Monday, June 30, 2003

King Crimson Magnifico concerto

Friday, June 27, 2003

Black out. Una cosa seria
Quando i nostri politici si decideranno ad affrontare la questione energetica? Invece di romperci i coglioni quotidianamente con le loro vanità, perché non si discute, e non si dividono, sulla politica energetica, o sulla non-politica fatta per anni? La situazione gravissima, che si ripercuote sull'industria, ma anche sui singoli cittadini, e che ostacola la crescita economica e il nostro benessere, ben rappresentata oggi in prima pagina su 'il Riformista'.
  • «Un paese senza energia, senza nucleare né carbone»

  • «Non solo il black out, ma anche le tariffe più salate d'Europa»

  • il Riformista
    Il 9 luglio per l'Iran libero
    Questo blog aderisce alla manifestazione indetta dal quotidiano 'il Riformista' di sostegno agli studenti iraniani che protestano contro il regime degli ayatollah.
  • L'Iniziativa del quotidiano 'il Riformista'
  • L'adesione di Piero Fassino, "Basta relativismi, sempre per la libertà"

  • Ben detto, era ora. Già, perché è questa la sinistra che vorremmo, quella vincente. La mobilitazione lanciata da 'il Riformista' è lodevole e aderisco volentieri, riuscirà bene, ma saremo in pochi. Dubito che folle oceaniche si scomodino per la pace, la libertà e la democrazia se non sono chiamate a raccolta contro gli Stati Uniti. La pace per cui di solito i più manifestano è la loro, non quella degli altri: 'l'Iran non è attaccato dagli Usa? Lasciateci in pace'.
    Affirmative action
    Un bel dibattito da seguire - al di là dell'oceano, ovviamente - ha ragione 1972, che qui tratteggia al meglio i termini della questione.
    1972

    Thursday, June 26, 2003

    "E' l'ora degli ayatollah, passeranno indenni l'estate di Teheran?"
    «E' l'ora dei mullah! Ci? che adesso dobbiamo chiederci è se l'Iran degli ayatollah e la originaria "Repubblica islamica" riusciranno a superare indenni l'estate o se invece il presidente Bush celebrerà il secondo anniversario dell'11 settembre con i due terzi del suo asse del male buttati nella spazzatura della storia.» Articolo di Mark Steyn tradotto da Il Foglio. Leggi tutto. Nella stessa pagina i messaggi dei ragazzi iraniani a Radio voce dell'Iran.
    Intanto, in Iran il regime teo-clerico-fascista ha proibito le manifestazioni da tempo previste per il 9 luglio, l'anniversario della prima grande manifestazione degli studenti iraniani, duramente repressa nel 1999, ma i dimostranti hanno deciso di scendere in strada lo stesso anche per i loro compagni che si trovano da giorni in carcere (Vai alla notizia). In Italia, già annunciata una manifestazione di sostegno dal quotidiano 'il Riformista', ma anche i Radicali si muoveranno, l'8, il 9, o il 10.
    Chicago Sun Times - Il Foglio

    Tuesday, June 24, 2003

    Per Michael Leeden supportare gli studenti iraniani è un dovere per tutti quelli che amano la libertà. E invita l'amministrazione Bush a sostenere apertamente le manifestazioni. Anche se ciò presenta dei rischi considerevoli.
    «We were told that it would be counterproductive to denounce the gulag system and support the Soviet dissidents, that the Jackson-Vanik law (linking trade with the Soviet Union to freedom to emigrate for Soviet Jews) would be counterproductive, and that we must at all costs refrain from calling for greater human rights in the People's Republic of China. Yet every time another tyrant falls, his surviving victims invariably tell us that our words of support gave hope and strength to the freedom fighters and weakened the resolve of their oppressors. Bukovsky, Sharansky, Ginsburg, Walesa and Havel know the power of American support, as do Gorbachev, Jaruzelski, Milosevic and Marcos.» Tutto l'articolo
    WP

    Thomas Friedman. Il successo del processo di democratizzazione in Iraq sarà determinante anche per l'Iran provocando effetti a catena nell'intero Medio Oriente. Puntare sulla maggioranza sciita in Iraq sarebbe una spinta decisiva per il regime change in Iran.
    «... there is one huge tool we do control that will certainly have an impact on Iran: It's called Iraq. Iraq, like Iran, is a majority Shiite country, with myriad religious links with Iran. If the Bush team could make a psychological and political breakthrough with Iraqi Shiites, and be seen as helping them build a progressive, pluralistic state in Iraq, it would have a big impact on Iran — much bigger than anything America alone could say or do. No one should have any illusions that Iran's Islamic theocracy is about to fold tomorrow. Iran's clerical rulers are tough and ruthless and have a monopoly of power. But many of their people detest them. And while Iran will play out by its own logic, there is no question that if the other big, predominantly Shiite state in the region, the one right next door, the one called Iraq, were to become a reasonably decent, democratizing polity of the sort Iranians are demanding for themselves, it would pressure Iran's clerics to open up.
    We do not want the story in Iran to be America versus the Ayatollahs. We want the story to be the Iranian people versus the Ayatollahs, and the best way to foster that is by showing Iranians that there is another way and it's happening right next door. In short, America's intervention in Iraq is a two-for-one sale: improve Iraq, improve Iran. Buy one, get one free. Mess up one, mess up the other».

    Tutto l'articolo
    NYT

    Analisi sulla storia e sulle prospettive del ruolo degli sciiti iracheni su Foreign Affairs. Le posizioni radicali non prevarranno.
    «How the Bush administration handles the Iraqi Shi'ites, therefore, will be crucial not only for the future of Iraq but also for the future of the entire region.» Leggi
    Foreign Affairs

    Studioaperto
    Il nuovo sito di Studio aperto. Per ora non c'è niente, ma promette bene, vediamo se saranno bravi bloggers.
    Il dibattito, quello vero, sulle armi di distruzione di massa di Saddam
    In Italia ormai ci hanno convinto che Bush ha mentito ed è un fascista. Negli Stati Uniti il dibattito è ancora aperto, le posizioni e le analisi si confrontano. Leggi l'articolo
    Il Foglio

