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Wednesday, June 11, 2003

La fine della questione saccheggi al museo di Baghdad
Articolo del Guardian. «"So, there's the picture: 100,000-plus priceless items looted either under the very noses of the Yanks, or by the Yanks themselves. And the only problem with it is that it's nonsense. It isn't true. It's made up. It's bollocks. Not all of it, of course. There was some looting and damage to a small number of galleries and storerooms, and that is grievous enough. But over the past six weeks it has gradually become clear that most of the objects which had been on display in the museum galleries were removed before the war. Some of the most valuable went into bank vaults, where they were discovered last week. Eight thousand more have been found in 179 boxes hidden "in a secret vault". And several of the larger and most remarked items seem to have been spirited away long before the Americans arrived in Baghdad. George is now quoted as saying that that items lost could represent "a small percentage" of the collection and blamed shoddy reporting for the exaggeration. "There was a mistake," he said. "Someone asked us what is the number of pieces in the whole collection. We said over 170,000, and they took that as the number lost. Reporters came in and saw empty shelves and reached the conclusion that all was gone. But before the war we evacuated all of the small pieces and emptied the showcases except for fragile or heavy material that was difficult to move."
CONCLUSIONE:
Furious, I conclude two things from all this. The first is the credulousness of many western academics and others who cannot conceive that a plausible and intelligent fellow-professional might have been an apparatchiks of a fascist regime and a propagandist for his own past. The second is that - these days - you cannot say anything too bad about the Yanks and not be believed». Leggi tutto
Camillo

Tuesday, June 10, 2003

Ancora lutto e sgomento in redazione. Rino nei ricordi della redazione e dei forumisti di Radicali.it
Ora si sa. Al museo di Baghdad è tutto a posto, o quasi
La Cnn, confermando voci e mezze notizie che in queste settimane avevano già ridimensionato il saccheggio delle antichità al museo, ha ribadito che il tesoro scomparso è stato ritrovato in buone condizioni. Le notizie sui saccheggi erano esagerate, anzi alcune inventate. Si era parlato di 170 mila pezzi mancanti, ma in realtà sono tremila quelli che mancano e in stragrande maggioranza non sono oggetti di valore. Il vero bottino dei saccheggiatori è, dunque, di soli 47 pezzi, anzi forse di soli 33. "Le notizie dei saccheggi al Museo erano esagerate", ammette il WP. I pezzi, che si era pensato fossero stati rubati con il benestare degli invasori yankee, non erano più in mostra dal 1980, erano stati infrattati dagli uomini del regime, in certi palazzi di Saddam erano stati trovati tesori archeologici straordinari, parte dei pezzi erano stati restituiti, parte messi in salvo altrove, parte non erano davvero lì. Ma ora sono tornati a disposizione degli iracheni e addirittura il museo riapre - con la collezione completa - a fine mese.
Brutta botta per chi aveva strumentalizzato quei saccheggi per farne propaganda antiamericana: i media e i blog di sinistra e contrari alla guerra hanno riferito con malcelato piacere del fatto che gli americani non erano stati in grado - né voluto - di proteggere i tesori archeologici del museo dai saccheggiatori, come se proprio questo dovesse mettere in discussione la scelta della guerra e la fine di una tirannia sanguinaria, comprovare il comportamento da invasori degli Usa e la distruzione, da parte loro, di una civiltà.
Ecco il commento di Camillo: «Erano tutte balle, dunque, come Camillo ha scritto più volte. Non c'è stato alcun saccheggio. Bene. I giornali americani, che sono seri, ieri hanno scritto subito, già nelle prime righe, che i reportage sui saccheggi delle settimane scorse erano esagerati e sballati, e che i pezzi del museo sono stati ritrovati in perfette condizioni. E la nostra Repubblica, invece, che fa? Titolo di prima pagina: "Ritrovato il tesoro degli Assiri". Degli Assiri? Ehi, republicones, quali assiri? Quello è il tesoro che avete detto per un mese essere stato rubato grazie all'ignavia degli americani dopo la liberazione di Baghdad. E' quello. Il medesimo. The same. Niente. In prima pagina Repubblica non ne fa cenno, sembra un altro tesoro. Non quello del museo, ma quello appunto degli Assiri. Vediamo dentro, a pagina 11. Titolo: "Ritrovato il tesoro di Nimrud era nella banca di Saddam". Niente, non ce la fanno. Non riescono a correggersi nemmeno quando non è soltanto colpa loro. Gli altri lo fanno, loro no. Avevano scritto una stronzata, guai ad ammetterlo. Non riescono a titolare: "Non c'è stato nessun saccheggio". Guai. Avrebbero messo in buona luce il cowboy texano. Meglio: "Ritrovato il tesoro degli Assiri". Neutro e sembra un'altra notizia. Così non si cancella l'onta del saccheggio fatto con il beneplacito degli yankee. E ora occhio, americani invasori, a non farvi rubare sotto il naso anche quest'altro tesoro. Vedete? Non è Lupis il problema. Il problema è Rep».
Ladro di bagagli in aeroporto? Don't worry, il sindacato ti difende
Gianni Pardo su Capperi (in "Mollichine") scrive: «Un anno fa i furti sui bagagli alla Malpensa. Ora si annuncia il licenziamento dei ladri e il sindacato s'oppone. "Sono operai che guadagnano mille euro al mese, sono costretti al furto", sostengono». Sembra un'esagerazione di chi scrive, ma non lo è. Come si può leggere qui. Walter Mancini del coordinamento nazionale del Sulta (Sindacato nazionale unitario trasporto aereo): innanzitutto chiariamo, afferma Mancini, che i furti che avvengono negli aeroporti italiani non sono più numerosi che in altre parti del mondo. Non esiste un caso Italia. "Se avvengono è perché la gente ha fame e infatti si moltiplicano i casi in Africa e Sud America. E poi bisogna anche valutare: stiamo parlando di operai che fanno turni stressanti, in zone rumorose per 1000 euro al mese se sono neo-assunti. Noi condanniamo il furto, ma non dobbiamo dimenticare che si parla di soggetti deboli e che sospendendoli dal lavoro si toglie l'unica fonte di reddito per le loro famiglie".
buroggu
Cannibalismo in Corea del Nord: si mangiano i bambini
Sembra rivivere la leggenda secondo cui i comunisti mangiano i bambini. In effetti non esattamente i comunisti, ma li mangiano i disperati nordcoreani costretti alla miseria senza via d'uscita e oppressi dal regime comunista. L'ennesima carestia ha portato i nord coreani al cannibalismo, perché non hanno di cui sfamarsi. Si parla di bambini morti dissotterrati, o direttamente rapiti e uccisi e poi venduti al mercato come carne "speciale", nonostante la pena di morte che il regime ha stabilito per questo tipo di reato. Alcuni ristoratori nel cui locale sono stati trovati resti umani sono stati giustiziati. Ma, come dice qui Glenn Raynolds, il giornalista che parla di questo fenomeno come di "una conseguenza dell'ennesimo misero raccolto e di grossi tagli agli aiuti alimentari internazionali", è molto educato, perché le sue parole vanno corrette in "una conseguenza di anni di comunismo". Raynolds osserva inoltre che prima o poi anche alla Corea del Sud verrà presentato il conto di quanto non sta facendo per fermare il massacro di un popolo da parte del suo leader. Come scriveva Enrico Madama il gennaio scorso: «[...] sia la Corea del Sud, sia il Giappone non si augurano il tracollo dell'ingombrante vicino. Men che meno un catastrofico conflitto. Quanto costerebbe economicamente, ma anche in termini di integrazione sociale, culturale e politica, ai "fratelli separati" della democratica, avanzata e benestante Corea del Sud una riunificazione tipo quella attuata da Kohl con la Germania Est, a fronte di un Nord ridotto a landa desolata, occupata come all'epoca del feudalesimo da una cricca militare e da milioni di servi della gleba? Per questo i sudcoreani il mese scorso hanno scelto come nuovo presidente il liberale Roh Moo Hyun, che ha condotto la campagna elettorale sostenendo il continuo impegno di dialogo con il Nord, escludendo vigorosamente il ricorso a sanzioni economiche per costringere il Nord a rispettare gli impegni internazionali». (Pyonyang chiede il pizzo Nucleare, Tempi n.3, 16.01.2003)
buroggu

Monday, June 09, 2003

Lezioni
Su Il Foglio il testo di un intervento del 29 maggio 2003 di Dan Segre all'Università Luiss di Roma. Titolo: "Il secondo conflitto iracheno: Guerra illegale o guerra epocale?". Cosa ha reso questo conflitto epocale, e perché non è stato compreso, gli effetti sul Medio Oriente e sul nuovo ordine mondiale. Davvero muy interessante, credetemi. Leggi qui
Il Foglio
Eliminata l'arma di distruzione di massa Saddam
«Di ritorno dall’Iraq. Il dottore ha una faccia vagamente familiare, di quelle viste per anni in tv del mondo a mostrare gli orrori delle sanzioni, l’Occidente assassino, i bambini morti perché non c’erano le medicine per curarli, non c’era cibo per nutrirli. Il dottor Hussein Shihbab, primario dell’ospedale pediatrico Ibn Al Baladi di Baghdad, oggi può dire la verità, che "l’assassino era lui, solo lui, Sadam Hussein, i bambini morti ce li faceva tenere per settimane in frigorifero per mostrarli alle telecamere, ed erano sempre gli stessi a fare il giro del funerale con la bara aperta, erano parate di propaganda, si rende conto; i parenti disperati volevano portarseli via, qui la religione dice che un morto deve essere subito onorato e sepolto, ma lui niente, mandava la polizia a prenderli se protestavano". Se invece si comportavano bene, e strillavano ogni volta, anche dopo un mese, come se il bambino fosse appena morto, se strillavano lo hanno ucciso le sanzioni dell’Onu, lo hanno ucciso gli americani, qualche premio ci scappava».
«Questo, conclude, dev’essere l’unico caso al mondo in cui un paese non stato distrutto dalla guerra, era già distrutto prima. Eppure, il dottor Shihbab non si dà pace, era così evidente che trattava di messinscena, a volte le famiglie sfidavano la paura e protestavano, possibile che nessuno degli stranieri abbia mai capito?». Leggi tutto
MGM
La stampa araba sugli orrori di Saddam
Memri
«Un tentativo di ragionare seriamente con dieci domande (e relative possibili risposte) sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Peraltro la migliore delle risposte ci sembra questa»
1972
Argomenti antifascisti per combattere da sinistra la guerra al totalitarismo islamico
Christopher Hitchens, giornalista di sinistra, ha argomenti validi per sostenere, da antifascista, che questa al terrorismo islamico è un'altra tappa della guerra ai totalitarismi del Novecento.
Camillo
Ciao Rino
Sabato sera è morto il direttore del sito al quale lavoro, radioradicale.it. Era un ragazzo come noi Rino Spampanato, aveva solo 33 anni. Noi della redazione abbiamo partecipato sgomenti e addolorati ai funerali, che però sono stati quasi un suo dono per aiutarci a capirlo meglio e per dimostrarci quanta strada nella sua vita avesse percorso partendo dal suo piccolo e umile paese campano, Cimitile. Ci aveva scelti per il progetto a cui forse teneva di più. Ricordiamo le tante discussioni di un periodo difficile al sito, la sua dedizione assoluta, ossessiva, la dignità delle sue radici e di una vita al massimo. Qui i ricordi sul sito
Mi sembra ancora tutto incredibile.

