le stesse parole, del presidente francese, che nella sua visita in Cina (ottobre 2004) ebbe a definire l'embargo europeo «di altri tempi» e «non più corrispondente alla realtà delle cose».

Avevamo avvertito che non si trattava di soppesare le parole di Prodi e della Bonino sui diritti umani, perché il vero banco di prova sarebbe stato un altro: le richieste di impegno, sul piano politico e strategico, che le autorità della Repubblica popolare cinese avrebbero rivolto al Governo italiano negli incontri ufficiali a Pechino. Come previsto, il regime cinese ha chiesto a Prodi di pronunciarsi a favore della fine dell'embargo sul commercio di armi, che fu imposto dall'Europa alla Cina dopo il massacro di piazza Tien An Men, nel 1989. Sostegno che il premier cinese Wen Jiabao e il presidente Hu Jintao non mancano di chiedere a ogni capo di Stato e di Governo europeo che si trova a passare per l'Impero celeste.

E' una questione da anni centrale per la Cina nei suoi rapporti con l'Unione Europea e di grande rilevanza strategica. Dunque, l'Italia si è appiattita sulla posizione francese di Chirac, favorevole alla fine dell'embargo, ignorando le preoccupazioni americane e giapponesi.

Va ricordato che è falso quanto sostiene Prodi, cioè che lo sblocco del commercio di armi con l'Europa «non cambierebbe radicalmente la situazione» perché la Cina ha già un commercio copioso da altri paesi. Non si tratta, infatti, di fucili e carri armati, ma di sofisticate tecnologie militari di cui sono in possesso i paesi europei e pochi altri attori internazionali. E va considerato, come ricordava un articolo del Washington Times del febbraio 2005, che la vendita di teconologie militari europee alla Cina sarebbe presa male a Washington e sarebbe una ferita forse letale per la Nato. E' impensabile che gli Stati Uniti possano accettare di vedere le proprie tecnologie militari passare alla Cina via Europa. Sarebbe la morte di ogni progetto di cooperazione Usa-Ue, con perdita di investimenti e posti di lavoro.
«Riprendere a vendere armi alla Cina porrebbe un seria ipoteca sulla cooperazione Usa-Ue in materia di difesa. Se i governi europei cominceranno a condividere con Pechino delicate tecnologie militari, Washington dovrà bloccare alle industrie europee l'accesso a diverse teconologie di difesa, con seri danni per le sorti della Nato».
Nell'ipotesi di un futuro conflitto per l'isola Taiwan, l'aviazione cinese potrebbe attaccare le forze militari americane dotata di tecnologie francesi e italiane!

Prodi ha inoltre preso una posizione altrettanto grave, che, associata alla revoca dell'embargo sulle armi, incoraggia il nazionalismo cinese, ombra minacciosa sulla pace regionale in Asia: «La ferma adesione dell'Italia alla politica di una sola Cina» rappresenta di fatto un sostegno alle intenzioni ostili di Pechino nei confronti di Taiwan.

Al di là del rischio di un riarmo incontrollato della Cina, la fine dell'embargo avrebbe un importante significato politico. Segnerebbe, infatti, la fine della condanna da parte dell'Europa nei confronti del regime cinese per quanto avvenuto a Piazza Tien An Men, mentre da allora non c'è stato, in Cina, nessun sensibile miglioramento sul fronte del rispetto dei diritti umani, né la minima condanna del massacro dell'89. Non è ancora noto il numero ufficiale delle vittime e l'evento è stato del tutto rimosso dalle autorità.

Sfortuna ha voluto che l'apertura di Prodi alla revoca dell'embargo è coincisa con un'ulteriore stretta della morsa autoritaria del regime, su più fronti, a riprova che «la modernizzazione di questo paese sfreccia su un binario solo, quello economico, mentre è bloccata sulle libertà politiche e i diritti umani». Come riportato da Federico Rampini su la Repubblica, durante le giornate della visita italiana il Governo di Pechino ha deciso di vietare l'accesso dei giornalisti cinesi alle aule dei tribunali e stabilito che le agenzie stampa straniere non potranno fornire i loro servizi direttamente in Cina, ma dovranno passare attraverso l'agenzia d'informazione di Stato, la Xinhua. Due giornali di Pechino hanno inoltre rivelato che per le Olimpiadi in programma nel 2008 il governo avrebbe intenzione di deportare un milione di immigrati poveri fuori dalle principali città. Sempre durante la visita di Prodi & Co., alcuni cattolici cinesi sono stati aggrediti, rei di opporsi allo sfratto della loro diocesi, e un altro vescovo, monsignor Martino Wu Qinjing, è stato arrestato.

A fronte di questa Cina, Prodi ha ritenuto di offrire una bella carota, schierando l'Italia a favore della revoca dell'embargo europeo sulle armi.

Dunque, la richiesta alle autorità cinesi, formulata sia dalla Bonino che da Prodi, di «accompagnare il processo di crescita spettacolare con aperture sul piano sociale e su quello dei diritti umani individuali» assume i connotati della farsa, della beffa, un insulto all'intelligenza di chi in Cina lotta per la democrazia e i diritti umani e di chi, in Italia, sostiene quegli sforzi.

Poco importa se sia stato «avviato - come ha annunciato Prodi - un dialogo strutturato in materia di diritti umani... strumento prezioso per conferire ulteriore forza alla tutela delle libertà di informazione, di espressione del pensiero e di religione». Poco importa se il premier cinese, Wen Jiabao, si è detto «d'accordo a rafforzare il dialogo su questioni di interesse internazionale e sui problemi dei diritti umani». Tutte parole il cui senso evapora al contatto con la dura realtà.

Purtroppo, come temevamo, la visita della delegazione guidata da Prodi, con centinaia di imprenditori e funzionari al seguito, si è rivelata la solita passerella, come già le visite nel novembre del 2003 di Berlusconi e nel dicembre del 2004 di Fini. E' ormai usuale, in queste occasioni, balbettare flebili appelli al rispetto dei diritti umani mentre si fa man bassa di contratti. Con l'aggravante, in questa occasione, di due pesanti prese di posizione in campo strategico che danno una precisa impronta anti-americana, anti-democratica, filo-dittature alla politica estera italiana.

Un grave danno d'immagine soprattutto per Emma Bonino, paladina dei diritti umani, il cui valore fu reso noto dalle foto che la ritraggono insieme alle donne afghane, quando, nel 1997, da commissaria europea, fu arrestata dal regime talebano. Dopo essere stata "anestetizzata" a dovere, la leader radicale torna in Italia senza aver battuto ciglio all'apertura del premier sulle armi europee alla Cina e, temiamo, in avanzato stato di "normalizzazione" prodiana. Su questo piccolo blog avevamo avvisato per tempo dei pericoli insiti in un ruolo di governo non centrale ma "al seguito" e consigliato di astenersi, preferendo un ruolo di primo piano nell'attività parlamentare.

Per Ratzinger l'Islam è irriformabile

Papa Giovanni Paolo II mentre bacia il CoranoDopo le polemiche il Papa precisa il suo pensiero, ma la frase chiave non è quella incriminata

«Sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso nell'Università di Regensburg, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani, mentre si trattava di una citazione di un testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale». E' questa la formula usata oggi, all'Angelus, da Papa Benedetto XVI non tanto per scusarsi quanto per chiarire il suo pensiero.

Il «breve passo» su cui si sono concentrate reazioni e critiche è in realtà una citazione da un imperatore bizantino, Manuele II Paleologo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava».

Dire che il Profeta ha portato solo «cose cattive e disumane» è certamente qualcosa di molto vicino a un insulto per qualsiasi musulmano ma non è ciò che ha detto Ratzinger ed è facilmente verificabile.

Nel testo integrale del discorso si può leggere: «L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole». E' chiaro che del pensiero dell'imperatore bizantino il Papa condivide ciò che segue, la spiegazione per cui «la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole».

E' del tutto evidente quindi la strumentalità delle reazioni, scomposte e violente, dei leader religiosi e politici islamici alle parole del Papa, per altro apprese, per loro stessa ammissione, in modo molto superficiale e mediato attraverso televisioni e organi di stampa non proprio indipendenti. Facendo una breve ricerca, si scopre che persino agenzie di stampa e siti internet occidentali hanno attribuito al Papa alcune delle parole di Manuele II da lui riportate (comunque non l'espressione «cose cattive e disumane»).

Per certi agitatori ogni pretesto è buono per fomentare il sentimento anti-occidentale e anti-cristiano delle «piazze arabe», in qualche caso per orchestrare episodi di violenza e richiamare al dovere di combattere il jihad. Bisogna affermare con forza che nulla - né vignette né lezioni universitarie - giustifica la violenza contro innocenti. Anzi, dimostra ancora una volta quanto sia scarsa la tolleranza e l'abitudine al confronto e all'autocritica nel mondo islamico.

A muovermi quindi non è un moralistico sdegno per la presunta offesa rivolta dal Papa all'Islam. Non ho di queste sensibilità, avendo trovato brillante qualcuna delle vignette su Maometto pubblicate dal Jyllands Posten e condannato gli attacchi di cui furono pretesto. E' inoltre indubbio che siano oggi milioni - una minoranza, ma rilevante e in forte crescita - i musulmani che sposano la versione jihadista dell'Islam così come descritta da Manuele II.

M'interessa, invece, sapere quale sia la visione che Papa Ratzinger ha dell'Islam. La frase chiave è un'altra. Dopo aver spiegato, con le parole dell'imperatore bizantino, che la «diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole», e che «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio», perché Dio è logos, ragione e parola, in quanto incontro - nel vangelo di Giovanni ("In principio era il logos") - tra il messaggio biblico e il pensiero greco, tra fede e ragione, ha detto testualmente:
«Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza... Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità... A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso?».
Da questo passaggio - di cui neanche sembrano essersi accorti quanti nel mondo islamico hanno attaccato il Papa - si deduce che Benedetto XVI è intimamente convinto che la «diffusione della fede mediante la violenza» sia un carattere intrinseco della «dottrina musulmana». Il motivo è teologico, risiede nella natura stessa del Dio islamico. La violenza non sarebbe contraria ad Allah, perché la sua natura trascende le categorie umane, ragione compresa. Anzi, all'Islam, nella lettura che ne dà il Papa, viene attribuita l'immagine di una religione dell'irrazionalità a fronte di un Dio, quello della Bibbia, che coniuga in sé fede e ragione.

Secondo i comunicati ufficiali del Vaticano e altri commentatori, quella del Papa era in realtà «un'apertura al dialogo», una condanna a 360° della violenza, perché contraria sia al Dio della Bibbia che ad Allah e al Corano. Il suo scopo era di «aprire un dialogo universale, basato sulla ragione» "allargata" alla fede. Mi sembrano tentativi di edulcorare il significato di un discorso, anche coraggioso e unpolitically correct, che invece Giuliano Ferrara ha sintetizzato efficacemente:
«C'è un campo che è quello della Bibbia, del vangelo di Giovanni con il suo logos e del pensiero greco, e un campo che è quello della religione di conquista, della religione naturale che è anche politica e violenza in nome di un Dio arbitrario, lontano e separato dalla ragione umana».
Questo ha voluto dire il Papa a Regensburg, fino a prova contraria.