    Sunday, June 22, 2003

    Massimo FinoiaMassimo Finoia, le sue due fedi: «Continuando così potrò morire da vivo!»
    «Credo che abbia seminato intorno a sé, soprattutto in questi ultimi mesi, molta più vita di quanto non ne consumasse la sua malattia. Massimo se ne va lasciandoci un pieno: di vita, di memoria, di amore, di lotta». Due anni fa moriva Massimo Finoia, professore ordinario di Economia politica, preside della Facoltà di Scienze Politiche all'Università 'Roma Tre' durante gli anni dei miei studi, collaboratore del 'Sole 24 ore'. Era affetto da una grave forma di cancro e si era candidato, da cattolico praticante, con la 'Lista Bonino', nei suoi ultimi mesi di vita. Qui lo speciale di RadioRadicale.it
    Lontananze
    Venerdì a Letterature. C'era Paul Auster. I magici tocchi calibrati ed essenziali di Danilo Rea e Roberto Gatto riempivano di veli invisibili la basilica di Massenzio. I brani letti da Auster, il passato, il presente, il futuro. Per un istante la mia mente è tornata a due persone che non ci sono più, che non si conoscevano ed erano lontane anni luce tra loro, ma che hanno avuto un gran peso su di me in momenti molto diversi della mia esistenza. In quell'istante le note vibrarono una calda serata estiva nella basilica e li ho ricordati insieme, Massimo e Rino, entrambi morti in giugno, 2001 e 2003. Semplicemente, vi ricordo... e vi ricordo bene.
    Camillo a RR
    Il "regime culturale italiano", e poi Bush, la sinistra americana e quella italiana, i Radicali, i new conservative, che "non esistono", regime change in Iran. Christian Rocca ai microfoni di Radio Radicale. Riascoltalo
    Radioradicale.it

    Friday, June 20, 2003

    Sweet home Teheran
    Anche JimMomo aderisce all'appello di sinistro a sostegno di quanti, da veri antifascisti, stanno lottando in Iran contro il regime teo-clerico-fascista degli ayatollah. Idealmente vicino alla loro voglia di libertà, democrazia e progresso. Il testo dell'appello
    sinistro

    Thursday, June 19, 2003

    Iran. Il Riformista se ne accorge
    «Solo il rombo dei B52 riesce a svegliare i progressisti italiani?», si chiede un editoriale di oggi de il Riformista. «Gli studenti di Teheran (...) non infiammano i cuori della sinistra. Non solo quella pronta a scendere in piazza sventolando la bandiera dell'Iraq di Saddam Hussein, ma nemmeno quella sensibile da sempre ai cambiamenti democratici che nascono dall'interno e vedono protagoniste le masse. Eppoi ci si lamenta se le manifestazioni pacifiste vengono chiamate manifestazioni anti-americane. In Iran non c'è la guerra. E, per quanto venga qua e là ventilata, nemmeno i neo-cons come Richard Perle la auspicano. Tanto meglio». «Proprio chi non vuole che si arrivi a un regime change a stelle e strisce, deve far sentire oggi la propria voce». Leggi tutto
    il Riformista

    Wednesday, June 18, 2003

    Iran. Un'altra lezione dello stesso corso. Ma in troppi 'fanno sega'
    Senza dubbio le manifestazioni di protesta che si stanno verificando in questi giorni in Iran contro il regime teo-clerico-fascista degli ayatollah potrebbero rappresentare l'inizio, o meglio, l'accelerazione, la spinta determinante, per un evento di portata storica. Dipenderà dagli sviluppi che potrà prendere la situazione, dall'attenzione che potranno e vorranno prestargli quella 'comunità delle democrazie' ancora troppo virtuale e il sistema dei media. I disordini e la conseguente repressione a Teheran e nelle altre città iraniane, la lotta degli studenti, la stessa di ampi settori della società iraniana per la libertà e la democrazia, per la moderazione e la partecipazione, sono l'evento cruciale di questi giorni, soprattutto alla luce del nuovo contesto internazionale prodottosi in Medio Oriente e non solo dopo la sconfitta del regime di Saddam in Iraq.
    Tuttavia questi eventi, preceduti e in qualche modo di certo provocati dalle sconfitte di terribili regimi in Afghanistan e Iraq, e che potrebbero precipitare verso qualcosa di buono quanto per adesso insperato, non stanno ricevendo affatto l'attenzione e la preoccupazione che meriterebbero. Né dai media, né dalla politica. E' lecito e opportuno non fare dichiarazioni fuori luogo o passi affrettati, ma la distrazione si vede ad occhio nudo. Mancano il sostegno, la considerazione, la riflessione che le lotte per la libertà dovrebbero sempre meritare, soprattutto da parte di chi, ed io sono tra questi, si definisce, certo spesso con troppa superficialità, 'di sinistra'. Eppure tutti gli elementi che così spesso demagogicamente farciscono la retorica 'di sinistra' sembrano esserci: le grandi manifestazioni popolari, la generazione di giovani studenti come motore degli accadimenti, la repressione violenta della polizia e dei 'guardiani' fedeli al regime. Invece, nessuna indignazione, né mobilitazioni per la pace e il 'progresso', né bandiere colorate, né girotondi o marce. Silenzio, imbarazzante, ma non imbarazzato.
    La verità preoccupante è che i danni prodotti dalla per-niente-nuova e reazionaria ideologia no global, dalla per-niente-nuova propaganda anti-americana, da telesantoro e televespa, in questi anni stanno pian piano riciclando una per-niente-nuova antropologia (l'uomo "nuovo" direbbe Bertinotti - facendoci rabbrividire -). La stessa che, pur sapendo, proprio come oggi sappiamo dell'Iran, volle ignorare la rivolta di 50 anni fa esatti a Berlino Est contro il regime comunista della DDR, le lotte per la libertà in Ungheria nel '56 e a Praga nel '68, per fermarsi solo al nostro continente. Oggi Il Foglio ricorda come 25 anni fa la sinistra europea volle vedere nelle bombe nei cinema iraniani il carattere anti-capitalistico e anti-occidentale della rivoluzione contro lo Scià, contro il capitalismo, soprattutto nella sua espressione di imperialismo americano. Ebbene oggi vengono arrestati i dirigenti di un istituto demografico: avevano computato una stragrande maggioranza di iraniani favorevoli a riprendere i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. Il "grande diavolo" degli ayatollah è considerato dalla popolazione iraniana, invece, un esempio di libertà per i popoli, e questo nonostante 25 anni di indottrinamento religioso. Un tipo di libertà che però evidentemente dalle parti nostre piace sempre meno.
    Movimento degli studenti iraniani
    "Il momento delle opportunità per il liberalismo arabo"
    Stavolta, raramente accade, Capperi non è fazioso e ci segnala dal Middle East Media Research Institute qualcosa che ci fa bene leggere. Interessante ciò che scrive il giornalista Taufiq Abu Bakr in un articolo pubblicato sul quotidiano dell'Autorità nazionale palestinese Al-Ayyam: sostegno all'intervento straniero nei paesi in cui governano i regimi dittatoriali, e il cambiamento dall'interno non è possibile, e sfruttamento delle conseguenze della guerra in Iraq per rianimare il movimento liberale del mondo arabo. Titolo: "La tendenza liberale araba e il suo momento di opportunità". E scrive: «In molti decenni, i movimenti nazionalisti, socialisti e islamici non hanno portato alla democrazia, alla libertà o alla giustizia sociale nel mondo arabo»; «Il Movimento Liberale Arabo è stato seppellito quando era ancora nella culla»; «L'idea dell'intervento umanitario internazionale deve essere sviluppata»; «Abbiamo bisogno di un risveglio culturale nel mondo arabo». Leggi tutto (tradotto in italiano dal Memri).

