Pubblicato su Ofcs Report
I primi passi della "transizione" del presidente eletto suggeriscono determinazione e pragmatismo
La "transizione" del presidente eletto Donald Trump sarà anche nel caos, contraddistinta da scontri e tensioni, come è stato riportato anche in Italia, ma a due settimane dal voto cinque figure preminenti della nuova amministrazione sono già state scelte, mentre nel 2008, dopo lo stesso numero di giorni, Obama ne aveva annunciata una sola.
L'isteria dei media liberal americani (e non solo) per l'elezione di Trump si estende anche alla copertura della sua "transizione". E allora bastano dicerie e stereotipi per attribuire pesantissime etichette di razzismo e antisemitismo. Un anziano senatore bianco repubblicano dell'Alabama, Jeff Sessions, scelto come Attorney General (il ministro della giustizia), non può che essere razzista, anche se da procuratore ha portato avanti diversi casi per la "desegregazione" delle scuole, e ha chiesto e ottenuto la pena di morte per un leader del KKK. Da senatore Sessions ha votato per l'estensione del Civil Rights Act e per la conferma di Eric Holder come primo Attorney General di colore. E che dire delle foto che lo ritraggono mano nella mano con l'icona dei diritti civili John Lewis alla celebrazione del 50esimo anniversario della marcia di Selma?
Ma cerchiamo di capire quali indicazioni possiamo trarre sulle linee guida della presidenza Trump dai primi passi nella composizione della sua squadra di governo. Innanzitutto, la nomina a capo di gabinetto di Reince Priebus, presidente del Comitato nazionale repubblicano, quindi un uomo macchina del partito, e l'incontro con il candidato repubblicano alla Casa Bianca di quattro anni fa, Mitt Romney, nonostante prima e dopo le primarie avesse apertamente contrastato la sua candidatura, suggeriscono la volontà di Trump di lasciarsi alle spalle le vecchie ruggini, ricompattare il Partito repubblicano dopo le laceranti divisioni sul suo nome, nel superiore interesse di instaurare da subito se non un'amichevole almeno una leale collaborazione con i leader del partito che controlla entrambi i rami del Congresso. E' nell'interesse di tutti infatti che una tale "congiunzione astrale" (è molto raro negli Usa che la stessa parte politica abbia contemporaneamente il controllo di Casa Bianca, Camera e Senato) non venga sciupata. E Romney sarebbe addirittura tra i candidati in corsa per la poltrona di segretario di Stato, ovvero la più influente e prestigiosa, nonostante le sue posizioni sulla Russia non siano in sintonia con quelle di Trump. O forse proprio per questo, per avere con Putin un approccio "bastone e carota"?
Le scelte di Sessions, di cui abbiamo già parlato, come Attorney General, del deputato del Kansas Mike Pompeo come direttore della Cia e del generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale (l'unica nomina che non dovrà essere ratificata dal Senato) indicano la volontà di tirare dritto su due temi centrali in campagna elettorale: tolleranza zero verso l'immigrazione illegale e linea dura sulla sicurezza nazionale, in particolare sull'Islam radicale. In questi campi gli elettori avranno ciò per cui hanno votato. Non si tratta di tre outsider, di conigli estratti dal cilindro del tycoon newyorchese, ma di figure che vengono dal mondo della politica, che possono vantare eccellenti carriere professionali e politiche pre-Trump, e dal profilo ben preciso.
Pompeo è una figura di spicco della Commissione per l'intelligence della Camera dei deputati e protagonista della Commissione di inchiesta sulla gestione, da parte del Dipartimento di Stato allora guidato da Hillary Clinton, dell'attacco terroristico di Bengasi in cui perse la vita, tra gli altri, l'ambasciatore Stevens. Non vede l'ora di "smantellare" l'accordo sul nucleare iraniano e, come Flynn, è sostenitore della linea dura nei confronti dell'Islam radicale, dal quale chiede alla comunità musulmana americana di dissociarsi apertamente.
Il generale Flynn è stato il direttore della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico. Le sue tesi sono esposte in un libro scritto a quattro mani con lo storico Michael Ledeen ("Field of Fight)" e sollevano questioni che, a maggior ragione alla luce del nuovo inquilino alla Casa Bianca, noi europei non possiamo più ignorare. Innanzitutto, le premesse: un network di gruppi terroristici islamici è in ascesa, anche presso le comunità musulmane in Occidente. E gli Stati che in un modo o nell'altro li sostengono, o non li combattono, in funzione anti-occidentale, non sono pochi. Ma finora non siamo stati in grado né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. Anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Per prima cosa, sostengono Flynn e Ledeen, bisogna riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, e non continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. Secondo: non basta "contenere" il nemico, dobbiamo avere un piano per vincere. E la vittoria passa tanto dalla distruzione militare dei gruppi terroristici quanto dallo sfidare i regimi che li supportano e dal contrastare culturalmente la loro ideologia (la "guerra delle idee"), abbandonando politically correct e complessi di islamofobia. E accusano Obama di aver fatto il contrario, lasciando un vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi.
Con Pompeo alla guida della Cia e Flynn alla sicurezza nazionale temi quali il centro di detenzione di Guantanamo e le tecniche di interrogatorio "rafforzate" sembrano destinati a tornare d'attualità. Discutere di come ottenere il massimo di informazioni dai nemici catturati non può essere un tabù, nemmeno in Europa dopo la recente serie di attacchi subiti. E' politicamente "scomodo" e non privo di rischi avvicinarsi al confine con ciò che riteniamo tortura, ma la tesi di fondo è che bisogna abbandonare l'illusione di poter sconfiggere il nemico islamista "in punta di diritto", cioè con mezzi legali ordinari, gestendo terroristi disciplinati, indottrinati e addestrati militarmente con i guanti bianchi, le procedure e i tempi dei normali sistemi giudiziari. Quali informazioni stiamo ottenendo da Salah Abdeslam, che si sarebbe chiuso nel "mutismo", e da Moez Fezzani?
Nonostante Flynn sia dipinto come filorusso, nel libro scritto con Ledeen Iran e Russia compaiono in cima ai Paesi di cui non fidarsi: il primo come sponsor del terrorismo, il secondo come avversario strategico che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.
E' ovviamente presto per parlare di una dottrina Trump in politica estera e per capire se i proclami della campagna elettorale si tradurranno in azioni conseguenti, ma forse possiamo almeno evitare di cadere nelle semplificazioni.
La posizione di Trump sulla Russia è stata banalizzata per attribuirgli un orientamento ideologicamente favorevole ai sistemi autoritari. In realtà, che si condivida o meno, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca è auspicata da molti e autorevoli analisti americani e in molte capitali europee. Proposta persino da Barack Obama e Hillary Clinton all'inizio dei loro mandati (il pulsante di "reset"). Sulla base della considerazione che non c'è molto da guadagnare da uno scontro con Putin su fronti (come l'Ucraina) che i russi ritengono vitali e gli americani no. In Siria i danni provocati dalle incertezze e dal vuoto lasciato dall'amministrazione Obama, riempito dall'Isis e dalla Russia, sono ormai semplicemente irreparabili. Bisogna prenderne atto con pragmatismo e provare a trovare una soluzione riconoscendo il ruolo di Mosca.
Anche le etichette di isolazionista e protezionista attribuite a Trump potrebbero rivelarsi per lo meno esagerate. Giuste o sbagliate, Trump sembra indicare priorità di politica estera diverse e un cambio di approccio rispetto alla presidenza Obama. L'interesse americano in Medio Oriente non sta nelle primavere arabe e nel "nation-building", ma nel combattere l'Islam radicale. Aumentare la spesa militare, distruggere l'Isis, contenere l'Iran, contrastare la concorrenza sleale della Cina in campo commerciale e monetario, non sembrano propositi che implichino un disimpegno isolazionista, bensì un impegno e un "interventismo" su altri fronti e sulla base della realpolitik, quindi su presupposti molto lontani da quelli dell'interventismo liberal o della destra neocon.
Piuttosto che voler liquidare la Nato, sembra che dall'Alleanza atlantica Trump si aspetti una riconversione strategica sull'obiettivo di debellare la minaccia del terrorismo islamico. E le provocazioni sui contributi insufficienti in termini di spesa militare della maggior parte degli alleati riprende un tema reale (già sollevato tra l'altro anche dall'amministrazione Obama). La considerazione di Trump secondo cui per gli Stati Uniti sarebbe meglio se il Giappone potesse contare su propri armamenti nucleari anziché appaltare la sua sicurezza agli americani è stata letta come l'intenzione di abbandonare il principale alleato in Asia a se stesso di fronte a una Cina in ascesa, ma è lo stesso primo ministro giapponese Shinzo Abe (tra l'altro il primo leader straniero ad aver incontrato Trump) a voler rafforzare le capacità militari del suo Paese.
Piuttosto che mettere in discussione ideologicamente il libero commercio, Trump sembra convinto, a torto o a ragione lo vedremo, di poter negoziare accordi più vantaggiosi per gli americani, in termini di fabbriche e posti di lavoro. Riguardo il nuovo Nafta, i presidenti di Canada e Messico si sono già detti pronti a riaprire le trattative e potrebbe farne parte anche il Regno Unito post-Brexit, dando vita ad una grande area di libero scambio in quella che viene definita l'"Anglosfera". Si intravedono tra il neo presidente americano e la premier britannica Theresa May i presupposti e le circostanze "storiche" di un rapporto speciale, che nonostante le profonde differenze, non può non ricordare la sintonia ideale, strategica e umana tra Reagan e la Thatcher negli anni '80.
Tuesday, November 22, 2016
Saturday, November 12, 2016
C'è un po' di Reagan nella vittoria di Trump che ha riportato a casa i "Reagan Democrats"
Pubblicato su L'Intraprendente
Una delle certezze spacciate dai mainstream media americani (e copiate dai nostri anche al di qua dell'Atlantico) durante questa campagna per la Casa Bianca è che in ogni caso Trump avrebbe irrimediabilmente fatto a pezzi il Gop. Il suo populismo, le volgarità, l'impreparazione inconciliabili con la serietà e la rispettabilità dei candidati del partito. I suoi messaggi antitetici ai principi conservatori, e lui definito addirittura un pericoloso fascista. Molte le defezioni dell'establishment repubblicano, dai neoconservatori alla famiglia Bush. Tra gaffe e approssimazione, la sua campagna è stata ridicolizzata dai commentatori. Eppure, in poche ore quella che doveva essere una crisi esistenziale del Gop si è trasformata in una irresistibile ondata repubblicana.
Una delle certezze spacciate dai mainstream media americani (e copiate dai nostri anche al di qua dell'Atlantico) durante questa campagna per la Casa Bianca è che in ogni caso Trump avrebbe irrimediabilmente fatto a pezzi il Gop. Il suo populismo, le volgarità, l'impreparazione inconciliabili con la serietà e la rispettabilità dei candidati del partito. I suoi messaggi antitetici ai principi conservatori, e lui definito addirittura un pericoloso fascista. Molte le defezioni dell'establishment repubblicano, dai neoconservatori alla famiglia Bush. Tra gaffe e approssimazione, la sua campagna è stata ridicolizzata dai commentatori. Eppure, in poche ore quella che doveva essere una crisi esistenziale del Gop si è trasformata in una irresistibile ondata repubblicana.
Come è stato possibile? Innanzitutto,
mettendo in secondo piano il problema del suo carattere, gli elettori
repubblicani (al 90%) e la maggioranza del partito hanno
riconosciuto che l'agenda Trump era essenzialmente conservatrice su
quasi tutti i temi (immigrazione, tasse, law and order, aborto,
secondo emendamento, Corte suprema, spesa militare, sanità,
energia), discostandosi dalle posizioni tradizionali degli ultimi
decenni solo su politica estera, commercio internazionale e Wall
Street. I primi dati sui flussi elettorali mostrano che Trump ha
conquistato una percentuale maggiore di voti rispetto a Romney nel
2012 tra gli elettori afroamericani, latini, asiatici, e anche tra le
donne bianche, nonostante le sue uscite, bollate come razziste e
sessiste, avrebbero dovuto danneggiarlo in modo irreparabile proprio
presso questi gruppi di elettori. Dunque, si è rivelato "unamedicina piuttosto che un veleno" per il Gop.
Ma ciò che è stato più sottovalutato
è lo straordinario valore aggiunto che Trump ha portato alla
campagna con il suo appello ad un elettorato trasversale, in
particolare alla working class bianca delusa, che ha gli ha permesso
di strappare ai democratici gli stati della "Rust Belt",
operazione non riuscita quattro anni prima a Mitt Romney e
impensabile senza il coraggio di messaggi "eretici"
rispetto alle tradizionali posizioni repubblicane sul commercio
internazionale, sui posti di lavoro persi nell'industria e su Wall
Street. Non si è verificato il pronosticato esodo di elettori
repubblicani "never Trump" verso Hillary (solo il 7%). Al
contrario, secondo gli exit poll della Cnn Trump ha conquistato il 9%
del voto democratico.
E' così scandaloso alla luce di questi
dati un paragone fra Donald Trump e Ronald Reagan? Anche Reagan nel
1980 ha vinto a sorpresa, ribaltando i pronostici della vigilia che
vedevano favorito il democratico Carter. Anche Reagan era accusato
dagli avversari e dai commentatori di essere rozzo, impreparato e
pericoloso, nonostante fosse stato per due mandati governatore della
California. Anche Reagan era un ex democratico ed era poco amato da
importanti settori dell'establishment del partito che infatti
contrastarono la sua candidatura. Sembrano fermarsi qui le analogie
fra Trump e Reagan, ma in realtà ciò che più li avvicina,
politicamente, è il voto dei "Reagan Democrats".
Grazie alla sua insistenza su un
commercio internazionale che sia giusto oltre che libero, sul
rispetto delle leggi sull'immigrazione, e alla promessa di riportare
negli Usa i posti di lavoro persi a favore di Messico e Cina, Trump
ha riportato a casa i "Reagan Democrats", vincendo i grandi
stati (ex) industriali (Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Ohio),
che tutti insieme non votavano per un presidente repubblicano dal
1984, cioè proprio l'anno della rielezione "landslide" di
Ronald Reagan.
