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Wednesday, November 17, 2004

Quale, e di chi, la politica estera

Mentre Powell, e Ashcroft alla Giustizia, si sono dimostrati personaggi portatori di una visione politica dai contorni ben definiti, con la quale hanno saputo influenzare le politiche dell'amministrazione, e sono stati in grado di condurre i loro dipartimenti con una considerevole dose di caratterizzazione personale, la Rice, e Gonzales, pur essendo due pesi massimi ciascuno nella sua materia, rappresentano due scelte di «rigida lealtà» nei confronti del presidente. Fedeli e competenti servitori che offriranno a Bush politiche in linea con la sua visione.

Con l'uscita e la sostituzione di Powell, cade, anche tra gli opinionisti liberal, il mito di una politica estera dirottata dalla setta neocon, o egemonizzata dal "falco" Rumsfeld (che tra l'altro potrebbe lasciare a sua volta, tra pochi mesi, sostituito - sono solo voci - dal democratico Lieberman). Ora il neocon è Bush, come ha dimostrato egli stesso nei suoi più recenti discorsi sull'esportazione della democrazia in Medio Oriente come strategia fondamentale della guerra al terrorismo. Non è né ingannato, né manipolato, ma «genuinamente convinto» della sua visione. Sul giornale liberal New Republic, Lawrence F. Kaplan se ne è reso conto:
«Quando si viene alle questioni di politica estera Bush non ha più bisogno di consiglieri che gli suggeriscano cosa pensare. Ma di tradurre il suo pensiero in politiche. (...) Con Condoleezza Rice al timone - e con tutta probabilità con sottosegretario di Stato John Bolton come suo vice - il Dipartimento di Stato sarà ora guidato da un team noto per la sua ferma lealtà al presidente. Essi, più di ogni altro funzionario dell'amministrazione, rappresentano le autentiche espressioni della politica estera di Bush - più realisti rispetto ai neoconservatori, ma molto più aggressivi rispetto ai "realisti"». Leggi tutto

Con forza, grazia e cortesia

«Tutto tranne che una neoconservatrice», a giudicare da suoi mentori di politica estera (Korbel, Scowcroft, e lo stesso Powell), scrive oggi giustamente Il Foglio per descrivere sommariamente gli istinti di Condi:
«Questo non vuol dire che il nuovo segretario di Stato sia contraria alla politica di promozione della democrazia in medio oriente. Tutt'altro. E', anzi, una convinta sostenitrice dell'azione del presidente, e per questo è stata scelta. Rice non ha rinnegato il suo pensiero, ha semplicemente compreso che dopo l'11 settembre la strategia più realista è proprio quella che viene definita "ideologica". L'idea realista di sostenere Stati di polizia e del terrore per tenere a bada l'islamismo e l'arabismo radicale, è fallita. Perseverare è un errore che una pragmatica vera come Condi Rice non farà». Leggi tutto
E' Andrew Sullivan a sottolineare l'aspetto "interno" di questa nomina. Dopo l'ispanico Alberto Gonzales al posto del fervente evangelico Ashcroft al ministero della Giustizia, la Rice sarà la prima donna nera al Dip. di Stato, e tutto indica che, a breve, sarà il giudice nero Clarence Thomas a guidare la Corte suprema. Le due maggiori minoranze presenti negli Stati Uniti rappresentate al top dell'ammnistrazione federale. Le parole del presidente Bush:
«Above all, Dr. Rice has a deep, abiding belief in the value and power of liberty, because she has seen freedom denied and freedom reborn.
As a girl in the segregated South, Dr. Rice saw the promise of America violated by racial discrimination and by the violence that comes from hate. But she was taught by her mother, Angelina, and her father, the Reverend John Rice, that human dignity is the gift of God, and that the ideals of America would overcome oppression. That early wisdom has guided her through life, and that truth has guided our nation to a better day».

«Il folklore sulle elezioni 2004»

Da Time Magazine:
  • Quest'anno la percentuale dei churchgoers (a messa 1 volta la settimana) è stata esattamente la stessa del 2000;
  • Bush ha preso il 58 per cento dei loro voti. Il resto, non proprio un'inezia, è andato a Kerry;
  • Nel 2000 Bush prese solo un punto in meno;
  • La più grande crescita di Bush è nella categoria di chi va in chiesa meno spesso;
  • Bush ha guadagnato 4 punti tra chi non va mai in chiesa;
  • La percentuale di chi ha citato "valori morali" come motivazione di voto (il 22%) sta sotto sia terrorismo e guerra (34%), sia sotto economia e tasse (24%). Time non lo scrive ma i valori nel 2000 furono scelti dal 50 per cento degli elettori, stessa percentuale nel 1996 (vincitore Clinton);
  • Un nuovo sondaggio di un think tank di sinistra svela che per il 42% degli elettori il "valore morale" più importante è "la guerra in Iraq". Aborto solo 13 per cento e matrimonio gay meno del 10 per cento;
  • Non è vero che il paese s'è spostato a destra: Il 69% degli elettori è a favore della ricerca sugli embrioni, mentre solo il 9 per cento è contrario in ogni caso all'aborto e il 60 per cento è favorevole a un riconoscimento delle unioni civili tra gay (mentre il 58 per cento è contrario al matrimonio);
  • I 2/3 degli elettori di Bush non sono evangelici, 1/5 degli elettori gay ha votato per Bush, il presidente uscente ha registrato forti guadagni di voti a New York City;

  • Ripreso da Camillo

    Monday, November 15, 2004

    Media. Dura lectio sed lectio

    Chicco Mentana, ospite stasera di 8 e mezzo, chiarisce senza mezzi termini («ci vorrebbe più trasparenza a Mediaset»), ma senza scandalizzarsi («rientra nei normali rapporti con l'editore la possibilità che un direttore venga cambiato») che la sua sostituzione con Rossella alla direzione del TG5 è «una scelta che rientra nella logica di fare un Tg più filogovernativo o anche più attento alle ragioni della politica». Non ci sta a fare «la vittima» o «il trombone» e resta convinto che nel mondo dell'informazione in Italia ci sia libertà. Ed è convinto soprattutto - questa è la lectio che intendo sottolineare - che la tv non sia così determinante nell'orientare i flussi elettorali: «La televisione asseconda i fenomeni, non li crea».