    Altri articoli segnalati:
    "Sostenendo i suoi carnefici, molti arabi hanno peccato contro il popolo iracheno"
    "I Media arabi sono riusciti a ingannare la gente"
    Infine, il "Progetto di documentazione sull'antisemitismo arabo"
    Memri
    "Il paradosso del nazionalismo americano"
    «As befits a nation of immigrants, American nationalism is defined not by notions of ethnic superiority, but by a belief in the supremacy of U.S. democratic ideals. This disdain for Old World nationalism creates a dual paradox in the American psyche: First, although the United States is highly nationalistic, it doesn’t see itself as such. Second, despite this nationalistic fervor, U.S. policymakers generally fail to appreciate the power of nationalism abroad.»
    Interessante articolo di Minxin Pei su Foreign Policy sulle caratteristiche peculiari del nazionalismo Usa e sulle sue ripercussioni nei rapporti con il resto del mondo. E' basato su ideali democratici e istituzioni universali, non su criteri etinici, religiosi, linguistici o geografici, su un'adesione volontaristica e non indottrinata, sulle vittorie militari e i successi in pace, non sulle umiliazioni nazionali, su una memoria breve, ed è rivolto al futuro, non alle glorie passate. Leggi tutto
    Foreign Policy
    La "fantasia neoconservative"
    Avevano davvero ragione loro? La "fantasia neoconservative" si sta avverando? Robert Lane Greene crede di sì e spiega perché su The New Republic. «It's a neoconservative's fantasy. In the past 18 months, two of the world's vilest regimes, Saddam Hussein's and the Taliban, have fallen. Now the Islamic Republic in Iran is trembling, shaken by almost a week of anti-government protests. It's tempting to conclude that those who predicted toppling Saddam would start a wave of democratization across the Middle East will be proven right after all.» Leggi tutto
    The New Republic

    Tuesday, June 17, 2003

    Regime change in Iran?
    Editoriale di Michael Leeden: analisi delle manifestazioni contro il regime degli Ayatollah, critiche a Bush perché non si decide ad aiutare i rivoltosi. Leggi qui
    National Review

    Monday, June 16, 2003

    Effetti ritardati: L'Europa dice sì alla guerra preventiva
    «When these measures (including political dialogue and diplomatic pressure) have failed, coercive measures under Chapter VII of the U.N. Charter and international law (sanctions, selective or global, interceptions of shipments and, as appropriate, the use of force) could be envisioned.» Questa la parte di un documento approvato oggi dai ministri degli Esteri dell'Unione europea contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa.
    Dunque, osserva 1972, "dopo mesi di retorica anti-Usa sembra ci siano arrivati anche i buoni e giusti (per chi non lo sapesse sono gli europei - usiamo sembra perchè magari domani smentiscono tutto -). Cosa è successo? Nulla. In Europa si sono solo letti il combinato disposto degli articoli del Capitolo VII Carta Onu nel quale si prevede appunto la possibilità dell'intervento militare per far fronte alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. Vale a dire la difesa preventiva nell'epoca delle armi di distruzione di massa in mano a stati-canaglia o a gruppi terroristi".
    1972
    In Iran i ragazzi chiedono la libertà
    Dai sei giorni vanno avanti ormai le proteste degli studenti iraniani contro il regime degli Ayatollah, che risponde con una lenta repressione che non dia troppo nell'occhio dell'opinione pubblica. Su Bbc news i messaggi dall'Iran, con le richieste di aiuto a Bush e all'America ("Presidente Bush, aiutaci", s'intitola una mail).
    Dov'è il popolo della pace? Dove sono coloro i quali hanno a cuore i destini dei popoli oppressi? I quotidiani si stracceranno le vesti domani? O forse no, visto che le manifestazioni non sono antiamericane e l'Iran non è bombardato dagli aerei Usa? Chi aiuterà quei ragazzi nella loro lotta antifascista?
    Vengono fuori i primi indizi. Prima l'adesivo di RR sullo schienale. Poi, in direzione dell'impatto, sul ciglio della strada, fiaschette di grappa vuote e mozziconi di sigarette. Ci sarebbe anche un movente. Il commissario Bassettoni si è detto turbato dagli ultimi sviluppi delle indagini, ma, ha aggiunto, "è nostro dovere andare avanti per fare piena luce". I cronisti del Papersera ammettono sottovoce che ambienti della Procura parlano di primi avvisi di garanzia.

    Friday, June 13, 2003

    Ricorderò questo giorno. Una delle più cocenti delusioni della mia vita. Ma ora è tardi, è ora di fermarsi e riposare un po'.

