Falouja, Iraq, nella grande moschea. Un sermone che qualcuno non si aspetta (grazie a Diego che me lo ha segnalato)
La scorsa settimana a Falouja, città dell'Iraq, durante una manifestazione ci sono stati scontri a fuoco tra gli iracheni e le truppe americane, che hanno ucciso alcuni civili. Quelli che seguono sono brani tratti dal sermone pronunciato venerdì 2 maggio da Sheikh Jamal Shakir Al-Nazzal alla grande moschea di Falouja. Gli estremisti islamici, ma spesso anche in troppi qui da noi, hanno interesse a presentare l'Islam come una religione incompatibile con la democrazia. Si tratta di razzismo e nonostante le tensioni e le tragedie che si stanno vivendo in Iraq, gli islamici non sono così ostili agli americani "invasori" come qualcuno vorrebbe farci credere, perfino nelle moschee si predica diversamente.
Il sermone rispercorre fin dalle origini i rapporti tra Occidente e Islam, i rapporti all'insegna della tolleranza tra le religioni del libro, ribadendo i principi e l'essenza dell'Islam:
«'We are guided by the Koran and by the words of the Prophet. Anyone who harms the People of the Book harms me.' What does this mean? If you are a Muslim and in your country are Jews, Christians, and Sabians, do not harm them, because if you harm them, you are harming the Prophet Muhammad. How wonderful this tolerance is?!... Islam is the religion of tolerance, the religion of good, the religion of love».
«Hear, countries of the world: In our city there are no weapons. Do we have weapons of mass destruction?! We have weapons of mass construction: good deeds, the Koran, prayer. This is our weapon. We are people of mass construction and not of mass destruction. We are people of comprehensive justice, for Islam and the other religions, and we do not differentiate between white and black, rich and poor, minister and emir, merchant and poor. No! The essence is Islam...».
Individua nell'ideologia marxista e non nell'America la causa prima delle sofferenze patite in Iraq:
«What happened to us was not caused by the force of America. By Allah, we do not fear its force, because all power is Allah's. What happened to us was because we distanced ourselves from Islam. It was not due to the power of the American forces, but because we followed Marxism and Socialism and violated the principles of Islam...».
Chiede agli americani di portare libertà e democrazia, e di andarsene, di comportarsi non secondo la loro potenza, ma secondo la loro umanità:
«If the previous government was unjust, you americans, come cooperate with us and bring freedom and democracy, as you claim, so that the Iraqi people will live in security and comfort and will elect a good government that will give rights to every human being...».
«We call on America to draw strength from its humanity and not from its power... We appreciate the things that America and its president have done for us. First of all, the removal of the siege on Iraq – for this we must thank them. Second, for not harming the Iraqi people for what the deposed rulers did».
«We call on the American forces to leave our city. We will protect our [own] people, city, and children».
«We demand always a Muslim ruler, but not an extremist and arrogant Muslim leader, as was in Iran and Afghanistan, in which there were rulers who did not understand life, and did not know how to cooperate with the countries and the other minorities and to give them rights...».
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Memri - The Middle East Media Research Insitute
Tuesday, May 06, 2003
Who wants to be a martyr?
Un articolo sul New York Times di Scott Atran, National Center for Scientific Research a Parigi e University of Michigan, autore di "In Gods We Trust: The Evolutionary Landscape of Religion".
Credo anch'io che il terrorismo suicida sia provocato più da fanatismo e indottrinamento che dalla disperazione causata dalla povertà. Tuttavia, per convincere i popoli arabi del processo di democratizzazione in Medio Oriente, oltre a sostenere chi già si batte per questo, bisogna collegare la democrazia ad una speranza di benessere economico e di sviluppo. Ai poveri non si può parlare solo di principi, ma anche di 'pagnotte'.
Vero che gli arabi sono attratti dai nostri modelli, ma non comprendono le nostre azioni. Ripeto anche il forte bisogno di un più sapiente 'marketing democratico, occidentale e americano' presso le popolazioni arabe.
«President Bush and many American politicans maintain that these groups and the people supporting them hate our democracy and freedoms. But poll after poll of the Muslim world shows opinion strongly favoring America's forms of government, personal liberty and education. A University of Michigan political scientist, Mark Tessler, finds Arab attitudes to American culture most favorable among young adults (regardless of their religious feeling) — the same population that recruiters single out. It is our actions that they don't like: as long ago as 1997, a Defense Department report (in response to the 1996 suicide bombing of Air Force housing at the Khobar Towers in Saudi Arabia) noted that "historical data show a strong correlation between U.S. involvement in international situations and an increase in terrorist attacks against the United States».
«We need to show the Muslim world the side of our culture that they most respect. Our engagement needs to involve interfaith initiatives, not ethnic profiling. America must address grievances, such as the conflict in the Palestinian territories, whose daily images of violence engender global Muslim resentment».
«Of course, this does not mean negotiating with terrorist groups over goals like Al Qaeda's quest to replace the Western-inspired system of nation-states with a global caliphate. Osama bin Laden seeks no compromise. But most of the people who sympathize with him just might».
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New York Times
Un articolo sul New York Times di Scott Atran, National Center for Scientific Research a Parigi e University of Michigan, autore di "In Gods We Trust: The Evolutionary Landscape of Religion".
Credo anch'io che il terrorismo suicida sia provocato più da fanatismo e indottrinamento che dalla disperazione causata dalla povertà. Tuttavia, per convincere i popoli arabi del processo di democratizzazione in Medio Oriente, oltre a sostenere chi già si batte per questo, bisogna collegare la democrazia ad una speranza di benessere economico e di sviluppo. Ai poveri non si può parlare solo di principi, ma anche di 'pagnotte'.
Vero che gli arabi sono attratti dai nostri modelli, ma non comprendono le nostre azioni. Ripeto anche il forte bisogno di un più sapiente 'marketing democratico, occidentale e americano' presso le popolazioni arabe.
«President Bush and many American politicans maintain that these groups and the people supporting them hate our democracy and freedoms. But poll after poll of the Muslim world shows opinion strongly favoring America's forms of government, personal liberty and education. A University of Michigan political scientist, Mark Tessler, finds Arab attitudes to American culture most favorable among young adults (regardless of their religious feeling) — the same population that recruiters single out. It is our actions that they don't like: as long ago as 1997, a Defense Department report (in response to the 1996 suicide bombing of Air Force housing at the Khobar Towers in Saudi Arabia) noted that "historical data show a strong correlation between U.S. involvement in international situations and an increase in terrorist attacks against the United States».
«We need to show the Muslim world the side of our culture that they most respect. Our engagement needs to involve interfaith initiatives, not ethnic profiling. America must address grievances, such as the conflict in the Palestinian territories, whose daily images of violence engender global Muslim resentment».
«Of course, this does not mean negotiating with terrorist groups over goals like Al Qaeda's quest to replace the Western-inspired system of nation-states with a global caliphate. Osama bin Laden seeks no compromise. But most of the people who sympathize with him just might».
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New York Times
Quel pasticciaccio della Sme
Della complicata vicenda di quel pasticciaccio che fu, ed è, la vendita della Sme da parte dell'Iri di Prodi a De Benedetti, si può parlare solo per supposizioni. Cercando di affrontare ogni affermazione dei protagonisti col massimo della ragionevolezza, ci troviamo di fronte, come quasi sempre in questi casi, a mezze verità, dove ognuno ha la sua parte di ragione, o, forse, ognuno la sua parte di torto. E' un'ovvietà, ma val la pena ricordare che la cornice in cui va inquadrata la vicenda di allora è quella di una lotta tra gruppi di potere politico-economici, come per altro, oltre le responsabilità dei singoli, spesso accade quando la mano dello Stato si allunga così tanto sull'economia. E la vicenda giudiziaria di oggi, a prescindere dalle responsabilità penali, riveste tutto il carattere di una battaglia politica. Per un compendio completo di ciò che è avvenuto ieri, con la deposizione spontanea del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in Tribunale a Milano, rimando ai servizi di RadioRadicale.it. Oggi gli ultimi sviluppi politici e i commenti sui quotidiani.
E' probabile che il prezzo fatto da Prodi a De Benedetti per acquistare la partecipazione statale dell'Iri in Sme sia stato un 'prezzo di favore', forse non da svendita, ma di favore.
E' probabile che non si sia cercato molto in giro per offerte concorrenti.
E' probabile che Craxi non voleva abbandonare la partecipazione statale nelle industrie alimentari della Sme, che considerava 'strategiche', mentre il progetto di Prodi all'Iri era proprio questo, e non possiamo dargli torto.
E' altresì probabile che Craxi fosse anche preoccupato del realizzarsi di uno scambio di favori tra un concorrente gruppo di potere politico-economico.
E' molto probabile che Craxi abbia chiesto al suo amico B. di opporre un'offerta per bloccare tutto. La guerra tra Berlusconi e De Benedetti è da sempre totale.
E' probabile che, accettando l'offerta di De Benedetti gli si stava facendo un favore, ma è anche vero che lo Stato si sarebbe liberato di settori non strategici e dei grossi costi di risanamento dovuti sopportare in seguito prima di vendere, otto anni dopo, quelle industrie.
E' probabile che Berlusconi abbia voluto sollevare il polverone, ma si è dissociato dalla strategia Previti: ha deciso di partecipare al processo, che è politico, e per questo non gli si può chiedere di non chiamare a rispondere altri politici coinvolti. Rimane un polverone.
E' probabile che la sua sia stata una buona mossa: se la Corte rifiuterà di acquisire tutti gli elementi da lui proposti, ciò avverrà sotto gli occhi attenti di un'opinione pubblica curiosa di accertare l'esistenza della persecuzione politica.
Infine, premesso che senza l'autorizzazione del governo nulla sarebbe stato venduto, se Craxi trovò il modo di bloccare la vendita, a cosa servì corrompere i giudici?
Della complicata vicenda di quel pasticciaccio che fu, ed è, la vendita della Sme da parte dell'Iri di Prodi a De Benedetti, si può parlare solo per supposizioni. Cercando di affrontare ogni affermazione dei protagonisti col massimo della ragionevolezza, ci troviamo di fronte, come quasi sempre in questi casi, a mezze verità, dove ognuno ha la sua parte di ragione, o, forse, ognuno la sua parte di torto. E' un'ovvietà, ma val la pena ricordare che la cornice in cui va inquadrata la vicenda di allora è quella di una lotta tra gruppi di potere politico-economici, come per altro, oltre le responsabilità dei singoli, spesso accade quando la mano dello Stato si allunga così tanto sull'economia. E la vicenda giudiziaria di oggi, a prescindere dalle responsabilità penali, riveste tutto il carattere di una battaglia politica. Per un compendio completo di ciò che è avvenuto ieri, con la deposizione spontanea del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in Tribunale a Milano, rimando ai servizi di RadioRadicale.it. Oggi gli ultimi sviluppi politici e i commenti sui quotidiani.
E' probabile che il prezzo fatto da Prodi a De Benedetti per acquistare la partecipazione statale dell'Iri in Sme sia stato un 'prezzo di favore', forse non da svendita, ma di favore.
E' probabile che non si sia cercato molto in giro per offerte concorrenti.
E' probabile che Craxi non voleva abbandonare la partecipazione statale nelle industrie alimentari della Sme, che considerava 'strategiche', mentre il progetto di Prodi all'Iri era proprio questo, e non possiamo dargli torto.
E' altresì probabile che Craxi fosse anche preoccupato del realizzarsi di uno scambio di favori tra un concorrente gruppo di potere politico-economico.
E' molto probabile che Craxi abbia chiesto al suo amico B. di opporre un'offerta per bloccare tutto. La guerra tra Berlusconi e De Benedetti è da sempre totale.
E' probabile che, accettando l'offerta di De Benedetti gli si stava facendo un favore, ma è anche vero che lo Stato si sarebbe liberato di settori non strategici e dei grossi costi di risanamento dovuti sopportare in seguito prima di vendere, otto anni dopo, quelle industrie.
E' probabile che Berlusconi abbia voluto sollevare il polverone, ma si è dissociato dalla strategia Previti: ha deciso di partecipare al processo, che è politico, e per questo non gli si può chiedere di non chiamare a rispondere altri politici coinvolti. Rimane un polverone.
E' probabile che la sua sia stata una buona mossa: se la Corte rifiuterà di acquisire tutti gli elementi da lui proposti, ciò avverrà sotto gli occhi attenti di un'opinione pubblica curiosa di accertare l'esistenza della persecuzione politica.
Infine, premesso che senza l'autorizzazione del governo nulla sarebbe stato venduto, se Craxi trovò il modo di bloccare la vendita, a cosa servì corrompere i giudici?
Monday, May 05, 2003
Nuova sinistra americana
"Terror and liberalism" è l'ultimo libro di Paul Berman, intellettuale della nuova sinistra americana che scrive per il Dissent, per il magazine del New York Times, per New Republic e Slate. La sua tesi è: il fondamentalismo islamico è il nuovo fascismo, se siamo di sinistra dobbiamo combatterlo. Christian Rocca su Il Foglio ci spiega che nel libro, con "taglio filosofico e storico", cerca di dimostrare come la "guerra al terrorismo non sia una guerra imperialista né uno scontro di civiltà", ma il proseguimento della guerra contro i totalitarismi che hanno afflitto l'Occidente nel secolo scorso e le cui ideologie e uso della violenza influenzano il fondamentalismo islamico: "Politiche totalitarie e pratiche terroristiche" sono state "importate dall'occidente, dal nichilismo e dal fascismo/stalinismo", ma "nella cultura e nella storia araba non c'è niente" di tutto questo e che giustifichi una pretesa impossibilità di organizzare gli Stati come democrazie. Se è una guerra antifascista, può essere anche una guerra "di sinistra". Leggi tutto
Ne scrive anche il Washington Monthly
Camillo
"Terror and liberalism" è l'ultimo libro di Paul Berman, intellettuale della nuova sinistra americana che scrive per il Dissent, per il magazine del New York Times, per New Republic e Slate. La sua tesi è: il fondamentalismo islamico è il nuovo fascismo, se siamo di sinistra dobbiamo combatterlo. Christian Rocca su Il Foglio ci spiega che nel libro, con "taglio filosofico e storico", cerca di dimostrare come la "guerra al terrorismo non sia una guerra imperialista né uno scontro di civiltà", ma il proseguimento della guerra contro i totalitarismi che hanno afflitto l'Occidente nel secolo scorso e le cui ideologie e uso della violenza influenzano il fondamentalismo islamico: "Politiche totalitarie e pratiche terroristiche" sono state "importate dall'occidente, dal nichilismo e dal fascismo/stalinismo", ma "nella cultura e nella storia araba non c'è niente" di tutto questo e che giustifichi una pretesa impossibilità di organizzare gli Stati come democrazie. Se è una guerra antifascista, può essere anche una guerra "di sinistra". Leggi tutto
Ne scrive anche il Washington Monthly
Camillo
Saturday, May 03, 2003
Mafia: Andreotti assolto in appello. Può tornare a baciare
Andreotti di nuovo assolto. Dieci anni di procedimenti partiti dal bacio di Riina, "la prova". Se le accuse erano infondate, allora è stata un'operazione politica. Se erano fondante, ma i pm di una delle maggiori procure italiane non sono riusciti a dimostrare la colpevolezza dell'imputato, allora è solo una questione di incapacità. In entrambi i casi, qualcuno dovrebbe rendere conto del denaro dei contribuenti speso in due lustri, delle energie sottratte alla procura dalla vera lotta alla mafia, se questa mafia non era. Talvolta la logica è stringente. I pm? O persecutori, o incapaci. Sempre, s'intende, con rispetto parlando.
Su Radio Radicale è andato in onda ieri sera un interessante Speciale Giustizia di commenti alla sentenza di assoluzione. Da non perdere l'intervento dell'avvocato di Andreotti, Giulia Buongiorno. Riascoltalo
Andreotti di nuovo assolto. Dieci anni di procedimenti partiti dal bacio di Riina, "la prova". Se le accuse erano infondate, allora è stata un'operazione politica. Se erano fondante, ma i pm di una delle maggiori procure italiane non sono riusciti a dimostrare la colpevolezza dell'imputato, allora è solo una questione di incapacità. In entrambi i casi, qualcuno dovrebbe rendere conto del denaro dei contribuenti speso in due lustri, delle energie sottratte alla procura dalla vera lotta alla mafia, se questa mafia non era. Talvolta la logica è stringente. I pm? O persecutori, o incapaci. Sempre, s'intende, con rispetto parlando.
Su Radio Radicale è andato in onda ieri sera un interessante Speciale Giustizia di commenti alla sentenza di assoluzione. Da non perdere l'intervento dell'avvocato di Andreotti, Giulia Buongiorno. Riascoltalo
Esportare la democrazia, ma non con la guerra. E' possibile
Un mio amico radicale ci parla della campagna per l'Organizzazione mondiale della democrazia e per le "armi di attrazione di massa". Infrangere le "cortine dittatoriali" con la forza dirompente dell'informazione, invece che con guerre e distruzioni per i radicali è possibile. «Tutto dipende dalle forze che i radicali riusciranno a mobilitare intorno alla loro battaglia. Perché, come sarà di già chiaro con gli emendamenti alla prossima finanziaria, o queste convinzioni e speranze saranno fatte proprie trasversalmente, anche a livello parlamentare, oppure tutto rischierà di essere tardivo». Questo è il suo articolo pubblicato su Gazzetta Politica: Leggi tutto
RadioRadicale.it
Sì, ma. Considerazioni sulle esportazioni
"Attrarre" i popoli verso la democrazia è un obiettivo sacrosanto. E' l'unico modo che finora ho ascoltato di chiedere pace presentando un'alternativa difficile, ma concreta e non impossibile, non utopistica. Un modo che non ha avuto proseliti nelle piazze poiché, si sa, la dinamica della folla fa a pugni con la ragionevolezza, che è cosa radicale e non conformista.
L'autore di questo blog crede che gli strumenti della comunicazione e dell'informazione siano "in grado di promuovere i processi democratici, aiutando i dissidenti interni, screditando i regimi dittatoriali o, fornendo informazione completa e vero dibattito in una situazione a rischio". Non credo invece che "il potenziamento dell'industria bellica" sia di per sè un danno: dipende dai contesti, dalla realtà e dall'immediatezza della minaccia per le sicurezze nazionali.
Certo sono convinto della necessità di puntare con forza sul 'bombardamento' d'informazione per battere le dittature e liberare i popoli, ma bisogna riconoscere che "nel campo delle 'armi di attrazione di massa' l'unica esperienza in corso è quella americana" e chiedersi perché.
La vera questione è infatti la convinzione di voler esportare o meno la democrazia. Questo i governi occidentali devono prima di tutto decidere. Se la risposta è sì, è necessario muoversi: sia nella direzione indicata, sia con rapporti diplomatici ed economici in cui il parametro democrazia e diritti sia effettivamente uno dei paramentri, anche se certo non l'unico, sia, come ultima risorsa, con il ricorso alla forza misurata.
