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Monday, April 08, 2013

Thatcher, sinonimo di leadership

Anche su Rightnation.it

Che Margaret Thatcher abbia salvato la Gran Bretagna da un declino certo, contribuito a cambiare le coordinate della politica britannica (e non solo), e - insieme a Ronald Reagan - a cambiare il mondo, non ci sono dubbi. Ma se è stata - ed è ancora oggi - fonte di ispirazione per intere generazioni di conservatori e liberali, è perché la Lady di ferro rappresenta un modello di leadership saldamente fondato sui principi, forse l'unico davvero vincente, e la dimostrazione tangibile che libertà e responsabilità non solo possono essere le linee guida di un'azione di governo, ma sono la miglior politica economica e il miglior programma di governo possibile: «Non può esserci libertà senza libertà economica».

La sua è stata tra le rare leadership fondate sulle convinzioni contrapposte alle convenienze come bussola dell'agire politico. Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. Lo sapeva bene, una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica, che i principi sono tutto ciò che distingue lo statista dal politicante. Sapeva che per avere successo bisogna lottare «ogni santo giorno della propria vita», andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti, senza piegarsi.

II thatcherismo, dunque, innanzitutto come modello di leadership e prassi di governo. No ai compromessi al ribasso per vivacchiare politicamente. No ai cedimenti alle lobby e ai gruppi di pressione. No al consociativismo sociale. No alle lusinghe della spesa facile. «La medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno», «ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni», risponde la Thatcher ai suoi colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione.

Certo, è più facile prendere voti, e vincere le elezioni, devastando le finanze pubbliche piuttosto che risanandole; elargendo privilegi e sussidi piuttosto che responsabilizzando i cittadini, restituendo loro e alle famiglie il potere invece di aumentare a dismisura quello del governo. Ed è più facile, rimandando sine die una soluzione impopolare piuttosto che affrontando di petto i problemi, ma tutto questo non sarebbe governare ed esercitare una leadership.

Come pochi altri leader del '900, la Lady di ferro ci ha insegnato che l'arte del governo non è solo carisma e tecnica. Per cambiare un paese non bastano politiche efficaci e politici onesti e competenti. Quanto maggiori sono le sfide pratiche da affrontare, tanto più ci vogliono visione morale (avere un'idea di ciò che è bene e ciò che è male), intelaiatura intellettuale e chiarezza ideologica, per realizzare ciò che si è promesso conquistando e mantenendo il sostegno dell'opinione pubblica (di una maggioranza di essa, ovviamente).

La "Thatcher Revolution" ha dimostrato per la prima volta che le politiche keynesiane non sono le uniche possibili in democrazia. Che le politiche cosiddette "liberiste", la riduzione del peso dello Stato nell'economia a vantaggio della dimensione individuale, anche su quell'abusata astrattezza che chiamiamo «società» («non esiste la società: ci sono gli individui, uomini e donne, e ci sono le famiglie»), non solo sono convenienti dal punto di vista economico, ma sono anche politicamente e socialmente sostenibili, nonché in ultima analisi vincenti, anche se indubbiamente richiedono un surplus di coraggio e determinazione. Di leadership, insomma.

A salvare la Gran Bretagna non sono state distanti teorie economiche, né oscure formule tecnocratiche, ma è stato il buon senso della figlia di un droghiere. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. Il duro lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del liberalismo e dell'individualismo.

La situazione italiana è molto simile a quella del Regno Unito pre-Thatcher della fine degli anni '70. Da noi è ancora dominante l'ideologia dello Stato-padrone e del cittadino-suddito, della spesa pubblica, del posto fisso, del "godersi" la pensione a 50 anni, dell'inflazione per far fronte al debito. Una società che colpevolizza la ricchezza e il merito, che ostacola l'accumulo del capitale, che frustra gli sforzi individuali per arrivare alla propria affermazione, che ignora le regole basilari dell'economia e che, per tutti questi motivi, è destinata al declino. Nessun centrodestra, soprattutto in Italia, può pensare di non ripartire dalla lezione di Margaret Thatcher.