    Thursday, June 12, 2003

    Speciale Enzo Tortora
    Qui i link all'inserto speciale su Enzo Tortora uscito sul quotidiano Il Foglio e allo speciale multimediale di RadioRadicale.it.
    Libertà di disinformazione
    Vi ricorderete il mercato di Baghdad colpito per errore dai bombardamenti Usa durante la guerra. Ebbene, lì vicino il regime iracheno aveva pensato bene di piazzare missili Scud, batterie missilistiche erano state collocate in zone residenziali (come gli alleati avevano più volte sostenuto nel corso del conflitto). Lindsey Hilsum, corrispondente di Channel 4, aveva visto, sapeva, era stata testimone diretta del fatto, ma aveva preferito tacere per timore di essere cacciata dal paese. Articolo del Guardian. "Quanti come lei?", si chiede giustamente 1972.
    1972

    Wednesday, June 11, 2003

    La fine della questione saccheggi al museo di Baghdad
    Articolo del Guardian. «"So, there's the picture: 100,000-plus priceless items looted either under the very noses of the Yanks, or by the Yanks themselves. And the only problem with it is that it's nonsense. It isn't true. It's made up. It's bollocks. Not all of it, of course. There was some looting and damage to a small number of galleries and storerooms, and that is grievous enough. But over the past six weeks it has gradually become clear that most of the objects which had been on display in the museum galleries were removed before the war. Some of the most valuable went into bank vaults, where they were discovered last week. Eight thousand more have been found in 179 boxes hidden "in a secret vault". And several of the larger and most remarked items seem to have been spirited away long before the Americans arrived in Baghdad. George is now quoted as saying that that items lost could represent "a small percentage" of the collection and blamed shoddy reporting for the exaggeration. "There was a mistake," he said. "Someone asked us what is the number of pieces in the whole collection. We said over 170,000, and they took that as the number lost. Reporters came in and saw empty shelves and reached the conclusion that all was gone. But before the war we evacuated all of the small pieces and emptied the showcases except for fragile or heavy material that was difficult to move."
    CONCLUSIONE:
    Furious, I conclude two things from all this. The first is the credulousness of many western academics and others who cannot conceive that a plausible and intelligent fellow-professional might have been an apparatchiks of a fascist regime and a propagandist for his own past. The second is that - these days - you cannot say anything too bad about the Yanks and not be believed». Leggi tutto
    Camillo

    Tuesday, June 10, 2003

    Ancora lutto e sgomento in redazione. Rino nei ricordi della redazione e dei forumisti di Radicali.it
    Ora si sa. Al museo di Baghdad è tutto a posto, o quasi
    La Cnn, confermando voci e mezze notizie che in queste settimane avevano già ridimensionato il saccheggio delle antichità al museo, ha ribadito che il tesoro scomparso è stato ritrovato in buone condizioni. Le notizie sui saccheggi erano esagerate, anzi alcune inventate. Si era parlato di 170 mila pezzi mancanti, ma in realtà sono tremila quelli che mancano e in stragrande maggioranza non sono oggetti di valore. Il vero bottino dei saccheggiatori è, dunque, di soli 47 pezzi, anzi forse di soli 33. "Le notizie dei saccheggi al Museo erano esagerate", ammette il WP. I pezzi, che si era pensato fossero stati rubati con il benestare degli invasori yankee, non erano più in mostra dal 1980, erano stati infrattati dagli uomini del regime, in certi palazzi di Saddam erano stati trovati tesori archeologici straordinari, parte dei pezzi erano stati restituiti, parte messi in salvo altrove, parte non erano davvero lì. Ma ora sono tornati a disposizione degli iracheni e addirittura il museo riapre - con la collezione completa - a fine mese.
    Brutta botta per chi aveva strumentalizzato quei saccheggi per farne propaganda antiamericana: i media e i blog di sinistra e contrari alla guerra hanno riferito con malcelato piacere del fatto che gli americani non erano stati in grado - né voluto - di proteggere i tesori archeologici del museo dai saccheggiatori, come se proprio questo dovesse mettere in discussione la scelta della guerra e la fine di una tirannia sanguinaria, comprovare il comportamento da invasori degli Usa e la distruzione, da parte loro, di una civiltà.
    Ecco il commento di Camillo: «Erano tutte balle, dunque, come Camillo ha scritto più volte. Non c'è stato alcun saccheggio. Bene. I giornali americani, che sono seri, ieri hanno scritto subito, già nelle prime righe, che i reportage sui saccheggi delle settimane scorse erano esagerati e sballati, e che i pezzi del museo sono stati ritrovati in perfette condizioni. E la nostra Repubblica, invece, che fa? Titolo di prima pagina: "Ritrovato il tesoro degli Assiri". Degli Assiri? Ehi, republicones, quali assiri? Quello è il tesoro che avete detto per un mese essere stato rubato grazie all'ignavia degli americani dopo la liberazione di Baghdad. E' quello. Il medesimo. The same. Niente. In prima pagina Repubblica non ne fa cenno, sembra un altro tesoro. Non quello del museo, ma quello appunto degli Assiri. Vediamo dentro, a pagina 11. Titolo: "Ritrovato il tesoro di Nimrud era nella banca di Saddam". Niente, non ce la fanno. Non riescono a correggersi nemmeno quando non è soltanto colpa loro. Gli altri lo fanno, loro no. Avevano scritto una stronzata, guai ad ammetterlo. Non riescono a titolare: "Non c'è stato nessun saccheggio". Guai. Avrebbero messo in buona luce il cowboy texano. Meglio: "Ritrovato il tesoro degli Assiri". Neutro e sembra un'altra notizia. Così non si cancella l'onta del saccheggio fatto con il beneplacito degli yankee. E ora occhio, americani invasori, a non farvi rubare sotto il naso anche quest'altro tesoro. Vedete? Non è Lupis il problema. Il problema è Rep».
    Ladro di bagagli in aeroporto? Don't worry, il sindacato ti difende
    Gianni Pardo su Capperi (in "Mollichine") scrive: «Un anno fa i furti sui bagagli alla Malpensa. Ora si annuncia il licenziamento dei ladri e il sindacato s'oppone. "Sono operai che guadagnano mille euro al mese, sono costretti al furto", sostengono». Sembra un'esagerazione di chi scrive, ma non lo è. Come si può leggere qui. Walter Mancini del coordinamento nazionale del Sulta (Sindacato nazionale unitario trasporto aereo): innanzitutto chiariamo, afferma Mancini, che i furti che avvengono negli aeroporti italiani non sono più numerosi che in altre parti del mondo. Non esiste un caso Italia. "Se avvengono è perché la gente ha fame e infatti si moltiplicano i casi in Africa e Sud America. E poi bisogna anche valutare: stiamo parlando di operai che fanno turni stressanti, in zone rumorose per 1000 euro al mese se sono neo-assunti. Noi condanniamo il furto, ma non dobbiamo dimenticare che si parla di soggetti deboli e che sospendendoli dal lavoro si toglie l'unica fonte di reddito per le loro famiglie".
    buroggu
    Cannibalismo in Corea del Nord: si mangiano i bambini
    Sembra rivivere la leggenda secondo cui i comunisti mangiano i bambini. In effetti non esattamente i comunisti, ma li mangiano i disperati nordcoreani costretti alla miseria senza via d'uscita e oppressi dal regime comunista. L'ennesima carestia ha portato i nord coreani al cannibalismo, perché non hanno di cui sfamarsi. Si parla di bambini morti dissotterrati, o direttamente rapiti e uccisi e poi venduti al mercato come carne "speciale", nonostante la pena di morte che il regime ha stabilito per questo tipo di reato. Alcuni ristoratori nel cui locale sono stati trovati resti umani sono stati giustiziati. Ma, come dice qui Glenn Raynolds, il giornalista che parla di questo fenomeno come di "una conseguenza dell'ennesimo misero raccolto e di grossi tagli agli aiuti alimentari internazionali", è molto educato, perché le sue parole vanno corrette in "una conseguenza di anni di comunismo". Raynolds osserva inoltre che prima o poi anche alla Corea del Sud verrà presentato il conto di quanto non sta facendo per fermare il massacro di un popolo da parte del suo leader. Come scriveva Enrico Madama il gennaio scorso: «[...] sia la Corea del Sud, sia il Giappone non si augurano il tracollo dell'ingombrante vicino. Men che meno un catastrofico conflitto. Quanto costerebbe economicamente, ma anche in termini di integrazione sociale, culturale e politica, ai "fratelli separati" della democratica, avanzata e benestante Corea del Sud una riunificazione tipo quella attuata da Kohl con la Germania Est, a fronte di un Nord ridotto a landa desolata, occupata come all'epoca del feudalesimo da una cricca militare e da milioni di servi della gleba? Per questo i sudcoreani il mese scorso hanno scelto come nuovo presidente il liberale Roh Moo Hyun, che ha condotto la campagna elettorale sostenendo il continuo impegno di dialogo con il Nord, escludendo vigorosamente il ricorso a sanzioni economiche per costringere il Nord a rispettare gli impegni internazionali». (Pyonyang chiede il pizzo Nucleare, Tempi n.3, 16.01.2003)
    buroggu