Nel senso che chi mi ha fatto notare di essermi «innamorato della figurina [da me stesso creata] del papa medievale» mi indichi il passaggio della lezione del Papa dal quale ciò si deduce, giacché ho indicato più passaggi dai quali ho dedotto le mie considerazioni.

Carlo Panella, uno di quegli studiosi che parla di nazi-islamismo, ha scritto, sabato, un dettagliato e prezioso articolo per Il Foglio sulle diverse interpretazioni del Corano. Panella ha visto nel discorso del Papa qualcosa che avrebbe dovuto esserci ma che io non ho visto: «E' la prima volta che un pontefice – con delicatezza - fa propria la distinzione tra la prima parte del testo coranico e la seconda, su cui peraltro si basa tutta la prescrizione della shari'a, tutto il diritto, la legislazione, la precettistica, la dottrina politica musulmani». In quale punto del testo Ratzinger fa propria questa «distinzione»? Non sembra forse parlare come se esistesse solo quella seconda parte?

In quale passaggio del suo discorso coglie il «punto esatto in cui l'Islam si è separato dalla modernità: quel divorzio tra Dio e ragione che è stato codificato nel dodicesimo secolo da Mhoammed al Ghazali, quella sconfitta di Averroé che ha letteralmente bloccato l'elaborazione scientifica del mondo islamico»? Dove il Papa denuncia il «dogma del "Corano increato"», secondo cui «il testo coranico non solo non è "ispirato", ma... è diretta parola di Dio... è eterno, preesistente al Profeta, alla stessa Creazione e valido sino alla fine dei secoli», ed è premessa della «negazione religiosa dell'autonomia della ragione...»? Dove il Papa fa cenno a quel «dogma» nei termini di una «gabbia che incapsula il musulmano – jihad incluso - sino al Giudizio Universale. Una escatologia chiusa, dogmatica, radice principale del comportamento estremista dei moderni fondamentalisti, Hamas ed Hezbollah inclusi»?

Esistono invece testimonianze, come quella di Padre Joseph Fessio, che indicano come il Papa sia proprio convinto che il dogma del "Corano increato" non sia reversibile, che l'Islam sia irriformabile, prigioniero di un testo sacro inaggiornabile.

Dove Ratzinger riconduce il concetto stesso di «piccolo jihad» a Mhoammed al Ghazali, schierandosi invece con Averroé, che auspicava «lo sviluppo autonomo della scienza rispetto ai condizionamenti dogmatici della religione»? Dove il Papa denuncia la deviazione jihadista di «Ibn Taymmyyia... padre spirituale dei wahabiti, dei Fratelli Musulmani e di Osama Bin Laden»? Non mi sembra che il Papa si soffermi sulla complessità e sulle differenti interpretazioni del Corano di fronte alla violenza.

Il significato del suo discorso mi è apparso del tutto diverso da quello descritto da Panella. La lettura di quanti definiscono il fondamentalismo islamico con l'espressione «islamo-fascismo» confligge con la visione pessimista di un Islam intrinsecamente e irrimediabilmente violento perché irriformabile e sottoposto a un Dio separato da ogni categoria umana, ragione compresa. Per i teorici dell'islamo-fascismo, gli ingredienti decisivi e caratterizzanti dell'attuale versione jihadista e totalitaria dell'Islam sono elementi estranei alla religione e alla cultura islamica.

«Leggendo il testo del discorso del Papa a Ratisbona si ha l'impressione che il Papa abbia assai meno fiducia di Bush nella possibilità di un riscatto dell'Islam dalla Jihad», ha dichiarato David Frum, neoconservatore ed ex speechwriter di Bush, a La Stampa.
«Per Bush l'Islam deve solamente liberarsi di un'ideologia estranea, violenta ed anti-occidentale, tornando alle proprie origini pacifiche. Mentre il Papa sembra dire che proprio le origini non sono pacifiche».
Il presidente americano esprime una visione essenzialmente positiva dell'Islam quando si sforza di ripetere che è una religione di pace deviata da un'ideologia totalitaria.

M'interessa che si diano risposte a queste domande, e soprattutto che le dia il Papa: siamo o no convinti che l'Islam sia riformabile? Che esistano diverse interpretazioni del Corano? Che la religione islamica può entrare nella modernità? Che vi siano, seppure pochi e minacciati, dei musulmani riformatori? Che le prime e più numerose vittime del terrorismo sono musulmani?

Dalle risposte che si danno a queste domande dipendono le nostre strategie per affrontare dal punto di vista ideologico lo scontro con il fondamentalismo islamico. Se pensiamo che l'Islam sia irriformabile, allora probabilmente siamo inclini non dico ad auspicare, né a provocare, ma quanto meno a prevedere da qui ai prossimi anni un rapporto di incomunicabilità e di irrimediabile rottura tra mondo islamico e mondo occidentale, rinunciando a portare dalla nostra parte i musulmani che non hanno sposato, per ora, la versione jihadista della loro religione.

Se pensiamo che sia riformabile, che la versione fondamentalista sia una deviazione indotta da un'ideologia totalitaria, allora ha senso appoggiare i musulmani riformatori e diffondere libertà e democrazia in Medio Oriente.

Friday, September 15, 2006

Da trent'anni il colosso del malaffare italiano: Prodi si dimetta

Su Prodi un'accusa precisa: interessi privati in atto d'ufficio. Ma c'è un giudice a Milano?

Per una non troppo strana coincidenza al centro del più eclatante conflitto d'interessi c'è Romano Prodi. Se fossimo in un paese normale, saremmo già in Telecomgate e vedremmo il presidente del Consiglio dimissionario.

Il piano Rovati, portato alla luce dal Corriere della Sera e dal Sole24Ore per dare una mano al loro pesante azionista, è la prova che Prodi ha mentito su Telecom (ha negato di sapere, ma era al corrente dell'operazione e interferiva) e che, ancor peggio, ha cercato di esercitare una pesante influenza sugli assetti proprietari di una società che agisce nel libero mercato. Non una società qualsiasi, ma uno dei più grossi gruppi industriali e finanziari del paese.

Il piano prevedeva «lo scorporo della rete fissa da Telecom Italia e il passaggio sotto l'ombrello dello Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti». Infine, «lo sbarco in Borsa». Il documento risulta recapitato il 6 settembre, su carta intestata della «Segreteria Particolare del Presidente del Consiglio dei Ministri» (praticamente una firma leggibile: Romano Prodi). Erano trascorsi solo quattro giorni dall'incontro a Villa d'Este tra il presidente del Consiglio e Tronchetti Provera.

Ecco, in poche parole, cosa preparava Palazzo Chigi: nazionalizzare parte di Telecom per poi ri-privatizzare a due lire, naturalmente agli amici di Prodi. Il tutto con i soldi degli italiani. La Cassa depositi e prestiti (cioè lo Stato) avrebbe dovuto comprare da Telecom la partecipazione di controllo di una rete fissa (reti, centraline e cavi telefonici), il 25-30 per cento, in cambio di 5 o 7 miliardi di euro. Un vero e proprio esproprio, o comunque un tentativo per condizionare le strategie di vendita di Tronchetti Provera, un incapace che ha saputo solo indebitarsi.

C'è da scommettere che poco prima della fine del suo mandato a Palazzo Chigi, Prodi avrebbe poi ri-privatizzato il tutto a banchieri amici, infilando la sua manona su tre televisioni che potrebbero costituire un terzo polo mediatico e su una buona partecipazione nel Corriere della Sera, ma soprattutto impedendo che Murdoch o Berlusconi, tra i pochi ad avere liquidità tale da salvare Provera, potessero mettere le mani su un'importante fetta della comunicazione in Italia. Per Giannino, «il disegno di "grande fratello" prodiano» prevede addirittura l'accorpamento di «Terna, Sna e telefoni in un unico mostro di Stato».

Inutile crocifiggere Angelo Rovati. Impossibile, visti i loro ottimi rapporti personali, che si sia permesso di preparare un simile piano, che avrebbe impegnato le casse dello Stato per miliardi di euro, e di parlargliene persino a Tronchetti Provera, senza che Prodi sapesse. Il tentativo di salvare in extremis il suo padrone è fin troppo scoperto e tra il patetico e il ridicolo. Dovremmo far finta di credere che, dalla sua stanza di Palazzo Chigi, il super-consigliere economico del presidente del Consiglio si sia messo ad elaborare un piano aziendale per un colosso delle proporzioni di Telecom e che l'abbia fatto recapitare - su carta intestata e senza che il premier sapesse alcunché - al top management del gruppo.

«Un gravissimo atto di affarismo politico». Come sempre, a dirla tutta e a dirla bene è Oscar Giannino, in una lettera a Libero.
«Una cosa da Quarto Mondo, perché oggi neanche più nel Terzo i governi si permettono di allungare le mani impunemente su società quotate che valgono in Borsa trenta miliardi di euro: per timore che altrimenti il grande capitale estero volga le spalle e metta su quel Paese una croce sopra. Invece, nell'Italia di Prodi avviene impunemente. Con un disprezzo totale di ogni elementare regola che vuole l'imprenditore libero di ciò che è suo, mentre il governo dovrebbe solo occuparsi di regole generali e non certo di assetti o compravendite proprietarie.
(...)
Su Prodi, nulla potrà cancellare l'onta di questo gravissimo atto di affarismo politico. Potrà essere quadrata e compiacente, la legione di banchieri, giornalisti, brasseur d'affaires che gli è cresciuta intorno. Ma è un'Italietta che, da ieri, emana ancor più cattivo odore».

I confini bisogna saperli tracciare

Il jihad, la «guerra santa», qualsiasi «conversione mediante violenza» è contraria sia alla natura del Dio della Bibbia e del logos, sia ad Allah e al Corano. E' ciò che, a mio avviso, avrebbe dovuto cercare di argomentare, dal punto di vista teologico, Benedetto XVI nella sua lectio magistralis di Regensburg. Peccato che egli non sia convinto che le cose stiano in questo modo. E' intimamente convinto, invece, che la «diffusione della fede mediante la violenza» non sia affatto contraria alla natura del Dio islamico, ma che sia un carattere intrinseco dell'Islam. (Leggi)

Naturalmente, non solo è liberissimo di pensarla così. La sua visione, seppure pessimistica, della religione islamica è degna di rispetto e non giustifica la violenza verbale degli attacchi che sta ricevendo da parte di varie autorità islamiche. In ogni caso, la concezione violenta del jihad è una realtà diffusa del mondo arabo e musulmano con cui essi per primi dovrebbero fare i conti.

Tuttavia, la visione pessimistica del Papa - che si contrappone anche a quella che Bush si sforza di ribadire di un Islam essenzialmente pacifico - spiega le reazioni dei musulmani riformatori, come il Gran Muftì turco, che si prodigano nel cercare di sostenere, all'interno delle loro comunità religiose, che Maometto non ha predicato la violenza, la discriminazione e l'oppressione. Il discorso del Papa, ahimé, dà loro torto e, a fronte di tanti sforzi, è ragionevole che se ne risentano.