Saturday, June 07, 2003

'Sulle punte'
Prendi una fresca serata d'estate, prendi un praticello morbido tra le aule della Facoltà, prendi ventenni more e bionde sulle punte, prendi un dj dalle mani vibranti, prendi dell'erba, una rollata e via... sei già lì.

Thursday, June 05, 2003

Non solo Iraq/2. la storia dimenticata - da tutti - del Congo
«Dopo i massacri l'Europa sbarcherà in armi in Congo», è il titolo di un articolo di oggi su Il Foglio. Ripercorre gli ultimi anni di stragi e indica le responsabilità di quanti si sono voltati dall'altra parte. Solo ieri è stata approvata una forza multinazionale di pacificazione. Leggi l'articolo. Sempre della serie 'l'Onu non conta un fico secco/2', ma ciascuno dei 5 membri del Consiglio di Sicurezza porta individualmente la tragica responsabilità dell'inazione, dell'indifferenza, del dis(interesse), dell'omissione di soccorso. Né si è vista nessuna marcia pacifista per i milioni, ripeto MILIONI di morti causati dal conflitto. Eppure, se fossero intervenuti gli americani si sarebbero mossi, statene certi, a difendere le miniere congolesi dal rapace imperialismo Usa. Né stampa e tv, almeno qui in Italia, hanno mostrato le terrificanti immagini che a volte tanto piacciono, o speso troppe parole. Ma si sa, l'informazione qui da noi... In tutti i modi ci viene detto che non si trovano ancora le armi di distruzione di massa in Iraq, in tutte le salse antiamericane ci viene raccontato il dopo-Saddam, ma ZERO sulle decine di fosse comuni trovate (l'ultima con i resti di 200 curdi, solo bambini). Ma di disinformazione e mistificazione sull'Iraq parlerò un'altra volta, qui era 'non solo Iraq'.
Dopo la marijuana, lo 'Strega' libero
«Niente staminali o marijuana, la prossima battaglia dei Radicali è per la liberalizzazione dello Strega. Dei dodici romanzi in lista per la cinquina finale, con Melania Mazzucco data per favorita, i Radicali sostengono di poter diffondere copie - su floppy o via internet - ad un prezzo pari al 5% di quello di copertina: vale a dire al prezzo che garantisce il rispetto del diritto d'autore, cui promettono di girare l'incasso delle eventuali vendite».
il Riformista
Spiega Paolo Pietrosanti (Radicali italiani): «Oggi il motivo per cui un cieco come noi non può leggere, non risiede nel fatto che non ci vede, ma solo nel fatto che nell'acquisto di un testo non sia consentito scegliere il formato più adatto». Qui l'audiovideo della Conferenza stampa
RadicoRadicale.it
Le figuracce di Serventi Longhi e del suo sindacato fascista
L'imbarazzo dopo l''al lupo al lupo!' per il Corriere. Sempre più soli.
il Riformista
Non solo Iraq/1. I mille tentacoli della Cina
E l'Onu continua non contare un fico secco/1
il Riformista

Wednesday, June 04, 2003

Italianieuropei e New Labour. Il futuro della sinistra (Quelo direbbe "Quando state andando?")
Il convegno "Dopo la guerra, la sinistra tra nord e sud - la sfida dell'interdipendenza", organizzato dalla fondazione Italianieuropei. Per il sito è andato Michele. «Le prospettive della sinistra internazionale dopo la guerra in Iraq e il confronto tra le politiche neocons e new labour. Ne discutono D'Alema, Peter Mandelson e Tarso Genro, mentre Strauss-Khan chiede di includere nell'Ue anche i paesi che si affacciano al Mediterraneo da sud». (Il servizio).
Interessanti questi New Labour, con la loro «progressive governance» (c'entrasse anche il dalemiano "governare la globalizzazione"?): idee neocons da sinistra e per la sinistra.
RadioRadicale.it
ragazzo ferma carroCina. 14 anni fa a piazza Tienanmen
14 anni fa la brutale repressione della dittatura cinese contro gli studenti che dimostravano per la democrazia in piazza Tienanmen: centinaia di morti sotto i colpi dell'esercito. Ma è vietato ricordare. Qui lo speciale
RadioRadicale.it
A sinistra con l'Alitalia
Michele Magno, della direzione Ds, al direttore de Il Foglio: «Silvio Berlusconi ha invitato i lavoratori italiani a scioperare di meno. Le hostess e gli steward di Alitalia sembra che lo abbiano ascoltato. Infatti si astengono dal lavoro ammalandosi. Il diritto di sciopero viene surrogato dal diritto all'emicrania. Il picchetto viene sostituito dal certificato medico. Ho militato per quasi trent'anni nella Cgil. Lama e Trentin mi hanno insegnato che la trasparenza nelle forme di lotta è irrinunciabile per un sindacato dei diritti, di quelli dei dipendenti come di quelli degli utenti dei servizi pubblici. La protesta che in questi giorni sta squassando la compagnia di bandiera rappresenta una inaccettabile regressione, anche culturale, del conflitto sociale nel nostro paese. Mi dispiace, ma questa volta sono dalla parte dell’amministratore delegato di Alitalia Francesco Mengozzi, che ha definito incomprensibile, ingiustificabile e incivile l’epidemia che ha colpito gli assistenti di volo. I sindacati confederali dei trasporti, che hanno giocato spesso un ruolo di punta nella storia nazionale delle relazioni industriali, non possono diventare complici di un'operazione smaccatamente corporativa. Un'operazione che non aiuta certamente la ricerca di soluzioni credibili per il risanamento e il rilancio di un settore vitale della nostra economia.»
Il Cambio della guardia al Corriere. Liberare l'informazione dai Cdr
Ferruccio De Bortoli saluta la redazione: "La decisione di lasciare la direzione è stata una scelta esclusivamente personale", che rende "strumentali ed eccessive" le interpretazioni politiche: "Ripeto: la scelta è stata soltanto mia" e niente ha a che fare con pressioni del mondo politico o di quello economico, pressioni che, dice, esistono, esistono ora come sono sempre esistite, con questo governo e con quelli che l'hanno preceduto, ma che non hanno nulla a che vedere con la decisione. La designazione di Stefano Folli al suo posto è una scelta di continuità. Dice di "non condividere" gli scioperi proclamati La notizia
RadioRadicale.it
"Il documento minatorio dei corrieristi"
Si chiude la farsa. Il Cdr del Corriere aveva pubblicato giovedì 29 un comunicato delirante, che tradisce una visione 'sovi(etica)' nel senso letterale del termine della professione e che si rifà allo sciagurato patto Ottone-Fienghi-Crespi del '73, in piena epoca bierre. Per loro l'indipendenza è privilegiare temi ("difesa attiva delle istituzioni costituzionali"; "particolare impegno su ambiente, questioni sociali, culturali e civili"), promuovere soluzioni ("più moderne, avanzate, idonee a promuovere il progresso verso una società più giusta ed equilibrata" - quali lo decidono loro per tutti???), e "il commento deve essere coerente con i principi precedenti". Il tutto poi sotto tutela della magistratura. Bella indipendenza! Leggi qui
Il Foglio
La libertà e l'indipendenza dell'informazione sono invece minacciate da queste tesi e quotidianamente calpestate da chi le mette in pratica. Questi stalinisti chiedono che "l'indipendenza del giornale sia messa al riparo una volta per tutte da qualsiasi interesse (presente o futuro, da qualunque parte provenga) estraneo a quello del libero giornalismo", affermano che è un "obbligo civile", ma anche un "dovere giuridico" realizzare questo piano deontologico, "separare gli interessi non editoriali degli azionisti da quelli dell'informazione in ogni momento della vita del Corriere".
Ma la società in cui questi signori vivono e lavorano per fortuna vuole essere diversa da quella che sognano. Questa che ci siamo scelti dovrebbe essere una società aperta, pluralista, liberale in cui ogni tipo di interesse (politico o economico o di altro tipo) ha piena legittimità di esprimersi, in competizione, o in conflitto con gli altri (o forse l'Unità e Liberazione non tutelano - sacrosanto! - gli interessi dei propri editori??? Fassino ha ripreso e riallineato l'Unità che titolava "Si sono presi anche il Corriere". Bertinotti ha ripreso Liberazione: "Su Folli Curzi ha sbagliato"). Ecco perché gli editori, le proprietà delle testate, hanno pieno diritto di avere interessi e di tutelarli, di cambiare linea politica, di sostituire i direttori, in modo trasparente, ma senza chiedere il permesso a nessuno, né a poteri statali, né a fasci corporativi. La storia ci ha insegnato inoltre che la pretesa della pura obiettività, della verità del racconto giornalistico e il mito del commento separato dai fatti sono utopie sotto le quali si nascondono inganni e in nome delle quali si pratica la propaganda ideologica.
Leggi anche:
Le ipocrisie sul Corriere e l'imbarazzante patto del '73
Enrico Mentana
Il Corriere che vorremmo
Giuliano Ferrara
Fantasmi al Corriere
«Storici, stampisti, corrieristi e giornalisti dell'Unità dicono che il patto Ottone-Fiengo è da abrogare»
Il Foglio

Tuesday, June 03, 2003

Frammenti di verità sull'Iraq. Rai-set e Cor-rep. tacciono, anzi mistificano.
Primo. Wolfowitz non ha detto esattamente che il pericolo delle armi di distruzione di massa è stata una bugia inventata dagli Usa per giustificare la guerra. Poi chi vuole strumentalizzare, si accomodi. «La trascrizione integrale della telefonata tra il giornalista di Vanity Fair e Wolfowitz. (Molto lunga, è verso la fine) Qui una traduzione volante del passaggio incriminato: "La verità è che per ragioni che hanno molto da fare con i funzionari del governo americano abbiamo stabilito un punto sul quale tutti potessero essere d'accordo, ed era la questione delle armi di distruzione di massa come questione centrale, ma c'erano sempre tre fondamentali preoccupazioni. Una è quella delle armi di distruzione di massa, la seconda è il sostegno al terrorismo, la terza il modo criminale con cui veniva trattato il popolo iracheno. Per la verità credo che si possa dire che ce n'è anche una quarta di straordinaria importanza che è la connessione tra le prime due?".
"Il collegamento al terrorismo è l'argomento sul quale c'era il maggior dissenso tra la burocrazia, nonostante credo che tutti concordino con il fatto che abbiamo ucciso un centinaio di membri di Al Qaida nel nord Iraq e che a Baghdad abbiamo arrestato quell'uomo di Al Qaida che era collegato con quel Zarqawi di cui Powell ha paralto nel suo discorso alle Nazioni Unite". Ne parla anche il Washington Post. E la Cnn. Repubblica continua a raccontare altro». Evvabbè.
Camillo

Secondo. Anche per questo ormai Russia e Francia hanno ceduto e accettato la revoca delle sanzioni all'Iraq e la fine di 'Oil for food'. Della serie 'No cara Onu, così non va'. Oil for food = tangenti per Saddam
Mauro Suttora

