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Sunday, September 24, 2006

Libertà dell'errore e relativismo

Malvino riporta alla luce una fondamentale pagina di Gaetano Salvemini (Il Mondo, 22 marzo 1952):

«Si legge sull'Osservatore Romano un articolo intitolato Per la libertà dall'errore. Badiamo bene: non libertà dell'errore, ma libertà dall'errore. La libertà dell'errore, per chi non è totalitario, è un diritto fondamentale dell'uomo e del cittadino. Libertà, badiamo bene giuridica, non libertà intellettuale. Intellettualmente nessuno ha il diritto di proclamare la libertà dell'errore: sarebbe come se dicesse che intende liberarsi dalla ragione, che non gli importa quel che è e quel che non è verità; che si sente libero di cambiare opinione ogni volta che vi trovi un profitto, distinguendo non fra verità ed errore, ma fra il proprio utile e il proprio danno. Ma chi si riconosce intellettualmente tenuto a rifiutare la libertà dell'errore, non passa con questo ad affermare il proprio diritto giuridico a violare negli altri la libertà dell'errore. Solo chi pretende di tenere chiusa la ispirazione divina in un taschino del panciotto, può pretendere di obbligare i propri simili a liberarsi dall'errore secondo la ricetta a lui rivelata da un Dio che non erra mai. La certezza dell'infallibilità produce l'intolleranza giuridica. La modestia produce il rispetto delle opinioni altrui, cioè dell'errore altrui, cioè non la libertà dall'errore, ma la libertà dell'errore. L'Osservatore Romano, beato lui, ha la certezza della infallibilità. Perciò non ammette la libertà dell'errore, ma la libertà dall'errore. Ammette la sola libertà dall'errore; negando la libertà dell'errore, distrugge la libertà».

Questo passaggio è essenziale per comprendere la differenza tra la critica liberale, diciamo popperiana, al relativismo e, invece, una critica illiberale ad esso, che è divenuta nuovo vezzo fintamente anti-conformista attraverso il verbo di Papa Ratzinger e l'eco di Marcello Pera.

Il «relativismo», inteso popperianamente, è nemico del liberalismo, mentre nella concezione ratzingeriana e periana conincide con «il pluralismo delle convinzioni e degli stili morali», ciò che Popper chiamava «pluralismo critico».

Popper descrive il relativismo come «una filosofia che porta alla tesi che tutte le tesi sono intellettualmente più o meno difendibili. Tutto è accettabile! Cosí il relativismo porta all'anarchia, alla mancanza di leggi, e al dominio della violenza...

A questo punto mi piacerebbe confrontare il relativismo con una posizione che è quasi sempre confusa col relativismo, ma che invece è totalmente differente da esso. Io ho spesso descritto questa posizione come pluralismo, ma ciò ha semplicemente portato a questi fraintendimenti. Pertanto lo caratterizzerò qui come pluralismo critico. Il piú confuso relativismo, che sorge da una scadente forma di tolleranza [il tollerante che per dimostrarsi tale tollera anche l'intollerante], porta al dominio della violenza, il pluralismo critico può contribuire a tenere la violenza sotto controllo.

Allo scopo di distinguere il relativismo dal pluralismo critico, l'idea di verità è di cruciale importanza. Il relativismo è la posizione che tutto può essere affermato, o praticamente tutto. Tutto è vero, o niente è vero. Pertanto la verità è un concetto senza significato. Il pluralismo critico è la posizione che, nell'interesse della ricerca della verità, per tutte le teorie, le migliori in particolare, dovrebbe essere favorita la competizione con tutte le altre teorie. Questa competizione consiste nella discussione razionale delle teorie e nell'eliminazione critica. La discussione dovrebbe essere razionale – e ciò significa che dovrebbe avere a che fare con la verità delle teorie in competizione: la teoria che sembra avvicinarsi di più nel corso della discussione critica è la migliore; e la teoria migliore rimpiazza la teoria più debole».
(K. R. Popper, Toleration and intellectual responsability)

Va da sé che quel tipo di verità cui si arriva attraverso discussione razionale è una verità relativa - sia perché incompleta, sia perché valida per un tempo limitato - cui non si addice una protezione legislativa. Il diritto, la legge, la politica, devono permettere la libera competizione tra le teorie, non mettere un punto.

4 comments:

nullo said...

come va da se? popper sta dicendo il contrario! il fatto che una teoria sia, potenzialmente, falsificabile, non significa che quella teoria e', adesso, relativamente vera. avendo ucciso le altre teorie essa e', per il momento, fit per essere imbracciata dal legislatore.

ma lasciamo perde popper; invece quella citazione di salvemini e' molto interessante: secondo me c'e' dentro anche una critica al liberalismo: nel senso che quell'obbligo intellettuale di stare lontani dall'errore, quando passiamo nella sfera moral-etico-politica non scompare: anche li abbiamo l'obbligo di star lontani dall'errore morale-politico-etico. e quella e' una limitazione, sacrosanta, della nostra liberta'.

JimMomo said...

Certo, star lontani dall'errore è un obbligo intellettuale, ma non può essere obbligo giuridico, perché significherebbe uno stato etico e un'ideologia utopistica che si pongono l'obiettivo di bandire l'errore dall'umanità.

Così per le teorie. Esse tendono alla verità, ma sono falsificabili, cioè devono poter essere uccise a loro volta. La protezione del legislatore turba la libera competizione tra di esse.

Anonymous said...

Più che "una critica al liberalismo" parrebbe "una critica all'anarchia". Il punto che è un criterio di utilità non deve necessariamente discendere dal trascendente.
"Libertà, badiamo bene giuridica, non libertà intellettuale", scrive Salvemini. Anche l'anarchia distrugge "la" libertà: liberalismo non significa assenza di regole. Il punto è: queste regole ce le dà "chi pretende di tenere chiusa la ispirazione divina in un taschino del panciotto"? O la conta democratica?
[Malvino]

JimMomo said...

La conta democratica, indubbiamente, perché statisticamente più efficiente nel rispondere alle esigenze della comunità di votanti.