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Friday, November 19, 2004

In America convergenza bipartisan per un'Alleanza delle Democrazie

Bush e ClintonBush ha intenzione di «far entrare nella storia il suo secondo mandato» e pensa ad una nuova organizzazione internazionale per le sfide del XXI secolo. Lindsay e Daalder - clintoniani - avanzano il progetto di una «formale» Alleanza delle Democrazie, mettendo in soffitta il principio inviolabile della sovranità statuale. Esiste il diritto/dovere di ingerenza democratica

Ieri l'attento Maurizio Molinari, su La Stampa, ci ha portati all'interno di un dibattito in corso a Washington su quale debba essere il nuovo assetto multilaterale del mondo libero. Il presidente George W. Bush sarebbe fermamente intenzionato a «far entrare nella storia il suo secondo mandato». Lanciando l'idea di una nuova organizzazione internazionale più adatta dell'Onu e della Nato ad affrontare le nuove sfide del XXI secolo. Su questa ipotesi sarebbe già al lavoro con il futuro segretario di Stato, Condoleezza Rice, per stabilire un elenco di priorità condivise che possano far compiere il «primo passo verso un Alleanza del XXI secolo che unisca le nazioni accomunate dal rifiuto del terrorismo e della proliferazione nucleare così come dalla volontà di promuovere gli scambi commerciali e di combattere povertà, malattie endemiche e sottosviluppo».
Queste voci riferiscono di
«un presidente in arrivo a febbraio in Europa portatore di un ambizioso progetto multilateralista destinato a modificare radicalmente l'architettura degli accordi internazionali che oggi regolano le relazioni fra nazioni sovrane ma che risalgono alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Trattandosi della genesi di un'idea, che potrebbe affermarsi come affondare, a Washington se ne discute ogni possibile variazione».
Si discute su varie ipotesi:
«Includere solo gli europei restando nel quadro transatlantico, anche la Russia ovvero l'intero emisfero settentrionale, oppure estendere il raggio a Giappone, Terzo Mondo e Paesi arabi mirando a una dimensione planetaria; mettere l'accento su ciò che unisce, puntando a un patto fra le democrazie del pianeta, oppure sulla definizione del nemico ovvero la lotta al terrore; limitarsi a un'agenda di politica e sicurezza come avviene nel caso della Nato oppure includere promozione di commercio e sviluppo sociale come fa il testo del piano sulle riforme nel Grande Medio Oriente approvato dal G-8 di Savannah». Leggi tutto
I Dem. clintoniani
Della necessità di una nuova organizzazione internazionale più legittimata ed efficace di quelle esistenti nell'affrontare le sfide globali di questo secolo sono convinti anche James M. Lindsay e Ivo H. Daalder, entrambi esponenti di punta della Brookings Institution, think tank di area democratica clintoniana. Entrambi sono stati membri del National Security Council tra il '95 e il '97, Lindsay è ora passato al Council on Foreign Relations. L'articolo pubblicato su Financial Times il 5 novembre, «Our Way or the Highway», è esplicito e indica problemi e soluzioni.

Sia Kerry, nel sottolineare come la cooperazione sia più efficace se gli stati lavorano all'interno di istituzioni internazionali come Onu e Nato, sia Bush, con il suo profondo scetticismo nell'efficacia e nella legittimità di queste istituzioni, hanno la loro parte di ragioni. I due think tankers democratici riconoscono che:
«le istituzioni esistenti hanno fallito nell'affrontare con efficacia le principali sfide di oggi. Il tema unilateralismo vs. multilateralismo, che ha dominato il dibattito transatlantico negli anni recenti, non centra il dilemma essenziale. (...) Serve un rinnovato consenso in America e oltreatlantico sul fatto che i nostri interessi sono tutelati al meglio da un'istituzione internazionale che incoraggi la cooperazione in modi che siano sia efficaci sia legittimi. Un'Alleanza delle Democrazie è proprio tale istituzione».
Occorre prendere atto che le istituzioni attuali - Onu e Nato - sono inadeguate
L'Onu può contare su «qualche rilevante successo», ma si è dimostrata incapace di «portare la pace dove non esiste», è «impotente» di fronte a regimi che opprimono le loro popolazioni. I 12 anni di risoluzioni sull'Iraq dimostrano l'incapacità del Consiglio di Sicurezza ad imporre la «volontà dell'Onu». Non è un problema di riforma del Consiglio, di addestramento di forze di peacekeeping, o di fondi. Il problema vero è che «i suoi principi fondanti sono obsoleti».
Va superato il principio della pari sovranità dei suoi membri, senza riguardo per la forma dei loro governi. Così, Lindsay e Daalder teorizzano il diritto/dovere all'ingerenza, all'interventismo democratico, al quale in Italia fanno riferimento solo i radicali di Emma Bonino e Marco Pannella.
«Le principali minacce alla sicurezza nel mondo di oggi giungono dagli sviluppi interni agli Stati. (...) In due dei tre ultimi casi (Serbia, Afghanistan, Iraq) il Consiglio di Sicurezza ha mancato di autorizzare esplicitamente l'uso della forza, nell'altro lo ha fatto solo implicitamente. (...) Oggi, il rispetto per la sovranità dello stato deve essere condizionata a come gli stati si comportano al loro interno, non soo all'esterno. La sovranità porta con sé una responsabilità a proteggere i cittadini contro la violenza di massa e un dovere a prevenire gli sviluppi interni che minaccino gli altri. I regimi che falliscono nell'adempiere a questi doveri e responsabilità dovrebbero perdere il loro sovrano diritto alla non-interferenza negli affari interni».
Alla Nato va riconosciuto il suo successo strategico: «L'Europa oggi è più pacifica, più unita, e più democratica che in ogni altra epoca nella storia». Ma oggi non risponde più alle esigenze strategiche sia degli europei, che guardano sempre più all'Ue come guida delle loro politiche estere e di sicurezza, sia degli americani, che fiduciosi nella loro potenza, la usano all'occorrenza.

Una «formale» Alleanza delle Democrazie
Questa la soluzione istituzionale individuata da Lindsay e Daalder, per vita e forma ad un nuovo patto strategico di politica estera e di difesa per il XXI secolo. Per risolvere il problema di legittimità globale del potere americano, e per offrire agli altri membri dell'alleanza la possibilità di influire nelle scelte. A differenza della Comunità delle democrazie lanciata a Varsavia nel 2000 (progetto Albright), «la membership dell'Alleanza delle Democrazie deve essere limitata ai paesi dove la democrazia è così radicata da ritenere impensabili processi regressivi verso forme autocratiche di potere». Una vera «istituzione globale», con circa 60 paesi che coprirebbero tutti i continenti.

Lo scopo: «Unire le democrazie per affrontare le loro comuni sfide di sicurezza». Un «ampio mandato», con «reali responsabilità». I compiti: combattere il terrorismo, fermare la proliferazione di armi di distruzione di massa e l'espansione delle malattie infettive, occuparsi dei guai del clima terrestre. Ma soprattutto far avanzare nel mondo i valori fondamentali alla loro sicurezza: governi democratici, rispetto dei diritti umani, economia di mercato. L'Alleanza dovrebbe avere tra i suoi obiettivi quello di espandere la propria membership, così da creare incentivi alla democratizzazione. Sul fronte politico, l'Alleanza rappresenterebbe un potente caucus sia all'interno dell'Onu sia all'interno del WTO, sul fronte militare dovrebbe emulare la Nato, nel coprire sia scenari di guerra ad alta intensità che operazioni di peacekeeping. La cooperazione tra i paesi membri potrebbe estendersi anche alle sfide economiche: eliminando le barriere doganali, elaborando strategie di assistenza finanziaria e nuove politiche energetiche.

Americani ed europei dovrebbero farsi promotori della costruzione di tale istituzione. Servirebbe a «promuovere i valori dell'America tutelando i suoi interessi», ad incoraggiare gli europei ad «assumersi più ampie responsabilità», trovando anche il modo di coinvolgere gli Usa in un «multilateralismo formale». D'altra parte, concludono gli autori, le ricerche dimostrano che «gli americani considereranno legittime le istituzioni internazionali solo se incarnano i valori democratici che hanno a cuore».

Puntate precedenti. Nel corso dell'ultima sessione dell'Assemblea generale dell'Onu, Kim R. Holmes, sottosegretario di Stato per le Organizzazioni internazionali, rese noto l'intenzione dell'amministrazione Usa di lavorare ad un caucus delle democrazie, una rete che unisca e coordini i paesi democratici all'interno delle Nazioni Unite, per un'azione comune soprattutto sul fronte della difesa dei diritti umani e delle libertà individuali. Holmes parlò esplicitamente di «Comunità delle democrazie», che dovrebbe essere costituita da quei paesi che rispondono agli standard democratici indicati dalla Dichiarazione di Varsavia del 2000 (secondo una stima americana, un centinaio tra i 191 paesi membri dell'Onu). Una comunità da affiancare a quel «fondo per la democrazia» proposto all'Onu dal presidente Bush stesso. segue »
Sempre Holmes è stato autore il 3 settembre di un lungo articolo pubblicato negli Stati Uniti su The National Interest e in Italia su Aspenia: «Values and Principles in UN Reform».

Thursday, November 18, 2004

21,3 miliardi di ragioni per opporsi alla guerra contro Saddam

Il Congresso degli Stati Uniti sfida Kofi Annan sullo scandalo dei fondi sottratti illegalmente da Saddam Hussein alle Nazioni Unite con il programma «Oil for Food». Il denaro - 21,3 miliardi di dollari su un totale di 64 miliardi - veniva usato per «comprare» politici, uomini di cultura e imprenditori stranieri favorevoli ad abolire o aggirare il regime delle sanzioni e per premiare le famiglie dei kamikaze palestinesi, cioè per sostenere il terrorismo. Il repubblicano Norman Coleman e il democratico Cari Levin, che presiedono la commissione d'inchiesta al Senato Usa, hanno presentato a Kofi la richiesta scritta di declassificare 55 memorandum interni e di ascoltare funzionari del Palazzo di Vetro responsabili della corretta applicazione del programma. Gli inquirenti sospettano che a coprire il giro di tangenti irachene sia stata la banca francese Bnp, a cui era assegnata la gestione del transito di tutti i fondi.

Guarda caso, la maggior parte dei voucher iracheni finirono a personaggi ed aziende di Russia, Cina e Francia, tre Paesi che si opposero fino alla fine all'attacco militare a Saddam Hussein. «La verità sull'opposizione dei Paesi ostili all'intervento in Iraq - disse George Bush padre in un'intervista pubblicata alla vigilia dell'attacco - verrà alla luce solo a guerra finita».