Io ne sono convinto, ma osservo pacatamente che questa decisione contiene in sé un equilibrio delicato: quanto di relativismo culturale e quanto di visione etica nei nostri comportamenti. Una maggiore invasività dei valori in cui crediamo, seppure in forme pacifiche, si traduce in una scelta etica nei confronti delle altre civiltà: ci sentiamo nel giusto e ci esportiamo. E' ovvio altresì che stare a guardare mentre si compiono massacri di dignità e di diritti legittimamente ritenuti universali è assai più deplorevole e inaccettabile. E', appunto, un delicato equilibrio.
Bisogna essere consapevoli che l'invasività dei valori che ci appartengono, per quanto alcuni nobili, come e forze più delle guerre, ha prodotto e produce reazione, terrorismo. Per questo è necessario affiancare a tale esportazione di democrazia vere e proprie politiche di marketing democratico e occidentale e offrire prospettive di ricchezza, convincendo che scegliere la democrazia significa anche scegliere maggiori opportunità di benessere. D'altronde, in tutto il mondo la 'pagnotta' ha sempre il suo peso.
Un mio amico radicale ci parla della campagna per l'Organizzazione mondiale della democrazia e per le "armi di attrazione di massa". Infrangere le "cortine dittatoriali" con la forza dirompente dell'informazione, invece che con guerre e distruzioni per i radicali è possibile. «Tutto dipende dalle forze che i radicali riusciranno a mobilitare intorno alla loro battaglia. Perché, come sarà di già chiaro con gli emendamenti alla prossima finanziaria, o queste convinzioni e speranze saranno fatte proprie trasversalmente, anche a livello parlamentare, oppure tutto rischierà di essere tardivo». Questo è il suo articolo pubblicato su Gazzetta Politica: Leggi tutto
RadioRadicale.it
Sì, ma. Considerazioni sulle esportazioni
"Attrarre" i popoli verso la democrazia è un obiettivo sacrosanto. E' l'unico modo che finora ho ascoltato di chiedere pace presentando un'alternativa difficile, ma concreta e non impossibile, non utopistica. Un modo che non ha avuto proseliti nelle piazze poiché, si sa, la dinamica della folla fa a pugni con la ragionevolezza, che è cosa radicale e non conformista.
L'autore di questo blog crede che gli strumenti della comunicazione e dell'informazione siano "in grado di promuovere i processi democratici, aiutando i dissidenti interni, screditando i regimi dittatoriali o, fornendo informazione completa e vero dibattito in una situazione a rischio". Non credo invece che "il potenziamento dell'industria bellica" sia di per sè un danno: dipende dai contesti, dalla realtà e dall'immediatezza della minaccia per le sicurezze nazionali.
Certo sono convinto della necessità di puntare con forza sul 'bombardamento' d'informazione per battere le dittature e liberare i popoli, ma bisogna riconoscere che "nel campo delle 'armi di attrazione di massa' l'unica esperienza in corso è quella americana" e chiedersi perché.
La vera questione è infatti la convinzione di voler esportare o meno la democrazia. Questo i governi occidentali devono prima di tutto decidere. Se la risposta è sì, è necessario muoversi: sia nella direzione indicata, sia con rapporti diplomatici ed economici in cui il parametro democrazia e diritti sia effettivamente uno dei paramentri, anche se certo non l'unico, sia, come ultima risorsa, con il ricorso alla forza misurata.
Io ne sono convinto, ma osservo pacatamente che questa decisione contiene in sé un equilibrio delicato: quanto di relativismo culturale e quanto di visione etica nei nostri comportamenti. Una maggiore invasività dei valori in cui crediamo, seppure in forme pacifiche, si traduce in una scelta etica nei confronti delle altre civiltà: ci sentiamo nel giusto e ci esportiamo. E' ovvio altresì che stare a guardare mentre si compiono massacri di dignità e di diritti legittimamente ritenuti universali è assai più deplorevole e inaccettabile. E', appunto, un delicato equilibrio.
Bisogna essere consapevoli che l'invasività dei valori che ci appartengono, per quanto alcuni nobili, come e forze più delle guerre, ha prodotto e produce reazione, terrorismo. Per questo è necessario affiancare a tale esportazione di democrazia vere e proprie politiche di marketing democratico e occidentale e offrire prospettive di ricchezza, convincendo che scegliere la democrazia significa anche scegliere maggiori opportunità di benessere. D'altronde, in tutto il mondo la 'pagnotta' ha sempre il suo peso.
Friday, May 02, 2003
Diario di eMMA bONINO dallo Yemen prove di democrazia
Il diario di Emma Bonino da Sanaa, dopo le elezioni politiche nello Yemen: «Anche se nessuno lo riconosce apertamente, a parte qualche dissidente coraggioso, la caduta di Bagdad comincia ad avere per questa regione lo stesso effetto che ebbe per l'est europeo la caduta del muro di Berlino». Questo l'articolo di Emma Bonino pubblicato sul 'Corriere della Sera' del 1 maggio 2003 in cui la leader radicale si sofferma sull'esito delle elezioni nello Yemen, il paese arabo in cui più avanzato è il processo di democratizzazione.
«L'Europa, dopo aver speso tante parole in questi mesi per affermare che la democrazia non si promuove e non si esporta con le bombe, è assente proprio in questo Paese che, senza molti concorrenti nel panorama medio-orientale, ha avviato da solo, con le sue poche risorse, il suo lento e difficile processo verso la democrazia».
«Ci sono stati anche incidenti e probabilmente il partito di governo avrà utilizzato più di uno strumento di pressione per conservare la maggioranza dei voti. Ma il solo fatto che i cittadini dello Yemen, unici in questa area del mondo, abbiano potuto scegliere da chi farsi governare, nel rispetto almeno formale della libertà e della segretezza del voto, è un fatto di straordinaria importanza. Questo non vuol dire che lo Yemen sia un paradiso in terra e una democrazia compiuta.
Molta strada deve essere ancora fatta».
«Ma pur in questo contesto, nello Yemen il difficile e lungo processo verso la democrazia è partito, l'Europa sia finalmente coinvolta politicamente dalle vicende di questo Paese ai massimi livelli, lo accompagni e lo sostenga nella delicata strada intrapresa, non solo con i suoi utilissimi e anche consistenti aiuti finanziari. Un segno tangibile di questo nuovo interesse sarebbe certamente l'apertura in Yemen di una delegazione dell'Unione». Leggi tutto
RadioRadicale.it
Il diario di Emma Bonino da Sanaa, dopo le elezioni politiche nello Yemen: «Anche se nessuno lo riconosce apertamente, a parte qualche dissidente coraggioso, la caduta di Bagdad comincia ad avere per questa regione lo stesso effetto che ebbe per l'est europeo la caduta del muro di Berlino». Questo l'articolo di Emma Bonino pubblicato sul 'Corriere della Sera' del 1 maggio 2003 in cui la leader radicale si sofferma sull'esito delle elezioni nello Yemen, il paese arabo in cui più avanzato è il processo di democratizzazione.
«L'Europa, dopo aver speso tante parole in questi mesi per affermare che la democrazia non si promuove e non si esporta con le bombe, è assente proprio in questo Paese che, senza molti concorrenti nel panorama medio-orientale, ha avviato da solo, con le sue poche risorse, il suo lento e difficile processo verso la democrazia».
«Ci sono stati anche incidenti e probabilmente il partito di governo avrà utilizzato più di uno strumento di pressione per conservare la maggioranza dei voti. Ma il solo fatto che i cittadini dello Yemen, unici in questa area del mondo, abbiano potuto scegliere da chi farsi governare, nel rispetto almeno formale della libertà e della segretezza del voto, è un fatto di straordinaria importanza. Questo non vuol dire che lo Yemen sia un paradiso in terra e una democrazia compiuta.
Molta strada deve essere ancora fatta».
«Ma pur in questo contesto, nello Yemen il difficile e lungo processo verso la democrazia è partito, l'Europa sia finalmente coinvolta politicamente dalle vicende di questo Paese ai massimi livelli, lo accompagni e lo sostenga nella delicata strada intrapresa, non solo con i suoi utilissimi e anche consistenti aiuti finanziari. Un segno tangibile di questo nuovo interesse sarebbe certamente l'apertura in Yemen di una delegazione dell'Unione». Leggi tutto
RadioRadicale.it
Il genoma del virus Sars
La rivista scientifica Science pubblica sul suo sito il genoma del virus Sars (Paul A. Rota et al.; Marco A. Marra et al.) e l'editoriale del numero in uscita.
"The sequences of two isolates of the coronavirus associated with SARS show that it is not closely related to any of the previously characterized coronaviruses". Leggi tutto
Science
La rivista scientifica Science pubblica sul suo sito il genoma del virus Sars (Paul A. Rota et al.; Marco A. Marra et al.) e l'editoriale del numero in uscita.
"The sequences of two isolates of the coronavirus associated with SARS show that it is not closely related to any of the previously characterized coronaviruses". Leggi tutto
Science
La 'road map' è in salita
Non sarà facile per Abu Mazen ritagliarsi lo spazio d'azione necessario a ricostruire il processo di pace dal potere dispotico di Arafat, il quale ha sì perso la battaglia per i ministri sotto le fortissime pressioni giunte da Washington, Londra, e anche da Bruxelles e alcune capitali arabe, ma le tenterà tutte per rimanere nei giochi, screditare il suo primo ministro all'estero e delegittimarlo nei Territori. Anche il ruolo dei paesi europei potrà essere fondamentale. C'è da sperare che non si correrà in soccorso dell'anziano leader che troppo a lungo ha continuato a giocare la carta del terrorismo e che, soprattutto, non ha bisogno di aiuti.
E Israele? «I dignitari esteri che intendano andare a visitare Yasser Arafat non saranno in alcun modo ostacolati, solo poi non pretendano di incontrare il primo ministro di Israele, che è "impegnatissimo" e per ragioni tecniche non potrà incontrare nessuno. Vale per chiunque intenda continuare a far sentire Arafat forte e autorevole come sempre».
Speciale road map/prima parte
Speciale road map/seconda parte
Con commenti di Simonetta Della Seta ed Emanuele Ottolenghi
Il Foglio
Non sarà facile per Abu Mazen ritagliarsi lo spazio d'azione necessario a ricostruire il processo di pace dal potere dispotico di Arafat, il quale ha sì perso la battaglia per i ministri sotto le fortissime pressioni giunte da Washington, Londra, e anche da Bruxelles e alcune capitali arabe, ma le tenterà tutte per rimanere nei giochi, screditare il suo primo ministro all'estero e delegittimarlo nei Territori. Anche il ruolo dei paesi europei potrà essere fondamentale. C'è da sperare che non si correrà in soccorso dell'anziano leader che troppo a lungo ha continuato a giocare la carta del terrorismo e che, soprattutto, non ha bisogno di aiuti.
E Israele? «I dignitari esteri che intendano andare a visitare Yasser Arafat non saranno in alcun modo ostacolati, solo poi non pretendano di incontrare il primo ministro di Israele, che è "impegnatissimo" e per ragioni tecniche non potrà incontrare nessuno. Vale per chiunque intenda continuare a far sentire Arafat forte e autorevole come sempre».
Speciale road map/prima parte
Speciale road map/seconda parte
Con commenti di Simonetta Della Seta ed Emanuele Ottolenghi
Il Foglio
Perché l'articolo 18 non è un fine, ma soltanto un mezzo
L'articolo 18. Un diritto fondamentale del cittadino (sì al referendum perché occorre estenderlo a tutti i lavoratori) o uno dei tanti modi, una delle tante tecniche di tutela possibili (non si vede perché non si possa discutere delle alternative)?
E poi, i difetti dell'articolo 18, il referendum, il licenziamento per motivi economici, la piccola impresa, nei paesi stranieri, il modello tedesco, la proposta di legge Debenedetti, nelle argomentazioni di Pietro Ichino, ordinario di Diritto del Lavoro presso l'Università degli studi di Milano: «Il referendum ci costringe tutti quanti a prendere atto che una cosa è il diritto fondamentale di libertà, dignità e sicurezza del lavoratore nel luogo di lavoro, sancito dall’articolo 41 della Costituzione, che deve essere garantito a tutti i lavoratori indistintamente; altra cosa è il modo migliore per assicurare efficacemente a tutti i lavoratori questo diritto. L’art. 18 è solo uno dei tanti modi possibili. E non il migliore». Leggi
E Michele Magno, Direzione nazionale Ds, chiede al partito un 'no' esplicito al referendum. Leggi (colonna a sinistra)
Il Foglio
L'articolo 18. Un diritto fondamentale del cittadino (sì al referendum perché occorre estenderlo a tutti i lavoratori) o uno dei tanti modi, una delle tante tecniche di tutela possibili (non si vede perché non si possa discutere delle alternative)?
E poi, i difetti dell'articolo 18, il referendum, il licenziamento per motivi economici, la piccola impresa, nei paesi stranieri, il modello tedesco, la proposta di legge Debenedetti, nelle argomentazioni di Pietro Ichino, ordinario di Diritto del Lavoro presso l'Università degli studi di Milano: «Il referendum ci costringe tutti quanti a prendere atto che una cosa è il diritto fondamentale di libertà, dignità e sicurezza del lavoratore nel luogo di lavoro, sancito dall’articolo 41 della Costituzione, che deve essere garantito a tutti i lavoratori indistintamente; altra cosa è il modo migliore per assicurare efficacemente a tutti i lavoratori questo diritto. L’art. 18 è solo uno dei tanti modi possibili. E non il migliore». Leggi
E Michele Magno, Direzione nazionale Ds, chiede al partito un 'no' esplicito al referendum. Leggi (colonna a sinistra)
Il Foglio
Thursday, May 01, 2003
Signor presidente del Consiglio, perché dovremmo crederle?
Berlusconi, come spesso gli accade, alla fine, sbotta, come si dice a Roma, "svacca", e si sfoga come solo lui sa fare. E non va per niente bene. La sua ricostruzione storico-politica nella lettera al quotidiano Il Foglio sui dieci anni del pool milanese da 'mani pulite' a 'toghe sporche' può essere condivisibile, può reggere. Però. Però cominciano ad essere tanti i se e i ma.
La magistratura politicizzata, che combatte (da quando la debolezza del sistema politico e lo scenario internazionale lo permettono) a suon di avvisi di garanzia e sentenze i propri nemici ideologici o di casta, esiste. Tutti, nel nostro profondo, senza ipocrisie, possiamo e dobbiamo riconoscerlo, e il pool dei magistrati milanesi, da Borrelli a D'Ambrosio, da Di Pietro alla Bocassini, rappresenta l'esempio più concreto, non l'unico, purtroppo. Esiste una forte anima giustizialista che attraversa il mondo politico e l'opinione pubblica: settori della magistratura, esponenti politici, movimenti, intellettuali, giornalisti, semplici cittadini si sentono, da circa una dozzina d'anni, investiti della missione di 'ripulire' il paese, forti di una loro presunta superiorità morale. Una spinta moralizzatrice dal sapore giacobino, una jihad che troppo spesso ha provocato clamorosi errori giudiziari, condanne illustri, ma almeno altrettante assoluzioni illustri (Berlusconi è stato assolto con formula piena dal procedimento che seguì il noto avviso di garanzia ricevuto a Napoli da presidente del Consiglio), gogne mediatiche, suicidi, macerie del diritto e della dignità umana, 'ribaltoni'.
Non è questa poi, la sede per ricordare tutto ciò che rende la Giustizia italiana la più condannata in Europa, la più lenta, la più iniqua. Le sue maglie si allargano e si stringono un po' troppo arbitrariamente.
Per Silvio Berlusconi però, sta trascorrendo molto in fretta quel tempo in cui può aspettarsi di godere presso i suoi elettori di una minima credibilità politica quando lancia le sue accuse alla magistratura politicizzata. Per far pesare davanti all'opinione pubblica quelle gravi accuse bisogna costruirsi con i fatti una credibilità e un'autorevolezza politica (e sottolineo POLITICA). Proprio ciò che finora il premier non ha fatto, rendendo difficile, anche a chi condivida le sue analisi storico-politiche, credere nella sua buona fede. La mia in effetti vuole essere una considerazione dal carattere squisitamente politico e non giudiziario, né tanto meno morale (se Silvio e il suo amico Previti siano colpevoli e/o corrotti probabilmente non mi verrà dato di saperlo).
Per ora quella credibilità necessaria sembra latitare. E' innegabile che tutti i provvedimenti adottati finora da Governo e maggioranza sulla Giustizia (Cirami, rogatorie e falso in bilancio), seppure anche condivisibili nel merito, contengono in sé il corto respiro di 'toppe' per fuggire da quei processi a carico del presidente e dei suoi amici. Tali provvedimenti, con la loro vocazione 'ad personam', sono lontani anni luce da riforme organiche della Giustizia e, in particolare dell'ordinamento giudiziario, che avrebbero invece la propria vocazione nell'interesse della generalità dei cittadini a cui ci si vorrebbe richiamare. Riforme che si chiamano separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati, incarichi extra-giudiziari, formazione e progressione delle carriere possono essere criticate e combattute, ma non accusate di esser dettate dal solo interesse personale del premier.
Il legittimo sospetto nei confronti di alcune procure esiste, ma sta passando velocemente a carico del presidente Berlusconi: dimostri con i fatti, non a parole, accuse e sfoghi, che la sua azione politica per la giustizia italiana è guidata da un genuino interesse per la generalità dei cittadini e non, o non solo, per la sua salvaguardia personale. Due anni di governo ormai son trascorsi e i fatti purtroppo, avendo egli dato ampia priorità alle leggine citate e non alle grandi riforme, non gli attribuiscono la credibilità necessaria per ribellarsi a certe sentenze, o non, almeno, per farlo in nome della democrazia e del Paese. Sto parlando proprio di quella credibilità che manca, ad esempio, anche al centrosinistra quando sbraita e si svocia sul conflitto d'interessi, questione che non ha saputo-voluto risolvere nell'arco di un'intera legislatura trascorsa da maggioranza parlamentare.
Signor presidente del Consiglio, perché dunque, dovremmo crederle? Ella scrive su Il Foglio che bisogna "reagire", e "reagire per tempo", che "bisogna alzare i toni della nostra democrazia", ma se tutto si risolve nel salvare lei e i suoi amici, e non nel riformare la nostra giustizia malata, allora non la seguo e credo che così faranno anche gli italiani, che non sono filantropi, ma vogliono la 'pagnotta' delle riforme.
Berlusconi, come spesso gli accade, alla fine, sbotta, come si dice a Roma, "svacca", e si sfoga come solo lui sa fare. E non va per niente bene. La sua ricostruzione storico-politica nella lettera al quotidiano Il Foglio sui dieci anni del pool milanese da 'mani pulite' a 'toghe sporche' può essere condivisibile, può reggere. Però. Però cominciano ad essere tanti i se e i ma.
La magistratura politicizzata, che combatte (da quando la debolezza del sistema politico e lo scenario internazionale lo permettono) a suon di avvisi di garanzia e sentenze i propri nemici ideologici o di casta, esiste. Tutti, nel nostro profondo, senza ipocrisie, possiamo e dobbiamo riconoscerlo, e il pool dei magistrati milanesi, da Borrelli a D'Ambrosio, da Di Pietro alla Bocassini, rappresenta l'esempio più concreto, non l'unico, purtroppo. Esiste una forte anima giustizialista che attraversa il mondo politico e l'opinione pubblica: settori della magistratura, esponenti politici, movimenti, intellettuali, giornalisti, semplici cittadini si sentono, da circa una dozzina d'anni, investiti della missione di 'ripulire' il paese, forti di una loro presunta superiorità morale. Una spinta moralizzatrice dal sapore giacobino, una jihad che troppo spesso ha provocato clamorosi errori giudiziari, condanne illustri, ma almeno altrettante assoluzioni illustri (Berlusconi è stato assolto con formula piena dal procedimento che seguì il noto avviso di garanzia ricevuto a Napoli da presidente del Consiglio), gogne mediatiche, suicidi, macerie del diritto e della dignità umana, 'ribaltoni'.