Chi sono i "Reagan Democrats"?
Sono elettori della working class, bianchi non laureati, si
definiscono cristiani ma distanti dalla destra religiosa. Elettori
che avevano abbandonato il Partito democratico per votare Reagan nel
1980, e ancora di più nel 1984. Oggi sono in gran parte elettori
indipendenti, che si sentono liberal sui temi sociali e conservatori
in campo economico e fiscale. Trump ha conquistato il 48% dei loro
voti contro il 42% della Clinton, secondo gli exit poll della Cnn,
mentre il sondaggio finale IBD/TIPP attribuiva a Trump un vantaggio
addirittura di 10 punti (48% a 38%) sulla Clinton negli stati del
Midwest. E il Washington Post ha calcolato che su 700 contee che
hanno votato per due volte Obama, un terzo (molte delle quali proprio
nel Midwest) è passato a Trump. Tra gli elettori bianchi non
laureati Trump ha prevalso di 41 punti percentuali, contro i 26 di
Romney quattro anni prima. Nel 2012 Obama aveva vinto la rurale
Monroe County, nella "coal belt" dell'Ohio, con 8 punti di
vantaggio, ha ricordato Laura Meckler del WSJ, mentre Trump
quest'anno l'ha fatta sua per 47 punti. Nella Luzerne County delle
"tute blu", in Pennsylvania, Obama aveva prevalso di 5
punti, Trump l'ha vinta con 19 punti di distacco.
Insomma, con le sue incursioni a
sinistra su industria e commercio Trump potrebbe aver ricostituito (o
almeno posto le basi per ricostituire) la "Reagan Majority",
la coalizione che ha garantito a Ronald Reagan due mandati, seguiti
dal mandato di Bush senior.
La somma di elettori repubblicani,
working class bianca e indipendenti ha portato il Gop alla conquista
della Casa Bianca e alla conferma delle maggioranze sia alla Camera
che al Senato per la prima volta dagli anni '20 del secolo scorso.
Lungi dall'affondare il Partito repubblicano, pare che Trump l'abbia
salvato. Difficile immaginare come un diverso candidato, che sarebbe
rimasto nella "comfort zone" del partito, probabilmente
scontrandosi con il problema della coperta troppo corta come Mitt
Romney quattro anni prima, avrebbe potuto battere la Clinton e
garantire ai Repubblicani una posizione più forte. Posizione di
forza che ora rappresenta una grande opportunità. Sarebbe un errore
imperdonabile sprecarla in guerre intestine e incomprensioni tra la
presidenza e la leadership del partito che controlla Camera e Senato.
Alcune iniziative chiave, come sanità e riforma fiscale, in grado di
rilanciare l'economia, potrebbero consolidare il consenso e porre le
basi per una più solida maggioranza nel Paese. Come Reagan, Trump
verrà giudicato non sulle pretestuose polemiche della sinistra, ma
sulla capacità di rendere l'America di nuovo grande.
Lo sconfitto innominabile: Barack H. Obama
Pubblicato su L'Intraprendente
L'esito delle elezioni presidenziali americane sembra mettere in discussione una granitica certezza della "narrazione" elettorale dei mainstream media: che la presidenza Obama sia stata una specie di età dell'oro e che la sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca sia imputabile esclusivamente alla sua debolezza. Anzi, i "sore losers", i rosikoni della sinistra sono già all'opera, accusando della sconfitta, nell'ordine, il direttore dell'FBI Comey, Putin, WikiLeaks, l'ignoranza e il sessismo degli elettori e persino Lisa Simpson...
L'esito delle elezioni presidenziali americane sembra mettere in discussione una granitica certezza della "narrazione" elettorale dei mainstream media: che la presidenza Obama sia stata una specie di età dell'oro e che la sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca sia imputabile esclusivamente alla sua debolezza. Anzi, i "sore losers", i rosikoni della sinistra sono già all'opera, accusando della sconfitta, nell'ordine, il direttore dell'FBI Comey, Putin, WikiLeaks, l'ignoranza e il sessismo degli elettori e persino Lisa Simpson...
I media hanno raccontato queste
elezioni come un referendum su Trump, enfatizzando le divisioni
all'interno del Gop sulla sua candidatura con l'intento di
danneggiarlo. E se invece l'8 novembre un referendum si fosse tenuto,
ma su Barack Obama? "L'arma segreta di Trump? Obama", ha
scritto Kimberly Strassel sul WSJ, un presidente che "ha imposto
una legislazione impopolare e governato attraverso ordini esecutivi e
una regolazione extralegale". Non lo ammetteranno mai giornali e
tv mainstream, non solo americani, che in questi otto anni hanno
riposto in cantina il loro spirito critico pur di celebrare la
presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, sia in
campo economico che in politica estera, ma alla vittoria di Trump
potrebbe aver contribuito il ripudio da parte degli elettori
dell'operato e delle politiche del presidente uscente.
Sollevare un simile interrogativo
equivale a una lesa maestà. Eppure, la sua eredità non era forse
"nelle urne", come lo stesso Obama aveva detto a settembre?
Alla luce dei risultati, la principale eredità di Obama sembra
essere il "tracollo del Partito democratico", ha scritto
Rich Lowry sul NYPost. Alcuni dati. Il suo partito è uscito
devastato dai suoi due mandati. Nel 2009, primo anno della presidenza
Obama, i Democratici controllavano entrambi i rami del Congresso (con
una quasi-supermaggioranza al Senato), e nel 2010 60 assemblee
legislative statali su 99. Ben 29 governatori (contro 22) erano
democratici. Già nel 2010 comincia a cambiare il vento: perdono il
controllo della Camera e nel 2014 del Senato. Oggi sono solo 15 i
governatori democratici (contro 34) e controllano 30 assemblee
legislative statali. Nel 2017 i repubblicani potrebbero raggiungere
il record di 34 stati sotto il loro controllo. Non succede dal 1922,
sotto la presidenza di Warren Harding il cui slogan, guarda caso, era
"America First". Tutta colpa di Hillary Clinton? O magari
c'entra qualcosa l'inquilino della Casa Bianca?
Dopo che i suoi eccessi legislativi
sono costati al partito le maggioranze al Congresso, Obama non ha
battuto ciglio, è andato avanti per la sua strada a colpi di ordini
esecutivi, soprattutto nella regolazione ambientale e l'immigrazione.
Anche i dati economici parlano di una crescita striminzita (l'unico
presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un
anno di mandato), di posti di lavoro insufficienti, sia per quantità
che per qualità. E ancora, il fallimento dell'ObamaCare, dai costi
insostenibili, 20 trilioni di dollari di debito pubblico, caos in
Medio Oriente, la Russia di Putin che spadroneggia in Siria e ai
confini dell'Europa, il reset con Mosca fallito, il discorso del
Cairo, le "linee rosse" non mantenute, l'accordo sul
nucleare iraniano, il sostegno al movimento "Black Lives Matter
movement"...
Secondo lo storico Victor Davis Hanson,
il Partito democratico che lascia Obama non è né un partito
centrista né di coalizione, ma un partito "di sinistra radicale
ed elite progressista". Non solo Obama ha lasciato ai
democratici "detriti ideologici e politici", ma anche una
coalizione elettorale fondata sulla sua personale carta d'identità,
"non trasferibile" ad altri candidati. Non appena, infatti,
i Democratici hanno basato la campagna elettorale sull'"agenda
Obama" senza Obama come candidato, hanno fallito. Senza il suo
carisma, senza l'appeal del primo presidente di colore, le sue
posizioni di estrema sinistra sui temi sociali, la redistribuzione,
l'immigrazione, la spesa pubblica condannano alla sconfitta qualsiasi
candidato diverso da lui. Ed è ciò che è accaduto a Hillary, che a
causa della sua impopolarità non avrebbe potuto correre sulle
posizioni centriste che fecero la fortuna di suo marito Bill -
probabilmente non avrebbe nemmeno ottenuto la nomination, pur avendo
chance maggiori di arrivare alla Casa Bianca. Non ha potuto far altro
che offrire un "terzo mandato" di Obama, ovvero il
mantenimento dello status quo.
Al suo primo test su un altro
candidato, la "coalizione Obama" (minoranze, millennials,
ceti istruiti) si è sfaldata. La politica identitaria su cui Obama
ha costruito i suoi successi, che punta a mobilitare le minoranze
sulla base dell'identità di ciascuna di esse, si è dimostrata
inutilizzabile da altri candidati. Ed era forse prevedibile che gli
elettori delle minoranze che si erano mobilitati per Obama per il
colore della sua pelle non si sarebbero così facilmente mobilitati
per un'anziana donna bianca multimilionaria. Erano così convinti i
Democratici che le tendenze demografiche gli avrebbero comunque
garantito la vittoria, che hanno ignorato, se non allontanato o
addirittura "provocato" la working-class bianca, che quindi
si è rivolta altrove. Quanto più la Clinton giocava la carta della
politica identitaria, tanto più perdeva terreno e regalava elettori
a Trump. Il multiculturalismo non è più in cima all'agenda degli
americani.
Friday, November 11, 2016
L'America di "Gran Torino" porta Trump alla Casa Bianca
Pubblicato su The Right NationA poche ore dalla vittoria di Donald Trump qualche considerazione possiamo annotarla sul nostro taccuino, in attesa di dati e analisi più precise. Dopo l'esito del referendum sulla Brexit, un'altra sberla ha fatto girare la testa alle elites occidentali, sempre più cieche e sorde, ai mainstream media "militonti" e ai sedicenti "esperti".
Trump ha vinto soprattutto perché non
era Hillary, ma l'impresa non sarebbe riuscita a chiunque. Ci voleva
qualcuno che rappresentasse una diversità irriducibile rispetto alla
candidata democratica. Gli altri candidati Gop erano privi di carisma
e troppo interni al "sistema". Da totale outsider ha pagato
in termini di voti la sua palese impreparazione e la sua rozzezza, ma
contro Hillary ha potuto giocare fino in fondo, senza scrupoli, la
carta dell'anti-establishment, dell'anti-sistema. E forse,
considerando l'impopolarità e gli scheletri nell'armadio dell'ex
segretario di Stato era la carta più importante da giocare per
arrivare alla Casa Bianca. Gli altri candidati Gop ci sarebbero
andati forse vicini, ma avrebbero condotto una campagna più "di
testa" che "di pancia", sarebbero rimasti nella
"comfort zone" del loro partito, probabilmente scontrandosi
con il problema della coperta troppo corta come Mitt Romney quattro
anni prima.
E' stato un voto non solo contro
Hillary, ma contro il sistema mediatico, che agli occhi degli
americani ha ormai raggiunto un grado di credibilità prossimo allo
zero. I 57 endorsement per la Clinton contro i 3 di Trump non hanno
spostato un voto. Anzi, la faziosità senza precedenti con cui
giornali e tv hanno sostenuto la Clinton e demonizzato Trump ha
semmai avvantaggiato quest'ultimo, secondo lo schema per cui se al
centro della storia metti l'"eroe" aggredito da tutti,
anche se "cattivo", alla fine i lettori simpatizzeranno per
lui. I media (figuriamoci quelli italiani, desiderosi di guadagnare
punti agli occhi di una probabile amministrazione Clinton...) non si
sono minimamente sforzati di capire il fenomeno Trump, ma solo di
tifare in modo sfrenato per Hillary. Non dimenticheremo i dibattiti
tv vinti 3-0... Bias, wishful thinking e state of denial sono stati
gli ingredienti di una catastrofe senza precedenti dei media. Mesi a
cercare di incastrare Trump con questa o quella gaffe (vera o
pretestuosa), mentre il tycoon faceva arrivare efficacemente i suoi
messaggi a un elettorato trasversale. Tutti a fare da comparse del
suo reality...
Altri due elementi chiave della sua
vittoria, che in pochi ci eravamo permessi di evocare quasi
clandestinamente mesi fa. La riconquista della "Rust Belt",
che non votava repubblicano dal 1984: in stati dove la
delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di
"identità industriale" il suo appello alla working class
bianca ha funzionato. Così come ha giocato un ruolo quella
ribellione contro il politicamente corretto che aveva già
caratterizzato il successo della Brexit.
Sfidando su ogni aspetto il complesso
di superiorità antropologica della sinistra, Trump è riuscito a
tenere insieme il blocco tradizionale delle roccaforti repubblicane
del Sud e del Midwest. Ma allo stesso tempo è stato capace di andare
oltre la "grande tenda" del Gop: non sarebbe bastato
infatti strappare la Florida, già di per sé un'impresa. I suoi
messaggi "eretici" rispetto alle tradizionali posizioni
repubblicane su Wall Street, commercio internazionale, industria,
posti di lavoro persi, gli hanno permesso di strappare ai democratici
tutti i principali stati industriali (o quasi ex industriali): Ohio,
Wisconsin, Pennsylvania e forse anche Michigan. Dunque, stati
agricoli e stati industriali. A portare Trump alla Casa Bianca è
stata insomma l'America del "fare", della (una volta
grande) manifattura, di chi lavora (o lavorava) la terra (i
"redneck") e nelle fabbriche (i "blue-collar"),
la working class bianca del Paese, l'America lontana dalle metropoli
glamour. L'America dei Walt Kowalski, il protagonista del fortunato
film di Clint Eastwood che dopo una vita da operaio della Ford si è
potuto permettere una Gran Torino del 1972, custodita gelosamente.
Vedremo se un risveglio, o solo un colpo di coda della "vecchia
America"...
Dalle colonne del Washington Post, lo
scrittore Jim Ruth aveva ipotizzato l'esistenza di una "nuova
maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media
americana a cui Trump non piace ma pronta a votarlo lo stesso, perché
"ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non
vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul
modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo,
un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American
way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro
o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è
anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia
Trump". E la via americana al benessere non prevede il doversi
mettere in fila per ricevere dallo Stato qualche benefit di una
sempre più misera redistribuzione della ricchezza, che è invece la
via europea, ma la liberazione degli "animal spirits"
affinché tutti abbiano almeno una chance per costruirsi da sé il
proprio benessere.
