L'analisi più lucida sui vari fronti di crisi che il presidente Bush si trova a dover affrontare simultaneamente mi pare quella di
Enzo Bettiza, oggi su
La Stampa.
Come Mosca assicurò nel 2003 a Saddam che avrebbe fatto di tutto per scongiurare l'attacco, così oggi Putin rassicura Ahmadinejad di essere dalla sua parte sul nucleare. Di fare di tutto per scongiurare l'attacco e di aiutarlo nella costruzione delle centrali. Si rivede «l'antica complicità strategica antioccidentale tra l'Urss e l'Iran khomeinista». Putin non teme la bomba iraniana, perché l'ulteriore instabilità che ne deriverebbe in Medio Oriente provocherebbe l'aumento dei prezzi di petrolio e gas, di cui la Russia è produttore sempre più importante e influente.
Da tempo alti funzionari dell'amministrazione americana si interrogano su quanto in avanti si spingerà Putin nell'estendere la propria influenza nella regione. Negli ultimi venti mesi Mosca ha stretto i legami con Damasco, Hamas e Teheran - i nemici di Washington - spingendosi fino a un summit con il re saudita Abdallah, il più importante alleato di Bush. Per
Stephen Sestanovich, cremlinologo del
Council on Foreign Relations, «Putin si sta lasciando aperta ogni opzione e punta a vedere se riuscirà a mandare in pezzi l'intesa fra Europa e Usa sull'Iran, proprio come sta facendo in Kosovo».
Tibet, Birmania e Taiwan, sono nodi che mostrano di poter venire al pettine in qualsiasi momento, frustrando le illusioni di chi si aspetta che la Cina sia un attore internazionale naturalmente destinato, nel lungo periodo, a giocare un ruolo di stabilità nella pace e nell'avanzare del processo democratico nel continente.
Ma la crisi più grave - ha ragione Bettiza - è quella con Ankara, alleato di sempre, ed oggi sempre più indispensabile, degli Usa, ma anche dell'Europa, «insostituibile quale avamposto regionale islamico nella lotta al terrorismo fondamentalista».
Improvvisamente ai Democratici Usa - da anni intrappolati in un isolazionismo di ritorno - è tornata la voglia irrefrenabile di pronunciarsi e di difendere la memoria e i diritti dei popoli più lontani, come quello armeno. Proprio ora, che un sano realismo consiglierebbe di non provocare la Turchia, provocata ai suoi confini con l'Iraq dall'attività terroristica del Pkk. La mozione approvata in commissione esteri, su cui si dovrà pronunciare il Congresso, sa di dispetto a Bush, di bastone tra le ruote alla sua nuova strategia in Iraq, che proprio ora sembra stia producendo qualche risultato di rilievo.
Bettiza forse corre troppo in avanti, evocando una crisi regionale che potrebbe addirittura riportarci «ai tempi della distruzione di Belgrado, della conquista di Budapest e dell'assedio di Vienna», ma che la Turchia, respinta dall'Europa, e ora anche incompresa dagli Usa, passi nel campo di iraniani e siriani spalleggiati dai russi, è scenario da non sottovalutare e da far tremare i polsi.
Per non parlare della polveriera Pakistan, pronta esplodere, in un senso o nell'altro, dopo il ritorno di Benazir Bhutto.
Tutte queste crisi dimostrano se non altro che il "Potere americano" sul mondo è un mito coltivato e alimentato soprattutto dall'antiamericanismo occidentale.