    Arafat ha compromesso la pace per gli anni a venire

    Niente di buono, neanche dalla sua morte.

    Sul Washington Post, l'editorialista neocons Charles Krauthammer offre una descrizione impeccabile della figura di Yasser Arafat. Spiega come mai nei giorni della sua morte viene rimpianto come un grande leader e i palestinesi si disperano, mentre allo stesso tempo, con la sua scomparsa viene annunciata una grande opportunità per la pace. Per i suoi difensori, Arafat ha peccato in «debolezza», «ambiguità», «indecisione». Invece, per Krauthammer è esattamente il contrario:
    «Era assolutamente risoluto e dotato di mentalità univoca. Non era complesso, riguardo il destino di Israele, mai combattuto. In realtà la ragione del suo successo (...) fu precisamente la sua univocità di vedute. Non riguardo lo Stato palestinese - se quello era il suo obiettivo, avrebbe potuto ottenere il suo Stato anni fa - ma riguardo l'eliminazione dello Stato ebraico. (...) E' vero, firmò gli accordi di Oslo per mettere piede in Palestina. Ma lo fece sempre con l'obiettivo di continuare la lotta da una posizione strategica migliore. (...) Il suo progetto in definitiva, fino al giorno della sua morte, fu uno Stato palestinese costruito sulle rovine di uno sradicato Israele».
    Sta qui la sua fortuna tra i palestinesi: mosse e contromosse tattiche mantenendosi fedele ad un obiettivo fermo: «Rivoluzione fino alla vittoria». Totale. Senza compromessi. E dopo la sua morte, la "rivoluzione" continua:
    «Arafat ha fatto in modo che essa gli sopravvivesse. Ha creato un nazionalismo palestinese e gli ha dato una forma rivoluzionaria che ci vorranno anni, forse decadi, per disfare».
    Il suo è un «retaggio» che comprende due parti: mezzi e fini. I mezzi: la violenza.
    «Sviluppando ogni strumento di propaganda - televisione, radio, giornali, ma soprattutto scuole e campi estivi per ragazzi - la sua Autorità palestinese ha nutrito la sua gente di un tale virulento antisemitismo e diniego del legame tra gli ebrei e la terra che nessun successore potrà neppure pensare di rompere il precedente del negazionismo arafattiano. Il retaggio di Arafat - la romanticizzazione della violenza, la negazione di Israele, l'indottrinamento di una nuova generazione all'intolleranza e all'odio - richiederà un lungo tempo per essere superato. Richiederà anni, forse anche generazioni. Richiederà nuovi leader palestinesi coraggiosi che siano in notevole antitesi con Arafat».

    Friday, November 12, 2004

    Il politically correct ci impedisce di riconoscere il nemico?

    Riflessioni aperte sull'articolo di oggi di Michael Ledeen sul Foglio: l'assassinio del regista Van Gogh in Olanda segna la crisi del sogno multiculturalista e relativista europeo, scrive il neoconservatore.
    La prima riflessione viene da Marco Pannella, stamani:
    «Se multiculturalismo significa creare situazioni concordatarie con organismi detti rappresentativi di ambienti religiosi o altro, sono contrario. Il pluralismo è un valore che non ritengo tale, sono sulle posizioni di Martin Luther King: gli individui vanno tutelati nei loro diritti e quanto più sono negati, tanto più è un problema generale di tutti gli individui».

    Il tramonto del berlusconismo. Il Cav. serra i ranghi, ma gli servirà?

    Persa la battaglia sul taglio delle tasse, «senza mai davvero combatterla», Berlusconi serra i ranghi, con alle porte due campagne elettorali consecutive e decisive che vedranno l'operato del suo governo facilmente attaccabile proprio su un tema cruciale per gli elettori. Serra i ranghi innanzitutto con la virata al TG5: via il neutrista Mentana, dentro il più lealista Rossella. Ma ce la faranno i telespettatori a sopportare un nuovo bombardamento dell'ammiraglia Mediaset. La mia sensazione è che se ci sarà davvero uno spostamento anche millimetrico della linea editoriale, gli spettatori lo percepiranno e sarà un danno sia per l'azienda che per la cmpagna elettorale del Cav.