L'altro fattore è la ribellione contro
il politicamente corretto. La democrazia americana ha dato un segnale
di straordinaria vitalità: milioni di elettori, quelli definiti
"deplorables" (miserabili) dalla Clinton, hanno resistito
alla pressione della condanna morale ("Trump e le cose che dice
sono riprovevoli, quindi se lo appoggi non sei una persona degna,
devi vergognarti") esercitata da uno schieramento di forze
imponente: le macchine da guerra del Partito democratico, dei Clinton
e di Obama; la stampa americana e internazionale; Wall Street; gli
opinion leader, il mondo accademico e lo star system; persino parte
dell'establishment repubblicano. Al di là di qualsiasi giudizio di
merito su Trump, una democrazia in salute, i cui elettori si sono
mostrati in gran parte immuni al virus di quel "conformismo
democratico" paventato da Alexis de Tocqueville.
Gli elettori non hanno dato peso alle
sue gaffe, alcune vere altre preconfezionate dai suoi avversari.
Anzi, proprio Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e
per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi
avversari e dai media, ha rappresentato un riscatto per quanti non ne
possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene"
pensare, parlare o comportarsi (figuriamoci votare...). Il
vendicatore di un elettorato bianco "nativo"
(contrariamente alle aspettative anche femminile) per anni indicato
come privilegiato e responsabile delle peggiori discriminazioni,
passate e presenti, espulso dal discorso pubblico e da un'agenda
politica ormai rivolta quasi esclusivamente all'integrazione di ogni
genere di minoranza.
C'è una vera e propria ribellione nei
confronti delle norme del politicamente corretto alla base del
risentimento contro l'establishment che anima i sostenitori di Trump,
ha scritto l'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall.
"L'avanzata del politicamente corretto è un grave rischio"
per la civiltà occidentale, avverte lo storico Niall Ferguson,
secondo cui l'"anti politicamente corretto" è il vero
trait d'union tra l'insofferenza dei bianchi americani e la Brexit:
"E' la reazione di una fetta importante della società - ha
spiegato in una recente intervista al Foglio - che ha la sensazione
che qualcuno abbia scelto di rivoltarle il mondo contro. D'altronde
in cosa consiste all'ingrosso il progetto progressista se non nel
fatto di rendere le nostre società un po' meno favorevoli all'uomo
bianco medio che tanto se ne era avvantaggiato finora? Non ci
possiamo sorprendere se oggi assistiamo al tentativo multiforme di
combattere tale progetto".
Wednesday, November 09, 2016
L'America di "Gran Torino" porta Trump alla Casa Bianca
Pubblicato su Ofcs Report
Dopo la Brexit un'altra sberla a
elites sorde, media militonti e sedicenti esperti
Nei mesi scorsi avevamo evidenziato gli elementi chiave di una possibile vittoria di Donald Trump: in stati
dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di
"identità industriale" (citavamo proprio Pennsylvania,
Ohio e Michigan) il suo appello alla working class bianca ha
funzionato. Così come ha giocato un ruolo quella ribellione contro
il politicamente corretto che aveva già caratterizzato il successo
della Brexit.
Trump è riuscito a tenere insieme il
blocco tradizionale delle roccaforti repubblicane del Sud e del
Midwest e a costruire la sua vittoria riuscendo nel miracolo di
conquistare la Florida e strappare ai democratici tutti i principali
stati industriali (o quasi ex industriali): Ohio, Michigan, Wisconsin
e Pennsylvania. Dunque, stati agricoli e stati industriali, della
(una volta grande) manifattura. A portare Trump alla Casa Bianca è
stata insomma l'America del "fare", di chi lavora (o
lavorava) la terra e nelle fabbriche, la working class bianca del
Paese, l'America lontana dalle metropoli glamour. L'America dei Walt
Kowalski, il protagonista del fortunato film di Clint Eastwood che
dopo una vita da operaio della Ford si è potuto permettere una Gran
Torino del 1972, custodita gelosamente. Vedremo se un risveglio, o
solo un colpo di coda della "vecchia America"...
Quella delle grandi fabbriche sarà
anche un'America destinata a non tornare, spazzata via per sempre
dalla globalizzazione e dall'innovazione tecnologica, e in questo
senso Trump avrebbe illuso gli elettori promettendo di riportare
negli Usa posti di lavoro "delocalizzati" in Messico o in
Cina. Tuttavia, si è fatto per lo meno portavoce, al contrario dei
suoi avversari e dei media, dello smarrimento di molti elettori che
nel corso di pochi anni hanno visto gli stati in cui vivono perdere
la propria identità socio-economica.
I mainstream media e gli espertoni
hanno sottovalutato questo malcontento ritenendo indiscutibili i
successi dell'amministrazione Obama in campo economico. Eppure, nella
sconfitta di Hillary non c'è solo la sua impopolarità, ci sono
anche questi falsi successi che un sistema mediatico troppo
compiacente ha preferito non vedere come tali. Nonostante il segno
più del Pil, e un tasso di disoccupazione meno della metà del
nostro, la realtà è che la crescita americana è rimasta anemica,
non in grado di produrre una ripresa percepita come tale e posti di
lavoro di qualità. Obama è l'unico presidente americano che non ha
mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. E nella
Clinton gli elettori hanno intravisto le stesse politiche che hanno
prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito
pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le
classi operaie che si sono rivolte a Trump.
Ma non si tratta solo di una questione
di perdita di posti di lavoro né di numeri. Molti di questi elettori
non hanno nemmeno perso il lavoro, né subito un drastico
impoverimento, ma vivono un profondo senso di insicurezza per il
futuro loro e dei propri figli. Aree enormi e persino interi stati
(proprio quelli industriali conquistati da Trump) hanno già perso o
stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più
profondo che un semplice tasso di disoccupazione. La fabbrica
volatilizzata altrove lascia un vuoto di identità. Ed è un tema
anche sul piano geostrategico quello della perdita dell'identità
manufatturiera, non solo negli Stati Uniti: il saper fare, non solo
progettare, beni che si sono poi affermati a livello globale come
oggetti del desiderio, quasi di culto, ha contribuito all'affermarsi
del ruolo egemone dell'Occidente. Cosa succede se abdichiamo alla
nostra vocazione manufatturiera?
Dalle colonne del Washington Post, lo
scrittore Jim Ruth aveva ipotizzato l'esistenza di una "nuova
maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media
americana a cui Trump non piace ma pronta a votarlo lo stesso, perché
"ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non
vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul
modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo,
un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American
way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro
o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è
anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia
Trump". E la via americana al benessere non prevede il doversi
mettere in fila per ricevere dallo Stato qualche benefit di una
sempre più misera redistribuzione della ricchezza, che è invece la
via europea, ma la liberazione degli "animal spirits"
affinché tutti abbiano almeno una chance per costruirsi il proprio
benessere.
L'altro elemento chiave è stata la
ribellione al politicamente corretto. Trump ha vinto da solo contro
tutti, come il pistolero del West che da solo sgomina una dozzina di
banditi. La democrazia americana ha dato un segnale di straordinaria
vitalità laddove milioni di elettori, quelli definiti "deplorables"
(miserabili) dalla Clinton, hanno resistito alla pressione della
condanna morale ("Trump e le cose che dice sono riprovevoli,
quindi se lo appoggi non sei una persona decente, devi vergognarti")
esercitata da uno schieramento di forze imponente: le macchine da
guerra del Partito democratico, dei Clinton e di Obama; la stampa
americana e internazionale; Wall Street; gli opinion leader, il mondo
accademico e lo star system; persino parte dell'establishment
repubblicano. Quella americana è quindi una democrazia in salute,
immune persino al rischio di quel "conformismo democratico"
paventato da Alexis de Tocqueville.
Gli elettori non hanno dato peso alle
sue gaffe, alcune vere altre preconfezionate dai suoi avversari.
Anzi, proprio Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e
per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi
avversari e dai media, ha rappresentato un riscatto per quanti non ne
possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene"
pensare, parlare o comportarsi. Il vendicatore di un elettorato
bianco "nativo" (contrariamente alle aspettative anche
femminile) per anni indicato come privilegiato e responsabile delle
peggiori discriminazioni, passate e presenti, espulso dal discorso
pubblico e da un'agenda politica ormai rivolta quasi esclusivamente
all'integrazione di ogni genere di minoranza.
C'è una vera e propria ribellione nei
confronti delle norme del politicamente corretto alla base del
risentimento contro l'establishment che anima i sostenitori di Trump,
ha scritto l'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall.
"L'avanzata del politicamente corretto è un grave rischio"
per la civiltà occidentale, avverte lo storico Niall Ferguson,
secondo cui l'"anti politicamente corretto" è il vero
trait d'union tra l'insofferenza dei bianchi americani e la Brexit:
"E' la reazione di una fetta importante della società - ha
spiegato in una recente intervista al Foglio - che ha la sensazione
che qualcuno abbia scelto di rivoltarle il mondo contro. D'altronde
in cosa consiste all'ingrosso il progetto progressista se non nel
fatto di rendere le nostre società un po' meno favorevoli all'uomo
bianco medio che tanto se ne era avvantaggiato finora? Non ci
possiamo sorprendere se oggi assistiamo al tentativo multiforme di
combattere tale progetto".
A uscire con le ossa rotte dal voto di
martedì non è solo Hillary Clinton. E' stato un voto contro il
sistema mediatico, che agli occhi degli americani ha ormai raggiunto
un grado di credibilità prossimo allo zero. La faziosità senza
precedenti con cui giornali e tv hanno sostenuto la Clinton e
demonizzato Trump non ha influenzato le scelte degli elettori. I
media, anche italiani, hanno rinunciato a capire, abbandonandosi ad
un tifo sfrenato per la Clinton. Non dimenticheremo i dibattiti tv
vinti da Hillary 3-0... Bias, wishful thinking e state of denial,
mesi a cercare di incastrarlo con questa o quella gaffe (vera o
pretestuosa), mentre Trump faceva arrivare efficacemente i suoi
messaggi all'elettorato.
Thursday, November 03, 2016
Panico: Hillary può perdere
Pubblicato su Ofcs Report
E anche se ce la fa, rischia una presidenza azzoppata da scandali e inchieste
Che l'emailgate fosse un caso tutt'altro chiuso, e che avrebbe anzi tormentato Hillary Clinton fino all'8 novembre, i lettori di OfcsReport l'hanno potuto leggere più volte su queste pagine. E' successo che tra le email sequestrate all'ex congressman democratico Anthony D. Weiner (per un caso di molestie sessuali a una quindicenne), marito di Huma Abedin, braccio destro della Clinton, l'FBI ritenga che ci siano messaggi rilevanti proprio per il caso che riguarda l'ex segretario di Stato e che impongono di indagare a fondo e con urgenza. E in una lettera al Congresso ha quindi informato i parlamentari. L'annuncio della riapertura dell'indagine sull'emailgate, questa volta a tutti gli effetti un'indagine penale federale, non poteva che scatenare le polemiche. Si sono invertiti i ruoli: non è più Trump a parlare di elezioni truccate e a gettare fango sulle istituzioni, ora è la campagna Clinton a evocare complotti, ad accusare l'FBI, e in particolare il suo direttore Comey, di voler influenzare le elezioni, dopo averlo applaudito invece quando aveva chiuso la precedente indagine senza incriminare la ex first lady.
Il livello di allarme è talmente elevato nel campo democratico che anche il presidente Obama, che in un primo momento tramite il suo portavoce si era rifiutato di sconfessare l'operato dell'FBI, alla fine è sceso in campo, definendo "gonfiato" il caso e bacchettando indirettamente l'agenzia: "Quando ci sono indagini non operiamo su insinuazioni, informazioni incomplete e fughe di notizie".
In realtà, l'FBI non avrebbe potuto scegliere momento migliore per arrecare meno danni possibili alla candidata democratica, non potendo al tempo stesso tacere la nuova indagine. La notizia infatti arriva sì in prossimità del voto, ma con un margine sufficiente di giorni per essere "digerita" dall'opinione pubblica e dar modo alla campagna Clinton di reagire. Ma soprattutto arriva dopo che 26 milioni di americani (il doppio rispetto al 2012) hanno già votato e dopo i dibattiti tv, evitando così a Hillary l'imbarazzo di doverne rispondere in diretta televisiva davanti a 80 milioni di telespettatori. Ovviamente non è una buona notizia per lei, il danno incalcolabile, ma l'FBI non avrebbe potuto agire diversamente. Cosa sarebbe accaduto, infatti, se il direttore Comey avesse taciuto, e sulla stampa fosse trapelato un "leak" sulla nuova indagine in corso? O, peggio ancora, se si fosse saputo dopo l'8 novembre, ad elezione della Clinton avvenuta? Donald Trump avrebbe potuto con buone ragioni parlare di sistema corrotto ed elezioni truccate.
Senza contare che già la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton al termine della prima indagine è apparsa più che discutibile. Il 56% degli americani non l'ha condivisa e per il WSJ, che non sostiene certo Trump, puzza talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e delle agenzie governative. A sollevare ulteriori dubbi di conflitti di interesse e favoritismi politici, ci sono i 675 mila dollari donati da un'organizzazione del governatore della Virginia, Terry McAuliffe, amico di vecchia data di Hillary e Bill, alla campagna per il Senato della moglie del vice direttore dell'FBI Andrew McCabe, che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini sulla Clinton.
Insomma, il tema è terribilmente serio. Si tratta della sistematica violazione delle regole sulla segretezza da parte della Clinton e del suo staff. L'ipotesi è che questa violazione fosse deliberata, che addirittura siano stati cancellati messaggi classificati top secret, che sia stata deliberatamente ostacolata la giustizia, con false testimonianze all'FBI e occultando l'esistenza di altre e-mail. E nella migliore delle ipotesi, la candidata ritenuta più "affidabile" di queste elezioni ha usato un server privato di posta elettronica esponendo informazioni top secret per la sicurezza nazionale, ma anche solo intenzioni e politiche del governo Usa, a qualsiasi tipo di hackeraggio e azione di spionaggio di governi stranieri.
