Tuesday, November 27, 2012

Renzi ha osato poco, Monti-bis più lontano se il premier non si sveglia

Anche su L'Opinione

Pur con qualche macchia e interrogativo di troppo sullo scrutinio, la vittoria di Pierluigi Bersani è piuttosto netta. Si sapeva che Renzi per insidiare il primo posto del segretario avrebbe avuto bisogno di un'affluenza altissima, più vicina ai 4 milioni che ai 3, perché avrebbe indicato una massiccia partecipazione al voto di un elettorato diverso da quello tradizionale del Pd e della sinistra. Il boom in cui sperava il sindaco di Firenze non c'è stato, ma a conti fatti il suo risultato è ragguardevole proprio perché ottenuto nonostante un'affluenza – la meno alta della breve storia delle primarie – che avrebbe potuto penalizzarlo molto. Dunque, delle due l'una: o Renzi "pesa" in tutto il "tradizionale" centrosinistra, non solo nel Pd, il 36%, oppure è riuscito ad attirare parecchi elettori non di sinistra, non sufficienti a strappare la leadership a Bersani, ma quanto basta a dimostrare di poter cambiare connotati al Pd.

Tendiamo per questa seconda ipotesi. Che Renzi potesse contare sull'appoggio di una percentuale minima dell'apparato del Pd, il 2-3% tra parlamentari, dirigenti e altri eletti, e che suscitasse una profonda ostilità presso la "base" del suo stesso partito, per non parlare degli elettori ancora più a sinistra, non è una notizia. Lo è, invece, che abbia saputo attirare elettori che probabilmente non hanno mai votato Pd, né una coalizione di centrosinistra, ma che hanno preso in considerazione questa ipotesi nel caso a prevalere fosse la nuova offerta politica rappresentata da Renzi. Insomma, sapevamo già quanto fosse minoritario nel ristretto giro del Pd e del tradizionale "popolo" di sinistra. La sua sfida era un'altra: dar vita ad un'altra sinistra cambiando letteralmente pelle all'elettorato del Pd.

Un'operazione purtroppo per lui rimasta a metà. Per poter riuscire nell'impresa Renzi avrebbe dovuto osare molto di più in termini di "rottura" con le vecchie idee di sinistra e con il suo principale avversario: Bersani. Ha scelto, invece, e lo si è visto durante il confronto televisivo su Sky, una linea più morbida e conciliante per non essere dipinto come "guastafeste", non riuscendo nemmeno a dissociarsi dall'alleanza con Sel, mentre Bersani dava prova di solidità e affidabilità senza mai perdere la calma. Adesso il rischio è che la tenaglia delle regole si chiuda al ballottaggio e il signor secondo posto del primo turno venga offuscato da una pesante debàcle: se Bersani, infatti, avrà gioco facile nel riportare alle urne i voti "strutturati", e nel convincere gli elettori di Vendola al voto utile, sarà arduo per il sindaco mobilitare per la seconda volta nell'arco di una settimana un voto d'opinione e non di appartenenza. Per riuscirci dovrà sforzarsi di far apparire la sua vittoria ancora a portata di mano.

In ogni caso, il richiamo all'ordine pro-Bersani di Susanna Camusso, domenica su Raitre, a urne ancora aperte, è la conferma che la Cgil detiene la quota di maggioranza del Pd. Una realtà politica inoppugnabile, quasi tangibile, di cui il premier Monti – che da Fazio, a Che tempo che fa, si è mostrato ancora una volta troppo sibillino riguardo le sue intenzioni nell'immediato futuro – dovrebbe tener conto, se pensa di poter guidare un governo di cui l'azionista di maggioranza sarebbe proprio quel Pd fortemente condizionato dalla Cgil. Lo scenario che si prospetta con l'inerzia politica attuale – probabile forte affermazione di Bersani al ballottaggio delle primarie; una coalizione di sinistra-sinistra pienamente mobilitata e lanciata verso il 30-35% (più eventuali premi di maggioranza); un panorama di macerie, disgregazione e frammentazione nel centrodestra – renderebbe assai difficile, proprio per la doppia legittimazione popolare – primarie più elezioni politiche – scippare la vittoria al Pd a vantaggio di un Monti-bis. Il premier dovrà ripensare a come giocare le sue carte, perché una candidatura implicita, un sostegno tacito ai suoi "scudieri" centristi, potrebbero non bastare più per determinare condizioni favorevoli alla sua permanenza a Palazzo Chigi. E se anche ci restasse, rischierebbe di trovarsi ostaggio di una maggioranza troppo sbilanciata a sinistra.

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