Diffidare, invece, della maggior parte degli attacchi rivolti al Papa in queste ore, molti dei quali giungono certamente da estremisti a cui conviene dissimulare la versione fanatica di Islam in cui credono. Purtroppo, è difficile informarsi sui vari personaggi che hanno mosso critiche. Ali Bardakoglu, di cui ho già parlato, è serio e affidabile, non un estremista, ma un progressista. Come presidente degli Affari religiosi in Turchia ha di recente avviato un'iniziativa di studio per eliminare dalle raccolte di "hadit" quelle parti che legittimerebbero le discriminazioni e le violenze contro le donne, affermando che il profeta Maometto non può averle incoraggiate, e nominato due donne vice-muftì.

Saranno pochi, saranno difficili da individuare, ma musulmani riformatori impegnati nel cambiare la loro religione e i loro governi ci sono, altrimenti la dottrina Bush si fonderebbe sul nulla. Sta a noi trovarli e appoggiarli, a loro farsi sentire.

Alla dotta esposizione del Papa avrei aggiunto il capitolo "altre possibili interpretazioni del Corano", ma la sua intenzione, come ha scritto bene Ferrara ieri, era un'altra: «Tracciare il confine». Però, nel tracciarlo, i musulmani di cui abbiamo bisogno per vincere la battaglia ideologica contro l'islamo-fascismo sono rimasti prigionieri dall'altra parte. Il Papa può pensarla come vuole sull'Islam, ma alla politica spetta fare in modo che ciò non accada.

In Cina spedizione dei mille. Quale spazio per democrazia e diritti umani?

Emma Bonino e Romano Prodi in aula"Chiediamo al governo cinese si aprire sui diritti umani", s'è fatta sentire la Bonino, ma il banco di prova è lunedì, quando il regime cinese chiederà all'Italia di sostenere la fine dell'embargo Ue sul commercio di armi alla Cina. Prodi risponderà come Chirac?

Il punto sulla missione dopo la tappa a Nanchino e alla vigilia della Fiera di Canton in un'intervista di Emma Bonino a Radio Radicale (video). La Bonino premette che noi italiani nei rapporti con la Cina «scontiamo un ritardo nell'analisi del fenomeno Asia». Anche perché spesso la Cina è «ritratta come una minaccia»: ha problemi «giganteschi», ma rappresenta anche grandi opportunità.

L'obiettivo della missione è quello di «dare il senso, anche alla controparte, di un sistema paese». Con le autorità cinesi, ha spiegato la Bonino, abbiamo un «rapporto franco», dove le differenze vengono fuori, come sul mancato rispetto della proprietà intellettuale, le contraffazioni, il dumping dovuto soprattutto alle condizioni e l'assenza di diritti dei lavoratori cinesi. «Il mercato ha anche delle regole», ha osservato il ministro.

Inoltre, «noi pensiamo che lo sviluppo non sia sostenibilmente umano se non si apre ad altre libertà, quelle politiche, religiose, sociali. E' un discorso - ha assicurato la Bonino - che non avremo nessuna reticenza nel porre».

Nel suo discorso d'inaugurazione della terza edizione della Fiera Internazionale di Canton, alla presenza del presidente del Consiglio Prodi, la Bonino ha affrontato apertamente il discorso dei diritti umani: «Al governo cinese chiediamo di accompagnare questo processo di crescita spettacolare con aperture sul piano sociale e su quello dei diritti umani individuali». La Cina, ha osservato, «è diventata determinante per gli equilibri politici ed economici mondiali» e per questo «l'Europa e l'Italia si devono misurare con questo cambiamento epocale». Ieri, appena giunta a Canton, la Bonino, premettendo che «la democrazia non si esporta, non si impone, ma si cerca di sostenere chi si sta muovendo a difesa dei diritti umani», aveva dichiarato che «tutta la comunità internazionale ha interesse che la Cina diventi protagonista, e che si assuma le sue responsabilità in termini di diritti umani e di democrazia».

Basterà? Non stiamo a misurare le parole. Il vero banco di prova della capacità del Governo, e della Bonino, di porre la questione diritti umani e democrazia in Cina sarà lunedì, quando avranno luogo, a Pechino, gli incontri ufficiali con i vertici cinesi. Quali saranno le richieste di impegno che sul piano politico e strategico saranno rivolte dalla Repubblica popolare al Governo italiano?

Prodi e la Bonino si troveranno di fronte una prova difficile, ma decisiva nel dare un'impronta ai rapporti tra Italia e Cina. Il regime cinese chiederà a Prodi di pronunciarsi a favore della fine dell'embargo sul commercio di armi, che è stato imposto dall'Europa alla Cina dopo il massacro di piazza Tien An Men, nel 1989. Un sostegno che il Primo ministro cinese Wen Jabao non manca di chiedere a ogni capo di Stato e di Governo europeo che si trova a passare per l'Impero celeste.

E' una questione da anni centrale per la Cina nei suoi rapporti con l'Unione Europea. Che farà l'Italia? Si appiattirà sulle posizioni francesi di Chirac, favorevole alla fine l'embargo, o sposerà le preoccupazioni americane e giapponesi?

Come ha ben spiegato Matteo Mecacci in un comunicato, al di là delle misure (embargo o codice di condotta) per impedire un un riarmo incontrollato della Cina, la fine dell'embargo avrebbe un «importante significato politico... segnerebbe, infatti, simbolicamente, la fine della condanna politica da parte dell'Europa nei confronti del regime cinese per quanto avvenuto a Piazza Tien An Men», mentre da allora non c'è stato, in Cina, nessun sensibile miglioramento sul fronte del rispetto dei diritti umani, né la minima condanna del massacro dell'89.

L'appello di Della Vedova e Taradash in merito alla visita della delegazione del Governo italiano in Cina mi sembra condivisibile nell'analisi (il tema della libertà e della democrazia in Cina non è estraneo alle problematiche commerciali, né il "modello cinese" promette di essere una variante asiatica del sistema di mercato occidentale) e ragionevole nella proposta di richiedere alle autorità di Pechino di incontrare l'avvocato dissidente Gao Zhisheng, tuttora imprigionato. Tra l'altro, un'iniziativa in linea con il Parlamento Europeo e il Congresso americano, che si sono di recente espressi per la liberazione di Zhisheng.

Importanti anche gli obiettivi indicati da Sergio D'Elia - la moratoria delle esecuzioni capitali e la ratifica del Patto internazionale sui Diritti Civili - la cui reale attuazione però sarebbe poco verificabile. Un sostegno così aperto, invece, alle richieste di democrazia e diritti che giungono dall'interno della Cina avrebbe un grande valore.

Ricordiamo che nel novembre scorso, proprio nel giorno degli incontri ufficiali con i vertici della Repubblica popolare cinese, il presidente Bush e la first lady Laura si recarono a messa di buon mattino nella chiesa di Gangwashi, una delle cinque chiese protestanti della capitale, facendosi fotografare in mezzo ai fedeli presenti e con il celebrante. «Spero che il governo cinese non abbia paura di cristiani che si riuniscono per pregare», disse Bush, aggiungendo che «una società sana è una società che accoglie tutte le fedi e dà alla gente la possibilità di esprimersi...».

Purtroppo, invece, è alto il rischio che la visita della delegazione guidata da Prodi, con centinaia di imprenditori e funzionari al seguito, si riveli la solita passerella, come già le visite nel novembre del 2003 di Berlusconi e nel dicembre del 2004 di Fini. E' ormai usuale, in queste occasioni, balbettare flebili appelli al rispetto dei diritti umani mentre si fa man bassa di contratti. Ci vorrebbero, piuttosto, gesti politicamente comunicabili.

Sarebbe un grave danno d'immagine soprattutto per Emma Bonino, paladina dei diritti umani, il cui valore fu reso noto dalle foto che la ritraggono insieme alle donne afghane, quando, nel 1997, da commissaria europea, fu arrestata dal regime talebano. Un vero e proprio rischio "normalizzazione" per la leader radicale.

Meno credibile il pulpito di altri giornali di centrodestra, che alla vigilia delle elezioni definirono Emma Bonino "unfit" per il governo proprio perché "idealista" sui diritti umani. Gli stessi giornali non hanno mai mostrato la minima attenzione all'impegno dei radicali su questi temi, né espresso alcun richiamo a Berlusconi per le numerose occasioni mancate per affrontare la questione diritti umani con le massime autorità russe e cinesi.

Atreju '06. «Processo alla libertà». Ma fanno sul serio?

Sarà stato per il diluvio che nel pomeriggio ha colpito Roma, ma Atreju, la festa di Azione Giovani, mi è sembrata un po' tetra e poco frequentata. Il dibattito a cui ho assistito s'intitolava "Processo alla libertà. Tra relativismo e rispetto dell'uomo". A confrontarsi di fronte alla platea Alfredo Mantovano, Gaetano Quagliariello, Daniele Capezzone e Piero Sansonetti. Fatte le presentazioni, qualche impressione, perché le posizioni le potete immaginare da soli.

Difficilmente in queste manifestazioni i titoli riescono a tramettere in anticipo il senso del dibattito così come è accaduto ieri sera. "Processo" è la parola giusta per descrivere lo stato d'animo di Quagliariello e Mantovano, ma ci tornerò qualche riga più sotto.

La platea è stata composta e corretta. Nessuna traccia di strane liturgie nazifasciste, come potrebbe pensare un Adinolfi. Solo un filmato di presentazione della Festa, che scorre ininterrottamente su un plasma attaccato alla parete, ha tre/quattro slide davvero di cattivo gusto, intolleranti. Il mio pensiero va a quei compagni di scuola e di università impegnati in An (parliamo di una decina d'anni fa) che mai si sarebbero sognati, al di là di qualche battuta, di prendere di mira un amico gay o di rifiutare uno spinello.

La prima domanda è di quelle che si mettono sui temi che si danno in classe: cos'è la libertà. Parte Capezzone, che spiazza tutti premettendo che la sua concezione di libertà non è fatta di una miriade di nuovi diritti. Non più diritti, ma più facoltà. Meno intervento dello Stato e non più intervento; non, quindi, interventi in positivo dello Stato, ma allargamento della sfera di decisione del singolo su se stesso. Da questo primo intervento già s'era capito che Capezzone avrebbe presidiato senza alcuna difficoltà l'area liberale per tutta la serata, dimostrandosi il più preparato culturalmente.

Un Quagliariello scarso ha ripetuto qui e là la lezioncina imparata dal Pera in versione norcina. Sansonetti si vedeva che con le libertà era un po' impacciato, ma s'impegnava. Che gran confusione, però, è stato capace di tirare fuori la nozione di «dittatura liberista» e con mio grande sconcerto parte della sala ha apprezzato la sua critica anti-liberista.

Mantovano ha spiegato così il suo no all'eutanasia, in nome di una libertà che va limitata: "Se invece di badare a mio nonno la sera voglio uscire mica lo posso far fuori". Cercava, Mantovano, di dimostrarsi brillante, azzardando qualche metafora, ma ce ne fosse stata una sensata. Inutile stargli dietro, tanti gli strafalcioni a livello culturale e le tirate propagandistiche. Tutti hanno capito di che pasta fosse il suo vocabolario politico quando ha dato di Machiavelli la lettura cinica, del "fine che giustifica i mezzi", tipica degli studenti di terza media.