Fonte: La Stampa

Il Governo non fa il lavoro per cui è stato eletto

Francesco Giavazzi, Corriere della Sera. Da sottoscrivere.
Tesi:
«Incapace da mesi di compiere delle scelte in materia di tasse e di spesa, il governo cerca di convincerci che la colpa è dell'Europa e dei mercati, che avrebbero sottratto al Parlamento il suo potere più incisivo, tassare i cittadini e spendere il denaro pubblico».
Dimostrazione:
«Metà dei nostri titoli pubblici è detenuta all'estero. La capacità del Tesoro di rifinanziare, mese dopo mese, una quantità di debito che è superiore al reddito nazionale dipende dalla percezione che dell'italia hanno i grandi investitori internazionali, i quali non sono gnomi cattivi, ma persone pagate per proteggere i risparmi delle famiglie. Dove sarebbero i nostri tassi di interesse se quegli investitori scomparissero? (...) Non è vero che i vincoli europei abbiano sottratto al Parlamento il suo potere maggiore, il controllo della politica fiscale. L'euro non ha ridotto la discrezionalità della politica sull'allocazione del bilancio pubblico. (...) Oggi gli interessi sul debito pubblico assorbono il 5 per cento del reddito del Paese: fuori dall'euro ed esclusi dai mercati internazionali, quella cifra sarebbe molto più elevata, e di altrettanto si ridurrebbero le risorse disponibili per investire».
Conclusione: in verità la discrezionalità del Governo è «ampia», il problema è che chi è stato eletto non fa il suo lavoro: non sceglie, non governa.
«Si può approvare una legge finanziaria sostanzialmente neutrale, che si limita a contenere la crescita delle spese entro limiti coerenti con la crescita dell'economia. Oppure si può essere più ambiziosi e puntare ad una riduzione della pressione fiscale. In questo caso si possono percorrere due vie: compensare il minor gettito riducendo alcune spese, oppure modificare l'allocazione del prelievo fiscale, tassando dimeno i redditi da lavoro e di piu le rendite finanziarie e immobiliari. Si tratta, evidentemente, di scelte che competono alla politica perché favoriscono alcuni a scapito di altri e interessi diversi hanno diverse rappresentanze politiche. La verita è che il governo è ricorso all'alibi dei "tecnici ottusi" non perché stretto entro vincoli impossibili, ma semplicemente perché non ha il coraggio di compiere le scelte per le quali è stato eletto».
Giuliano Ferrara è ancor più esplicito nel suo «Gli scorpioni e la garrota» di oggi.

In Gran Bretagna sì alle unioni civili gay

Sono avanti
Le coppie omosessuali britanniche avranno gli stessi diritti delle coppie sposate. La Camera dei Lords ha chiuso l'iter parlamentare della legge per il riconoscimento delle unioni civili, che consente alle coppie gay di avere pari diritti in termini di reversibilità delle pensioni, eredità e condivisione dei beni, ma che non introduce il diritto al matrimonio. L'unione verrà sancita con un atto scritto negli appositi uffici pubblici, non nei luoghi di culto religioso, e le coppie gay non potranno divorziare, ma solo registrare la fine della loro unione civile. L'adulterio non potrà essere un motivo per il dissolvimento dell'unione. La registrazione potrà avvenire anche nei consolati e nelle ambasciate britanniche.

In Europa, leggi sulle unioni civili esistono anche in Belgio, Danimarca, Finlandia e Francia.

Teheran si arma

Il segretario di Stato Usa Colin Powell ha svelato informazioni di intelligence Usa secondo le quali l'Iran starebbe lavorando a una tecnologia capace di armare un missile con testata nucleare.
«Ho informazioni che suggeriscono che stanno lavorando attivamente sui sistemi di lancio. Non solo hanno i missili, ma cercano anche di mettere insieme missili e testate nucleari».
Powell sta lavorando per deferire l'Iran al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, mentre Gran Bretagna, Francia e Germania stanno tentando le ultime vie diplomatiche per un accordo sulla sospensione dei programmi nucleari iraniani, ma finora hanno ricevuto solo un gioco delle tre carte tra governo e Parlamento della Repubblica islamica.

The Case for Democracy. L'ultima lettura di Bush è "radicale"

Bush che leggeL'autore è Natan Sharansky, ex dissidente sovietico. Leggo sul Foglio, dall'inviato Christian Rocca:
«Nel libro è delineata una strategia politica per promuovere la pace attraverso la rimozione degli ostacoli che impediscono lo sviluppo di una società libera e democratica. L'idea di Sharansky, non lontana da quella dei neoconservatori americani, si basa sull'esperienza di dissidente nell'Impero del Male, sulle aspettative che da carcerato sovietico riponeva nell'azione del mondo libero, e sul fatto che fu liberato, lui e il suo paese, soltanto quando gli Stati Uniti decisero di vincolare i rapporti commerciali e politici con Mosca al rispetto dei diritti umani».
Un vincolo ottenuto dal senatore del partito democratico, ma neocon, Henry "Scoop" Jackson, contro il volere del segretario di Stato Henry Kissinger.

Interessa? Credo soprattutto che se l'idea dell'autore non è lontana da quella dei neocons, non lo è neanche dall'idea che i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino hanno della promozione della democrazia. La rimozione degli ostacoli, il potere di attrazione dei diritti e delle libertà, l'esempio dell'uso di queste armi nei confronti dei Paesi dell'Est europeo, a cui Sharansky, a voler guardare solo la sua storia personale, ci riporta.

Sharansky è stato ospite di un incontro sul suo libro che si è svolto lo scorso 10 novembre all'American Enterprise Institute:
«Siamo nel mezzo della prima guerra mondiale del ventunesimo secolo, combattuta tra il mondo del terrore e il mondo della democrazia, tra una civiltà nella quale la vita umana è considerata il valore più alto e una per la quale la vita umana è meramente uno strumento per raggiungere determinati obiettivi politici. Il mondo della democrazia vincerà questa lotta. Ma è fondamentale espandere il mondo che i nostri nemici vogliono distruggere, esportare la democrazia».
C'era anche Charles Krauthammer, teorico del realismo democratico.

Wednesday, November 17, 2004

Pionieri. Schwarzenegger nella west coast, Blair in Europa

Non solo garantire la libertà di ricerca scientifica. L'obiettivo del premier britannico Tony Blair è quello di far primeggiare la Gran Bretagna. Lanciando oggi un piano quinquennale su commercio e industria, ha detto che il Regno Unito deve diventare «la capitale scientifica» del pianeta, e in particolare il centro mondiale delle ricerche sulle cellule staminali. Blair ha chiarito che, controversie o no, le cellule staminali promettono grandi progressi medici e anche la creazione di migliaia di posti di lavoro nell'industria britannica:
«Una ricerca adeguatamente regolata potrebbe cambiare le speranze di vita di persone che soffrono del morbo di Parkinson, di quello di Alzheimer, di diabete, o delle vittime di ictus. Noi non bloccheremo questa ricerca. I benefici potenziali sono enormi. Non è giusto negare la speranza di una cura alle persone che soffrono di queste malattie... Oggi vogliamo dare un segnale, e dire che la Gran Bretagna è il posto dove fare le ricerche sulle staminali». segue »
Blair è uno avanti, come il repubblicano Schwarzenegger.

Quale, e di chi, la politica estera

Mentre Powell, e Ashcroft alla Giustizia, si sono dimostrati personaggi portatori di una visione politica dai contorni ben definiti, con la quale hanno saputo influenzare le politiche dell'amministrazione, e sono stati in grado di condurre i loro dipartimenti con una considerevole dose di caratterizzazione personale, la Rice, e Gonzales, pur essendo due pesi massimi ciascuno nella sua materia, rappresentano due scelte di «rigida lealtà» nei confronti del presidente. Fedeli e competenti servitori che offriranno a Bush politiche in linea con la sua visione.

Con l'uscita e la sostituzione di Powell, cade, anche tra gli opinionisti liberal, il mito di una politica estera dirottata dalla setta neocon, o egemonizzata dal "falco" Rumsfeld (che tra l'altro potrebbe lasciare a sua volta, tra pochi mesi, sostituito - sono solo voci - dal democratico Lieberman). Ora il neocon è Bush, come ha dimostrato egli stesso nei suoi più recenti discorsi sull'esportazione della democrazia in Medio Oriente come strategia fondamentale della guerra al terrorismo. Non è né ingannato, né manipolato, ma «genuinamente convinto» della sua visione. Sul giornale liberal New Republic, Lawrence F. Kaplan se ne è reso conto:
«Quando si viene alle questioni di politica estera Bush non ha più bisogno di consiglieri che gli suggeriscano cosa pensare. Ma di tradurre il suo pensiero in politiche. (...) Con Condoleezza Rice al timone - e con tutta probabilità con sottosegretario di Stato John Bolton come suo vice - il Dipartimento di Stato sarà ora guidato da un team noto per la sua ferma lealtà al presidente. Essi, più di ogni altro funzionario dell'amministrazione, rappresentano le autentiche espressioni della politica estera di Bush - più realisti rispetto ai neoconservatori, ma molto più aggressivi rispetto ai "realisti"». Leggi tutto

Con forza, grazia e cortesia

«Tutto tranne che una neoconservatrice», a giudicare da suoi mentori di politica estera (Korbel, Scowcroft, e lo stesso Powell), scrive oggi giustamente Il Foglio per descrivere sommariamente gli istinti di Condi:
«Questo non vuol dire che il nuovo segretario di Stato sia contraria alla politica di promozione della democrazia in medio oriente. Tutt'altro. E', anzi, una convinta sostenitrice dell'azione del presidente, e per questo è stata scelta. Rice non ha rinnegato il suo pensiero, ha semplicemente compreso che dopo l'11 settembre la strategia più realista è proprio quella che viene definita "ideologica". L'idea realista di sostenere Stati di polizia e del terrore per tenere a bada l'islamismo e l'arabismo radicale, è fallita. Perseverare è un errore che una pragmatica vera come Condi Rice non farà». Leggi tutto
E' Andrew Sullivan a sottolineare l'aspetto "interno" di questa nomina. Dopo l'ispanico Alberto Gonzales al posto del fervente evangelico Ashcroft al ministero della Giustizia, la Rice sarà la prima donna nera al Dip. di Stato, e tutto indica che, a breve, sarà il giudice nero Clarence Thomas a guidare la Corte suprema. Le due maggiori minoranze presenti negli Stati Uniti rappresentate al top dell'ammnistrazione federale. Le parole del presidente Bush:
«Above all, Dr. Rice has a deep, abiding belief in the value and power of liberty, because she has seen freedom denied and freedom reborn.
As a girl in the segregated South, Dr. Rice saw the promise of America violated by racial discrimination and by the violence that comes from hate. But she was taught by her mother, Angelina, and her father, the Reverend John Rice, that human dignity is the gift of God, and that the ideals of America would overcome oppression. That early wisdom has guided her through life, and that truth has guided our nation to a better day».

«Il folklore sulle elezioni 2004»

Da Time Magazine:
  • Quest'anno la percentuale dei churchgoers (a messa 1 volta la settimana) è stata esattamente la stessa del 2000;
  • Bush ha preso il 58 per cento dei loro voti. Il resto, non proprio un'inezia, è andato a Kerry;
  • Nel 2000 Bush prese solo un punto in meno;
  • La più grande crescita di Bush è nella categoria di chi va in chiesa meno spesso;
  • Bush ha guadagnato 4 punti tra chi non va mai in chiesa;
  • La percentuale di chi ha citato "valori morali" come motivazione di voto (il 22%) sta sotto sia terrorismo e guerra (34%), sia sotto economia e tasse (24%). Time non lo scrive ma i valori nel 2000 furono scelti dal 50 per cento degli elettori, stessa percentuale nel 1996 (vincitore Clinton);
  • Un nuovo sondaggio di un think tank di sinistra svela che per il 42% degli elettori il "valore morale" più importante è "la guerra in Iraq". Aborto solo 13 per cento e matrimonio gay meno del 10 per cento;
  • Non è vero che il paese s'è spostato a destra: Il 69% degli elettori è a favore della ricerca sugli embrioni, mentre solo il 9 per cento è contrario in ogni caso all'aborto e il 60 per cento è favorevole a un riconoscimento delle unioni civili tra gay (mentre il 58 per cento è contrario al matrimonio);
  • I 2/3 degli elettori di Bush non sono evangelici, 1/5 degli elettori gay ha votato per Bush, il presidente uscente ha registrato forti guadagni di voti a New York City;

  • Ripreso da Camillo

    Monday, November 15, 2004

    Media. Dura lectio sed lectio

    Chicco Mentana, ospite stasera di 8 e mezzo, chiarisce senza mezzi termini («ci vorrebbe più trasparenza a Mediaset»), ma senza scandalizzarsi («rientra nei normali rapporti con l'editore la possibilità che un direttore venga cambiato») che la sua sostituzione con Rossella alla direzione del TG5 è «una scelta che rientra nella logica di fare un Tg più filogovernativo o anche più attento alle ragioni della politica». Non ci sta a fare «la vittima» o «il trombone» e resta convinto che nel mondo dell'informazione in Italia ci sia libertà. Ed è convinto soprattutto - questa è la lectio che intendo sottolineare - che la tv non sia così determinante nell'orientare i flussi elettorali: «La televisione asseconda i fenomeni, non li crea».

