Dopo Luca Ricolfi di stamattina - che si ribella al clima di caccia alle streghe che occulta il vero problema, il troppo Stato - arriva, dal suo blog, lo sfogo condivisibile di Oscar Giannino. L'operazione Cortina dell'Agenzia delle Entrate è stata un successo. Di sicuro mediatico, con meno certezza si può affermare però che lo sia stata anche nella lotta all'evasione fiscale.
Il comunicato ufficiale sui cosiddetti "risultati" dell'operazione infatti è furbetto e molto poco trasparente. E' certamente di grande impatto sapere che in presenza degli ispettori gli introiti degli esercizi commerciali raddoppiano o triplicano. Ma posto che non si può assicurare la presenza di un ispettore in ogni esercizio commerciale per 365 giorni l'anno, di per sé quei dati non provano nulla, non sono "risultati", semmai una utile base di informazioni da cui l'Agenzia delle Entrate può far partire la sua azione di contrasto. Vengono invece omessi (perché?) i veri risultati: quanti verbali per violazioni riscontrate sono stati redatti? Quanti accertamenti avviati? E ci diranno, tra qualche mese, con quali esiti? Tra l'altro, l'incrocio tra i bolidi e i redditi dichiarati dai rispettivi possessori si sarebbe potuto fare restando tranquillamente seduti nel proprio ufficio, facendo risparmiare i costi di trasferta all'amministrazione pubblica. E detto tra parentesi, un Suv medio, per esempio il Rav della Toyota, è perfettamente compatibile con un reddito di 30 mila euro se in famiglia ci sono due entrate, e non si può comunque escludere che si possa accumulare onestamente abbastanza capitale per poterselo permettere anche con quel reddito.
Più che un'operazione Cortina, dunque, quella dell'Agenzia delle Entrate appare un'operazione cortina fumogena, che si inserisce bene sia nella strategia delle burocrazie della riscossione di procedere a colpi di sicuro effetto mediatico contro ricchi e vip dello sport, dello spettacolo e della moda - vicende che spesso lontano dai riflettori si concludono con patteggiamenti patetici (per lo Stato) - sia nelle campagne di stampa volte a gettare fumo negli occhi dell'opinione pubblica, cui si offrono «capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo» mentre il vero colpevole - lo Stato - si allontana indisturbato con il malloppo.
Il problema, parlo almeno per me, non è difendere i grandi evasori, evidentemente delinquenti che vanno puniti severamente, ma è comprendere e correggere strutturalmente il fenomeno. Ciò che rende l'evasione fiscale in Italia enorme non sono i grandi evasori, ma l'evasione e il nero diffusi, di massa, alimentati sia da una pressione fiscale che pone le attività economiche fuori mercato, sia dall'estrema complessità del sistema, che rende quasi impossibile essere perfettamente in regola. Molto laicamente occorre riconoscere che se non si prosciuga questo tipo di evasione, lo Stato non avrà né la forza né la volontà di perseguire i veri grandi evasori e debellare sostanzialmente il fenomeno. Infatti, è enormemente più vessatorio con i piccoli, che oppongono minore resistenza e hanno meno mezzi per difendersi. Il danno comunicativo di queste operazioni è che offrono sì uno sfogo all'opinione pubblica, ma non favoriscono la consapevolezza che il problema principale del nostro Paese è la bassa produttività cui ci condanna il troppo Stato.