Terzo. Primi passi del nuovo Iraq. Non è più quello di una volta, le cose migliorano solo lentamente, ma ci sono speranze, anzi di più, progetti. Ma i catastrofisti a mezzo stampa e tv continuano ancora a tracciare uno scenario apocalittico e incontrollabile che non si riscontra nella realtà, e lo fanno solo per non ferire il loro orgoglio professionale ammettendo davanti al proprio pubblico che sì, le loro previsioni funeste erano errate, non si sono realizzate. Ops. Tutto è andato esattamente come gli amerikani avevano previsto. E visto che ci siete, diteci una volta per tutte come è finita la guerra, chi ha vinto (il mondo libero) e chi ha perso (Saddam).
MGM
L'incomprensibile guerra europea all'agricoltura biotecnologica
Robert B. Zoellick, Wall Street Journal, in favore degli Ogm, invoca un cambio di rotta della politica dell'Ue.
«La scorsa settimana, gli Stati Uniti insieme all'Argentina, al Canada e all'Egitto e con l'appoggio di altri nove paesi, hanno chiesto all'Unione europea di sospendere la moratoria sull'approvazione di prodotti agricoli derivanti dalla biotecnologia, in conformità alle regole dell'Organizzazione mondiale per il commercio. Il mondo è alla soglia di una rivoluzione agricola. La biotecnologia può rendere i raccolti più resistenti alle malattie, ai pesticidi e alla siccità; inoltre, aumentando i raccolti, accresce la produttività degli agricoltori e abbassa i costi dei prodotti alimentari per i consumatori. Vi sono vantaggi anche per l'ambiente, poiché consente di ridurre l'uso dei pesticidi e previene l'erosione del suolo. Le nuove colture offrono promesse ancora maggiori: cibo arricchito di sostanze nutritive che potrebbero aiutare a combattere le malattie e salvare, ad esempio, la vista dei cinquecentomila bambini che ogni anno diventano ciechi per mancanza di vitamina A. Nelle aree in cui il cibo scarseggia e il clima è rigido, incrementare la produttività agricola potrebbe significare, per milioni di persone, la differenza tra la vita e la morte, tra la salute e la malattia».
«La stragrande maggioranza della ricerca scientifica dimostra che il cibo biotecnologico è sano e sicuro (conclusione questa, a cui la stessa Direzione generale per la ricerca dell’Unione europea era giunta già due anni fa). Le accademie francesi della Scienza e della Medicina concordano con questi risultati, così come i loro omologhi brasiliani, cinesi, indiani, messicani e britannici. Inoltre, uno scienziato americano, il professor C. S. Prakash dell'Università Tuskegee mi ha mostrato una dichiarazione firmata da più di tremiladuecento scienziati provenienti da tutto il mondo, inclusi venti premi Nobel, a sostegno dell'agricoltura biotecnologica».
«La questione legale inerente alle biotecnologie è chiara, le prove scientifiche schiaccianti e la necessità per un intervento umanitario è impellente». Leggi tutto
Il Foglio
Universal democracy?
Grazie a 1972 che ci segnala questo studio di Policy Review sulla democrazia come valore "universale". Leggi qui
E la riflessione di Adriano Sofri: «Molti forse pensano - come certi etnologi relativisti che non sono ancora tornati a casa, come i leader cinesi, come i capi tribali patriarcali, come i fedeli della sharia - che la democrazia sia il pregio o il tic di un pezzetto di mondo, e sia fuori posto e disadatta a tanta altra parte del globo. Non riesco a capacitarmene, e mi spaventa».
1972
Le miserie di un mondo no global
Gianni Riotta pensa giustamente che il problema della globalizzazione è che ce n'è troppo poca: se «'I Grandi' non riescono a prendere alcuna decisione, dalla loro impasse scaturisce male, non bene, per i poveri. La famigerata globalizzazione, che i cortei insultano lungo i bonari boulevard svizzeri, s'è fermata, e a farne le spese sono proprio i paria del pianeta. Deflazione, guerra in Iraq, gerontoeconomia in Germania e Giappone, Sars e dollaro anemico non diffondono i commerci e gli scambi di quello che Luttwak chiamava il 'turbocapitalismo': li frenano. Il dialogo all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il 'round Doha', per tagliare le tariffe va in panne e c'è pessimismo per il prossimo incontro a Cancun, in Messico, a settembre. Gli europei combattono contro i cibi genetici, gli americani per il loro acciaio e tutti gli occidentali in difesa dei sussidi all'agricoltura, muro dorato di 300 miliardi di dollari l'anno che isola i poveri, battuti dalla concorrenza sleale a banane, riso, zucchero»
«Circolano meno merci, la globalizzazione è in quarantena, anche se non lo leggerete sui pamphlet di denuncia tanto in voga, dove la verità cede il passo alla propaganda».
Ma «Lula ha compreso quel che i ragazzi dei cortei farebbero bene a comprendere, a loro volta, in fretta: la fine della globalizzazione non creerà la stagione del latte e del miele, ma nuova miseria e chiede la fine "dei sussidi dei Paesi ricchi, protezionismo nascosto che ci deruba del frutto del nostro lavoro". Se il mondo torna a isolarsi, per guerre e crisi economica, non sarà più giusto ed equo, ma più tetro e affamato». Con lui anche il presidente messicano Vicente Fox che chiede «un'alleanza per la prosperità», il segretario dell'Onu Kofi Annan che invoca «maggiore accesso dei Paesi arretrati ai mercati globali» e il leader cinese Hu Jintao, che auspica «un ordine economico globale equilibrato e razionale». «Le superpotenze saranno credibili con i poveri solo quando apriranno i propri mercati», riconosce il quotidiano francese Le Monde.
«Da Evian esce l'immagine di un pianeta frenato e spaventato, dove i rischi non vengono più dal 'turbocapitalismo', ma dal 'nanocapitalismo', i leader, paralizzati dalle difficoltà, si chiudono in se stessi, gli scambi scemano, la cooperazione langue, 700 milioni di giovani dovranno scegliere tra salario e rivolta. E guerra e terrorismo minacciano di rivelarsi l'unico dialogo globale». Leggi tutto
Corriere della Sera
Grazie Pluto!
Ti sei fatto onore, hai conquistato i nostri cuori. Qui sarà sempre casa tua.

Friday, May 30, 2003

Week end
Parto per il week end, ciao a tutti, torno lunedì. Ci tenevo ad assicurarvi che non vado in un posto del cazzo. Clicca sulla foto per ingrandirla.
Foto Gnueconomy
L'Analisi. Troppo "sovranista" la bozza di Costituzione Ue
«Si dice che un buon compromesso debba lasciare tutti un po' scontenti, ma non troppo. Che non debba limitarsi al minimo comune denominatore fra le parti, ma neppure tentare fughe in avanti. Che debba stabilire principi flessibili e funzionali. Alla luce delle reazioni registrate, la bozza di Trattato costituzionale elaborata dal Presidium della Convenzione non è un buon compromesso. Si sapeva che per far riuscire la Convenzione andava trovata una formula intermedia fra le richieste dei "federalisti" più europeisti e le resistenze dei "sovranisti" intergovernativi». Tuttavia, «la curvatura data alle disposizioni-chiave, però, appare un po' troppo "sovranista" e tale da rendere la gestione delle politiche comuni a 25 poco praticabile». Il rischio è un'Europa «con ambizioni forti ma con istituzioni comuni deboli»
Rimane la regola dell'unanimità in troppe decisioni: «a 25 e più, non sarà possibile fare scelte importanti, se non solo Londra, ma anche Lussemburgo e Malta potranno porre un veto in materia fiscale. Ma anche per quanto riguarda l'approvazione del nuovo Trattato (e di future modifiche "costituzionali"), il vincolo della ratifica unanime è una ricetta per il disastro. Con l'allargamento, saranno in troppi a poter brandire l'arma del veto indiretto». «Appare necessario un principio di maggioranza "giusto" per le decisioni comuni, e l'unanimità non lo è». Il nuovo testo propone una doppia maggioranza, di Stati e di cittadini rappresentati (il 60%). «Un'estensione della nuova maggioranza qualificata, con clausole di salvaguardia per decisioni delicate, sarebbe più "giusta" e funzionale».
Sulla politica estera e di difesa, «si è ripiegato sul "sovranismo" inserendo nell'attuale art.III-196 troppe limitazioni all'eventuale ricorso al voto a maggioranza. Le disposizioni sul voto sono macchinose, a 25 possono paralizzare l'Ue e il ministro degli Esteri. Sul presidente unico del Consiglio un buon compromesso è possibile lavorando sulle sue prerogative e su una misura di "rotazione" fra i paesi da conservare per le altre formazioni del Consiglio».
«Ma un buon compromesso entro fine giugno richiederà ritocchi per venire incontro ai "federalisti" e rendere l'Ue capace di agire in modo efficace».
Analisi da Il Foglio
Qui, l'analisi de il Riformista
Bush aiuta l'Africa, l'Europa no?!?!?!?!
«Bush sta aiutando l'Africa come da tempo non succedeva. L'Unione Europea è patetica». No, non l'ha detto Donald Rumsfeld. Sono parole di Bob Geldof, il musicista fondatore di Live Aid e attivista pro-Africa nella lotta alla povertà e alla fame, davanti agli sbigottiti rappresentanti delle organizzazioni umanitarie e in un'intervista al Guardian. Quello di Bush è un approccio "radicale e benvenuto", mentre Bill Clinton parlava appassionatamente di Africa, ma non ha fatto nulla, ed è addirittura bollato come "patetico" l'atteggiamento dell'Unione europea. "Una bestemmia in chiesa", lo avverte 1972. Leggi sul Guardian
Bush in Medio Oriente: ce la farà? I commentarori divisi
«Tre uomini e una road map», come ha scritto sul Washington Post, Jim Hoagland. Condoleezza Rice ha aggiunto: "Voglio essere molto chiara: questo sarà un lungo processo che avrà alti e bassi, come è sempre stato".
Thomas Friedman «riconosce che il presidente ha le idee giuste (cacciare Saddam, liberarsi di Arafat, porre fine agli insediamenti e creare lo Stato palestinese), il problema è se saprà metterle in pratica e se avrà la pazienza necessaria»: ci vorrà una vera "passione per la pace", e questo dovrebbe essere il ruolo dell'America.
Frank Gaffney pensa l'opposto, "promuovere la pace attraverso la forza", e parla di "road trap".
Scettici anche al Wall Street Journal: un errore "credere che la strada della stabilità passi attraverso la Palestina", perché "il nuovo Medio Oriente si ritrova col pericolo di tornare a essere il vecchio Medio Oriente".
Amir Taheri, esperto di politica mediorientale: il processo di pace ora o mai più. "Bush è all'apice della sua autorevolezza nella regione, e gli Stati Uniti ora sono più forti che mai in Medio Oriente".
Il Foglio

Thursday, May 29, 2003

Juve - Milan. Tutto secondo i piani
Il calcio italiano ha dato un'altra mediocre prova di sé. Avevo previsto che sarebbero stati 120 minuti di NOIA, ma, devo dire, più per demerito della Juve che del Milan, che ha provato a fare la partita.
Da romanista dico, sono contento per Nesta, che se lo meritava; per Maldini, perché ha trovato sempre qualche maledetto incompetente o juventino che non gli ha fatto vincere il mondiale; per Ancelotti, che magari viene alla Roma al posto di quello sciagurato e prezzolato di Capello.
Ma sono contento anche per Piccinini che non finiva di ripetere: "ENTRAMBE le squadre hanno tentato di superarsi fino all'ultimo". Ridicolo, della serie, 'non so più a chi fare pompini'.
Riguardo l'assenza di Nedved. Lippi ha puntato su Camoranesi, che però non è stato all'altezza, questo è vero, ma resta il fatto che più di tutto ha pesato proprio la tattica attendista di Lippi, che ha rinunciato a giocarsela aspettando di colpire in contropiede (il Milan attaccava con 7 uomini, la Juve con 3), pur non avendo gli attaccanti adatti (Sheva va bene per il contro piede, non Trezeguet che è più attaccante d'area). Comunque il Milan non ha concesso spazi. Ridicola la Juve che non ha provato a vincere neanche quando il Milan era in 10.
I giornali sportivi stranieri protestano per il non-gioco italiano:
«Finale soporifera», «poverissima», sul Marca (Spa);
«Attentato al calcio», «partita penosa». Una finale con due squadre italiane, quando Cruyff sostiene che già la presenza di una è una tragedia per il gioco, su AS (Spa);
«Finale 'all'italiana'» su Le Monde (Fra);
L'Equipe (Fra).