Timothy Naftali sul New York Times spiega perché le email della Clinton "importano": "Nessuno vuole doversi preoccupare che qualcuno dei suoi nastri alla Casa Bianca andrà perso", con evidente riferimento al caso Watergate che travolse Nixon. Per il Wall Street Journal a questo punto Hillary Clinton diventa "la mano non sicura", "ha preso il posto di Trump come candidato ad alto rischio". Il Washington Post spiega perché il caso rischia di travolgere anche una eventuale presidenza Clinton: "Pronti per altri quattro anni di 'Clinton scandals'". La parola mai pronunciata ma che risuona nella testa di tutti è una sola: impeachment. Insomma, anche se dovesse farcela, quella di Hillary Clinton potrebbe essere una presidenza azzoppata da scandali e inchieste, debole a Washington e sotto la pressione crescente della rabbia anti-establishment che monta nel Paese, sia da destra che da sinistra.
Come se non bastasse, l'FBI ha pubblicato nuovi documenti su un'indagine, che si chiuse senza incriminazioni, che coinvolse l'allora presidente Bill Clinton per la grazia concessa al finanziere Marc Rich, la cui moglie era donatrice del Partito democratico. E un'altra brutta notizia per Hillary è il netto calo di early voting (voto anticipato) tra gli afroamericani in stati cruciali come Nord Carolina e Florida, la chiave del successo di Obama nel 2008 e nel 2012. Segno che non sarebbe riuscita a conquistare la fiducia del "popolo di Obama".
Che impatto avrà tutto questo sulla corsa alla Casa Bianca? La riapertura di una partita che fino a pochi giorni fa per i sondaggi sembrava chiusa potrebbe rimotivare i potenziali elettori di Trump, mentre le sempre più oscure zone d'ombra nell'operato della Clinton possono rendere più difficile l'impresa a quegli elettori disposti a votarla turandosi il naso. Ma nonostante tutto, Hillary resta favorita. Anche se con margini molto ridotti rispetto a pochi giorni fa, i sondaggi continuano a darla in vantaggio nei singoli stati. Non da oggi però ci si chiede, e se lo chiedono gli stessi sondaggisti, se siano davvero riusciti a intercettare l'elettorato potenziale di Donald Trump o se qualcuno (molti?) dei suoi elettori sia sfuggito alle rilevazioni.
E anche se ce la fa, rischia una presidenza azzoppata da scandali e inchieste
Che l'emailgate fosse un caso tutt'altro chiuso, e che avrebbe anzi tormentato Hillary Clinton fino all'8 novembre, i lettori di OfcsReport l'hanno potuto leggere più volte su queste pagine. E' successo che tra le email sequestrate all'ex congressman democratico Anthony D. Weiner (per un caso di molestie sessuali a una quindicenne), marito di Huma Abedin, braccio destro della Clinton, l'FBI ritenga che ci siano messaggi rilevanti proprio per il caso che riguarda l'ex segretario di Stato e che impongono di indagare a fondo e con urgenza. E in una lettera al Congresso ha quindi informato i parlamentari. L'annuncio della riapertura dell'indagine sull'emailgate, questa volta a tutti gli effetti un'indagine penale federale, non poteva che scatenare le polemiche. Si sono invertiti i ruoli: non è più Trump a parlare di elezioni truccate e a gettare fango sulle istituzioni, ora è la campagna Clinton a evocare complotti, ad accusare l'FBI, e in particolare il suo direttore Comey, di voler influenzare le elezioni, dopo averlo applaudito invece quando aveva chiuso la precedente indagine senza incriminare la ex first lady.
Il livello di allarme è talmente elevato nel campo democratico che anche il presidente Obama, che in un primo momento tramite il suo portavoce si era rifiutato di sconfessare l'operato dell'FBI, alla fine è sceso in campo, definendo "gonfiato" il caso e bacchettando indirettamente l'agenzia: "Quando ci sono indagini non operiamo su insinuazioni, informazioni incomplete e fughe di notizie".
In realtà, l'FBI non avrebbe potuto scegliere momento migliore per arrecare meno danni possibili alla candidata democratica, non potendo al tempo stesso tacere la nuova indagine. La notizia infatti arriva sì in prossimità del voto, ma con un margine sufficiente di giorni per essere "digerita" dall'opinione pubblica e dar modo alla campagna Clinton di reagire. Ma soprattutto arriva dopo che 26 milioni di americani (il doppio rispetto al 2012) hanno già votato e dopo i dibattiti tv, evitando così a Hillary l'imbarazzo di doverne rispondere in diretta televisiva davanti a 80 milioni di telespettatori. Ovviamente non è una buona notizia per lei, il danno incalcolabile, ma l'FBI non avrebbe potuto agire diversamente. Cosa sarebbe accaduto, infatti, se il direttore Comey avesse taciuto, e sulla stampa fosse trapelato un "leak" sulla nuova indagine in corso? O, peggio ancora, se si fosse saputo dopo l'8 novembre, ad elezione della Clinton avvenuta? Donald Trump avrebbe potuto con buone ragioni parlare di sistema corrotto ed elezioni truccate.
Senza contare che già la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton al termine della prima indagine è apparsa più che discutibile. Il 56% degli americani non l'ha condivisa e per il WSJ, che non sostiene certo Trump, puzza talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e delle agenzie governative. A sollevare ulteriori dubbi di conflitti di interesse e favoritismi politici, ci sono i 675 mila dollari donati da un'organizzazione del governatore della Virginia, Terry McAuliffe, amico di vecchia data di Hillary e Bill, alla campagna per il Senato della moglie del vice direttore dell'FBI Andrew McCabe, che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini sulla Clinton.
Insomma, il tema è terribilmente serio. Si tratta della sistematica violazione delle regole sulla segretezza da parte della Clinton e del suo staff. L'ipotesi è che questa violazione fosse deliberata, che addirittura siano stati cancellati messaggi classificati top secret, che sia stata deliberatamente ostacolata la giustizia, con false testimonianze all'FBI e occultando l'esistenza di altre e-mail. E nella migliore delle ipotesi, la candidata ritenuta più "affidabile" di queste elezioni ha usato un server privato di posta elettronica esponendo informazioni top secret per la sicurezza nazionale, ma anche solo intenzioni e politiche del governo Usa, a qualsiasi tipo di hackeraggio e azione di spionaggio di governi stranieri.
Timothy Naftali sul New York Times spiega perché le email della Clinton "importano": "Nessuno vuole doversi preoccupare che qualcuno dei suoi nastri alla Casa Bianca andrà perso", con evidente riferimento al caso Watergate che travolse Nixon. Per il Wall Street Journal a questo punto Hillary Clinton diventa "la mano non sicura", "ha preso il posto di Trump come candidato ad alto rischio". Il Washington Post spiega perché il caso rischia di travolgere anche una eventuale presidenza Clinton: "Pronti per altri quattro anni di 'Clinton scandals'". La parola mai pronunciata ma che risuona nella testa di tutti è una sola: impeachment. Insomma, anche se dovesse farcela, quella di Hillary Clinton potrebbe essere una presidenza azzoppata da scandali e inchieste, debole a Washington e sotto la pressione crescente della rabbia anti-establishment che monta nel Paese, sia da destra che da sinistra.
Come se non bastasse, l'FBI ha pubblicato nuovi documenti su un'indagine, che si chiuse senza incriminazioni, che coinvolse l'allora presidente Bill Clinton per la grazia concessa al finanziere Marc Rich, la cui moglie era donatrice del Partito democratico. E un'altra brutta notizia per Hillary è il netto calo di early voting (voto anticipato) tra gli afroamericani in stati cruciali come Nord Carolina e Florida, la chiave del successo di Obama nel 2008 e nel 2012. Segno che non sarebbe riuscita a conquistare la fiducia del "popolo di Obama".
Che impatto avrà tutto questo sulla corsa alla Casa Bianca? La riapertura di una partita che fino a pochi giorni fa per i sondaggi sembrava chiusa potrebbe rimotivare i potenziali elettori di Trump, mentre le sempre più oscure zone d'ombra nell'operato della Clinton possono rendere più difficile l'impresa a quegli elettori disposti a votarla turandosi il naso. Ma nonostante tutto, Hillary resta favorita. Anche se con margini molto ridotti rispetto a pochi giorni fa, i sondaggi continuano a darla in vantaggio nei singoli stati. Non da oggi però ci si chiede, e se lo chiedono gli stessi sondaggisti, se siano davvero riusciti a intercettare l'elettorato potenziale di Donald Trump o se qualcuno (molti?) dei suoi elettori sia sfuggito alle rilevazioni.
Thursday, October 20, 2016
Trump anti-sistema, Clinton presidenziale
Pubblicato su Ofcs Report
L'ultimo dibattito rafforza le immagini già note dei candidati
Il terzo e ultimo dibattito tv tra i due sfidanti per la Casa Bianca, Hillary Clinton e Donad Trump, l'ha vinto... il moderatore Chris Wallace di Fox News. E' stato infatti un dibattito più corretto dei primi due, più complesso e articolato, centrato più sui temi e moderato con imparzialità. Wallace ha posto domande e sollevato temi scomodi a entrambi, insistendo con entrambi per ottenere delle risposte. Dal focus group del sondaggista indipendente Frank Luntz è emerso un 14 a 12 per Trump. Tra i due quindi un sostanziale pareggio, che avvantaggia chi è avanti nei sondaggi, ovvero Hillary.
Sui mainstream media infurierà per giorni la polemica sul rifiuto di Trump di impegnarsi fin d'ora ad accettare il responso delle urne anche se a lui sfavorevole. Certo, uno strappo notevole per una democrazia abituata ad un fair play quasi ostentato (anche se spesso più di facciata e a urne chiuse). La sua risposta però può aver scandalizzato solo gli elettori che già nutrono un'opinione pessima di lui. Quanto agli altri, sarà anche apparsa sconveniente, sbagliata, ma certo l'argomento non è di quelli che possono infiammare il pubblico come sta infiammando i media e il mondo politico a Washington. E forse qualcuno ricorderà che nell'elezione del 2000 il democratico Al Gore ci mise più di un mese a concedere la vittoria a George W. Bush, dopo ricorsi e riconteggi...
In realtà, per Trump si è trattato di un autogol, forse l'unico errore commesso nel dibattito, ma per un altro motivo: non perché dovesse per forza assicurare fin d'ora di accettare la sconfitta, ma perché ha giocato il ruolo del perdente annunciato. Invece di abboccare alla provocazione avrebbe dovuto rispondere con un "non mi riguarda perché vincerò io, chiedetelo a Hillary".
Detto questo, anche in una democrazia come quella americana il rischio di elezioni truccate o comunque di gravi irregolarità dovrebbe essere preso terribilmente sul serio, ben più di qualche cyber-attacco russo. Come ha osservato l'editorialista George Will, "è difficile pensare a una ragione innocente per cui i Democratici spendono così tanto tempo, forze e denaro, risorse scarse, nel resistere ai tentativi di ripulire le liste elettorali, per rimuovere i morti, o per cui si battono così strenuamente contro leggi sul documento di identità degli elettori. Dicono che limiterebbe l'esercizio di un diritto fondamentale. La Corte Suprema ha detto che viaggiare è un diritto fondamentale ma nessuno pensa che mostrare un documento in aeroporto limiti questo fondamentale diritto". Will ha anche ricordato la condotta dell'Irs, l'agenzia fiscale americana, che in tre elezioni consecutive ha ritardato di riconoscere esenzioni fiscali ad associazioni conservatrici. Non si tratta di dietrologie, ma di distorsioni autorevolmente documentate.
Che Trump accetti o meno l'esito del voto è tutto sommato secondario. Ma la convinzione che il sistema sia "corrotto" potrebbe spingere a votare milioni di americani che non votano da decenni, e che dunque potrebbero fare la differenza lontano dagli sguardi dei sondaggi, o al contrario altrettanti elettori a non partecipare al voto.
Per il resto del confronto televisivo, su Trump sono piovuti attacchi personali già sentiti, mentre per la prima volta nei tre dibattiti Hillary Clinton è stata colpita duramente sulla sua fondazione. Si è trovata in grande difficoltà sia quando il moderatore ha posto la questione della facilità di accesso dei donatori al suo ufficio di segretario di Stato, sia quando Trump gli ha rinfacciato di parlare di diritti delle donne e dei gay pur accettando milioni di dollari da Paesi, come Arabia Saudita e Qatar, dove quei diritti sono calpestati.
E per la prima volta nei tre dibattiti hanno trovato finalmente centralità alcuni temi cari ai conservatori, come Corte Suprema, aborto, immigrazione, e più scomodi per Hillary, come secondo emendamento, aborto fino a termine gravidanza, wikileaks e emailgate. Nei giorni scorsi è emersa dai documenti della stessa FBI la prova delle pressioni del Dipartimento di Stato perché venissero rivalutate come non classificate e-mail classificate passate illegalmente per il server di posta elettronica della Clinton, alleggerendo così la posizione dell'ex segretario di Stato sotto indagine.
Sempre secondo le analisi di Luntz, Trump è apparso efficace sui temi economici, soprattutto sugli accordi commerciali come il Nafta, sui fallimenti della politica estera obamiana e sull'emailgate. Tra gli elettori indipendenti sono apparsi invece molto deboli gli attacchi di Hillary alla Russia, la risposta sulla sua fondazione e la proposta di un nuovo "stimolo" all'economia. Trump ha avuto gioco facile nel ricordare come l'Isis sia chiaramente frutto del vuoto lasciato dalle amministrazioni Obama, per effetto del ritiro dall'Iraq e delle indecisioni nella crisi siriana, e come Putin abbia "beffato" Barack e Hillary praticamente su tutti i fronti.
La sensazione è che l'improvviso anti-putinismo di Obama e della Clinton sia dovuto più a una frustrazione personale per le sberle prese in più teatri, dall'Est Europa al Medio Oriente fino alla Turchia, che a motivi ideali e strategici. Sia contro McCain nel 2008 che contro Romney nel 2012, Obama ridicolizzava le posizioni "aggressive" dei candidati repubblicani nei confronti della Russia e proponeva invece dialogo e cooperazione. Da segretario di Stato la Clinton è stata artefice del tentativo di "reset" con Mosca e la sua fondazione ha ricevuto fondi russi per aver facilitato l'accordo sulla compagnia "Uranium One", come documentato solo un anno fa dal New York Times (quando ancora la candidatura Trump non sembrava una cosa seria).