    Monday, June 09, 2003

    Lezioni
    Su Il Foglio il testo di un intervento del 29 maggio 2003 di Dan Segre all'Università Luiss di Roma. Titolo: "Il secondo conflitto iracheno: Guerra illegale o guerra epocale?". Cosa ha reso questo conflitto epocale, e perché non è stato compreso, gli effetti sul Medio Oriente e sul nuovo ordine mondiale. Davvero muy interessante, credetemi. Leggi qui
    Il Foglio
    Eliminata l'arma di distruzione di massa Saddam
    «Di ritorno dall’Iraq. Il dottore ha una faccia vagamente familiare, di quelle viste per anni in tv del mondo a mostrare gli orrori delle sanzioni, l’Occidente assassino, i bambini morti perché non c’erano le medicine per curarli, non c’era cibo per nutrirli. Il dottor Hussein Shihbab, primario dell’ospedale pediatrico Ibn Al Baladi di Baghdad, oggi può dire la verità, che "l’assassino era lui, solo lui, Sadam Hussein, i bambini morti ce li faceva tenere per settimane in frigorifero per mostrarli alle telecamere, ed erano sempre gli stessi a fare il giro del funerale con la bara aperta, erano parate di propaganda, si rende conto; i parenti disperati volevano portarseli via, qui la religione dice che un morto deve essere subito onorato e sepolto, ma lui niente, mandava la polizia a prenderli se protestavano". Se invece si comportavano bene, e strillavano ogni volta, anche dopo un mese, come se il bambino fosse appena morto, se strillavano lo hanno ucciso le sanzioni dell’Onu, lo hanno ucciso gli americani, qualche premio ci scappava».
    «Questo, conclude, dev’essere l’unico caso al mondo in cui un paese non stato distrutto dalla guerra, era già distrutto prima. Eppure, il dottor Shihbab non si dà pace, era così evidente che trattava di messinscena, a volte le famiglie sfidavano la paura e protestavano, possibile che nessuno degli stranieri abbia mai capito?». Leggi tutto
    MGM
    La stampa araba sugli orrori di Saddam
    Memri
    «Un tentativo di ragionare seriamente con dieci domande (e relative possibili risposte) sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Peraltro la migliore delle risposte ci sembra questa»
    1972
    Argomenti antifascisti per combattere da sinistra la guerra al totalitarismo islamico
    Christopher Hitchens, giornalista di sinistra, ha argomenti validi per sostenere, da antifascista, che questa al terrorismo islamico è un'altra tappa della guerra ai totalitarismi del Novecento.
    Camillo
    Ciao Rino
    Sabato sera è morto il direttore del sito al quale lavoro, radioradicale.it. Era un ragazzo come noi Rino Spampanato, aveva solo 33 anni. Noi della redazione abbiamo partecipato sgomenti e addolorati ai funerali, che però sono stati quasi un suo dono per aiutarci a capirlo meglio e per dimostrarci quanta strada nella sua vita avesse percorso partendo dal suo piccolo e umile paese campano, Cimitile. Ci aveva scelti per il progetto a cui forse teneva di più. Ricordiamo le tante discussioni di un periodo difficile al sito, la sua dedizione assoluta, ossessiva, la dignità delle sue radici e di una vita al massimo. Qui i ricordi sul sito
    Mi sembra ancora tutto incredibile.

    Saturday, June 07, 2003

    'Sulle punte'
    Prendi una fresca serata d'estate, prendi un praticello morbido tra le aule della Facoltà, prendi ventenni more e bionde sulle punte, prendi un dj dalle mani vibranti, prendi dell'erba, una rollata e via... sei già lì.

