Friday, November 09, 2012

Fondo Giavazzi? Più che una goccia, una lacrima

Renato Brunetta è tornato a confermarlo anche ieri: nella legge di stabilità, all'esame della Camera, ci sarà spazio per un "fondo Giavazzi" – la cui formula lo stesso ex ministro ammette essere «un po' vaga» – in cui far confluire le risorse provenienti dal riordino del sistema dei sussidi pubblici alle imprese (una spesa totale di 33 miliardi annui) per finanziare un credito d'imposta per ricerca e innovazione e la riduzione dell'Irap, secondo lo schema suggerito dal professore bocconiano.

Passi il fatto che il rapporto Giavazzi non contemplava l'ennesimo credito d'imposta (semmai si limitava a "salvare" dai tagli suggeriti le agevolazioni fiscali sulle spese per ricerca e sviluppo), della proposta originaria sembra essere rimasto solo il nome del suo autore, il quale a questo punto dovrebbe dire la sua. Il rapporto che il governo stesso gli ha commissionato, infatti, si è perso per quasi sei mesi nelle stanze dei ministeri per riemergere, infine, completamente svuotato. I 10 miliardi di risparmi ipotizzati, passati al vaglio dei "tecnici" dei ministeri, sono diventati prima 3, poi 500 milioni, secondo quanto riporta Alessandro Barbera su La Stampa: un ventesimo (l'1,5% della spesa totale).
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Un po' poco perché si possa ritenere credibile lo sforzo compiuto e perché si possa parlare di una vera “spending review”, che per definizione di chi l'ha inventata dovrebbe portare a rigiustificare da zero euro ogni singolo programma di spesa. E qui si tratta di mille minuscoli rivoli, alcuni tra l'altro con denominazioni talmente oscure e incomprensibili da legittimare il sospetto che chi li gestisce, nei ministeri, abbia interesse a non condividere lealmente le informazioni e a lasciare tutto com'è.

I “poteri forti” che si oppongono, evidentemente con successo, ad ogni taglio ai cosiddetti «contributi alle imprese» si possono distinguere in tre diverse categorie. Ci sono i grandi gruppi pubblici, che grazie ai trasferimenti statali si garantiscono una posizione di monopolio, o comunque di forza, nei loro rispettivi mercati. Le aziende municipalizzate, quindi gli enti locali, e le Regioni, che attraverso l'elargizione dei fondi, in forme più o meno velate, più o meno spudorate, controllano il consenso sul territorio. E infine, a livello centrale e apicale della pubblica amministrazione, i vertici dei ministeri, dove il gioco si fa più sottile e inafferrabile. E' enorme, infatti, nei decenni, accelerata dal rapido susseguirsi dei governi, la stratificazione di fondi e crediti d'imposta di cui i politici non possono avere memoria ma certo la conservano gli apparati burocratici, che li conoscono e, di fatto, li gestiscono. Il rischio è che questa miriade di minuscoli fondi, dalla denominazione incomprensibile e dagli scopi ancor più ambigui, vengano utilizzati con estrema discrezionalità, e spesso come strumenti di autopromozione presso i politici e dei ministri di turno, dagli alti e inamovibili burocrati dei ministeri. Gli stessi guarda caso chiamati a verificare la fattibilità di un rapporto che propone di tagliarli. E che con un'opacità più che sospetta, una padronanza della materia un po' “sacerdotale”, ci spiegano che servono, anche se non a cosa, e che si possono tagliare solo 500 milioni.

Possibile che il professor Giavazzi e il suo team siano stati così imprecisi nella stima dei fondi da tagliare? Sarà questa la dotazione del fondo dei "volenterosi" Brunetta e Baretta? E dei 6,7 miliardi liberati dalla rinuncia alla riduzione dell'Irpef (1 miliardo nel 2013, 3,2 nel 2014 e altri 2,5 nel 2015), cosa rimane per il taglio dell'Irap se nei primi due anni se ne spendono 2 per lavoro e famiglia, come previsto dall'accordo tra i relatori, e se restano da finanziare la salvaguardia di altri "esodati", minori tagli ai Comuni, alla scuola e al comparto sicurezza, e altre misure «per il sociale»? Resta una goccia, o piuttosto una lacrima. Nominare "Giavazzi" un fondo così finanziato e concepito sarebbe solo un modo per confondere le acque. Far credere che si è agito laddove non si è mosso un dito è il miglior modo per difendere lo status quo.
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