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Tuesday, September 27, 2005

Semplicemente liberali

Rispondo a Semplicemente liberale e a 1972. Suona strano chiedere conto ai Radicali della loro rivoluzione liberale, mentre siamo di fronte al disfacimento di un governo che su quella parola d'ordine si era candidato, ottenendo una maggioranza schiacciante, ma che non ha saputo portare a termine neanche una riforma liberale. Insomma, guarda un po', i radicali, e non Berlusconi, avrebbero tradito la "rivoluzione liberale". Curioso. Però, si sa, coi radicali è giusto essere più esigenti. Ma per comprendere, o almeno valutare con il maggior numero di elementi possibile, la scelta dei radicali di «mangiare questa minestra che passa la storia» occorre partire da alcune premesse.

E' bello filosofeggiare su categorie poltiche astratte. Socialismo, liberalismo. Certo, verrebbe di dire, sono inconciliabili. Eppure è evidente che il socialismo a cui vi riferite corrisponde a parametri piuttosto ristretti e datati, che soprattutto non fanno i conti con la storia socialista, nella quale - soprattutto nelle versioni anglosassoni - frutti liberali, pochi, ma ce ne sono stati. Un conto è l'accademia, un altro la politica. Domande dirette: vi farebbe schifo la nascita in Italia di un partito del 4/5% di ispirazione blairiana? Non sarebbe enormemente più liberale di questo centrodestra? Siete sicuri che non volete tifare (non dico votare, ma tifare in cuor vostro invece di schifare) una nuova formazione di liberali riformatori e socialisti democratici?

Il socialismo che giustamente denunciate è morto. L'ho scritto io stesso, ma potremmo recuperare anche qualche articolo pubblicato su il Riformista, per esempio dell'inglese John Lloyd, o di Biagio De Giovanni, il quale rappresenta una convinzione sempre più diffusa nella classe dirigente Ds: che un'Italia dove sia finito il "tutti insieme contro Berlusconi" e siano riconosciute le necessità storiche di una «rivoluzione liberale» (testuale) abbia «bisogno» del contrasto tra una sinistra liberale e quella neocomunista, scontro che Pannella individua tra i suoi obiettivi e definisce «salutare e necessario».

Sono in aumento tra i socialisti e i diesse quanti hanno abbandonato, o si stanno guardando in giro per abbandonare, il vecchio socialismo e i vecchi riflessi statalisti per affidarsi al libero mercato, e quanti sono sempre più insofferenti per la subordinazione alla sinistra statalista e massimalista. Non accorgersene è semplicemente miope, e grave se stiamo cercando innanzitutto, prima di schierarci, di capirci qualcosa in questo casino.

«Il "liberale" riafferma l'individuo sullo Stato, il "socialista", anche quello più "riformista", fa l'esatto opposto». Queste sono categorie astratte. Andiamo a vedere la realtà politica italiana. Si dice, correttamente, che senza libertà economiche non si ha liberalismo. Vero, ma anche senza le libertà civili. Il liberalismo è una teoria politica il cui pacchetto delle libertà o è completo o la teoria non diviene pratica. E se nel centrosinistra c'è più spazio per le seconde, nel centrodestra non c'è più spazio neanche per le prime.

E' necessario fare un breve excursus sulle politiche sociali ed economiche di questo governo? E' aumentata la spesa corrente, quella sociale e per gli stipendi (da tempo i dipendenti pubblici non avevano aumenti così generosi), a scapito della produttività, crollata; la spesa per la sanità pubblica ha raggiunto il 6% del Pil, livello da primi anni '90: la finanza creativa di Tremonti ha consentito di tirare a campare senza ricorrere a tagli e riforme severe; ferme le privatizzazioni; aiuti di Stato per aziende decotte come Alitalia e Fiat; la previdenza complementare e il tfr sono stati affidati ai sindacati; la sola riforma liberale guarda caso ha un carattere e un'ispirazione blairiana: la riforma Biagi.

Rischiate di rimanere attaccati ad analisi che potevano andare ancora bene nel 2001, che fotografano in modo piatto (e male) l'esistente, non tenendo conto di una storia che dura da dodici anni, la cui tendenza va vista in prospettiva. E da ciò che leggo, ascolto, vedo in giro, ho l'impressione che la tendenza possa essere descritta pensando a una lampada a diffusione: i liberali della CdL, di numero sempre inferiore, si stanno spegnendo; quelli tra i diesse e i socialisti, al contrario, si stanno accendendo. Avrebbero bisogno di un soggetto politico catalizzatore. Vi siete presi la briga di leggere i primi punti programmatici (ovviamente provvisori) della convention di Fiuggi? Avete ascoltato qualche intervento? Di Boselli, o di Pannella, che continua a dirsi liberista? Vi è capitato di ascoltare qualche direzione Ds? O di leggere ultimamente il Riformista? Bene, ora leggete, ascoltate, guardate ciò che viene dal centrodestra.