    Arafat ha compromesso la pace per gli anni a venire

    Niente di buono, neanche dalla sua morte.

    Sul Washington Post, l'editorialista neocons Charles Krauthammer offre una descrizione impeccabile della figura di Yasser Arafat. Spiega come mai nei giorni della sua morte viene rimpianto come un grande leader e i palestinesi si disperano, mentre allo stesso tempo, con la sua scomparsa viene annunciata una grande opportunità per la pace. Per i suoi difensori, Arafat ha peccato in «debolezza», «ambiguità», «indecisione». Invece, per Krauthammer è esattamente il contrario:
    «Era assolutamente risoluto e dotato di mentalità univoca. Non era complesso, riguardo il destino di Israele, mai combattuto. In realtà la ragione del suo successo (...) fu precisamente la sua univocità di vedute. Non riguardo lo Stato palestinese - se quello era il suo obiettivo, avrebbe potuto ottenere il suo Stato anni fa - ma riguardo l'eliminazione dello Stato ebraico. (...) E' vero, firmò gli accordi di Oslo per mettere piede in Palestina. Ma lo fece sempre con l'obiettivo di continuare la lotta da una posizione strategica migliore. (...) Il suo progetto in definitiva, fino al giorno della sua morte, fu uno Stato palestinese costruito sulle rovine di uno sradicato Israele».
    Sta qui la sua fortuna tra i palestinesi: mosse e contromosse tattiche mantenendosi fedele ad un obiettivo fermo: «Rivoluzione fino alla vittoria». Totale. Senza compromessi. E dopo la sua morte, la "rivoluzione" continua:
    «Arafat ha fatto in modo che essa gli sopravvivesse. Ha creato un nazionalismo palestinese e gli ha dato una forma rivoluzionaria che ci vorranno anni, forse decadi, per disfare».
    Il suo è un «retaggio» che comprende due parti: mezzi e fini. I mezzi: la violenza.
    «Sviluppando ogni strumento di propaganda - televisione, radio, giornali, ma soprattutto scuole e campi estivi per ragazzi - la sua Autorità palestinese ha nutrito la sua gente di un tale virulento antisemitismo e diniego del legame tra gli ebrei e la terra che nessun successore potrà neppure pensare di rompere il precedente del negazionismo arafattiano. Il retaggio di Arafat - la romanticizzazione della violenza, la negazione di Israele, l'indottrinamento di una nuova generazione all'intolleranza e all'odio - richiederà un lungo tempo per essere superato. Richiederà anni, forse anche generazioni. Richiederà nuovi leader palestinesi coraggiosi che siano in notevole antitesi con Arafat».

    Friday, November 12, 2004

    Il politically correct ci impedisce di riconoscere il nemico?

    Riflessioni aperte sull'articolo di oggi di Michael Ledeen sul Foglio: l'assassinio del regista Van Gogh in Olanda segna la crisi del sogno multiculturalista e relativista europeo, scrive il neoconservatore.
    La prima riflessione viene da Marco Pannella, stamani:
    «Se multiculturalismo significa creare situazioni concordatarie con organismi detti rappresentativi di ambienti religiosi o altro, sono contrario. Il pluralismo è un valore che non ritengo tale, sono sulle posizioni di Martin Luther King: gli individui vanno tutelati nei loro diritti e quanto più sono negati, tanto più è un problema generale di tutti gli individui».

    Il tramonto del berlusconismo. Il Cav. serra i ranghi, ma gli servirà?

    Persa la battaglia sul taglio delle tasse, «senza mai davvero combatterla», Berlusconi serra i ranghi, con alle porte due campagne elettorali consecutive e decisive che vedranno l'operato del suo governo facilmente attaccabile proprio su un tema cruciale per gli elettori. Serra i ranghi innanzitutto con la virata al TG5: via il neutrista Mentana, dentro il più lealista Rossella. Ma ce la faranno i telespettatori a sopportare un nuovo bombardamento dell'ammiraglia Mediaset. La mia sensazione è che se ci sarà davvero uno spostamento anche millimetrico della linea editoriale, gli spettatori lo percepiranno e sarà un danno sia per l'azienda che per la cmpagna elettorale del Cav.

    Nell'analisi del Foglio, Berlusconi che «immalinconisce» nell'ammettere di non aver potuto attuare la riforma fiscale che aveva promesso agli italiani («Avrei osato di più, ma non ho il 51 per cento dei consensi, e queste sono le mie truppe», e la decisione maturata mercoledì:
    «... la fine di una stagione: riduzione delle tasse sui redditi rinviate al 2006 (a tempo scaduto, ne sentiremo gli effetti sulla denuncia dei redditi 2007); in cambio via libera alle richieste concertative dei tre sindacati degli imprenditori – guidati dalla zazzeruta Confindustria di Luca di Montezemolo – e alle rivendicazioni postdemocristiane degli onorevoli Gianni Alemanno e Marco Follini. Qualcuno dice che era inevitabile. Ecco Tito Boeri, professore di economia alla Bocconi, animatore del sito lavoce.info: "Era una decisione obbligata. Con quella situazione finanziaria, non si poteva fare altrimenti. E' stata una scelta di realismo".
    Ma non era il realismo la posta iniziale con cui il Cav. si era seduto al tavolo della politica dieci anni fa. Berlusconi aveva vinto le elezioni del 1994 e poi quelle del 2001 con una carica eversiva di liberismo temperato da padano buonsenso. E oggi sono proprio i liberisti i più immalinconiti. Dice Alberto Mingardi, direttore della Fondazione Bruno Leoni: "La fine del berlusconismo era già avvenuta. Mercoledì, però, abbiamo assistito al funerale solenne. E' vero che il programma di governo del centrodestra era articolato su cinque punti, ma la riduzione della pressione fiscale era la cosa più importante, quella su cui Berlusconi aveva costruito il suo consenso"».
    Come predisse Marco Pannella, è ormai chiaro a tutti che Berlusconi è solo l'ultimo in ordine di tempo, il "salvatore", del regime:
    «Nell'assestamento dei rapporti di forza nel sistema politico, finanziario e industriale, è sembrato abdicare al suo ruolo di outsider preferendo una specie di integrazione che molti suoi sostenitori vorrebbero scoraggiare: pensano che oggi Berlusconi faccia parte del sistema. Dice Mingardi: "E' facile individuare il primo errore. Ha vanificato il suo momento d'oro nei primi cento giorni. Era allora che poteva fare tutto. Invece è sembrato concentrarsi su una scaletta il cui ordine di priorità non era l'economia, ma quelle difficoltà personali che riteneva gli fossero d'ostacolo per ben governare. Ma è da lì che è cominciata la lenta agonia del suo governo».
    Giuliano Ferrara chiama Berlusconi, e quei «guerrieri» che nel '94 «riaprirono in Italia la questione delle libertà, per poi dimenticarsela» al «grande discorso pubblico», ad intraprendere una «guerra culturale». Per ora però, deve ammettere ciò che nel 2006 si potrà facilmente constatare:
    «L'Italia è sempre più la stessa, le corporazioni trionfano nella concertazione e nel mediocre scambio di interessi contingenti, nessuna radicale misura di taglio della spesa pubblica improduttiva è stata varata, nessun serio ridimensionamento della pressione fiscale su imprese e redditi ha visto la luce, la giustizia è sempre immersa nel suo degrado borbonico così lontano dal modello anglosassone, dodici anni dopo l'entrata in politica del Cav. stenta a farsi largo, a parte qualche segnale sporadico, una vera e solida nuova classe dirigente, sia a destra sia a sinistra (sono più attrezzati, a sinistra, ma privi di idee e qualche volta un po' loschi)».

    Radicalia. Fatali distrazioni

    1) Sul caso Mattiello, Pannella chiude gli occhi: "Non si usa il computer privatisticamente". Stamani sul Foglio potete infatti leggere le spiegazioni addotte dal vicepresidente del Senato, Domenico Fisichella per giustificare il licenziamento del suo capo segreteria: usava il pc dell'ufficio in modo esclusivo, con «ricorrenti collegamenti a siti del tutto estranei agli interessi di un ufficio pubblico, e in particolare, di un organo costituzionale». Diego Mattiello si difende ribadendo la tesi della discriminazione, scattata in seguito alla pubblicazione su Panorama di una foto che lo ritrare ad una festa gay. Ebbene, se Fisichella ha convinto Pannella - afflitto ancora dal "non-caso Buttiglione" - sicuramente non ha convinto me. Solo con lo spamming e i pop-up che girano in rete, è molto facile incastrare chiunque lavori su internet con questa storia dei siti "inopportuni". Siamo tutti a rischio. Qualcuno dovrebbe spiegare a Pannella - in queste settimane così sensibile ai richiami moralistico-giudiziari - la gravità del caso e la sua potenziale ricaduta sui lavoratori e sulla fruizione di internet.

    2) Della tentazione di molti radicali di mettere all'indice l'America di Bush come fondamentalista, ho già scritto qui.

    3) Da aprire un nuovo fronte per la libertà di ricerca scientifica, che stavolta riguarda anche l'innovazione e lo sviluppo economico del nostro paese e le economie dei paesi in via di sviluppo. E' partita l'iniziativa Opponiti al decreto Alemanno, in seguito al decreto varato ieri sugli Ogm dal ministro dell'Agricoltura. Tra i firmatari dell'appello rivolto a Berlusconi, figurano Cecchi Paone, Giuliano Ferrara, Poli, Battaglia e Umberto Veronesi, che denunciano «una proposta antiscientifica, illiberale e nociva per l'economia italiana».
    Il decreto «vorrebbe impedire la semina di Ogm e consentirebbe solo alcune attività di ricerca, peraltro destinate alla sola tracciabilità e valutazione e non allo sviluppo di nuovi Ogm di interesse anche nazionale». Ma «l'avversione nei riguardi degli Ogm non ha base scientifica», danneggia sia i produttori che i consumatori, e persino la Chiesa «le opportunità offerte dagli OGM in termini di miglioramento della condizione umana». Tutto l'appello

    12 novembre 2003

    Manifesto eroi

    Thursday, November 11, 2004

    Crolla il teorema dei superiori moralmente

    E' un errore far passare l'America di Bush per fondamentalista. Così in Italia rischiamo di trasformare il 2005-2006 nel biennio clericale

    Oggi si sono riuniti i clintoniani del Democratic Leadership Council per analizzare più lucidamente la sconfitta elettorale. E l'analisi (resoconto + video) non combacia affatto con il teorema degli evangelisti omofobi alla carica. Ecco alcune delle conclusioni a cui sono giunti:

  • Accettare il fatto che i repubblicani hanno ottenuto la maggioranza, seppure stretta;
  • Lavorare alla rinascita democratica negli "Stati rossi";
  • Affrontare tre gap di credibilità che sono di ostacolo al consenso per i candidati democratici: un primo gap sulla sicurezza nazionale, un secondo "culturale", un terzo sulle riforme;
  • Costruendo un agenda e un'immagine per il futuro, ricordarsi che "gli ideali contano";
  • Non scoraggiarsi: i problemi di oggi non sono peggiori di quelli dell'inizio degli anni '90, prima delle fortune di Clinton.
  • Consigli concreti:

  • Fidarsi degli elettori per capire i problemi che più li affliggono, invece di provare a dir loro di cosa si dovrebbero preoccupare;
  • Liberarsi dei tabù sui temi interni, e non difendere più i programmi federali sempre e comunque;
  • Essere a proprio agio nel parlare della propria fede, come via per indurre fiducia sui valori degli eletti democratici;


  • Ma torniamo in Italia. Non c'è rischio che qualche americano - o peggio, qualche italiano - si convinca che Buttiglione è il Bush italiano con il quale si possono vincere le elezioni? Accreditare l'esistenza di una convergenza di culture e di politiche tra Buttiglione e Bush, cosa che non esiste, rischia solo di rafforzare le posizioni clericali qui in Italia. Per ora la Chiesa non intende certo mettere in gioco la sua "roba" per Buttiglione e per sostenere crociate culturali anche nobili, ma poco redditizie. Ma se convinciamo i clericali che Bush è stato rieletto facendo proprio questo, allora rischiamo di trasformare il 2005-2006 nel biennio clericale, mentre gli americani si godono il principio di separazione tra Stato e Chiesa. E ahimé, persino tra i radicali sono tanti coloro che cadono nel teorema dell'America di Bush fondamentalista.