    Friday, June 06, 2003

    Lezioni di vario Giornalismo
    1) Le dimissioni del direttore e del vicedirettore del New York Times. «Storie dell'altro mondo: il cronista imbroglia, i direttori lo coprono, ma poi si dimettono». Leggi
    Il Foglio
    Il commento di Gianni Riotta: «"Non importa chi arriva primo a una notizia, importa chi la racconta meglio", predicava Edward Murrow, padre del giornalismo del Novecento. Viviamo anni rivoluzionari, non serve il doping per narrarli. Conta più credere nei lettori e nelle loro libere opinioni. Il mitico New York Times riparte da questa umile, irriducibile, lezione».
    Corriere della Sera
    2) Wolfowitz e l'intervista a Vanity Fair "travisata". New Republic, settimanale strepitoso e di sinistra, spiega com'è andata la cosa. Da parte sua il Guardian, incappato nell'errore, ha pubblicato una correzione. «La Repubblica è l'unico giornale al mondo che ha dato la notizia sbagliata, e quando si è avuta la certezza di come fossero andate le cose, anziché rettificare ha ripetuto con un altro articolo la versione già smentita».
    Camillo
    3) Da noi accade di peggio. Il caso Marco Lupis, segnalato da Il Foglio, insabbiato da la Repubblica. Maria Rita Masci invia una lettera (mai pubblicata) al direttore Ezio Mauro: Lupis recensisce un libro che non esiste, prendendo i contenuti in prestito da un libro di cui la Masci è curatrice, e che ovviamente non viene citato. C'è di più. Christian Rocca giorni fa ricostruì un'altra bufala di Lupis per la Repubblica. Nel suo articolo dal "supercarcere" cinese dove sono detenuti due militanti di Falun Gong, gli unici sopravvissuti di un gruppo che si è dato fuoco sulla piazza Tien-An-Men il 23 gennaio 2001 sbagliò: «a) il nome della città; b) il tipo di luogo visitato; c) il nome di uno dei due cosiddetti prigionieri; d) il sesso dell'altro. Non solo. I due "prigionieri" non sono prigionieri, in carcere sono andate altre due persone, gli organizzatori del suicidio collettivo, e peraltro non nel luogo visitato da Lupis. (Lupis lo ammette, ma dice di non aver avuto spazio per scriverlo)». Qui tutta la ricostruzione. Qui parla la giornalista olandese cui Lupis ha rubato il servizio. Ma il dir. se ne strafotte, nessuna rettifica, non pubblica le lettere d'accusa.
    Camillo
    4) Non solo. La Repubblica, come altri grandi giornali, ha censurato lo 'sgubb' de Il Foglio sul caso Sme. In un'intervista autobiografica di Carlo De Benedetti a Federico Rampini (Editore Longanesi, 1999), l'editore di la Repubblica (già, proprio l'editore) conferma parola per parola la tanto vituperata ricostruzione di Silvio Berlusconi resa in Tribunale. Alla faccia della libertà di stampa, scioperano pure!
    Papa faccia di yoda
    by JimMomo ©

    Thursday, June 05, 2003

    Non solo Iraq/2. la storia dimenticata - da tutti - del Congo
    «Dopo i massacri l'Europa sbarcherà in armi in Congo», è il titolo di un articolo di oggi su Il Foglio. Ripercorre gli ultimi anni di stragi e indica le responsabilità di quanti si sono voltati dall'altra parte. Solo ieri è stata approvata una forza multinazionale di pacificazione. Leggi l'articolo. Sempre della serie 'l'Onu non conta un fico secco/2', ma ciascuno dei 5 membri del Consiglio di Sicurezza porta individualmente la tragica responsabilità dell'inazione, dell'indifferenza, del dis(interesse), dell'omissione di soccorso. Né si è vista nessuna marcia pacifista per i milioni, ripeto MILIONI di morti causati dal conflitto. Eppure, se fossero intervenuti gli americani si sarebbero mossi, statene certi, a difendere le miniere congolesi dal rapace imperialismo Usa. Né stampa e tv, almeno qui in Italia, hanno mostrato le terrificanti immagini che a volte tanto piacciono, o speso troppe parole. Ma si sa, l'informazione qui da noi... In tutti i modi ci viene detto che non si trovano ancora le armi di distruzione di massa in Iraq, in tutte le salse antiamericane ci viene raccontato il dopo-Saddam, ma ZERO sulle decine di fosse comuni trovate (l'ultima con i resti di 200 curdi, solo bambini). Ma di disinformazione e mistificazione sull'Iraq parlerò un'altra volta, qui era 'non solo Iraq'.
    Dopo la marijuana, lo 'Strega' libero
    «Niente staminali o marijuana, la prossima battaglia dei Radicali è per la liberalizzazione dello Strega. Dei dodici romanzi in lista per la cinquina finale, con Melania Mazzucco data per favorita, i Radicali sostengono di poter diffondere copie - su floppy o via internet - ad un prezzo pari al 5% di quello di copertina: vale a dire al prezzo che garantisce il rispetto del diritto d'autore, cui promettono di girare l'incasso delle eventuali vendite».
    il Riformista
    Spiega Paolo Pietrosanti (Radicali italiani): «Oggi il motivo per cui un cieco come noi non può leggere, non risiede nel fatto che non ci vede, ma solo nel fatto che nell'acquisto di un testo non sia consentito scegliere il formato più adatto». Qui l'audiovideo della Conferenza stampa
    RadicoRadicale.it
    Le figuracce di Serventi Longhi e del suo sindacato fascista
    L'imbarazzo dopo l''al lupo al lupo!' per il Corriere. Sempre più soli.
    il Riformista
    Non solo Iraq/1. I mille tentacoli della Cina
    E l'Onu continua non contare un fico secco/1
    il Riformista