Da candidato anti-sistema quello di Trump è un appello agli elettori trasversale, che attraversa tutto lo spettro politico, a maggior ragione dopo il venir meno del sostegno dei vertici del Gop. Hillary Clinton ha confermato la sua agenda molto spostata a sinistra sui temi socio-economici e sui diritti civili, per conquistare i "sanderisti", ma la novità di questo dibattito è che per la prima volta si è rivolta anche ai conservatori, ricordando un attacco di Trump a Reagan nel 1987 e proponendo una no-fly zone in Siria, in contrasto con Obama e in sintonia con il senatore repubblicano McCain.
In ogni caso, se Trump dovesse perdere, come indica la maggior parte dei sondaggi, non sarà certo per i dibattiti televisivi. Anche da quest'ultimo scontro i due contendenti sono usciti rafforzando la loro ben nota immagine: Trump come candidato di rottura, anti-sistema, la Clinton più presidenziale. A ridurre le speranze di Trump sono altre tre circostanze. L'early-voting sembra stia premiando Hillary molto più di Obama quattro anni fa; nell'ultimo anno in Florida, stato decisivo per la conquista della Casa Bianca, si sono registrati 500 mila elettori come Democratici e solo 70 mila come Repubblicani. Ma soprattutto, l'unità del Partito repubblicano su Trump era importante come fattore di legittimazione e rassicurazione dell'elettorato. Il caos in cui è precipitato il Gop, con i vertici che di fatto, anche se non formalmente, gli hanno voltato le spalle, lo sta privando di quella "accettabilità" decisiva per far presa sugli elettori indecisi/indipendenti. Si prospetta, in caso di sconfitta, un durissimo scaricabarile tra il candidato e il "suo" partito.
L'ultimo dibattito rafforza le immagini già note dei candidati
Il terzo e ultimo dibattito tv tra i due sfidanti per la Casa Bianca, Hillary Clinton e Donad Trump, l'ha vinto... il moderatore Chris Wallace di Fox News. E' stato infatti un dibattito più corretto dei primi due, più complesso e articolato, centrato più sui temi e moderato con imparzialità. Wallace ha posto domande e sollevato temi scomodi a entrambi, insistendo con entrambi per ottenere delle risposte. Dal focus group del sondaggista indipendente Frank Luntz è emerso un 14 a 12 per Trump. Tra i due quindi un sostanziale pareggio, che avvantaggia chi è avanti nei sondaggi, ovvero Hillary.
Sui mainstream media infurierà per giorni la polemica sul rifiuto di Trump di impegnarsi fin d'ora ad accettare il responso delle urne anche se a lui sfavorevole. Certo, uno strappo notevole per una democrazia abituata ad un fair play quasi ostentato (anche se spesso più di facciata e a urne chiuse). La sua risposta però può aver scandalizzato solo gli elettori che già nutrono un'opinione pessima di lui. Quanto agli altri, sarà anche apparsa sconveniente, sbagliata, ma certo l'argomento non è di quelli che possono infiammare il pubblico come sta infiammando i media e il mondo politico a Washington. E forse qualcuno ricorderà che nell'elezione del 2000 il democratico Al Gore ci mise più di un mese a concedere la vittoria a George W. Bush, dopo ricorsi e riconteggi...
In realtà, per Trump si è trattato di un autogol, forse l'unico errore commesso nel dibattito, ma per un altro motivo: non perché dovesse per forza assicurare fin d'ora di accettare la sconfitta, ma perché ha giocato il ruolo del perdente annunciato. Invece di abboccare alla provocazione avrebbe dovuto rispondere con un "non mi riguarda perché vincerò io, chiedetelo a Hillary".
Detto questo, anche in una democrazia come quella americana il rischio di elezioni truccate o comunque di gravi irregolarità dovrebbe essere preso terribilmente sul serio, ben più di qualche cyber-attacco russo. Come ha osservato l'editorialista George Will, "è difficile pensare a una ragione innocente per cui i Democratici spendono così tanto tempo, forze e denaro, risorse scarse, nel resistere ai tentativi di ripulire le liste elettorali, per rimuovere i morti, o per cui si battono così strenuamente contro leggi sul documento di identità degli elettori. Dicono che limiterebbe l'esercizio di un diritto fondamentale. La Corte Suprema ha detto che viaggiare è un diritto fondamentale ma nessuno pensa che mostrare un documento in aeroporto limiti questo fondamentale diritto". Will ha anche ricordato la condotta dell'Irs, l'agenzia fiscale americana, che in tre elezioni consecutive ha ritardato di riconoscere esenzioni fiscali ad associazioni conservatrici. Non si tratta di dietrologie, ma di distorsioni autorevolmente documentate.
Che Trump accetti o meno l'esito del voto è tutto sommato secondario. Ma la convinzione che il sistema sia "corrotto" potrebbe spingere a votare milioni di americani che non votano da decenni, e che dunque potrebbero fare la differenza lontano dagli sguardi dei sondaggi, o al contrario altrettanti elettori a non partecipare al voto.
Per il resto del confronto televisivo, su Trump sono piovuti attacchi personali già sentiti, mentre per la prima volta nei tre dibattiti Hillary Clinton è stata colpita duramente sulla sua fondazione. Si è trovata in grande difficoltà sia quando il moderatore ha posto la questione della facilità di accesso dei donatori al suo ufficio di segretario di Stato, sia quando Trump gli ha rinfacciato di parlare di diritti delle donne e dei gay pur accettando milioni di dollari da Paesi, come Arabia Saudita e Qatar, dove quei diritti sono calpestati.
E per la prima volta nei tre dibattiti hanno trovato finalmente centralità alcuni temi cari ai conservatori, come Corte Suprema, aborto, immigrazione, e più scomodi per Hillary, come secondo emendamento, aborto fino a termine gravidanza, wikileaks e emailgate. Nei giorni scorsi è emersa dai documenti della stessa FBI la prova delle pressioni del Dipartimento di Stato perché venissero rivalutate come non classificate e-mail classificate passate illegalmente per il server di posta elettronica della Clinton, alleggerendo così la posizione dell'ex segretario di Stato sotto indagine.
Sempre secondo le analisi di Luntz, Trump è apparso efficace sui temi economici, soprattutto sugli accordi commerciali come il Nafta, sui fallimenti della politica estera obamiana e sull'emailgate. Tra gli elettori indipendenti sono apparsi invece molto deboli gli attacchi di Hillary alla Russia, la risposta sulla sua fondazione e la proposta di un nuovo "stimolo" all'economia. Trump ha avuto gioco facile nel ricordare come l'Isis sia chiaramente frutto del vuoto lasciato dalle amministrazioni Obama, per effetto del ritiro dall'Iraq e delle indecisioni nella crisi siriana, e come Putin abbia "beffato" Barack e Hillary praticamente su tutti i fronti.
La sensazione è che l'improvviso anti-putinismo di Obama e della Clinton sia dovuto più a una frustrazione personale per le sberle prese in più teatri, dall'Est Europa al Medio Oriente fino alla Turchia, che a motivi ideali e strategici. Sia contro McCain nel 2008 che contro Romney nel 2012, Obama ridicolizzava le posizioni "aggressive" dei candidati repubblicani nei confronti della Russia e proponeva invece dialogo e cooperazione. Da segretario di Stato la Clinton è stata artefice del tentativo di "reset" con Mosca e la sua fondazione ha ricevuto fondi russi per aver facilitato l'accordo sulla compagnia "Uranium One", come documentato solo un anno fa dal New York Times (quando ancora la candidatura Trump non sembrava una cosa seria).
Da candidato anti-sistema quello di Trump è un appello agli elettori trasversale, che attraversa tutto lo spettro politico, a maggior ragione dopo il venir meno del sostegno dei vertici del Gop. Hillary Clinton ha confermato la sua agenda molto spostata a sinistra sui temi socio-economici e sui diritti civili, per conquistare i "sanderisti", ma la novità di questo dibattito è che per la prima volta si è rivolta anche ai conservatori, ricordando un attacco di Trump a Reagan nel 1987 e proponendo una no-fly zone in Siria, in contrasto con Obama e in sintonia con il senatore repubblicano McCain.
In ogni caso, se Trump dovesse perdere, come indica la maggior parte dei sondaggi, non sarà certo per i dibattiti televisivi. Anche da quest'ultimo scontro i due contendenti sono usciti rafforzando la loro ben nota immagine: Trump come candidato di rottura, anti-sistema, la Clinton più presidenziale. A ridurre le speranze di Trump sono altre tre circostanze. L'early-voting sembra stia premiando Hillary molto più di Obama quattro anni fa; nell'ultimo anno in Florida, stato decisivo per la conquista della Casa Bianca, si sono registrati 500 mila elettori come Democratici e solo 70 mila come Repubblicani. Ma soprattutto, l'unità del Partito repubblicano su Trump era importante come fattore di legittimazione e rassicurazione dell'elettorato. Il caos in cui è precipitato il Gop, con i vertici che di fatto, anche se non formalmente, gli hanno voltato le spalle, lo sta privando di quella "accettabilità" decisiva per far presa sugli elettori indecisi/indipendenti. Si prospetta, in caso di sconfitta, un durissimo scaricabarile tra il candidato e il "suo" partito.
Thursday, October 13, 2016
Per decine di milioni di americani l'Apocalisse si chiama Clinton
Pubblicato su L'Intraprendente
Altro che superamento delle divisioni.
Durante il doppio mandato di Barack Obama la politica americana è a
tal punto polarizzata che entrambi i candidati alla Casa Bianca dei
principali partiti evocano addirittura l'inferno per descrivere
l'avversario. Se Trump aveva paragonato Hillary Clinton al diavolo,
dalle colonne del New York Times l'ex first lady lancia un drammatico
appello agli elettori: "Sono l'ultima cosa che c'è fra voi e
l'Apocalisse". E naturalmente l'accostamento Trump-Apocalisse è
talmente piaciuto ai conformisti media italiani che è stato
rilanciato su tutte le prime pagine, in edicola e online, senza alcun
esercizio critico.
Se decine di milioni di americani sono
pronte a preferire un salto nel buio con Trump, piuttosto che una
collaudata e preparata ex segretario di Stato, forse qualche domanda
è il caso di porsela. Forse è il caso di impegnarsi a spiegare ai
lettori italiani che per metà degli americani - poco più o poco
meno lo vedremo l'8 novembre - l'Apocalisse è il futuro prospettato
loro da una presidenza Clinton dopo ben otto anni di Obama. Per
questi elettori, che alle primarie repubblicane hanno fatto fuori
tutti i candidati tradizionali del Gop scegliendo Trump, l'Apocalisse
è rappresentata dal sistema-Clinton e da altri quattro anni dei Dem
alla Casa Bianca. A tal punto che sembrano perdonare a Trump
qualsiasi cosa. Per il 74% degli elettori repubblicani infatti il
partito dovrebbe continuare a sostenere Trump nonostante le volgarità
del video diffuso dal Washington Post, mentre solo per il 13% non
dovrebbe.
E' con la vittoria della Clinton che
questi milioni di elettori vedono evidentemente spalancarsi le porte
dell'Apocalisse. L'Apocalisse che vedono è la deriva
socialdemocratica che sta già mutando il dna del Paese. In generale
sulle politiche socio-economiche e su temi come il possesso di armi,
la deindustrializzazione, l'immigrazione, con Hillary alla Casa
Bianca, dopo otto anni di Obama, temono un'ulteriore
"europeizzazione" degli Stati Uniti. Deriva da fermare a
qualsiasi costo, anche assumendosi il rischio di eleggere un
candidato controverso e impreparato, una totale incognita come Trump.
L'impopolarità della Clinton anche a
sinistra è tale che per restare in corsa ha dovuto fare appello al
"popolo di Obama", in pratica proponendo agli americani un
"terzo mandato" del presidente uscente, senza però averne
il carisma, e ha dovuto spostarsi ulteriormente a sinistra per
cercare di conquistarsi le simpatie dei "sanderisti".
Peccato che oltre il 70% degli americani ritiene che il Paese stia
andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore
sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il
Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil,
Obama è l'unico presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di
crescita in almeno un anno di mandato. Dalla Clinton quindi ci si può
aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno
prodotto crescita lenta, redditi stagnanti, fuga delle imprese e un
altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il
ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito
Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da
centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più a sinistra di
quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".
Basti guardare ai piani fiscali agli
antipodi dei due candidati. Secondo i dati del Tax Policy Center,
riportati dal Wall Street Journal, il piano fiscale di Trump,
accusato di favorire solo i più ricchi, offre al quintile centrale
dei contribuenti americani un aumento di reddito al netto delle tasse
nove volte superiore rispetto a quello che offre la Clinton (+1,8%
contro +0,2%). Mentre Trump riduce le tasse a tutte le fasce di
reddito, di fatto il piano della Clinton non offre alcuna riduzione
di tasse ad alcuna fascia di reddito. Nessuna impresa e nessuna
persona fisica pagherà meno tasse. E prevede un ulteriore gettito
fiscale dalle tasche degli americani di ben 1,4 trilioni di dollari.
Se non è questa una "Apocalisse fiscale", ci siamo
vicini...
Uno dei punti forti di Hillary rispetto
al suo avversario doveva essere l'esperienza da segretario di Stato.
Ma l'eredità di Obama-Clinton in politica estera (dal ritiro
dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto
riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza
l'Europa, fino al caos libico, passando per l'accordo sul nucleare
iraniano, le tensioni con Israele e l'avanzata della Russia) è
talmente disastrosa da far apparire davvero vicina l'Apocalisse: un
mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda",
ha scritto il WSJ. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza
col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti
con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, non è
credibile se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il
pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il
repubblicano McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle
"connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il
Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo,
apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton
Cash".