Thursday, May 29, 2008

Licenziate quei magistrati

Alcuni giorni fa la vicenda dei fratellini di Gravina, scivolati e morti di stenti in un sotterraneo del loro paesino, ha conosciuto un nuovo prevedibile sviluppo, che purtroppo, come spesso capita, è rimasto relegato nelle cronache locali. La Prima sezione penale della Cassazione ha dichiarato «illegittima» l'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Bari nei confronti di Filippo Pappalardi, il padre dei fratellini Ciccio e Tore, i cui corpi sono stati tragicamente ritrovati poche settimane fa.

E' così - spesso nel silenzio dei media e nella copertura dei responsabili - che si concludono veri e propri disastri giudiziari per i quali nessuno pagherà. Pappalardi potrà a buon diritto chiedere allo Stato il risarcimento «da ingiusta detenzione», che peserà sulla collettività. Che cosa bisogna fare, di quale riforma c'è bisogno, perché i magistrati che invece di cercare i fratellini di Gravina arrestarono «illegittimamente» il padre possano venire licenziati? Dal ministro Alfano ci attendiamo una risposta.

Sunday, February 03, 2008

Amato e odiato. Il '68 dai due volti

«Ci si emozionava sentendo Joan Baez, i Beatles, il nome dell'università di Berkeley, c'erano i figli dei fiori, il Piper, si portavano i capelli lunghi... E anche io me li lasciai crescere». Gianfranco Fini ha sorpreso un po' tutti quando è intervenuto al convegno contro il '68 organizzato dalla Fondazione Liberal.

Al contrario di Adornato e Casini, che alla ricerca continua di caratterizzazioni politiche saltellano da un mito all'altro da abbattere ideologicamente, cercando di intercettare la moda bacchettona del momento, Fini ha cercato di ragionare sul fenomeno innanzitutto culturale e sociale del '68.

E ha intuito ciò che molti di noi hanno intuito. Cioè che all'origine - per brevissimo tempo, soprattutto in Italia - vi era una domanda di libertà. Nel '68, riconosce Fini, «la Destra perse una grande occasione. Anziché capire le ragioni dei giovani, la Destra difese l'esistente, si schierò con i baroni universitari, con i parrucconi».

«C'era un magma», ricorda il leader di An. «Il desiderio di una società migliore. Una rivolta esistenziale. Un bisogno di senso... In un primo momento i contestatori non erano solo marxisti. Cultura liberale e cultura cattolica non furono in grado di capire che si contestava anche il comunismo con la sua negazione della libertà e dei diritti dell'uomo. Così, il '68 non nacque a sinistra, ma finì a sinistra». E «se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono lasciti del primo '68».

Di fronte ai giovani, «oggi come allora, una gerontocrazia imperante. E, ora più di allora, assenza di punti di riferimento: i giovani sono una "generazione tuareg", come dice il titolo del libro di Francesco Delzìo, direttore dei giovani imprenditori di Confindustria. Nomadi in cerca, nel deserto».

Per non reiterare l'errore una destra moderna dovrebbe «rimettere al centro i valori del primo '68. L'uguaglianza, cioè parità di condizioni di partenza per tutti, per arrivare a una gerarchia meritocratica: da qui prese avvio il '68 e poi degenerò nell'egualitarismo marxista. La libertà legata però all'autorità, altrimenti diviene licenza, anarchia. La responsabilità personale, mentre il '68 approdò alla deresponsabilizzazione».

Il momento critico che portò a queste degenerazioni fu, a mio avviso, quando dalla spinta iniziale e scomposta, innescata da un individualismo anticonformista, si passò attraverso un tentativo di sistemazione sulla base del collettivismo, inevitabilmente conformista. Il '68 nacque individualista, maturò e finì collettivista. Dunque, se la destra non vuole reiterare l'errore, non solo non deve difendere l'esistente, ma deve evitare che le categorie del conservatorismo (la religione, la tradizione, la nazione, la famiglia) soffochino l'individuo. Dev'essere, insomma, una destra individualista.

Non tutto è da buttare del '68. Sulle cause per cui degenerò si può discutere a lungo, ma accanto all'immondizia ideologica di allora che ancora oggi ci appesta (egualitarismo, deresponsabilizzazione, rifiuto del libero mercato, della cultura del merito e del diritto) c'è un'eredità ben più profonda, in sintonia con la modernità, che non smetterà di dare frutti.