Wednesday, May 28, 2003

La trappola delle classifiche musicali, e non solo
brainDamage ha postato la classifica dei "migliori dischi della nostra vita" (qui). Ho scritto ad Adri dicendogli che le classifiche dei propri favorite sono cose complicate. Intanto vedo che da dieci sei già passato a venti e so che ti sta rodendo il fegato perché ti vengono in mente i tanti esclusi che ti sono rimasti nel cuore. Insomma, fare una cosa del genere richiede una riflessione teorica e metodologica. A parte il fatto che si potrebbe discutere a lungo della scelta per album e non per brani. E' raro infatti che l'album rappresenti nella sua interezza un'opera conclusa e coerente. Comunque. Io preferisco procedere per classificazioni meno assolute di "I migliori dischi della nostra vita", meno generaliste. Innanzitutto credo che il numero perfetto sia il 5. Si potrebbe banalmente procedere per periodi, o per generi, o, meno banalmente, circoscrivere il campo con classifiche del tipo cosa preferisco con certi stati d'animo o in determinate situazioni e luoghi, o ancora i migliori brani che parlano, che ne so, di guerra, di città, e così via con gli argomenti più disparati. Il dibattito è aperto e comunque prometto che cercherò di postare anch'io qualche classifica.
Bono sulla strada di Jovanotti
Il commento di Neri sull'esibizione di Bono Vox degli U2 al Pavarotti & Firends su Gnueconomy diviene un malinconico 'mea culpa'. Esagera?
Gnueconomy
Probabili formazioni e 'Tempo reale'
Stasera finale di champions Juve-Milan. Beh, qualsiasi cosa per veder perdere la Juve. O prendendo una scoppola tremenda, o giocando alla grande e subendo il gol-sconfitta al '120 dts con 5 metri di fuorigioco, sbandierati dal guardalinee, che verrà ignorato dall'arbitro.
Però sarà difficile. Juve favorita perché più solida (però senza Nedved grosso handicap). Spero in Segihno e Seedorf per un Milan all'attacco, ma è molto probabile che, trattandosi di due squadre italiane, sarà una bruttissima partita, 0 a 0 alla fine dei supplementari, o, al massimo 1 a 1. Tutti nella propria metà campo fino al '70. Che barba. Utile una rassegna dei quotidiani esteri domani. Magari ci dedico un post.

Tuesday, May 27, 2003

Riconoscimenti alla "Mideast Vision" di Bush
«Il sogno di Bush di un Medio Oriente trasformato non porta da nessuna parte, fin quando il mondo arabo è ossessionato dalla penosa situazione dei palestinesi. Il Bush di due anni fa non era pronto, per ragioni politiche e pratiche, a fare nessuna mossa decisa. Ma ora le condizioni sono cambiate e Bush ha una grande visione, più ampia e più rischiosa di qualunque altra sognata dai suoi predecessori. Speriamo che abbia la volontà di perseguirla». Editoriale, New York Times.

Thomas Friedman, "principe degli opinionisti liberal", ha chiesto a Bush di dire all'Arabia Saudita la verità: «Il loro antimoderno e antipluralista tipo di Islam, il wahabismo, insieme con la ricchezza petrolifera, è diventato una forza destabilizzatrice nel mondo. E che finanziare moschee e scuole che promuovono la versione meno tollerante dell'Islam, sta educando i terroristi che bruciano sia le nostre che le loro case».

«Bush in qualche modo è diventato come Clinton, che credeva che era comunque meglio tentare e fallire in un contesto pacificatore, piuttosto che non tentare per niente». Bush potrebbe farcela perché «il contesto strategico è cambiato a causa della caduta di Saddam; per aver messo gli Stati che sponsorizzano il terrorismo, come l'Iran e la Siria, sulla difensiva; e per il rafforzamento di chi come Abu Mazen sostiene che non c'è una soluzione militare a questo conflitto, ma solo negoziale». Martin Indyk, vicesegretario di Stato per gli affari mediorientali nelle Amministrazioni Clinton. Leggi tutto
Camillo
L'ora delle scelte irrevocabili si avvicina per palestinesi e israeliani
Il governo israeliano approva la road map. «Non si possono tenere tre milioni e mezzo di palestinesi sotto occupazione. E' terribile per Israele, per i palestinesi e per l'economia israeliana. 1,8 milioni di palestinesi vivono di aiuti umanitari da organizzazioni internazionali. Volete esserne responsabili? Non credo sia giusto controllare Betlemme o Ramallah». Ariel Sharon
Ecco come tutte le ipotesi di pace girano intorno alle questioni del "territorio" e della "demografia".
Per palestinesi e israeliani i "richiami primordiali alle identità" nazionali, i due inconciliabili nazionalismi, sono giustificabili, anzi legittimi, come lo furono per noi. Ma fino al punto di sacrificare su quell'altare pace, modernità, sviluppo economico e benessere? Leggi tutto
Il Foglio
Questione di abilità aritmetiche
L'unica cosa da dire che mi viene in mente dopo queste elezioni è che in Italia il voto non si sposta, rimane un forte voto di appartenenza, anche a causa delle campagne elettorali cui siamo costretti da entrambi gli schieramenti. Cari amici, votiamo sempre allo stesso modo, non ci informiamo, non guardiamo in faccia i candidati, non ci accorgiamo dei successi/insuccessi delle precedenti amministrazioni o degli attuali Governi, non distinguiamo la credibilità o l'assenza di credibilità delle varie armate brancaleone. Dal 1994 i rapporti di forza sono sempre gli stessi. Con Rifondazione il centrosinistra acchiappa, con la Lega e al sud vince la Casa delle Libertà. Così, chi ci governa non dipende da noi, ma dall'"abilità aritmetica" dei partiti.

Sunday, May 25, 2003

Nuove istituzioni europee/3. La riforma comunitaria. Verso la visione federale?
Attualmente le istituzioni europee rappresentano un modello lontano da quello della separazione dei poteri. Piuttosto si tratta di una divisione dei poteri e di una sovranità condivisa. Il potere legislativo è nelle mani del Parlamento europeo, ma anche del Consiglio, mentre quest’ultimo divide con la Commissione europea il potere esecutivo. Tutto si regge sulla Commissione europea, che svolge funzioni esecutive, una parte della funzione legislativa, oltre a fondamentali funzioni quasi giurisdizionali, con la sua facoltà di sanzionare i comportamenti degli Stati che infrangono i patti comunitari. La sua legittimità risiede nell’investitura dei capi di Stato o di governo e del Parlamento europeo, ma di fatto è una forza sopranazionale e indipendente, guidata dall’interesse comune, e rappresenta la sintesi e la valutazione dell’interesse generale, mentre gli interessi degli Stati membri sono spesso paralleli e talvolta divergenti. L’assetto comunitario ha ottenuto ottimi risultati, soprattutto per l’Unione economica. Tuttavia la sua legittimità democratica appare insufficiente ad un progressivo allargamento delle competenze dell’Unione a settori nuovi come la sicurezza, la giustizia e i compiti di polizia, la politica estera e di difesa, ingredienti di un’Unione anche politica. Proprio a fronte dell’ampiezza dei suoi compiti, sempre più in espansione, la Commissione europea dispone solo di una legittimità indiretta, fragile, sia di fronte al Parlamento europeo, sia di fronte al Consiglio, formato dai governi democraticamente eletti. Una riforma della Commissione potrebbe dotarla di una legittimità democratica diretta, e non delegata, per esempio con l’elezione del suo presidente, di un potere di decisione esercitato in forma collegiale nelle stesse materie sui cui agiscono oggi i Governi degli Stati membri sui propri territori nazionali. A questo livello di legittimità si potrebbe prevedere un diritto di scioglimento dell’assemblea, ad opera del presidente della Commissione previo accordo del Consiglio europeo, oppure ad opera del Consiglio europeo su proposta del presidente della Commissione. In un assetto del genere l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza comune potrebbe far parte della Commissione, probabilmente nella posizione particolare di primo vicepresidente. Ovvio che riformare in questo senso la Commissione imporrebbe una riforma e un ripensamento radicali anche dei poteri del Parlamento e del Consiglio europeo, ma soprattutto mi sembra di scorgere in tale ipotetico nuovo assetto comunitario una rilevante vicinanza alle caratteristiche tipiche di un’Unione federale. Potrebbe costituire un passo deciso verso la “visione federale”, o rappresentare un nuovo modello federale prettamente europeo.
Nuove istituzioni europee/2. L’ipotesi intergovernativa
La logica di un’evoluzione intergovernativa porterebbe ad un chiaro e definitivo passaggio del potere esecutivo al Consiglio europeo o ad uno dei suoi membri, un superpresidente, designato dal Consiglio stesso per presiedere l’Unione e dirigere l’azione del Consiglio. La Commissione europea si trasformerebbe in una semplice amministrazione guidata dal presidente. Nessun cambiamento rilevante sarebbe previsto per il potere legislativo, che potrebbe essere svolto dall’attuale Parlamento. Una soluzione che vedrebbe racchiudere nella figura del superpresidente dell’Unione gli equilibri politici e gli interessi degli Stati più forti e risolvere le questioni degli interessi nazionali collegialmente all’interno del Consiglio, per giungere ad una politica comune, anche estera e di difesa, che rappresenti l’interesse collettivo. La difesa degli interessi comunitari, di cui si cura ora la Commissione europea, dovrebbe essere assicurata da un’istituzione giudiziaria, indipendente dagli Stati membri e dal Consiglio, investita della missione fondamentale di “custode dei trattati”, compito che finora spetta alla Commissione. Sarebbe questo il metodo pragmatico per conciliare le diverse politiche degli Stati membri direttamente in Consiglio, visto che già ora la Commissione è spesso in difficoltà nel coordinamento interno e deve fare appello all’autorità politica dei Governi che siedono in Consiglio, nel quale si procede su una base consensuale. Il rischio è quello di un ritorno al “ciascuno per sé” e di un accentuarsi delle divisioni delle voci, soprattutto in materia di politica estera e di difesa, dove il cammino appare più in salita. Le norme, le direttive, gli obiettivi, le politiche sarebbero forse più “flessibili” e più efficaci dei “rigidi” patti odierni.
Nuove istituzioni europee/1. La visione federale
L’idea di un Europa federale non è nuova. Espressa fin dagli anni ‘30, poi subito dopo la guerra e ispirando molti dei fondatori della costruzione europea, l’idea di dar vita agli “Stati Uniti d’Europa” non è mai stata abbandonata. Tuttavia un’unione federale dovrebbe naturalmente comportare un potere esecutivo scelto dagli elettori, per esempio un presidente eletto da tutti i cittadini europei, a capo di un’amministrazione federale forte, magari l’attuale Commissione europea, una compagine governativa formata nel rispetto dei grandi equilibri nazionali e politici. Poi dovrebbe esser previsto un Parlamento bicamerale, nel quale il potere legislativo verrebbe esercitato da entrambe le camere, e ciascuna disporrebbe del diritto di iniziativa legislativa. Una di queste, il Parlamento, dovrebbe essere eletto a livello dell’Unione, su liste europee, mediante una procedura elettorale uniforme. L’altra sarebbe una “Camera delle nazioni”, che rappresenta gli Stati e i cui membri potrebbero quindi essere designati dai Parlamenti e dai Governi nazionali. La Corte di Giustizia europea sarebbe una “corte suprema” a pieno titolo, custode e un interprete della Costituzione, ultima istanza per dirimere controversie e preservare la divisione netta di competenze fra l’Unione federale e gli Stati nazione.