Dicevamo, il «processo alla libertà». Non ho fatto a meno di notare il lessico utilizzato dagli oratori. Da Quagliariello e Mantovano, ma soprattutto da quest'ultimo, la parola "libertà" non veniva pronunciata di frequente e quando la si citava era per definirla in negativo, o per distinguere quella buona da quella cattiva. Stentano a trovare l'inquadratura giusta e alla fine si spazientiscono.

Sansonetti, invece, pur con tutte le incrostazioni che potete ben immaginare, parlava da innamorato della libertà, del suono della parola, pronunciandola in continuazione, anche se non di rado a sproposito.

Spesso dove va la politica si riesce a intuire osservando la battaglia del linguaggio. Non è la prima volta che mi capita di notare che certa destra si trova sempre più impacciata con il concetto di libertà e cerca di disfarsene, come se intralciasse il perseguimento dei veri fini (la libertà è solo un mezzo, la verità e la bontà sono i fini), mentre la sinistra sta vivendo una fase che chiamerei di appropriazione del termine. Del termine, se non ancora del significato.

Anni fa i partiti del centrodestra italiano - tutti: Forza Italia, ma anche An, Udc e Lega - non facevano che riempirsi la bocca dei termini "libertà", "liberale", "liberalismo". Ci mettevano entusiasmo, c'era naturalezza, non impaccio. Erano loro, negli anni '90, alla conquista di quelle parole e dei loro significati. Ma come capita spesso, i neofiti del liberalismo (gli ex-Msi, ex-Dc, ex socialisti e persino ex comunisti finiti nella CdL) non superano la crisi d'astinenza da un sistema di valori chiuso e rassicurante. E' questo processo che vedo, oggi, in gran parte della destra italiana.

Mentre riflettevo su queste cose, mi è venuto in mente un acuto articolo di Vittorio Macioce di qualche mese fa per Ideazione. Osservando come la politica italiana si stesse «arroccando intorno a simboli e a parole d'ordine» anti-moderniste, scriveva: «Dopo la sbornia degli anni Novanta il liberalismo ispira a ex Dc e a ex Msi solo profonda antipatia. Non devono più far finta di conoscere Hayek o Tocqueville. Sono tornati a casa».

C'è finita in mezzo una generazione di ragazzi di destra che oggi hanno fra i trenta e i quarant'anni: forse erano più ingenui, meno preparati, di certo più snobbati, dei giovani "d'azione" d'oggi. Sarà che erano schiacciati dal complesso d'inferiorità cui erano costretti dall'egemonia della sinistra anche nella cultura giovanile, ma la libertà intuivano cosa fosse. Questi qui, invece, con i processi fanno sul serio?

Thursday, September 14, 2006

La visione pessimista di Ratzinger fa arrabbiare l'Islam moderato

Nella sua lectio magistralis di Ratisbona Benedetto XVI ha certamente pronunciato una netta condanna della jihad, della «diffusione della fede mediante la violenza», dando una motivazione teologica del perché è «irragionevole» e quindi «contraria alla natura di Dio». Ma attenzione: non, come scrive oggi Giacalone, contraria anche a Maometto e al "vero" Islam. Ratzinger ha spiegato perché il jihad è un elemento intrinseco della «dottrina musulmana»: trova il suo fondamento teologico nella natura di un Dio che trascende le categorie umane, ragione compresa, distinguendosi in modo radicale dal Dio cristiano che è logos, ragione e parola. La conversione violenta è contraria al Dio la cui natura è frutto di quell'incontro - nel vangelo di Giovanni ("In principio era il logos") - tra il messaggio biblico e il pensiero greco, tra fede e ragione, che rende il nostro Dio così «diverso da Allah», come stampa a caratteri cubitali Giuliano Ferrara.

Tale contrarietà della «conversione mediante violenza» alla natura di Dio non riguarda la religione islamica, che non avrebbe incontrato la ragione e che anzi, nella lettura che ne dà il Papa, viene bollata come religione dell'irrazionalità a fronte del Dio cristiano che coniuga in sé fede e ragione. Né, il Papa, accenna alla complessità e alle diverse interpretazioni possibili del Corano di fronte alla violenza.

La ragione, dunque, sembra fare da spartiacque tra Cristianesimo e Islam agli occhi di Ratzinger. Il Papa sembra muoversi fra due fuochi. Da una parte egli deve criticare la ragione moderna dall'interno del mondo occidentale, evidentemente andata troppo oltre e allontanatasi dalla fede; dall'altra deve riaffermare l'identità cristiana in contrapposizione con l'Islam, e lo fa rappresentando il binomio fede-ragione come peculiarità sconosciuta all'irrazionalità insita nella religione islamica.

Mettiamoci ora nei panni di un'autorità islamica moderata, che ha il problema opposto: avvicinare la sua fede alla ragione moderna per debellare il fanatismo, la violenza e l'oppressione. E' un vero e proprio dilemma, perché l'approccio di Ratzinger, sia quando si trova a criticare la ragione moderna - perché se nel mondo islamico non c'è, in Occidente occorre ricondurla sulla retta via - sia quando si trova a negarla nella natura del Dio dei musulmani, apparirà sempre molto distante dall'habitus mentale del nostro imam progressista, finendo invece per trovare un comune sentire con gli integralisti islamici, i quali, seppure da posizioni di partenza più arretrate, criticano la ragione occidentale, accusata di portare all'eclissi di Dio, e coltivano una versione dell'Islam il più possibile separata da essa.

Con la sua visione pessimistica dell'impossibilità, per l'Islam, di liberarsi, o almeno elaborare, il concetto di jihad, Benedetto XVI di fatto fa ai fondamentalisti un regalo che non meritano: la jihad come conquista e il dovere, per ogni buon musulmano, di combattere vengono sanciti come elementi coerenti con la natura del Dio islamico descritta dal Papa. Viceversa, non dà una mano a quei musulmani che sostengono la necessità di una Riforma della loro religione, del suo riconciliarsi con la modernità.

Uno di questi è Ali Bardakoglu, presidente degli Affari religiosi della Turchia, la massima autorità islamica di Stato: «Aspettiamo che il Papa ritiri le sue parole e chieda scusa all'Islam». Bardakoglu chiarisce però di basarsi solo su resoconti non completi apparsi sulla stampa turca. Ma il suo commento è molto duro, anche se non entra nello specifico: «Un intervento provocatorio, ostile e pregiudiziale. Desta meraviglia e orrore. Spero che il discorso non rifletta un'ostilità albergata nel mondo interiore del Papa».

Ali Bardakoglu non è un moderato, è un progressista. Ha di recente affermato che il profeta Maometto non può avere incoraggiato le violenze e le discriminazioni contro le donne. La presidenza per gli Affari religiosi turchi, sotto la sua guida, ha avviato un'iniziativa di studio per eliminare dalle raccolte di "hadit" quelle parti che, nella tradizione islamica, legittimerebbero la discriminazione e la violenza contro le donne. «L'Islam dovrebbe prendere le distanze da una visione che approvi la discriminazione e l'uso della violenza in famiglia, tra cui i delitti d'onore», dichiarava non molto tempo fa il Gran Mufti della Turchia, che ha nominato due donne vice-muftì.

«Si tratta di una piaga sociale. Alcuni cercano di giustificare le violenze contro le donne facendo riferimento ad alcuni hadit. Questo non è giusto. Alcune facoltà di teologia hanno già verificato che molti hadit non appartengono al nostro Profeta. E' possibile che il Profeta abbia incoraggiato gli uomini a picchiare le donne o a fare discriminazione tra uomo e donna? Certo che no», affermava, aggiungendo che «i religiosi turchi sono pronti a muoversi insieme alle organizzazioni femminili per combattere l'uso della violenza contro le donne».

Wednesday, September 13, 2006

Visioni contrapposte dell'Islam. Ratzinger prepara la Chiesa a un nuovo Medio Evo

Papa Benedetto XVIA Ratisbona il Papa dà fondamento teologico alla lettura "jihadista" del Corano. Bush e Benedetto XVI hanno visioni contrapposte dell'Islam: il primo ottimista, il secondo pessimista

Provo a sbollentire l'entusiamo di Ferrara per la lectio magistralis di Papa Ratzinger all'Università di Ratisbona.

Alla conclusione che «la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole» e «contraria alla natura di Dio» possono giungere cristiani ed ebrei ma anche, con la sola ragione, i non credenti (vi sembrerà banale, ma forse non ci vuole una cattedra in Teologia). Il concetto forse più ricco di implicazioni espresso ieri dal Papa è che a quella conclusione non possono arrivare i musulmani. O, almeno, non ancora.

E' infatti vero, come osserva oggi Ferrara, che la sua è stata una forte rivendicazione d'identità giudaico-greco-cristiana nei confronti dell'Islam. Dal ragionamento del Papa trapela una profonda sfiducia nella religione islamica. Il Papa argomenta dal punto di vista teologico l'impossibilità, per l'Islam, di liberarsi della concezione di un Dio violento e arbitrario. Al centro, il tema della conversione e della jihad.

In questo modo Benedetto XVI non tende certo una mano a quei musulmani, riformatori e liberali, che sostengono la necessità di una Riforma della loro religione, del suo riconciliarsi con la modernità, e quindi con il vivere libero e democratico. Egli intimamente non crede che ciò possa avvenire. Dal punto di vista teologico nega che l'Islam possa liberarsi, o almeno elaborare, il concetto di Jihad. Tale approccio pessimistico di fatto sembra giustificare l'accusa di apostasia rivolta dagli integralisti all'indirizzo di quei musulmani che non si riconoscono nel significato di jihad come «diffusione della fede mediante la violenza» né in una versione fondamentalista e fanatica della religione islamica.

Ricordando le parole dell'imperatore bizantino Manuele II ["Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava... Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (logos) è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia..."], il Papa ammonisce che «la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole».

«Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il logos"... Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio... In principio era il logos, e il logos è Dio...». Dunque, «la conversione mediante violenza», conclude Benedetto XVI riferendosi alla jihad, è contro Dio, perché «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio», il quale «agisce con logos. E logos significa assieme ragione e parola». E' questo il frutto dell'«incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco... l'incontro tra fede e ragione... tra autentico illuminismo e religione», che rende il nostro Dio così «diverso da Allah», come registra prontamente Ferrara.

Il Nostro è logos, ragione. «L'argomentazione decisiva contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio... Per la dottrina musulmana, invece – nota Ratzinger sulla scorta del curatore moderno del dialogo tra Manuele II Paeologo e il persiano – Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso?». Dunque, osserva correttamente Ferrara, «c'è un campo che è quello della Bibbia, del vangelo di Giovanni con il suo logos e del pensiero greco, e un campo che è quello della religione di conquista, della religione naturale che è anche politica e violenza in nome di un Dio arbitrario, lontano e separato dalla ragione umana». Interpretazione quanto mai precisa del pensiero del Papa.