    E' di oggi la notizia che per ringraziare sommamente quegli integralisti evangelici che hanno sostenuto la sua rielezione, il presidente Bush ha nominato segretario alla Giustizia, al posto dell'integralista Ashcroft, il "moderato" Gonzales. Per il Washington Post, è stato nominato per essere fedele a Bush e non necessariamente all'ideologia conservatrice:

    «In background and temperament, Alberto R. Gonzales, President Bush's choice to be attorney general, could hardly be more different from John D. Ashcroft».
    «E' moderato, nondogmatico, e visto con sospetto dai conservatori». Al contrario di Ashcroft «è noto più per la sua lealtà a Bush che per la sua ideologia».
    I conservatori sono stati a lungo cauti su Gonzales. Il giornale Human Events lo ha paragonato a Mario Cuomo. Il National Review invece ad un giudice nominato da Bush padre alla Corte Suprema, ma poi approdato all'ala liberale della Corte. Si è scontrato con i conservatori e con Ashcroft stesso sia sulle affirmative action che sul peso del secondo emendamento che sancisce il diritto al possesso di armi da fuoco.

    Nuovo mito pronto per l'antisemitismo arabo

    Arricchita di un nuovo capitolo la letteratura del genere "Misteriose e melodrammatiche dipartite di tiranni per poterne cantare le gesta mitiche". Come il nascente mito dell'assassinio di Arafat per mano di Israele graverà sulle future generazioni arabe

    Ambiguo e imperscrutabile anche nell'ora della morte, Yasser Arafat lascia questo mondo a suo modo. In queste ore i leader delle nazioni del mondo sono impegnati in pianti, più o meno sinceri, e in rimpianti, pochissimi. Per 13 giorni si sono rincorse voci e smentite sulla sua morte. All'opinione pubbica mondiale il presidente francese Jacques Chirac non ha concesso di sapere. Arafat per poter morire in pace ha dovuto aspettare che tutti, ma proprio tutti, fossero pronti. E di questo nessuno ne parla, per tutti è normale.

    Tutti ci siamo resi conto dell'esigenza di organizzare la successione, soprattutto per evitare situazioni incontrollabili all'interno del movimento palestinese, dilaniato da numerose faide intestine. Quindi, un po' come accadeva per le delicate successioni sovietiche, dove la morte del presidente di turno era dapprima un raffreddore e veniva annunciata solo dopo un paio di giorni dall'avvenuto decesso, Arafat non poteva andarsene prima che fosse concordata la transizione. Ma neanche prima che fosse raggiunto l'accordo sui luoghi dove celebrare la funzione funebre e la sepoltura, disputa che avrebbe potuto provocare tumulti fin nel cuore più sacro di Gerusalemme. Per timore di disordini e attacchi anche Israele ha evitato di rendere nota, pur conoscendone i dettagli, l'inesorabile sorte che attendeva il leader palestinese, accettando di abituare lentamente i palestinesi all'idea della fine. E le preoccupazioni del Mossad sono ora rivolte ai tentativi di scalata al potere da parte dei gruppi più radicali.

    Ma c'è qualcosa di più torbido e pericoloso, che va oltre questi "buoni motivi". Nulla infatti si è saputo, si sa, e si saprà, della malattia incurabile (forse leucemia acuta) che, secondo le informazioni riservate dell'intelligence americana, dava al massimo un mese di vita all'anziano leader (per questo Israele lo aveva fatto partire per Parigi). Resterà un segreto medico. Lo ha annunciato il portavoce dell'ospedale militare Percy, il generale francese Christian Estripeau, che prende ordini dal suo presidente: «Il segreto medico fa parte della legge francese e noi rispetteremo il segreto medico. Non daremo alcuna informazione medica». Il ruolo di Chirac non è affatto secondario in questa vicenda, ma stupisce che Stati Uniti ed Israele non abbiano fatto nulla per stroncare sul nascere ogni ipotesi complottistica, né preteso maggiore trasparenza da Parigi stessa.

    Si è permesso quindi che per 13 giorni la iper-sospettosa e già complessata opinione pubblica arabo-islamica avesse tutti i motivi e gli strumenti per costruire il mito dell'assassinio di Arafat per mano di Israele, arricchendo così la favolistica del complotto sionista e alimentando il sentimento di rivalsa antisemita. Il terrorismo jihadista di ogni matrice, e qualche fazione palestinese, ringraziano. Il popolo palestinese, così come l'intera umma musulmana, continueranno così ad alimentarsi di quella propaganda fondamentalista e nazionalista che li condanna all'oppressione e al sottosviluppo.

    Ma in ogni favola che si rispetti c'è un tesoro misterioso. Non poteva mancare l'intrigo che riguarda quello di Arafat, stimato in circa 4 miliardi di dollari. Prima di staccare la spina e consentire la dipartita dell'anziano leader, la vedova Suha si sarebbe assicurata una rendita di 22 milioni di dollari all'anno, termini di un accordo raggiunto in extremis con il segretario generale dell'Olp Abu Mazen.

    Wednesday, November 10, 2004

    Le bugie di Buttiglione sbarcano in America. Reagire

    Rocco Buttiglione cerca di esportare in America la tesi del pregiudizio anti-cristiano che sarebbe alla base della sua bocciatura europea. In un temerario articolo sul Wall Street Journal, l'amico del Papa racconta cose inaudite. Sostiene di essere stato escluso dalla Commissione a causa della sua fede religiosa, anzi, che in Europa non si può neanche parlare di religione. Cita Hamilton, contrapponendolo a Rousseau, in uno smaccato slancio di ruffianeria. Soprattutto, come ha fatto ieri sera alla puntata di Porta a Porta dedicata al suo presunto "caso", cerca di strumentalizzare la sua esclusione e passare per martire dell'intolleranza laicista. Cerca di accreditarsi come il prototipo di cristiano impegnato in politica ma rispettoso del principio di separatezza tra Stato e Chiesa, tra morale e legge. Invece, non le sue parole, ma il suo curriculum politico-istituzionale sta a dimostrare come egli rappresenti proprio il più classico esempio di legislatore cattolico che confonde peccato e reato, che cerca di proibire per legge a tutta la comunità ciò che la sua fede considera errori.

    Di più, e più grave. Buttiglione cerca di dimostrare la sua sintonia con quella parte di America che ha sostenuto la rielezione di Bush, e con il presidente stesso. Nulla di più falso e pericoloso per le sorti della laicità. E' saldo negli Stati Uniti, anche in questo presidente e nella base che lo appoggia, quel principio di separatezza che Buttiglione e il suo partito, con le loro iniziative legislative, hanno invece calpestato in modo clamoroso, in Italia e in Europa. A noi laici tocca riportare le cose al loro posto, da una parte smascherando l'opera di mistificazione e i pregiudizi che colpiscono Bush e il movimento conservatore americano, dall'altra denunciando le "bugie" di Buttiglione e gli spericolati disegni di Giuliano Ferrara, il quale, convinto di aver trovato un "Bush italiano" che ha a cuore i valori della nonna, sembra non voler accorgersi che così facendo ci tira invece verso il capo opposto a quei valori - americani ed occidentali - che dice di voler difendere dal jihad islamico.

    Come ricordava per l'ennesima volta Marco Pannella, eurodeputato membro della Commissione Libertà civili, il "caso Buttiglione" non è mai esistito. Lo testimoniano i fatti: la bizzarra strategia parlamentare del gruppo del PPE in Commissione, i cui voti - né quei pochi "No" della sinistra, né quelli tra i liberali - hanno freddato la candidatura Buttiglione. La bocciatura da parte di Pannella e Bonino si fondava su ragioni di "opportunità". Non sull'audizione dell'esaminando commissario, definita subito da Pannella «ineccepibile», piuttosto su un record, un curriculum politico-istituzionale di Buttiglione, legittimo e rispettabile, ma opposto all'orientamento espresso in materia di Libertà civili da 19 Stati su 25 dell'Unione. Insomma, come nominare un no global al commercio, o Cossutta al Tesoro?

    Altro che Bush fondamentalista, guardiamo a casa nostra

    Lucidissima analisi elettorale di Christian Rocca (Il Foglio) su che cosa sia andato storto per i democratici, su quanto siano campate in aria le analisi sul neofondamentalismo religioso degli americani e sul paese diviso perfettamente a metà.
    I democratici hanno perso il contatto con l'America:
    «Gli Stati Uniti sono un paese in continua crescita e con un popolo in perenne movimento. La gente lascia le città e si trasferisce a ritmi impressionanti alla ricerca di migliori condizioni di vita, di lavoro, di spazio. Nascono nuove comunità, nuove città e i quartieri suburbani delle metropoli sono circondati da un'ulteriore cintura residenziale. (...) David Brooks ieri sul New York Times ha scritto che quando i democratici ne parlano usano tutti gli stereotipi possibili, descrivono una vita materialista, vuota e conformista. Secondo Brooks, invece si tratta della parte più vitale della società americana, gente che lascia mutui, pendolarismo, difficoltà e strutture sociali stressate per andare in posti con ampi spazi, magari facendo un salto nell'ignoto, in città che ancora non sono state costruite, ma che promettono una prospettiva, un futuro, tasse basse e lavori pionieristici nel campo della bio e della nanotecnologia: "I repubblicani hanno vinto anche perché Bush e Rove hanno capito questa cultura". E' la conquista del West che non s'è mai fermata, è la conferma che lo spirito della frontiera non ha mai abbandonato gli americani.

