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Wednesday, September 09, 2009

Se i missili iraniani finiscono in Venezuela

Su il Velino

Nei recenti colloqui a Teheran tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sarebbe discussa - come riportato lunedì scorso da il Velino - anche l'ipotesi di un "backup" del programma nucleare iraniano, cioè di trasferire o replicare in Venezuela gli impianti e le strutture chiave del programma, per salvaguardarlo da eventuali attacchi americani o israeliani. Una sorta di copia di "backup", appunto. La prospettiva di missili iraniani installati in Sud America non dovrebbe essere esclusa a cuor leggero. Lo scrive oggi il Wall Street Journal, ospitando nelle sue pagine ampi stralci di un intervento sull'"asse" Iran-Venezuela pronunciato dal procuratore distrettuale della contea di New York (Manhattan), Robert M. Morgenthau, alla Brookings Institution, think tank progressista vicino ai Democratici. Il procuratore Morgenthau è un profondo conoscitore delle attività iraniane all'estero.

Sotto le lenti attente del suo ufficio passano infatti i movimenti finanziari sospettati di riciclaggio di denaro iraniano e di violazione delle sanzioni finanziarie americane e internazionali nei confronti di Teheran. Nel maggio scorso è stato ascoltato sulla minaccia iraniana dalla Commissione Affari esteri del Senato Usa, alla quale ha riferito che il suo ufficio ha scoperto un «diffuso sistema di pratiche illegali e fraudolente impiegate da enti iraniani per muovere denaro in tutto il mondo senza essere scoperti, anche attraverso banche che operano nella mia giurisdizione - Manhattan». Quella tra Iran e Venezuela, ha spiegato Morgenthau alla Brookings, è una «cordiale partnership finanziaria, politica e militare», che si basa su di un «comune sentimento antiamericano». «E' giunto il momento di elaborare politiche per assicurare che questa partnership non produca frutti avvelenati». Le prove raccolte dal suo ufficio sui movimenti iraniani in America Latina lo inducono a lanciare l'allarme.
(...)
A preoccupare Morgenthau sono le notizie giunte al suo ufficio secondo cui «negli ultimi tre anni un certo numero di fabbriche di proprietà e controllo iraniani sono spuntate in zone remote e non sviluppate del Venezuela, ideali per ubicarvi una produzione illecita di armi». Ancora non si hanno prove precise dell'attività effettivamente condotta in queste fabbriche, ma c'è di che esserne allarmati se nel dicembre del 2008, ha aggiunto ancora Morgenthau, «autorità turche hanno trattenuto una nave iraniana diretta in Venezuela dopo aver scoperto attrezzatura da laboratorio per la produzione di esplosivi in 22 container contrassegnati come parti di trattori».
(...)
Sulla base delle informazioni in possesso del suo ufficio, il procuratore Morgenthau ritiene che gli iraniani, con l'aiuto del governo di Chavez e attraverso il sistema finanziario venezuelano, possano riuscire ad aggirare le sanzioni economiche... Secondo Morgenthau, Stati Uniti e comunità internazionale "devono considerare molto attentamente i modi per monitorare e sanzionare il sistema bancario del Venezuela", attraverso il quale l'Iran riuscirebbe a effettuare i pagamenti necessari per il suo "shopping" nucleare.
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Wednesday, September 05, 2007

Convivere con la droga

L'autorevole Foreign Policy, pubblicato da uno dei più importanti think tank di area democratica, il Carnegie Endowment for Democracy, si schiera per l'antiproibizionismo con un editoriale, "Legalizzala: perché è giunto il momento di dire no al proibizionismo", a firma Ethan Nadelmann, direttore della Drug Policy Alliance, associazione legata a George Soros.

Dopo un decennio di guerra alla droga, durante il quale si stima che ogni anno i governi abbiano speso circa 100 miliardi di dollari, i risultati sono fallimentari: sia la produzione illegale che il consumo non sono stati minimamente intaccati. Mancati tutti gli obiettivi che erano stati prefissi in sede Onu.

Intanto, il giro d'affari legato al commercio illegale di droga, stimato in almeno 400 miliardi di dollari (il 6 per cento di tutto il commercio mondiale), continua a ingrassare criminali, terroristi, mafie e governi corrotti. Soltanto la ragionevolezza imporrebbe di rivedere le politiche fin qui perseguite.