    Nell'analisi del Foglio, Berlusconi che «immalinconisce» nell'ammettere di non aver potuto attuare la riforma fiscale che aveva promesso agli italiani («Avrei osato di più, ma non ho il 51 per cento dei consensi, e queste sono le mie truppe», e la decisione maturata mercoledì:
    «... la fine di una stagione: riduzione delle tasse sui redditi rinviate al 2006 (a tempo scaduto, ne sentiremo gli effetti sulla denuncia dei redditi 2007); in cambio via libera alle richieste concertative dei tre sindacati degli imprenditori – guidati dalla zazzeruta Confindustria di Luca di Montezemolo – e alle rivendicazioni postdemocristiane degli onorevoli Gianni Alemanno e Marco Follini. Qualcuno dice che era inevitabile. Ecco Tito Boeri, professore di economia alla Bocconi, animatore del sito lavoce.info: "Era una decisione obbligata. Con quella situazione finanziaria, non si poteva fare altrimenti. E' stata una scelta di realismo".
    Ma non era il realismo la posta iniziale con cui il Cav. si era seduto al tavolo della politica dieci anni fa. Berlusconi aveva vinto le elezioni del 1994 e poi quelle del 2001 con una carica eversiva di liberismo temperato da padano buonsenso. E oggi sono proprio i liberisti i più immalinconiti. Dice Alberto Mingardi, direttore della Fondazione Bruno Leoni: "La fine del berlusconismo era già avvenuta. Mercoledì, però, abbiamo assistito al funerale solenne. E' vero che il programma di governo del centrodestra era articolato su cinque punti, ma la riduzione della pressione fiscale era la cosa più importante, quella su cui Berlusconi aveva costruito il suo consenso"».
    Come predisse Marco Pannella, è ormai chiaro a tutti che Berlusconi è solo l'ultimo in ordine di tempo, il "salvatore", del regime:
    «Nell'assestamento dei rapporti di forza nel sistema politico, finanziario e industriale, è sembrato abdicare al suo ruolo di outsider preferendo una specie di integrazione che molti suoi sostenitori vorrebbero scoraggiare: pensano che oggi Berlusconi faccia parte del sistema. Dice Mingardi: "E' facile individuare il primo errore. Ha vanificato il suo momento d'oro nei primi cento giorni. Era allora che poteva fare tutto. Invece è sembrato concentrarsi su una scaletta il cui ordine di priorità non era l'economia, ma quelle difficoltà personali che riteneva gli fossero d'ostacolo per ben governare. Ma è da lì che è cominciata la lenta agonia del suo governo».
    Giuliano Ferrara chiama Berlusconi, e quei «guerrieri» che nel '94 «riaprirono in Italia la questione delle libertà, per poi dimenticarsela» al «grande discorso pubblico», ad intraprendere una «guerra culturale». Per ora però, deve ammettere ciò che nel 2006 si potrà facilmente constatare:
    «L'Italia è sempre più la stessa, le corporazioni trionfano nella concertazione e nel mediocre scambio di interessi contingenti, nessuna radicale misura di taglio della spesa pubblica improduttiva è stata varata, nessun serio ridimensionamento della pressione fiscale su imprese e redditi ha visto la luce, la giustizia è sempre immersa nel suo degrado borbonico così lontano dal modello anglosassone, dodici anni dopo l'entrata in politica del Cav. stenta a farsi largo, a parte qualche segnale sporadico, una vera e solida nuova classe dirigente, sia a destra sia a sinistra (sono più attrezzati, a sinistra, ma privi di idee e qualche volta un po' loschi)».

    Radicalia. Fatali distrazioni

    1) Sul caso Mattiello, Pannella chiude gli occhi: "Non si usa il computer privatisticamente". Stamani sul Foglio potete infatti leggere le spiegazioni addotte dal vicepresidente del Senato, Domenico Fisichella per giustificare il licenziamento del suo capo segreteria: usava il pc dell'ufficio in modo esclusivo, con «ricorrenti collegamenti a siti del tutto estranei agli interessi di un ufficio pubblico, e in particolare, di un organo costituzionale». Diego Mattiello si difende ribadendo la tesi della discriminazione, scattata in seguito alla pubblicazione su Panorama di una foto che lo ritrare ad una festa gay. Ebbene, se Fisichella ha convinto Pannella - afflitto ancora dal "non-caso Buttiglione" - sicuramente non ha convinto me. Solo con lo spamming e i pop-up che girano in rete, è molto facile incastrare chiunque lavori su internet con questa storia dei siti "inopportuni". Siamo tutti a rischio. Qualcuno dovrebbe spiegare a Pannella - in queste settimane così sensibile ai richiami moralistico-giudiziari - la gravità del caso e la sua potenziale ricaduta sui lavoratori e sulla fruizione di internet.

    2) Della tentazione di molti radicali di mettere all'indice l'America di Bush come fondamentalista, ho già scritto qui.

    3) Da aprire un nuovo fronte per la libertà di ricerca scientifica, che stavolta riguarda anche l'innovazione e lo sviluppo economico del nostro paese e le economie dei paesi in via di sviluppo. E' partita l'iniziativa Opponiti al decreto Alemanno, in seguito al decreto varato ieri sugli Ogm dal ministro dell'Agricoltura. Tra i firmatari dell'appello rivolto a Berlusconi, figurano Cecchi Paone, Giuliano Ferrara, Poli, Battaglia e Umberto Veronesi, che denunciano «una proposta antiscientifica, illiberale e nociva per l'economia italiana».
    Il decreto «vorrebbe impedire la semina di Ogm e consentirebbe solo alcune attività di ricerca, peraltro destinate alla sola tracciabilità e valutazione e non allo sviluppo di nuovi Ogm di interesse anche nazionale». Ma «l'avversione nei riguardi degli Ogm non ha base scientifica», danneggia sia i produttori che i consumatori, e persino la Chiesa «le opportunità offerte dagli OGM in termini di miglioramento della condizione umana». Tutto l'appello

    12 novembre 2003

    Manifesto eroi

    Thursday, November 11, 2004

    Crolla il teorema dei superiori moralmente

    E' un errore far passare l'America di Bush per fondamentalista. Così in Italia rischiamo di trasformare il 2005-2006 nel biennio clericale

    Oggi si sono riuniti i clintoniani del Democratic Leadership Council per analizzare più lucidamente la sconfitta elettorale. E l'analisi (resoconto + video) non combacia affatto con il teorema degli evangelisti omofobi alla carica. Ecco alcune delle conclusioni a cui sono giunti:

  • Accettare il fatto che i repubblicani hanno ottenuto la maggioranza, seppure stretta;
  • Lavorare alla rinascita democratica negli "Stati rossi";
  • Affrontare tre gap di credibilità che sono di ostacolo al consenso per i candidati democratici: un primo gap sulla sicurezza nazionale, un secondo "culturale", un terzo sulle riforme;
  • Costruendo un agenda e un'immagine per il futuro, ricordarsi che "gli ideali contano";
  • Non scoraggiarsi: i problemi di oggi non sono peggiori di quelli dell'inizio degli anni '90, prima delle fortune di Clinton.
  • Consigli concreti:

  • Fidarsi degli elettori per capire i problemi che più li affliggono, invece di provare a dir loro di cosa si dovrebbero preoccupare;
  • Liberarsi dei tabù sui temi interni, e non difendere più i programmi federali sempre e comunque;
  • Essere a proprio agio nel parlare della propria fede, come via per indurre fiducia sui valori degli eletti democratici;


  • Ma torniamo in Italia. Non c'è rischio che qualche americano - o peggio, qualche italiano - si convinca che Buttiglione è il Bush italiano con il quale si possono vincere le elezioni? Accreditare l'esistenza di una convergenza di culture e di politiche tra Buttiglione e Bush, cosa che non esiste, rischia solo di rafforzare le posizioni clericali qui in Italia. Per ora la Chiesa non intende certo mettere in gioco la sua "roba" per Buttiglione e per sostenere crociate culturali anche nobili, ma poco redditizie. Ma se convinciamo i clericali che Bush è stato rieletto facendo proprio questo, allora rischiamo di trasformare il 2005-2006 nel biennio clericale, mentre gli americani si godono il principio di separazione tra Stato e Chiesa. E ahimé, persino tra i radicali sono tanti coloro che cadono nel teorema dell'America di Bush fondamentalista.