Saturday, May 24, 2003

Da Enrico Letta contributo al dibattito sulla Convenzione europea
Sono venuti al pettine i nodi alla Convenzione europea per la carta che dovrà dare un nuovo volto alle istituzioni dell'Unone. Tre modelli-visioni si confrontano: intergovernativo, comunitario, federale. Domani pubblicherò una nota.
L'Italia può far perdere la partita all'Europa. Questa la riflessione, chiara e interessante, di Enrico Letta su il Riformista. Secondo il responsabile ecomomico della Margherita, che qualcuno vorrebbe a sfidare il Berlusca come candidato premier alle prossime politiche, «l'Italia è un Paese troppo debole per giocare la carta 'sovranista'» e quindi «se Berlusconi sceglie il metodo intergovernativo tradisce l'interesse nazionale e ci fa più fragili». In effetti il Governo italiano è decisamente orientato a sostenere il modello intergovernativo, preferito dai Paesi più grandi, che è anche la linea Giscard-Amato, mentre Letta sostiene quello comunitario, incarnato dal ruolo della Commissione e quindi sponsorizzato da Prodi. Sull'argomento non ho idee ben definite e nette. L'intergovernativo sembra il modello più cauto e pragmatico, quello comunitario pecca di burocratismo da superStato, mentre quello federale sembrerebbe il più democratico e partecipativo, ma è anche il più ambizioso. Vedremo.
il Riformista
Di seguito invece, «le buone ragioni che spingono il governo italiano e Giuliano Amato a optare per un'Europa intergovernativa»: Giscard sì, Prodi no. Per Amato, un'Europa politica non potrebbe essere governata secondo le stesse regole di quella economica.
Il Foglio
Secondo Franco Bernabè, parlando a Il Foglio dei problemi euroatlantici, "la salvezza può venire solo dalla Convenzione, sulla linea Giscard-Amato".
Magdi Allam sull'estremismo islamico in Italia
Un'intelligente analisi fatta da Magdi Allam su 'la Repubblica' dell'Islam in Italia e dei pericoli che vi si nascondono, partendo dalla dichiarazione di intenti del ministro degli Interni Giuseppe Pisanu. "La sfida ai profeti di violenza nelle moschee".
Per gli estremisti islamici «l'uso della forza contro i regimi tacciati d'apostasia o considerati "infedeli" viene considerato legittimo: ciò avviene in Palestina ed è avvenuto in Algeria».
Cosa fare? «I luoghi di culto dovrebbero avere un rapporto organico con le istituzioni pubbliche, visto che la gran parte dei fedeli si reca nei templi solo per pregare».
la Repubblica
L'Onu dà carta bianca alla 'coalizione dei volenterosi'
L'Onu ha dunque revocato, con risoluzione unanime del Consiglio di Sicurezza, le sanzioni economiche che gravavano da 13 anni sull'Iraq (qui la notizia). Nel recensire Rep. di Rocca su Il Foglio si fa notare: «Pensate allora che 'la Repubblica' abbia fatto un titolone sulla marcia indietro & capo cosparso di cenere di Francia e Germania? No, un richiamino piccino piccino, e un editorialone di Bernardo Valli dal titolo inequivocabilmente nun-ce-vonno-sta: "Il realismo dell'Europa davanti a Bush il vincitore".
Camillo
Piacerebbe a Valli, invece no: hanno dovuto 'abbassare la cresta'. Chi si è messo di traverso in vario modo, dissentendo (come la Germania), o addirittura ostacolando (come la Francia) la liberazione dell'Iraq oggi risente di un forte isolamento. Riconoscenti con gli amici, benevoli con i 'figliol prodighi' Russia e Germania, già autori-attori di gesti di riconciliazione e di ritorno sulla retta via, gli Stati Uniti si mostrano più duri nei confronti della Francia e dell'Onu. Ora Bush e Blair hanno la forza per far approvare ciò che vogliono, pur con stile e senza arroganza, e, a causa di quel meritato isolamento dello scellerato asse franco-russo-tedesco, il peso dell'influenza europea sul corso degli eventi internazionali e sulla politica di Bush è ai minimi storici. Più che di "realismo", Valli dovrebbe parlare di necessità fatta virtù, se non di 'abbassa la cresta'. Il solo Blair porta sulle spalle la responsabilità di quell'essenziale ruolo di influenza europea sulla politica Usa.
La risoluzione accoglie le richieste angloamericane: fine a 13 anni di sanzioni e, quindi, del controllo Onu (leggi Francia-Russia) sul petrolio iracheno (il ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer ha ribadito, fin dal principio e fino all'ultimo, che ormai non avevano "più alcun senso"), prende atto che a gestire il dopoguerra (e il ritorno sui mercati del greggio) saranno americani e britannici, concesso all'Onu un ruolo non solo negli aiuti umanitari, ma anche nella ricostruzione delle Istituzioni, con un proprio rappresentante fidato e gradito a Washington, Sergio Vieira de Mello, il brasiliano distintosi a Timor.
Con stile, si diceva, niente arroganze: «La risoluzione è stata discussa con tutti e limata per giorni, il voto ha subito il canonico ritardo dell'ultima ora che fa sentire così importanti ambasciatori e delegati». I russi hanno ottenuto alcune rassicurazioni per i contratti approvati sotto Saddam, ma niente ai francesi, che «avevano cercato di contrastare la fine delle sanzioni tramite il capziosissimo argomento della mancata certificazione, da parte degli ispettori Onu, dell'assenza di armi di distruzione di massa». «Alla fine nessuna data viene stabilita per il ritiro delle truppe angloamericane dall'Iraq (un anno al massimo, voleva la Francia): "E ci mancherebbe altro – sorride un diplomatico americano – dopo che i francesi si erano sempre rifiutati di fissare scadenze ultimative per le ispezioni, ora vorrebbero impiccare noi a un termine perentorio". L'unica gentile concessione è il permesso al Consiglio di sicurezza di tornare sulla materia fra un anno, per discutere su come la risoluzione sia stata attuata». Dunque, «carta bianca alla 'coalizione dei volenterosi'». Leggi tutto
Tuttavia, fa notare su Il Foglio Franco Bernabè, che fa parte del board del Council on Foreign Relations tra Europa e Stati Uniti la frattura è molto seria.
Il Foglio
Profilo dei 9 candidati democratici alla Casa Bianca
Utile. Leggi tutto
Il Foglio

Friday, May 23, 2003

'Sars' Von Trier spaventa Gnueconomy
Di sicuro Neri non vedrà il nuovo film di 'Sars' Von Trier presentato a Cannes. Qui ci spiega perché. Io sottoscrivo.
Gnueconomy

Thursday, May 22, 2003

Matrix2 la ricarica
Attenzione amici! Camillo ha ben 10 motivi per non andare a vedere Matrix2, detto 'la ricarica'. E quasi tutti sono ottimi, inquietanti motivi. qui
City of GodCity of God
Ieri sera sono andato al cinema con i miei colleghi, il film era brasiliano, 'City of God', la Città di Dio, regista Fernando Meirelles, tratto dal romanzo di Paulo Lins. Ve lo consiglio davvero. A tutti gli scettici delle produzioni 'esotiche', delle storie di miseria dai paesi del terzo mondo, agli amanti dell'azione spettacolare dico: andate a vederlo, non rimarrete delusi. Per fortuna non annoia con la solita 'probbblematica sociale' e di denuncia forse per questo 'la Repubblica' ne parla male, o forse perché, mi suggerisce robba, nell'era di Lula le condizioni di vita nelle favelas sono 'ovviamente' migliorate).
La Città di Dio è una delle favelas più misere e malfamate di Rio de Janeiro, nella quale si svolse una cruenta guerra tra bande di adolescenti e bambini. Buscapé non è un ragazzo violento, ma è nato e cresciuto nella favela e ci racconta come andarono le cose. Montaggio frenetico, regia veloce, scene dure e violente che non impediscono ai personaggi di mostrare la loro umanità e il loro vigore giovanile. Ispirato, tra Pulp Fiction e Gangs of New York, anche per le scelte narrative.