A far temere ancor di più una
"Apocalisse clintoniana" ci sono poi le minacce alla
Costituzione e il controllo delle istituzioni. Un tema cruciale
emerso finalmente anche nel dibattito tv dell'altra notte è quello
della Corte Suprema. Con Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a
nominare il giudice mancante dopo la morte di Antonin Scalia e per la
prima volta dai tempi di Nixon (1971) la Corte avrebbe una
maggioranza progressista che potrebbe restare tale per decenni. La
Clinton ha confermato i peggiori timori dei conservatori. Non ha mai
menzionato le parole "rispetto della Costituzione", ha
ammesso di voler cambiare "direzione" alla Corte, di voler
scegliere una figura che vada oltre quella del rispettato giurista,
qualcuno che "comprenda come funziona il mondo, che abbia
esperienza di vita reale". Praticamente un attivista politico.
Fondamentalmente ha lasciato intendere di volere una Corte
"legislativa". E' in gioco quindi l'identità stessa
dell'America dei prossimi 30 anni. Ci sono equilibri politici (nel
partito e nel Paese) che si possono cambiare, ma non la maggioranza
della Corte Suprema una volta messa nelle mani della Clinton. Per gli
elettori repubblicani sarebbe una vera Apocalisse, perché la
giurisprudenza della Corte può trasformare in profondità il Paese.
Per il WSJ, che non sostiene certo
Trump, la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton per
l'emailgate (ben il 56% degli americani non l'ha condivisa) puzza
talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla
tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e
delle agenzie governative.
Un ruolo non indifferente nella
percezione dell'"Apocalisse clintoniana" lo gioca poi il
pensiero unico del politicamente corretto che domina i mainstream
media, sempre più avvertito come una minaccia alla libertà
d'espressione e anche alla funzione critica della stampa. Tempo fa
dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avvertiva
che c'è una "nuova maggioranza silenziosa", una fetta
importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che
è pronta a votarlo lo stesso, perché "ha una sola qualità
redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati
Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul
politically correct". È un bullo, un demagogo, ma anche l'unico
in grado di "preservare l'American way of life come la
conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di
agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più
pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump".
"L'epoca della discordia",
così il WSJ ha definito gli anni di Obama. E attenzione: una
radicalizzazione che non è destinata ad arrestarsi. Con Obama si è
radicalizzato il Partito democratico, diventato una socialdemocrazia
europea degli anni '60. L'establishment repubblicano è rimasto
moderato, ma non la base del partito. E se Trump dovesse perdere, c'è
il forte rischio di ritrovarsi fra quattro anni con due candidati
ancor più anti-sistema, ancor più "apocalittici", sia a
destra che a sinistra.
Wednesday, October 12, 2016
Trump è ancora vivo, Hillary difende il suo vantaggio
Pubblicato su Ofcs Report
The Donald si rimette in piedi, ma è psicodramma nel Partito repubblicano che rischia l'implosione
The Donald si rimette in piedi, ma è psicodramma nel Partito repubblicano che rischia l'implosione
Trump ha vinto il secondo dibattito tv
come Hillary aveva vinto il primo, ovvero andando meglio delle
aspettative. L'ex segretario di Stato era arrivata al primo dibattito
in affanno per il malore mostrato in pubblico e il tentativo di
nascondere la sua polmonite. Ci si aspettava che apparisse bollita e
che potesse subire un colpo da ko dal suo avversario, invece non solo
è rimasta in piedi ma si è mostrata combattiva e ha contrattaccato,
mandando Trump in confusione nella seconda parte del confronto. Trump
è arrivato al secondo dibattito nella bufera per il video diffuso
dal WaPo e messo in discussione dal suo stesso partito. Poteva essere
il definitivo ko, invece dopo un difficile momento iniziale ha
reagito, è apparso più concentrato, ha costretto la Clinton sulla
difensiva aleggiando dietro di lei come un falco sulla preda,
dimostrando di non essere ancora morto.
A differenza del primo dibattito,
stavolta Trump ha affondato il colpo su tutti i punti deboli di
Hillary (politici e non, dall'emailgate al caos in Medio Oriente) e
fatto leva su tutte le issues a cui la base repubblicana è
sensibile. Ha fatto ricorso all'arma finale contro il
sistema-Clinton, portando davanti alla stampa le donne che accusano
Bill Clinton di molestie sessuali: un conto sono le parole, nei fatti
il vero molestatore è Bill e Hillary una donna che intimidisce le
vittime di stupro. Un momento bassissimo, certo, ma inevitabile dopo
il colpo basso subito da The Donald. Da almeno due decenni
l'elettorato conservatore sognava un candidato che tenesse testa
senza complessi all'odiato clan Clinton. A questo punto Hillary ha
preferito cambiare argomento, il tema è da sempre troppo scottante
anche per i Clinton ed era più interessata a non rischiare di
buttare al vento il suo vantaggio piuttosto che assestare il colpo
del ko. Trump ha commesso a nostro avviso solo due errori: quando ha
ammesso di non aver concordato col suo vice una posizione sulla crisi
siriana e alla fine, quando riconoscendo alla Clinton di essere una
"combattente" ha contraddetto i suoi stessi attacchi del
dibattito precedente, quando l'aveva definita "unfit"
perché debole e malata.
Meglio Trump anche per il focus group
del sondaggista indipendente Frank Luntz: le preferenze per Hillary
sono passate da 8 a 4 dopo il dibattito, quelle per Trump da 9 a 18.
Hillary ha fornito le prevedibili risposte del politico navigato,
Trump è apparso meno artefatto e più spontaneo. Per i commentatori
Trump che minaccia Hillary di nominare un procuratore speciale per
incriminarla è stato uno dei momenti più bassi del dibattito,
mentre per i telespettatori uno dei migliori, anche perché il 56%
degli americani non ha condiviso la scelta dell'FBI di non
incriminarla per l'emailgate.
Ma si è trattato, appunto, di una
vittoria rispetto alle aspettative. Invece di gettare la spugna Trump
si è rimesso in piedi, consolidando il suo zoccolo duro di elettori
convinti e allontanando la tentazione della leadership del suo
partito di ritirargli ufficialmente l'appoggio. Insomma, una vittoria
perché resta in corsa, ma è molto improbabile che sia riuscito a
ridurre il distacco dall'avversaria e conquistare voti tra gli
indecisi. Date le condizioni di partenza quasi disperate, non poteva
fare di più. E' ancora indietro nei sondaggi, c'è sempre meno
margine per una rimonta, ma gli stessi sondaggisti dubitano di essere
davvero riusciti a intercettare il suo elettorato potenziale. C'è da
chiedersi anche quanto colpi come quello dei giorni scorsi possano
azzopparlo tra gli indecisi. Da una parte, le volgarità del video
diffuso non possono essere liquidate come parole che non lo
rappresentano; dall'altra, proprio perché coerenti con il suo
personaggio, gli elettori potrebbero esserne non più di tanto
scandalizzati.
L'unico uscito sconfitto dal dibattito
è il Partito repubblicano. Che prima non è riuscito a costruire una
valida alternativa interna a Trump, poi l'ha incoronato senza
convinzione. E ora, a un mese dal voto, dopo un colpo basso
confezionato dai suoi avversari, è ad un passo dallo scaricarlo
(anche se dopo la vitalità mostrata da Trump in tv è arrivato il
tweet di congratulazioni del suo vice, Mike Pence). Molti big del
partito l'hanno comunque scomunicato e altri esponenti sarebbero
pronti ad abbandonarlo, pensando alle loro poltrone di deputato o di
senatore. Lo speaker alla Camera Paul Ryan ha confidato ai deputati
che non difenderà più Trump ma si concentrerà sulla difesa dei
seggi al Congresso. Ma è la migliore strategia per difenderli? Per
il 74% degli elettori repubblicani il partito dovrebbe continuare a
sostenere Trump nonostante le volgarità del video, mentre solo per
il 13% non dovrebbe. Una sconfitta di Trump può quindi rivelarsi
costosissima per il partito. Se perde, il Gop si libera di lui ma
rischia di perdere anche il 74 per cento della base. Persa la Casa
Bianca per 12 anni, e probabilmente anche le maggioranze al
Congresso, rischia di liquefarsi.
Poi c'è la Corte Suprema, un tema
cruciale emerso finalmente anche nel dibattito dell'altra notte. Con
Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a nominare il giudice mancante
dopo la morte di Antonin Scalia e per la prima volta dai tempi di
Nixon (1971) la Corte avrebbe una maggioranza progressista che
potrebbe restare tale per decenni. La Clinton ha confermato i
peggiori timori dei conservatori. Senza mai menzionare le parole
"rispetto della Costituzione", ha ammesso di voler cambiare
"direzione" alla Corte, scegliendo una figura che vada
oltre quella del rispettato giurista, qualcuno che "comprenda
come funziona il mondo, che abbia esperienza di vita reale".
Praticamente un attivista politico. Fondamentalmente ha lasciato
intendere di volere una Corte "legislativa". E' in gioco
quindi l'identità stessa dell'America dei prossimi 30 anni. Comunque
vada Trump sarà una parentesi, ci sono equilibri politici (nel
partito e nel Paese) che si possono modificare, ma non la maggioranza
della Corte Suprema una volta messa nelle mani della Clinton. Gli
elettori repubblicani sono determinati ad impedirlo ad ogni costo,
anche se si chiama Trump. E in gran parte non perdonerebbero al
partito una sconfitta determinata o aggravata da un tradimento ai
suoi danni.
L'establishment Gop non è ancora in
sintonia con la rabbia profonda che percorre i suoi elettori, non
tanto per come va l'economia o il tasso di disoccupazione, ma per la
deriva socialdemocratica che sta mutando il dna del Paese. Su temi
come il possesso di armi, sulle politiche socio-economiche, con
Hillary alla Casa Bianca dopo otto anni di Obama temono un'ulteriore
"europeizzazione" degli Stati Uniti. Per molti va fermata a
qualsiasi costo, anche assumendosi il rischio di eleggere un
candidato controverso e impreparato come Trump. Dalle colonne del
Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avverte che c'è una "nuova
maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media
americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo
stesso, perché "ha una sola qualità redimente: non è Hillary
Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia
sociale sul modello europeo, basata sul politically correct". E'
un bullo, un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare
l'American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di
altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno
americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di
quanto lo sia Trump". La vera incognita è se questa maggioranza
si manifesterà o no nelle urne, se torneranno a votare milioni di
americani bianchi che non votano da decenni per l'assenza di una vera
alternativa all'establishment rappresentato dai due partiti
tradizionali.
Un'ultima nota sulla faziosità dei
mainstream media. Per gli stessi media per i quali dopo il primo
dibattito era importante mettere a verbale che lo aveva vinto ai
punti la Clinton, oggi non importa più chi ha vinto, importa che il
dibattito è stato bruttissimo, il peggiore di sempre, un duello
velenoso e sporco. Tutto, pur di evitare di dire che l'altra sera ha
vinto Trump...
Tuesday, October 11, 2016
Trump-Gop, una resa dei conti che non conviene a nessuno
Pubblicato su The Right Nation
La buona performance di Trump al secondo dibattito tv non è bastata a placare lo scontro interno al partito repubblicano sulla sua candidatura. Eppure, la vitalità mostrata da The Donald domenica sera aveva convinto il suo vice Mike Pence a postare subito dopo il confronto un tweet di congratulazioni, rinnovando l'impegno al suo fianco e archiviando così l'incidente del video diffuso dal WaPo. Tutto lasciava supporre che Trump fosse riuscito ad arrestare l'emorragia di defezioni e allontanare dalla leadership del partito la tentazione di revocargli l'appoggio. Tuttavia, all'indomani del dibattito lo speaker alla Camera Paul Ryan ha annunciato ai deputati che non difenderà più Trump ma si concentrerà sulla difesa dei seggi al Congresso, ricevendo da Trump una risposta piccata via twitter: "si occupi di ripianare il bilancio, di posti di lavoro e immigrazione illegale, invece di perdere tempo ad attaccare il candidato repubblicano". E ancora oggi: "difficile far meglio con zero aiuto da parte di Ryan e gli altri". E via con una serie di tweet sempre più velenosi all'indirizzo dei "traditori". Sempre lo speaker della Camera ha poi lasciato trapelare che è ancora possibile da qui al giorno del voto il ritiro ufficiale del suo appoggio a Trump.
La buona performance di Trump al secondo dibattito tv non è bastata a placare lo scontro interno al partito repubblicano sulla sua candidatura. Eppure, la vitalità mostrata da The Donald domenica sera aveva convinto il suo vice Mike Pence a postare subito dopo il confronto un tweet di congratulazioni, rinnovando l'impegno al suo fianco e archiviando così l'incidente del video diffuso dal WaPo. Tutto lasciava supporre che Trump fosse riuscito ad arrestare l'emorragia di defezioni e allontanare dalla leadership del partito la tentazione di revocargli l'appoggio. Tuttavia, all'indomani del dibattito lo speaker alla Camera Paul Ryan ha annunciato ai deputati che non difenderà più Trump ma si concentrerà sulla difesa dei seggi al Congresso, ricevendo da Trump una risposta piccata via twitter: "si occupi di ripianare il bilancio, di posti di lavoro e immigrazione illegale, invece di perdere tempo ad attaccare il candidato repubblicano". E ancora oggi: "difficile far meglio con zero aiuto da parte di Ryan e gli altri". E via con una serie di tweet sempre più velenosi all'indirizzo dei "traditori". Sempre lo speaker della Camera ha poi lasciato trapelare che è ancora possibile da qui al giorno del voto il ritiro ufficiale del suo appoggio a Trump.
Insomma, lo scontro Trump-leadership
Gop ha oltrepassato i livelli di guardia e ad un mese dal voto non
sembra favorire nessuno. Ma se Trump può sempre tornare alla sua
vita da miliardario più o meno annoiato, a rischiare grosso sembra
essere proprio il Partito repubblicano. Che prima non è riuscito a
costruire una valida alternativa interna a Trump, poi l'ha incoronato
senza convinzione. E ora, a un mese dal voto, dopo un colpo basso
confezionato dai suoi avversari, è ad un passo dallo scaricarlo
disorientando molti elettori. Molti big del partito l'hanno già
scomunicato e altri esponenti sarebbero pronti ad abbandonarlo,
pensando alle loro poltrone di deputato o di senatore. Anche lo
speaker Ryan preferisce concentrarsi sulla difesa dei seggi al
Congresso. Ma mollare Trump è davvero la migliore strategia per
difenderli? Con il 74% degli elettori repubblicani secondo cui il
partito dovrebbe continuare a sostenerlo anche dopo le volgarità
sentite nel video, una sconfitta di Trump può rivelarsi costosissima
per il partito.