Non è questa poi, la sede per ricordare tutto ciò che rende la Giustizia italiana la più condannata in Europa, la più lenta, la più iniqua. Le sue maglie si allargano e si stringono un po' troppo arbitrariamente.
Per Silvio Berlusconi però, sta trascorrendo molto in fretta quel tempo in cui può aspettarsi di godere presso i suoi elettori di una minima credibilità politica quando lancia le sue accuse alla magistratura politicizzata. Per far pesare davanti all'opinione pubblica quelle gravi accuse bisogna costruirsi con i fatti una credibilità e un'autorevolezza politica (e sottolineo POLITICA). Proprio ciò che finora il premier non ha fatto, rendendo difficile, anche a chi condivida le sue analisi storico-politiche, credere nella sua buona fede. La mia in effetti vuole essere una considerazione dal carattere squisitamente politico e non giudiziario, né tanto meno morale (se Silvio e il suo amico Previti siano colpevoli e/o corrotti probabilmente non mi verrà dato di saperlo).
Per ora quella credibilità necessaria sembra latitare. E' innegabile che tutti i provvedimenti adottati finora da Governo e maggioranza sulla Giustizia (Cirami, rogatorie e falso in bilancio), seppure anche condivisibili nel merito, contengono in sé il corto respiro di 'toppe' per fuggire da quei processi a carico del presidente e dei suoi amici. Tali provvedimenti, con la loro vocazione 'ad personam', sono lontani anni luce da riforme organiche della Giustizia e, in particolare dell'ordinamento giudiziario, che avrebbero invece la propria vocazione nell'interesse della generalità dei cittadini a cui ci si vorrebbe richiamare. Riforme che si chiamano separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati, incarichi extra-giudiziari, formazione e progressione delle carriere possono essere criticate e combattute, ma non accusate di esser dettate dal solo interesse personale del premier.
Il legittimo sospetto nei confronti di alcune procure esiste, ma sta passando velocemente a carico del presidente Berlusconi: dimostri con i fatti, non a parole, accuse e sfoghi, che la sua azione politica per la giustizia italiana è guidata da un genuino interesse per la generalità dei cittadini e non, o non solo, per la sua salvaguardia personale. Due anni di governo ormai son trascorsi e i fatti purtroppo, avendo egli dato ampia priorità alle leggine citate e non alle grandi riforme, non gli attribuiscono la credibilità necessaria per ribellarsi a certe sentenze, o non, almeno, per farlo in nome della democrazia e del Paese. Sto parlando proprio di quella credibilità che manca, ad esempio, anche al centrosinistra quando sbraita e si svocia sul conflitto d'interessi, questione che non ha saputo-voluto risolvere nell'arco di un'intera legislatura trascorsa da maggioranza parlamentare.
Signor presidente del Consiglio, perché dunque, dovremmo crederle? Ella scrive su Il Foglio che bisogna "reagire", e "reagire per tempo", che "bisogna alzare i toni della nostra democrazia", ma se tutto si risolve nel salvare lei e i suoi amici, e non nel riformare la nostra giustizia malata, allora non la seguo e credo che così faranno anche gli italiani, che non sono filantropi, ma vogliono la 'pagnotta' delle riforme.
Tuesday, April 29, 2003
Amato: da Bruxelles 25 aprile "terribile"
Giuliano Amato, intervistato dal quotidiano 'Europa', commenta le celebrazioni del 25 aprile, ma non ne è affatto entusiasta: «Ero a Bruxelles, ma da lì ho osservato un 25 aprile terribile. Un leader democratico come Pezzotta cui viene impedito di parlare in piazza, un senatore della Repubblica (il leghista Stiffoni, n.d.r.) che tira le monetine a un vecchio partigiano (Agostino Pavan, n.d.r.), le vittime delle foibe celebrate in camicia nera, gli ebrei di Roma cacciati da una manifestazione di sinistra a forza di slogan antisemiti».
«Che bisogna pensare? Che vorremmo portare il nostro bipolarismo a Westminster, e invece stiamo andando a Weimar», conclude amareggiato.
RadioRadicale.it
Giuliano Amato, intervistato dal quotidiano 'Europa', commenta le celebrazioni del 25 aprile, ma non ne è affatto entusiasta: «Ero a Bruxelles, ma da lì ho osservato un 25 aprile terribile. Un leader democratico come Pezzotta cui viene impedito di parlare in piazza, un senatore della Repubblica (il leghista Stiffoni, n.d.r.) che tira le monetine a un vecchio partigiano (Agostino Pavan, n.d.r.), le vittime delle foibe celebrate in camicia nera, gli ebrei di Roma cacciati da una manifestazione di sinistra a forza di slogan antisemiti».
«Che bisogna pensare? Che vorremmo portare il nostro bipolarismo a Westminster, e invece stiamo andando a Weimar», conclude amareggiato.
RadioRadicale.it
Monday, April 28, 2003
Giorgiana Masi: I «dubbi» di Cossiga, ancora una volta
"Un dubbio" che nasce da confidenze di un magistrato e di alcuni funzionari di polizia. Nel corso della registrazione di un'intervista per il programma televisivo 'Report' su Raitre Francesco Cossiga, ministro dell'Interno all'epoca dell'uccisione di Giorgiana Masi, colpita a morte durante una manifestazione a Ponte Garibaldi a Roma il 12 maggio 1977, è tornato sulle circostanze di quell'uccisione: "Non l'ho mai detto all'autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all'autorità giudiziaria perché sarebbe una cosa molto dolorosa" (Vai alla notizia).
La trasmissione (Vai all'audiovideo) è stata, come spesso accade su quella rete, pessima dal punto di vista giornalistico: con toni pseudo-documentaristici si fornisce una versione forzata e, più che 'dietrologica', direi 'complottarda', di alcuni misteri d'Italia rimasti irrisolti. Nessun reale interesse per l'approfondimento, per la ricostruzione, bensì spunti per tesi politiche.
Anche Cossiga oggi se la prende con 'Report': "Sono indignato per il fazioso montaggio dell'intervista da me resa, in cui avevo risposto con chiarezza e bona fide alle domande, peraltro correttamente postemi da un giovane giornalista la cui onestà professionale è stata chiaramente carpita e strumentalizzata dai responsabili del programma e del montaggio". Poi però aggiunge qualcosa alle dichiarazioni di ieri sulle verità nascoste dietro l'uccisione della Masi: "Per quanto riguarda i commenti che sono stati fatti a margine alla mia intervista, è vero che ciò che polizia, carabinieri e magistrati mi sussurrarono, ma che non fu provato, è che ci fu il tentativo che il governo ed io, allora ministro dell'Interno, che ne attuai le direttive collegiali, riuscimmo ad evitare di innescare una strage, ma 'au contraire' di quanto è stato affermato, non da parte, ma contro le forze dell'ordine e contro lo Stato, profittando dell'onestà e dell'ingenuità degli amici radicali".
Dall'archivio di Radio Radicale, i fatti del 12 maggio 1977
RadioRadicale.it
"Un dubbio" che nasce da confidenze di un magistrato e di alcuni funzionari di polizia. Nel corso della registrazione di un'intervista per il programma televisivo 'Report' su Raitre Francesco Cossiga, ministro dell'Interno all'epoca dell'uccisione di Giorgiana Masi, colpita a morte durante una manifestazione a Ponte Garibaldi a Roma il 12 maggio 1977, è tornato sulle circostanze di quell'uccisione: "Non l'ho mai detto all'autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all'autorità giudiziaria perché sarebbe una cosa molto dolorosa" (Vai alla notizia).
La trasmissione (Vai all'audiovideo) è stata, come spesso accade su quella rete, pessima dal punto di vista giornalistico: con toni pseudo-documentaristici si fornisce una versione forzata e, più che 'dietrologica', direi 'complottarda', di alcuni misteri d'Italia rimasti irrisolti. Nessun reale interesse per l'approfondimento, per la ricostruzione, bensì spunti per tesi politiche.
Anche Cossiga oggi se la prende con 'Report': "Sono indignato per il fazioso montaggio dell'intervista da me resa, in cui avevo risposto con chiarezza e bona fide alle domande, peraltro correttamente postemi da un giovane giornalista la cui onestà professionale è stata chiaramente carpita e strumentalizzata dai responsabili del programma e del montaggio". Poi però aggiunge qualcosa alle dichiarazioni di ieri sulle verità nascoste dietro l'uccisione della Masi: "Per quanto riguarda i commenti che sono stati fatti a margine alla mia intervista, è vero che ciò che polizia, carabinieri e magistrati mi sussurrarono, ma che non fu provato, è che ci fu il tentativo che il governo ed io, allora ministro dell'Interno, che ne attuai le direttive collegiali, riuscimmo ad evitare di innescare una strage, ma 'au contraire' di quanto è stato affermato, non da parte, ma contro le forze dell'ordine e contro lo Stato, profittando dell'onestà e dell'ingenuità degli amici radicali".
Dall'archivio di Radio Radicale, i fatti del 12 maggio 1977
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Il bianco del sogno
Oggi Adriano ha postato sul suo blog una poesia molto bella. Vi invito a leggerla, facendo però attenzione a non scivolare oltre, perché lo sguardo potrebbe finirvi su una delle sue strampalate teorie... e sareste persi per sempre.
brainDamage
Oggi Adriano ha postato sul suo blog una poesia molto bella. Vi invito a leggerla, facendo però attenzione a non scivolare oltre, perché lo sguardo potrebbe finirvi su una delle sue strampalate teorie... e sareste persi per sempre.
brainDamage
Thursday, April 24, 2003
Magdi Allam prosegue nella sua strategia per finire a scrivere sul Corriere della Sera. Sulla guerra in Iraq è sempre più tra i "falchi" e oggi il suo articolo "Gli sciiti non sono contro Bush", che spiega come le manifestazioni sciite di Karbala con slogan antiamericani fossero per lo più pellegrinaggi religiosi, su la Repubblica è finito addirittura a pag. 19 (senza neanche richiami in prima). "Quanti si ricordano cosa scriveva ai bei tempi, quando campeggiava ogni giorno in prima pagina?", si chiede giustamente robba.
Comunque, fa notare Magdi, spesso, come per tutte le manifestazioni di piazza nel mondo islamico, è degno di nota ciò che non avviene e non viene urlato. Piuttosto che andare a pescare e analizzare ogni slogan, bisogna guardare, ed è politicamente rilevante, quel "limite rosso" che non viene superato.
Tornando al "calciomercato" dei giornalisti, per un Magdi Allam al Corriere, ci potrebbe essere un Vittorio Zucconi alla direzione di la Repubblica.
25 aprile. "I compagni mai liberati"
«La sinistra (sinistra pacifista) si sbraccia e si svocia per indicare al presidente del Consiglio dove dovrebbere trascorrere il 25 aprile, ovvero a Marzabotto, simbolo italiano della guerra contro il nazifascismo. Allora voglio suggerirglielo anche io, a Berlusconi, dove andare a celebrare la data fatidica: ad Aviano».
Il perché lo storico Giordano Bruno Guerri ce lo spiega sulla prima pagina e a pag. 9 del quotidiano 'il Giornale', che però non è on-line e non ho trovato l'articolo. «Non si è mai voluto davvero riconoscere il merito della liberazione agli Alleati, deponendolo tutto sulle spalle di una Resistenza dagli effetti soltanto simbolici, pur di non riconoscere quanto dobbiamo agli angloamericani».
«La sinistra (sinistra pacifista) si sbraccia e si svocia per indicare al presidente del Consiglio dove dovrebbere trascorrere il 25 aprile, ovvero a Marzabotto, simbolo italiano della guerra contro il nazifascismo. Allora voglio suggerirglielo anche io, a Berlusconi, dove andare a celebrare la data fatidica: ad Aviano».
Il perché lo storico Giordano Bruno Guerri ce lo spiega sulla prima pagina e a pag. 9 del quotidiano 'il Giornale', che però non è on-line e non ho trovato l'articolo. «Non si è mai voluto davvero riconoscere il merito della liberazione agli Alleati, deponendolo tutto sulle spalle di una Resistenza dagli effetti soltanto simbolici, pur di non riconoscere quanto dobbiamo agli angloamericani».
Wednesday, April 23, 2003
The U.N. vs. the U.S. Power
Foreign Affair critica il no franco-russo-tedesco e spiega quale nuova Onu
«E' stato davvero solo un diverso modo per realizzare lo stesso fine, neutralizzare la minaccia Saddam, a ispirare il no franco-tedesco-russo? E' la partita per bloccare gli Stati Uniti, quella che Parigi e i suoi alleati hanno giocato all'Onu, non quella per fermare Saddam. Un no all'unilateralismo perché americano, non un no di princpio all'unilateralismo come metodo e in difesa dell'Onu».
«Una nuova Onu "sulla base di come gli Stati si comportano, e non su come si dovrebbero comportare". Perciò, Francia e compagni abbandonino l'idea di adottare alla realtà internazionale la teoria di James Madison dei pesi e contrappesi, perché essa vale all'interno di un paese nei suoi ordinamenti democratici, ma non tra Stati sovrani. Abbandonino l'idea dell'eguaglianza tra paesi: la sua applicazione alla lettera, se fosse avvenuta alla Serbia di Milosevic come a qualunque dei paesi dominati da regimi sanguinari, si traduce nell'ineguaglianza degli individui, perché solo le popolazioni dei regimi democratici ottengono i diritti che ai popoli ostaggi dei tiranni vengono negati».
Queste le tesi di «Michael J. Glennon, professore di International Law alla Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University. Un sofisticato cultore del diritto internazionale, non un generale militarista» spiegate sul «Foreign Affairs, l'organo del Council of Foreign Relations, certo non sospettabile di lucidare gli stivali a Donald Rumsfeld».
Leggi tutta la recensione
Il Foglio
Il testo integrale del saggio "Why the Security Council Failed"
Foreign Affair
Foreign Affair critica il no franco-russo-tedesco e spiega quale nuova Onu
«E' stato davvero solo un diverso modo per realizzare lo stesso fine, neutralizzare la minaccia Saddam, a ispirare il no franco-tedesco-russo? E' la partita per bloccare gli Stati Uniti, quella che Parigi e i suoi alleati hanno giocato all'Onu, non quella per fermare Saddam. Un no all'unilateralismo perché americano, non un no di princpio all'unilateralismo come metodo e in difesa dell'Onu».
«Una nuova Onu "sulla base di come gli Stati si comportano, e non su come si dovrebbero comportare". Perciò, Francia e compagni abbandonino l'idea di adottare alla realtà internazionale la teoria di James Madison dei pesi e contrappesi, perché essa vale all'interno di un paese nei suoi ordinamenti democratici, ma non tra Stati sovrani. Abbandonino l'idea dell'eguaglianza tra paesi: la sua applicazione alla lettera, se fosse avvenuta alla Serbia di Milosevic come a qualunque dei paesi dominati da regimi sanguinari, si traduce nell'ineguaglianza degli individui, perché solo le popolazioni dei regimi democratici ottengono i diritti che ai popoli ostaggi dei tiranni vengono negati».
Queste le tesi di «Michael J. Glennon, professore di International Law alla Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University. Un sofisticato cultore del diritto internazionale, non un generale militarista» spiegate sul «Foreign Affairs, l'organo del Council of Foreign Relations, certo non sospettabile di lucidare gli stivali a Donald Rumsfeld».
Leggi tutta la recensione
Il Foglio
Il testo integrale del saggio "Why the Security Council Failed"
Foreign Affair
Gli intellettuali francesi Ran Halévi e François Galichet ripensano le posizioni della Francia sulla guerra in Iraq: «Il battage pacifista: "Un'intossicazione collettiva promossa dall'Eliseo"; l'antiamericanismo?: un "nazionalismo degli imbecilli" che ha legato l'estrema destra alla sinistra in una imbarazzante union sacrée; la freddezza verso la liberazione di Baghdad?: davvero una bella pièce per la culla dei diritti dell'uomo; il veto a suo tempo minacciato dalla Francia? De Gaulle in persona si rivolta nella tomba; l'asse con Mosca, Bruxelles e la Cina? Se questo è multilateralismo idealista andiamo bene».
Il Foglio
Il Foglio
"Conquistare" le menti degli sciiti iracheni
«We have a very narrow window in Iraq to win the support of the Shiite community, which constitutes a majority of the Iraqi people. If we do not manage that in the next month or two, the radical Iranian regime will almost certainly succeed in its ambitious and, thus far, brilliantly managed campaign to mobilize the Iraqi Shiites to discredit the Coalition victory, demand an immediate American withdrawal, and insist on "international" — that is, U.N. and European — supervision of the country. That would leave Iran with a free hand in Iraq, strengthen the regime in Tehran to our detriment, and give a second wind to the terror network. Our victory, as the old saying goes, would turn to ashes in our mouths». Leggi tutto
National Review
«We have a very narrow window in Iraq to win the support of the Shiite community, which constitutes a majority of the Iraqi people. If we do not manage that in the next month or two, the radical Iranian regime will almost certainly succeed in its ambitious and, thus far, brilliantly managed campaign to mobilize the Iraqi Shiites to discredit the Coalition victory, demand an immediate American withdrawal, and insist on "international" — that is, U.N. and European — supervision of the country. That would leave Iran with a free hand in Iraq, strengthen the regime in Tehran to our detriment, and give a second wind to the terror network. Our victory, as the old saying goes, would turn to ashes in our mouths». Leggi tutto
National Review
Saturday, April 19, 2003
La ricostruzione
Gli interessi forti degli Stati si stanno muovendo attorno alla ricostruzione dell'Iraq del dopo-Saddam. Le enormi risorse a disposizione del Paese, il petrolio, ma anche rilevanti capacità industriali e umane, rischiano di non essere sufficienti per un rapido risollevamento. Sulle sorti della ricostruzione gravano i debiti contratti da Saddam Hussein e le incognite determinate dagli interessi dei grandi Stati. Russia e Francia si oppongono alla cancellazione del debito iracheno e contrastano la rapida revoca delle sanzioni economiche imposte dall'Onu.
Leggi:
Perché rimettere agli iracheni i debiti "odiosi", Irwin M. Seltzer.
I tre denari, secondo editoriale.
Un nuovo dirigismo per l'Iraq, secondo editoriale.
Il Foglio
Gli interessi forti degli Stati si stanno muovendo attorno alla ricostruzione dell'Iraq del dopo-Saddam. Le enormi risorse a disposizione del Paese, il petrolio, ma anche rilevanti capacità industriali e umane, rischiano di non essere sufficienti per un rapido risollevamento. Sulle sorti della ricostruzione gravano i debiti contratti da Saddam Hussein e le incognite determinate dagli interessi dei grandi Stati. Russia e Francia si oppongono alla cancellazione del debito iracheno e contrastano la rapida revoca delle sanzioni economiche imposte dall'Onu.
