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Thursday, May 28, 2009

Venezuela e Iran, le relazioni pericolose

L'Iran si sta facendo aiutare dai suoi alleati in Sud America per aggirare le sanzioni economiche del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. E' quanto emerge da un rapporto ufficiale del Ministero degli Esteri israeliano - di cui Ynetnews ha ottenuto una copia - secondo cui Venezuela e Bolivia forniscono uranio a Teheran per il suo programma nucleare. Si sospetta anche che Hezbollah stia fondando cellule terroristiche nel nord del paese di Chavez e sull'isola Margarita, anch'essa territorio venezuelano. Si tratta di un «dettagliato dossier sulle attività iraniane in Sud America», spiega il sito del quotidiano israeliano in un articolo del 25 maggio. E' stato preparato in vista della visita del ministro degli Esteri Lieberman nella regione e si basa su informazioni provenienti da fonti di intelligence e diplomatiche israeliane e straniere.

L'Iran ha iniziato la sua «infiltrazione» dell'America Latina nel 1982, stringendo legami con Cuba. Poi, negli anni, ha aperto ambasciate in Messico, Brasile, Colombia, Argentina, Cile, Venezuela e Uruguay. Nel rapporto si ricorda il coinvolgimento dell'Iran negli attacchi terroristici all'ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992 e all'AMIA Jewish Community Center nel 1994, sempre nella capitale argentina.

«Da quando il presidente iraniano Ahmadinejad è arrivato al potere - si legge nel dossier - Teheran ha cominciato a promuovere una politica aggressiva mirata a rafforzare i suoi legami con i paesi dell'America Latina, con lo scopo dichiarato di mettere l'America in ginocchio» e comunque di allentare il suo isolamento internazionale. Ahmadinejad e Chavez hanno in comune la volontà di sfidare gli Stati Uniti. I due paesi hanno già siglato oltre 200 accordi, istituito un volo diretto che serve regolarmente i «tecnici iraniani» e un fondo di 200 miliardi di dollari per guadagnare il sostegno di altri paesi dell'America Latina alla causa della «liberazione dall'imperialismo Usa». Il presidente Chavez in persona, secondo il dossier, ha contribuito a rafforzare i legami tra l'Iran e la Bolivia, l'Ecuador e il Nicaragua, invitando Ahmadinejad alle cerimonie di insediamento dei presidenti tenute in quei paesi.

Il dossier riporta anche lo stato dei rapporti commerciali tra l'Iran e i paesi del Sud America. Il commercio con il Brasile equivale a un miliardo di dollari; l'Uruguay vende riso a Teheran per 100 milioni di dollari; mentre il Cile acquista petrolio iraniano. Anche paesi filo-americani come Honduras, Repubblica Domenicana e Guatemala, che ricevono aiuti dal Venezuela, possono essere soggetti all'influenza iraniana, e persino l'Argentina sta costantemente accrescendo le sue relazioni commerciali con Teheran. Durante la sua prossima visita nel continente, il ministro degli Esteri israeliano intende informare i paesi dell'America Latina delle violazioni dei diritti umani di cui è responsabile il regime iraniano.

Anche l'Associated Press ha ottenuto una copia del dossier israeliano che «per la prima volta accusa Venezuela e Boliva di essere coinvolti nello sviluppo dell'atomica iraniana». Mentre la Bolivia ha depositi di uranio, a quanto risulta il Venezuela non sta estraendo uranio dalle sue riserve, che vengono stimate in 50 mila tonnellate da un'analisi pubblicata nel dicembre scorso dal Carnegie Endowment for International Peace. Secondo il rapporto del Carnegie, tuttavia, la recente collaborazione con l'Iran sui «minerali strategici» ha sollevato sospetti. In effetti, il Venezuela potrebbe estrarre uranio per l'Iran.

L'agenzia di stampa ricorda anche che il Venezuela ha espulso l'ambasciatore israeliano durante l'ultima offensiva a Gaza e Israele ha risposto espellendo a sua volta l'incaricato venezuelano. Anche la Bolivia ha tagliato i suoi legami con Israele dopo l'offensiva contro Hamas.