    Wednesday, June 04, 2003

    Italianieuropei e New Labour. Il futuro della sinistra (Quelo direbbe "Quando state andando?")
    Il convegno "Dopo la guerra, la sinistra tra nord e sud - la sfida dell'interdipendenza", organizzato dalla fondazione Italianieuropei. Per il sito è andato Michele. «Le prospettive della sinistra internazionale dopo la guerra in Iraq e il confronto tra le politiche neocons e new labour. Ne discutono D'Alema, Peter Mandelson e Tarso Genro, mentre Strauss-Khan chiede di includere nell'Ue anche i paesi che si affacciano al Mediterraneo da sud». (Il servizio).
    Interessanti questi New Labour, con la loro «progressive governance» (c'entrasse anche il dalemiano "governare la globalizzazione"?): idee neocons da sinistra e per la sinistra.
    RadioRadicale.it
    ragazzo ferma carroCina. 14 anni fa a piazza Tienanmen
    14 anni fa la brutale repressione della dittatura cinese contro gli studenti che dimostravano per la democrazia in piazza Tienanmen: centinaia di morti sotto i colpi dell'esercito. Ma è vietato ricordare. Qui lo speciale
    RadioRadicale.it
    A sinistra con l'Alitalia
    Michele Magno, della direzione Ds, al direttore de Il Foglio: «Silvio Berlusconi ha invitato i lavoratori italiani a scioperare di meno. Le hostess e gli steward di Alitalia sembra che lo abbiano ascoltato. Infatti si astengono dal lavoro ammalandosi. Il diritto di sciopero viene surrogato dal diritto all'emicrania. Il picchetto viene sostituito dal certificato medico. Ho militato per quasi trent'anni nella Cgil. Lama e Trentin mi hanno insegnato che la trasparenza nelle forme di lotta è irrinunciabile per un sindacato dei diritti, di quelli dei dipendenti come di quelli degli utenti dei servizi pubblici. La protesta che in questi giorni sta squassando la compagnia di bandiera rappresenta una inaccettabile regressione, anche culturale, del conflitto sociale nel nostro paese. Mi dispiace, ma questa volta sono dalla parte dell’amministratore delegato di Alitalia Francesco Mengozzi, che ha definito incomprensibile, ingiustificabile e incivile l’epidemia che ha colpito gli assistenti di volo. I sindacati confederali dei trasporti, che hanno giocato spesso un ruolo di punta nella storia nazionale delle relazioni industriali, non possono diventare complici di un'operazione smaccatamente corporativa. Un'operazione che non aiuta certamente la ricerca di soluzioni credibili per il risanamento e il rilancio di un settore vitale della nostra economia.»
    Il Cambio della guardia al Corriere. Liberare l'informazione dai Cdr
    Ferruccio De Bortoli saluta la redazione: "La decisione di lasciare la direzione è stata una scelta esclusivamente personale", che rende "strumentali ed eccessive" le interpretazioni politiche: "Ripeto: la scelta è stata soltanto mia" e niente ha a che fare con pressioni del mondo politico o di quello economico, pressioni che, dice, esistono, esistono ora come sono sempre esistite, con questo governo e con quelli che l'hanno preceduto, ma che non hanno nulla a che vedere con la decisione. La designazione di Stefano Folli al suo posto è una scelta di continuità. Dice di "non condividere" gli scioperi proclamati La notizia
    RadioRadicale.it
    "Il documento minatorio dei corrieristi"
    Si chiude la farsa. Il Cdr del Corriere aveva pubblicato giovedì 29 un comunicato delirante, che tradisce una visione 'sovi(etica)' nel senso letterale del termine della professione e che si rifà allo sciagurato patto Ottone-Fienghi-Crespi del '73, in piena epoca bierre. Per loro l'indipendenza è privilegiare temi ("difesa attiva delle istituzioni costituzionali"; "particolare impegno su ambiente, questioni sociali, culturali e civili"), promuovere soluzioni ("più moderne, avanzate, idonee a promuovere il progresso verso una società più giusta ed equilibrata" - quali lo decidono loro per tutti???), e "il commento deve essere coerente con i principi precedenti". Il tutto poi sotto tutela della magistratura. Bella indipendenza! Leggi qui
    Il Foglio
    La libertà e l'indipendenza dell'informazione sono invece minacciate da queste tesi e quotidianamente calpestate da chi le mette in pratica. Questi stalinisti chiedono che "l'indipendenza del giornale sia messa al riparo una volta per tutte da qualsiasi interesse (presente o futuro, da qualunque parte provenga) estraneo a quello del libero giornalismo", affermano che è un "obbligo civile", ma anche un "dovere giuridico" realizzare questo piano deontologico, "separare gli interessi non editoriali degli azionisti da quelli dell'informazione in ogni momento della vita del Corriere".
    Ma la società in cui questi signori vivono e lavorano per fortuna vuole essere diversa da quella che sognano. Questa che ci siamo scelti dovrebbe essere una società aperta, pluralista, liberale in cui ogni tipo di interesse (politico o economico o di altro tipo) ha piena legittimità di esprimersi, in competizione, o in conflitto con gli altri (o forse l'Unità e Liberazione non tutelano - sacrosanto! - gli interessi dei propri editori??? Fassino ha ripreso e riallineato l'Unità che titolava "Si sono presi anche il Corriere". Bertinotti ha ripreso Liberazione: "Su Folli Curzi ha sbagliato"). Ecco perché gli editori, le proprietà delle testate, hanno pieno diritto di avere interessi e di tutelarli, di cambiare linea politica, di sostituire i direttori, in modo trasparente, ma senza chiedere il permesso a nessuno, né a poteri statali, né a fasci corporativi. La storia ci ha insegnato inoltre che la pretesa della pura obiettività, della verità del racconto giornalistico e il mito del commento separato dai fatti sono utopie sotto le quali si nascondono inganni e in nome delle quali si pratica la propaganda ideologica.
    Leggi anche:
    Le ipocrisie sul Corriere e l'imbarazzante patto del '73
    Enrico Mentana
    Il Corriere che vorremmo
    Giuliano Ferrara
    Fantasmi al Corriere
    «Storici, stampisti, corrieristi e giornalisti dell'Unità dicono che il patto Ottone-Fiengo è da abrogare»
    Il Foglio

    Tuesday, June 03, 2003

    Frammenti di verità sull'Iraq. Rai-set e Cor-rep. tacciono, anzi mistificano.
    Primo. Wolfowitz non ha detto esattamente che il pericolo delle armi di distruzione di massa è stata una bugia inventata dagli Usa per giustificare la guerra. Poi chi vuole strumentalizzare, si accomodi. «La trascrizione integrale della telefonata tra il giornalista di Vanity Fair e Wolfowitz. (Molto lunga, è verso la fine) Qui una traduzione volante del passaggio incriminato: "La verità è che per ragioni che hanno molto da fare con i funzionari del governo americano abbiamo stabilito un punto sul quale tutti potessero essere d'accordo, ed era la questione delle armi di distruzione di massa come questione centrale, ma c'erano sempre tre fondamentali preoccupazioni. Una è quella delle armi di distruzione di massa, la seconda è il sostegno al terrorismo, la terza il modo criminale con cui veniva trattato il popolo iracheno. Per la verità credo che si possa dire che ce n'è anche una quarta di straordinaria importanza che è la connessione tra le prime due?".
    "Il collegamento al terrorismo è l'argomento sul quale c'era il maggior dissenso tra la burocrazia, nonostante credo che tutti concordino con il fatto che abbiamo ucciso un centinaio di membri di Al Qaida nel nord Iraq e che a Baghdad abbiamo arrestato quell'uomo di Al Qaida che era collegato con quel Zarqawi di cui Powell ha paralto nel suo discorso alle Nazioni Unite". Ne parla anche il Washington Post. E la Cnn. Repubblica continua a raccontare altro». Evvabbè.
    Camillo

    Secondo. Anche per questo ormai Russia e Francia hanno ceduto e accettato la revoca delle sanzioni all'Iraq e la fine di 'Oil for food'. Della serie 'No cara Onu, così non va'. Oil for food = tangenti per Saddam
    Mauro Suttora