Wednesday, May 21, 2003

Qualcosa 'di sinistra'. I Socialdemocratici americani
Il documento riportato di seguito è stato scritto dai 'Social Democrats' americani, «un piccolo partito di sinistra, più a sinistra dei Democratici, nato dalle ceneri del vecchio Partito Socialista americano di Eugene Debs e Norman Thomas. La settimana scorsa i Social Democrats, che fanno parte dell'Internazionale Socialista insieme con i Ds italiani, hanno organizzato a Washington un convegno su come ricostruire la sinistra americana».
Purtroppo in Italia avverto la mancanza di una vera alternativa di sinistra e, a quanto pare, questi socialdemocrats la avvertono anche negli Usa. Non dico che la sinistra italiana dovrebbe prenderli a modello, ma certo dovrebbe rinnovare la sua cultura politica, e farlo in fretta, o quanto meno iniziare un processo in tal senso, guardando con più attenzione a idee come queste, avendo come riferimento più Tony Blair che non i Movimenti o Cofferati.
Obiettivi del momento: «Sostenere il capitalismo, il libero commercio e insieme rafforzare il sindacato e la tutela dei lavoratori, mentre all'estero diffondere la libertà e la democrazia».
Modello: Franklin Delano Roosevelt (e, oggi, Tony Blair).
Le critiche alla sinistra: «Manca una piattaforma chiara e vincente, c'è bisogno di una 'vision'». No allo "stridente antiamericanismo" e alla "magnanimità nei confronti delle dittature dei paesi del terzo mondo da parte di chi proclama di parlare in nome della sinistra". Questa posizione alimenta "ancora una volta l'impressione che alla sinistra non importi nulla della libertà".
Questo il documento dei socialdemocratici, preparato nel mese di maggio 2003 da una sottocommissione del National Committee of Social Democrats, Usa, per essere usato nelle discussioni sull'approvazione di risoluzioni e per un programma d'azione in vista di un incontro che si terrà alla fine dell'autunno o nell'inverno 2003. Il documento non rappresenta una dichiarazione ufficiale da parte dell'organizzazione.
Camillo
Enzo TortoraOrdine-potere giudiziario. Elementi di un dissesto del diritto
Dopo 7 anni di detenzione Enzo Brusca, il mafioso (tanto per rinfrescarci la memoria) che uccise con le sue mani un ragazzo di 11 anni e lo sciolse nell'acido, perché figlio di un pentito, è stato scarcerato dal Tribunale di Sorveglianza di Roma e sarà agli arresti domiciliari a spese dello Stato.
Perché? Avrà maturato, pensiamo, i requisiti fissati dalla legge (i cui aspetti di clemenza, per quanto non ci possa far piacere, vanno applicati anche per il 'cittadino Brusca'). Invece no. Il pm Alfonso Sabella motiva così la decisione: Brusca ora è "buono". Avete capito bene, sì. Dice, ci assicura, che è "buono". Sconvolgente! E' colpa del padre, che era cattivo perché lo rimproverava. Il suo pentimento "vero" e "genuino". Bene, questa la cultura giuridica della magistratura qui da noi in Italia: le leggi sono superflue quando i giudizi sono morali.
Demagogia
E ora voglio essere demagogico. La 'gente' è schifata, non ne può più, non ci crede più, e se qualche governo (voglia il Signore) vorrà smantellare questo insulso ordinamento giudiziario, faccia pure. A nessuno importa che fine farà questa manica di privilegiati, questa casta di incompetenti, azzeccagarbugli, politicizzati, golpisti, sono la vergogna di uno Stato di diritto.
RadioRadicale.it ricorda il caso Tortora.
Da noi non fa notizia
Beit Hanoun - Centinaia di palestinesi a Gaza protestano contro i militanti di Hamas. Ma questo in Italia non fa notizia.
"They (the militants) claim they are heroes," said Mohammed Zaaneen, 30, a farmer, as he carried rocks into the street. "They brought us only destruction and made us homeless. They used our farms, our houses and our children ... to hide".La notizia
che l'Ansa dà solo oggi, ma i fatti sono accaduti ieri.
Rainews24.it censura anche oggi, RadioRadicale.it invece.
1972

Tuesday, May 20, 2003

Estremismo islamico/1. Il Medio Oriente impari dall'Africa
"Non siamo bambini incapaci di esprimere un'azione e un pensiero autonomo. Nel bene e nel male siamo adulti".
Guglielmo Verdirame su Il Foglio scriveva del "bello" e del "brutto" dell'Africa, individuando uno dei principali problemi in quello che definisce "pregiudizio eurocentrico" e che sarebbe anche la chiave di lettura dei sentimenti antioccidentali nel mondo arabo. L'articolo è molto lungo, ecco un estratto.
«Nei paesi sub-sahariani, pur essendo le colpe dell'Occidente maggiori che in Medio Oriente, la mentalità del capro espiatorio non si è affermata nella stessa misura. Hanno tentato alcuni intellettuali europei di tendere la stessa trappola e di far credere agli africani che tutto fosse colpa dell'Occidente, ma hanno spesso incontrato resistenza: non dimenticherò l'applauso fragoroso che accolse a Nairobi il commento di un collega africano alla relazione di un politologo europeo che attribuiva le responsabilità per tutto ciò che andava male in Africa all'Occidente: "Non vi rendete conto che queste tesi sono in fin dei conti razziste? I rapporti tra mondo occidentale e Africa sono molto più complessi e, comunque, dobbiamo tutti quanti smetterla di esagerare il ruolo dei fattori esterni: in Rwanda a uccidere furono ruandesi. Non siamo bambini incapaci di esprimere un'azione e un pensiero autonomo. Nel bene e nel male siamo adulti"». Eccolo quel pregiudizio: «Che l'Occidente, adulto, controlli i destini del Terzo mondo, che, siccome fanciullo innocente, viene pilotato dagli adulti cattivi».
I fattori locali. «A questi irriducibili e "occidentalissimi" critici dell'Occidente i fattori locali sono sempre interessati poco, forse perché, grazie ai preziosi insegnamenti ottocenteschi di un signore di Treviri, hanno già un modello unico per capire tutte le società, dai dinka del Sudan meridionale ai lapponi, dagli aborigeni australiani ai mormoni dello Utah. Il (non) pensiero della globalizzazione non ha fatto altro che rinvigorire l'antica passione di molta sinistra per le spiegazioni mono-causali e aprioristiche».
«E' necessario da parte dell'Occidente un impegno politico serio in Africa, innanzitutto per prevenire alcuni rischi gravissimi: elementi fondamentalisti stanno cercando di cambiare l'Islam sincretico e tollerante tipico dell'Africa occidentale, cercando di imporre, con finanziamenti generosi provenienti dai paesi arabi del Golfo, una versione "pura" dell'Islam, per lo più di matrice wahabita. E' altresì necessario agevolare la crescita economica, non, come si pensa spesso, attraverso gli aiuti umanitari – "L'industria umanitaria serve più a dare occupazione a giovani disoccupati europei che ad aiutare noi africani", mi disse un ministro sudafricano qualche tempo fa. La ricetta per lo sviluppo è il commercio, eliminando le ineguaglianze del regime di scambi attuali, liberista nei settori dove europei e americani sono competitivi, e protezionista in altri. Insomma, per il bene di tutti: politica agricola comune dell'Unione europea, adieu».
L'Iraq. Dove sono gli attivisti della pace? Sembrano indifferenti verso il futuro del popolo iracheno:
«La sfida in Iraq è gigantesca. La questione del debito intraversa il futuro sviluppo economico in Iraq; e forse perché i principali creditori non sono gli Stati Uniti, ma i paesi arabi del Golfo, la Russia, la Cina e la Francia, pochi attivisti sembrano interessarsi a questa questione: il loro silenzio svela l'ipocrisia, e l'indifferenza verso il futuro del popolo iracheno. Ma soprattutto la sfida in Iraq è di rompere il circolo vizioso del vittimismo, che definisce la politica nel mondo arabo contemporaneo impedendo ogni forma di critica introspettiva e precludendo alla società la possibilità di riscatto, miglioramento e progresso. In questo senso l'esperienza africana può essere da guida: riaccendere il desiderio di libertà, creare una società civile capace di autocritica, superare la mentalità del capro espiatorio sono sfide a cui molti africani, tra mille difficoltà e nell'indifferenza generale, stanno tenendo testa». Leggi tutto l'articolo
Il Foglio
Estremismo islamico/2. Riflessione sui perché...
Dopo gli attentati terroristici contro il centro residenziale occidentale a Riad, solo i più gravi di una nuova ondata, che qualcuno interpreta come segno di debolezza di Al Qaeda e dei gruppi palestinesi, qualcun altro come segno di uno scisma interno all'Islam portato da una "teologia della morte" (Carlo Panella, Il Foglio), siamo qui, di nuovo, a chiederci il perché di tutto questo odio e di questa violenza. Tentiamo invano di darci una risposta fin dall'11 settembre.
Due sono le analisi più diffuse, e tra loro contrastanti. Da una parte, il terrorismo e l'estremismo islamico sarebbero l'espressione della disperazione e del malcontento provocato dalla miseria delle popolazioni arabe, soprattutto quella palestinese, e dai torti subiti dall'Occidente, dagli americani innanzitutto, colpevoli di appoggiare Israele e di porre in essere un atteggiamento egemonico sulla regione.
Dall'altra, si tende a vedere il terrorismo come il frutto dei mali che affliggono le società arabe, soprattutto l'assenza di democrazia e l'indottrinamento religioso.
La Palestina? A mio avviso poco più di un pretesto per il terrorismo islamico. Gli Stati Uniti più di ogni altro Paese, non l'Europa, non il mondo arabo (che invece storicamente ha solo strumentalizzato e danneggiato la causa palestinese), hanno insistito sulla via della pace. Dagli accordi di Oslo il conflitto israelo-palestinese è stato al centro della politica mediorientale dell'Amministrazione americana. Non è possibile però per gli americani non sostenere Israele su tutte quelle richieste da parte palestinese e araba volte a minacciare l'esistenza stessa dello Stato ebraico. Già, perché il punto è che fino ad ora il mondo arabo ha visto nello Stato israeliano un cancro portatore di valori occidentali, democratici, e avvertiti come egemonici, e per questo l'obiettivo resta, nonostante le sconfitte militari, la distruzione di Israele: da un punto di vista demografico ed economico (chiedendo il ritorno dei rifugiati palestinesi), e militare (chiedendo la rinuncia al nucleare e all'invadenza Usa, inaccettabile perché Israele si troverebbe ad essere minacciato dalle forze convenzionali di tutti gli eserciti della regione).
Dunque, secondo il primo approccio, gli Usa pagherebbero l'incapacità o l'assenza di volontà ad offrire una soluzione giusta al problema palestinese, la sola che garantirebbe l'affievolirsi del sentimento antiamericano, il problema risolto il quale tutte le altre questioni del Medio Oriente si avvierebbero ad una meno complicata soluzione: l'assenza di democrazia, la povertà, l'oppressione delle minoranze, sarebbero questioni secondarie nella formazione del sentimento antioccidentale.
E' giunto il momento di rendersi conto invece di come proprio a partire dalla risoluzione di tali questioni considerate secondarie, endemiche nel mondo arabo, sia possibile far scaturire una soluzione giusta per il problema palestinese, mentre appare più arduo il contrario. Il mondo arabo odia Israele perché mette a nudo i fallimenti di un'intera regione per quanto riguarda molteplici aspetti: immobilismo politico, stagnazione economica, impotenza militare, invadenza di modelli culturali e morali occidentali. Sono innanzitutto i regimi oppressivi la causa della povertà, della mancanza di libertà politica, delle repressioni delle minoranze ideologiche, etniche e religiose.
In conclusione. E' pur vero che la disperazione provocata dalla miseria, dalla mancanza di prospettive (sia economiche, sia in termini di autodeterminazione per i palestinesi) contribuisce in una certa misura all'ingrossamento delle fila delle organizzazioni terroristiche, ma è vero che quelle condizioni sono causate in maggior misura dall'arretratezza dei Paesi arabi, dall'assenza di democrazia e di società aperte, nonché dall'indottrinamento dei giovani al fanatismo religioso.
Estremismo islamico/3. ... e riflessione sui rimedi
Se dunque libertà e democrazia, prospettive di benessere e partecipazione, società aperte, saranno gli ingredienti per sconfiggere i sentimenti antioccidentali e il terrorismo, si pone ora il problema di come fare.
Emanuele Ottolenghi su Il Foglio ha ricordato quella che lo studioso Fouad Ajami ha individuato come la politica occidentale finora perseguita in Medio Oriente: la scelta tra "prigione o anarchia". «L'alternativa ai regimi apparve fino all'11 settembre soltanto la deriva fondamentalista nel migliore dei casi, il caos della guerra civile libanese in quello peggiore. Beirut o Baghdad, Teheran o Algeri. Saddam piuttosto che Khomeini negli anni Ottanta, Arafat piuttosto che Hamas negli anni Novanta, Musharraf piuttosto che bin Laden nel 2001». Quindi, «prediligere, per mancanza di opzioni migliori, la prigione all'anarchia, il dittatore filo-occidentale al fondamentalista islamico», «al caos si preferiva l'ordine», poiché spesso quel «male minore offriva garanzie agli interessi occidentali». Ma il risultato è stato "sia la prigione, sia il caos".
Il processo di democratizzazione del Medio Oriente passa innanzitutto per il sostegno a quanti nel mondo arabo già si battono per questo e collegando la democrazia ad una speranza di benessere economico e di sviluppo. Ai poveri non si può parlare solo di principi, ma anche di 'pagnotte'. E' vero che gli arabi sono attratti dai nostri modelli, ma non comprendono le nostre azioni e per questo abbiamo bisogno di un più sapiente 'marketing democratico, occidentale e americano'. Sarà inoltre necessario praticare rapporti diplomatici ed economici in cui il parametro democrazia e diritti sia effettivamente uno dei parametri, anche se certo non l'unico.
Come mi era già capitato di osservare su un post di qualche settimana fa sull'esportazione della democrazia, gli strumenti della comunicazione e dell'informazione sono "in grado di promuovere i processi democratici, aiutando i dissidenti interni, screditando i regimi dittatoriali o, fornendo informazione completa e vero dibattito in una situazione a rischio". Puntare con decisione sul 'bombardamento' d'informazione significa sviluppare una delle più efficaci 'armi di attrazione di massa' a disposizione nell'arsenale delle democrazie occidentali, che si esercita diffondendo conoscenza, e che ora dispone di mezzi inimmaginabili fino a qualche anno fa.
Infine, la guerra. Non si può escludere purtroppo il ricorso alla forza, qualora ci si trovi di fronte a situazioni limite come in Afghanistan o in Iraq: dipende dai contesti, dalla realtà e dall'immediatezza della minaccia per le sicurezze nazionali.
La vera questione da affrontare subito è però la convinzione di voler esportare o meno la democrazia. Questo i governi occidentali devono prima di tutto decidere. Questa decisione contiene in sé un equilibrio delicato: quanto di relativismo culturale e quanto di visione etica nei nostri comportamenti. Ma di questo ho già parlato qui.