Il ruolo dell'Iran in America Latina è ben noto anche agli Stati Uniti. Il segretario alla Difesa, Robert Gates, nel gennaio scorso ha espresso le sue preoccupazioni circa le attività iraniane nella regione: «Sono preoccupato per il livello di un'attività francamente sovversiva che gli iraniani stanno conducendo in molti luoghi dell'America Latina. Stanno aprendo molti uffici e molte attività di facciata dietro cui interferiscono negli affari di alcuni di questi paesi», ha dichiarato Gates al Senato.

In "Iran Global Ambition", un paper del marzo 2008, Michael Rubin, dell'American Enterprise Institute, metteva in guardia l'amministrazione Usa sull'influenza iraniana in America Latina e in Africa, ravvisando un'«ambizione globale» da parte dell'Iran. «Mentre gli Stati Uniti hanno concentrato la loro attenzione sulle attività iraniane nel Grande Medio Oriente, l'Iran ha lavorato assiduamente per espandere la sua influenza in America Latina e in Africa». Solo con il presidente Ahmadinejad ha fatto significativi passi avanti nel tentativo di rafforzare il blocco anti-americano costituito da Venezuela, Bolivia e Nicaragua. E anche in Africa sta stringendo forti legami. Questi sforzi, secondo Rubin, suggeriscono che la Repubblica Islamica «sta cercando di divenire una potenza globale» e di mettere un piede sulla «soglia di casa» degli Stati Uniti.

Per espandere l'influenza iraniana in quei continenti, Ahmadinejad ha dato impulso a una «coordinata strategia diplomatica, economica e militare, che ha avuto successo non solo in Venezuela, Nicaragua, e Bolivia, ma anche in Senegal, Zimbabwe, e Sud Africa». Queste nuove alleanze sono in grado di «sfidare gli interessi americani in questi paesi e nelle rispettive regioni». La pietra angolare della politica latinoamericana di Ahmadinejad è la formazione di un asse anti-americano con il Venezuela. Mentre i rapporti con gli altri paesi poveri si basano su aiuti economici più che su una comune visione strategica, Iran e Venezuela sono ricchi di petrolio e la loro relazione è più cooperativa e strategica, e insieme hanno usato i loro petroldollari per coinvolgere altre nazioni latinoamericane e africane in iniziative contro gli interessi degli Stati Uniti.

Mentre Stati Uniti ed Europa per lo più ignorano l'Africa, l'Iran è interessato ad ogni stato africano – musulmano o no – in rotta con l'Occidente in generale e con gli Stati Uniti in particolare. Appena Sudan e Zimbabwe sono stati isolati, Teheran ha subito cercato di riempire il vuoto. L'Iran, conclude Rubin, ha una «strategia globale che Washington è stata incapace di fronteggiare: per ogni tre viaggi di Ahmadinejad in America Latina, Bush ne ha compiuto uno». Le possibilità di un successo iraniano di lunga durata sono poche, essendo i rapporti con i paesi latinoamericani e africani basati per la maggior parte su aiuti economici e non su una «solidarietà ideologica».

Tuttavia, come minimo, i nuovi alleati consentono a Teheran di mitigare l'isolamento in cui si trova e potrebbero ospitare programmi militari segreti. Nella peggiore delle ipotesi, Teheran potrebbe cooperare con Caracas per destabilizzare la Colombia di Uribe o lanciare attacchi terroristici contro gli interessi americani. Il Pentagono può aver rafforzato le difese nel Golfo Persico, ma l'Iran e i suoi alleati potrebbero colpire nel centroamerica, è lo scenario evocato da Rubin. Nel frattempo, è spuntato questo dossier israeliano secondo cui Venezuela e Bolivia forniscono all'Iran l'uranio necessario per dotarsi di armi nucleari.

Monday, July 21, 2008

Gli Usa si siedono al tavolo, ma l'Iran non decide

Sabato scorso, a Ginevra, il rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri, Javier Solana, ha incontrato il capo dei negoziatori iraniani Saeed Jalili. Ci si aspettava una risposta sull'ultimo pacchetto di incentivi offerti dai 5+1 per convincere Teheran a sospendere il programma di arricchimento dell'uranio. E invece un bel niente. Un incontro privo di risultati e di nessun interesse, se non per la partecipazione del numero tre del Dipartimento di Stato Usa, William Burns. Per la prima volta dopo 29 anni un esponente così di primo piano della diplomazia americana sedeva allo stesso tavolo con un rappresentante iraniano.

