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Wednesday, August 25, 2010

Cadono la maschere "riformiste"

Sulla vicenda Fiat-Fiom la politica continua a restare alla finestra. Al massimo sa andare in curva, si divide tra chi tifa per la Fiom e chi per la Fiat, ma quanto a interventi legislativi volti a riformare la contrattazione e lo statuto dei lavoratori per modernizzare i rapporti di lavoro dando ossigeno alla nostra economia, nulla si muove e nessuno si esprime. Il superamento di vecchie logiche e di vecchi contratti è lasciato alle buone intenzioni e agli sforzi, inevitabilmente insufficienti, delle singole parti. Che per lo più stanno agendo in modo responsabile (come Confindustria, Cisl, Uil e Fiat), ma non manca chi, come Cgil e Fiom, prosegue nelle sue battaglie ideologiche sulla pelle dei lavoratori, quelli veri, potendo avvalersi di una sintonia politica con la quasi totalità dei magistrati del lavoro.

Il presidente Napolitano ha perso un'altra buona occasione per tacere. Offrendo un'improvvida sponda agli operai della Fiat di Melfi licenziati e reintegrati (in teoria, dovrebbe essere rispettata la sentenza del giudice, dal momento che la Fiat, consentendo loro l'attività sindacale in azienda, ha rimosso il comportamento giudicato antisindacale), mostra di non aver capito nulla di cosa ci sia in gioco: sulla base dell'accordo di Pomigliano l'azienda e i sindacati stanno trattando per il ritorno in Italia di produzioni delocalizzate. Ma se si tollera che durante uno sciopero a cui aderiscono in poche decine su 1.750, tre operai blocchino la produzione non permettendo agli altri di lavorare, se cioè si tollera che lavoratori e sindacati del tutto minoritari possano sabotare accordi e produzione, allora Fiat potrebbe decidere di andarsene a produrre all'estero. E se persino Fiat non rimane in Italia, perché dovrebbero rimanervi, o arrivarvi, imprese straniere? Il messaggio che questa vicenda sta mandando al mondo intero è: non investite in Italia. E ci rimettiamo tutti, signor presidente, dando l'impressione di un Paese in cui prevale una cultura anti-impresa.

E quando la battaglia si fa dura, quando si arriva al dunque delle questioni, non c'è più spazio per "terzismi" e riformismi da salotti televisivi. E così Ichino e Treu gettano la maschera di "riformisti", criticando Fiat. La Chiesa parla addirittura di «errore etico» e «diritti della persona negati», mentre tutta l'ipocrisia e l'imbarazzo del Pd nell'appello di Bersani all'azienda, e non alla Fiom, la prima a ricorrere alle carte bollate. Il ministro Matteoli è stato il primo del governo a pronunciarsi, e malamente come spesso gli capita, mentre la Gelmini e Capezzone sono stati finora gli unici a schierarsi senza se e senza ma con Marchionne. E a mostrare una certa insofferenza per l'intervento di Napolitano è il segretario della Uil Angeletti, che fa notare - e questo la dovrebbe dire lunga - che non c'è alcuno sciopero in corso a Melfi. Insomma, la Fiom e i tre reintegrati sono del tutto isolati anche tra i lavoratori e i sindacati.

Tuesday, November 11, 2008

Il governo ricordi Reagan nel 1981

Ciò che sta accadendo nei principali aeroporti italiani è qualcosa di indegno in un paese civile, e il governo finora non è riuscito ad andare oltre a qualche ferma presa di posizione, dei ministri Matteoli (Trasporti) e Maroni (Interni).

Qualche decina di estremisti, senza alcuna legittimazione, né sindacale né democratica, stanno tenendo in ostaggio migliaia di viaggiatori. A nulla sembra essere servita la precettazione decisa ieri, dopo 24 ore di sciopero senza preavviso da parte di gruppi autonomi di assistenti di volo e piloti. «il governo non consentirà...» (Matteoli); «quello che è avvenuto ieri... non potrà più avvenire... perché è una violazione della legge»; si tratta di «comportamenti illegali che noi intendiamo contrastare» (Maroni). Ma intanto gli aerei sono ancora a terra.

Un'inchiesta è stata aperta per interruzione di pubblico servizio e inosservanza del provvedimento di precettazione, ma il governo rimane fin troppo esitante. Le parole, sebbene dure, non bastano. Occorrono fatti concreti.

In caso di scioperi illegali nel pubblico impiego o nei serivizi pubblici, il datore di lavoro dovrebbe essere autorizzato a sostituire gli scioperanti con personale anche esterno all'azienda. E l'adesione a uno sciopero illegale, che sia oggetto di precettazione, dovrebbe divenire giusta causa di licenziamento. Per fare ciò occorre porre mano a una riforma da molti ritenuta urgente: quella dello statuto dei lavoratori.

Ricordiamo cosa accadde negli Stati Uniti nell'agosto del 1981. Circa 13 mila dei 17 mila e cinquecento membri del sindacato dei controllori di volo decisero di scioperare, violando una precisa clausola contrattuale che impediva loro di esercitare il diritto di sciopero in quanto impiegati federali. Il presidente Reagan intimò al sindacato di revocare lo sciopero e ai controllori di ritornare al lavoro entro due giorni, pena il licenziamento. Solo 1.500 su 13 mila obbedirono e il 5 agosto Reagan comunicò alla nazione di aver appena firmato il decreto di licenziamento per coloro che non erano ritornati al lavoro, stabilendo che non potessero mai più venire assunti nei servizi federali.

Per ristabilire la normalità del traffico aereo, furono intensificati i corsi per diventare controllori di volo e i militari dell'aeronautica coprirono i buchi rimasti. Alcuni mesi dopo, la magistratura rinviò a giudizio 75 leader della protesta selvaggia e comminò multe per due milioni di dollari.

Fermo restando il diritto di sciopero anche nei servizi pubblici, almeno in caso di adesione a scioperi illegali già oggetto di precettazione, cioè senza preavviso e senza rispettare i termini di legge, anche in Italia dovrebbe essere previsto il licenziamento e il risarcimento dei danni materiali, sia al datore di lavoro (lo stato), sia agli utenti (i singoli cittadini).