Ma queste rischiano di rimanere inutili analisi se non consideriamo un altro dato di fatto, addirittura preliminare. Per criticare seriamente una scelta, bisognerebbe indicare un'alternativa praticabile e migliore, non di mera testimonianza. I Radicali italiani, quelli di Pannella e Bonino, il centrodestra nun se li piglia. Lo scorso inverno, quando Pannella lanciò l'iniziativa dell'"ospitalità", guardando all'inizio prevalentemente a Berlusconi, il centrodestra perse una ghiotta opportunità di avere con sé i Radicali. Il premier lasciò a Bondi il compito di prolungare per giorni un dialogo fittizio: riunioni passate a ripetere gli stessi buoni propositi in attesa di una parola risolutiva, che poteva giungere solo dal premier ma che non è mai arrivata. Invece di chiudere con un gesto da leader, un giorno sì e l'altro pure Berlusconi si faceva linciare pubblicamente dagli alleati contrari all'ipotesi di "ospitalità" dei Radicali, accettando così di far logorare sempre di più la sua capacità di leadership anziché riaffermarla. Eppure, i radicali la «scelta decisiva» di «lavorare per una destra liberale» erano pronti a farla, senza pretendere che la coalizione facesse suo un solo tema etico. Si accontentavano proprio di «angoli libertari sul modello del Partito Repubblicano americano». Ma proprio nel veto ai radicali, il modello verso cui si incammina il centrodestra è più simile alla Dc. E se di scelta parliamo è stata subita, non presa, dai radicali.

Ora Berlusconi si accontenta di raccogliere spezzoni che fungano da orpelli buoni per Liste civetta, purché rimangano spezzoni, cioè senza Pannella e senza Bonino, altrimenti tornano i veti e tutti lo sappiamo. Ma sia chiaro, stima per Benedetto Della Vedova e tanti sinceri auguri, magari riuscisse a portare un raggio di luce in quella casa così tetra. Il centrodestra che aveva convinto Pannella a sperare per dieci anni (dieci anni di tentativi pagati a caro prezzo) in una svolta di Berlusconi non c'è più. E' bene che ci risvegliamo da questo brutto sogno. Si dirà di Della Vedova, ma come mai in tutte queste settimane dopo il suo coming out non è riuscito a strappare una sola dichiarazione in Forza Italia di qualcuno che dica "Emma, Marco, venite con noi"?.

Dunque non condividere una scelta è un conto, ma affermare che per quella scelta i radicali non sono più loro stessi, non sono più liberali, quando al contrario sono gli unici che, proprio perché liberali, hanno potuto nel corso degli anni percorrere tratti di strada insieme a molti, su obiettivi concreti, rimanendo se stessi, è a dir poco ingeneroso. Io gli darei fiducia, aspetterei a giudicare, e soprattutto, se gli si è affezionati, tiferei per loro in questa nuova avventura anziché buttargli addosso questa immeritata acrimonia.

Certo, la strada intrapresa è piena di pericoli ed è giusto indicarli con nettezza. Dal "ghetto" dei diritti civili alla saga patetica dell'unità socialista in cui a molti fa comodo ricondurre il nuovo soggetto, dallo sciagurato riferimento a Zapatero all'inevitabile alternanza prodiana. Ma in questa fase non bisogna pensare tanto a Prodi o all'Unione, e quanto c'è di brutto là dentro e nella CdL, quanto a connotare il nuovo soggetto Sdi-Radicali in senso il più possibile liberale e blairiano. Da questo deriva il suo successo e il suo potenziale di novità.

6 comments:

Robinik said...

Jim... il tuo discorso non lo voglio commentare anche se sento le unghie che stridono sugli specchi. Il problema è solo e semplicemente uno: L'etichetta di "potenzialmente Blairiano" non salva un'operazione che vede il supporto ad un mandato a Governare ad una coalizione che annovera gente che chiama gli Americani Imperialisti, a chi vuole il ritiro dall'Iraq, ai Diliberto, Rizzo, Cossutta, Angius ecc. ecc. ecc.

In ogni caso, non volermene, ma dall'alzo zero del tuo giudizio sulla CDL mi sembra che tu questo supporto abbia già deciso di darlo... :(

Emma, Marco... I radicali si riducono a loro 2? ...Sob :(

Anonymous said...

Federico, apprezzo il tuo tentativo di difendere comunque la scelta di Pannella e Bonino ma continuo a non condividere. Ti spiego brevemente perchè.

Il mio riferimento all'art.18 non era un punto isolato: era la punta dell'iceberg delle divergenze programmatiche in materia di politica economica tra i Radicali e tutti, dico t-u-t-t-i, gli altri partiti dell'Unione.