Leggi:
Perché rimettere agli iracheni i debiti "odiosi", Irwin M. Seltzer.
I tre denari, secondo editoriale.
Un nuovo dirigismo per l'Iraq, secondo editoriale.
Il Foglio
Friday, April 18, 2003
Wednesday night death
Ne riesco a parlare solo a due giorni di distanza. Una festa in un noto centro sociale della periferia romana. Scopo: la promozione di un'associazione di beneficenza e di varia umanità. Nonostante abbia contato 20 persone in tutto: togliete me e la mia ragazza, altri tre miei amici, 4 tecnici per le riprese video. Però l'umanità era veramente varia. Ho assistito alla nascita di tutti i perché. Flauti che paiono cerbottane, nani, ballerini, giocolieri, zingari, pasticche e spinelli, 'laicamente schermati', mitomani. «Che whisky avete?», chiedo ingenuamente. «No, qui solo prodotti biologici», mi viene intimato... Bah. Gli ispettori dell'Onu hanno già dichiarato off limits l'area. Ma per favore, venite a raccogliere i vostri resti e ritroviamo un po' di dignità. Mi sono annoiato a molte feste, ma questa non è stata una festa noiosa, mi sono lasciato andare a grasse risate, è stata solo triste come non potevo mai immaginare che potesse essere una festa. D'altra parte, la folla acclama i liberatori e il popolo della notte è rimasto tutto alla radio. Denti"amari", cazzi amarissimi.
Ne riesco a parlare solo a due giorni di distanza. Una festa in un noto centro sociale della periferia romana. Scopo: la promozione di un'associazione di beneficenza e di varia umanità. Nonostante abbia contato 20 persone in tutto: togliete me e la mia ragazza, altri tre miei amici, 4 tecnici per le riprese video. Però l'umanità era veramente varia. Ho assistito alla nascita di tutti i perché. Flauti che paiono cerbottane, nani, ballerini, giocolieri, zingari, pasticche e spinelli, 'laicamente schermati', mitomani. «Che whisky avete?», chiedo ingenuamente. «No, qui solo prodotti biologici», mi viene intimato... Bah. Gli ispettori dell'Onu hanno già dichiarato off limits l'area. Ma per favore, venite a raccogliere i vostri resti e ritroviamo un po' di dignità. Mi sono annoiato a molte feste, ma questa non è stata una festa noiosa, mi sono lasciato andare a grasse risate, è stata solo triste come non potevo mai immaginare che potesse essere una festa. D'altra parte, la folla acclama i liberatori e il popolo della notte è rimasto tutto alla radio. Denti"amari", cazzi amarissimi.
Thursday, April 17, 2003
Saturday, April 12, 2003
"Se il pacifismo diventa catastrofista non è il caso di scendere in piazza", Umberto Ranieri.
il Riformista
"Blair, atto secondo", editoriale di Angelo Panebianco.
Corriere della Sera
Cara sinistra, ti saluto
John Lloyd, ex dicettore di New Statesman, scrive e dice: "Sull'Iraq non abbiamo capito niente".
Il Foglio-Camillo
Una guerra antifascista
Paul Berman, il Robert Kagan della sinistra, spiega in un libro che quella al terrorismo islamico è la continuazione delle guerre al totalitarismo occidentale.
Il Foglio-Camillo
il Riformista
"Blair, atto secondo", editoriale di Angelo Panebianco.
Corriere della Sera
Cara sinistra, ti saluto
John Lloyd, ex dicettore di New Statesman, scrive e dice: "Sull'Iraq non abbiamo capito niente".
Il Foglio-Camillo
Una guerra antifascista
Paul Berman, il Robert Kagan della sinistra, spiega in un libro che quella al terrorismo islamico è la continuazione delle guerre al totalitarismo occidentale.
Il Foglio-Camillo
Wednesday, April 09, 2003
Scene di giubilo a Baghdad
Centinaia di persone in strada a Baghdad accolgono festanti i marine americani. E' presto per dirlo, certo, ma sembra che per l'ennesima volta, sottolineo per l'ennesima volta, le cassandre che avrebbero voluto vedere un nuovo Vietnam per gli Usa abbiano avuto torto. Ed è fuggi fuggi generale: in questi giorni ci sarà chi scappa, chi rosika, ma per lo più gli iracheni stanno già tornando nell'oblio dei pacifisti di buon cuore e da salotto.
Leggi "Talking Gun-I pistola parlanti"
Il Foglio-Camillo
Centinaia di persone in strada a Baghdad accolgono festanti i marine americani. E' presto per dirlo, certo, ma sembra che per l'ennesima volta, sottolineo per l'ennesima volta, le cassandre che avrebbero voluto vedere un nuovo Vietnam per gli Usa abbiano avuto torto. Ed è fuggi fuggi generale: in questi giorni ci sarà chi scappa, chi rosika, ma per lo più gli iracheni stanno già tornando nell'oblio dei pacifisti di buon cuore e da salotto.
Leggi "Talking Gun-I pistola parlanti"
Il Foglio-Camillo
Monday, April 07, 2003
«Pacifisti ipocriti, tacete i crimini di Saddam»
E' l'accusa del filosofo francese André Glucksmann, che, in un'intervista sul quotidiano 'La Stampa', mette in luce le contraddizioni del movimento per la pace: «Avrei preferito che il Consiglio di sicurezza all'unanimità esigesse l'esilio di Saddam Hussein, come avevano suggerito un certo numero di Stati arabi. E forse sarebbe stato possibile ottenerlo con una forte minaccia militare. Purtroppo la Francia, la Germania e le manifestazioni pacifiste hanno incoraggiato Saddam Hussein a credersi protetto». Vai al testo integrale
RadioRadicale.it
E' l'accusa del filosofo francese André Glucksmann, che, in un'intervista sul quotidiano 'La Stampa', mette in luce le contraddizioni del movimento per la pace: «Avrei preferito che il Consiglio di sicurezza all'unanimità esigesse l'esilio di Saddam Hussein, come avevano suggerito un certo numero di Stati arabi. E forse sarebbe stato possibile ottenerlo con una forte minaccia militare. Purtroppo la Francia, la Germania e le manifestazioni pacifiste hanno incoraggiato Saddam Hussein a credersi protetto». Vai al testo integrale
RadioRadicale.it
Friday, April 04, 2003
Azione 'non convenzionale'
Il mio amico Adriano mi ha strappato una risata in questo momento drammatico. Il ministro dell'Informazione iracheno Sahaf ha appena annunciato un'azione "non convenzionale" per stanotte. Commento di Adriano: "Magari tirano fuori un'astronave madre". Madre di dio! Gli ho subito stretto la mano.
RadioRadicale.it
Il mio amico Adriano mi ha strappato una risata in questo momento drammatico. Il ministro dell'Informazione iracheno Sahaf ha appena annunciato un'azione "non convenzionale" per stanotte. Commento di Adriano: "Magari tirano fuori un'astronave madre". Madre di dio! Gli ho subito stretto la mano.
RadioRadicale.it
Chi ha armato l'Iraq
Camillo ci segnala che l'Istituto svedese SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, ha analizzato il flusso di armi arrivate al regime di Saddam nel periodo 1973/2002, cioè fino all'anno scorso. Lo studio completo si trova qui.
Interessanti questi dati:
il 57 per cento delle armi irachene proviene dall'Urss/Russia;
il 13% dalla Francia
il 12% dalla Cina
il 7% dalla Cecoslovacchia
il 4% dalla Polonia
il 2% dal Brasile
l'1% (a testa) da USA, Danimarca, Romania, Egitto e Libia.
Camillo
Camillo ci segnala che l'Istituto svedese SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, ha analizzato il flusso di armi arrivate al regime di Saddam nel periodo 1973/2002, cioè fino all'anno scorso. Lo studio completo si trova qui.
Interessanti questi dati:
il 57 per cento delle armi irachene proviene dall'Urss/Russia;
il 13% dalla Francia
il 12% dalla Cina
il 7% dalla Cecoslovacchia
il 4% dalla Polonia
il 2% dal Brasile
l'1% (a testa) da USA, Danimarca, Romania, Egitto e Libia.
Camillo
L'ormeggio del buon senso
«Ma "fermare la guerra" adesso vuol dire rassegnarsi alla vittoria di Saddam Hussein, e con essa a una galvanizzazione micidiale della combattività islamista, e precisamente anche a una minaccia tragica su Israele». A dirlo non è un guerrafondaio imperialista, è Adriano Sofri. Leggi tutto
la Repubblica
«Ma "fermare la guerra" adesso vuol dire rassegnarsi alla vittoria di Saddam Hussein, e con essa a una galvanizzazione micidiale della combattività islamista, e precisamente anche a una minaccia tragica su Israele». A dirlo non è un guerrafondaio imperialista, è Adriano Sofri. Leggi tutto
la Repubblica
Wednesday, April 02, 2003
Dove nasce l'antiamericanismo del '900
L'anticipazione di un saggio dello storico Victor Zaslavsky dal titolo "L'antiamericanismo organizzato nell'Unione Sovietica staliniana", in uscita sul prossimo numero di 'Nuova Storia Contemporanea' (a partire dal 7 aprile). Scoperte che potrebbero essere sorprendenti per molti, molto meno per pochi altri. Bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi. Leggi tutto
Il Foglio
L'anticipazione di un saggio dello storico Victor Zaslavsky dal titolo "L'antiamericanismo organizzato nell'Unione Sovietica staliniana", in uscita sul prossimo numero di 'Nuova Storia Contemporanea' (a partire dal 7 aprile). Scoperte che potrebbero essere sorprendenti per molti, molto meno per pochi altri. Bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi. Leggi tutto
Il Foglio
Tuesday, April 01, 2003
I marx-pacifisti
«Più che il conflitto, insomma, li preoccupa chi lo vince. Di igienico la guerra ha soltanto questo: che costringe a schierarsi. E rivela. Nella fattispecie rivela la incompatibilità esistenziale tra le due sinistre sopravvissute al crack dell'89». Leggi tutto
il Riformista
«Più che il conflitto, insomma, li preoccupa chi lo vince. Di igienico la guerra ha soltanto questo: che costringe a schierarsi. E rivela. Nella fattispecie rivela la incompatibilità esistenziale tra le due sinistre sopravvissute al crack dell'89». Leggi tutto
il Riformista
Aprile
«E' nato Aprile. Auguri. L'ambiguità è finita. Cofferati fa politica con uno proprio partitino. La novità è fortissima. Chi dice che non è accaduto niente, che Aprile sarà un punto di raccordo fra partiti e movimenti, sta imbrogliando le carte. I Ds come formazione politica unitaria sono finiti. C'è la doppia organizzazione, la doppia leadership, la doppia lealtà». Leggi tutto
il Riformista
«E' nato Aprile. Auguri. L'ambiguità è finita. Cofferati fa politica con uno proprio partitino. La novità è fortissima. Chi dice che non è accaduto niente, che Aprile sarà un punto di raccordo fra partiti e movimenti, sta imbrogliando le carte. I Ds come formazione politica unitaria sono finiti. C'è la doppia organizzazione, la doppia leadership, la doppia lealtà». Leggi tutto
il Riformista
Sunday, March 30, 2003
Visto da New York
Gianni Riotta, intervistato a Radio Radicale, rimette un po' di cose al loro posto sulla guerra in Iraq. Il ruolo dei mezzi di comunicazione (tv, giornali, internet), le strategie militari e i rapporti nel Pentagono, Bush, Saddam, i pacifisti, la proposta di Pannella «Iraq libero». Ascolta l'intervista
RadioRadicale.it
Gianni Riotta, intervistato a Radio Radicale, rimette un po' di cose al loro posto sulla guerra in Iraq. Il ruolo dei mezzi di comunicazione (tv, giornali, internet), le strategie militari e i rapporti nel Pentagono, Bush, Saddam, i pacifisti, la proposta di Pannella «Iraq libero». Ascolta l'intervista
RadioRadicale.it
Otto e mezzo
Argomenti di questa puntata: (Vai all'audiovideo)
La paura dell'overstretching e il vitale bisogno americano di multilateralità (da anni gli Usa chiedono agli europei di spendere di più per la difesa), ma l'enorme sfiducia nell'Onu per il futuro politico militare.
Progetto Usa per l'Iraq: governo civile iracheno subito e militari a garantire la sicurezza. La Francia si oppone ad una seconda risoluzione su un governo multinazionale Onu in Iraq perché sancirebbe la legittimità dell'intervento ex-post. Blair invece è favorevole al mandato.
Il problema non è tanto il ruolo dell'Onu, ma la politica della Francia. Se Francia e Russia decidono di non essere più 'amici' degli Usa? Il paese che più ha agito unilateralmente è la Francia, gli Usa hanno insistito sull'Onu.
Cosa ha detto l'Onu dell'esercito francese in Costa d'Avorio? E cosa dire delle pressioni di Francia e Germania sui parlamentari turchi per non far votare il passaggio dei militari Usa, con l'unico risultato, visto che ormai l'attacco era iniziato, di prolungare la guerra e aumentare i costi umani?
L'enorme peso e influenza di Blair su Bush e nel dibattito politico negli Stati Uniti.
Perle: una lega delle nazioni democratiche. Radicali: il parametro della democrazia abbia un suo peso e una riflessione vera sui principi della Carta.
Sull'effetto domino: la guerra non sarà sempre inevitabile. L'Iran è più pericoloso, ma mezzi politici sufficienti, poi convincere Arabia saudita. Il peso dell'11 settembre. Bush ha trascurato la diplomazia e la strategia comunicativa come aspetti pacifici dell'esportazione della democrazia.
RadioRadicale.it
Documento: La National Security Strategy
Argomenti di questa puntata: (Vai all'audiovideo)
La paura dell'overstretching e il vitale bisogno americano di multilateralità (da anni gli Usa chiedono agli europei di spendere di più per la difesa), ma l'enorme sfiducia nell'Onu per il futuro politico militare.
Progetto Usa per l'Iraq: governo civile iracheno subito e militari a garantire la sicurezza. La Francia si oppone ad una seconda risoluzione su un governo multinazionale Onu in Iraq perché sancirebbe la legittimità dell'intervento ex-post. Blair invece è favorevole al mandato.
Il problema non è tanto il ruolo dell'Onu, ma la politica della Francia. Se Francia e Russia decidono di non essere più 'amici' degli Usa? Il paese che più ha agito unilateralmente è la Francia, gli Usa hanno insistito sull'Onu.
Cosa ha detto l'Onu dell'esercito francese in Costa d'Avorio? E cosa dire delle pressioni di Francia e Germania sui parlamentari turchi per non far votare il passaggio dei militari Usa, con l'unico risultato, visto che ormai l'attacco era iniziato, di prolungare la guerra e aumentare i costi umani?
L'enorme peso e influenza di Blair su Bush e nel dibattito politico negli Stati Uniti.
Perle: una lega delle nazioni democratiche. Radicali: il parametro della democrazia abbia un suo peso e una riflessione vera sui principi della Carta.
Sull'effetto domino: la guerra non sarà sempre inevitabile. L'Iran è più pericoloso, ma mezzi politici sufficienti, poi convincere Arabia saudita. Il peso dell'11 settembre. Bush ha trascurato la diplomazia e la strategia comunicativa come aspetti pacifici dell'esportazione della democrazia.
RadioRadicale.it
Documento: La National Security Strategy
Bowling at Columbine
Michael Moore è l'autore del documentario "bowling at Columbine", vincitore di un Oscar. Questo studio smaschera tutte le balle contenute nel sedicente documentario. Leggi
Camillo
Michael Moore è l'autore del documentario "bowling at Columbine", vincitore di un Oscar. Questo studio smaschera tutte le balle contenute nel sedicente documentario. Leggi
Camillo
Bush = Saddam
Alla riunione del Correntone Ds ci si augura la sconfitta americana. Secondo Luciano Canfora, Bush e Saddam sono due dittatori.
Giovanni Berlinguer, leader del correntone Ds: «E' sbagliato auspicare una rapida vittoria delle truppe e dei bombardieri angloamericani 'perché così almeno finisce'. E' sbagliato perché non finirebbe nulla, il popolo iracheno passerebbe da un’oppressione all'altra e l'impotenza allo strapotere americano alimenterebbe atti terroristici dettati dalla disperazione».
Lo storico Luciano Canfora: «Bush è stato eletto senza avere i voti, la sua non è una legittima elezione democratica ma un colpo di mano della Corte Suprema. Allora si potrebbe dire che c'è un dittatore contro l'altro in questa guerra».
Gianni Vattimo, filosofo e Ds: «Non è possibile parteggiare per Saddam, questo no, ma quando gli americani o gli inglesi trovano qualche difficoltà non è che non faccia dispiacere, visto che qualche rallentamento è fondamentale per il dopo». Leggi tutto
Corriere della Sera
Alla riunione del Correntone Ds ci si augura la sconfitta americana. Secondo Luciano Canfora, Bush e Saddam sono due dittatori.
Giovanni Berlinguer, leader del correntone Ds: «E' sbagliato auspicare una rapida vittoria delle truppe e dei bombardieri angloamericani 'perché così almeno finisce'. E' sbagliato perché non finirebbe nulla, il popolo iracheno passerebbe da un’oppressione all'altra e l'impotenza allo strapotere americano alimenterebbe atti terroristici dettati dalla disperazione».
Lo storico Luciano Canfora: «Bush è stato eletto senza avere i voti, la sua non è una legittima elezione democratica ma un colpo di mano della Corte Suprema. Allora si potrebbe dire che c'è un dittatore contro l'altro in questa guerra».
Gianni Vattimo, filosofo e Ds: «Non è possibile parteggiare per Saddam, questo no, ma quando gli americani o gli inglesi trovano qualche difficoltà non è che non faccia dispiacere, visto che qualche rallentamento è fondamentale per il dopo». Leggi tutto
Corriere della Sera
Friday, March 28, 2003
Ufficiale. Pannella denuncia Rettore di RomaTre
Il Rettore Guido Fabiani ha disposto, il 20 marzo, all'inizio dell'attacco anglo-americano in Iraq, la sospensione delle lezioni e la chiusura delle aule per agevolare la partecipazione di studenti e docenti alle manifestazioni pacifiste.
«Con questo atto politico e illegale in realtà il Rettore ha violato anzitutto il diritto degli studenti che sono andati alla manifestazione (come alcuni di coloro che partecipano alla denuncia) di far pesare la propria assenza dalle lezioni come conseguenza delle proprie convinzioni e della propria coscienza. Così facendo invece, la scelta dell'assenza dalle lezioni è stata ridotta a mera obbedienza a un "ordine di stato" che invitava tutti quanti ad andare in piazza». Il Comunicato dei Radicali
RadioRadicale.it
Il Rettore Guido Fabiani ha disposto, il 20 marzo, all'inizio dell'attacco anglo-americano in Iraq, la sospensione delle lezioni e la chiusura delle aule per agevolare la partecipazione di studenti e docenti alle manifestazioni pacifiste.