    Eppure è come se i democratici non vedessero questo dinamismo, non parlassero a questa gente, come se disprezzassero chi insegue il sogno di una vita tranquilla e a misura familiare. Come sia possibile che i democratici abbiano perso il contatto con l'America e siano rimasti confinati nelle riserve metropolitane è l'argomento di dibattito di questi giorni. (...) Con la medesima mancanza di contatto con la realtà americana che hanno dimostrato il 2 novembre ora tendono a semplificare le ragioni della sconfitta. (...) Finché non capiranno in pieno che cosa è successo il 2 novembre (e l'11 settembre) sarà difficile che riescano a elaborare una strategia per uscire dall'isolamento».
    L'America non è diventata una nazione di fondamentalisti religiosi in preda alla paura. E' solo il nuovo trip intellettuale di chi si sente superiore antropologicamente:
    Il 60% degli elettori è favorevole a qualche forma di riconoscimento legale per le coppie omosessuali, con il 25% favorevole ai diritti matrimoniali e il 35% alle unioni civili. Se la percentuale di elettori che quest'anno ha detto di aver votato per i "valori morali" è davvero del 22%, quattro anni fa fu del 49%, come anche nel 1996, quando fu eletto Clinton.
    «Bush ha aumentato i consensi rispetto a qualsiasi categoria di elettori. (...) Insomma dire che la coalizione bushiana sia dominata dai fondamentalisti della Bibbia è una stupidaggine autoassolutoria, oltre che una palese dimostrazione di scarsa conoscenza del pluralismo religioso e dello spirito individualista del cristianesimo americano. (...) Anche Bush, come i democratici, dovrà stare attento a leggere bene i dati, perché se dovesse governare abbracciando l'agenda politica della coalizione cristiana rischia di sfaldare la maggioranza repubblicana, che "è moderata, non morale" come ha scritto ieri sul Washington Post, E. J. Dionne jr».
    Quali rimedi? I clintoniani provano ad indicare la strada:
    «Il Democratic Leadership Council ha diffuso un'analisi del voto straordinaria quanto a schiettezza e acutezza. Non ha perso tempo ad accusare il candidato Kerry, né a demonizzare il presidente né a insultare gli elettori. Su questa stessa linea c'è anche la stella nascente del partito, il neosenatore nero dell'Illinois, Barack Obama, il quale domenica a Meet The Press ha detto che Kerry ha perso contro "un presidente di guerra molto popolare" e che i repubblicani avevano "una delle migliori squadre politiche che si siano mai viste in America". Il documento dei clintoniani si chiede "che cosa sia accaduto" e dice subito che i democratici non hanno scuse facili per questa sconfitta: "Avevamo un forte e intelligente candidato, migliori candidati in giro per il paese, eravamo pieni di soldi, con la migliore organizzazione di tutta la nostra vita, un entusiasmo straordinario e la più grande unità nel partito che si ricordi a memoria d'uomo. Abbiamo affrontato un presidente vulnerabile, con un cattivo record... con tanti fallimenti a carico... E con Ralph Nader elettoralmente nullo". Il risultato, riconoscono, è stata un'enorme vittoria per i repubblicani e la conferma della lenta ma significativa erosione dei democratici. Per uscirne, scrivono i clintoniani, "non basta spostarsi meccanicamente a sinistra o a destra, né raccogliere più soldi né mobilitare i militanti né cambiare i vertici del partito né trovare magicamente candidati carismatici. Iniziare una battaglia per l'anima del partito o accusare qualcuno sarebbe una assoluta perdita di tempo"».
    I clintoniani individuano tre deficit di credibilità: sicurezza nazionale; programma di riforme; valori e cultura:
    «I democratici, scrivono i clintoniani, "hanno bisogno di una strategia che raggiunga il cuore dell'America con un messaggio positivo che scaldi sia i cuori sia i portafogli"».
    E oggi Christopher Hitchens su Slate offre un'intelligente provocazione. Bush, più dei democratici, si batte per la laicità nel mondo:
    «George Bush may subjectively be a Christian, but he—and the U.S. armed forces—have objectively done more for secularism than the whole of the American agnostic community combined and doubled. The demolition of the Taliban, the huge damage inflicted on the al-Qaida network, and the confrontation with theocratic saboteurs in Iraq represent huge advances for the non-fundamentalist forces in many countries». Leggi tutto

    Tuesday, November 09, 2004

    Ferrara-Pannella: il duello finì in balletto

    Ferrara e PannellaCon la riconciliazione di ieri sera non hanno voluto chiudere il dibattito, quanto semmai un episodio; consapevoli che per entrambi, nei prossimi mesi, imporre al paese un dibattito franco e acceso sui temi della scienza, dell'etica, della religione, della laicità, dell'identità, rappresenta un obiettivo condiviso per il quale l'uno è utile all'altro

    Il duello Ferrara-Pannella si è concluso prima di iniziare (L'audiovideo e gli speciali di RadioRadicale.it). Entrambi i duellanti impugnavano ramoscelli d'ulivo anziché spade affilate. Un Pannella ansioso di staccarsi di dosso l'etichetta di "anti-religioso" ha ricostruito in prima persona, da membro della Commissione Libertà civili, la vicenda Buttiglione. Il "caso" non è mai esistito. Lo testimoniano i fatti: la bizzarra strategia parlamentare del gruppo del PPE in Commissione, i cui voti - né quei pochi "No" della sinistra, né quelli tra i liberali - hanno freddato la candidatura Buttiglione. La bocciatura da parte di Pannella e Bonino si fondava su ragioni di "opportunità". Non sull'audizione dell'esaminando commissario, definita subito da Pannella «ineccepibile», piuttosto su un record, un curriculum politico-istituzionale di Buttiglione, legittimo e rispettabile, ma opposto all'orientamento espresso in materia di Libertà civili da 19 Stati su 25 dell'Unione. Insomma, come nominare un no global al commercio, o Cossutta al Tesoro?

    Ferrara anche si è presentato avendo già sotterrato l'ascia di guerra. E puntualizza: nessuno vede un'ondata anti-cristiana. Da liberale «sempre al di sotto di ogni sospetto», quello che sta cercando di fare è «in connessione con ciò che voi (i radicali di Pannella, n.d.r.) rappresentate». Dunque, se è così, crediamo di intuire che la difesa a oltranza di Buttiglione è tappa "strumentale" di una guerra culturale che da giornalista, non da politico, Ferrara vuole condurre per portare al centro del dibattito pubblico una politica "alta", fatta di temi e dilemmi anche etici, religiosi, civili, squarciando quel pericoloso velo di politically correct e conformismo che è la regola su questi argomenti.

    La riconciliazione tra Ferrara e Pannella va letta a mio avviso in questi termini. Non hanno voluto chiudere un dibattito, quanto semmai un episodio; consapevoli che per entrambi, nei prossimi mesi, imporre al paese un dibattito franco e acceso sui temi della scienza, dell'etica, della religione, della laicità, dell'identità, rappresenta un obiettivo condiviso per il quale l'uno è utile all'altro.
  • Il resoconto di Luca Telese
    (Il Giornale)

  • Il presidente-Sole demiurgo del post-Arafat. L'unilateralismo che non fa notizia

    Le innumerevoli mosse unilaterali del presidente francese Jacques Chirac, il presidente-Sole. L'ultima in ordine di tempo è in Costa d'Avorio.
    «Una potenza occidentale manda truppe in un paese del terzo mondo con il beneplacito delle Nazioni Unite e l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza a intervenire per proteggere i civili e mantenere la sicurezza. Nove dei suoi soldati rimangono uccisi e la potenza occidentale, in risposta, bombarda l'aeroporto e distrugge l'aviazione militare governativa: una reazione non proprio proporzionata all'offesa, né prevista dal mandato Onu. Ancora l'America di Bush? No, è la Francia di Jacques Chirac. Il teatro di questi eventi è la Costa d'Avorio (...)».
    Il Foglio
    «Ora attendiamo che la potenza mediatica e il supremo organo della virtù mondiale, l'Onu, sappiano controbilanciare, smussare, moderare l'unilateralismo, anche se francese, o vogliano riconoscere meriti all'unilateralismo, anche se americano».
    Il Foglio
    Demiurgo del post-Arafat. Ma Chirac gioca sporco anche sul "cadavere" di Arafat, per ritagliarsi - in modo cinico, solitario e unilaterale rispetto a quell'Unione europea che fa parte del Quartetto - una nuova influenza francese in quel Medio Oriente dove la Francia risulta ormai estromessa e isolata. Oggi Chirac incoronerà a Parigi la troika che succede ad Arafat. Per il Riformista mira a fare il patron dei nuovi vertici palestinesi. Un nuovo ruolo per ricavarsi con furbizia - a dispetto di quella famosa politica estera e di difesa comune dell'Ue - uno spazio autonomo di futuro negoziatore tra palestinesi e israeliani. Eppoi... vogliamo chiederlo? Che ne sarà di quel miliardo di dollari e oltre che Arafat conserva tra Francia e Svizzera?

    Disonore sul Senato. Fisichella indegno del suo ruolo

    Fisichella e Fini"Macchia nera" sul Senato. Il vicepresidente Fisichella disonora l'istituzione violando i diritti costituzionali. Ma quando costa politicamente, quando le cose si fanno serie, i campioni del politically correct si tirano indietro, escono di scena, tacciono.

    Capo della segreteria del vicepresidente del Senato Domenico Fisichella (An) per otto anni. Quest'estate viene fortuitamente fotografato mentre passa una serata al Gay Village di Testaccio, a Roma.
    «Non stava limonando, non era neanche a torso nudo con catene al collo. Passava di lì, era con degli amici, con la sorella, cavoli suoi. Però la foto è stata pubblicata su Panorama, a corredo di un servizio sull'estate romana, qualcuno ha riconosciuto Dario Mattiello in mezzo al gruppo sudaticcio e l'ha fatto vedere, magari per ridere magari non per ridere, al vicepresidente del Senato, cioè al suo capo».
    Risultato: Dario Mattiello viene prima sospeso ("mi prepari una relazione"), poi esonerato dal suo incarico.

    Un caso patente di discriminazione sul luogo di lavoro. Non un luogo di lavoro qualsiasi, dove magari c'è un principale un po' coatto. No, accade in una delle più alte istituzioni della Repubblica: il Senato. E non riguarda un senatore, ma il vicepresidente dell'aula, che si permette di tradire in modo inaccettabile e detestabile i principi costituzionali che è invece chiamato ad onorare. Altro che il «culattoni» pronunciato dal ministro Mirko Tremaglia, altro che la sventurata audizione di Rocco Buttglione. Eppure, quando costa politicamente, quando le cose si fanno serie, i campioni del politically correct si tirano indietro, escono di scena, tacciono. Tace la sinistra, tace la stampa (tranne Il Foglio che ha diffuso la notizia). Censura, invece di uno scandalo che dovrebbe scuotere il Senato e la sua presidenza fin dalle fondamenta.
    E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che sì, il problema è laggiù in America, è l'America di Bush, dove un fatto del genere è, ed è destinato a rimanere inimmaginabile. Un caso che avrebbe fatto venir giù il Congresso, qui da noi è silenziato, gli si preferisce la polemicuccia sul "culattoni" e sul "peccato".

    Monday, November 08, 2004

    Terzismo giornalistico di Wittgenstein

    «Il problema è che la semplificazione giornalistica e il bipolarismo politico e culturale stanno devastando la nostra capacità di comprensione delle cose e la nostra disposizione a ritenerle complesse, poco chiare, con diversi significati. Le vogliamo assolute, definitive, facili e pronte per il titolo, o lo slogan. Le vogliamo maggioritarie».
    Il maggioritario del pensiero porta i cervelli all'ammasso. Siamo d'accordo con Wittgenstein, disgustato dai commenti sulle elezioni americane. Sono d'accordo solo se intende ricordare a tutti i faziosi che la realtà è più complessa di quanto tutti gli editoriali di questo mondo possano mai spiegare. Attenzione però. Portando all'estremo la sua logica non dovrebbero esistere che enciclopedie, né bisognerebbe perder tempo a scrivere articoli. Quando si cerca di intrepretare un risultato elettorale si effettua una scelta - con tutti i limiti che ciò comporta: fra tutti i fattori complessi e intrecciati che contribuiscono ad un esito (ma questo è scontato) l'autore sceglie di evidenziarne uno, o alcuni. Potrebbe rivelarsi una scelta acuta... o ottusa. Di "anche.. anche.. anche.." ne possiamo aggiungere all'infinito, ma il valore dell'analisi alla fine è la selezione. E ce ne sono di più vicine e di più lontane alla realtà. Io scelgo di condividere o meno delle analisi, consapevole che non esauriscono la complessità del reale, ma scelgo.
    Altrimenti si rischia il relativismo, o l'eterno "terzismo" giornalistico.