E qui possiamo inserire un'altra interessante riflessione. Il mio post di ieri, che accostava, notando le differenze tra i due, Bush a Benedetto XVI, non voleva essere solo un post ironico. I due leader hanno concezioni diverse, addirittura opposte, dell'Islam. Ciò li porta a individuare armi diverse per affrontare la minaccia jihadista. L'uno (Bush) la libertà; l'altro (Ratzinger) il «timor di Dio», consapevole che se un freno può essere posto all'impeto islamista per la jihad questo può riguardare solo i fedeli delle religioni del Libro, non i "senza Dio".

Ha capito tutto David Frum, intervistato oggi da Molinari su La Stampa: «Leggendo il testo del discorso del Papa a Ratisbona si ha l'impressione che il Papa abbia assai meno fiducia di Bush nella possibilità di un riscatto dell'Islam dalla Jihad». E' esattamente il nocciolo della questione.

Quella del Papa è anche una straordinaria confutazione di un'idea di fondo sulla natura umana. L'aspirazione alla libertà e alla convivenza pacifica, secondo il presidente americano, sono principi universali che prevalgono nell'animo umano una volta rimossi gli ostacoli delle ideologie totalitarie. Secondo il Papa, invece, le popolazioni del Medio Oriente sono condannate a combattere la loro jihad in eterno, perché la jihad, intesa come diffusione violenta della fede, è un carattere teologicamente intrinseco della religione islamica.

Per Bush quella di Bin Laden e dei fascisti islamici è in realtà «un'interpretazione estremanente superficiale dell'Islam», quindi un «problema ideologico», mentre per il Papa è un «problema teologico». Spiega Frum: «Quando il presidente Bush definisce l'Islam una religione di pace esprime una visione essenzialmente positiva dell'Islam, in base alla quale la deviazione jihadista risale al massimo agli anni '50 o addirittura '70». Mentre per il Papa tedesco riguarda «le origini dell'Islam». «Per Bush l'Islam deve solamente liberarsi di un'ideologia estranea, violenta ed anti-occidentale, tornando alle proprie origini pacifiche. Mentre il Papa sembra dire che proprio le origini non sono pacifiche». Riferendosi a «origini pacifiche» forse Frum esagera, ma comunque il punto è che per Bush la religione, anche quella islamica, può essere un fenomeno essenzialmente pacifico, se non è deviato da un'ideologia totalitaria.

Credendo, come il presidente Usa, nella possibilità che l'Islam si liberi del jihadismo ha un senso l'intera dottrina interventista di Bush, mirata alla diffusione della libertà e della democrazia in Medio Oriente. Se invece, conclude Frum, «l'idea è che il problema è nelle origini dell'Islam, come sembra dire il Papa», allora è inutile far di tutto affinché i musulmani siano liberati e siano «loro stessi», perché «per il Papa forse proprio questo è il problema».

Non c'è dubbio che oggi vediamo che milioni di musulmani, ma forse ancora una minoranza, aderiscono all'Islam e alla versione di jihad descritta dal Pontefice, ma c'è da chiedersi: la dottrina islamica del jihad non si può forse relativizzare esattamente come sono stati relativizzati, in un passato piuttosto recente, atti e credenze "irragionevoli" della Chiesa cattolica?

E' Ratzinger stesso, d'altronde, che aggiunge:
«Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano... Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive... Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore».
Non si può non osservare che molti cristiani, e la Chiesa cattolica stessa, hanno agito per secoli come se il Dio del logos si compiacesse del sangue versato. Innumerevoli volte fu fatto ricorso alla «conversione mediante violenza» e la «guerra santa» ha fatto per secoli parte della mentalità e dell'esperienza dell'Europa cristiana. Errori che provano, tra l'altro, come la Chiesa e chi la guida non siano affatto infallibili e come estremamente variabili siano precetti morali e dogmi oggi difesi in quanto «naturali». Dopo secoli ci si è convinti che «la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole» e «contraria alla natura di Dio», perché il Dio cristiano è il Dio della ragione.

Una svolta cui la religione in Occidente è stata costretta dall'illuminismo. A riconoscerlo è anche Vittorio Messori: l'«illuminismo e il laicismo drastici» sono «veleni» agli occhi di un cristiano, non c'è dubbio. Eppure, essi hanno «affermato anche dei valori» e «ad essi, malgrado tutto, la fede è sopravvissuta». Di più: «Spesso, anzi, ne è stata purificata», sul piano socio-politico, avendo visto «sradicata violentemente la simbiosi con il potere secolare».

Una Riforma possibile anche in Oriente, nell'Islam, a patto che ai musulmani sia permessa una libera, non letterale, interpretazione dei testi sacri. Il discorso del Papa ci convince ancor di più del fatto che la versione jihadista dell'Islam non è da assecondare recuperando, o accentuando, il nostro «timore di Dio», ma da riconvertire dal punto di vista ideologico con l'influenza e la diffusione dei principi dell'illuminismo e con la promozione dei processi di secolarizzazione.

Il direttore della Sala Stampa del Vaticano, Padre Federico Lombardi, ha cercato di spiegare: «Certamente il Papa non vuole dare una lettura di interpretazione dell'Islam nel senso violento, ma affermare che nel caso di una lettura violenta della religione siamo in contraddizione con la natura di Dio. Credo che tutti sappiamo che anche all'interno dell'Islam ci sono molte posizioni differenti, ci sono posizioni non-violente». Intanto, però, non possiamo non osservare che nella lectio del Papa non si dice «nel caso di una tal lettura...», ma si parla genericamente di «dottrina musulmana» e della contraddizione del Dio che esprime, arbitrario e violento, con la natura del Dio cristiano, che è logos, ragione.

Anche Michael Novak e Richard John Neuhaus, intervistati da Mastrolilli su La Stampa, vedono più una coincidenza di pensiero tra Bush e Benedetto XVI:
«Non stanno dicendo che tutti i musulmani sono estremisti, però riconoscono che la questione degli insegnamenti islamici sul rapporto fra Dio, la ragione, la fede e la violenza va affrontata meglio. Il concetto di jihad, in poche parole, non è estraneo a questi insegnamenti... è necessario notare la differenza culturale nella concezione di Dio, con l'obiettivo di influenzare per quanto è possibile gli insegnamenti».
E Charles Kupchan, che premette di non aver condiviso «quasi nulla della strategia antiterrorismo scelta dall'amministrazione Bush, a partire dall'Iraq», osserva che «lo sforzo compiuto per cercare di separare la grande maggioranza dei musulmani dai terroristi che dirottano la loro religione accomuna il presidente americano, Benedetto XVI, e politici di tradizione diversa come il premier bitannico Blair». Kupchan, nel discorso del Pontefice a Ratisbona, non legge necessariamente un affronto all'Islam:
«Bush e Ratzinger stanno dicendo che la guerra santa è immorale tanto sul piano civile, quanto su quello religioso. Però bollare la fede musulmana come intrinsecamente violenta sarebbe pericoloso per la nostra strategia antiterroristica, che dovrebbe puntare proprio ad isolare gli estremisti ed esaltare i moderati».
E' proprio questo il piano scivoloso del discorso del Papa, che sembra non affrontare con la complessità che merita il problema della reale posizione del Corano di fronte alla violenza.

Khaled Fouad Allam, su la Repubblica, spiega che il celebre versetto "Nessuna costrizione nelle cose di fede" (sura 2, 256) «può essere letto secondo due opposte interpretazioni. Secondo la teologia classica e secondo la teologia di tipo liberale questo versetto dovrebbe abrogare tutti i versetti che incitano alla violenza. Ma oggi, in una situazione caratterizzata dal monopolio di una teologia neofondamentalista, quel versetto viene invece di fatto abrogato». Dunque, per Fouad Allam «il problema non è tanto ciò che è contenuto nel testo coranico, ma come gli esseri umani si ispirino ad esso, alla rivelazione. Perché tutte le società producono la violenza; ma non tutte risolvono la questione della violenza secondo gli stessi metodi». Il Corano dovrebbe essere rimesso nelle mani di ciascun musulmano, per «spezzare la terribile catena del fondamentalismo che si autoproclama unico detentore» della sua interpretazione. E' proprio questo l'aspetto che manca alla riflessione del Papa sul concetto di jihad.

C'è, tra Bush e Benedetto XVI, una convergenza nella condanna della jihad, ma se il primo la ritiene una deviazione totalitaria dell'Islam, così come nazismo e comunismo non erano "i tedeschi" e "i russi", invece il Papa con la lectio di Ratisbona ha più che lasciato intendere che il concetto violento di jihad, «la diffusione della fede mediante la violenza», non è una deviazione ma trova il suo fondamento teologico nella dottrina musulmana, nell'idea di un Dio che trascende le categorie umane, ragione compresa, e che per questo si distingue in modo radicale dal Dio cristiano che è logos, ragione.

Nella puntata del 5 gennaio scorso dello "Hugh Hewitt Show" era ospite Padre Joseph Fessio - studente e amico personale di Ratzinger e oggi Rettore dell'Ave Maria University - il quale ha spiegato al conduttore che l'Islam è «una religione i cui principi si fondano sulla parola di Dio, non degli uomini, ma la parola di Dio è stata consegnata direttamente a Maometto, e non può essere interpretata, cambiata, o adattata. E quella parola dice di conquistare il mondo, o rendere tutti soggetti all'unica vera religione, che è l'Islam. Voglio dire che non è una religione di stabilità o di pace... Il jihad può essere interpretato come una lotta spirituale. Ma il testo parla esplicitamente della diffusione dell'Islam a tutti i popoli e a questi è permesso o accettarlo, o respingerlo, ma divenendo cittadini di seconda classe».

Obietterete: ma questa è solo l'opinione di Padre Fessio. Ebbene, Padre Fessio, in quella trasmissione, rivelò a Hugh Hewitt di aver partecipato a un seminario ristretto, svoltosi nella residenza estiva del Papa, a Castel Gandolfo, nel settembre del 2005, che ebbe come argomenti «il concetto islamico di Dio e le sue conseguenze per una società secolare».

Uno degli studiosi presenti, raccontò Fessio, avanzò la tesi che «l'Islam potrebbe entrare nel mondo moderno se il Corano fosse reinterpretato, fatti salvi i principi, adattandolo ai nostri tempi, in particolare riguardo la dignità da ascrivere alle donne». Contrariamente alle sue abitudini, Ratzinger prese subito la parola e sostenne, secondo quanto riportato da Padre Fessio, che «nella tradizione islamica Dio ha dato la Sua parola a Maometto, ma essa è una parola eterna. Non è la parola di Maometto. E' per l'eternità. Non c'è possibilità di adattarla o interpretarla, laddove nella Cristianità, e nel Giudaismo, la dinamica è completamente diversa, Dio ha agito attraverso le Sue creature, istituendo una Chiesa nella quale ha attribuito ai suoi discepoli l'autorità di portarte avanti la tradizione e interpretarla... C'è una logica interna alla Bibbia cristiana, che le permette, e richiede, di essere adattata e applicata alle nuove situazioni...». Il Corano, invece, «è visto come qualcosa caduto dal cielo, che non può essere adattato o applicato».

A questo punto, il conduttore della trasmissione ha subito chiesto se fosse corretto definire Benedetto XVI «pessimista rispetto alla prospettiva che la modernità possa davvero coinvolgere l'Islam nel modo in cui ha coinvolto il Cristianesimo». L'Islam «è incastrato. E' incastrato da un testo che non può essere adattato, né interpretato in modo appropriato», fu la risposta di padre Fessio.