    E' di oggi la notizia che per ringraziare sommamente quegli integralisti evangelici che hanno sostenuto la sua rielezione, il presidente Bush ha nominato segretario alla Giustizia, al posto dell'integralista Ashcroft, il "moderato" Gonzales. Per il Washington Post, è stato nominato per essere fedele a Bush e non necessariamente all'ideologia conservatrice:

    «In background and temperament, Alberto R. Gonzales, President Bush's choice to be attorney general, could hardly be more different from John D. Ashcroft».
    «E' moderato, nondogmatico, e visto con sospetto dai conservatori». Al contrario di Ashcroft «è noto più per la sua lealtà a Bush che per la sua ideologia».
    I conservatori sono stati a lungo cauti su Gonzales. Il giornale Human Events lo ha paragonato a Mario Cuomo. Il National Review invece ad un giudice nominato da Bush padre alla Corte Suprema, ma poi approdato all'ala liberale della Corte. Si è scontrato con i conservatori e con Ashcroft stesso sia sulle affirmative action che sul peso del secondo emendamento che sancisce il diritto al possesso di armi da fuoco.

    Nuovo mito pronto per l'antisemitismo arabo

    Arricchita di un nuovo capitolo la letteratura del genere "Misteriose e melodrammatiche dipartite di tiranni per poterne cantare le gesta mitiche". Come il nascente mito dell'assassinio di Arafat per mano di Israele graverà sulle future generazioni arabe

    Ambiguo e imperscrutabile anche nell'ora della morte, Yasser Arafat lascia questo mondo a suo modo. In queste ore i leader delle nazioni del mondo sono impegnati in pianti, più o meno sinceri, e in rimpianti, pochissimi. Per 13 giorni si sono rincorse voci e smentite sulla sua morte. All'opinione pubbica mondiale il presidente francese Jacques Chirac non ha concesso di sapere. Arafat per poter morire in pace ha dovuto aspettare che tutti, ma proprio tutti, fossero pronti. E di questo nessuno ne parla, per tutti è normale.

    Tutti ci siamo resi conto dell'esigenza di organizzare la successione, soprattutto per evitare situazioni incontrollabili all'interno del movimento palestinese, dilaniato da numerose faide intestine. Quindi, un po' come accadeva per le delicate successioni sovietiche, dove la morte del presidente di turno era dapprima un raffreddore e veniva annunciata solo dopo un paio di giorni dall'avvenuto decesso, Arafat non poteva andarsene prima che fosse concordata la transizione. Ma neanche prima che fosse raggiunto l'accordo sui luoghi dove celebrare la funzione funebre e la sepoltura, disputa che avrebbe potuto provocare tumulti fin nel cuore più sacro di Gerusalemme. Per timore di disordini e attacchi anche Israele ha evitato di rendere nota, pur conoscendone i dettagli, l'inesorabile sorte che attendeva il leader palestinese, accettando di abituare lentamente i palestinesi all'idea della fine. E le preoccupazioni del Mossad sono ora rivolte ai tentativi di scalata al potere da parte dei gruppi più radicali.

    Ma c'è qualcosa di più torbido e pericoloso, che va oltre questi "buoni motivi". Nulla infatti si è saputo, si sa, e si saprà, della malattia incurabile (forse leucemia acuta) che, secondo le informazioni riservate dell'intelligence americana, dava al massimo un mese di vita all'anziano leader (per questo Israele lo aveva fatto partire per Parigi). Resterà un segreto medico. Lo ha annunciato il portavoce dell'ospedale militare Percy, il generale francese Christian Estripeau, che prende ordini dal suo presidente: «Il segreto medico fa parte della legge francese e noi rispetteremo il segreto medico. Non daremo alcuna informazione medica». Il ruolo di Chirac non è affatto secondario in questa vicenda, ma stupisce che Stati Uniti ed Israele non abbiano fatto nulla per stroncare sul nascere ogni ipotesi complottistica, né preteso maggiore trasparenza da Parigi stessa.

    Si è permesso quindi che per 13 giorni la iper-sospettosa e già complessata opinione pubblica arabo-islamica avesse tutti i motivi e gli strumenti per costruire il mito dell'assassinio di Arafat per mano di Israele, arricchendo così la favolistica del complotto sionista e alimentando il sentimento di rivalsa antisemita. Il terrorismo jihadista di ogni matrice, e qualche fazione palestinese, ringraziano. Il popolo palestinese, così come l'intera umma musulmana, continueranno così ad alimentarsi di quella propaganda fondamentalista e nazionalista che li condanna all'oppressione e al sottosviluppo.

    Ma in ogni favola che si rispetti c'è un tesoro misterioso. Non poteva mancare l'intrigo che riguarda quello di Arafat, stimato in circa 4 miliardi di dollari. Prima di staccare la spina e consentire la dipartita dell'anziano leader, la vedova Suha si sarebbe assicurata una rendita di 22 milioni di dollari all'anno, termini di un accordo raggiunto in extremis con il segretario generale dell'Olp Abu Mazen.