«Con questo atto politico e illegale in realtà il Rettore ha violato anzitutto il diritto degli studenti che sono andati alla manifestazione (come alcuni di coloro che partecipano alla denuncia) di far pesare la propria assenza dalle lezioni come conseguenza delle proprie convinzioni e della propria coscienza. Così facendo invece, la scelta dell'assenza dalle lezioni è stata ridotta a mera obbedienza a un "ordine di stato" che invitava tutti quanti ad andare in piazza». Il Comunicato dei Radicali
RadioRadicale.it
Le aspirazioni francesi
Un vivace dibattito tra Richard Perle, un importante consigliere per la sicurezza nazionale del Pentagono, e Daniel Cohn-Bendit, leader del partito verde al Parlamento europeo. «Perle - Se la mia previsione che in Iraq tutto andrà per il meglio si trasformerà in realtà, i recenti danni verificatisi nelle relazioni transatlantiche saranno rapidamente riparati. Avremo ancora il problema delle ambizioni francesi a costruire un'Europa opposta all'America. E se i francesi stanno effettivamente creando un contrappeso, le loro relazioni con gli Stati Uniti non si possono definire un'alleanza. In tal caso noi, come americani, dovremo considerare come affrontare questa rinuncia europea all'asse transatlantico». Leggi tutto
Il Foglio
Un vivace dibattito tra Richard Perle, un importante consigliere per la sicurezza nazionale del Pentagono, e Daniel Cohn-Bendit, leader del partito verde al Parlamento europeo. «Perle - Se la mia previsione che in Iraq tutto andrà per il meglio si trasformerà in realtà, i recenti danni verificatisi nelle relazioni transatlantiche saranno rapidamente riparati. Avremo ancora il problema delle ambizioni francesi a costruire un'Europa opposta all'America. E se i francesi stanno effettivamente creando un contrappeso, le loro relazioni con gli Stati Uniti non si possono definire un'alleanza. In tal caso noi, come americani, dovremo considerare come affrontare questa rinuncia europea all'asse transatlantico». Leggi tutto
Il Foglio
I protagonisti della guerra
Tutti i veri e numerosi protagonisti di questa guerra in Iraq secondo Andrew Sullivan, Sunday Times, Londra. «Ecco perché, in fondo, questa guerra non è stata creata o inventata da Bush. Ma è una guerra di cui Bush ha stabilito in modo indelebile il corso, e che è determinato a proseguire fino alla vittoria». Leggi tutto
Il Foglio
Tutti i veri e numerosi protagonisti di questa guerra in Iraq secondo Andrew Sullivan, Sunday Times, Londra. «Ecco perché, in fondo, questa guerra non è stata creata o inventata da Bush. Ma è una guerra di cui Bush ha stabilito in modo indelebile il corso, e che è determinato a proseguire fino alla vittoria». Leggi tutto
Il Foglio
Una parte di noi
Riccardo Barenghi direttore de 'il manifesto': «Quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua». Leggi tutto
il manifesto
Riccardo Barenghi direttore de 'il manifesto': «Quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua». Leggi tutto
il manifesto
Ilaria Alpi Il più crudele dei giorni
Sono stato ieri all'anteprima del film su 'Ilaria Alpi Il più crudele dei giorni', sulla giornalista Rai uccisa, con il suo cameraman Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994 in una agguato a Mogadiscio. Regia di Ferdinando Vicentini Orgnani, protagonista Giovanna Mezzogiorno. Non mi permetto, perché ignoro la vicenda, di esprimere giudizi sulla ricostruzione che il film propone dei motivi e i personaggi che sono dietro questo terribile assassinio. Non mi permetto di esprimermi su come ne esce la personalità di Ilaria, che non conoscevo. Il film è godibile, un po' lento, quasi un documentario, ma si segue, interessa, pur con molti se e ma di natura tecnica, ci sono delle frequenti punte di mediocrità sconcertante. Il montaggio è di quelli odiosi che si sforza di apparire originale ma è solo sconnesso, invadente, confonde. La sceneggiatura troppo spesso cede alla soap. I personaggi alla fine, a prescindere da com'erano nella realtà, sono stereotipati. La ricostruzione dei fatti è per lo più credibile, meno quando accenna, ma solo qualche battuta, a presunti coinvolgimenti politici, dei servizi, degli americani (elementi immancabili ormai). Dato per scontato che lo spettatore conosca già la vicenda, anche quella giudiziaria seguita alla morte della Alpi, se non ne sa niente non potrà, dal film, ricevere delucidazioni. La Mezzogiorno, bravissima in 'La finestra di fronte', qui lo è molto, molto meno, piatta direi. Però ripeto, il film si segue bene, ma non chiedetemi se vale il prezzo d'entrata. Miran Hrovatin è Rade Sherbedgia ("Prima della pioggia", "La tregua", "Eyes wide shut"), davvero bravo, sa dare forma e anima al suo personaggio forse anche meglio della Mezzogiorno.
Non so se Ilaria Alpi fosse proprio così, con quel puro idealismo per la sua professione, o se ne vengono amplificate le doti e le qualità, e non so se fosse così spesso turbata, afflitta, come appare in molte scene fin troppo 'mistiche' della pellicola. Certo è che l'immagine che se ne dà, a mio avviso, è eccessivamente stereotipata. Ne perde la sicura singolarità della sua persona, ma la colpa non è sua.
5-5,5
Non so se Ilaria Alpi fosse proprio così, con quel puro idealismo per la sua professione, o se ne vengono amplificate le doti e le qualità, e non so se fosse così spesso turbata, afflitta, come appare in molte scene fin troppo 'mistiche' della pellicola. Certo è che l'immagine che se ne dà, a mio avviso, è eccessivamente stereotipata. Ne perde la sicura singolarità della sua persona, ma la colpa non è sua.
5-5,5
Il primo che vi segnalo tra i blog scritti dal fronte di guerra in Iraq è Liutenent Smash. Live from the sandbox.
Thursday, March 27, 2003
Al Boccà e Guantanamo
"Sul quotidiano più liberal d'America, il Boston Globe, 18 ex prigionieri afghani di Guantanamo raccontano di essere stati trattati benissimo". Cosa c'entra Al Boccà?
Camillo
"Sul quotidiano più liberal d'America, il Boston Globe, 18 ex prigionieri afghani di Guantanamo raccontano di essere stati trattati benissimo". Cosa c'entra Al Boccà?
Camillo
Ma i coglioni proprio tutti a Roma Tre!?
Paolo Benvenuti, docente di Diritto internazionale all'Università di Roma Tre, sostiene che con la missione dei paracadutisti partiti dalla base di Ederle "l'Italia perde i diritti di neutralità" e "si espone quindi all'attacco dei Paesi belligeranti". "Uno Stato che permette il passaggio di truppe, mezzi e munizioni di uno dei belligeranti per andare sul luogo conflitto è contrario agli obblighi di neutralità. Chi lo fa si espone alla violenza bellica. In questo caso sono stati violati gli obblighi di neutralità".
Gli chiedo: quando l'Italia si è dichiarata paese neutrale? Io non me ne sono accorto. A me pare che ci sia una bella differenza tra Paese neutrale e Paese non belligerante. L'Italia è paese che non combatte, ma alleato degli Usa, dunque non neutrale. Inoltre, già il fatto stesso di appartenere ad un'alleanza militare come la Nato è incompatibile con lo status di Paese neutrale. Mi vengono in mente vecchi detti su certe mamme sempre gravide... o forse si tratta di ringraziare chi ci ha trovato il posto...
Paolo Benvenuti, docente di Diritto internazionale all'Università di Roma Tre, sostiene che con la missione dei paracadutisti partiti dalla base di Ederle "l'Italia perde i diritti di neutralità" e "si espone quindi all'attacco dei Paesi belligeranti". "Uno Stato che permette il passaggio di truppe, mezzi e munizioni di uno dei belligeranti per andare sul luogo conflitto è contrario agli obblighi di neutralità. Chi lo fa si espone alla violenza bellica. In questo caso sono stati violati gli obblighi di neutralità".
Gli chiedo: quando l'Italia si è dichiarata paese neutrale? Io non me ne sono accorto. A me pare che ci sia una bella differenza tra Paese neutrale e Paese non belligerante. L'Italia è paese che non combatte, ma alleato degli Usa, dunque non neutrale. Inoltre, già il fatto stesso di appartenere ad un'alleanza militare come la Nato è incompatibile con lo status di Paese neutrale. Mi vengono in mente vecchi detti su certe mamme sempre gravide... o forse si tratta di ringraziare chi ci ha trovato il posto...
Né con Bush né con Saddam
'Il Riformista' punge
La sinistra non sia ipocrita, Epifani ha espresso bene l'attuale posizione di tutto l'Ulivo: «Guglielmo Epifani non ha fatto altro che trarre le logiche conseguenze dalla posizione che ha assunto la sinistra italiana dopo l'avvio del conflitto. Il né con Bush né con Saddam è la posizione politica che ha di fatto assunto l'opposizione, quando ha deciso di manifestare in piazza e nelle aule parlamentari per chiedere la sospensione delle ostilità. Chiedere la fine delle ostilità a guerra in corso equivale dunque ad accettare la vittoria di Saddam, la sorte del cui regime è oggi il prezzo della pace».
Caldarola spiega che "bisogna coniugare la battaglia per la pace con la battaglia per la libertà". Ma «quando non si può coniugare, quando la storia divorzia pace e libertà, che si fa? Si sta né con Bush né con Saddam? Grazie, no. Non in nostro nome. Dalla sinistra che non sta né con Bush né con Saddam noi ci dimettiamo». Leggi
il Riformista
'Il Riformista' punge
La sinistra non sia ipocrita, Epifani ha espresso bene l'attuale posizione di tutto l'Ulivo: «Guglielmo Epifani non ha fatto altro che trarre le logiche conseguenze dalla posizione che ha assunto la sinistra italiana dopo l'avvio del conflitto. Il né con Bush né con Saddam è la posizione politica che ha di fatto assunto l'opposizione, quando ha deciso di manifestare in piazza e nelle aule parlamentari per chiedere la sospensione delle ostilità. Chiedere la fine delle ostilità a guerra in corso equivale dunque ad accettare la vittoria di Saddam, la sorte del cui regime è oggi il prezzo della pace».
Caldarola spiega che "bisogna coniugare la battaglia per la pace con la battaglia per la libertà". Ma «quando non si può coniugare, quando la storia divorzia pace e libertà, che si fa? Si sta né con Bush né con Saddam? Grazie, no. Non in nostro nome. Dalla sinistra che non sta né con Bush né con Saddam noi ci dimettiamo». Leggi
il Riformista
L'Onu da rifondare
Piero Ostellino: «Il diritto internazionale e l'Onu non possono essere modellati sull'utopica presunzione di un mondo in cui tutti gli Stati sono uguali. Al contrario, diritto internazionale e Onu devono essere il crocevia fra Etica e Potere. Cioè la sede di regole alla cui formulazione e alla cui applicazione chi dispone di più potere finisce inevitabilmente con avere maggior peso di chi ne ha meno; ma che, al rispetto di tali regole, sa anche di doversi attenere».
«Ora, la minaccia del "pacifista" Chirac di ricorrere, in nome dell'universalismo dell'Onu, al diritto di veto se la Francia non sarà ammessa a partecipare al "dividendo economico della pace", dopo essersi opposta alla guerra, esemplifica fino ai limiti del paradosso l'anomalia francese. A conferma che gli interessi sono sempre sinceri, i sentimenti no». Leggi
Corriere della Sera
Piero Ostellino: «Il diritto internazionale e l'Onu non possono essere modellati sull'utopica presunzione di un mondo in cui tutti gli Stati sono uguali. Al contrario, diritto internazionale e Onu devono essere il crocevia fra Etica e Potere. Cioè la sede di regole alla cui formulazione e alla cui applicazione chi dispone di più potere finisce inevitabilmente con avere maggior peso di chi ne ha meno; ma che, al rispetto di tali regole, sa anche di doversi attenere».
«Ora, la minaccia del "pacifista" Chirac di ricorrere, in nome dell'universalismo dell'Onu, al diritto di veto se la Francia non sarà ammessa a partecipare al "dividendo economico della pace", dopo essersi opposta alla guerra, esemplifica fino ai limiti del paradosso l'anomalia francese. A conferma che gli interessi sono sempre sinceri, i sentimenti no». Leggi
Corriere della Sera
Wednesday, March 26, 2003
Le chance di Saddam
Esiti mai scontati. La smettano di ripeterci in tv che la vittoria è certa
Come pensano i comandi militari alleati di vincere la guerra? Si sta cercando di circondare Baghdad. Bene, e poi? Decine di migliaia di fedelissimi di Saddam sono dentro, pronti a tutto, anche alle armi chimiche, anche contro la popolazione. Entrare significherebbe pagare un altissimo prezzo in vite umane, Usa e Gb non se lo possono permettere, pare che non sia questa, infatti, la strategia. Militarmente parlando, è proibitivo vincere una guerra minimizzando al massimo perdite proprie e di civili, i generali sono costretti ad acrobazie cui non sono abituati. E' un vantaggio per il nemico, disposto a perdite umane infinite. Aspettare, assediare, bombardare per decimare le difese irachene e far crollare il regime. Sarebbe bello, ma è preoccupante sapere che non esiste un'opzione 'militare' per prendere Bahghdad e far cadere il regime. Questo è un altro vantaggio, almeno psicologico, per Saddam. Quindi, il tempo gioca a suo favore. Ecco dove sono le chance del dittatore iracheno, sono legate alla durata della resistenza agli assedi e non sono proprio così esigue: logorare le truppe Usa, le opinioni pubbliche occidentali, destabilizzare il mondo arabo. Questa la strategia di Saddam: "Loro mi aspettano fuori e mi bombardano per farmi crollare, incoraggiano le popolazioni a rovesciarmi e i miei fedelissimi a tradirmi, ma io aspetto dentro, perché non possono venirmi a prendere, ché gli costerebbe troppo. Più passa il tempo, più le loro truppe si scoraggiano, le loro opinioni pubbliche protestano, gli altri regimi arabi si destabilizzano". Speriamo non gli vada bene, ma puntare allo 0 a 0 è pur sempre una strategia, e a volte riesce. In questo caso le chance sono poche, ma ci sono. Vi prego quindi, non dite in tv che l'esito è scontato, mi fate rabbrividire.
= Angoscia.
Esiti mai scontati. La smettano di ripeterci in tv che la vittoria è certa
Come pensano i comandi militari alleati di vincere la guerra? Si sta cercando di circondare Baghdad. Bene, e poi? Decine di migliaia di fedelissimi di Saddam sono dentro, pronti a tutto, anche alle armi chimiche, anche contro la popolazione. Entrare significherebbe pagare un altissimo prezzo in vite umane, Usa e Gb non se lo possono permettere, pare che non sia questa, infatti, la strategia. Militarmente parlando, è proibitivo vincere una guerra minimizzando al massimo perdite proprie e di civili, i generali sono costretti ad acrobazie cui non sono abituati. E' un vantaggio per il nemico, disposto a perdite umane infinite. Aspettare, assediare, bombardare per decimare le difese irachene e far crollare il regime. Sarebbe bello, ma è preoccupante sapere che non esiste un'opzione 'militare' per prendere Bahghdad e far cadere il regime. Questo è un altro vantaggio, almeno psicologico, per Saddam. Quindi, il tempo gioca a suo favore. Ecco dove sono le chance del dittatore iracheno, sono legate alla durata della resistenza agli assedi e non sono proprio così esigue: logorare le truppe Usa, le opinioni pubbliche occidentali, destabilizzare il mondo arabo. Questa la strategia di Saddam: "Loro mi aspettano fuori e mi bombardano per farmi crollare, incoraggiano le popolazioni a rovesciarmi e i miei fedelissimi a tradirmi, ma io aspetto dentro, perché non possono venirmi a prendere, ché gli costerebbe troppo. Più passa il tempo, più le loro truppe si scoraggiano, le loro opinioni pubbliche protestano, gli altri regimi arabi si destabilizzano". Speriamo non gli vada bene, ma puntare allo 0 a 0 è pur sempre una strategia, e a volte riesce. In questo caso le chance sono poche, ma ci sono. Vi prego quindi, non dite in tv che l'esito è scontato, mi fate rabbrividire.
= Angoscia.
Saddam non mollerà
Quale può essere la fine di Saddam? E' evidente che non cederà, perché ha una sua strategia militare, che fa forza sul fatto che gli angloamericani faranno di tutto per non doverlo andare a prendere fisicamente, correndo così il rischio di esporsi a una carneficina. Le sue armi valgono ancora come forte deterrente nei confronti di Paesi non disposti a sopportare numerose perdite. Quindi, l'esilio sembra fuori discussione, piuttosto, se proprio qualcosa dovesse andar storto, potrebbe tentare una fuga all'ultimo minuto (magari in Siria, paese con cui già collabora nel produrre e nascondere armi chimiche e biologiche).
Quale può essere la fine di Saddam? E' evidente che non cederà, perché ha una sua strategia militare, che fa forza sul fatto che gli angloamericani faranno di tutto per non doverlo andare a prendere fisicamente, correndo così il rischio di esporsi a una carneficina. Le sue armi valgono ancora come forte deterrente nei confronti di Paesi non disposti a sopportare numerose perdite. Quindi, l'esilio sembra fuori discussione, piuttosto, se proprio qualcosa dovesse andar storto, potrebbe tentare una fuga all'ultimo minuto (magari in Siria, paese con cui già collabora nel produrre e nascondere armi chimiche e biologiche).
Antiamericani
La posizione di Epifani: "Né con Bush, né con Saddam". Pare che Rutelli non sia d'accordo.
Quella tentazione né-né, di Francesco Merlo: «Epifani rischia davvero di snaturare la Cgil immaginandola equidistante tra la civiltà occidentale e quella di Saddam, tra il nazismo islamico e la drammatica fatica di Tony Blair e dei laburisti inglesi, che sono uno degli elementi costitutivi dell’antropologia della classe operaia di tutto il mondo, e dunque anche dei sindacati italiani, certamente della Cgil. Epifani li tradisce se si fa Né-Né: né con il Labour né con Saddam. Il pacifismo non c’entra: così Epifani, magari involontariamente, si fa furiere e portatore d’acqua (politica) del terrorismo internazionale, del fondamentalismo islamico».
«davvero adesso ci aspettiamo che si scusi e che ci spieghi».
«Il danno maggiore Epifani lo fa ai nostri generosi e appassionati ragazzi che manifestano in tutta Italia, con il cuore candido e puro. Ebbene, da questo momento, i nostri figli rischiano di diventare nelle piazze d’Italia gli scudi umani del signor Né-Né».
Corriere della Sera
La posizione di Epifani: "Né con Bush, né con Saddam". Pare che Rutelli non sia d'accordo.
Quella tentazione né-né, di Francesco Merlo: «Epifani rischia davvero di snaturare la Cgil immaginandola equidistante tra la civiltà occidentale e quella di Saddam, tra il nazismo islamico e la drammatica fatica di Tony Blair e dei laburisti inglesi, che sono uno degli elementi costitutivi dell’antropologia della classe operaia di tutto il mondo, e dunque anche dei sindacati italiani, certamente della Cgil. Epifani li tradisce se si fa Né-Né: né con il Labour né con Saddam. Il pacifismo non c’entra: così Epifani, magari involontariamente, si fa furiere e portatore d’acqua (politica) del terrorismo internazionale, del fondamentalismo islamico».