«Ma se agli occhi del Papa quella riforma interna all'Islam non è possibile, e i dati demografici non mutano, come pare sia difficile che mutino in Europa, cosa accadrà all'Europa?», chiese Hewitt, osservando che l'ultima volta furono i monasteri, assediati dai barbari e saccheggiati dai vichinghi, a far sopravvivere la nostra cultura.

Com'è noto, la Chiesa è un'istituzione che sa guardare nella prospettiva di decenni, secoli addirittura. Il racconto di Padre Fessio apre uno squarcio interessante sulle convinzioni intime del nuovo Papa e sulle riflessioni interne alla Chiesa sul futuro del cristianesimo, dell'Europa e dell'Occidente. E non è un futuro roseo quello che si aspettano in Vaticano. Ciò spiegherebbe da una parte l'ansia per la rievangelizzazione dell'Europa, dall'altra la chiusura dottrinaria. Ci si prepara a un nuovo Medio Evo, in cui un nocciolo duro di cristiani dovrà resistere e tramandare, in modo più fedele e "puro" possibile, la sua fede assediata da un Islam che si diffonderà per tutto il continente europeo. Questa visione pessimistica spiegherebbe perché solo il «timore di Dio» può salvare le società secolarizzate dell'Occidente dal fatale destino di civiltà soccombente di fronte a quella islamica. Al contrario di noi, «i musulmani, forse la maggioranza di essi, prendono sul serio la loro fede. Sono devoti».

Ed è ecco anche spiegata l'ansia per la demografia, per il "figliare". «Se le famiglie avranno figli, trasmetteranno loro la fede, la nostra cultura. E noi abbiamo un vantaggio - ha confessato Padre Fessio a Hewitt - perché gli omosessuali, gli abortisti, e i sostenitori degli anticoncezionali non avranno figli per definizione».

Dunque, il «timore di Dio», la spinta all'evangelizzazione, il dato demografico, sono tutti parametri con i quali il Papa e la Chiesa sembrano misurare lo stato di salute della nostra civiltà. Al contrario, la civiltà soccombente mi sembra quella islamica, se non sarà capace di riformare se stessa, incontrare la modernità, i principi della laicità e dell'illuminismo, reinterpretare i suoi testi sacri, governare la propria vita civile secondo diritto, libertà e democrazia.

Tornando alla lectio magistralis di Ratzinger pronunciata a Ratisbona, il suo «centro sta nelle conclusioni», secondo Padre Lombardi. «Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l'opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell'illuminismo, rigettando le convinzioni dell'età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido [!] viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all'uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L'ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l'intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell'uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza».

In fondo al sillogismo rimane fortissima la sensazione che per Benedetto XVI non v'è ragione valida, che non sia «sorda di fronte al divino», se non quella ragione conforme alla fede. Al di fuori di essa tutto viene bollato come irragionevole e siamo al punto di partenza. Il Papa non vuole certo disfarsi della ragione che, come ha spiegato, fin dalle origini del cristianesimo, grazie all'incontro con il pensiero greco, è coniugata alla fede. Egli vuole semplicemente disfarsi dell'empirismo, della scienza sperimentale galileiana, dischiuderle l'ampiezza che solo la verità divina, custodita dalla Chiesa, può farle raggiungere. A noi pare, in conclusione, che quella professata dai vertici della Chiesa sia sempre più spesso una fede che di fronte alla ragione si rivela sorda.

«Il socialismo è morto». Corso di recupero per partiti in ritardo con la storia

Capirete la piccola soddisfazione che mi sono tolto a leggere le considerazioni di Anthony Giddens (la Repubblica, 29 agosto), uno dei maggiori teorici del blairismo: «Il socialismo è morto. La data precisa del decesso è nota - il 1989 - ma già da tempo la sua salute era malferma».

Quella sentenza lapidaria («Il socialismo è morto») la ritrovate in articoli, lettere e post che vado scrivendo da un anno a questa parte, cercando di contribuire al dibattito sul nuovo soggetto politico che vede insieme Radicali e socialisti dello Sdi.

Nel settembre 2005 su L'Opinione, e su Notizie Radicali, scrivevo che «costruire un'"alternativa liberale" a sinistra significa innanzitutto essere consapevoli che se il socialismo reale è morto, ha fallito, anche la socialdemocrazia, che per anni ha rappresentato un modello di sviluppo e benessere per le società europee, ha esaurito ormai da anni il suo compito storico. Oggi non si può essere "di sinistra" senza dirsi con convinzione liberali e senza abbracciare pienamente il libero mercato. Certo, recuperando la memoria di quelle storie umane e politiche che rappresentano i pochi "frutti liberali" del socialismo italiano».

Dall'ottobre 2005, in questo post, e poi via via in lettere al Riformista e, più di recente, in questo articolo su LibMagazine, e ancora in «appunti di viaggio» per la Rosa nel Pugno, su Notizie Radicali, ampliavo il concetto:
«Caduto il Muro di Berlino, finito il socialismo reale in Europa, anche la socialdemocrazia ha esaurito il suo compito storico. Per anni ha assicurato sviluppo e benessere alle società europee, ma i costi del suo modello di welfare sono incompatibili con la crescita economica e la corporativizzazione dello stato sociale ha messo in discussione libertà individuali e conquiste fondamentali dello stato di diritto. Se nel secolo scorso il costruttivismo ha sequestrato la sinistra, casa naturale delle istanze di libertà, e le socialdemocrazie ne hanno occupato lo spazio politico nei parlamenti democratici, oggi si presenta un'occasione unica per ricondurre la cultura liberale nel suo alveo naturale: a sinistra rispetto a un polo conservatore. Innesto finora vissuto con successo solo dalla sinistra britannica. A liberali e socialisti però, nel non concedere spazio a rigurgiti statalisti e costruttivisti, sta l'onere della prova...»
A molti queste considerazioni suoneranno persino ovvie, ma per altri rappresentano un'utile doccia gelata per risvegliare gli intorpiditi "sensi della politica".

Il «socialismo rivoluzionario», quello "reale", osserva Giddens, «è scomparso quasi senza lasciare traccia». Non servono contorte analisi o alibi raffazzonati per farsene una ragione. «La stessa idea di un superamento del capitalismo attraverso una rivoluzione politica laica è quasi del tutto scomparsa... Perché l'idea centrale che ha fatto da propulsore al socialismo rivoluzionario, la nozione alla base della definizione stessa del socialismo - l'idea cioè che un'economia controllata e rispondente ai bisogni umani possa sostituirsi ai meccanismi dei prezzi e del profitto - una volta messa alla prova, è fallita dovunque». Semplice: non che fosse stata male applicata, «era un'idea sbagliata».

I più svegli se n'erano accorti leggendo von Mises in "Gemeinwirtschaft" e "Kritik des Interventismus" (1919) e poi Hayek negli anni '30.

Anche il «socialismo riformista», che «ha creduto in un'economia mista», ritenendo possibile «imbrigliare le irrazionalità del capitalismo riservando allo Stato un ruolo parziale nella vita economica» - "compromesso" che nel secondo dopoguerra «era sembrato in grado di funzionare» più grazie alla teoria economica di un liberale, John Maynard Keynes, che al socialismo - ebbene «anche questo tipo di socialismo [è] morto». Il socialismo è morto, dunque, senza eccezioni. «Il più delle volte, lo stato ha dimostrato la sua inadeguatezza nella conduzione diretta delle imprese. D'altra parte, la gestione della domanda in senso keynesiano ormai non è più efficace, e può anzi diventare controproducente nel contesto di un mercato globale».

«Cosa resta della sinistra?», si chiede allora Giddens. La sinistra è sopravvissuta, con i suoi valori, alla fine del socialismo. Tuttavia, oggi «non può più definirsi semplicemente negli stessi termini del socialismo d'un tempo, come la via per limitare i danni inflitti dai mercati alla vita sociale». I mercati hanno bisogno di regole che li facciano funzionare. Hanno bisogno di espandersi, di liberalizzazione del mercato del lavoro, le cui bardature corporative e stataliste oggi sono d'ostacolo alla causa della giustizia sociale.

La sinistra «non può più definirsi in contrapposizione alle riforme del welfare». Dalla logica assistenzialista deve passare a quella dell'investimento: «In un'era di libertà individuali e di aspirazioni sempre maggiori, dobbiamo investire nelle persone per aiutarle ad aiutarsi da sé».

Tutta una serie di tabù deve essere superata: «Non è di destra ammettere che la criminalità e il disordine sociale rappresentano un grave problema» per i cittadini, soprattutto i meno abbienti; «non è di destra sostenere che l'immigrazione dovrebbe essere controllata, o chiedere agli immigrati di farsi carico di una serie di responsabilità civili»; «non è di destra cercare di dare risposte efficaci al terrorismo». Le nuove minacce «non sono paragonabili» a quelle delle Brigate rosse, dell'IRA o dell'ETA. Il terrorismo islamista è «potenzialmente di gran lunga più letale» e «il diritto di sentirsi al sicuro dalla violenza terroristica è di per sé una libertà importante, che va ponderata rispetto alle altre».

La Repubblica ha pubblicato l'articolo di Giddens come provocazione diretta ai riottosi, tra i Ds, all'idea del partito democratico, innescando in realtà sui giornali - ed è significativo - un dibattito sul socialismo, dove non sono mancate voci sarcastiche che hanno inteso snobbare gli argomenti di Giddens, come se fossero ormai dati scontati della realtà della sinistra italiana.

Credo che invece la sinistra, a cominciare dai Ds e dallo Sdi di Boselli, per non parlare della sinistra vetero-comunista e reazionaria, non abbia ancora metabolizzato che, appunto, «il socialismo è morto». A rivelarlo sono le policies dei diversi partiti chiamati a raccogliere l'eredità socialista o, meglio, le loro arretratezze e inadeguatezze culturali. Le difficoltà nell'accettare autentiche politiche di liberalizzazione in economia. Gli ostinati pregiudizi verso riforme che introducano merito e concorrenza nella scuola e nell'università. La conservazione di assetti statalisti, e onerosi per le casse dello Stato, in settori quali il pubblico impiego, la sanità e le pensioni. Le ambiguità su temi come la sicurezza e la guerra al terrorismo. L'approccio, in politica estera, verso gli Stati Uniti e Israele.

Dunque, anche se a qualcuno può sembrare stucchevole, a oltre 15 anni dal decesso, annunciare la morte del socialismo ha ancora un senso per una sinistra italiana affetta dall'incorreggibile vizio di apprendere con decenni di ritardo le lezioni della storia.

Tuesday, September 12, 2006

Mamma Rai è un po' puttana

Attenzione: post scurrile, me ne scuso

La merda cominciava a tracimare davvero in modo esagerato da quella fogna che è la politica italiana. Bertinotti non ha potuto far altro che chiedere una pausa allo scempio sulle nomine dei vertici Rai. Il presidente della Camera, raccogliendo l'appello di Capezzone, che tra pizzini e soffiate ha mandato all'aria il tavolo dei bari, ha auspicato che venga insediata quanto prima la Commisione di Vigilanza, incredibilmente non ancora costituita. «È una decisione congiunta delle presidenze di Camera e Senato e che deve essere comunicata ufficialmente». Ma, conclude Bertinotti, «come ha detto Capezzone, è del tutto comprensibile e giusto che la discussione sulle nomine avvenga anche in presenza della commissione di vigilanza».