Monday, August 06, 2007

Su Don Gelmini una distorta forma di garantismo

Don GelminiLa vicenda di Don Gelmini sta prendendo sempre più una piega grottesca. Giorni fa si era detto «sereno» nonostante la comprensibile amarezza per le accuse ricevute, ma poi ha cominciato a sparare idiozie a raffica e tra lui e il suo brillante portavoce hanno inanellato gaffe su gaffe. Prima le accuse di un complotto «ebraico-radical chic contro la Chiesa», e quindi la polemica, non ancora del tutto placata, con la comunità ebraica. Accortosi dell'errore, Don Pierino cerca di mettere una toppa facendo diventare la lobby contro la Chiesa «massonico-radical chic».

A questo punto a pretendere le sue scuse sono i massoni (e i «radical chic», quando si faranno vivi?), anche perché viene fuori - credo sia stato Pannella a rivelarlo - che il suo portavoce, Alessandro Meluzzi, è egli stesso un massone e che la massoneria italiana, il Grande Oriente d'Italia, chiede ai suoi soci di finanziare la comunità Incontro di Don Gelmini. Sul sito grandeoriente.it, infatti, in un elenco in cui venivano segnalate ai "fratelli" 22 associazioni possibili destinatarie del 5 per mille, figuravano sia la comunità Incontro sia la Fondazione Giovanni XXIII di Don Benzi. Curioso modo di complottare «contro la Chiesa». Chissà quale oscura trama deve aver visto Don Pierino nell'offerta giunta dall'avvocato Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, di «officiarne gratuitamente la difesa» in giudizio.

Ma Don Gelmini non parlava della Massoneria intesa come istituzione, corre ai ripari il portavoce massone: l'incauto e confuso sacerdote si riferiva a «un ambiente politico e culturale radical-chic, la new left laicista, anticlericale, politically correct, che in America ha rovinato i college americani e fa proseliti anche da noi... I nomi non li so e se li sapessi non li faccio», precisa Meluzzi, che a questo punto andrebbe sommerso da risate generali.
«Don Pierino ha parlato con la franchezza e la schiettezza dei profeti. E' stato ingenuo, ma nel senso latino del termine, "in-gens", cioè nobile: nella commedia plautina era il nobile quello buono e onesto, e lui è così: sembra semplice perché manca di malizia. Siamo orgogliosi della sua ingenuità».
Ecco, appunto, giusto il personaggio di una commedia plautina.

Ma le stupidaggini non finiscono qui. C'è chi parla di «lobby della droga», Gasparri che ha proposto un "Gelmini Day" e che si è permesso di consigliare ad Elkan - che ha invitato la comunità ebraica a rompere con Gelmini per la sua frase offensiva - di portare il figlio Lapo da Don Pierino, spiegando, con una grazia da elefante, che il ragazzo non ha avuto «l'affetto necessario» e che Don Gelmini «ha sostituito con i suoi insegnamenti tanti padri che hanno fallito nella loro più importante missione, quella di educare i propri figli».

Eppure, c'è qualcosa di più serio da osservare. Come mi ha fatto notare Castaldi, una peculiare forma di "garantismo" si sta affermando: non quella generica, che anche qui è stata affermata, che chiunque è innocente fino alla condanna definitiva, ma il pregiudizio di innocenza che deriva in qualche modo dalla specchiata reputazione e dalla conclamata attività benefica dell'indagato. Se è un sacerdote l'abito che indossa gli dà diritto anche a un bonus supplementare.

Cosicché un indagato la cui vita sia sconosciuta ai media, alla politica e all'opinione pubblica, sembra spacciato, non trovando alcuno pronto a giurare sulla sua innocenza e a scandalizzarsi. Nel caso di Don Gelmini, inoltre, questo singolare modo di far valere il pregiudizio di non colpevolezza gli si può ritorcere contro. Don Pierini infatti - forse i colonnelli di An e dell'Udc lo ignoravano - è a tutti gli effetti un pregiudicato. Semmai, cioè, a suo carico ci sono precedenti penali non proprio irrilevanti, come ha scoperto Francesco Grignetti (La Stampa, 5 agosto 2007) - e non si tratta di dossieraggio, ma di sentenze passate in giudicato e pene scontate:

«Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all'Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all'epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. (...) I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l'incarico di segretario del cardinale [Luis Copello] per organizzare un'ambigua ditta di import-export con l'America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all'Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. Don Pierino, che amava farsi chiamare "monsignore", e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l'arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: "Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita". Dovette rientrare in Italia. Però l'aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: "Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del '71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare 'promiscuità' con gli altri reclusi"».

