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Thursday, July 31, 2008

Attenzione al consigliere invisibile di Karadzic

su Il Foglio.it

Karadzic si è tolto il travestimento e si è presentato oggi davanti ai giudici dell'Aja facendo capire di avere tutta l'intenzione di seguire i passi di Milosevic: «Mi difendo da solo». Probabilmente è all'ex dittatore jugoslavo che si riferiva quando ha detto di avere «un consigliere invisibile». Uno che ha già messo in scacco la Corte dell'Aja. E' pronto a difendersi utilizzando, come Milosevic, le armi della politica e sfruttando gli errori che l'accusa rischia di ripetere.

Errori di cui si è accorto finalmente anche Antonio Cassese, che su la Repubblica raccomanda di «evitare l'errore del megaprocesso di Milosevic», auspica che si possa «emendare l'atto di accusa del 2000» per dividere il processo «in tre tronconi distinti» e così «andare avanti più speditamente ed evitare che tutto si impantani».

Si assiste al paradosso per cui lo stesso Antonio Cassese che vuole salvare Tarek Aziz dall'impiccagione, e che critica il tribunale iracheno perché a suo avviso non garantirebbe all'imputato le garanzie e i diritti della difesa, vorrebbe che sia negato a Karadzic il diritto a difendersi da solo, per evitare che un imputato su cui pesano prove «schiaccianti» trasformi il processo in una tribuna politica. Bell'esempio di garantismo...
Mi pare si adottino due pesi e due misure nei confronti dell'Aja e di Baghdad, quasi che Saddam e Aziz non fossero criminali alla stessa stregua (quanto meno) di Karadzic.

No, il punto è un altro. Il problema del processo Milosevic non fu l'avergli concesso di difendersi da solo, ma furono gli errori commessi nella strategia d'accusa. Qui non si tratta semplicemente di dividere il processo in tre tronconi che già suonano come i titoli di tre gigantesche opere storiografiche ("I crimini del 1992 in Bosnia"; "L'assedio di Sarajevo"; "Il genocidio di Srebrenica"), ma di rovesciare del tutto il metodo.

Non disumanizzare il processo, comprendere e accettare che la giustizia umana è imperfetta, mentre c'è qualcuno che più grande è il criminale più mira a una perfezione disumana, provocando danni immani. Isolare un fatto su cui si possiedono il maggior numero di prove e testimonianze incontrovertibili, circoscrivere ad esso l'accusa. Pazienza se Karadzic non verrà condannato per tutti i tremendi crimini che ha commesso, e se non gli si chiederà conto di tutte le sue vittime una per una, se il rischio è di non vederlo mai condannato. La giustizia umana ha le sue ragioni che il cuore non comprende.

Tuesday, July 22, 2008

Un altro pezzo del cuore nero dell'Europa

Le lezioni da tenere a mente

L'arresto, a Belgrado, di Radovan Karadzic, ex presidente della Repubblica serba di Bosnia, entità fondata da lui stesso per condurre una pulizia etnica, e criminale di guerra, mandante del massacro di Srebrenica, ci fa tornare alla mente una pagina tragica della storia europea recente. Una pagina che ci sembrava sepolta, lontana nel tempo, e che invece a ben vedere l'abbiamo da poco svoltata. E' proprio lì, dietro l'angolo, tant'è che i suoi fantasmi si aggiravano ancora indisturbati tra di noi.

Gli ultimi pezzi del cuore nero dell'Europa stanno per essere estirpati. Ma che fatica... E alcune riflessioni sono ineludibili.

Innanzitutto, il tempismo. Il fatto che ad arrestare Karadzic siano state le forze di polizia serbe, a Belgrado, e proprio alla vigilia del Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Ue, ha un valore politico. Indica che probabilmente la cattura del superlatitante era davvero solo una questione di volontà politica e che Karadzic e Mladic in tutti questi anni hanno goduto di complicità serbe e persino internazionali. Questo arresto, proprio in un periodo di estrema freddezza tra la Serbia e l'Ue per via dell'indipendenza del Kosovo, rivela la volontà della leadership serba di riappacificarsi con l'Europa, essere pienamente riabilitata ed ammessa nell'Ue. Bisogna essere lieti della scelta europeista della Serbia, ma senza fare sconti.