«davvero adesso ci aspettiamo che si scusi e che ci spieghi».
«Il danno maggiore Epifani lo fa ai nostri generosi e appassionati ragazzi che manifestano in tutta Italia, con il cuore candido e puro. Ebbene, da questo momento, i nostri figli rischiano di diventare nelle piazze d’Italia gli scudi umani del signor Né-Né».
Corriere della Sera
Tuesday, March 25, 2003
La guerra che si vede
L'informazione in tempo di guerra. Altra prospettiva rispetto a quella di Romano. «Questa volta i giornalisti sono "incastrati". E' la vera novità della strategia mediatica del Pentagono e sta già dando i suoi frutti. Sono circa 600 i giornalisti 'embedded' nell'esercito della coalizione in Iraq. Il 20 per cento di questo battaglione è composto da giornalisti non americani. Hanno seguito un breve addestramento militare e ora sono legati indissolubilmente all'unità di combattimento che li incorpora».
Il Foglio
L'informazione in tempo di guerra. Altra prospettiva rispetto a quella di Romano. «Questa volta i giornalisti sono "incastrati". E' la vera novità della strategia mediatica del Pentagono e sta già dando i suoi frutti. Sono circa 600 i giornalisti 'embedded' nell'esercito della coalizione in Iraq. Il 20 per cento di questo battaglione è composto da giornalisti non americani. Hanno seguito un breve addestramento militare e ora sono legati indissolubilmente all'unità di combattimento che li incorpora».
Il Foglio
Nulla si sa
Nelle guerre di un tempo esistevano i «bollettini». Michele ci segnala un editoriale di Sergio Romano. L'informazione in tempo di guerra: i belligeranti duellano nell'arena mediatica. «Vince chi può sfruttare una buona notizia, perde chi appare contraddetto e smentito dalla realtà. Ma il giorno dopo si combatte un nuovo match in circostanze forse diverse. E nella guerra dell'informazione la vittoria di un giorno annulla, nella memoria dei telespettatori, la sconfitta del giorno prima».
Corriere della Sera
Nelle guerre di un tempo esistevano i «bollettini». Michele ci segnala un editoriale di Sergio Romano. L'informazione in tempo di guerra: i belligeranti duellano nell'arena mediatica. «Vince chi può sfruttare una buona notizia, perde chi appare contraddetto e smentito dalla realtà. Ma il giorno dopo si combatte un nuovo match in circostanze forse diverse. E nella guerra dell'informazione la vittoria di un giorno annulla, nella memoria dei telespettatori, la sconfitta del giorno prima».
Corriere della Sera
Monday, March 24, 2003
Pannella denuncia Fabiani, "scempio del diritto"
Il leader radicale Marco Pannella è fermamente intenzionato a denunciare il Rettore dell'Università Roma Tre, che il giorno 20 marzo aveva sospeso le lezioni e chiuso le aule per incoraggiare la partecipazione di studenti e docenti alle manifestazioni pacifiste contro la guerra in Iraq.
«Il Rettore merita un diploma di rettore dell'era fascista».
«Se fossi un pacifista sarei andato a dire al Rettore: "Sono pacifista, ma mi rifiuto di essere un manifestante per ordine del Rettore e dello Stato, sei un fascista, sei promosso per meriti di conformismo, infami la dignità della legge, del diritto, dell'università, e provvederò a denunciarti"».
Audiovideo real (ascolta con volume al massimo)
RadioRadicale.it
Il leader radicale Marco Pannella è fermamente intenzionato a denunciare il Rettore dell'Università Roma Tre, che il giorno 20 marzo aveva sospeso le lezioni e chiuso le aule per incoraggiare la partecipazione di studenti e docenti alle manifestazioni pacifiste contro la guerra in Iraq.
«Il Rettore merita un diploma di rettore dell'era fascista».
«Se fossi un pacifista sarei andato a dire al Rettore: "Sono pacifista, ma mi rifiuto di essere un manifestante per ordine del Rettore e dello Stato, sei un fascista, sei promosso per meriti di conformismo, infami la dignità della legge, del diritto, dell'università, e provvederò a denunciarti"».
Audiovideo real (ascolta con volume al massimo)
RadioRadicale.it
Le immagini, la verità. Sergio Romano
Attenzione all'informazione in tempo di guerra. Michele mi ha segnalato anche l'editoriale di Sergio Romano uscito oggi sul Corriere della Sera. Purtroppo non sono riuscito a recuperare il link, credo non lo abbiano messo on-line. L'informazione di guerra E', per necessità, manovrata da entrambe le parti. «Reticenze, imprecisioni, informazioni manovrate», le definisce Romano. «Una straordinaria quantità di immagini che danno a chi le vede la sensazione di conoscere tutto in presa diretta, insieme a una quantità di notizie non verificabili, diffuse con i più svariati mezzi dell'informazione globale».
Attenzione all'informazione in tempo di guerra. Michele mi ha segnalato anche l'editoriale di Sergio Romano uscito oggi sul Corriere della Sera. Purtroppo non sono riuscito a recuperare il link, credo non lo abbiano messo on-line. L'informazione di guerra E', per necessità, manovrata da entrambe le parti. «Reticenze, imprecisioni, informazioni manovrate», le definisce Romano. «Una straordinaria quantità di immagini che danno a chi le vede la sensazione di conoscere tutto in presa diretta, insieme a una quantità di notizie non verificabili, diffuse con i più svariati mezzi dell'informazione globale».
La nuova dottrina sulla Sicurezza Nazionale
Camillo ci segnala un'analisi del documento strategico di Bush, "ora che c'è la guerra"
Camillo - Il Foglio, 23 marzo
Camillo ci segnala un'analisi del documento strategico di Bush, "ora che c'è la guerra"
Camillo - Il Foglio, 23 marzo
Friday, March 21, 2003
Giornata di riflessione
Il dibattito interno all'amministrazione Usa sul dopo-Saddam e la strategia in Medio Oriente
Il ruolo ambiguo della Siria in questa crisi e in quelle precedenti
Il «wishful thinking» su 'la Repubblica'
Leggi tutto sul primo "foglio"
Cosa si muove in Iran
e in Kurdistan
Leggi tutto sul secondo "foglio"
su Il Foglio
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su Il Foglio
Pannella annuncia una denuncia contro Fabiani
Pannella intende denunciare il Rettore dell'Università di Roma Tre. Lo ha annunciato stamani intervenendo a Radio Radicale, perché ieri Fabiani «ha proclamato la serrata e impedito a chiunque l'esercizio attivo e passivo dell'attività didattica, per conformismo o per sporca necessità di carriera, e mi quereli il Rettore». Lo denuncia «a nome anche di tutti gli studenti che sarebbero andati alle manifestazioni, ancor più se significava scegliere tra l'atto obbligato e quello civile, e che invece si sono trovati di fronte a un ordine di Stato». Questa è l'Italia :-(((
Riascolta l'intervento di Pannella
Radio Radicale
Pannella intende denunciare il Rettore dell'Università di Roma Tre. Lo ha annunciato stamani intervenendo a Radio Radicale, perché ieri Fabiani «ha proclamato la serrata e impedito a chiunque l'esercizio attivo e passivo dell'attività didattica, per conformismo o per sporca necessità di carriera, e mi quereli il Rettore». Lo denuncia «a nome anche di tutti gli studenti che sarebbero andati alle manifestazioni, ancor più se significava scegliere tra l'atto obbligato e quello civile, e che invece si sono trovati di fronte a un ordine di Stato». Questa è l'Italia :-(((
Riascolta l'intervento di Pannella
Radio Radicale
L'Università di RomaTre si ferma contro la guerra
Il Rettore dell'Università di Roma Tre Guido Fabiani ha deciso nel giro di poche ore e senza alcun preavviso di sospendere per l'intera giornata le lezioni per permettere a tutti (professori, personale, studenti) di partecipare al giubilo pacifista.
Comunicato del Rettore di Roma tre
Care colleghi e colleghe,
per favorire la più ampia partecipazione democratica alle iniziative programmate nella giornata odierna dalle organizzazione degli studenti e delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, ho disposto di concerto con i presidi di facoltà, la sopensione di tutte le attività didattiche programmate per la giornata odierna.
Alcuni studenti
Caro rettore, caro preside, cari professori,
siamo rimasti alquanto dispiaciuti (ma non affatto sorpesi) nel constatare che a seguito dell'attacco anglo-americano la prima risposta che questa università ha deciso di dare è stata il blocco obbligatorio immediato delle attività didattiche.
Ad azione militare quindi è seguita un'azione altrettanto unilaterale.
Nell'ordine sono stati calpestati a nostro avviso:
- il diritto di tutti i non pacifisti a continuare a seguire la didattica
- il diritto dei pacifisti a far pesare la loro leggittima assenza dalle aule dove si sarebbero dovute tenere le decine di lezioni previste;
- il diritto degli studenti lavoratori e fuori sede ad essere informati preventivamente
Facciamo appello, per la per la prossima volta, ad esprimere le vostre opinioni in un modo differente e fuori dalle istituzioni che rappresentate.
Vi auguriamo un buon passaggio sui tg3 regionali....
Il Rettore dell'Università di Roma Tre Guido Fabiani ha deciso nel giro di poche ore e senza alcun preavviso di sospendere per l'intera giornata le lezioni per permettere a tutti (professori, personale, studenti) di partecipare al giubilo pacifista.
Comunicato del Rettore di Roma tre
Care colleghi e colleghe,
per favorire la più ampia partecipazione democratica alle iniziative programmate nella giornata odierna dalle organizzazione degli studenti e delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, ho disposto di concerto con i presidi di facoltà, la sopensione di tutte le attività didattiche programmate per la giornata odierna.
Alcuni studenti
Caro rettore, caro preside, cari professori,
siamo rimasti alquanto dispiaciuti (ma non affatto sorpesi) nel constatare che a seguito dell'attacco anglo-americano la prima risposta che questa università ha deciso di dare è stata il blocco obbligatorio immediato delle attività didattiche.
Ad azione militare quindi è seguita un'azione altrettanto unilaterale.
Nell'ordine sono stati calpestati a nostro avviso:
- il diritto di tutti i non pacifisti a continuare a seguire la didattica
- il diritto dei pacifisti a far pesare la loro leggittima assenza dalle aule dove si sarebbero dovute tenere le decine di lezioni previste;
- il diritto degli studenti lavoratori e fuori sede ad essere informati preventivamente
Facciamo appello, per la per la prossima volta, ad esprimere le vostre opinioni in un modo differente e fuori dalle istituzioni che rappresentate.
Vi auguriamo un buon passaggio sui tg3 regionali....
Wednesday, March 19, 2003
Ma Berlusconi non è Blair
Berlusconi: Italia paese "non belligerante". Secondo quanto deciso dal Consiglio supremo di difesa presieduto stamani da Ciampi, concedereremo agli Usa il diritto di sorvolo e le basi, ma non per attacchi diretti. Berlusconi ha spiegato alla Camera che nel quadro di tutte le risoluzioni Onu sul disarmo iracheno (dalla 678 alla 1441) l'attacco anglo-americano è legittimo (Vai alla notizia). Presidente, ma allora, perché non partecipiamo attivamente?
Resta il fatto che, ahimé, la posizione della sinistra italiana, è la stessa di Haider, poiché anche Francia e Germania hanno concesso il sorvolo e l'uso delle basi.
RadioRadicale.it
Berlusconi: Italia paese "non belligerante". Secondo quanto deciso dal Consiglio supremo di difesa presieduto stamani da Ciampi, concedereremo agli Usa il diritto di sorvolo e le basi, ma non per attacchi diretti. Berlusconi ha spiegato alla Camera che nel quadro di tutte le risoluzioni Onu sul disarmo iracheno (dalla 678 alla 1441) l'attacco anglo-americano è legittimo (Vai alla notizia). Presidente, ma allora, perché non partecipiamo attivamente?
Resta il fatto che, ahimé, la posizione della sinistra italiana, è la stessa di Haider, poiché anche Francia e Germania hanno concesso il sorvolo e l'uso delle basi.
RadioRadicale.it
Altro che Ballarò, «Balla-Rai»
La prego, signora presidente della Rai, per la stima che nutro nei suoi confronti, intervenga. Lei è una professionista dell'informazione, visioni la registrazione della puntata di ieri sera, 18 marzo, di Ballarò, valuti i due servizi filmati proposti (e rivendicati) dal conduttore Floris. Non mancherà di notare che si è trattato letteralmente di propaganda in perfetto stile goebbelsiano, non solo e non tanto per le opinioni che vi erano espresse, ma per la fattura tecnica dei servizi.
Il problema non è tanto cacciare Floris, come fu cacciato Santoro, ma, e da giornalista credo che nessun presidente Rai possa farlo meglio di lei, imporre al centro dell'informazione Rai una professionalità giornalistica smarrita da anni. E vale per tutti, dai Tg, fino a Vespa. Non è una questione di uomini, ma, ben più preoccupante, di "antropologia"!
La prego, signora presidente della Rai, per la stima che nutro nei suoi confronti, intervenga. Lei è una professionista dell'informazione, visioni la registrazione della puntata di ieri sera, 18 marzo, di Ballarò, valuti i due servizi filmati proposti (e rivendicati) dal conduttore Floris. Non mancherà di notare che si è trattato letteralmente di propaganda in perfetto stile goebbelsiano, non solo e non tanto per le opinioni che vi erano espresse, ma per la fattura tecnica dei servizi.
Il problema non è tanto cacciare Floris, come fu cacciato Santoro, ma, e da giornalista credo che nessun presidente Rai possa farlo meglio di lei, imporre al centro dell'informazione Rai una professionalità giornalistica smarrita da anni. E vale per tutti, dai Tg, fino a Vespa. Non è una questione di uomini, ma, ben più preoccupante, di "antropologia"!
Blair is Democracy
La Camera dei Comuni ha votato con 412 voti favorevoli e 149 contrari la mozione del Governo Blair che autorizza "tutti i mezzi necessari" per il disarmo dell'Iraq (stamani il GrRai diceva "a fatica"). Un sondaggio compiuto oggi rivela che il 52% dei cittadini britannici avrebbe votato a favore di quella mozione. E pensare che i giornali italiani lo avevano dato per spacciato. Incassato l'appoggio di Clinton, Blair si dimostra un vero leader, uno statista responsabile di fronte al suo popolo, con un discorso onesto che alla Camera semplicemente ha convinto.
Blair non è Chamberlain
Editoriale su Il Foglio
Tutti i sondaggi sull'opinione Usa
La Camera dei Comuni ha votato con 412 voti favorevoli e 149 contrari la mozione del Governo Blair che autorizza "tutti i mezzi necessari" per il disarmo dell'Iraq (stamani il GrRai diceva "a fatica"). Un sondaggio compiuto oggi rivela che il 52% dei cittadini britannici avrebbe votato a favore di quella mozione. E pensare che i giornali italiani lo avevano dato per spacciato. Incassato l'appoggio di Clinton, Blair si dimostra un vero leader, uno statista responsabile di fronte al suo popolo, con un discorso onesto che alla Camera semplicemente ha convinto.
Blair non è Chamberlain
Editoriale su Il Foglio
Tutti i sondaggi sull'opinione Usa
L'impeccabile
«da noi, l’impegno del governo a fianco degli Usa e quello dell'opposizione a fianco della Francia non producono politica estera, ma sfociano in una sorta di "fuga nell'ideologia" sull'immoralità della guerra, finendo con l’essere entrambi ambiguamente subalterni agli interessi nazionali altrui». Piero Ostellino - Leggi
Su Corriere della Sera
La politica italiana e la guerra in Iraq anche in "L'opposizione uninominale", commento di Renzo Foa, ex direttore de l''Unità', su 'il giornale', in prima pagina. Ascoltalo da Massimo Bordin
«da noi, l’impegno del governo a fianco degli Usa e quello dell'opposizione a fianco della Francia non producono politica estera, ma sfociano in una sorta di "fuga nell'ideologia" sull'immoralità della guerra, finendo con l’essere entrambi ambiguamente subalterni agli interessi nazionali altrui». Piero Ostellino - Leggi
Su Corriere della Sera
La politica italiana e la guerra in Iraq anche in "L'opposizione uninominale", commento di Renzo Foa, ex direttore de l''Unità', su 'il giornale', in prima pagina. Ascoltalo da Massimo Bordin
Tuesday, March 18, 2003
Fidatevi di Tony
L'invito è di Bill Clinton, che si fida di Blair. La sua opinione sull'uso della forza per disarmare l'Iraq e sulla posizione di Francia e Germania. Vi ricordate l'Ulivo mondiale, quando D'Alema e Veltroni si incontravano in Toscana con Blair e Clinton? Sembra proprio morto e sepolto, almeno a giudicare dalle posizioni della sinistra italiana, contraria persino all'uso delle basi italiane, concessione fatta anche da Francia e Germania.
The Guardian
L'invito è di Bill Clinton, che si fida di Blair. La sua opinione sull'uso della forza per disarmare l'Iraq e sulla posizione di Francia e Germania. Vi ricordate l'Ulivo mondiale, quando D'Alema e Veltroni si incontravano in Toscana con Blair e Clinton? Sembra proprio morto e sepolto, almeno a giudicare dalle posizioni della sinistra italiana, contraria persino all'uso delle basi italiane, concessione fatta anche da Francia e Germania.
The Guardian
Bush lancia l'ultimatum: Saddam lasci entro 48 ore. Duro con il Consiglio di Sicurezza: non ha fatto fronte alle proprie responsabilità. Nel discorso, anche l'avvertimento ai generali iracheni, le promesse all'Iraq liberato, la nuova dottrina: l'impossibilità, nel 21° secolo, di tollerare i dittatori come fu fatto in passato.
Il testo integrale del discorso
Sunday, March 16, 2003
Lo speciale di Radio Radicale disponibile sul sito radioradicale.it. Sei ore di preziosi documenti audiovideo, di allora e di oggi.
Saturday, March 15, 2003
L'ho visto ieri sera al cinema. Certamente superiore a 'Le fate ignoranti', un film eccezionale, fuori dal comune, completo, anche «delicato», come dice Adriano, ma soprattutto, ed è ormai cosa rara, che ci arricchisce di un'umanità sincera. Un Massimo Girotti semplicemente, credetemi, da Oscar, un vecchio depresso e tormentato, con vuoti di memoria, la cui identità rappresenta un'enigma per Giovanna (la Mezzogiorno, molto brava) e il marito, che vi si imbattono e se ne prendono cura. Ma il casuale incontro rappresenterà una svolta nella vita della giovane Giovanna, madre di due figli, impiegata come contabile in una polleria industriale, sposata da nove anni con Filippo, che ha un lavoro saltuario. Privi di tranquillità economica, vivono in un modesto condominio di un quartiere popolare di Roma, un matrimonio stanco, intrappolato nelle difficoltà quotidiane. Giovanna si è indurita, spia dalla finestra (di fronte) il giovane e avvenente dirimpettaio, il bancario Lorenzo (Bova).
Tutto si svolge attorno ai tre rapporti che Giovanna vive: con il marito, con il vecchio Simone, con Lorenzo. La memoria, i sentimenti, il destino, la speranza faranno il resto. Nulla di scontato però, davvero nulla.
Originali, emozionanti, impeccabili le scelte della regia, che ci coinvolgono delicatamente in tessuti di vita semplici, ma di grande spessore umano.