    Wednesday, November 10, 2004

    Le bugie di Buttiglione sbarcano in America. Reagire

    Rocco Buttiglione cerca di esportare in America la tesi del pregiudizio anti-cristiano che sarebbe alla base della sua bocciatura europea. In un temerario articolo sul Wall Street Journal, l'amico del Papa racconta cose inaudite. Sostiene di essere stato escluso dalla Commissione a causa della sua fede religiosa, anzi, che in Europa non si può neanche parlare di religione. Cita Hamilton, contrapponendolo a Rousseau, in uno smaccato slancio di ruffianeria. Soprattutto, come ha fatto ieri sera alla puntata di Porta a Porta dedicata al suo presunto "caso", cerca di strumentalizzare la sua esclusione e passare per martire dell'intolleranza laicista. Cerca di accreditarsi come il prototipo di cristiano impegnato in politica ma rispettoso del principio di separatezza tra Stato e Chiesa, tra morale e legge. Invece, non le sue parole, ma il suo curriculum politico-istituzionale sta a dimostrare come egli rappresenti proprio il più classico esempio di legislatore cattolico che confonde peccato e reato, che cerca di proibire per legge a tutta la comunità ciò che la sua fede considera errori.

    Di più, e più grave. Buttiglione cerca di dimostrare la sua sintonia con quella parte di America che ha sostenuto la rielezione di Bush, e con il presidente stesso. Nulla di più falso e pericoloso per le sorti della laicità. E' saldo negli Stati Uniti, anche in questo presidente e nella base che lo appoggia, quel principio di separatezza che Buttiglione e il suo partito, con le loro iniziative legislative, hanno invece calpestato in modo clamoroso, in Italia e in Europa. A noi laici tocca riportare le cose al loro posto, da una parte smascherando l'opera di mistificazione e i pregiudizi che colpiscono Bush e il movimento conservatore americano, dall'altra denunciando le "bugie" di Buttiglione e gli spericolati disegni di Giuliano Ferrara, il quale, convinto di aver trovato un "Bush italiano" che ha a cuore i valori della nonna, sembra non voler accorgersi che così facendo ci tira invece verso il capo opposto a quei valori - americani ed occidentali - che dice di voler difendere dal jihad islamico.

    Come ricordava per l'ennesima volta Marco Pannella, eurodeputato membro della Commissione Libertà civili, il "caso Buttiglione" non è mai esistito. Lo testimoniano i fatti: la bizzarra strategia parlamentare del gruppo del PPE in Commissione, i cui voti - né quei pochi "No" della sinistra, né quelli tra i liberali - hanno freddato la candidatura Buttiglione. La bocciatura da parte di Pannella e Bonino si fondava su ragioni di "opportunità". Non sull'audizione dell'esaminando commissario, definita subito da Pannella «ineccepibile», piuttosto su un record, un curriculum politico-istituzionale di Buttiglione, legittimo e rispettabile, ma opposto all'orientamento espresso in materia di Libertà civili da 19 Stati su 25 dell'Unione. Insomma, come nominare un no global al commercio, o Cossutta al Tesoro?

    Altro che Bush fondamentalista, guardiamo a casa nostra

    Lucidissima analisi elettorale di Christian Rocca (Il Foglio) su che cosa sia andato storto per i democratici, su quanto siano campate in aria le analisi sul neofondamentalismo religioso degli americani e sul paese diviso perfettamente a metà.
    I democratici hanno perso il contatto con l'America:
    «Gli Stati Uniti sono un paese in continua crescita e con un popolo in perenne movimento. La gente lascia le città e si trasferisce a ritmi impressionanti alla ricerca di migliori condizioni di vita, di lavoro, di spazio. Nascono nuove comunità, nuove città e i quartieri suburbani delle metropoli sono circondati da un'ulteriore cintura residenziale. (...) David Brooks ieri sul New York Times ha scritto che quando i democratici ne parlano usano tutti gli stereotipi possibili, descrivono una vita materialista, vuota e conformista. Secondo Brooks, invece si tratta della parte più vitale della società americana, gente che lascia mutui, pendolarismo, difficoltà e strutture sociali stressate per andare in posti con ampi spazi, magari facendo un salto nell'ignoto, in città che ancora non sono state costruite, ma che promettono una prospettiva, un futuro, tasse basse e lavori pionieristici nel campo della bio e della nanotecnologia: "I repubblicani hanno vinto anche perché Bush e Rove hanno capito questa cultura". E' la conquista del West che non s'è mai fermata, è la conferma che lo spirito della frontiera non ha mai abbandonato gli americani.