Quanto alla politica estera, bè, lì credo che converrai immediatamente e senza alcun dibattito con me, che questo governo, con i mille e uno difetti che si ritrova, ha comunque tenuto la miglior politica estera da ottant'anni a questa parte. O no? E proprio su questa è stato sbeffeggiato da, ancora, tutti, dico t-u-t-t-i i partiti dell'Unione.

Dici bene sulle riforme liberali: non sono state fatte. E questo è un punto dolente, anzi dolentissimo, che va a discredito dell'esperienza berlusconiana, ma mi faresti i nomi e i cognomi di chi, dall'altra parte, ne vuole fare? Io, alcuni nomi, e altisonanti, di personaggi che, a destra, queste riforme le chiamano a gran voce quotidianamente (nel deserto di risultati, mi dirai tu: vero, ma almeno le chiamano, se ne parla, le pongono al centro del dibattito politico del Paese!) ne ho una decina. Dall'altra parte una: Franco Debenedetti.

Quanto alle "forche caudine" prodiane, io la vedo molto diversamente: per garantire una presenza minima (e, temo, "spuntata") in Parlamento e la salvezza economica in extremis del Partito, Pannella ha tirato fuori la parabola della "medicina amara". Mi si permetterà di dire che ciò collide con la logica: se a destra c'è chi ha promesso, ne ha parlato per 4 anni, ma alla fine ha perso, su quella benefica "rivoluzione liberale", a sinistra c'è chi lo ha avversato, lo avversa e lo avverserà tutta la vita, proprio perchè ha "tentato" una riforma liberale.
Caro Federico, non sarò io a spiegarti che nell'Unione, escluse poche personalità, la stragrande maggioranza della dirigenza, per non parlare della base, è culturalmente anti-americana, culturalmente anti-mercato, culturalmente anti-liberale, culturalmente partitocratica. E', insomma, l'esatto opposto di ciò che cercano e vogliono i Radicali. Non si tratta, allora, di "medicina amara", ma di vero e proprio "salasso". A meno che...a meno che la mossa radicale non significhi ben altro e ossia: rinuncia alle proposte liberali tenute di qui a 10 anni, annacquamento con le istanze socialiste (sto arrivando a Blair), il tutto pur di garantirsi una minuscola pattuglia parlamentare che dia ossigeno alle casse. E' la negazione di ciò che si è stati sino a poche settimane fa pur di continuare a sopravvivere. E per chi ha parlato per anni di bipartitismo, di battaglie sulle idee e non sulle poltrone, è davvero triste la "piroetta" pannelliana. Credo che una personalità autenticamente liberale, come Della Vedova, l'abbia capito bene: meglio andare a destra, dove di liberali c'è penuria, ma c'è, e tentare di costruire un plotone un pò più numeroso e più incisivo, che spegnersi a sinistra, dove di liberale e di liberali non c'è niente e nessuno. Anche in funzione del partito unico: sarà sicuramente a maggioranza Dc. Ma se il movimento radicale fosse confluito, sarebbe stato a maggioranza Dc, con una bella e chiassosa minoranza liberale, pronta alla battaglia culturale epocale che Dio solo sa quanto è a cuore di molti esponenti liberali della Cdl.

Capitolo Blair, e concludo: Federico, Blair è un liberale, che si presenta per il Partito Laburista. Non viceversa. Intendo dire che Blair è un caso più unico che raro all'interno del suo stesso partito. Brown, che ne è il successore designato, è un laburista più tradizionale, ma Blair è uno che governa dal centro (britannico), uno che dichiara un giorno sì e l'altro pure che Thatcher è stata un miracolo per il Paese (facendo infuriare la sua stessa base), che sottrae temi programmatici ai Tories, mettendoli in un angolo. Insomma: non può essere preso a modello in Italia e in questo centro-sinistra. Che non a caso lo odia, lo considera un traditore, il cagnolino di Bush, il compare di Berlusconi, ecc.

Non ho tessere di partito, né preferenze specifiche. Mi accingo a tentare la carriera diplomatica. E mi considero, politicamente, liberale. Senza solventi (socialismo) e senza mordenti (radicale). Dallo Sdi e dal Nuovo Psi disto anni luce in tutti i temi politici, principali e non, proprio perchè questi partiti, da socialisti, hanno un approccio "tenue", che parte dallo Stato per arrivare all'individuo e non viceversa: uno su tutti, la scuola. Non è pura teoria, questa. Questa è politica. Altrimenti cosa rimane? Le poltrone, le alleanze in funzione anti-4% che altrimenti non si supererebbe mai?