Ora il segretario di Radicali italiani si rivolge al presidente Petruccioli: «Ci sia "time out"; nessuno tenti il blitz; si fermino le nomine; e sia lo stesso Cda a rallegrarsi per la possibilità di potere prima illustrare i propri criteri d'azione dinanzi alla Commissione di vigilanza».

Alla fine, scempio sarà, e il centrodestra vedrà cadere qualche lenticchia in più sul suo piatto e la tanto sospirata occupazione degli uomini prezzolati dalla sinistra nella tv pubblica avrà luogo. Ma è comunque un successo che questi stronzi siano venuti a galla e i cittadini abbiano potuto aver prova che, come per la legalità, anche sulla Rai il centrosinistra non è da meno dell'odiato Berlusconi. Di questo dobbiamo ringranziare Daniele Capezzone, cui cominciano a guardare settori importanti dall'altra parte.

L'arma più potente nel nostro arsenale

Secondo Bush è la libertà. Secondo Ratzinger è «il timore di Dio». Gli islamisti d'accordo col Papa. Dissidi sull'uso della forza

George W. Bush ha davvero un ottimo speechwriter. La strategia pare quella giusta, tattica e messa in pratica più zoppicanti.
«La guerra contro questo nemico è più che un conflitto militare. E' la battaglia ideologica decisiva del XXI secolo... Nei primi giorni dopo gli attacchi dell'11 settembre ho promesso che avrei usato ogni elemento della potenza nazionale per combattere i terroristi, ovunque li trovassimo. Una delle più potenti armi nel nostro arsenale è il potere della libertà. I terroristi temono la libertà tanto quanto la nostra potenza di fuoco. Sanno che, data loro la possibilità di scegliere, i popoli sceglieranno la libertà invece che la loro ideologia estremista...

Questa battaglia è stata chiamata scontro di civiltà. In realtà, è una battaglia per la civiltà. Stiamo combattendo per difendere il modo di vivere di cui godono le nazioni libere. E stiamo combattendo per la possiblità che popoli buoni e onesti del Medio Oriente possano fondare società basate su libertà, tolleranza e dignità della persona. Siamo oggi nelle prime ore di questa lotta tra tirannia e libertà... in una splendente mattina di settembre, divenne chiaro che la calma che vedevamo in Medio Oriente era solo un miraggio. Anni alla ricerca della stabilità per promuovere la pace ci hanno lasciati con nessuna delle due. Così abbiamo cambiato le nostre politiche e impegnato l'influenza dell'America nel mondo per far avanzare libertà e democrazia come le grandi alternative a repressione e radicalismo...»
Ratzinger - Per qualche devoto in più (Grazie a Formamentis)Pessimo, invece, da licenziare, lo speechwriter di Benedetto XVI. Fantasioso il costumista, che fa sfoggiare al Santo Padre sempre nuovi e più originali modelli di cappellini, da far invidia anche alla Regina Elisabetta. Alla quale però, ne siamo sicuri, il Papa invidia i tailleur verde pastello.

Nella lezione tenuta oggi all'università di Ratisbona il Papa ribadisce il concetto espresso nell'omelia di domenica, che secondo qualcuno sarebbe stato equivocato, e secondo altri avrebbe suscitato solo «polemiche laiciste, roba vecchia e forzata, cattive interpretazioni, ciniche estrapolazioni di discorsi complessi». Tutti peccati di cui si sono macchiati laicisti della peggior specie come Norman Podhoretz, Magdi Allam e Vittorio Messori.

L'Occidente sarebbe colpevole di affidarsi a un tipo di ragione «sorda di fronte al divino». «le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime».

Ma ecco l'elemento di dissidio, non da poco. Ricordando le parole dell'imperatore bizantino Manuele II ["Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (logos) è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia..."], il Papa ammonisce che «la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole».

«Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il logos"... Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio... In principio era il logos, e il logos è Dio...». Dunque, «la conversione mediante violenza», ha concluso Benedetto XVI riferendosi alla jihad, è contro Dio perché «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio», perché «Dio agisce con logos. E logos significa assieme ragione e parola». E' il frutto dell'«incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco... l'incontro tra fede e ragione... tra autentico illuminismo e religione». [Autentica religione, si è scordato - chissà perché - di aggiungere Ratzinger].

Nell'omelia alla spianata dell'Islinger Feld, aveva espresso un buon proposito:
«Oggi, che conosciamo le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione, le distruzioni dell'immagine di Dio a causa dell'odio e del fanatismo, è importante dire con chiarezza in quale Dio noi crediamo e professare convinti questo volto umano di Dio».

Ferrara, stavolta non ce la dai a bere

Le parole pronunciate domenica da Benedetto XVI, nell'omelia alla Spianata della Neue Messe, a Monaco, hanno ricevuto, sulla stampa italiana, critiche trasversali. Dal "democratico" Gad Lerner al neocon Norman Podhoretz, passando per Magdi Allam e Vittorio Messori. Ebbene, Il Foglio registra «l'inusuale fuoco di fila critico», ma sentenzia che «le parole del Papa sono state ampliamente equivocate». Possibile che nessuno, ma proprio nessuno, ci abbia capito nulla? Comprenderei se le critiche fossero giunte da quei laicisti dei radicali, ma Norman Podhoretz, Magdi Allam e Vittorio Messori? Anche loro hanno equivocato?

Stavolta non c'è da incazzarsi, ma da ridere. Sentite qua che scusa s'è inventato Il Foglio: «Ratzinger stava criticando i vescovi tedeschi forti ed anzi grandiosi nelle politiche sociali ma sordastri al primato dell'evangelizzazione». No, davvero, non ci siamo, questo vuol dire prendere per il naso i lettori. Il Papa ha sostenuto che l'Occidente è odiato e attaccato perché con «un tipo di ragione che esclude totalmente Dio», una libertà malintesa che permette «il dileggio del sacro», frutti di un illuminismo e un laicismo «drastici», spaventa le «popolazioni d'Africa e d'Asia» legate al loro «timore di Dio» e a ciò che per loro è cosa sacra. Cosa sacra che spesso si riduce a una versione fondamentalista dell'Islam volta a perpetuare, raffinare, estendere antiche pratiche sociali di prevaricazione e violenza che hanno ben poco a che fare con la religiosità e molto con il potere.

Lungi dal sospettare che Ratzinger abbia voluto giustificare una qualsiasi forma di violenza, le sue parole, e non solo in questa circostanza, sono però inequivocabili: la sua critica all'Occidente coincide con quella dei fondamentalisti. Ed è una critica sbagliata.

Fornisce un'immagine deformata e disumanizzante dell'Occidente come terra blasfema, del tramonto e della decadenza, identica a quella propagandata dai suoi nemici. C'è chi crede che l'Occidente meriti il jihad perché capitalista e imperialista. E' la lettura no global e vetero-comunista. C'è chi crede che sia sotto attacco «perché oggi esso produce una civiltà distorta, non più religiosa». E' la lettura neo-tradizionalista di Pera e Ratzinger. Comune denominatore: la colpa dell'Occidente. Capisco l'imbarazzo nel vedere l'alleato di tante "battaglie culturali" offrire una critica dell'Occidente così consonante a quella dei fondamentalisti islamici, ma mi aspetto dal Foglio che non sia tenero con nessuna di queste due letture. O, almeno, più fantasia nelle toppe.

Monday, September 11, 2006

Cosa ci è andato a fare Casini a Teheran?

Stando a quanto da lui raccontato, le cose ad Ahmadinejad deve avergliene dette perbene. Il problema è l'impressione che ha trasmesso, per telefono, a Prodi e D'Alema.

L'impressione di una «doppia faccia» del presidente iraniano. Da una parte l'affermazione di un principio, il diritto alla ricerca sull'energia nucleare, per prepararsi al dopo-petrolio. [Ma ce lo vedete l'Iran che si preoccupa della fine del petrolio, o dell'ambiente?] Dall'altra, la consapevolezza che si deve trattare con il resto del mondo. C'è, secondo Casini, dietro i proclami un desiderio di essere accettati, di non essere accomunati al paladini del terrorismo. Un buon modo sarebbe finirla di essere il primo sponsor del terrorismo. Comunque, questo complesso d'inferiorità davvero non lo vedo.

Spiragli nei quali si puo ancora lavorare? Povero illuso, Casini, e poveri noi.

Presto capiremo se la missione italiana in Libano s'impegnerà a far rispettare la risoluzione 1701 dell'Onu che prevede il disarmo di Hezbollah, o se, come temo D'Alema abbia in mente, servirà solo per migliorare i nostri rapporti con Siria e Iran.

Tutti i dubbi sulla tenuta della nuova collaborazione tra Stati Uniti ed Europa riguardo la crisi libanese e la minaccia iraniana in un articolo di Kissinger oggi su La Stampa:
«Resta da vedere... se l'impegno Onu in Libano può diventare un mezzo per combattere i pericoli di cui sopra o invece un modo per evitare decisioni necessarie. Questo è tanto più vero con i negoziati iraniani in corso. Fin dal collasso dell'Unione Sovietica acuti analisti si sono chiesti se i legami atlantici possono restare saldi senza la presenza di un pericolo percepito come comune. Ora noi sappiamo che siamo al bivio fra l'imperativo di costruire un nuovo ordine mondiale o affrontare una possibile catastrofe globale. Nessuno ce la può fare da solo. È abbastanza per ritrovare un obiettivo condiviso?».
Italia e Francia potrebbero usare la missione per migliorare i rapporti con Siria e Iran, ma Stati Uniti e Israele, di fronte all'impasse sul campo, potrebbero aver cinicamente accettato tregua e missione Unifil contando sul suo fallimento e il conseguente discredito dell'Onu e dell'Europa.

Ratzinger fa da sponda ai fascisti islamici

Papa RatzingerLe parole di domenica del Papa infangano la memoria delle vittime dell'11 settembre. Non che si sia abbassato alla stregua di coloro che credono sinceramente che gli americani si siano meritati quegli attacchi. Ma quasi, legittimando i terroristi, i fascisti islamici, i fondamentalisti come uomini di fede «spaventati» da una ragione che «esclude totalmente Dio» e da una malintesa libertà che permette il «dileggio del sacro» ed «eleva l'utilità a supremo criterio...». Laddove il Papa vede del sacro da rispettare, c'è in realtà la sharia, una versione fondamentalista dell'Islam volta a perpetuare, raffinare, estendere antiche pratiche sociali di prevaricazione e violenza che hanno ben poco a che fare con la religiosità e molto con il potere.