    Non è il momento di piangere...

    ... ma di rimboccarsi le maniche. L'ex presidente Bill Clinton commenta la vittoria di Bush. E' lucido e consapevole, sembra quasi che vi fosse preparato da tempo. Non c'è da disperarsi, ma da lavorare, quello sì. Clinton sa che non esistono due Americhe, che esistono delle divisioni anche nette - e se non ci fossero in democrazia ci sarebbe da preoccuparsi - sull'Iraq come sulle moral issues, per citare solo un paio di esempi, ma sa che, quando si tratta della sicurezza e del potere americano, l'America è una.
    «Eravamo il partito di Franklin D. Roosevelt, siamo diventati il partito del regista Michael Moore», ha osservato con amarezza l'ex-capo dello staff alla Casa Bianca Leon Panetta. Ecco, diciamo che i Dem. si sono illusi che potesse esistere un'America alla Michael Moore.

    Attrezzarsi ideologicamente. Kerry ha dato l'impressione che come presidente avrebbe sì liberato gli americani dal peso della dottrina Bush, ma senza sostituirla con un'altra che non si limitasse a promettere un impegno generico nella protezione della sicurezza e degli interessi americani. Ma l'America è in guerra e questo lo percepiscono tutti gli americani. Chiedono quindi una leadership portatrice di una visione "morale" salda, e ritengono insufficiente affidarsi al pragmatismo caso per caso per combattere un nemico così attrezzato ideologicamente. Questa visione "morale" comprende il fattore religioso, ma non si esaurisce in esso. Vi rientrano la guerra al terrorismo e quelle motivazioni, che non possono non essere "morali", di cui gli americani sentono il bisogno di ri-attrezzarsi per poter affrontare un nuovo scontro ideologico.

    Clinton stesso riconosce quindi che i democratici hanno mancato nell'offrire tale visione, distanziandosi, agli occhi degli elettori, da valori di fondo e sentimenti contingenti di ogni americano. Non è un dramma, spiega l'ex presidente parlando allo Urban Land Institute di New York:
    «Coraggio, non va così male, abbiamo solo bisogno di migliorare la nostra immagine (...) Se permettiamo ai conservatori di far credere alla gente che il nostro partito non crede nei valori della famiglia e della fede, nel lavoro e nella libertà, la colpa è solo nostra. (...) I democratici devono avere un messaggio chiaro: in questo modo renderemo difficile ai nostri avversari dipingere i nostri candidati come la personificazione del male. (...) Bisogna ammetterlo, quest'anno i repubblicani sono riusciti a trovare un messaggio chiaro, un bravo comunicatore, una grande organizzazione e una strategia efficace. La loro forza è stata quella di spingere al voto quegli elettori registrati che prima disertavano le urne».
    Tuttavia, osserva Clinton, la rielezione di Bush «offre grandi opportunità sia allo stesso Bush sia al partito democratico. E le due cose non sono necessariamente in contraddizione». Tra le speranze espresse da Clinton, c'è quella che Bush si sforzi, durante il suo secondo mandato, di rendere l'economia americana meno dipendente dal petrolio straniero e si adoperi per aiutare israeliani e palestinesi a trovare un accordo di pace. Compito che potrebbe essere agevolato dall'uscita di scena di Yasser Arafat. Così due delle migliori frecce nell'arco dei fondamentalisti islamici risulterebbero spuntate.

    Friday, November 05, 2004

    Quante amenità e assurdità su Arafat

    Per fortuna c'è Foreign Affairs che ha selezionato dal suo archivio un'interessante serie di articoli dal 1975 ad oggi sull'anziano leader palestinese, ripercorrendo nelle analisi dell'epoca le tappe della sua parabola politica. In mano a chi, ci chiediamo sommessamente, andrà a finire il suo tesoro personale?

    Articoli che ovviamente stridono con alcune imprudenti e oscene dichiarazioni che si susseguono in questi giorni. Da sinistra a destra si canta la sua grandezza. Il Giuseppe Mazzini dei palestinesi (Marco Follini); un «capo partigiano» (Giulio Andreotti); «combattente e uomo di Stato che avuto anche il coraggio di impostare il tema della pace» (Massimo D'Alema); «i passati da terrorista non contano. Dietro il Risorgimento italiano c'è stato il terrorismo» (Francesco Cossiga); «ora portare a compimento il suo sogno», «anche un personaggio complesso e controverso che ultimamente ha mostrato alcune ambiguità nei confronti del terrorismo» (Gianfranco Fini, nostro futuro ministro degli Esteri); «un grande uomo di pace» (Mario Scialoja); «una figura di grande prestigio, un riferimento per generazioni di palestinesi che hanno lottato per la loro patria» (Paolo Cento); «un amico storico dei socialisti italiani, il grande errore di una parte del sistema politico israeliano e occidentale è stato quello di credere che la pace fosse più facile contro di lui anziché con lui». (Ugo Intini). Per ora ci fermiamo qui, ma prepariamoci al peggio.

    Presidenziali Usa 2004. Le analisi

  • Bush pronto a governare «in his own style»
    Ha un capitale politico da spendere, e lo spenderà secondo il suo stile, secondo quanto promesso, secondo il suo motto: "Intendo dire davvero ciò che dico"

  • «The End of the Sixties»
    Sepolti i retaggi di quegli anni: il radicalismo liberal e il pregiudizio nei confronti dell'uso del potere americano. Il Partito democratico deve tornare a guardare a Roosvelt e Truman.

  • I "buoni" e i "Bush haters" hanno avuto torto
    Smacco per la pretesa «superiorità morale e intellettuale» e per l'intolleranza di chi, in patria e all'estero, ha sottovalutato Bush, la sua visione e la sua profonda sintonia con la nazione.

  • I Dem. lontani dalla nazione; che è una. E pluribus unum
    Cosa si intende veramente quando si dice che l'America è una e che non esiste una seconda America, quella immaginaria, quella "migliore" e dei buoni.

  • «Two Nations Under God»
    Thomas Friedman turbato dal fondamentalismo cristiano.

  • Vince il presidente dell'11 settembre
    Lo schema adottato alla vigilia del voto si è rivelato falso, viziato dall'ideologia e dal pregiudizio.

  • Lezioni americane
    I discorsi "del giorno dopo" di Bush e Kerry.

  • George W. Four More Years. Una vittoria americana
    L'America non è in crisi come sistema democratico, non va riformata, non è fondamentalista, i cittadini sono lontani dagli stereotipi che girano qui in Europa, sono liberi, "conoscono e deliberano".

  • Bush o Kerry for president?
    Il mio personalissimo endorsement della vigilia.
  • Bush pronto a governare «in his own style»

    Ha un capitale politico da spendere, e lo spenderà secondo il suo stile, secondo quanto promesso, secondo il suo motto: "Intendo dire davvero ciò che dico".

    Bush è stato esplicito su come intende condurre il suo secondo mandato. Di corsa verso la ownership society, con riforma del codice fiscale e privatizzazione della sicurezza sociale, crescita economica, educazione, combattere e vincere la guerra al terrorismo. Bush ha sì espresso il desiderio di coinvolgere i democratici nell'azione legislativa, ma senza snaturare i suoi obiettivi e i suoi principi. I quattro semplici punti cardinali che ha introdotto Bush alla Casa Bianca: Ownership society è la parola d'ordine per la riforma della società americana; Guerra invece di semplice lotta al terrorismo è la svolta dopo l'11 settembre; Democrazia invece di stabilità è la parola d'ordine della politica estera; Guerra preventiva e non deterrenza è la nuova strategia di sicurezza nazionale.
    Le teorie neocons saranno «parte centrale della politica estera americana». La democrazia è ancora possibile in Iraq e in Medio Oriente, anche in Palestina, e la sua diffusione è di importanza strategica per proteggere la nazione.
    «If we are interested in protecting our country for the long term, the best way to do so is to promote freedom and democracy».
    «Sono fortemente in disaccordo con chi non capisce la saggezza nel promuovere società libere in giro per il mondo» e «con chi crede che certe società non possano essere libere».
    Mano tesa agli alleati vecchi e nuovi:
    «Anche se non siamo stati d'accordo abbiamo un nemico comune. Continuerò a lavorare con i nostri amici e alleati in Europa e nella Nato, per promuovere sviluppo e progresso, per sconfiggere i terroristi e incoraggiare la libertà e la democrazia come alternativa alla tirannia e al terrore».
    Idee chiare sul mandato ricevuto e sui rapporti col Congresso:
    «After hundreds of speeches and three debates and interviews and the whole process, where you keep basically saying the same thing over and over again, that when you win, there is a feeling that the people have spoken and embraced your point of view, and that's what I intend to tell the Congress».
    Fonte: Washington Post
    Intanto a Washington si rincorrono le voci sui nuovi uomini del presidente.

    Quella di Bush non è stata una vittoria «di misura», ma una vittoria che esprime un mandato, fa notare il direttore del Weekly Standard, William Kristol. Un mandato che Bush porterà a termine con fermezza e determinazione:
    «The hair-pullers and teeth-gnashers won't like it, of course, but we're nevertheless inclined to call this a Mandate. (...) Whatever mistakes the administration has made these past 18 months - and there've been more than a few too many - President Bush deserves enormous credit simply for staying the course, for rejecting bad advice to cut and run from purported friends and foes alike. On this central question of national security and principle, George W. Bush has proved himself an extraordinarily courageous president».
    In «Atto secondo», Fred Barnes individua 4 ragioni per cui, a dispetto della tradizione che vuole mosci i secondi mandati, il "secondo atto" di Bush promette di essere efficace: un'agenda fitta di obiettivi sia sia per la politica interna sia per la sicurezza nazionale; collaboratori saggi e competenti; maggioranza repubblicana al Congresso, sempre a rischio franchi-tiratori ma con possibilità di stabilire buone relazioni con i pochi leader democratici più moderati; nessuno scandalo in vista. La sconfitta del leader democratico al Senato Tom Daschle dimostra che l'opposizione intransigente non funziona.

    Dan Balz (WPost) riconosce a Bush di aver ricevuto un mandato chiaro: non è stata una vittoria a valanga, ma significativa in una contesa elettorale così polarizzata.
    «It is a style that does not exclude reaching agreement across the political aisle, but it is one that has at its core Bush's fealty to basic principles. Having won a second term on those terms, he is now set to govern in his own style».

    «The End of the Sixties». Il Partito democratico guardi a Roosvelt e Truman

    Il radicalismo liberal sorto dalla fine degli anni '60 è davvero defunto. Se ha contribuito a scuotere le istituzioni di un'America in fermento, oggi si conferma un fenomeno di snobismo manieristico, un sinonimo di irresponsabilità politica, e ha finito per inquinare la credibilità di governo del Partito democratico. I democratici devono guardare alla parentesi new democrat clintoniana, o ancora più indietro (Roosvelt e Truman), per liberarsi delle vecchie scorie liberal, tornando a rivolgersi al Paese non temendo di parlare di valori, di potenza e di sicurezza nazionale, ma soprattutto non assecondando la demagogia su tutto che sembra essersi imposessata della loro base. Meno Michael Moore, più senso della realtà e della nazione!