    Eppure è come se i democratici non vedessero questo dinamismo, non parlassero a questa gente, come se disprezzassero chi insegue il sogno di una vita tranquilla e a misura familiare. Come sia possibile che i democratici abbiano perso il contatto con l'America e siano rimasti confinati nelle riserve metropolitane è l'argomento di dibattito di questi giorni. (...) Con la medesima mancanza di contatto con la realtà americana che hanno dimostrato il 2 novembre ora tendono a semplificare le ragioni della sconfitta. (...) Finché non capiranno in pieno che cosa è successo il 2 novembre (e l'11 settembre) sarà difficile che riescano a elaborare una strategia per uscire dall'isolamento».
    L'America non è diventata una nazione di fondamentalisti religiosi in preda alla paura. E' solo il nuovo trip intellettuale di chi si sente superiore antropologicamente:
    Il 60% degli elettori è favorevole a qualche forma di riconoscimento legale per le coppie omosessuali, con il 25% favorevole ai diritti matrimoniali e il 35% alle unioni civili. Se la percentuale di elettori che quest'anno ha detto di aver votato per i "valori morali" è davvero del 22%, quattro anni fa fu del 49%, come anche nel 1996, quando fu eletto Clinton.
    «Bush ha aumentato i consensi rispetto a qualsiasi categoria di elettori. (...) Insomma dire che la coalizione bushiana sia dominata dai fondamentalisti della Bibbia è una stupidaggine autoassolutoria, oltre che una palese dimostrazione di scarsa conoscenza del pluralismo religioso e dello spirito individualista del cristianesimo americano. (...) Anche Bush, come i democratici, dovrà stare attento a leggere bene i dati, perché se dovesse governare abbracciando l'agenda politica della coalizione cristiana rischia di sfaldare la maggioranza repubblicana, che "è moderata, non morale" come ha scritto ieri sul Washington Post, E. J. Dionne jr».
    Quali rimedi? I clintoniani provano ad indicare la strada:
    «Il Democratic Leadership Council ha diffuso un'analisi del voto straordinaria quanto a schiettezza e acutezza. Non ha perso tempo ad accusare il candidato Kerry, né a demonizzare il presidente né a insultare gli elettori. Su questa stessa linea c'è anche la stella nascente del partito, il neosenatore nero dell'Illinois, Barack Obama, il quale domenica a Meet The Press ha detto che Kerry ha perso contro "un presidente di guerra molto popolare" e che i repubblicani avevano "una delle migliori squadre politiche che si siano mai viste in America". Il documento dei clintoniani si chiede "che cosa sia accaduto" e dice subito che i democratici non hanno scuse facili per questa sconfitta: "Avevamo un forte e intelligente candidato, migliori candidati in giro per il paese, eravamo pieni di soldi, con la migliore organizzazione di tutta la nostra vita, un entusiasmo straordinario e la più grande unità nel partito che si ricordi a memoria d'uomo. Abbiamo affrontato un presidente vulnerabile, con un cattivo record... con tanti fallimenti a carico... E con Ralph Nader elettoralmente nullo". Il risultato, riconoscono, è stata un'enorme vittoria per i repubblicani e la conferma della lenta ma significativa erosione dei democratici. Per uscirne, scrivono i clintoniani, "non basta spostarsi meccanicamente a sinistra o a destra, né raccogliere più soldi né mobilitare i militanti né cambiare i vertici del partito né trovare magicamente candidati carismatici. Iniziare una battaglia per l'anima del partito o accusare qualcuno sarebbe una assoluta perdita di tempo"».
    I clintoniani individuano tre deficit di credibilità: sicurezza nazionale; programma di riforme; valori e cultura:
    «I democratici, scrivono i clintoniani, "hanno bisogno di una strategia che raggiunga il cuore dell'America con un messaggio positivo che scaldi sia i cuori sia i portafogli"».
    E oggi Christopher Hitchens su Slate offre un'intelligente provocazione. Bush, più dei democratici, si batte per la laicità nel mondo:
    «George Bush may subjectively be a Christian, but he—and the U.S. armed forces—have objectively done more for secularism than the whole of the American agnostic community combined and doubled. The demolition of the Taliban, the huge damage inflicted on the al-Qaida network, and the confrontation with theocratic saboteurs in Iraq represent huge advances for the non-fundamentalist forces in many countries». Leggi tutto

    Tuesday, November 09, 2004

    Ferrara-Pannella: il duello finì in balletto

    Ferrara e PannellaCon la riconciliazione di ieri sera non hanno voluto chiudere il dibattito, quanto semmai un episodio; consapevoli che per entrambi, nei prossimi mesi, imporre al paese un dibattito franco e acceso sui temi della scienza, dell'etica, della religione, della laicità, dell'identità, rappresenta un obiettivo condiviso per il quale l'uno è utile all'altro

    Il duello Ferrara-Pannella si è concluso prima di iniziare (L'audiovideo e gli speciali di RadioRadicale.it). Entrambi i duellanti impugnavano ramoscelli d'ulivo anziché spade affilate. Un Pannella ansioso di staccarsi di dosso l'etichetta di "anti-religioso" ha ricostruito in prima persona, da membro della Commissione Libertà civili, la vicenda Buttiglione. Il "caso" non è mai esistito. Lo testimoniano i fatti: la bizzarra strategia parlamentare del gruppo del PPE in Commissione, i cui voti - né quei pochi "No" della sinistra, né quelli tra i liberali - hanno freddato la candidatura Buttiglione. La bocciatura da parte di Pannella e Bonino si fondava su ragioni di "opportunità". Non sull'audizione dell'esaminando commissario, definita subito da Pannella «ineccepibile», piuttosto su un record, un curriculum politico-istituzionale di Buttiglione, legittimo e rispettabile, ma opposto all'orientamento espresso in materia di Libertà civili da 19 Stati su 25 dell'Unione. Insomma, come nominare un no global al commercio, o Cossutta al Tesoro?

    Ferrara anche si è presentato avendo già sotterrato l'ascia di guerra. E puntualizza: nessuno vede un'ondata anti-cristiana. Da liberale «sempre al di sotto di ogni sospetto», quello che sta cercando di fare è «in connessione con ciò che voi (i radicali di Pannella, n.d.r.) rappresentate». Dunque, se è così, crediamo di intuire che la difesa a oltranza di Buttiglione è tappa "strumentale" di una guerra culturale che da giornalista, non da politico, Ferrara vuole condurre per portare al centro del dibattito pubblico una politica "alta", fatta di temi e dilemmi anche etici, religiosi, civili, squarciando quel pericoloso velo di politically correct e conformismo che è la regola su questi argomenti.

    La riconciliazione tra Ferrara e Pannella va letta a mio avviso in questi termini. Non hanno voluto chiudere un dibattito, quanto semmai un episodio; consapevoli che per entrambi, nei prossimi mesi, imporre al paese un dibattito franco e acceso sui temi della scienza, dell'etica, della religione, della laicità, dell'identità, rappresenta un obiettivo condiviso per il quale l'uno è utile all'altro.
  • Il resoconto di Luca Telese
    (Il Giornale)

  • Il presidente-Sole demiurgo del post-Arafat. L'unilateralismo che non fa notizia