Mentre per Frattini si deve «lavorare subito alla ratifica» dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) con la Serbia, nelle loro conclusioni i ministri degli Esteri dell'Ue sono più cauti e non fanno alcun riferimento diretto alla ratifica come "premio" per l'arresto di Karadzic. La candidatura della Serbia all'adesione sarà possibile «non appena saranno rispettate tutte le condizioni necessarie», tra cui la «piena cooperazione» di Belgrado con il Tribunale dell'Aja. E pur riconoscendo al governo serbo di aver fatto un passo significativo nella giusta direzione, la «piena cooperazione» implica l'arresto anche dell'ex generale Ratko Mladic. «Siamo a metà strada», ha dichiarato il ministro degli Esteri sloveno.

Ora c'è da augurarsi che il Tribunale dell'Aja con le sue lungaggini non permetta a Karadzic di sfuggire alla sentenza di condanna. Milosevic riuscì a sottrarsi, perché la morte sopraggiunse prima della sentenza, nel marzo del 2006, e fu un grave smacco per la credibilità della Corte.

Il processo contro l'ex dittatore jugoslavo durava ormai da quattro anni, dal febbraio 2002, e non se ne vedeva la fine. Fu trasformato in farsa da Milosevic anche con la "complicità" di una sciagurata linea accusatoria che pretendeva di far coincidere il giudizio di un tribunale con il giudizio storico su un'intera epoca, una guerra, un dittatore.

Fu un errore tentare di ricostruire processualmente un decennio di crimini, senza individuarne uno in particolare. Nella enorme mole di documenti e testimonianze necessari per la titanica impresa Milosevic trasformò le udienze in una sua personale tribuna politica e "storiografica", riuscendo a sfuggire alla sentenza. Era un lavoro per gli storici, non per i tribunali. In sede processuale si dovrebbero isolare fatti precisi, limitati nello spazio e nel tempo. L'accusa avrebe dovuto selezionare i fatti per i quali chiedere la condanna sulla base della quantità di testimonianze e di prove incontrovertibili in suo possesso, così da portare a un giudizio il più rapido possibile.

Quando toccò a Saddam Hussein, Antonio Cassese parlò di «giustizia dei vincitori», arrivando a teorizzare una presunta «funzione di chiarificazione storica» del e nel processo, pretendendo cioè che fossero ricostruiti processualmente decenni di crimini. «Far luce sui trent'anni del potere» di Saddam, sulle inconfessabili complicità e l'ampiezza reale dei suoi crimini, doveva essere lo scopo dei processi iracheni, hanno sostenuto in molti, ma in realtà è l'obiettivo del lavoro degli storici, che trasferito nei tribunali mette fortemente in dubbio la praticabilità e la credibilità di una giurisdizione internazionale nei confronti degli ex dittatori. Quando ci provano, va a finire come con Milosevic: processo in panne e nessuna sentenza. Speriamo che il Tribunale dell'Aja non ripeta lo stesso errore con Karadzic.

E non può non tornarci alla mente, infine, l'assurda sentenza della Corte dell'Aja sul massacro di Srebrenica. Ha impiegato undici anni per decretare che sì, fu «genocidio» quanto accadde nei pressi della cittadina bosniaca nel 1995.

Ma la Corte assolveva d'ogni specifica responsabilità «legale» la Serbia di Milosevic, colpevole soltanto di «omissione di soccorso» nel più efferato massacro di massa europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una sentenza il cui effetto politico è stato quello di discolpare Milosevic agli occhi dei serbi e offrire un argomento in più a quanti hanno per tutto questo tempo sostenuto, in modo disonesto, che Milosevic non aveva alcuna influenza sui serbo-bosniaci.

E il paradosso è che colpevole di una grave «omissione» era in realtà l'Onu, che non ha impedito, anzi forse ha facilitato, lo sterminio etnico, grazie al lasciapassare che il comando francese e le truppe olandesi diedero alle milizie di Mladic, in una città che era "zona protetta" delle Nazione Unite.