Un evidente segnale da parte di Washington, volto a far capire che sono pronti a percorrere sul serio la via del negoziato, come ha confermato oggi Condoleezza Rice riferendosi proprio alla presenza di Burns a quel tavolo: «Penso che noi abbiamo fatto abbastanza per dimostrare che gli Stati Uniti sono seri, per assicurare ai nostri partner che siamo seri».

Tuttavia, Teheran è rimasta indifferente al messaggio. «Ci aspettavamo di avere una risposta dagli iraniani. Ma, come è già accaduto molte volte con gli iraniani, non è uscito nulla di serio». Anzi, il negoziatore iraniano Jalili si è messo a recitare uno «sconclusionato» monologo pieno di «chiacchiere sulla cultura», si è lamentata la Rice, evidentemente informata da Burns. «E' tempo che gli iraniani diano una risposta seria. Non possono bloccare tutto e disquisire di cultura, devono prendere una decisione. La gente è stanca delle loro tattiche per prendere tempo. Siamo nella posizione più forte possibile per dimostrare che se l'Iran non agisce, allora riprenderemo la via delle sanzioni».

Sanzioni che questa volta potrebbero riguardare le raffinerie e gli impianti di gas naturale iraniani, andando ad incidere negativamente sulla produzione della prima fonte di ricchezza del regime.

Netta anche la posizione del premier britannico Brown, che ha parlato alla Knesset: «L'Iran deve fare una scelta chiara. Sospendere il suo programma nucleare e accettare la nostra offerta di negoziati, o affrontare il crescente isolamento. Non da parte di una sola nazione ma da parte di tutto il mondo».

La presenza del numero tre del Dipartimento di Stato all'incontro di Ginevra tra Solana e Jalili ha sollevato molte polemiche oltreoceano. Agli occhi di Michael Rubin, dell'American Enterprise Institute, è apparsa un cedimento. La Rice, ricorda oggi sul Wall Street Journal, nel 2006 aveva assicurato che gli Stati Uniti si sarebbero seduti al tavolo dei negoziati al fianco dei partner europei solo se Teheran avesse sospeso completamente e in modo verificabile le attività di arricchimento dell'uranio. Una «linea rossa» che sabato scorso il Dipartimento di Stato ha invece oltrepassato senza alcun impegno da parte iraniana.

Eppure, il pacchetto di incentivi è già particolarmente ricco. Non si nega affatto all'Iran il diritto all'energia nucleare. Anzi, l'offerta comprende infrastrutture e nuove tecnologie e l'amministrazione Bush si impegna persino ad aiutare Teheran nella costruzione di un reattore ad acqua leggera.

«La diplomazia non è sbagliata - osserva Rubin - ma l'inversione del presidente Bush è cattiva diplomazia, al livello di Carter, che sta dando respiro a un regime fallimentare». In questo modo, conclude, «invece di rafforzare la diplomazia, la Casa Bianca rivela che le sue linee rosse sono illusorie» e offre ad Ahmadinejad un successo diplomatico - aver riportato gli Usa al tavolo del negoziato senza precondizioni - da giocarsi sul fronte interno per la sua rielezione. Il regime degli ayatollah punta infatti al confronto diretto con Washington.