    Le innumerevoli mosse unilaterali del presidente francese Jacques Chirac, il presidente-Sole. L'ultima in ordine di tempo è in Costa d'Avorio.
    «Una potenza occidentale manda truppe in un paese del terzo mondo con il beneplacito delle Nazioni Unite e l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza a intervenire per proteggere i civili e mantenere la sicurezza. Nove dei suoi soldati rimangono uccisi e la potenza occidentale, in risposta, bombarda l'aeroporto e distrugge l'aviazione militare governativa: una reazione non proprio proporzionata all'offesa, né prevista dal mandato Onu. Ancora l'America di Bush? No, è la Francia di Jacques Chirac. Il teatro di questi eventi è la Costa d'Avorio (...)».
    Il Foglio
    «Ora attendiamo che la potenza mediatica e il supremo organo della virtù mondiale, l'Onu, sappiano controbilanciare, smussare, moderare l'unilateralismo, anche se francese, o vogliano riconoscere meriti all'unilateralismo, anche se americano».
    Il Foglio
    Demiurgo del post-Arafat. Ma Chirac gioca sporco anche sul "cadavere" di Arafat, per ritagliarsi - in modo cinico, solitario e unilaterale rispetto a quell'Unione europea che fa parte del Quartetto - una nuova influenza francese in quel Medio Oriente dove la Francia risulta ormai estromessa e isolata. Oggi Chirac incoronerà a Parigi la troika che succede ad Arafat. Per il Riformista mira a fare il patron dei nuovi vertici palestinesi. Un nuovo ruolo per ricavarsi con furbizia - a dispetto di quella famosa politica estera e di difesa comune dell'Ue - uno spazio autonomo di futuro negoziatore tra palestinesi e israeliani. Eppoi... vogliamo chiederlo? Che ne sarà di quel miliardo di dollari e oltre che Arafat conserva tra Francia e Svizzera?

    Disonore sul Senato. Fisichella indegno del suo ruolo

    Fisichella e Fini"Macchia nera" sul Senato. Il vicepresidente Fisichella disonora l'istituzione violando i diritti costituzionali. Ma quando costa politicamente, quando le cose si fanno serie, i campioni del politically correct si tirano indietro, escono di scena, tacciono.

    Capo della segreteria del vicepresidente del Senato Domenico Fisichella (An) per otto anni. Quest'estate viene fortuitamente fotografato mentre passa una serata al Gay Village di Testaccio, a Roma.
    «Non stava limonando, non era neanche a torso nudo con catene al collo. Passava di lì, era con degli amici, con la sorella, cavoli suoi. Però la foto è stata pubblicata su Panorama, a corredo di un servizio sull'estate romana, qualcuno ha riconosciuto Dario Mattiello in mezzo al gruppo sudaticcio e l'ha fatto vedere, magari per ridere magari non per ridere, al vicepresidente del Senato, cioè al suo capo».
    Risultato: Dario Mattiello viene prima sospeso ("mi prepari una relazione"), poi esonerato dal suo incarico.

    Un caso patente di discriminazione sul luogo di lavoro. Non un luogo di lavoro qualsiasi, dove magari c'è un principale un po' coatto. No, accade in una delle più alte istituzioni della Repubblica: il Senato. E non riguarda un senatore, ma il vicepresidente dell'aula, che si permette di tradire in modo inaccettabile e detestabile i principi costituzionali che è invece chiamato ad onorare. Altro che il «culattoni» pronunciato dal ministro Mirko Tremaglia, altro che la sventurata audizione di Rocco Buttglione. Eppure, quando costa politicamente, quando le cose si fanno serie, i campioni del politically correct si tirano indietro, escono di scena, tacciono. Tace la sinistra, tace la stampa (tranne Il Foglio che ha diffuso la notizia). Censura, invece di uno scandalo che dovrebbe scuotere il Senato e la sua presidenza fin dalle fondamenta.
    E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che sì, il problema è laggiù in America, è l'America di Bush, dove un fatto del genere è, ed è destinato a rimanere inimmaginabile. Un caso che avrebbe fatto venir giù il Congresso, qui da noi è silenziato, gli si preferisce la polemicuccia sul "culattoni" e sul "peccato".

    Monday, November 08, 2004

    Terzismo giornalistico di Wittgenstein

    «Il problema è che la semplificazione giornalistica e il bipolarismo politico e culturale stanno devastando la nostra capacità di comprensione delle cose e la nostra disposizione a ritenerle complesse, poco chiare, con diversi significati. Le vogliamo assolute, definitive, facili e pronte per il titolo, o lo slogan. Le vogliamo maggioritarie».
    Il maggioritario del pensiero porta i cervelli all'ammasso. Siamo d'accordo con Wittgenstein, disgustato dai commenti sulle elezioni americane. Sono d'accordo solo se intende ricordare a tutti i faziosi che la realtà è più complessa di quanto tutti gli editoriali di questo mondo possano mai spiegare. Attenzione però. Portando all'estremo la sua logica non dovrebbero esistere che enciclopedie, né bisognerebbe perder tempo a scrivere articoli. Quando si cerca di intrepretare un risultato elettorale si effettua una scelta - con tutti i limiti che ciò comporta: fra tutti i fattori complessi e intrecciati che contribuiscono ad un esito (ma questo è scontato) l'autore sceglie di evidenziarne uno, o alcuni. Potrebbe rivelarsi una scelta acuta... o ottusa. Di "anche.. anche.. anche.." ne possiamo aggiungere all'infinito, ma il valore dell'analisi alla fine è la selezione. E ce ne sono di più vicine e di più lontane alla realtà. Io scelgo di condividere o meno delle analisi, consapevole che non esauriscono la complessità del reale, ma scelgo.
    Altrimenti si rischia il relativismo, o l'eterno "terzismo" giornalistico.

    Non è il momento di piangere...

    ... ma di rimboccarsi le maniche. L'ex presidente Bill Clinton commenta la vittoria di Bush. E' lucido e consapevole, sembra quasi che vi fosse preparato da tempo. Non c'è da disperarsi, ma da lavorare, quello sì. Clinton sa che non esistono due Americhe, che esistono delle divisioni anche nette - e se non ci fossero in democrazia ci sarebbe da preoccuparsi - sull'Iraq come sulle moral issues, per citare solo un paio di esempi, ma sa che, quando si tratta della sicurezza e del potere americano, l'America è una.
    «Eravamo il partito di Franklin D. Roosevelt, siamo diventati il partito del regista Michael Moore», ha osservato con amarezza l'ex-capo dello staff alla Casa Bianca Leon Panetta. Ecco, diciamo che i Dem. si sono illusi che potesse esistere un'America alla Michael Moore.