    Hugh Hewitt ha avanzato questa analisi sul giornale neoconservatore Weekly Standard. Con John F. Kennedy, e la sconfitta di Nixon, l'America è entrata negli anni '60. L'11 settembre 2001 ne è uscita, ma solo con la rielezione di Bush e la sconfitta di John F. Kerry gli anni '60 sono stati sepolti. Sono stati sconfitti i retaggi di quegli anni: il radicalismo liberal, il pregiudizio nei confronti dell'uso del potere americano, il «complesso» del Vietnam da cui gli oppositori alla guerra in Iraq sono stati travolti, e la vecchia guardia di leader di Yale, Boston, della East Coast Europe-style. Kerry si è presentato come l'erede di quella tradizione politica, ma l'America è ora proiettata su altri temi e priorità, mentre parte della sinistra non si libera dei vecchi schemi. Hewitt però sa individuare due nuovi leader democratici svincolati dalla vecchia guardia: Ken Salazar e Barak Obama mandano un messaggio al GOP che non può essere ancora ignorato:
    «Persuade the ethnic middle class that the policies of economic growth do genuinely work for them and not just their bankers, or understand that the next few years as a majoritarian party will be your last».
    Ora può emergere una «nuova sinistra» che «confida nel potere americano messo a servizio della sicurezza in patria e della libertà all'estero». Joe Biden deve essere messo da parte per far posto a Joe Lieberman, serve il partito che fu di Scoop Jackson, poi ci sono Obama e Salazar, ma soprattutto «i fantasmi degli anni '60 devono essere finalmente esorcizzati, o almeno esiliati a Hollywood».

    Per David Gelernter (Weekly Standard), la vittoria di Bush oggi è come la vittoria di Truman nel 1948. Non solo perché, come allora, ha rovesciato tutte le previsioni dei primi exit poll, ma anche perché entrambi sono ideatori di due dottrine epocali:
    «Bush and Truman each redefined America's world mission for a new era by reapplying traditional American principles. (...) America really doesn't give a damn what Europe or the New York Times or Hollywood or the worldwide professoriate has to say. It tries hard to do right, and more often than not it succeeds.»
    In un contesto elettorale dove Kerry era il "reazionario" e Bush il "rivoluzionario":
    «Today the Democrats are the timid reactionary party with strong isolationist tendencies. Today "Democrat" equals "Reactionary Liberal." Republicans are the bold internationalist progressives - the "Tory Democrats" envisioned by Benjamin Disraeli, creator of modern conservatism, and by Margaret Thatcher and Ronald Reagan, its late-20th-century champions».
    Anche la stampa liberal cerca scuotere il Partito democratico. «51 a 48» sottolinea l'editoriale di New Republic, che, per nulla fiducioso sulle reali intenzioni di Bush in questo secondo mandato, chiede ai liberal di non abbattersi e sdrammatizza: non è morto il liberalismo, è solo una sconfitta elettorale, il paese è spaccato in due metà:
    «This country is bigger than its every president. This Constitution is not easy to destroy. This is not the apocalypse. But it is the most formidable challenge to American liberalism in our time».
    Non tutta la sinistra è uguale però. I liberal devono abbandonare il «sinistrismo» e i pregiudizi negativi alla Michael Moore e alla Ted Kennedy sul potere americano.
    Peter Beinart osserva che Bush non ha vinto un secondo mandato, ma solo evitato una catastrofe, che potrebbe comunque realizzarsi con l'Iraq, e raccomanda ai democratici di evitare due errori: «arruffianarsi» il voto culturalmente conservatore di Bush (è necessaria una nuova generazione di leader del sud più capaci di entrare in sintonia con i valori religiosi, ma senza smarrire i principi anche se in questa battaglia sono stati sconfitti); cedere all'antiamericanismo liberal.

    Mentre Salon se la prende con Kerry, su Slate William Saletan ha davvero buoni consigli per risollevare i democratici: tornare ad essere «il partito della responsabilità», il partito che «ricompensa le persone comuni» che fanno il loro dovere. "Se pensate che sia un'anatema, siete la persona che Karl Rove vorrebbe alla guida del Partito democratico":
    «Nearly 60 million people came out to vote for George W. Bush yesterday because they think that he represents their values and that you don't. Prove them wrong and you'll be the majority party again».
    Il voto dei cristiani, osserva, «non è una minaccia, ma un'opportunità»: i lavoratori socialmente conservatori non credono nel libero mercato, ma nell'etica del lavoro. Mostrando questa contraddizione in Bush voteranno per il partito dell'etica del lavoro. Sulla sicurezza nazionale e la politica estera bisogna tornare a Roosvelt e Truman, quando i democratici non erano percepiti come dei deboli:
    «Democrats in the Roosevelt-Truman years didn't have this problem. They called tyrants by their name, and they didn't sound like they were faking it. A party that believes in right and wrong at home must be assertive about right and wrong abroad».

    I "buoni" e i "Bush haters" hanno avuto torto

    Il direttore del Weekly Standard, William Kristol, ha sbeffeggiato la pretesa «superiorità morale e intellettuale» di chi, in patria e all'estero, ha sottovalutato Bush, la sua visione e la sua profonda sintonia con la nazione.
    «Here at home, a great many people who fashion themselves his moral and intellectual superiors turn out once more - as he might put it - to have misunderestimated George W. Bush. And it has happened abroad, as well, where the president's opponents and enemies - which is to say America's opponents and enemies - must now be pulling their hair and gnashing their teeth with frustration and resentment. The exit polls said Kerry would win. The New Yorker had endorsed him. And still those idiot Americans reelected Bush!».
    Accuse peggiori nei confronti di quella pretesa superiorità sono giunte da Piero Ostellino, che ne smaschera l'intolleranza di fondo:
    «La più antica e stabile democrazia esistente ha rieletto l'uomo che i maestri del pensiero progressista italiano hanno definito stupido e capo d'una banda di criminali. Questi maestri progressisti dovrebbero piantarla d'intingere la penna nell'olio di ricino, sì proprio olio di ricino, ogni volta che parlano dei loro avversari politici. E dovrebbero riconoscere d'aver proiettato nella campagna elettorale americana il desiderio che la sconfitta di Bush significasse la sconfitta di Tony Blair e Berlusconi. Come se Blair e Berlusconi fossero alleati di Bush e non dell'America». Posizione che Ostellino definisce «non solo squadristica, ma anche provinciale. Altrimenti non si sarebbe allineata con la Francia di Jacques Chirac. Illudendosi che Chirac fosse un avversario di Bush e non invece dell'America»
    Sconfitti da questa campagna sembrano uscire quindi i grandi network che assegnavano a Kerry un 3 a 0 nei dibattiti televisivi, la stampa liberal nazionale, il popolo di internet a sostegno di Kerry, i facoltosi sostenitori alla Soros, i documentaristi faziosi e antiamericani alla Moore. Mezzi come la radio, il porta-a-porta, la posta, il telefono, la militanza radicata sul territorio e non catapultata dall'alto, sembrano essere stati più efficaci.

    Un onesto Todd S. Purdum, sul New York Times, riconosce a Bush di aver raggiunto il «centro politico» del Paese:
    «It was not a landslide, or a re-alignment, or even a seismic shock. But it was decisive, and it is impossible to read President Bush's re-election with larger Republican majorities in both houses of Congress as anything other than the clearest confirmation yet that this is a center-right country - divided yes, but with an undisputed majority united behind his leadership. In other words, while Mr. Bush remains a polarizing figure on both coasts and in big cities, he has proved himself a galvanizing one in the broad geographic and political center of the country».

    Thursday, November 04, 2004

    I Dem. lontani dalla nazione; che è una. E pluribus unum

    Norman RockwellQuando si dice che l'America è una e che non esiste una seconda America, quella immaginaria, quella "migliore" e dei buoni per la quale da noi molti politici e giornali di sinistra perdono letteralmente la testa ed il contatto con la realtà, non si intende negare quelle fratture e quelle divisioni che naturalmente - in democrazia - esistono e sono anzi benefiche. Piuttosto si vuole ricordare a chi troppo spesso se ne scorda che esiste un eccezionalismo americano, un carattere peculiare e profondo nel tessuto sociale e valoriale che rende la nazione unita, nel preciso senso del motto: e pluribus unum. Chi troppo se ne discosta, perde le elezioni, e chi ne sa essere migliore e più convincente interprete, le vince. Questo per chiarire che se non esistono due Americhe, una dei buoni e una dei cattivi, non è perché si intende sostenere che Bush abbia stravinto con l'80 per cento o che i Democratici si siano posti al di fuori di una specifica cittadinanza.

    Sergio Romano sul Corriere di ieri spiegava come Bush abbia diviso l'America dilapidando il consenso ricevuto dopo l'11 settembre: ora deve «ricomporre l'unità della nazione». «Un paese democraticamente unito è la parodia di un regime totalitario», obietta Piero Ostellino:
    «Le divisioni e i contrasti sono l'essenza della vera democrazia. Sui valori di fondo, poi, l'America non si è mai divisa, ha soltanto giudicato in modo differente le soluzioni proposte contro il terrorismo e la guerra irachena».
    Difficile individuare i temi di questa campagna che sono risultati trainanti per il successo di Bush. Forse più di ogni singolo fattore, è racchiudendo la complessità dei temi e delle convinzioni in una visione coerente e apparentemente priva di contraddizioni, con un messaggio chiaro, che Bush è riuscito a mobilitare il consenso di tutta la sua base. Aver guadagnato qualche punto percentuale tra i voti tradizionalmente democratici (interessante considerare il voto per classi di età, etnie, genere, religione) non è stato determinante quanto l'aver mobilitato in profondità quel vasto, complesso, spesso diviso, movimento conservatore americano che raramente si muove all'unisono per appoggiare il GOP. Le moral issues certamente sono state importanti, ma non meno dei tagli fiscali, dell'economia e della sicurezza sociale, della guerra al terrorismo. Se Bush avesse sottovalutato ciascuno di questi temi tanto da rendere squilibrata la sua visione complessiva, non sarebbe potuto tornare alla Casa Bianca. Il movimento conservatore risvegliato da Bush e che oggi è maggioranza nel Paese non è affatto monolitico, non lo è mai stato. La capacità di Bush e dei suoi strateghi è di averlo mobilitato in ogni sua componente, ma se l'equilibrio si rompe, per esempio sbilanciando la presidenza su posizioni fondamentaliste nelle moral issues, è prevedibile che anche il fronte di consenso si possa dividere.
    «Say nothing of my religion. It is known to God and myself alone. Its evidence before the world is to be sought in my life: if it has been honest and dutiful to society the religion which has regulated it cannot be a bad one».
    Thomas Jefferson, 3rd president of US (1743 - 1826)

    «Two Nations Under God»

    E' il titolo del preoccupato editoriale di Thomas Friedman (New York Times), che si dice più angosciato oggi che nel 2000. Sente che con chi ha votato per Bush la differenza non è su cosa l'America debba fare, ma su ciò che l'America è.

    «Is it a country that does not intrude into people's sexual preferences and the marriage unions they want to make? Is it a country that allows a woman to have control over her body? Is it a country where the line between church and state bequeathed to us by our Founding Fathers should be inviolate? Is it a country where religion doesn't trump science? And, most important, is it a country whose president mobilizes its deep moral energies to unite us - instead of dividing us from one another and from the world?
    (...)
    My problem with the Christian fundamentalists supporting Mr. Bush is not their spiritual energy or the fact that I am of a different faith. It is the way in which he and they have used that religious energy to promote divisions and intolerance at home and abroad. I respect that moral energy, but wish that Democrats could find a way to tap it for different ends».
    Bush ora ha un mandato, certo, ma anche un «appuntamento con la storia», conclude.
    Walter Russell Mead, intervistato dal Council on Foreign Relations, parla di «sconfitta catastrofica» per i democratici: i «valori morali» hanno mosso molti elettori, è vero, ma non solo su questioni interne, anche sulla guerra al terrorismo.
    Andrew Sullivan accetta la sconfitta di Kerry, riponendo la sua fiducia nella «saggezza» del popolo americano e giurando lealtà al presidente rieletto, perché i veri nemici, avverte, sono i jihadisti:

    «Our job now - all of us - is to support this president in that war, to back those troops, and to pray for victory. (...) The past is the past. And George W. Bush is our president. He deserves a fresh start, a chance to prove himself again, and the constructive criticism of those of us who decided to back his opponent. He needs our prayers and our support for the enormous tasks still ahead of him. He has mine. Unequivocally». Leggi.
    Sullivan è anche fiducioso sui diritti degli omosessuali. Invita a non darsi per vinti, a non rinunciarvi. Bush stesso e 2/3 degli americani sono più aperti sulle unioni civili dei gay. A questo riguardo si appella al federalismo. Infine, si consola dicendo che ora Bush non avrà più scuse e nel 2008 sarà totalmente responsabile delle sue politiche.