Attenzione, quindi: la colpevolezza di Don Gelmini, non la sua innocenza, dev'essere dimostrata. Né l'innocenza si dimostra con l'acquisita reputazione o notorietà.

Tra l'altro, aggiungiamo una considerazione. Siamo tutti pronti a festeggiare se Don Gelmini o Don Mazzi strappano un ragazzo dalla tossicodipendenza, o se Don Benzi toglie dalla strada una prostituta semi-schiava, o per necessità. Ma da qui a santificare e a mettere sul piedistallo questa specie di santoni delle varie comunità starei attento.

Primo, perché poi ce li ritroviamo, un giorno sì e l'altro pure, nei talk show politici e d'intrattenimento a darci lezioni su come si combattono la droga e la prostituzione - naturalmente a colpi di proibizionismo e di stato di polizia. Fare una buona azione non significa che si sia in grado di elaborare una politica efficace per contrastare un fenomeno sociale e nemmeno che debba essere lo Stato a contrastarlo. E' avvilente vedere ministri e politici, di destra e di sinistra, ascoltare in modo ossequioso le ramanzine dei santoni di queste comunità di recupero da qualsiasi cosa. Secondo, perché sui loro metodi e sui risultati non c'è sufficiente trasparenza.

C'è infine la testimonianza di un certo Marco Salvia, che tre anni fa ha scritto e pubblicato un libro in cui, in forma di romanzo, racconta la sua esperienza e una trentina di testimonianze di altri ragazzi in alcune comunità di recupero per tossicodipendenti, tra le quali quella di Don Gelmini.

«Indipendentemente da quello che Don Gelmini può aver fatto, che se provato è gravissimo, queste strutture si reggono su presupposti allucinanti e su un meccanismo potente di lavaggio del cervello. Basta vedere le reazioni dei ragazzi ora, all'interno della comunità: c'è un clima omertoso, c'è paura». Per quanto riguarda la sua esperienza personale, lo scrittore parla di «torture», a cominciare dalle «28 notti senza dormire» che ha passato appena arrivato ad Amelia, perché in crisi di astinenza, ma le regole della comunità non ammettono farmaci. «E' un processo di espiazione, tu hai fatto qualcosa che è contrario a una legge morale, religiosa e lo devi espiare attraverso il dolore». E poi le botte, le 10-12 ore di duro lavoro nei campi. Per non parlare di quella volta che «Don Gelmini minacciò di buttarmi dalla finestra...».

Chissà che tra qualche settimana non ci troviamo a parlare della Abu Ghraib di Don Pierino.

Saturday, March 24, 2007

Qualche pregiudizio in meno sulle droghe

Alcol e tabacco tra le dieci sostanze più nocive. Più nocive di cannabis, Lsd ed ecstasy. Almeno così conclude uno studio condotto dal professor David Nutt dell'Università di Bristol e pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet.

«L'attuale concezione delle droghe è mal concepita e arbitraria», sostiene Nutt. L'approccio dello studio è innovativo perché si riferisce «non alla sostanza in sé, ma al suo uso tipico». Lesile Iversen, professore di farmacologia a Oxford, lo definisce «il primo passo per una classificazione delle droghe basata sulle prove» e non sul retaggio culturale.

Se infatti s'intende ragionare sulle droghe con approccio se non antiproibizionista almeno liberale, non ci si può che concentrare sulla loro pericolosità sociale, cioè sui danni che provocano ai cittadini non consumatori e sui costi che pesano sulla collettività, perché per quanto riguarda gli effetti su di sé il consumatore adulto va ritenuto libero e responsabile.

Il tabacco è causa del 40 per cento di tutti i ricoveri ospedalieri e all'alcol viene attribuita oltre la metà delle emergenze da pronto soccorso. Inoltre, l'alcol ha un alto tasso di pericolosità sociale (2,2 in una scala da 0 a 3) ed è secondo in questa classifica solo all'eroina. Il tabacco invece dà una dipendenza inferiore solo a eroina e cocaina. Fuori dalla top ten cannabis, Lsd ed ecstasy, solo diciottesima.