Monday, May 19, 2003

M o o n t a x i
Pomeriggio di musica in rete, cercando Hendrix. Uno dei portali su cui ci siamo fermati io e Mic è moontaxi.com: Lou Reed, Linda Ronstadt, Steppenwolf, Simon and Garfunkel, K. C. and The Sunshine Band, Ozark Mountain Daredevils, Bay City Rollers. Poi su choiceradio.com: Blue Oyster Cult, Creedence Clearwater Revival, Doobie Brothers, Jefferson Airplane,
L'irresistibile Jedi
Facciamoci due risate con questo povero malcapitato. Gnueconomy ci racconta questa fenomenale storiella della rete. Come un ragazzino del Quebec è diventato lo zimbello, o l'"eroe" (dipende dai punti di vista), del cyberspazio. Disponibili anche gli audiovideo: clicca qui
Gnueconomy
Quelli che l'11 settembre non è successo niente
Su 1972 possiamo rileggere l'editoriale di ieri di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera: «L'11 settembre, come si vede, ha cambiato tutto, sta cambiando tutto: chi non vuole convincersene rischia sempre di più di non capire nulla». Leggi
1972

Sunday, May 18, 2003

Solo promesse, o una prima svolta?
L'anziano Re Fahd dell'Arabia Saudita si è impegnato di fronte al suo Consiglio consultivo per un programma di riforme politiche e sociali e nella lotta contro il terrorismo: «Intendiamo perseguire la via della riforma politica e amministrativa», e ancora, «allargheremo la partecipazione popolare e allargheremo l'accesso al lavoro delle donne».
«Siamo ad un bivio. I (vecchi) concetti nel mondo sono morti e ne emergono altri. Le (vecchie) alleanze si sono appassite e di nuove se ne sono formate. Facciamo parte di questo mondo e non ce ne possiamo isolare. Non possiamo immobilizzarci quando il mondo sta cambiando». Leggi tutto
RadioRadicale.it
Al Qaeda cambia strategia: obiettivi facili e Paesi islamici moderati
Harlan Ullman, stratega Usa: «I terroristi scelgono obiettivi imprevedibili. Al Qaeda ha deciso di lanciare una campagna internazionale contro obiettivi 'soft', facili, e nel mondo ce ne sono troppi per poter prevedere dove colpirà e quindi prevenire gli attacchi". Ecco perché il Marocco: «Era facile, meno protetto di altri paesi, ma abitato da abbastanza manodopera favorevole ad Al Qaeda».
Se Al Qaeda volesse, sarebbe ancora in grado di attaccare gli Stati Uniti: «Per ora non lo fa perché non ne ha bisogno. Punta su obiettivi facili raggiungendo lo stesso risultato di terrorizzare la comunità globale, danneggiare l'economia, destabilizzare Paesi alleati e quindi colpire gli interessi di Washington. Non mi stupirei se adesso iniziassero a prendere di mira leader o individui con un particolare significato politico». Leggi tutto
La Stampa
I paesi islamici moderati, che si mostrano più aperti verso l'Occidente, sono ora sotto il mirino di Al Qaeda, ora sono questi gli obiettivi principali, per accrescere problemi economici a chi sta muovendo i primi passi verso la democrazia.

Friday, May 16, 2003

quindici minuti di puro zelig. i miei colleghi sono cattivissimi. hanno sezionato una lunga intervista ad un leader dell'opposizione fatta da un giornalista che lavora con noi, cucendo insieme ogni sua singola gaffe. risultato: da un'ora di conversazione un po' noiosetta, complice anche la bastardaggine dell'intervistato, sono venuti fuori quindici minuti di puro zelig.
Da robba

Lo studio legale è ora all'opera per studiare la fattibilità di pubblicazione in rete.

Thursday, May 15, 2003

Benaltrismo e Comparazionismo
Il Benaltrismo è senz'altro comodo vizio (per chi lo applica) e fastidiosa malattia (per chi ascolta) da curare; suscita in me istinti pericolosi e beluini. Il Comparazionismo, o giustificazionismo, un esercizio utile, da usare però con moderazione, e a patto che non lo si usi per condoni generalizzati. Spiego.
Rolli fa notare che Berlusconi non è il solo ad aver minacciato di querele chiunque lo avesse insultato (Link). Ok, prendiamo atto. Ma sull'episodio al tribunale di Milano e polemiche seguenti trovo ridicolo che un uomo politico quereli qualcuno per degli insulti o per una vignetta. Grave sarebbe però se il tutto fosse stato studiato a tavolino per mandarlo in onda al Tg3.
Comunque, Gnueconomy accusa Rolli di Comparazionismo e ci mette in guardia giustamente dai suoi rischi, anche se è cosa ben diversa e da non confondere con il Benaltrismo.
Così Luca Sofri definisce infatti il 'Benaltrismo': «Il Benaltrismo dovrebbe definirsi come quell'imbroglio retorico per cui "ben altri" sono i problemi che andrebbero affrontati, o che per coerenza bisognerebbe affrontarli tutti, o nessuno. Esempio: Ottoemmezzo fa una puntata su Cuba e Minà dice "ma perché non vi occupate del Guatemala, invece?". Esempio: uno dice che Saddam va eliminato, e gli rispondono "e allora la Corea del Nord"? Esempio: uno dice Sofri è innocente e gli rispondono "e perché non vi occupate di tutti gli innocenti che stanno in carcere?". Esempio: uno dice Guantanamo è una vergogna e gli rispondono che durante la Ii guerra mondiale fu fatto di molto peggio. Chi abusa del benaltrismo, di solito, non ha mai mosso un dito né in un caso né nell'altro».
Dunque, ripeto: il Benaltrismo è senz'altro comodo vizio (per chi lo applica) e fastidiosa malattia (per chi ascolta) da curare; suscita in me istinti pericolosi e beluini. Il Comparazionismo, o giustificazionismo, un esercizio utile, da usare però con moderazione, e a patto che non lo si usi per condoni generalizzati.

Wednesday, May 14, 2003

Immunità parlamentari: tutti d'accordo al Parlamento europeo
Il 5 dicembre 2002, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che dà il via libera a "concludere la procedura relativa all'adozione" dello Statuto dei deputati (PE 294.967/riv., relatore l'europarlamentare socialista Willy Rothley), con le relative consultazioni di Commissione europea e Consiglio. L'assemblea si è così divisa (Link): 296 voti favorevoli (Ppe e Pse) e 136 contrari (comunisti, liberali e verdi). Per quanto riguarda i gruppi italiani, oltre il 'sì' del centrodestra, 'sì' compatto anche dai Ds (tra cui Elena Paciotti, Gianni Vattimo, Pasqualina Napoletano, Renzo Imbeni). Uniche questioni dibattute le indennità e i salari dei deputati e non le immunità parlamentari, sulle quali non ci sono stati emendamenti o proposte alternative, e tutti hanno concordato su quanto previsto dal testo.
Articolo 11 - Tutela della libertà di voto e di opinione
1. I deputati non possono essere in alcun momento perseguiti a motivo dei voti o delle opinioni espresse nell'esercizio del loro mandato, né possono essere chiamati a renderne altrimenti conto in sede extragiudiziale.
2. Su richiesta del deputato, il Parlamento decide se un'opinione sia stata espressa nell'esercizio del mandato.
Articolo 12 - Tutela dell'integrità del Parlamento
1. Qualsiasi limitazione della libertà personale di un deputato è ammessa solo su autorizzazione del Parlamento, salvo in caso di flagranza di reato.
2. Il sequestro di documenti scritti o di materiale su supporto elettronico di proprietà del deputato, o la perquisizione della sua persona, del suo ufficio o della sua abitazione, così come il controllo della sua corrispondenza e delle sue telefonate, possono essere ordinati solo su autorizzazione del Parlamento. L'articolo 9, paragrafo 4, si applica per analogia.
3. Un'indagine o un procedimento penale nei confronti di un deputato dev'essere sospeso qualora il Parlamento lo richieda.
4. L'autorizzazione di cui al paragrafo 2 può essere richiesta dalle autorità competenti in base al diritto nazionale.
5. L'autorizzazione di cui al paragrafo 2 o la sospensione di cui al paragrafo 3 può essere subordinata a condizioni ovvero essere temporanea o parziale.