"The Gop Meltdown" è il
titolo di un editoriale di James Taranto sul WSJ, nel quale
sottolinea che i leader del partito non sono in contrasto solo con
Trump, "sono in contrasto con i loro elettori". "Il
comportamento di Trump - osserva l'editorialista del WSJ - ha spesso
esacerbato le divisioni, ma la sua nomination è soprattutto un
effetto di tali divisioni. Un gran numero di elettori repubblicani ha
bocciato i tradizionali candidati Gop - una maggioranza se si
considera Cruz un candidato non convenzionale. Alcuni commentatori
'Nevertrump' sono stati espliciti nel prendersela con gli elettori
per le attuali difficoltà del partito. Ma se i politici adottano
questo approccio, non avranno un partito per lungo tempo". Lo
stesso Taranto, sempre sul WSJ, alla fine di agosto si era chiesto
"se Trump perde, il Gop può sopravvivere?", sollevando la
questione della lealtà di partito. Il venir meno del sostegno al
candidato ufficiale del partito, a colui che è uscito vincitore dal
processo delle primarie, in palese violazione del "pledge"
che fu giustamente imposto a Trump, rappresenta un pericoloso
precedente, una minaccia di lungo termine per il Gop: in futuro, sia
i candidati sconfitti alle primarie sia gli elettori potrebbero
sentirsi svincolati dall'impegno a sostenere la nomination del
partito, premessa perché tutto il meccanismo funzioni. Insomma, il
partito rischia di fallire nella sua funzione fondamentale, quella di
unire i propri elettori su una candidatura, anche alle prossime
presidenziali.
Ma non c'è solo questo. Se Trump
perde, il Gop si libera di lui all'istante, ma rischia di perdere
anche il 74 per cento della base. E un partito che da 12 anni non
conquista la Casa Bianca, che perde anche le maggioranze al Congresso
(perché il mancato appoggio a Trump può fare la differenza tra una
sconfitta di misura e una disfatta), non risulta proprio attraente,
rischia di liquefarsi.
Poi c'è la Corte Suprema, un tema
cruciale emerso finalmente anche nel dibattito dell'altra notte ma
che la leadership del Gop sembra sorprendentemente sottovalutare. Con
Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a nominare il giudice mancante
dopo la morte di Antonin Scalia e per la prima volta dai tempi di
Nixon (1971) la Corte avrebbe una maggioranza progressista che
potrebbe restare tale per decenni. La Clinton ha confermato i
peggiori timori dei conservatori. Senza mai menzionare le parole
"rispetto della Costituzione", ha ammesso di voler cambiare
"direzione" alla Corte, scegliendo una figura più vicina a
un attivista politico che a un rispettato giurista. Fondamentalmente
ha lasciato intendere di volere una Corte "legislativa". E'
in gioco quindi l'identità stessa dell'America dei prossimi 30 anni.
Comunque vada Trump sarà una parentesi, ci sono equilibri politici
(nel partito e nel Paese) che si possono modificare, ma non la
maggioranza della Corte Suprema una volta messa nelle mani della
Clinton. Gli elettori repubblicani sono determinati ad impedirlo ad
ogni costo, anche se si chiama Trump. In gran parte quindi non
perdonerebbero al partito una sconfitta determinata o aggravata da un
tradimento ai suoi danni. E lasciare a Trump l'alibi del mancato
appoggio del partito per giustificare una sconfitta sarebbe un
autogol.
L'establishment Gop mostra di non
essere ancora in sintonia con la rabbia profonda che percorre i suoi
elettori, non tanto per come va l'economia o il tasso di
disoccupazione, ma per la deriva socialdemocratica che sta mutando il
dna del Paese. Su temi come il possesso di armi, sulle politiche
socio-economiche, sull'immigrazione, con Hillary alla Casa Bianca,
dopo otto anni di Obama, temono un'ulteriore "europeizzazione"
degli Stati Uniti. Per molti va fermata a qualsiasi costo, anche
assumendosi il rischio di eleggere un candidato controverso e
impreparato come Trump. Dalle colonne del Washington Post, lo
scrittore Jim Ruth avverte che c'è una "nuova maggioranza
silenziosa", una fetta importante della classe media americana,
a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché
"ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non
vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul
modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo,
un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American
way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro
o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è
anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia
Trump".
Friday, August 05, 2016
Clint colpisce ancora nel segno, come il suo "American Sniper"
Pubblicato su L'Intraprendente
No, non è un endorsement per Trump quello di Clint Eastwood nell'intervista a Esquire. Ci tiene a chiarirlo bene l'attore-regista 86enne. Ma al tempo stesso è molto più che un endorsement. E' una vera e propria analisi politica: semplice, lucida, dritta al punto. Direi precisa e spietata come il tiro di un cecchino, del suo "American Sniper".
Si capisce che Trump non lo entusiasma. "Posso capire da dove viene, ma non sono sempre d'accordo con lui. Ha detto un sacco di stupidaggini", spiega Eastwood citando come esempio l'attacco al giudice messicano che si occupa di una causa contro la Trump University: "E' una cosa stupida da dire... basare la tua opinione sul fatto che il tipo è nato da genitori messicani o cose così". Ma il regista guarda con disincanto alla politica e osserva che "di stupidaggini siamo pieni. Da entrambe le parti. Eppure tutti - la stampa e tutti gli altri, continuano a dire: 'Oh, questo è razzista', e fanno un gran baccano. Fatevene una fottuta ragione. E' un periodo storico triste". E aggiunge: "Tutti sono annoiati, tutti. E' noioso ascoltare tutta questa merda. E' noioso ascoltare questi candidati. Ci sono troppe sciocchezze in entrambi gli schieramenti".
Eppure, anche se la scelta è "dura", sta con Trump. Perché Hillary "seguirà le orme di Obama" ed è troppo importante fermare in tempo la deriva liberal e l'"europeizzazione" dell'America. E perché Trump almeno una cosa l'ha capita, dice "quello che gli passa per la testa" e se ne frega della "generazione delle fighette e dei leccaculo". Clint Eastwood ha colto di questa elezione ciò che l'"inviato collettivo", intere divisioni di analisti e commentatori, non vuole vedere: che la motivazione principale dei sostenitori di Trump non sta tanto nell'essere d'accordo con tutte le cose che dice, e forse nemmeno con la maggior parte di esse. Sta nel fatto che dice "ciò gli passa per la testa", che sfida apertamente il politicamente corretto di cui "segretamente tutti si stanno stancando", che non fa parte di quella "generazione di fighette e leccaculo", anzi la attacca frontalmente, che sta mandando al macero non solo l'America ma anche l'intero Occidente.
Ed è proprio ciò che abbiamo provato a spiegare in un articolo di alcune settimane fa: alla base di due fenomeni politici di successo così distanti geograficamente come la Brexit nel Regno Unito e Trump negli Stati Uniti, c'è il medesimo atto di ribellione nei confronti del politicamente corretto sotto qualsiasi forma si manifesti. Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l'intero suo programma. E in politica non c'è legame più difficile da spezzare dell'immedesimazione, dell'empatia, tra un leader e i suoi elettori.
Il Re è sempre più nudo, ormai la stima dei cittadini nei loro governanti è a livelli minimi ovunque, in Europa come negli Usa. La disillusione di poter effettuare una scelta sulla base di programmi e competenze porta alla scelta per immedesimazione ("è uno di noi"). Non importa quanto impreparato (tanto non lo era nemmeno chi ci era stato presentato come tale), bensì che come noi dica quello che pensa e sia bannato per questo dai benpensanti. Siamo ad un concetto "basic", quasi animalesco della rappresentanza, in molti casi prevalente persino rispetto all'interesse personale, ma non per questo estraneo ad essa.
E attenzione, perché la rivolta non è solo contro l'establishment politico. E' anche contro la stampa e i media, che invece di fare informazione producono e gestiscono una "narrazione" degli eventi, definendo il campo e i termini entro cui si deve svolgere il dibattito pubblico, la presentabilità o meno di concetti e personaggi. Insomma, un numero sempre maggiore di elettori si ribella al politicamente corretto visto come strumento di censura e coercizione. Vuole riprendere il controllo sulla politica, ma prim'ancora sul discorso pubblico, non accettando più di farsi istruire su ciò che è "rispettabile" o meno dire e pensare.
Difficile dire quanto quella di Trump sia una strategia o sia puro intuito. Probabilmente non lo porterà alla Casa Bianca, ma è grazie a questo che è riuscito ad arrivare dov'è ora contro ogni pronostico. Difficile anche capire se questa ribellione al politicamente corretto sia di tale portata e intensità da resistere alla pressione della condanna morale ("Trump e le cose che dice sono riprovevoli, quindi se lo appoggi non sei una persona decente, devi vergognarti") esercitata da uno schieramento di forze imponente: le macchine da guerra del Partito democratico, dei Clinton e di Obama; i media; gli opinion leader; il mondo accademico e quello dell'intrattenimento; persino pezzi grossi del Gop. Finora l'ondata di rifiuto del politicamente corretto che Trump ha saputo cavalcare è stata sorprendente, ma potrebbe aver raggiunto il suo limite, il punto di saturazione. Ma chi può dirlo con certezza?
No, non è un endorsement per Trump quello di Clint Eastwood nell'intervista a Esquire. Ci tiene a chiarirlo bene l'attore-regista 86enne. Ma al tempo stesso è molto più che un endorsement. E' una vera e propria analisi politica: semplice, lucida, dritta al punto. Direi precisa e spietata come il tiro di un cecchino, del suo "American Sniper".
Si capisce che Trump non lo entusiasma. "Posso capire da dove viene, ma non sono sempre d'accordo con lui. Ha detto un sacco di stupidaggini", spiega Eastwood citando come esempio l'attacco al giudice messicano che si occupa di una causa contro la Trump University: "E' una cosa stupida da dire... basare la tua opinione sul fatto che il tipo è nato da genitori messicani o cose così". Ma il regista guarda con disincanto alla politica e osserva che "di stupidaggini siamo pieni. Da entrambe le parti. Eppure tutti - la stampa e tutti gli altri, continuano a dire: 'Oh, questo è razzista', e fanno un gran baccano. Fatevene una fottuta ragione. E' un periodo storico triste". E aggiunge: "Tutti sono annoiati, tutti. E' noioso ascoltare tutta questa merda. E' noioso ascoltare questi candidati. Ci sono troppe sciocchezze in entrambi gli schieramenti".
Eppure, anche se la scelta è "dura", sta con Trump. Perché Hillary "seguirà le orme di Obama" ed è troppo importante fermare in tempo la deriva liberal e l'"europeizzazione" dell'America. E perché Trump almeno una cosa l'ha capita, dice "quello che gli passa per la testa" e se ne frega della "generazione delle fighette e dei leccaculo". Clint Eastwood ha colto di questa elezione ciò che l'"inviato collettivo", intere divisioni di analisti e commentatori, non vuole vedere: che la motivazione principale dei sostenitori di Trump non sta tanto nell'essere d'accordo con tutte le cose che dice, e forse nemmeno con la maggior parte di esse. Sta nel fatto che dice "ciò gli passa per la testa", che sfida apertamente il politicamente corretto di cui "segretamente tutti si stanno stancando", che non fa parte di quella "generazione di fighette e leccaculo", anzi la attacca frontalmente, che sta mandando al macero non solo l'America ma anche l'intero Occidente.
Ed è proprio ciò che abbiamo provato a spiegare in un articolo di alcune settimane fa: alla base di due fenomeni politici di successo così distanti geograficamente come la Brexit nel Regno Unito e Trump negli Stati Uniti, c'è il medesimo atto di ribellione nei confronti del politicamente corretto sotto qualsiasi forma si manifesti. Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l'intero suo programma. E in politica non c'è legame più difficile da spezzare dell'immedesimazione, dell'empatia, tra un leader e i suoi elettori.
Il Re è sempre più nudo, ormai la stima dei cittadini nei loro governanti è a livelli minimi ovunque, in Europa come negli Usa. La disillusione di poter effettuare una scelta sulla base di programmi e competenze porta alla scelta per immedesimazione ("è uno di noi"). Non importa quanto impreparato (tanto non lo era nemmeno chi ci era stato presentato come tale), bensì che come noi dica quello che pensa e sia bannato per questo dai benpensanti. Siamo ad un concetto "basic", quasi animalesco della rappresentanza, in molti casi prevalente persino rispetto all'interesse personale, ma non per questo estraneo ad essa.
E attenzione, perché la rivolta non è solo contro l'establishment politico. E' anche contro la stampa e i media, che invece di fare informazione producono e gestiscono una "narrazione" degli eventi, definendo il campo e i termini entro cui si deve svolgere il dibattito pubblico, la presentabilità o meno di concetti e personaggi. Insomma, un numero sempre maggiore di elettori si ribella al politicamente corretto visto come strumento di censura e coercizione. Vuole riprendere il controllo sulla politica, ma prim'ancora sul discorso pubblico, non accettando più di farsi istruire su ciò che è "rispettabile" o meno dire e pensare.
Difficile dire quanto quella di Trump sia una strategia o sia puro intuito. Probabilmente non lo porterà alla Casa Bianca, ma è grazie a questo che è riuscito ad arrivare dov'è ora contro ogni pronostico. Difficile anche capire se questa ribellione al politicamente corretto sia di tale portata e intensità da resistere alla pressione della condanna morale ("Trump e le cose che dice sono riprovevoli, quindi se lo appoggi non sei una persona decente, devi vergognarti") esercitata da uno schieramento di forze imponente: le macchine da guerra del Partito democratico, dei Clinton e di Obama; i media; gli opinion leader; il mondo accademico e quello dell'intrattenimento; persino pezzi grossi del Gop. Finora l'ondata di rifiuto del politicamente corretto che Trump ha saputo cavalcare è stata sorprendente, ma potrebbe aver raggiunto il suo limite, il punto di saturazione. Ma chi può dirlo con certezza?