Un voto? Evviva, 9, per una volta (mezzo punto in più perché è un film italiano, il più bello degli ultimi anni... altro che Muccino).
Friday, March 14, 2003
No ragazzi, così non va bene, non si va lontano
Due tabloid britannici, 'Mirror' e 'Sun', prendono duramente di mira l'uno il premier Tony Blair, l'altro il presidente francese Jacques Chirac, per le loro posizioni sulla crisi irachena. I titoli: il Sun "Cercate la differenza", il Mirror "Primo mostro?"
Due tabloid britannici, 'Mirror' e 'Sun', prendono duramente di mira l'uno il premier Tony Blair, l'altro il presidente francese Jacques Chirac, per le loro posizioni sulla crisi irachena. I titoli: il Sun "Cercate la differenza", il Mirror "Primo mostro?"
Evitare la guerra
Forse questa guerra è davvero un errore e non si dovrebbe fare, ma per evitarla è necessario che la minaccia dell'uso della forza sia concreta. E' la sola voce che Saddam ha dimostrato, anche in queste ultime settimane, di saper ascoltare, ammesso che si abbia come obiettivo il suo disarmo.
Se è vero, e lo è, come riconosciuto da tutti i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, che i progressi degli ispettori sono stati determinati dallo schieramento di decine di migliaia di soldati ai confini iracheni e dalla minaccia di una guerra d'invasione, allora non voler legare direttamente l'uso della forza ad una mancata risposta da parte di Baghdad ad una qualsiasi lista di problemi irrisolti sul disarmo, o rimandare di porre una scadenza (tutti comprendono che questo eventuale intervento d'estate non si potrebbe fare), significa il venir meno della credibilità della minaccia, dunque, di nuovo, come già accaduto nel 1998, il venir meno della collaborazione di Saddam, e, di conseguenza, rendere più probabile una guerra 'unilaterale', il maggior insuccesso della comunità internazionale.
Prima si fosse posto/votato all'Onu un ultimatum legato a delle richieste il cui accoglimento fosse stato facilmente verificabile, invece dell'estenuante trafila delle minacce di veto, maggior tempo avrebbe avuto l'Iraq per soddisfarle, maggiori sarebbero state le probabilità di evitare il ricorso alla guerra. Ogni ora che passa queste possibilità decrescono.
D'altra parte, persino la Francia non si aspetta che il proprio veto eviti la guerra (si è già ponti al dopoguerra): la posizione francese all'Onu rischia così di precludere a Saddam le ultime possibilità di evitare di subire l'attacco.
«Parigi invia messaggi sbagliati all'Iraq. Permette a Saddam Hussein di credere che può continuare a non fare sforzi per disarmare sul serio», ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri giapponese Yoriko Kawaguchi.
«Le divisioni nel Palazzo di Vetro fanno il gioco di Saddam», opinione del ministro degli Esteri saudita principe Saud al Faisal bin Abdelaziz.
su Corriere della Sera
Forse questa guerra è davvero un errore e non si dovrebbe fare, ma per evitarla è necessario che la minaccia dell'uso della forza sia concreta. E' la sola voce che Saddam ha dimostrato, anche in queste ultime settimane, di saper ascoltare, ammesso che si abbia come obiettivo il suo disarmo.
Se è vero, e lo è, come riconosciuto da tutti i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, che i progressi degli ispettori sono stati determinati dallo schieramento di decine di migliaia di soldati ai confini iracheni e dalla minaccia di una guerra d'invasione, allora non voler legare direttamente l'uso della forza ad una mancata risposta da parte di Baghdad ad una qualsiasi lista di problemi irrisolti sul disarmo, o rimandare di porre una scadenza (tutti comprendono che questo eventuale intervento d'estate non si potrebbe fare), significa il venir meno della credibilità della minaccia, dunque, di nuovo, come già accaduto nel 1998, il venir meno della collaborazione di Saddam, e, di conseguenza, rendere più probabile una guerra 'unilaterale', il maggior insuccesso della comunità internazionale.
Prima si fosse posto/votato all'Onu un ultimatum legato a delle richieste il cui accoglimento fosse stato facilmente verificabile, invece dell'estenuante trafila delle minacce di veto, maggior tempo avrebbe avuto l'Iraq per soddisfarle, maggiori sarebbero state le probabilità di evitare il ricorso alla guerra. Ogni ora che passa queste possibilità decrescono.
D'altra parte, persino la Francia non si aspetta che il proprio veto eviti la guerra (si è già ponti al dopoguerra): la posizione francese all'Onu rischia così di precludere a Saddam le ultime possibilità di evitare di subire l'attacco.
su Corriere della Sera
Thursday, March 13, 2003
No, no e no!
In ordine, il 'no' della Francia, il rifiuto dell'Iraq. Baghdad ringrazia e trova la faccia di rifiutare le ragionevoli condizioni di Blair. Solo con la minaccia dell'uso della forza si erano ottenuti alcuni insufficienti segnali dal regime. Eppure, le 6 condizioni del premier britannico avrebbero potuto chiarire una volta per tutte ciò che per ammissione di tutti (ispettori e Francia compresi) non è ancora chiaro: la volontà di Saddam al disarmo e alla piena collaborazione. Condizioni certo legate, come le ispezioni, alla minaccia dell'uso della forza.
In ordine, il 'no' della Francia, il rifiuto dell'Iraq. Baghdad ringrazia e trova la faccia di rifiutare le ragionevoli condizioni di Blair. Solo con la minaccia dell'uso della forza si erano ottenuti alcuni insufficienti segnali dal regime. Eppure, le 6 condizioni del premier britannico avrebbero potuto chiarire una volta per tutte ciò che per ammissione di tutti (ispettori e Francia compresi) non è ancora chiaro: la volontà di Saddam al disarmo e alla piena collaborazione. Condizioni certo legate, come le ispezioni, alla minaccia dell'uso della forza.
Tv & Saddam
"Ammettere, in una dichiarazione televisiva, di possedere armi di distruzione di massa ed impegnarsi a distruggerle". Questa la prima condizione posta da Blair a Saddam per evitare di subire l'attacco. Michele mi faceva riflettere su quanto alla televisione sia attribuito ormai il ruolo di ente creatore/ratificatore della verità.
"Ammettere, in una dichiarazione televisiva, di possedere armi di distruzione di massa ed impegnarsi a distruggerle". Questa la prima condizione posta da Blair a Saddam per evitare di subire l'attacco. Michele mi faceva riflettere su quanto alla televisione sia attribuito ormai il ruolo di ente creatore/ratificatore della verità.
Responsabilità vs. vanità
Se anche all'Onu va in onda il circolo delle vanità, come può l'opinione pubblica essere portata a riflettere su quanto la guerra sia una cosa seria, drammatica, che va affrontata con responsabilità? Analisi della realtà e valutazione politica non concedono molti spazi all'emotività e ai buoni sentimenti, all'illusione di poter vivere un mondo pacifico basandoci solo sulle nostre scelte.
Decidere della guerra non è facile, non lo è ancor di più in questo particolare caso, di sicuro però non è come esprimere un'opinione da talk show, non bisogna cedere ad un moralismo a basso costo. Ieri l'ha spiegato persino Ralph Dahrendorf, un intellettuale di certo non di destra, non filobushano, con un editoriale su la Repubblica: sono il consenso e la ratifica della storia a legittimare un leader, ha sottolineato il filosofo parlando dei guai di Tony Blair.
Se invece fosse il consenso popolare, quello dei sondaggi, generico, al di fuori dei momenti di verifica elettorale, a provocare le decisioni politiche anche più difficili, la politica, la democrazia, le responsabilità di un governo, non avrebbero più ragion d'essere.
I candidati democratici alla presidenza Usa si schierano sulla guerra
Slate.msn.com
Pacifisti e disobbedienti rispondono a Sofri, che aveva chiesto: "Tiferete Iraq?"
Su Il Foglio
Se anche all'Onu va in onda il circolo delle vanità, come può l'opinione pubblica essere portata a riflettere su quanto la guerra sia una cosa seria, drammatica, che va affrontata con responsabilità? Analisi della realtà e valutazione politica non concedono molti spazi all'emotività e ai buoni sentimenti, all'illusione di poter vivere un mondo pacifico basandoci solo sulle nostre scelte.
Decidere della guerra non è facile, non lo è ancor di più in questo particolare caso, di sicuro però non è come esprimere un'opinione da talk show, non bisogna cedere ad un moralismo a basso costo. Ieri l'ha spiegato persino Ralph Dahrendorf, un intellettuale di certo non di destra, non filobushano, con un editoriale su la Repubblica: sono il consenso e la ratifica della storia a legittimare un leader, ha sottolineato il filosofo parlando dei guai di Tony Blair.
Se invece fosse il consenso popolare, quello dei sondaggi, generico, al di fuori dei momenti di verifica elettorale, a provocare le decisioni politiche anche più difficili, la politica, la democrazia, le responsabilità di un governo, non avrebbero più ragion d'essere.
I candidati democratici alla presidenza Usa si schierano sulla guerra
Slate.msn.com
Pacifisti e disobbedienti rispondono a Sofri, che aveva chiesto: "Tiferete Iraq?"
Su Il Foglio
Rai: Mieli spiega. Prego, aprire bene le orecchie
... e ci sono vari punti di principio, limpidi.
Ma allora dottor Mieli è vero che ha rinunciato alla presidenza della Rai per lo stipendio?
«Diciamo di sì, così sono tranquilli tutti. Sono orgoglioso di quello che guadagno, è tutto in busta paga ed è una retribuzione che mi sono conquistato con una vita di lavoro. Non me ne vergogno affatto. Anzi. Come accade nel mondo anglosassone e nel mondo dei non ipocriti, ciò che si guadagna in parte è ciò che si è. E sono grato al ministro Giulio Tremonti che, pur dicendosi costretto ad obbedire ad altre logiche, ha tenuto a dirmi che comprendeva alla perfezione il mio punto di vista. Ma chiudiamola qui…». Ma l'intervista prosegue, Leggi
e anche "Occasione perduta", di Ostellino
Su il Corriere della Sera
"Un Mieli senza rimpianti: «Vittima di istinti belluini»"
Su il Riformista
... e ci sono vari punti di principio, limpidi.
Ma allora dottor Mieli è vero che ha rinunciato alla presidenza della Rai per lo stipendio?
«Diciamo di sì, così sono tranquilli tutti. Sono orgoglioso di quello che guadagno, è tutto in busta paga ed è una retribuzione che mi sono conquistato con una vita di lavoro. Non me ne vergogno affatto. Anzi. Come accade nel mondo anglosassone e nel mondo dei non ipocriti, ciò che si guadagna in parte è ciò che si è. E sono grato al ministro Giulio Tremonti che, pur dicendosi costretto ad obbedire ad altre logiche, ha tenuto a dirmi che comprendeva alla perfezione il mio punto di vista. Ma chiudiamola qui…». Ma l'intervista prosegue, Leggi
e anche "Occasione perduta", di Ostellino
Su il Corriere della Sera
"Un Mieli senza rimpianti: «Vittima di istinti belluini»"
Su il Riformista
Wednesday, March 12, 2003
«Tanti se e tanti ma»/2
Stavolta sull'articolo 18. Le forze del centrosinistra diano un'indicazione di voto precisa sul referendum di Bertinotti. E la spieghino soprattutto, aggiungo io. Leggi
Su il Riformista
Stavolta sull'articolo 18. Le forze del centrosinistra diano un'indicazione di voto precisa sul referendum di Bertinotti. E la spieghino soprattutto, aggiungo io. Leggi
Su il Riformista
Almeno sono ragionevoli. No?
Blair ha voluto integrare la bozza di nuova risoluzione-ultimatum con sei condizioni poste a Saddam per evitare la guerra. Condizioni che non sono altro che sei dei punti sui quali comunque gli ispettori dovrebbero ricevere risposte al più presto dal regime iracheno. All'apparenza sembrano ragionevoli test, il cui adempimento da parte di Baghdad è oggettivamente verificabile, per provare la volontà di piena collaborazione. Il termine dell'ultimatum, slitterebbe a fine marzo. Il Consiglio di Sicurezza potrebbe arrivare ad un compromesso su queste basi, perché no? Vedremo. Leggi
Su Repubblica.it
Blair ha voluto integrare la bozza di nuova risoluzione-ultimatum con sei condizioni poste a Saddam per evitare la guerra. Condizioni che non sono altro che sei dei punti sui quali comunque gli ispettori dovrebbero ricevere risposte al più presto dal regime iracheno. All'apparenza sembrano ragionevoli test, il cui adempimento da parte di Baghdad è oggettivamente verificabile, per provare la volontà di piena collaborazione. Il termine dell'ultimatum, slitterebbe a fine marzo. Il Consiglio di Sicurezza potrebbe arrivare ad un compromesso su queste basi, perché no? Vedremo. Leggi
Su Repubblica.it
«Tanti se e tanti ma»/1
Le incertezze, umili e ragionevoli, di un noto costituzionalista, Giovanni Sartori, sull'opportunità di una guerra contro l'Iraq. Non sospettabile di essere un intellettuale di destra, tantomeno bushano e berlusconiano, invece un professorone ammirato, fin troppo, dalla sinistra nostrana che strilla sul conflitto d'interessi. Leggi
Sul Corriere della Sera
Le incertezze, umili e ragionevoli, di un noto costituzionalista, Giovanni Sartori, sull'opportunità di una guerra contro l'Iraq. Non sospettabile di essere un intellettuale di destra, tantomeno bushano e berlusconiano, invece un professorone ammirato, fin troppo, dalla sinistra nostrana che strilla sul conflitto d'interessi. Leggi
Sul Corriere della Sera
Tuesday, March 11, 2003
Ancora possibile la democrazia in Iraq?
Se gli europei non lasciassero soli gli americani...
Il seguito ideale di un precedente articolo, "Democrazia in Medio Oriente. L'arma di protezione di massa dell'Occidente", in cui Rocca spiega il cambiamento della politica estera Usa dopo l'11 settembre: sarebbe finita l'epoca in cui per togliere di mezzo dittature scomode ci si serviva di despoti, compiacenti, ma sempre dittatori. Ora, si punterebbe a garantire la sicurezza nazionale tramite l'esportazione della democrazia in Medio Oriente.
di Christian Rocca su Il Foglio
Se gli europei non lasciassero soli gli americani...
Il seguito ideale di un precedente articolo, "Democrazia in Medio Oriente. L'arma di protezione di massa dell'Occidente", in cui Rocca spiega il cambiamento della politica estera Usa dopo l'11 settembre: sarebbe finita l'epoca in cui per togliere di mezzo dittature scomode ci si serviva di despoti, compiacenti, ma sempre dittatori. Ora, si punterebbe a garantire la sicurezza nazionale tramite l'esportazione della democrazia in Medio Oriente.
di Christian Rocca su Il Foglio
Sogno o realtà?
L'ipotesi, per l'Iraq dopo-Saddam, del modello afghano, di esempio della nuova possibilità democratica in Medio Oriente, è sfumata. Anche a causa dell'insistenza di Francia, Russia e Germania, gli americani si vedranno forse costretti ad accontentarsi di cacciare Saddam, affidandosi ai sauditi per 'contenere' l'Iran. Poi, ci penseranno Lega araba e Onu. Certo, in questo quadro non si vede come possa trionfare la causa della democrazia in Medio Oriente, ma forse così la guerra potrà essere evitata in 'zona Cesarini'. Contenti? L''ipotesi' di Alexandre Adler.
su Il Foglio
L'ipotesi, per l'Iraq dopo-Saddam, del modello afghano, di esempio della nuova possibilità democratica in Medio Oriente, è sfumata. Anche a causa dell'insistenza di Francia, Russia e Germania, gli americani si vedranno forse costretti ad accontentarsi di cacciare Saddam, affidandosi ai sauditi per 'contenere' l'Iran. Poi, ci penseranno Lega araba e Onu. Certo, in questo quadro non si vede come possa trionfare la causa della democrazia in Medio Oriente, ma forse così la guerra potrà essere evitata in 'zona Cesarini'. Contenti? L''ipotesi' di Alexandre Adler.
su Il Foglio
Monday, March 10, 2003
Sull'orlo di una crisi di nervi
All'Onu è questa la piega che sembrano prendere le trattative per la nuova risoluzione-ultimatum sul disarmo iracheno proposta da Usa, Gran Bretagna e Spagna. Scontato il veto di Parigi, senza se e senza ma (annunciato nello 'show' televisivo di Chirac), si spera in un compromesso che eviti il veto russo, ottenga la maggioranza di nove voti a favore, eviti la spaccatura del Consiglio e isoli la Francia. Coraggio Saddam! ce l'hai quasi fatta.
L'Europa, e la Francia soprattutto, avrebbero potuto giocare un ruolo più costruttivo. Si sapeva bene che non era con una serie di 'no' senza alternative, controproposte, soluzioni serie, che si potevano convincere gli Stati Uniti a non attaccare. Proprio le posizioni intransigenti francesi, almeno quanto quelle americane, hanno impedito compromessi che potevano 'salvare' la credibilità dell'Onu, che rischia ora di arrivare al suo capolinea politico.
All'Onu è questa la piega che sembrano prendere le trattative per la nuova risoluzione-ultimatum sul disarmo iracheno proposta da Usa, Gran Bretagna e Spagna. Scontato il veto di Parigi, senza se e senza ma (annunciato nello 'show' televisivo di Chirac), si spera in un compromesso che eviti il veto russo, ottenga la maggioranza di nove voti a favore, eviti la spaccatura del Consiglio e isoli la Francia. Coraggio Saddam! ce l'hai quasi fatta.
L'Europa, e la Francia soprattutto, avrebbero potuto giocare un ruolo più costruttivo. Si sapeva bene che non era con una serie di 'no' senza alternative, controproposte, soluzioni serie, che si potevano convincere gli Stati Uniti a non attaccare. Proprio le posizioni intransigenti francesi, almeno quanto quelle americane, hanno impedito compromessi che potevano 'salvare' la credibilità dell'Onu, che rischia ora di arrivare al suo capolinea politico.
Saturday, March 08, 2003
Europa, gloriosa e pacifista impotenza
Lancia l'allarme Giuliano Amato, in un convegno organizzato dai Ds. Se l'Europa non cambia, ci dovremo rassegnare "ad una gloriosa e pacifista impotenza". Gli Usa vogliono esportare sinceramente la democrazia per sentirsi più sicuri, ma vogliono farlo 'manu militari'.
L'Europa pensa che non è così che si esporta la democrazia, ma con mezzi diversi: il fatto brutale, il dramma, è stata l'amara considerazione di Amato, è che "noi non abbiamo alcuna capacità di farlo quello che stiamo dicendo" e loro, gli americani, al contrario, sono in grado di fare quello che stanno dicendo.
A quel convegno partecipava anche D'Alema, intervento altrettanto interessante: invita la sinistra ad impugnare "la bandiera della globalizzazione", rovesciando l'immagine che essa sia una prerogativa della destra, "mentre le posizioni della sinistra sono di chi teme il mercato globale".
