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Wednesday, September 27, 2006

In realtà, la questione è molto semplice

«L'idea di libera scelta è fragilissima, ambigua e oscillante, soggetta a mille interpretazioni».
Eugenia Roccella (il Giornale, 23 settembre)

Ecco, con una frase così, la discussione diventa più semplice, e più onesta. E' la conferma che tutto si gioca sul diritto all'autodeterminazione, su quella domanda la cui risposta da secoli divide i liberali da tutti gli altri: «Decidere della propria vita è o no un diritto?»

Occorre, in ogni sede e momento di dibattito, anche su temi complessi come la bioetica e l'eutanasia, ricondurre tutto a questa in realtà molto semplice opzione: concittadini, la scelta è tra l'affidarsi alle soluzioni di chi a quella domanda ha sempre risposto, e risponde ancora oggi "Sì" e tra chi, invece, oggi come ieri, e come nei secoli scorsi, risponde "No".

Smascherando una certa retorica della sacralità della vita, per la quale a essere sacra è una vita ridotta a mera astrazione, la pericolosa utopia di un'esistenza monda dal peccato, un simulacro ideologico ben separato dalla viva carne (che quindi ha ben poco di cristiano). Una ipocrisia necessaria per passare da difensori della vita mentre si sta negando quella libertà individuale che ogni ideologia teme come la peste. Un bell'illusionismo, non c'è che dire.

8 comments:

fausto said...

non è un diritto, è un arbitrio

JimMomo said...

Evvai, venite fuori, coraggio!

Friedrich said...

Riesce ancora a stupirmi, Jim, la tua capacità di entusiasmarti per l'acqua calda. Meglio: l'entusiasmo apparente con cui reciti la parte di un geniale scopritore dell'acqua calda.

Se vuoi risposte serie (non da me, io mi guardo la recita), prima definisci "diritto", coraggio!
Friedrich

fausto said...

concordo con friedrich
dopo aver risposto, subito dopo aver letto il tuo post, forse con precipitazione emotiva, che non è un diritto mi sono anch'io sorpreso a domandarmi: ma cosa è un diritto rispetto alla vita e alla morte? cosa definisce questa "cosa" che mi deve essere assicurata da una istanza superiore, lo Stato, la società, la comunità, ....

non c'è via d'uscita, è evidente l'arbitrio

remember said...

L'importante è la semplicissima risposta:

LA MIA VITA E' MIA!

"...il dippiù vien dal maligno"

remember said...

A proposito, al tempo di Ratzinger, è davvero un bell'ossimoro dirsi CATTOLICO E LIBERALE.

Un po' come LIBERALE E SOCIALISTA ai tempi di Boselli, Intini e Villetti!!!

JimMomo said...

Caro direttore, certa autorevole dottrina, culturalmente viziata nel profondo, risolve assai rapidamente, in punta di diritto, la questione dell'ammissibilità dell'eutanasia, ovviamente concludendo che questa non è compatibile con il corredo, precostituito, dei diritti dell'uomo... Coloro che ritengono non qualificabile l'eutanasia come una pratica cui l'uomo avrebbe diritto ad accedere basano la loro opinione su una duplice definizione, secondo cui la vita configurerebbe un diritto - il diritto alla vita, appunto - mentre la morte, di contro, sarebbe semplicemente un fatto, escludendo di conseguenza l'esistenza di un diritto a essa. Non si ha diritto ai fatti, dicono costoro, poiché i fatti, semplicemente, accadono. Inoltre, i sostenitori di questa tesi riferiscono alla vita adoperando il concetto di bene, e procedono classificando la vita tra quei che sono detti indisponibili, ovvero tra quelli di cui i rispettivi titolari non possono disporre in tutte le forme. Secondo quanto detto, si fatica molto a inquadrare la vita finanche nel modello tipico di un diritto menomato di proprietà, quasi fosse un bene demaniale, e anzi la costituzione della menomazione di quel diritto, che questa tesi sostiene come limite naturale (l'impossibilità di negarsi la vita) finisce per rendere molto più simile questa situazione a quella del possesso di un bene piuttosto che alla proprietà di esso. Laddove, sarà facile intuire, *i sostenitori di questa tesi individuano in Altro dall'uomo il vero proprietario della vita*. Ed è così che l'uomo si riduce a modesto usufruttuario - peraltro in forza di reconditi patti - della vita, secondo quello che per il diritto si definisce nemmen possesso, ma addirittura possesso minore. La contraddizione che emerge, converrete, è quasi imbarazzante. Il lettore potrà verificare: in qualsiasi manuale di diritto privato la distinzione tra proprietà e possesso è espressa in forza della natura di diritto della prima, e di fatto del secondo. E la consultazione di qualsiasi manuale confermerà, pure, la possibilità che un diritto possa estinguersi con il verificarsi di un fatto; così come il diritto di proprietà sulla legna s'estingue con lo smorzarsi dei tizzoni. Ciò che il lettore non troverà in alcun manuale, però, è la definizione secondo cui un soggetto non possa determinare un fatto che non lede alcun diritto né proprio né altrui, né, più diffusamente considerandolo, collettivo. In nessun manuale inoltre si potrà trovare un modello applicabile a quel caso che vuole che un fatto possa essere determinato solo da Altro e non da chiunque su sé stesso.

Grazie a Francesco Nardi

Anonymous said...

il problema è irrisolvibile, da un lato perché la chiesa cattolica non può fare a meno di esercitare il suo compito di chiesa, appunto...dall'altro perché lo stato, se laico veramente, non può pretendere di regolamentare per decreto, la vita e la morte dei singoli.

lancio una provocazione...se la sventura di un malanno infame come quello che patisce welby fosse capitata a me...risolverei il problema suicidandomi per procura, confidando in qualcuno a me vicino che stacchi la famigerata spina, un amico fedele che assuma su di sé le ripercussioni penali del gesto.

sì, credo che dimostrerei così la mia libertà...e non solo la mia...quella libertà che, ricordiamoci, ha per confine quella dell'altro...in tal modo non vizierei la libertà di questo ipotetico altro, poiché egli - parimenti da uomo libero - sarebbe in concerto con me.

questo sarebbe coraggioso, per ciascuno dei due.


il resto, sono parole in libertà...


ciao.



io ero tzunami...