Ecco il passaggio dell'omelia alla Spianata della Neue Messe, a Monaco, che si legge nel testo on line sul sito ufficiale del Vaticano, che a quanto pare è stato limato in un solo vocabolo rispetto al testo pronunciato.
«Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell'Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare [beibringen] anche alle loro culture [sembra che il Papa abbia invece pronunciato il verbo imporre, aufdraengen]. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l'altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio».
E' obiettivamente difficile sostenere che nelle società occidentali Dio e la religione siano stati banditi. Non lo sono stati né per legge, né culturalmente. Ciò di cui evidentemente si lamenta Benedetto XVI è che le nostre società non sono abbastanza informate su Dio e i precetti religiosi. L'Islam, secondo il Papa, teme l'Occidente senza Dio, ma più che fondarsi su solidi argomenti, quest'analisi sembra fatta per sostenere subdolamente la sua battaglia di ricristianizzazione dell'Europa, facendo cioè intendere che se recuperassimo il «timore di Dio» gli islamisti la smetterebbero di odiarci e attaccarci.

L'impressione è che questo Papa - che già ci era parso ampiamente sopravvalutato, con mentalità e ragionamenti più da curato di campagna che da fine teologo - sia così irresponsabile da avvalorare una tesi falsa e pericolosa dell'islamismo se questo gli consente di attaccare l'Occidente, i suoi principi cardine, i caratteri distintivi della sua modernità: la ragione, lo spirito critico, le libertà. La verità è che l'Occidente ha faticato tanto per ridurre Dio a una dimensione in cui non facesse più rima con oppressione e potesse nuocere il meno possibile.

Il guaio è che gli occhi di Ratzinger vedono l'Occidente attraverso le stesse lenti dei suoi nemici. Il fondamentalismo viene riconosciuto come reazione speculare alla corruzione dei nostri costumi morali. Così facendo Ratzinger fornisce un'immagine deformata e disumanizzante dell'Occidente come terra blasfema, del tramonto e della decadenza, identica a quella propagandata dai suoi nemici. Come si dice, li invita a nozze. E infatti, Hamza Piccardo, presidente dell'integralista Ucoii, ha subito raccolto lo spunto del Pontefice: «Il Papa ha perfettamente ragione. Noi musulmani siamo colpiti, commossi e ci offriamo come suoi alleati contro il materialismo».

Se da una parte è senz'altro vero che i modi di vita, i fenomeni sociali e gli sviluppi del pensiero occidentali tanto anatemizzati come segni di crisi dei valori dalla Chiesa e dagli "atei devoti" sono gli stessi che scatenano l'odio dei nostri nemici, è anche vero che questi esaltano e dichiarano il jihad contro «giudei e crociati», inducendoci a concludere che un Occidente pienamente cristiano sarebbe comunque oggetto di jihad, come ricorda anche Vittorio Messori sul Corriere della Sera:
«Non va dimenticato che, in Medio Oriente e altrove, c'è una endiadi indissolubile, contro la quale si indirizza l'odio dei musulmani: "giudei e crociati". Crociati: dunque, eredi di una cristianità medievale che ancora nulla sapeva di secolarizzazione».
E infatti, l'odio degli islamisti non risparmia preti e simboli cristiani.

Gad Lerner, su la Repubblica, individua nella coincidenza tra le parole del Papa e la visione integralista degli islamisti un «asse globale del sacro nel nome del timore di Dio contrapposto alla globalizzazione cinica, materialista e utilitarista di matrice occidentale». Anche per Lerner, «descrivendo i nostri nemici come uomini di fede spaventati da un occidente che "oscura Dio", minacciati "non da Cristo ma dal dileggio del sacro", Benedetto XVI... rischia di fare ai fanatici un regalo che non si meritano...». Semmai, bisognerebbe «denunciare, non certo assecondare, la falsa rappresentazione del nostro modo di vivere e della nostra libertà su cui insiste la predicazione dei capi integralisti».

Marcello Pera è l'unico a caderci, dicendosi «ovviamente» d'accordo con Ratzinger e, anzi, aggravando il senso delle sue parole. Dunque, val la pena di riassumere le posizioni. C'è chi crede che l'Occidente meriti il jihad perché capitalista e imperialista. E' la lettura no global e vetero-comunista. C'è chi crede che «l'11 settembre fu colpito l'Occidente giudaico e cristiano perché oggi esso produce una civiltà distorta, non più religiosa». E' la lettura neo-tradizionalista di Pera e Ratzinger. Comune denominatore: la colpa dell'Occidente. «Ha le sue responsabilità», precisa Pera oggi al Corriere:
«La difesa dei valori che sono alla base della tradizione cristiana oggi è più importante di qualunque politica sociale. L'agenda è cambiata e dobbiamo scegliere: o ci rendiamo conto che la secolarizzazione è una grave malattia spirituale e cambiamo strada, oppure fra poco saremo tutti eurabici».
Diventare integralisti come i nostri nemici sarebbe l'unica nostra possibilità di salvezza. Non so voi, ma sotto ci vedo la fregatura.

Almeno Magdi Allam, anche se premette di comprendere e condividere «la denuncia del Papa nei confronti dell'Occidente che disprezza Dio e dileggia il sacro», si accorge della sua pericolosità: «Mi preoccupa che essa non solo coincida con l'accusa dei predicatori d'odio islamici, ma rischia di essere strumentalizzata per legittimare i loro crimini... E' questo sconcertante parallelismo tra la condanna dell'Occidente da parte del Papa e degli estremisti islamici che mi preoccupa come musulmano laico e liberale, impegnato nella promozione del valore della sacralità della vita e della libertà della persona... mi inquieta il fatto che i predicatori d'odio islamici possano individuare nella condanna del Papa una qualsivoglia giustificazione alla loro strategia della violenza».

Dunque, Allam non si spinge fino al punto di criticare direttamente il Papa. Teme la strumentalizzazione delle sue parole, non il «parallelismo» in sé, che pure definisce «sconcertante». Dovrebbe per lo meno esserne insospettito e preoccuparsi delle posizioni del Papa stesso.

Sembra riferirsi non solo, ma anche al Vaticano, Giuliano Ferrara quando scrive di «linea equivoca di comprensione e patteggiamento che cede di fronte al mito della sharia».

Messori, non sappiamo quanto consapevolmente, scardina l'analisi del Papa, come ha bene osservato anche Malvino. L'«illuminismo e il laicismo drastici» sono «veleni» agli occhi di un cristiano, non c'è dubbio, scrive Messori. Eppure, egli stesso riconosce non solo che hanno «affermato anche dei valori», ma che «ad essi, malgrado tutto, la fede è sopravvissuta». Di più: che «spesso, anzi, ne è stata purificata», sul piano socio-politico, avendo visto «sradicata violentemente la simbiosi con il potere secolare».

Se «la fede è sopravvissuta» malgrado questi «veleni» - questo tipo di «ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo», quella del «drastico illuminismo e laicismo» - e se, anzi, l'hanno addirittura «purificata» sradicando la sua «simbiosi con il potere temporale», perché la Chiesa non li ritiene cure benefiche per sé e per l'Islam, che verrebbe purificato dalla sua «simbiosi con il potere temporale», la cui perdita «spaventa» tanto gli islamici? Il cristianesimo, spiega Messori, sembra avere una «elasticità» e una «capacità genetica di adattamento che manca del tutto all'islamismo», ma neanche la Chiesa, prima d'imbattersi nel «drastico illuminismo e laicismo», conosceva «separazioni tra sfera religiosa e secolare, tra teologia e diritto, tra credo e politica... tra temporale e spirituale».

Secondo lo storico Villari, «il Papa non comprende l'importanza dei processi di secolarizzazione e desacralizzazione conosciuti dall'Occidente, che hanno prodotto conquiste di libertà individuali conculcate dalla Chiesa fino al '700». E che l'illuminismo, aggiunge, ha avuto un'importanza positiva anche per la religione: «Perché gli individui, sciolti da una subalternità imposta o dai dogmi, possono accettare in piena libertà i valori della fede». Villari si concede solo un riflesso vetero-comunista: «Meglio credere in Dio che nel consumismo». Affermazione che ribalterei completamente: «Meglio credere nel consumismo che in Dio». Ha fatto meno morti.

Più convincente Norman Podhoretz, tra i padri dei neoconservatori, che respinge del tutto la tesi del Papa: il terrorismo islamico ha scatenato l'11 settembre 2001 contro l'Occidente la Quarta guerra mondiale per ragioni che «non dipendono da noi».
«Se il Papa ha voluto dire che gli estremisti islamici ci odiano perché non abbiamo abbastanza fede in Dio, perché non siamo abbastanza credenti e religiosi, devo dire che non sono affatto d'accordo. In Occidente non tutti credono allo stesso modo ma i terroristi ci odiano tutti in eguale maniera. Il motivo per il quale ci odiano non dipende da ciò che noi facciamo, dalle nostre decisioni in materia di fede o politica, ma dipende da chi siamo: siamo differenti da loro
(...)
Il motivo per il quale i terroristi islamici ci odiano non ha nulla a che vedere con la nostra fede. Potremmo essere più cristiani, ebrei e credenti in genere di quanto oggi non siamo ma il loro odio non cambierebbe. Anzi credo che se diventassimo davvero più religiosi, credessimo di più nelle nostre fedi, i terroristi ci odierebbero ancora di più. Il motivo per cui odiano i cristiani, gli ebrei ed anche i musulmani che non sono estremisti è che vorrebbero che fossimo tutti identici a loro. Inseguono la volontà di trasformare il mondo in un califfato fondamentalista dove tutti sono obbligati a seguire la loro versione estremista dell'Islam. È un'ideologia di tipo totalitario che non tiene conto della fede o non fede dell'avversario. Vuole solo conquistarlo e convertirlo».
Ripulito dalle intemperanze di Ahmadinejad, il discorso pronunciato di recente dall'ex presidente iraniano Khatami a New York somiglia molto a quello dei nostri neo-tradizionalisti. Ciò che fa ritenere Khatami un riformista è l'assenza di violenza verbale e di propositi jihadisti nelle sue parole. E' un trucco, non sappiamo quanto inconsapevole ma un trucco. L'ideologia che afferma è identica ed è intrinsecamente portatrice di odio e massacri. Il comunismo sovietico non fu una cattiva realizzazione di un'idea che resta buona. Era sbagliata l'idea. Così anche il fondamentalismo. Ahmadinejad non è il volto violento di idee che possono vestire i panni del dialogo in Khatami. Sono idee sbagliate.

Invocando il dialogo fra Occidente ed Oriente Khatami ha rilanciato le critiche più dure alla modernizzazione frutto del Rinascimento, colpevole di aver «deviato dagli originali obiettivi» imponendo «la Ragione sull'uomo» ed aprendo le porte al «dominio della scienza sulla natura». «Individualismo» e «collettivismo» sono per Khatami due risvolti della stessa modernità fondata su «filosofi e pensatori come Voltaire e Marx che parlarono dell'emergere di un'unica grande civilizzazione scientifica ed industriale» avvalorando l'idea che «le vecchie civilizzazioni avrebbero dovuto cedere il passo...». E' la Ragione per Khatami, ma non solo per lui, la genesi dell'errore commesso dall'Occidente nei confronti dell'Oriente che ha portato all'odierno dilagare dell'«anti-modernismo». Insomma, per gli uni e per gli altri la colpa è dell'Occidente, la reazione è comprensibile, anche quando le sue forme violente sono da condannare.