    Il Paese che ha bisogno di superare le divisioni

    Paradossalmente, pur in presenza di una forte e chiara legittimazione popolare, Bush potrebbe gestire il suo secondo mandato con maggiore moderazione del primo, il quale viceversa nacque con un difetto di legittimazione dovuto alle famigerate dispute elettorali. Bush farà valere la forza della maggioranza repubblicana in tutte le istituzioni, o coinvolgerà i democratici? Le prime parole di Bush rispondono all'esigenza di superare le divisioni nel Paese. Non sembrano frasi di circostanza, Bush "intende dire quello che dice", ma di certo non rinuncerà alla sua visione e alla sua linea, percepite ormai come missione. La moderazione sarà nei toni e nel metodo, ma non nella sostanza. Probably

    William Safire, sul NYT, avverte il pericolo delle maggioranze repubblicane in tutte le maggiori istituzioni e delle divisioni interne al partito democratico. Quali iniziative possono contribuire a ricucire le divisioni del Paese rispettando le promesse della campagna elettorale? Safire indica l'elezione di nuovi giudici della Corte Suprema e invita Bush a proseguire nella politica moderata adottata nella ricerca sulle cellule staminali embrionali. Per il Washington Post, se il secondo mandato di Bush sarà più moderato del primo si vedrà da grado di coinvolgimento della componente democratica nell'azione legislativa e dalla nomina dei giudici della Corte suprema. Veri e propri banchi di prova della volontà di riunire il Paese espressa ieri da entrambi i contendenti. Per l'estero, Bush dovrà trattare con rispetto i partner e affrontare il terrorismo e la situazione in Iraq con la competenza che richiede la grandezza di queste sfide. In Senato i repubblicani passano da 51 a 55 seggi su 100. Una maggioranza che comunque non annulla possibili franchi tiratori, ma che fa slittare l'assemblea a destra, e che rappresenta una sconfitta nelle urne per i centristi di entrambi gli schieramenti, osserva ancora il WPost.

    Vince il presidente dell'11 settembre

    Sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco spiega che «Bush vince soprattutto perché è il presidente dell'11 settembre»:
    «Un fatto è certo. Lo schema, adottato alla vigilia del voto da tanti commentatori, soprattutto europei, secondo cui un forte innalzamento della partecipazione elettorale avrebbe avvantaggiato John Kerry si è rivelato falso, viziato dall'ideologia e dal pregiudizio. (...) La sostanza è che l'America del dopo 11 settembre è un'America che, a differenza dell'Europa, sa di essere impegnata in una guerra contro il terrorismo islamico che si trascinerà senza esclusione di colpi (come tutte le guerre) per molti anni a venire. Ciò che sottovalutavano i sostenitori dell'equazione "più partecipazione uguale vittoria di Kerry" erano i sentimenti» della società americana. (...) Solo qualche impenitente radical chic (dell'una e dell'altra sponda dell'Atlantico) poteva davvero credere che la maggioranza degli americani avrebbe preso sul serio le risibili versioni alla Michael Moore sulle "vere cause" dell'11 settembre o della guerra in Iraq o le prese di posizione delle star del cinema e del rock».
    Ma è Gian Antonio Stella che inchioda alla loro bassezza politici e giornali italiani di sinistra, smascherando quell'«illusione a lungo coltivata: che non solo esistesse ma fosse maggioritaria una immaginaria "America migliore"».
    Sergio Romano ricostruice le vicende del successo di un presidente eletto nel 2000 senza consenso, ma plasmato - come tutti gli americani, dall'11 settembre:
    «Il personaggio è piaciuto. Nei tratti del nuovo Bush gli americani hanno ritrovato una combinazione dei tipi umani che appartengono alla leggenda e al mito della nazione. (...) Bush ha vinto, ma dovrà rendersi conto che la sua caricatura americana non è più adatta alle nuove circostanze del dramma in cui dovrà recitare per i prossimi quattro anni. L'America, non importa se repubblicana o democratica, ha bisogno di un nuovo personaggio, più adatto alla gravità del momento e alle esigenze della nazione».

    La gola del regista recisa «come una pagnotta»

    E' il primo assassinio di matrice islamica contro una delle nostre libertà, quella d'espressione, che ha avuto luogo "a casa nostra". L'Europa non dovrebbe sottovalutare questo sgozzamento. Stavolta è toccato a Theo van Gogh, il regista, giornalista e polemista olandese ammazzato martedì mattina per aver prodotto un film sulla condizione delle donne nel mondo islamico. Leggi Un brutto presagio

    Arafat più morto che vivo

    La morte di Yasser Arafat, dovuta alla inesorabile evoluzione della leucemia acuta che lo aveva colpito (chissà perché negata con tanta ostinazione), giunge dopo un apparente miglioramento dovuto solo alle continue trasfusioni effettuate a Parigi, mentre tutti i media italiani riportavano la notizia di un volgere positivo e della diagnosi di una malattia curabile. Ma le informazioni riservate dell'intelligence americana erano inequivoche: al massimo un mese di vita, l'ultimo viaggio del leader palestinese dal quale non avrebbe più fatto ritorno. E di fatti Israele lo aveva fatto partire.

    I motivi delle patetiche smentite e contraddizioni sulla morte di Arafat hanno origine nell'esigenza di organizzare la successione e soprattutto evitare situazioni incontrollabili all'interno del movimento palestinese, tenuto a bada sinora dal raìs ma dilaniato in numerose faide intestine.

    Un po' come accadeva per le delicate successioni sovietiche, dove la morte del presidente di turno era dapprima un raffreddore e veniva annunciata solo dopo un paio di giorni dall'avvenuto decesso. Per gli stessi timori di implosione interna Israele ha evitato di rendere nota, pur conoscendone i dettagli, l'inesorabile sorte che attendeva il leader palestinese. Le preoccupazioni del Mossad sono ora verso i tentativi di scalata al potere da parte dei gruppi più radicali, ma anche sul luogo della sepoltura dell'anziano leader e i tumulti che potrebbe provocare. E pensare che qualcuno ipotizzava una messa-in-scena da parte della famigerata drammaturgia araba... non si sa davvero più cosa scrivere.
    Fonte: Dagospia
    Qui la versione più "corretta"

    Lezioni americane

    Nelle parole dei due contendenti il risveglio il giorno dopo la battaglia è da uomini d'onore:
    «In un'elezione americana non ci sono sconfitti, perché a prescindere se i nostri candidati abbiano o no ottenuto la vittoria, il mattino successivo noi ci svegliamo come americani. Questo è il più grande privilegio e la più rilevante buona sorte che possa mai venirci sulla terra. Con questo dono giunge anche un obbligo. Ci è richiesto ora di lavorare insieme per il bene del nostro paese. Nei giorni in avanti dobbiamo trovare uno scopo comune. Ci dobbiamo unire in uno sforzo comune senza rimorso o recriminazione, odio o rancore. L'America ha bisogno di unità e desideriamo maggiore compassione».
    John F. Kerry
    «Oggi sul presto il senatore Kerry mi ha chiamato e si è congratulato. E' stata una telefonata veramente buona. E' stato molto gentile. Ha condotto una campagna tenace, lui e i suoi sostenitori possono essere orgogliosi dei loro sforzi. Io e Laura porgiamo al senatore Kerry, a Teresa e alla loro famiglia tutti i nostri migliori auguri. (...) Mi rivolgo ad ognuno che ha votato per il mio avversario: per rendere questa nazione più forte e migliore avrò bisogno del vostro sostegno e lavorerò per guadagnarlo. Farò di tutto per essere degno della vostra fiducia. Un nuovo mandato è una nuova opportunità da estendere all'intera nazione. Abbiamo un unico paese, un'unica Costituzione, ed un futuro che ci unisce. Quando lavoriamo insieme, non c'è limite alla grandezza dell'America».
    George W. Bush

    Wednesday, November 03, 2004

    George W. Four More Years. Una vittoria americana

    Norman RockwellIl conservatorismo maggioranza in America
    Affluenza record: +10%. Milioni di americani in fila per decidere: non sono stupidi, sono liberi, "conoscono e deliberano". Vittoria netta dei repubblicani che guadagnano Camera, Senato e presidenza. Un consenso vero e forte, elezioni limpide. Nonostante si ritenesse che la grande affluenza avvantaggiasse lo sfidante, ciò non è avvenuto: l'affluenza tra i giovani è rimasta invariata e Bush ha mobilitato un "blocco sociale" sorprendente e storico per i repubblicani. Il dato politico è che il conservatorismo come movimento è maggioranza negli Stati Uniti. Rispettati i sondaggi della vigilia: +3% di Bush nel voto popolare e confermati gli Stati dati in bilico alla vigilia (Ohio, New Mexico, e uno Stato del nord).

    Il referendum su Bush. Se Kerry ha coalizzato su di sé gran parte dell'elettorato disposto a tutto pur di mandare a casa Bush, e molto meno interessato a chi fosse a sostituirlo, Bush e il GOP hanno invece riportato una rilevantissima vittoria politica e culturale. Forse solo con Reagan, e comunque non in presenza di una tale affluenza, il movimento conservatore americano si era riconosciuto così completamente nelle proposte politiche e nelle candidature avanzate dal Grand Old Party. Un fronte sociale che si esprime per la prima volta in tutte la sue potenzialità politico-elettorali.

    Sul fronte democratico, vista l'incapacità dai tempi di J. F. Kennedy di esprimere un presidente della East Coast, e dai tempi di Carter (post-Watergate) di far eleggere un liberal, è assai probabile, e auspicabile, che il prossimo sfidante fra quattro anni sia un New Democrat, un clintoniano (forse Clinton stesso o Hillary). L'analisi è di Christian Rocca, ma tutta la prima pagina del Foglio è da conservare. Con l'introduzione al saggio The Right Nation, un reportage di due giornalisti dell'Economist nell'America profonda, che senz'altro può aiutare a spiegare le ragioni di una vittoria così sorprendente del conservatorismo come naturale interprete dell'eccezionalismo americano.

    Grande successo del referendum californiano per il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Passano a valanga i quesiti per il divieto dei matrimoni gay. Per le unioni civili la cosa è diversa, anche molti repubblicani sono più aperti. Insomma, il risultato indiscutibile di queste elezioni è che l'America non è in crisi come sistema democratico, non va riformata, non è fondamentalista, i cittadini sono lontani dagli stereotipi che girano qui in Europa, sono liberi, "conoscono e deliberano".

    Tuesday, November 02, 2004

    Bush o Kerry for president?

    Il mio personalissimo endorsement della settimana scorsa. Vincerà un americano. Per questo stanotte me ne vado a letto tranquillo e domani mattina, ben riposato, vedrò i risultati e ne trarrò qualche indicazione per il futuro. Per seguire su internet la notte elettorale, la Cnn e il Washington Post.
    Buona notte.