E dico che i liberali di questo Paese devono costruire una destra moderna, che si riappropri del suo ruolo storico, dopo l'usurpazione degli scranni parlamentari del fascismo.
I Radicali Italiani vadano pure a sinistra, a dar vita ai loro progetti liberal-socialisti (che per me e per i maggiori esponenti liberali di questo Paese significa: socialismo riformista, tu chiamalo "blairismo", ma è cosa ben netta e distinta dal liberalismo) ma la smettano di infiocchettare le loro scelte con etichette che hanno nulla a che vedere con le stesse.

Anonymous said...

Non capisco perché definisci "blairiana" la legge Biagi. L'ha fatta questo governo, non Blair, che non ha fatto pressioni presso Berlusconi in questo campo. E il fatto che Biagi fosse socialista e che le sue idee non siano state accolte dal governo di cui lo SDI faceva parte è ancor più significativo degli spazi di manovra che hanno certe idee a sinistra. Detto questo, fai una buona distinzione fra la teoria e la pratica, salvo poi parlare di "pacchetto unico del liberalismo", e facendo così coincidere teoria e pratica. Io penso semplicemente che si possa essere un po' più o un po' meno liberali di altri. Io ti potrei citare altre riforme del Cdx "più liberali" di quelle del Csx. Una su tutte: la riforma della scuola. Mi risulta che lo SDI di Boselli (che adesso è magicamente diventato un liberale) abbia condiviso e votato la riforma ideologicamente gramsciana di Berlinguer. Mi sembra che lo SDI sia contro la definizione di "diritto/dovere all'istruzione" per reintrodurre il più dirigistico "obbligo". E lo SDI è contro la libertà di scelta scolastica. Non sto addossando 'colpe' allo SDI: in verità Boselli è socialista e fa il socialista. Anche molto bene. Come ti ha fatto notare Semplicemente Liberale, questi sono socialisti (e fra i pochi davvero autentici socialisti in Italia), non liberali. Puoi, volendo, citarmi il socialismo liberale di Rosselli, ma stiamo parlando all'interno di un paradigma socialista. Costoro con il liberalismo non c'entrano nulla. Ma a differenza di altri, io non penso che i radicali siano così distanti dai socialisti. Come ben sai, anche sulla base di conversazioni precedenti, io contesto ai radicali l'uso del termine liberale, se intendiamo per liberalismo quello classico. Per me liberale è, per intenderci, uno come Raffaele Costa. Ma se l'uso dell'aggettivo liberale è stato fatto anche da D'Alema, non mi scandalizza che altri se ne servano. E, come sai, io non mi impicco alle definizioni, quindi Pannella usi pure tutti gli aggettivi che gradisce (i simboli dei suoi partiti ne sono sempre stracolmi, quasi a voler affermare con la ridondante aggettivazione un'identità altrimenti attaccabile). Poi quel conta sono le politiche, i fatti. La riforma Berlinguer è una di quelle. E non credo che una decina di parlamentari radicali convinceranno l'ex Ulivo, SDI compreso, che le idee gramsciane di Luigi Berlinguer vanno buttate a mare.

Ciaociao,

harry

Anonymous said...

Ti ho risposto da me, ciao.

Anonymous said...

caro jimmomo,
innanzitutto complimenti per l'analisi coraggiosa. dal mio punto di vista posso affermare che liberali a sinistra ce ne sono, e sono più di quanto si pensi, e che molti che non hanno mai avuto propensioni di voto per lo sdi o i radicali stanno guardando con curiosità ed interesse questo coraggioso progetto politico che in molti pensiamo essere non un innesto elettorale ma un incontro di due cammini diversi in una meta.

la terza via forse è possibile anche in italia, coloro che si definiscono riformisti o liberali a sinistra sono in ascesa. certo non conquisteremo mai la metà del paese, senza un maggioritario dovremo sempre allearci con la sinistra radicale che ha idee diverse su tutto. il problema più grande è proprio questo: la sinistra blairista si è affermata in quei paesi (uk, usa) in cui il sistema elettorale ha permesso di potersi disfare degli estremi. quindi il discrimine tra intenzioni e fatti ci sarà quando la sinistra andrà al governo.

del resto anche berlusconi deve fare i conti con entità politiche non riconducibili per nulla alla matrice liberale, come democristiani, destra sociale e lega. ma quel che più contesto a berlusconi è che neanche lui è liberale: berlusconi è parte dell'establishment clientelare, del grumo di interessi e corporativismo che difende lo status quo, non ha insomma le carte in regola per diventare una tatcher italiana. e dispiace che qualcuno ancora creda quando si riempie la bocca di parole come libertà, liberale e moderato; è un pubblicitario, conosce le preferenze del consumatore e sa su quali tasti far leva per prendere voti.

supramonte
(www.bloggers.it/supramonte)

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