Monday, August 01, 2016
Hillary corre per un terzo mandato di Obama
Pubblicato su Ofcs Report
Con l'incoronazione alle rispettive convention di Filadelfia e Cleveland è ufficialmente iniziata la corsa alla Casa Bianca di Hillary Clinton e Donald Trump. I due sono agli antipodi ma dalle convention è emerso almeno un aspetto che li accomuna: non sono riusciti ad unire il proprio partito. I NeverTrump hanno tentato in tutti i modi di creare scompiglio, così come i "sanderistas" che non si sono voluti piegare alla logica del compromesso. A Cleveland, a sorpresa Ted Cruz non ha "endorsato" Trump, ma è stato sommerso dai fischi, e si è parlato di convention disastrosa. Bernie Sanders al contrario ha "endorsato" Hillary, ma da alcuni settori della platea sono partiti i "boooo" e i "lock her up", le contestazioni dentro e fuori il centro congressi hanno accompagnato tutta la convention, eppure si è parlato di trionfo. La realtà è che sono state due convention inusualmente spigolose per i due nominati. Entrambi dovranno probabilmente fare i conti con una parte dell'elettorato potenziale dei loro partiti che non è disposto a seguirli. E d'altra parte i sondaggi parlano chiaro: entrambi continuano ad avere indici di fiducia ai minimi storici, inferiori al 40%. Secondo un sondaggio Bloomberg quasi la metà dei sostenitori di Sanders non sosterrà la candidata democratica: il 18% tende verso il libertario Johnson e ben il 22% addirittura verso Trump.
Le convention danno sempre una spinta nei sondaggi, se non altro per la visibilità. La notizia è che la spinta l'abbia avuta anche Trump, la cui convention era stata definita "disastrosa" dai grandi media. Per Douglas Schoen, ex consulente e sondaggista per entrambi i Clinton fino al 2000, Hillary sarebbe "sfavorita", nonostante gli osservatori abbiano giudicato la sua convention molto efficace: "Anche dopo la convention di Filadelfia, il 'momentum' della corsa per la Casa Bianca sembra indicare in direzione di Trump". "Non l'avresti mai detto ascoltando i media mainstream", che l'hanno bollato come "cupo", ma per Schoen il discorso di accettazione di Trump è stato un successo e il trend è favorevole al candidato repubblicano. Persino la Cnn ha registrato reazioni positive del pubblico al suo discorso e nei sondaggi ha preso il volo su Hillary, superandola di uno 0,9% nella media dei sondaggi di RCP. Certo, la partita resta aperta, anche Hillary ha ricevuto una spinta dalla sua convention e nella media dei sondaggi è già controsorpasso. Ma Schoen osserva che c'è stato un chiaro movimento verso Trump nell'ultimo mese. In pochi credevano che sarebbe riuscito a ottenere la nomination republicana e persino a passare in testa nei sondaggi. Ma c'è riuscito e sembra "avere dietro di sé l'umore della nazione", avverte.
In effetti, a dar retta all'"inviato collettivo" Trump doveva prima essere una bolla mediatica destinata a sgonfiarsi. Poi ci hanno raccontato che non sarebbe riuscito a conquistare la maggioranza assoluta dei delegati e avremmo assistito ad una "brokered convention"; poi che la leadership Gop stava lavorando a una candidatura alternativa; poi che i delegati si sarebbero ribellati; e infine che la convention è stata un "disastro". E tutto questo mentre ripetevano che era l'unico tra i candidati Gop contro cui Hillary avrebbe vinto facilmente. Tutte previsioni spazzate via.
Dalla Convention di Cleveland il messaggio di Trump è uscito rafforzato nonostante le sue presunte gaffe. Tra l'altro, come ha osservato il commentatore Charles Krauthammer, accusando Trump di aver invitato una potenza straniera a "violare la sicurezza nazionale" per la battuta sarcastica con la quale ha esortato la Russia a trovare le 30 mila e-mail sparite dai server personali di Hillary, la campagna della Clinton ha implicitamente ammesso che quelle e-mail non erano solo personali, ma anche di lavoro, se non classificate, contrariamente a quanto da lei affermato al Congresso e all'FBI.
La difficoltà nell'interpretare il "change", con i suoi 25 anni di politica alle spalle, e la popolarità di Barack Obama, ancora al 50%, hanno convinto Hillary a presentarsi come suo erede. Ma proporre agli americani un "terzo mandato" di Obama senza il carisma di Obama non è operazione priva di rischi. Oltre il 70% ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil, Obama è l'unico presidente che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. Se non lo status quo, dalla Clinton ci si può aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più progressista di quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".
Uno dei punti forti di Hillary rispetto al suo avversario dovrebbe essere l'esperienza da segretario di Stato. Ma l'eredità di Obama in politica estera è quanto meno controversa e la Clinton c'è dentro fino al collo: dal ritiro dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza l'Europa (e probabilmente ha giocato un ruolo decisivo nella Brexit), fino al disastro libico, passando per l'accordo sul nucleare iraniano, le tensioni con Israele e la crisi ucraina. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, è singolare se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il repubblicano John McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle "connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo, apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton Cash".
Con la loro riluttanza a discutere di terrorismo e Isis, la tendenza a parlare di sicurezza nazionale senza riuscire a menzionare l'islam radicale, e ad abusare invece di toni da Guerra Fredda nei confronti della Russia solo per attaccare Trump, i Dem rischiano di mostrarsi poco in sintonia con gli umori e le preoccupazioni degli americani. E Mosca ha risposto a muso duro alla Clinton, che ha apertamente accusato i servizi segreti russi per l'attacco hacker ai server del Comitato nazionale democratico. Da parte degli Stati Uniti non c'è stata alcuna protesta formale, attraverso nessun canale, quindi "non c'è nulla di concreto nelle sue accuse", è solo "retorica elettorale", ha risposto il portavoce Peskov.
"L'epoca della discordia". Così il WSJ ha definito gli anni di Obama. "Nel 2008 aveva detto di voler essere il contrario di Ronald Reagan, e lo è stato. Ha realizzato la maggior parte della sua agenda progressista ma lascia un'America angosciata dall'economia e più divisa di come l'aveva trovata". Così come in politica estera "ha realizzato l'obiettivo di ridurre gli impegni globali dell'America", ha "europeizzato" la spesa militare portandola dal 4,6% al 3% del Pil, lasciando però un mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda". E la Clinton ha assecondato la ritirata globale di Obama. "Obama non lo ammetterà - conclude il WSJ - ma questa è la realtà che permette a Trump di insistere con la sua litania sul declino. Non avrebbe potuto se decine di milioni di americani non ci credessero".
Il racconto che invece piace molto ai media - Trump rappresenta la paura e Clinton la speranza - è puro spin elettorale. Ogni candidato cerca di far leva sulla paura contro l'avversario e di suscitare la speranza negli elettori facendo leva sulle proprie doti personali. Invece di smontare la linea isolazionista e protezionista di Trump nel merito, la campagna anti-Trump rischia di commettere gli stessi errori della campagna anti-Brexit: a forza di accusarlo di far leva sulla paura della gente, appariranno gli anti-Trump come coloro capaci di puntare solo sulla paura per l'avversario. Per molti elettori americani la scelta sarà questione di indole personale: un male noto o un salto nel vuoto?
Con l'incoronazione alle rispettive convention di Filadelfia e Cleveland è ufficialmente iniziata la corsa alla Casa Bianca di Hillary Clinton e Donald Trump. I due sono agli antipodi ma dalle convention è emerso almeno un aspetto che li accomuna: non sono riusciti ad unire il proprio partito. I NeverTrump hanno tentato in tutti i modi di creare scompiglio, così come i "sanderistas" che non si sono voluti piegare alla logica del compromesso. A Cleveland, a sorpresa Ted Cruz non ha "endorsato" Trump, ma è stato sommerso dai fischi, e si è parlato di convention disastrosa. Bernie Sanders al contrario ha "endorsato" Hillary, ma da alcuni settori della platea sono partiti i "boooo" e i "lock her up", le contestazioni dentro e fuori il centro congressi hanno accompagnato tutta la convention, eppure si è parlato di trionfo. La realtà è che sono state due convention inusualmente spigolose per i due nominati. Entrambi dovranno probabilmente fare i conti con una parte dell'elettorato potenziale dei loro partiti che non è disposto a seguirli. E d'altra parte i sondaggi parlano chiaro: entrambi continuano ad avere indici di fiducia ai minimi storici, inferiori al 40%. Secondo un sondaggio Bloomberg quasi la metà dei sostenitori di Sanders non sosterrà la candidata democratica: il 18% tende verso il libertario Johnson e ben il 22% addirittura verso Trump.
Le convention danno sempre una spinta nei sondaggi, se non altro per la visibilità. La notizia è che la spinta l'abbia avuta anche Trump, la cui convention era stata definita "disastrosa" dai grandi media. Per Douglas Schoen, ex consulente e sondaggista per entrambi i Clinton fino al 2000, Hillary sarebbe "sfavorita", nonostante gli osservatori abbiano giudicato la sua convention molto efficace: "Anche dopo la convention di Filadelfia, il 'momentum' della corsa per la Casa Bianca sembra indicare in direzione di Trump". "Non l'avresti mai detto ascoltando i media mainstream", che l'hanno bollato come "cupo", ma per Schoen il discorso di accettazione di Trump è stato un successo e il trend è favorevole al candidato repubblicano. Persino la Cnn ha registrato reazioni positive del pubblico al suo discorso e nei sondaggi ha preso il volo su Hillary, superandola di uno 0,9% nella media dei sondaggi di RCP. Certo, la partita resta aperta, anche Hillary ha ricevuto una spinta dalla sua convention e nella media dei sondaggi è già controsorpasso. Ma Schoen osserva che c'è stato un chiaro movimento verso Trump nell'ultimo mese. In pochi credevano che sarebbe riuscito a ottenere la nomination republicana e persino a passare in testa nei sondaggi. Ma c'è riuscito e sembra "avere dietro di sé l'umore della nazione", avverte.
In effetti, a dar retta all'"inviato collettivo" Trump doveva prima essere una bolla mediatica destinata a sgonfiarsi. Poi ci hanno raccontato che non sarebbe riuscito a conquistare la maggioranza assoluta dei delegati e avremmo assistito ad una "brokered convention"; poi che la leadership Gop stava lavorando a una candidatura alternativa; poi che i delegati si sarebbero ribellati; e infine che la convention è stata un "disastro". E tutto questo mentre ripetevano che era l'unico tra i candidati Gop contro cui Hillary avrebbe vinto facilmente. Tutte previsioni spazzate via.
Dalla Convention di Cleveland il messaggio di Trump è uscito rafforzato nonostante le sue presunte gaffe. Tra l'altro, come ha osservato il commentatore Charles Krauthammer, accusando Trump di aver invitato una potenza straniera a "violare la sicurezza nazionale" per la battuta sarcastica con la quale ha esortato la Russia a trovare le 30 mila e-mail sparite dai server personali di Hillary, la campagna della Clinton ha implicitamente ammesso che quelle e-mail non erano solo personali, ma anche di lavoro, se non classificate, contrariamente a quanto da lei affermato al Congresso e all'FBI.
La difficoltà nell'interpretare il "change", con i suoi 25 anni di politica alle spalle, e la popolarità di Barack Obama, ancora al 50%, hanno convinto Hillary a presentarsi come suo erede. Ma proporre agli americani un "terzo mandato" di Obama senza il carisma di Obama non è operazione priva di rischi. Oltre il 70% ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil, Obama è l'unico presidente che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. Se non lo status quo, dalla Clinton ci si può aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più progressista di quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".
Uno dei punti forti di Hillary rispetto al suo avversario dovrebbe essere l'esperienza da segretario di Stato. Ma l'eredità di Obama in politica estera è quanto meno controversa e la Clinton c'è dentro fino al collo: dal ritiro dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza l'Europa (e probabilmente ha giocato un ruolo decisivo nella Brexit), fino al disastro libico, passando per l'accordo sul nucleare iraniano, le tensioni con Israele e la crisi ucraina. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, è singolare se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il repubblicano John McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle "connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo, apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton Cash".
Con la loro riluttanza a discutere di terrorismo e Isis, la tendenza a parlare di sicurezza nazionale senza riuscire a menzionare l'islam radicale, e ad abusare invece di toni da Guerra Fredda nei confronti della Russia solo per attaccare Trump, i Dem rischiano di mostrarsi poco in sintonia con gli umori e le preoccupazioni degli americani. E Mosca ha risposto a muso duro alla Clinton, che ha apertamente accusato i servizi segreti russi per l'attacco hacker ai server del Comitato nazionale democratico. Da parte degli Stati Uniti non c'è stata alcuna protesta formale, attraverso nessun canale, quindi "non c'è nulla di concreto nelle sue accuse", è solo "retorica elettorale", ha risposto il portavoce Peskov.
"L'epoca della discordia". Così il WSJ ha definito gli anni di Obama. "Nel 2008 aveva detto di voler essere il contrario di Ronald Reagan, e lo è stato. Ha realizzato la maggior parte della sua agenda progressista ma lascia un'America angosciata dall'economia e più divisa di come l'aveva trovata". Così come in politica estera "ha realizzato l'obiettivo di ridurre gli impegni globali dell'America", ha "europeizzato" la spesa militare portandola dal 4,6% al 3% del Pil, lasciando però un mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda". E la Clinton ha assecondato la ritirata globale di Obama. "Obama non lo ammetterà - conclude il WSJ - ma questa è la realtà che permette a Trump di insistere con la sua litania sul declino. Non avrebbe potuto se decine di milioni di americani non ci credessero".
Il racconto che invece piace molto ai media - Trump rappresenta la paura e Clinton la speranza - è puro spin elettorale. Ogni candidato cerca di far leva sulla paura contro l'avversario e di suscitare la speranza negli elettori facendo leva sulle proprie doti personali. Invece di smontare la linea isolazionista e protezionista di Trump nel merito, la campagna anti-Trump rischia di commettere gli stessi errori della campagna anti-Brexit: a forza di accusarlo di far leva sulla paura della gente, appariranno gli anti-Trump come coloro capaci di puntare solo sulla paura per l'avversario. Per molti elettori americani la scelta sarà questione di indole personale: un male noto o un salto nel vuoto?
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