    Terzo. Primi passi del nuovo Iraq. Non è più quello di una volta, le cose migliorano solo lentamente, ma ci sono speranze, anzi di più, progetti. Ma i catastrofisti a mezzo stampa e tv continuano ancora a tracciare uno scenario apocalittico e incontrollabile che non si riscontra nella realtà, e lo fanno solo per non ferire il loro orgoglio professionale ammettendo davanti al proprio pubblico che sì, le loro previsioni funeste erano errate, non si sono realizzate. Ops. Tutto è andato esattamente come gli amerikani avevano previsto. E visto che ci siete, diteci una volta per tutte come è finita la guerra, chi ha vinto (il mondo libero) e chi ha perso (Saddam).
    MGM
    L'incomprensibile guerra europea all'agricoltura biotecnologica
    Robert B. Zoellick, Wall Street Journal, in favore degli Ogm, invoca un cambio di rotta della politica dell'Ue.
    «La scorsa settimana, gli Stati Uniti insieme all'Argentina, al Canada e all'Egitto e con l'appoggio di altri nove paesi, hanno chiesto all'Unione europea di sospendere la moratoria sull'approvazione di prodotti agricoli derivanti dalla biotecnologia, in conformità alle regole dell'Organizzazione mondiale per il commercio. Il mondo è alla soglia di una rivoluzione agricola. La biotecnologia può rendere i raccolti più resistenti alle malattie, ai pesticidi e alla siccità; inoltre, aumentando i raccolti, accresce la produttività degli agricoltori e abbassa i costi dei prodotti alimentari per i consumatori. Vi sono vantaggi anche per l'ambiente, poiché consente di ridurre l'uso dei pesticidi e previene l'erosione del suolo. Le nuove colture offrono promesse ancora maggiori: cibo arricchito di sostanze nutritive che potrebbero aiutare a combattere le malattie e salvare, ad esempio, la vista dei cinquecentomila bambini che ogni anno diventano ciechi per mancanza di vitamina A. Nelle aree in cui il cibo scarseggia e il clima è rigido, incrementare la produttività agricola potrebbe significare, per milioni di persone, la differenza tra la vita e la morte, tra la salute e la malattia».
    «La stragrande maggioranza della ricerca scientifica dimostra che il cibo biotecnologico è sano e sicuro (conclusione questa, a cui la stessa Direzione generale per la ricerca dell’Unione europea era giunta già due anni fa). Le accademie francesi della Scienza e della Medicina concordano con questi risultati, così come i loro omologhi brasiliani, cinesi, indiani, messicani e britannici. Inoltre, uno scienziato americano, il professor C. S. Prakash dell'Università Tuskegee mi ha mostrato una dichiarazione firmata da più di tremiladuecento scienziati provenienti da tutto il mondo, inclusi venti premi Nobel, a sostegno dell'agricoltura biotecnologica».
    «La questione legale inerente alle biotecnologie è chiara, le prove scientifiche schiaccianti e la necessità per un intervento umanitario è impellente». Leggi tutto
    Il Foglio
    Universal democracy?
    Grazie a 1972 che ci segnala questo studio di Policy Review sulla democrazia come valore "universale". Leggi qui
    E la riflessione di Adriano Sofri: «Molti forse pensano - come certi etnologi relativisti che non sono ancora tornati a casa, come i leader cinesi, come i capi tribali patriarcali, come i fedeli della sharia - che la democrazia sia il pregio o il tic di un pezzetto di mondo, e sia fuori posto e disadatta a tanta altra parte del globo. Non riesco a capacitarmene, e mi spaventa».
    1972
    Le miserie di un mondo no global
    Gianni Riotta pensa giustamente che il problema della globalizzazione è che ce n'è troppo poca: se «'I Grandi' non riescono a prendere alcuna decisione, dalla loro impasse scaturisce male, non bene, per i poveri. La famigerata globalizzazione, che i cortei insultano lungo i bonari boulevard svizzeri, s'è fermata, e a farne le spese sono proprio i paria del pianeta. Deflazione, guerra in Iraq, gerontoeconomia in Germania e Giappone, Sars e dollaro anemico non diffondono i commerci e gli scambi di quello che Luttwak chiamava il 'turbocapitalismo': li frenano. Il dialogo all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il 'round Doha', per tagliare le tariffe va in panne e c'è pessimismo per il prossimo incontro a Cancun, in Messico, a settembre. Gli europei combattono contro i cibi genetici, gli americani per il loro acciaio e tutti gli occidentali in difesa dei sussidi all'agricoltura, muro dorato di 300 miliardi di dollari l'anno che isola i poveri, battuti dalla concorrenza sleale a banane, riso, zucchero»
    «Circolano meno merci, la globalizzazione è in quarantena, anche se non lo leggerete sui pamphlet di denuncia tanto in voga, dove la verità cede il passo alla propaganda».
    Ma «Lula ha compreso quel che i ragazzi dei cortei farebbero bene a comprendere, a loro volta, in fretta: la fine della globalizzazione non creerà la stagione del latte e del miele, ma nuova miseria e chiede la fine "dei sussidi dei Paesi ricchi, protezionismo nascosto che ci deruba del frutto del nostro lavoro". Se il mondo torna a isolarsi, per guerre e crisi economica, non sarà più giusto ed equo, ma più tetro e affamato». Con lui anche il presidente messicano Vicente Fox che chiede «un'alleanza per la prosperità», il segretario dell'Onu Kofi Annan che invoca «maggiore accesso dei Paesi arretrati ai mercati globali» e il leader cinese Hu Jintao, che auspica «un ordine economico globale equilibrato e razionale». «Le superpotenze saranno credibili con i poveri solo quando apriranno i propri mercati», riconosce il quotidiano francese Le Monde.
    «Da Evian esce l'immagine di un pianeta frenato e spaventato, dove i rischi non vengono più dal 'turbocapitalismo', ma dal 'nanocapitalismo', i leader, paralizzati dalle difficoltà, si chiudono in se stessi, gli scambi scemano, la cooperazione langue, 700 milioni di giovani dovranno scegliere tra salario e rivolta. E guerra e terrorismo minacciano di rivelarsi l'unico dialogo globale». Leggi tutto
    Corriere della Sera
    Grazie Pluto!
    Ti sei fatto onore, hai conquistato i nostri cuori. Qui sarà sempre casa tua.