Tuesday, May 13, 2003

Incredibilia
Cose dell'altro mondo...
Tra i 50 e i 58 deputati texani sono fuggiti domenica da Austin e si sono rifugiati nell'hotel Ardmore Holiday, poco dopo il confine con l'Oklahoma, per bloccare, non facendo raggiungere il quorum, un voto cruciale al Congresso statale.
All'origine della paradossale situazione, con i democratici che si rifiutano di tornare nella capitale statale ed i repubblicani che ne chiedono l'arresto, il regolamento dell'assemblea, che, assurdamente, vieta che la Camera si riunisca se non sono presenti almeno 100 dei 150 deputati e che permette l'arresto dei deputati che intenzionalmente fanno mancare il quorum per riportarli in aula (L'articolo 5 del regolamento della Camera al comma 8 recita: "Tutti gli assenti che non hanno una scusa sufficiente, possono essere arrestati per ordine della maggioranza dei presenti, in modo che venga garantita la loto presenza"). Il regolamento è folle perché impedisce alla maggioranza assoluta di legiferare e, ovviamente, perché prevede l'arresto per chi fa ostruzionismo facendo mancare il quorum.
AP-Adnkronos

Monday, May 12, 2003

Scommessa vinta, comunque
Sabato sera una pizza al Paò, Monteverde. E' la prima volta che mi capita di conversare a lungo con Matteo sulla sua esperienza come studente consigliere d'Amministrazione dell'Università in cui mi sono laureato. Da molto tempo desideravo che accadesse e, non lo nascondo, anche per porgli alcune delle mie sontuose quanto autoreferenziali considerazioni. Sabato sera è accaduto e me ne sono stato zitto ad ascoltare. Al mio impegno politico universitario è mancata solo quell'"alta" carica che lui ha avuto l'occasione di ricoprire. L'anno in cui si candidò con noi ricordo che fu l'ultima campagna elettorale in cui mi impegnai e, contro l'enorme divario di risorse e lo strapotere delle altre liste, riuscimmo, con lo sforzo sovrumano di quattro gatti, a ottenere il seggio. Ho sempre pensato quanto dovesse essere stato difficile e mortificante per lui adempiere a quell'impegno privato di un adeguato gruppo di studenti che lo sostenesse e lo aiutasse nello scontro con quel "regime" che si stava instaurando e si è poi instaurato ai vertici dell'Ateneo, e che in CdA si esprime ai suoi più alti livelli organizzativi (ma non è questa la sede per approfondire sull'argomento). Ma l'altra sera dalle sue parole ho appreso molto e gliene sono grato. Ho trovato in lui anche una consapevolezza maggiore di qualche anno fa, ha fatto tesoro della sua esperienza, ed è stato istruttivo ascoltare le sue riflessioni frutto di cognizioni sedimentate, ragionate-ragionevoli.
Gli rimane poi quella fine abilità narrativa, che rende gradevole e gustoso l'ascolto dei suoi racconti e, da qualche giorno, la loro lettura: qui, su Mhttk' blog
Cocktail. E' estate
Come ogni volta, ci abitueremo piano piano ai dondolii più o meno frenetici, ai biancori abbaglianti, agli sciami rumorosi e impetuosi, alle colline a perdita d'occhi, ai tessuti utilizzati con sapiente e maliziosa parsimonia.

Sunday, May 11, 2003

Neocons. a Venezia
Richard Perle, Robert Kagan e Samuel Huntington a Venezia per un Convegno dell’Aspen Institute: «L’Ue deve scegliere: o con noi o con la Francia». Il Corriere della Sera li ha intervistati.
Perle: «In Iraq non abbiamo desideri imperiali: potremmo andarcene domani se fossimo sicuri che la situazione è sicura. Ma credo che abbiamo la seria responsabilità di lasciare il Paese in una situazione decente, con un governo che possa garantire una certa democrazia, il libero mercato e un modello per il resto del Medio Oriente. Non so quanto tempo ci vorrà. Però, penso che tra diciotto mesi potremmo avere un serio governo iracheno al potere».
Huntington: «Non credo che impero sia la parola giusta da applicare agli Stati Uniti. Nel senso che non abbiamo desiderio di governare altri popoli: è la nostra storia a dimostrarlo. L'America è la sola superpotenza mondiale, ma credo che debba e voglia agire attraverso combinazioni di alleanze con le altre potenze regionali, l’Unione Europea, la Russia, l'India, la Cina».
Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Kagan: «Fin dal suo inizio, il Consiglio di Sicurezza è stato solo fiction. Davvero cinquant'anni fa la Cina e la Francia potevano essere considerate grandi potenze? Ovviamente no, e infatti nessuno ha mai dato credibilità al Consiglio. E' solo dalla fine della Guerra Fredda che ha avuto un certo ruolo, e anche qui i risultati hanno mostrato luci e ombre. Sono però contrario a chiuderlo. Va riformato, vedremo come».
Huntington: «La struttura del Consiglio di Sicurezza è ancora quella che riflette i poteri del 1945. Potrebbero essere introdotti nuovi membri permanenti, i poteri regionali. Ma senza diritto di veto».
Stati Uniti ed Europa.
Perle : «Non c'è una visione europea comune. La Francia ha l'ambizione di guidare la politica estera europea contro gli Stati Uniti. Gli altri Paesi europei devono decidere se vogliono farsi guidare dalla Francia o se scelgono la relazione transatlantica».
Kagan: «Ancora oggi a Parigi vogliono che la nostra politica in Iraq fallisca, che finisca in catastrofe».
Chi sono i neo-conservatives?
Kagan: «Nascono dal partito democratico e in maggioranza oggi sono repubblicani. Io mi considero un liberal moderato sulle questioni di politica interna mentre nella politica estera credo in un ruolo degli Usa che deve favorire un ordine globale liberale, fondato su sicurezza e principi. Nella tradizione di Truman e Kennedy ma anche di Theodore Roosevelt e Wilson. Niente di nuovo». Leggi tutto
Corriere della Sera
"Scontro di civiltà": Intervista ad Huntington
Su La Stampa, intervista al professor Samuel Huntington, lo studioso dello "scontro di civiltà":
La guerra in Iraq approfondirà lo scontro di civiltà?
«Dipenderà dalle sue conseguenze. Due conseguenze, in particolare. La prima: l'Iraq riuscirà a diventare in un tempo ragionevole un Paese ragionevolmente stabile, unificato e democratico? La seconda: alla guerra seguiranno significativi progressi nella soluzione del problema israelo-palestinese? Se queste due condizioni si verificheranno, le relazioni fra Stati Uniti e mondo islamico miglioreranno rapidamente, altrimenti dobbiamo attenderci un grosso scontro fra civiltà».
E' possibile conciliare Islam e democrazia?
«Non credo ci siano ragioni per pensare che nell'Islam esistano ostacoli allo sviluppo della democrazia. Ogni grande cultura ha differenti componenti al suo interno. Non dimentichiamo che fino a 50 anni fa molti scienziati della politica ritenevano inconciliabili democrazia e cattolicesimo, una previsione che si è rivelata assolutamente sbagliata».
Crede sia possibile introdurre dall'esterno la democrazia, magari con la forza?
«Assolutamente no».
Come deve agire l'Occidente di fronte alla rinascita islamica?
«Il problema è l'ascesa dell'Islam militante e dei Paesi canaglia, nei confronti dei quali bisogna agire con precauzioni militari. La dottrina Bush dell'azione preventiva contro gli Stati che costituiscono vere minacce è giustificata».
Anche la guerra all'Iraq lo era, dunque?
«No, l'Iraq non poneva una minaccia urgente e grave agli Usa o ai suoi alleati».
L'Islam ha coscienza di se stesso ma scarsa coesione. Con quali conseguenze per l'Occidente?
«La prima conseguenza è che è molto difficile trattare con l'Islam. Certo, stiamo assistendo a una poderosa rinascita dell'identità musulmana, ma si ricorda che cosa diceva Kissinger? “Che numero di telefono devo fare, quando voglio parlare dell'Europa?”. Lo stesso vale oggi per l'Islam. La seconda conseguenza è ancora più preoccupante: le rivalità fra Arabia Saudita e Iran hanno spinto i due Paesi a finanziare gruppi musulmani in lotta contro l'Occidente». Leggi tutto
La Stampa

Wednesday, May 07, 2003

Chuang-tzu e Hui-tzu stavano passeggiando lungo la riva del fiume Hao, quando il primo esclamò:
«I pesci saltano con facilità fuori dell'acqua. In ciò devono provare piacere».
Hui-tzu replicò:
«Tu non sei un pesce. Come puoi sapere che i pesci provano piacere?»
«E tu non sei me», rispose Chuang-tzu «Come fai a sapere che io non lo so?».
Hui-tzu continuò:
«Se io, non essendo te, non posso conoscere quel che tu sai, così tu, non essendo pesce, non puoi conoscere se i pesci provano piacere!».
Chuang-tzu rispose:
«Per favore, torniamo al punto di partenza. Tu hai chiesto come potevo sapere che i pesci provano piacere. La tua stessa domanda mi prova che tu sapevi che io lo sapevo. Lo so – per il fatto che io stesso sono felice – stando su questa sponda!».
Sme: De Benedetti conferma la ricostruzione di Berlusconi, già dal 1999
«Sì, Craxi mi fece sapere tramite Giuliano Amato (allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio) di essere contrario all'operazione e di essere offeso per aver letto la notizia sui giornali. E, in effetti, era andata proprio così: Prodi, che aveva pessimi rapporti con Craxi, aveva avvisato della vendita Sme solo il proprio partito di riferimento, cioè la Dc. Sul principio aveva ragione il leader socialista e io rimproverai a Prodi quella gaffe. Per ricucire andammo insieme a Palazzo Chigi e in quella occasione Craxi mi disse subito che il prezzo gli pareva inadeguato. Lui odiava sia Prodi sia me, e un accordo tra noi due lo insospettiva oltre ogni misura. Sicuramente era convinto che nell'operazione ci fosse stata una tangente solo per la Dc».
'Per adesso - intervista con Carlo De Benedetti' di Federico Rampini, ed. Longanesi & C., 1999
Vive la France!
Barzelletta che circola nei blog francesi (traduzione di valerio)

Jaques Chirac visita George Bush.
- Dimmi George come hai fatto a mettere in piedi un team così efficiente mentre io sono assistito da un branco di coglioni?
- E' semplice Jaques io faccio dei test ai miei collaboratori, se non rispondono correttamente li licenzio
Bush chiama Powell
- Dimmi Colin tu sai la regola se dai una risposta giusta ok, se no sei licenziato. E' il figlio di tua madre, ma non è né tuo fratello né tua sorella, chi è?
Powell aspetta qualche secondo e dice:
- è facile, sono io.
Chirac rimane molto colpito e appena ritorna a Parigi chiama Raffarin(primo ministro) e gli dice: se rispondi correttamente, bene, se no sei licenziato. La domanda è: E' il figlio di tua madre, ma non è né tuo fratello né tua sorella, chi è?
Raffarin non sa rispondere e chiede 24 ore di tempo. Torna nel suo palazzo, convoca il consiglio dei ministri più una schiera di mandarini e gli pone la domanda. Nessuno sa rispondere finche uno più furbo degli altri dice: chiediamolo ad Alain Juppe' (ex capo di governo, fedelissimo di Chirac) lui sa tutto quello che passa nella mente del presidente.
Raffarin chiama Juppè egli chiede: E' il figlio di tua madre, ma non è né tuo fratello né tua sorella,chi è? Juppè risponde: è facile sono io!
Raffarin entusiasta irrompe nell'ufficio di Chirac e dice: ho trovato la risposta signor presidente: è Juppè!
Chirac diventa scuro in volto e dice: fai le valige, sei licenziato, la risposta giusta é Powell
valerio