Fonte: Corriere.it

Friday, March 23, 2007

Proibizionismo bipartisan

Una cosa è certa della bocciatura del decreto Turco sulla dose minima di cannabis da parte del Tar: non si può aggirare una legge per via amministrativa. E' il maldestro trucchetto tentato dal ministro della Salute per non dover affrontare in Parlamento un altro tema scottante che riserverà molte sorprese. Siamo convinti, infatti, che la legge Fini-Giovanardi sia per lo più condivisa da gran parte del centrosinistra e che l'unica modifica sui cui è possibile un accordo è proprio l'innalzamento delle soglie di tolleranza quantitativa.

Ma se si dovesse aprire il dibattito sull'abrogazione della legge, che trascinerebbe con sé inevitabilmente anche la Iervolino-Vassalli (non troppo dissimile dalla Fini-Giovanardi), il volto del centrosinistra trasfigurerebbe in quello proibizionista del centrodestra. Si prevedono tempi duri per i friedmaniani.

Tuesday, March 20, 2007

Battaglie perse comunque

Ad Antonio Polito e all'Indipendent, giornale di sinistra laica britannico che ha cambiato idea sulla marijuana, vorrei obiettare che non è la pericolosità o meno della sostanza a rendere più o meno efficaci le politiche proibizioniste.

Esse, a prescindere, falliscono, per due motivi fondamentali: innanzitutto, perché è impossibile dal punto di vista pratico impedire a qualcuno di introdurre una sostanza nel proprio corpo e difficile convincerlo che sia un atto condannabile dal punto di vista morale e dannoso per gli altri; secondo, perché il mercato è più forte dello Stato. Se viene messo fuori legge, sopravvive adattandosi, prendendo altre forme, diventando "mercato nero".

Come spiegava Milton Friedman, le leggi proibizioniste servono solo a ingrassare le mafie e a rendere libere di fatto le droghe. Dunque, possiamo scoraggiarne l'uso, controllarne medicalmente il consumo, informare sugli effetti delle varie sostanze, persino produrne di meno dannose, ed eliminare quanto di criminale ci gira intorno, ma non riusciremo a toglierla a chi vuole drogarsi, perché alla radice prevale la propria volontà di autodeterminazione e una legge che vieta un comportamento individuale che non causi danni al prossimo non riscuote una sufficiente approvazione da parte della cittadinanza.

Friday, March 16, 2007

Week end liberticida

Sogni d'oroQuesto Stato ci mette a letto e ci canta la ninna-nanna

Questo week end si apre con una sconfitta su più fronti per la libertà individuale nel nostro paese. Ben quattro brutti colpi assestati tra ieri e oggi alla vita quotidiana e alle abitudini di milioni di cittadini.

Stretta sugli alcolici in discoteca; vietato il porno in tv in qualsiasi fascia oraria; il maldestro aggiramento della legge Fini-Giovanardi sulla droga da parte della Turco che fallisce miseramente (inutile girarci intorno: vanno abolite sia la Fini-Giovanardi sia la Iervolino-Vassalli); ancora più grave, l'Autorità garante per la privacy interviene (ovviamente solo dopo il coinvolgimento del primo politico in «vallettopoli») con un provvedimento che limita la libertà d'espressione e d'informazione, a mio avviso dal chiaro profilo anticostituzionale. I personaggi pubblici, e ancor più i politici, hanno un ridottissimo diritto alla privacy.

Fin troppo facile prendersela con l'ipocrisia e il moralismo tutti italiani. E' chiaro che se Sircana va o no con i trans sono affari suoi. Non sono le sue abitudini sessuali d'interesse pubblico, lo è sapere se un portavoce del governo, o un ministro, si fa ricattare o è ricattabile, per qualsiasi motivo. In questo caso sono "stracazzi" anche nostri, che abbiamo tutto il diritto ad essere informati su come, sotto quali pressioni (lecite o illecite), la nostra classe politica agisce e prende le decisioni.

Comunque, fossi un cantante rock non dormirei tranquillo. Altro che esportazione della democrazia, qui trionfa l'import/export del modello talebano.