    Attrezzarsi ideologicamente. Kerry ha dato l'impressione che come presidente avrebbe sì liberato gli americani dal peso della dottrina Bush, ma senza sostituirla con un'altra che non si limitasse a promettere un impegno generico nella protezione della sicurezza e degli interessi americani. Ma l'America è in guerra e questo lo percepiscono tutti gli americani. Chiedono quindi una leadership portatrice di una visione "morale" salda, e ritengono insufficiente affidarsi al pragmatismo caso per caso per combattere un nemico così attrezzato ideologicamente. Questa visione "morale" comprende il fattore religioso, ma non si esaurisce in esso. Vi rientrano la guerra al terrorismo e quelle motivazioni, che non possono non essere "morali", di cui gli americani sentono il bisogno di ri-attrezzarsi per poter affrontare un nuovo scontro ideologico.

    Clinton stesso riconosce quindi che i democratici hanno mancato nell'offrire tale visione, distanziandosi, agli occhi degli elettori, da valori di fondo e sentimenti contingenti di ogni americano. Non è un dramma, spiega l'ex presidente parlando allo Urban Land Institute di New York:
    «Coraggio, non va così male, abbiamo solo bisogno di migliorare la nostra immagine (...) Se permettiamo ai conservatori di far credere alla gente che il nostro partito non crede nei valori della famiglia e della fede, nel lavoro e nella libertà, la colpa è solo nostra. (...) I democratici devono avere un messaggio chiaro: in questo modo renderemo difficile ai nostri avversari dipingere i nostri candidati come la personificazione del male. (...) Bisogna ammetterlo, quest'anno i repubblicani sono riusciti a trovare un messaggio chiaro, un bravo comunicatore, una grande organizzazione e una strategia efficace. La loro forza è stata quella di spingere al voto quegli elettori registrati che prima disertavano le urne».
    Tuttavia, osserva Clinton, la rielezione di Bush «offre grandi opportunità sia allo stesso Bush sia al partito democratico. E le due cose non sono necessariamente in contraddizione». Tra le speranze espresse da Clinton, c'è quella che Bush si sforzi, durante il suo secondo mandato, di rendere l'economia americana meno dipendente dal petrolio straniero e si adoperi per aiutare israeliani e palestinesi a trovare un accordo di pace. Compito che potrebbe essere agevolato dall'uscita di scena di Yasser Arafat. Così due delle migliori frecce nell'arco dei fondamentalisti islamici risulterebbero spuntate.

    Friday, November 05, 2004

    Quante amenità e assurdità su Arafat

    Per fortuna c'è Foreign Affairs che ha selezionato dal suo archivio un'interessante serie di articoli dal 1975 ad oggi sull'anziano leader palestinese, ripercorrendo nelle analisi dell'epoca le tappe della sua parabola politica. In mano a chi, ci chiediamo sommessamente, andrà a finire il suo tesoro personale?

    Articoli che ovviamente stridono con alcune imprudenti e oscene dichiarazioni che si susseguono in questi giorni. Da sinistra a destra si canta la sua grandezza. Il Giuseppe Mazzini dei palestinesi (Marco Follini); un «capo partigiano» (Giulio Andreotti); «combattente e uomo di Stato che avuto anche il coraggio di impostare il tema della pace» (Massimo D'Alema); «i passati da terrorista non contano. Dietro il Risorgimento italiano c'è stato il terrorismo» (Francesco Cossiga); «ora portare a compimento il suo sogno», «anche un personaggio complesso e controverso che ultimamente ha mostrato alcune ambiguità nei confronti del terrorismo» (Gianfranco Fini, nostro futuro ministro degli Esteri); «un grande uomo di pace» (Mario Scialoja); «una figura di grande prestigio, un riferimento per generazioni di palestinesi che hanno lottato per la loro patria» (Paolo Cento); «un amico storico dei socialisti italiani, il grande errore di una parte del sistema politico israeliano e occidentale è stato quello di credere che la pace fosse più facile contro di lui anziché con lui». (Ugo Intini). Per ora ci fermiamo qui, ma prepariamoci al peggio.

    Presidenziali Usa 2004. Le analisi

  • Bush pronto a governare «in his own style»
    Ha un capitale politico da spendere, e lo spenderà secondo il suo stile, secondo quanto promesso, secondo il suo motto: "Intendo dire davvero ciò che dico"

  • «The End of the Sixties»
    Sepolti i retaggi di quegli anni: il radicalismo liberal e il pregiudizio nei confronti dell'uso del potere americano. Il Partito democratico deve tornare a guardare a Roosvelt e Truman.

  • I "buoni" e i "Bush haters" hanno avuto torto
    Smacco per la pretesa «superiorità morale e intellettuale» e per l'intolleranza di chi, in patria e all'estero, ha sottovalutato Bush, la sua visione e la sua profonda sintonia con la nazione.

  • I Dem. lontani dalla nazione; che è una. E pluribus unum
    Cosa si intende veramente quando si dice che l'America è una e che non esiste una seconda America, quella immaginaria, quella "migliore" e dei buoni.

  • «Two Nations Under God»
    Thomas Friedman turbato dal fondamentalismo cristiano.

  • Vince il presidente dell'11 settembre
    Lo schema adottato alla vigilia del voto si è rivelato falso, viziato dall'ideologia e dal pregiudizio.

  • Lezioni americane
    I discorsi "del giorno dopo" di Bush e Kerry.

  • George W. Four More Years. Una vittoria americana
    L'America non è in crisi come sistema democratico, non va riformata, non è fondamentalista, i cittadini sono lontani dagli stereotipi che girano qui in Europa, sono liberi, "conoscono e deliberano".

  • Bush o Kerry for president?
    Il mio personalissimo endorsement della vigilia.