La presenza di Burns all'incontro di sabato scorso rappresenta davvero un cambiamento di rotta nell'approccio dell'amministrazione Usa nei confronti dell'Iran? In America si dibatte molto di questo e già alla vigilia di quel tavolo, in una intervista alla Cnn, Condoleezza Rice cercava di chiarire il significato di quella presenza all'insistente intervistatore, Wolf Blitzer.
«Fammi essere molto chiara sul fatto che gli Stati Uniti chiedono come precondizione per l'avvio di negoziati la sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Ciò che Bill Burns andrà a fare è dimostrare l'unità del gruppo 5+1... che siamo uniti. Andrà ad affermare che gli Stati Uniti appoggiano pienamente il pacchetto... Ma renderà molto chiaro il fatto che non ci saranno negoziati in cui gli Stati Uniti saranno coinvolti finché non ci sarà una sospensione verificabile dell'arricchimento».
E si limiterà ad «ascoltare la risposta degli iraniani», aggiungeva la Rice. «Se l'Iran è pronto a sospendere, gli Stati Uniti ci saranno. Ma è molto importante riconoscere che questo rinforza una posizione che noi abbiamo mantenuto dal 2006». Nessuna inversione di rotta, dunque, secondo la Rice. Ma non è la stessa cosa - la incalzava l'intervistatore - che partecipare ai negoziati? «Riconosco - rispondeva la Rice - che ciò che abbiamo fatto è un passo che pensiamo dimostri a tutti la nostra serietà in questo processo. Ma ciò che non è cambiato è che gli Stati Uniti sono determinati a negoziare solo quando l'Iran avrà sospeso l'arricchimento».

Ma sedendosi a quel tavolo, pur limitandosi ad ascoltare e a ripetere questo messaggio, il sottosegretario Burns non ha di fatto preso parte a un negoziato? All'ennesima obiezione la Rice spiegava:
«Molto spesso noi sentiamo dire, Wolf, "Noi non siamo sicuri che gli Stati Uniti siano davero dietro questo". Così io ho firmato la lettera di accompagnamento. Ora Bill andrà a ricevere la risposta... Ho trasmesso la proposta. Lui riceverà la risposta. Ciò dovrebbe dare agli iraniani ogni indicazione su quanto fortemente gli Stati Uniti sostengano questo pacchetto... Il punto è che stiamo mandando agli iraniani un forte messaggio sulla politica americana e l'unità con i nostri alleati. Questa è stata la nostra politica dal 2006».
Insomma, il problema sarebbe quello di non offrire alibi agli iraniani, che in passato non hanno creduto, o hanno finto di non credere, al fatto che sui pacchetti di incentivi proposti dal 5+1 si impegnassero anche gli Stati Uniti.

I segnali, dunque, rimangono contrastanti. Da una parte continuano le speculazioni su possibili attacchi militari contro le installazioni iraniane, da parte degli Stati Uniti o più probabilmente di Israele. Dall'altra, circola l'indiscrezione, riportata in modo dettagliato dal quotidiano britannico Guardian, secondo cui gli Stati Uniti sarebbero addirittura pronti a riaprire una loro "sezione d'interessi" a Teheran, abbandonata il 20 gennaio 1981 dopo il sequestro dei diplomatici americani tenuti in ostaggio dai pasdaran all'interno dell'ambasciata per 444 giorni.

Il Dipartimento di Stato per ora non ha smentito l'ipotesi e la presenza di Burns a Ginevra potrebbe preludere a una mossa di questo genere. Anche queste voci sono state argomento dell'intervista rilasciata dalla Rice alla Cnn. Ecco come ha risposto sulla questione:
«Non entrerò nelle nostre decisioni interne. Noi cerchiamo sempre modi per raggiungere il popolo iraniano. Noi crediamo fortemente che il popolo iraniano non nutra ostilità nei confronti degli Stati Uniti, e noi certo non nutriamo ostilità verso di esso. Noi vorremmo trovare modi per raggiungere gli iraniani e per rendere più facile per loro venire negli Stati Uniti. Siamo sempre alla ricerca di modi per fare questo».
L'apertura di una "sezione d'interessi" potrebbe preparare il campo alla proposta cui Teheran starebbe da tempo mirando, secondo i teorici del "Grande Accordo", e che finalmente a Washington si sarebbero decisi ad avanzare: la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra le due nazioni e il riconoscimento del ruolo di primo piano dell'Iran nel Grande Medio Oriente, in cambio della rinuncia da parte iraniana non all'energia nucleare ma all'acquisizione delle armi e della fine dell'appoggio a gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas. Insomma, status in cambio di stabilità.

Ma dalle parole della Rice nell'intervista alla Cnn non si può del tutto escludere che l'iniziativa di aprire una "sezione d'interessi" a Teheran prenda tutt'altra direzione, quella di una centrale operativa per organizzare e sostenere la dissidenza iraniana e provocare così il "regime change" dall'interno.