Sunday, August 12, 2007

The Untouchables

De Niro nel film The UntouchablesUn'altra casta, quella dei magistrati. Tra i più intoccabili e irresponsabili della nostra società. Alti stipendi e carriere automatiche fino ai vertici, senza alcun controllo di produttività o capacità. Eppure, un modo molto semplice ci sarebbe: separazione delle carriere e stipendi legati alle cause vinte.

Anche la responsabilità civile dei magistrati, che i cittadini italiani votarono in massa nel 1987 (referendum "Tortora") non si sa che fine abbia fatto. Nonostante tutti i milioni e milioni di processi che si sono svolti da allora a oggi quante volte è scattata quella norma? Non se ne hanno notizie. I magistrati di fatto non hanno un datore di lavoro che controlli il loro operato e sanzioni gli errori.

Premesso questo, i fatti di oggi. Un ragazzo di trent'anni, indagato per l'omicidio della sua ex, girava a piede libero e ha potuto uccidere un'altra ragazza. Non siamo in grado di affermare se il pm, scarcerandolo, abbia commesso un errore. Può benissimo darsi che effettivamente non ci fossero le prove sufficienti per trattenerlo in custodia cautelare. Ma ci chiediamo: chi avrebbe dovuto cercarle quelle prove - che evidentemente dovevano pur esserci - invece di andarsene in vacanza? O per lo meno disporne il pedinamento? Ci pare difficile comunque che il pm possa declinare ogni responsabilità. Così come i carabinieri, cui erano stati presentati esposti e denunce sulle violenze subite dalla seconda ragazza prima di venire uccisa.

Escluso il dolo, e ammesso che sia da escludere anche la negligenza per far scattare la responsabilità civile, rimarrebbe comunque il fatto, tragico: lo sbaglio. Che è giusto che pesi nel condizionare carriere e stipendi, così come avviene per ciascun professionista, imprenditore e lavoratore.

Le indagini disposte dal ministro Mastella sono il minimo disturbo, ma c'è da scomettere che si concluderanno con un nulla di fatto e passato il clamore nessuno se ne ricorderà più.

Thursday, February 15, 2007

Se la scuola, per prima, non si prende sul serio

Scuola: il tabù della condotta, di Valerio Vagnoli, non è un articolo di quelli bacchettoni sui "nostri" giovani che "non sono più quelli di una volta" e non sanno che cosa siano le "buone maniere". Parla innanzitutto di responsabilità individuale e di quanto sia assente dalla vita quotidiana e dalla didattica delle nostre scuole.
«Ma è possibile che si possano disprezzare a tal punto i ragazzi di questa nostra epoca, obbligandoli a seguire anni di attività scolastica dove le regole sono sempre più assenti? Ma è possibile non capire che qualsiasi persona riterrebbe inutile, o disprezzerebbe, qualunque attività priva di regole?»
Purtroppo, milioni di giovani sono «costretti a frequentare una scuola che, per prima, non si prende sul serio, una scuola che rinunciando a qualsiasi regola si accontenta di vivacchiare, perché della sua efficienza non interessa a nessuno...», colpevole una politica che «ha fatto dell'ignavia un progetto di vita mascherandolo, ipocritamente, come educazione alla libertà...». Così il «fanciullo buono e bravo è una sorta di mezzo idiota spazzato via, almeno spera qualcuno, dal ribellismo rivoluzionario e casereccio sessantottino».

Una scuola che ha «paura» a sanzionare chi non rispetta quelle poche regole di convivenza civile e, nello stesso tempo, a «premiare coloro che si comportano in modo tale da essere valorizzati e distinti dagli altri».

Insomma, non si propongono bacchettate sulle mani, ma «strategie educative che distinguano e valorizzino chi, con il suo comportamento, rispetta i diritti degli altri e lavora nella consapevolezza che il proprio impegno è la miglior garanzia per una società più giusta e meno sottomessa ai soprusi dei più forti, degli arroganti, dei violenti, che, se trattati alla pari degli altri, si sentiranno autorizzati a codificare una visione del mondo sempre più brutale, egoistica e... fascista».