Audiovideo degli interventi di Amato e D'Alema su RadioRadicale.it
Lancia l'allarme Giuliano Amato, in un convegno organizzato dai Ds. Se l'Europa non cambia, ci dovremo rassegnare "ad una gloriosa e pacifista impotenza". Gli Usa vogliono esportare sinceramente la democrazia per sentirsi più sicuri, ma vogliono farlo 'manu militari'.
L'Europa pensa che non è così che si esporta la democrazia, ma con mezzi diversi: il fatto brutale, il dramma, è stata l'amara considerazione di Amato, è che "noi non abbiamo alcuna capacità di farlo quello che stiamo dicendo" e loro, gli americani, al contrario, sono in grado di fare quello che stanno dicendo.
A quel convegno partecipava anche D'Alema, intervento altrettanto interessante: invita la sinistra ad impugnare "la bandiera della globalizzazione", rovesciando l'immagine che essa sia una prerogativa della destra, "mentre le posizioni della sinistra sono di chi teme il mercato globale".
Audiovideo degli interventi di Amato e D'Alema su RadioRadicale.it
Catallassi
Dal nome sembrerebbe uno stato di semi-incoscienza, o una terribile malattia della pelle. Invece, è un'interessante trasmissione settimanale in onda ogni sabato su Radio Radicale condotta da Benedetto Della Vedova, parlamentare europeo della 'Lista Bonino', che intervista politici e tecnici sui temi dell'economia italiana ed europea.
Questo sabato, metà della trasmissione sui veri nodi della globalizzazione: riascoltala
Dal nome sembrerebbe uno stato di semi-incoscienza, o una terribile malattia della pelle. Invece, è un'interessante trasmissione settimanale in onda ogni sabato su Radio Radicale condotta da Benedetto Della Vedova, parlamentare europeo della 'Lista Bonino', che intervista politici e tecnici sui temi dell'economia italiana ed europea.
Questo sabato, metà della trasmissione sui veri nodi della globalizzazione: riascoltala
Arabi tra incudine e martello
Sempre interessante andare a curiosare sui quotidiani arabi. Ops, anche i paesi arabi si dividono nel dibattito sulla crisi irachena e su Saddam.
Emma Bonino, su RadioRadicale.it
Sempre interessante andare a curiosare sui quotidiani arabi. Ops, anche i paesi arabi si dividono nel dibattito sulla crisi irachena e su Saddam.
Emma Bonino, su RadioRadicale.it
Fermateliiiii!!!
Giorni fa la mia amica Paola che vive in Cina, a Shanghai, mi aveva spedito una di quelle mail a catena contro la guerra in Iraq, nella quale si enunciano tutti i luoghi comuni sugli interessi americani, sul petrolio, chi ci guadagna, le multinazionali eccetera eccetera. Ne avevo già parlato sul blog. Ebbene, vengo a scoprire grazie a Luciano che trattavasi di una colossale bufala con tanto di smentite e denunce.
Impressiona come talvolta queste cose, se non scoperte, provocano dei danni di conoscenza enormi e purtroppo credo che anche stavolta migliaia di persone siano cadute nella trappola di una triste operazione manipolatoria e di premeditata disinformazione.
Leggetevi in proposito l'indagine del "servizio antibufala".
Giorni fa la mia amica Paola che vive in Cina, a Shanghai, mi aveva spedito una di quelle mail a catena contro la guerra in Iraq, nella quale si enunciano tutti i luoghi comuni sugli interessi americani, sul petrolio, chi ci guadagna, le multinazionali eccetera eccetera. Ne avevo già parlato sul blog. Ebbene, vengo a scoprire grazie a Luciano che trattavasi di una colossale bufala con tanto di smentite e denunce.
Impressiona come talvolta queste cose, se non scoperte, provocano dei danni di conoscenza enormi e purtroppo credo che anche stavolta migliaia di persone siano cadute nella trappola di una triste operazione manipolatoria e di premeditata disinformazione.
Leggetevi in proposito l'indagine del "servizio antibufala".
Thursday, March 06, 2003
Scoop del Times: Piano segreto Onu per il dopo-Saddam
L'Onu prepara il dopoguerra iracheno, su Il Foglio
E lo fa insieme al Pentagono, mentre la Francia minaccia di far andare gli Usa senza il Consiglio di Sicurezza
Se Chirac si fosse cacciato in un vicolo cieco?
Via d'uscita a Parigi/1, su Il Foglio
E se invece la via dell'Onu fosse sbarrata, le 'colombe' Powell e Blair dalla padella alla brace
Multilateralismo in crisi-Powell e Blair «missing in action» all'Onu, su il Riformista
Un po' di Rai, a sinistra ci s'interroga
Ulivo fuori dalla tana, su il Riformista
L'Onu prepara il dopoguerra iracheno, su Il Foglio
E lo fa insieme al Pentagono, mentre la Francia minaccia di far andare gli Usa senza il Consiglio di Sicurezza
Se Chirac si fosse cacciato in un vicolo cieco?
Via d'uscita a Parigi/1, su Il Foglio
E se invece la via dell'Onu fosse sbarrata, le 'colombe' Powell e Blair dalla padella alla brace
Multilateralismo in crisi-Powell e Blair «missing in action» all'Onu, su il Riformista
Un po' di Rai, a sinistra ci s'interroga
Ulivo fuori dalla tana, su il Riformista
Digiuno per la pace
Trasformare un digiuno spirituale e religioso praticato da duemila anni in azione politica strumentalizzando la fede di milioni di persone SI PUO'. Ieri ce lo ha dimostrato Giovanni Paolo II. Mentre si digiunava e pregava per il mercoledì delle ceneri, come pensava qualche fedele, per la pace, come sapevano i più, l'inviato del Papa era alla Casa Bianca per fare la predica all'indisciplinato Bush. La pace, già, la pace. Suppongo che inviati speciali del Papa ieri erano anche in Vietnam, in Sierra Leone, in Nigeria, in Ruanda, in Sudan, in Corea del Nord, in Russia, in Cina, in Filippine, ad Haifa.
Trasformare un digiuno spirituale e religioso praticato da duemila anni in azione politica strumentalizzando la fede di milioni di persone SI PUO'. Ieri ce lo ha dimostrato Giovanni Paolo II. Mentre si digiunava e pregava per il mercoledì delle ceneri, come pensava qualche fedele, per la pace, come sapevano i più, l'inviato del Papa era alla Casa Bianca per fare la predica all'indisciplinato Bush. La pace, già, la pace. Suppongo che inviati speciali del Papa ieri erano anche in Vietnam, in Sierra Leone, in Nigeria, in Ruanda, in Sudan, in Corea del Nord, in Russia, in Cina, in Filippine, ad Haifa.
Ho visto ieri un film splendido!
Premessa. Non posso parlarne ampiamente, andate al cinema, ne vale la pena. Un giovane americano di nome Pyle giunge a Saigon nell'autunno del 1952, nel pieno della guerra tra i francesi e i viet minh comunisti guidati da Ho Chi Minh. Pyle è un idealista e fa amicizia con il disilluso corrispondente del Times di Londra, Fowler (Caine), ma finisce per innamorarsi della sua giovane e bellissima amante vietnamita, Phuong. Il contesto storico, che diviene via via protagonista intrecciandosi con le vite dei personaggi, è quello della deconolizzazione.
Superbi gli attori, approfondita la costruzione dei protagonisti, impeccabile lo sviluppo narrativo, sapiente e misurata la regia, affascinante la fotografia.
Il film indaga senza pregiudizi le ragioni dell'agire umano, i sentimenti. Le azioni rispondono a scelte morali diverse, ma di pari dignità, anche se questo approccio non ci impedisce di prendere posizione. Ciascuno è sottoposto sia al giudizio della propria coscienza, sia al giudizio della storia. Certo, in tutto questo, la felicità umana diviene problematica e rischia di perdersi.
Nota bene. Il film inizia dalla fine, e da spettatori ciò desta qualche preoccupazione, ma appassiona da subito. Nonostante tutto, Pyle rimarrà un idealista e Fowler un disilluso.
Wednesday, March 05, 2003
L'asse franco-tedesco colpisce ancora
I tentativi di Francia e Germania di sostituire la loro politica estera al solo tentativo di giungere ad una politica estera comune dell'Ue continuano. Nella dichiarazione congiunta di oggi, assieme alla Russia, che si è ricompattata dopo le incertezze di qualche giorno fa, non solo si ribadisce una posizione sulla crisi semplicemente 'altra' da quella sottoscritta al vertice Ue, ma si avanzano proposte bi(-tri)laterali sul processo di pace in Medio Oriente. Il tentativo è quello di affiancare, sulla scena internazionale, una politica estera franco-tedesca a quella angloamericana, scavalcando, anzi abbandonando, la ricerca di una voce e di un'influenza dell'Europa tutta. In prospettiva, se l'Ue riuscirà mai a dotarsi degli strumenti per una politica estera comune, troverà già pronta e con il suo peso internazionale precostituito una linea franco-tedesca su cui appiattirsi. Si tratta di una corsa: acquisire un posto prima che si sia costretti a farlo nel consesso dell'Ue.
Non mi riferisco al merito della scelta di contrastare l'uso della forza contro l'Iraq, obiettivo che può essere di per sé condivisibile, ma ai motivi che sono alla base di quella scelta.
I tentativi di Francia e Germania di sostituire la loro politica estera al solo tentativo di giungere ad una politica estera comune dell'Ue continuano. Nella dichiarazione congiunta di oggi, assieme alla Russia, che si è ricompattata dopo le incertezze di qualche giorno fa, non solo si ribadisce una posizione sulla crisi semplicemente 'altra' da quella sottoscritta al vertice Ue, ma si avanzano proposte bi(-tri)laterali sul processo di pace in Medio Oriente. Il tentativo è quello di affiancare, sulla scena internazionale, una politica estera franco-tedesca a quella angloamericana, scavalcando, anzi abbandonando, la ricerca di una voce e di un'influenza dell'Europa tutta. In prospettiva, se l'Ue riuscirà mai a dotarsi degli strumenti per una politica estera comune, troverà già pronta e con il suo peso internazionale precostituito una linea franco-tedesca su cui appiattirsi. Si tratta di una corsa: acquisire un posto prima che si sia costretti a farlo nel consesso dell'Ue.
Non mi riferisco al merito della scelta di contrastare l'uso della forza contro l'Iraq, obiettivo che può essere di per sé condivisibile, ma ai motivi che sono alla base di quella scelta.
San Remo/2
In compenso mi sono visto su La7, in onda dal salotto di casa sua a piazza Navona, lo specialissimo dopo-Festival di Vittorio Sgarbi, che Baudo ha pensato bene di rimpiazzare con quel sempre-caciotto di Magalli. Un po' lento, ma tutto sommato gradevole. Insieme alle tante cazzate e battute sgarbiane c'erano anche qualche idea carina e alcuni discorsi interessanti. Ciliegine sulla torta, come ci si poteva aspettare, i partecipanti.
In compenso mi sono visto su La7, in onda dal salotto di casa sua a piazza Navona, lo specialissimo dopo-Festival di Vittorio Sgarbi, che Baudo ha pensato bene di rimpiazzare con quel sempre-caciotto di Magalli. Un po' lento, ma tutto sommato gradevole. Insieme alle tante cazzate e battute sgarbiane c'erano anche qualche idea carina e alcuni discorsi interessanti. Ciliegine sulla torta, come ci si poteva aspettare, i partecipanti.
San Remo/1
"Io sono l'uomo che non volevi
sono più di tutto quello che temevi"
Ieri sera, facendo zapping per beccare Peter Gabriel al festival di San Remo, mi sono imbattuto in Enrico Ruggeri, che già sapevo portare una canzone contro la pena di morte dal titolo 'Nessuno tocchi Caino', che è anche l'espressione che dà il nome ad un'associazione dei Radicali impegnata per l'abolizione della pena capitale. Intervista a Enrico Ruggeri (+ testo della canzone).
Comunque la canzone faceva veramente schifo, Ruggeri ha cantato malissimo, senza voce e senz'anima. La musica stonava assolutamente con il testo, il quale già non era granché di originale. Impareggiabile la rima
"io potrò tornarmene dai miei
perchè anch'io ho moglie e figli miei"
Senza vergogna.
"Io sono l'uomo che non volevi
sono più di tutto quello che temevi"
Ieri sera, facendo zapping per beccare Peter Gabriel al festival di San Remo, mi sono imbattuto in Enrico Ruggeri, che già sapevo portare una canzone contro la pena di morte dal titolo 'Nessuno tocchi Caino', che è anche l'espressione che dà il nome ad un'associazione dei Radicali impegnata per l'abolizione della pena capitale. Intervista a Enrico Ruggeri (+ testo della canzone).
Comunque la canzone faceva veramente schifo, Ruggeri ha cantato malissimo, senza voce e senz'anima. La musica stonava assolutamente con il testo, il quale già non era granché di originale. Impareggiabile la rima
"io potrò tornarmene dai miei
perchè anch'io ho moglie e figli miei"
Senza vergogna.
Tuesday, March 04, 2003
Oggi ho ricevuto un brutto colpo. Paola, una mia cara amica che vive in Cina, a Shanghai, mi ha spedito una di quelle mail a catena contro la guerra in Iraq, nella quale si enunciano tutti i luoghi comuni sugli interessi americani, sul petrolio, chi ci guadagna, le multinazionali eccetera eccetera, ci siamo capiti.
E proprio da Paola, brillante laureata in Scienze politiche, che cede così alla propaganda banalizzante (e controproducente anche alla causa del pacifismo) di Gino Strada. La stima e l'affetto nei suoi confronti, manco a dirlo, non sono in discussione, però che botta, mi ha quasi messo di cattivo umore.
Ho dovuto rispondere a Paola con una letteraccia, che mi perdonerà, ma solo perché ci tengo. Non so se bisogna essere favorevoli o contrari alla guerra. Però so che di fronte a un pericolo così grave la cosa da non fare è cedere alle facili propagande, da qualunque parte esse provengano.
Mi preoccupa il 'sentimento', il clima che tutto ciò rischia di produrre, se anche una persona dallo spiccato senso critico come Paola è caduta nella rete del pacifismo ideologico.
Eppure, il dibattito intorno alla crisi irachena è pieno di informazioni approfondite, riflessioni autorevoli e ragionevoli. A questo punto, sta a noi coglierle, anche se certo è più facile aderire a slogan moralmente rassicuranti che usare la ragionevolezza per capire cosa sta accadendo: prendere posizione sì, ma dopo essersi sforzati di capire, usando fonti prive di pregiudizi (consultabili sulla maggior parte dei quotidiani, per esempio, italiani, esteri, persino arabi).
Paola, sono sicuro che non te la prendi e che accetterai le mie osservazioni.
E proprio da Paola, brillante laureata in Scienze politiche, che cede così alla propaganda banalizzante (e controproducente anche alla causa del pacifismo) di Gino Strada. La stima e l'affetto nei suoi confronti, manco a dirlo, non sono in discussione, però che botta, mi ha quasi messo di cattivo umore.
Ho dovuto rispondere a Paola con una letteraccia, che mi perdonerà, ma solo perché ci tengo. Non so se bisogna essere favorevoli o contrari alla guerra. Però so che di fronte a un pericolo così grave la cosa da non fare è cedere alle facili propagande, da qualunque parte esse provengano.
Mi preoccupa il 'sentimento', il clima che tutto ciò rischia di produrre, se anche una persona dallo spiccato senso critico come Paola è caduta nella rete del pacifismo ideologico.
Eppure, il dibattito intorno alla crisi irachena è pieno di informazioni approfondite, riflessioni autorevoli e ragionevoli. A questo punto, sta a noi coglierle, anche se certo è più facile aderire a slogan moralmente rassicuranti che usare la ragionevolezza per capire cosa sta accadendo: prendere posizione sì, ma dopo essersi sforzati di capire, usando fonti prive di pregiudizi (consultabili sulla maggior parte dei quotidiani, per esempio, italiani, esteri, persino arabi).
Paola, sono sicuro che non te la prendi e che accetterai le mie osservazioni.
Londra. Il Times intervista un ex fedelissimo di Saddam, una guardia repubblicana irachena fuggita 13 giorni fa in Kurdistan. Leggi
Ma forse sono io il folle
Nonostante ci si dimostri ogni volta sdegnati per gli episodi di violenza ad opera di terroristi, mi fa impressione il fatto che in Italia, in realtà, esiste una sorta di inclinazione a 'chiudere un occhio'. I politici nostrani, scivolata via l'iniziale onda emotiva, presente soprattutto nell'opinione pubblica, non tardano a mostrarsi indulgenti con i terroristi appartenenti alla rispettiva ideologia più affine. Ed ecco che quelli di quà, gli altri di là, ci spiegano come sia giusto e opportuno "voltare pagina", liberando i detenuti per reati di terrorismo e banda armata che non siano già stati scarcerati dalla solerzia dei magistrati che, ma solo in questi casi, chiudono un occhio sul ravvedimento di chi sta per uscire. E ci ritroveremo presto in Tv per ricordare le 'passioni' di 'quegli anni'.
Personalmente ritengo, e lo avverto come sensazione, la lotta armata per imporre un'ideologia politica in uno Stato democratico particolarmente odiosa. Come cittadino preferirei mille volte vedere usata la stessa indulgenza per i poveri cristi che stanno in galera privi di protettorati politici: spaccio di droghe, furti d'auto, truffe, delitti passionale o colposi, anche il delitto di Cogne. Se proprio indulgenza ci deve essere, la mia va a questo tipo di reati. E' solo che li trovo umanamente più comprensibili.
Uccidere per un'idea politica è ahimé visto come meno deprecabile che uccidere per denaro, o per amore/odio. Molti sono portati a riconoscere ai responsabili di quei delitti una sorta di status morale diverso, in qualche modo più alto, comunque 'meno basso'.
Nonostante ci si dimostri ogni volta sdegnati per gli episodi di violenza ad opera di terroristi, mi fa impressione il fatto che in Italia, in realtà, esiste una sorta di inclinazione a 'chiudere un occhio'. I politici nostrani, scivolata via l'iniziale onda emotiva, presente soprattutto nell'opinione pubblica, non tardano a mostrarsi indulgenti con i terroristi appartenenti alla rispettiva ideologia più affine. Ed ecco che quelli di quà, gli altri di là, ci spiegano come sia giusto e opportuno "voltare pagina", liberando i detenuti per reati di terrorismo e banda armata che non siano già stati scarcerati dalla solerzia dei magistrati che, ma solo in questi casi, chiudono un occhio sul ravvedimento di chi sta per uscire. E ci ritroveremo presto in Tv per ricordare le 'passioni' di 'quegli anni'.
Personalmente ritengo, e lo avverto come sensazione, la lotta armata per imporre un'ideologia politica in uno Stato democratico particolarmente odiosa. Come cittadino preferirei mille volte vedere usata la stessa indulgenza per i poveri cristi che stanno in galera privi di protettorati politici: spaccio di droghe, furti d'auto, truffe, delitti passionale o colposi, anche il delitto di Cogne. Se proprio indulgenza ci deve essere, la mia va a questo tipo di reati. E' solo che li trovo umanamente più comprensibili.
Uccidere per un'idea politica è ahimé visto come meno deprecabile che uccidere per denaro, o per amore/odio. Molti sono portati a riconoscere ai responsabili di quei delitti una sorta di status morale diverso, in qualche modo più alto, comunque 'meno basso'.
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