Ode al Leccaculo
di Piero Welby
Vostro onore, lo so che so' boiaccio!
Non chiedo sconti e manco l'amnistia
Tutto quello ch'ho fatto è cosa mia!
Leccare il culo no, non s'improvvisa,
È un arte che s'apprende col ciucciotto.
La lingua batte se c'è una divisa,
La padronanza è tua da giovanotto.
L'esercizio continuo della lingua
Sviluppa il mezzo come a Giovenale,
Cosa che può servire all'occorrenza
A leccare il gelato o uno stivale.
È un'ode quella ch'io dedico a tutti
I leccatori, giovani ed adulti,
i leccatori adusi alla linguata
e quelli incerti assai nella leccata.
il leccatore ormai senza opinione
varca lo stige e affonda nel sabbione.
soltanto la sua lingua esagerata
emerge dalla melma collassata.
fondiamo un sindacato di lecchisti,
potremo unirci anche i giornalisti,
Gli avvocati civili e i penalisti,
Gli economisti e i verdi ecologisti.
Alzi la mano chi non ha mai leccato!
Gira la terra, le sfere ed i pianeti,
Giri lo sguardo e solo lingue vedi,
Lingue arrossate, gonfie, consumate
A leccare in eterno condannate.
Frate', quest'ode è barbara davvero
E ha fatto della rima un cimitero.
Ma sulla tomba vorrei questo strambotto:
"Oh tu vivente che il dolor ha distrutto,
Qui giace uno che ha leccato tutto."
Questo bel sonetto è tratto dal thread "Schiudete il leccaculo chiuso in voi" che è stato aperto oggi sul forum di Radicali.it
Wednesday, July 16, 2003
Lo sapevate che... beh sapetelo
Avete presente Guernica e il famosissimo quadro di Pablo Picasso. Da un'articolo di Francesco Machina Grifeo uscito su QR, ecco il testo integrale, apprendiamo che la bella storiella di Picasso interrogato dai tedeschi ecc. ecc. è una stronzata. Il furbo pittore avrebbe alla bell'e meglio riutilizzato una tela realizzata prima del bombardamento, e dedicata alla morte di un suo amico torero. E pensare che siamo tutti cresciuti con quel mito popolare e antifascista. Ora viene fuori che a scuola e all'università non abbiamo studiato e faticato sulla storia, ma sulla propaganda, e questo a prescindere da come la si pensi politicamente, perché farsi raccontare balle non è divertente affatto. Riflettiamo in silenzio per favore.
michelelembo
Iran. Teheran ammette, la fotoreporter canadese uccisa dalle percosse
Qui la comunità internazionale, l'Onu, qualcuno intervenga!
RadioRadicale.it
Qui la comunità internazionale, l'Onu, qualcuno intervenga!
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Tuesday, July 15, 2003
14 luglio 1789
1972 ricorda la presa della Bastiglia riportando l'analisi e le riflessioni di Francois Furet sulla rivoluzione francese.
Alexis de Tocqueville: «Il grande vantaggio degli americani è di essere arrivati alla democrazia senza avere dovuto passare attraverso una rivoluzione democratica e di essere nati uguali al posto di diventarlo».
Francois Furet: «Mentre gli anglo-americani hanno formato, infatti, con il loro esodo un popolo nuovo, i francesi della fine del XVIII secolo, ossessionati dal desiderio di allontanarsi dal proprio passato, sono stati condannati a ignorare che questa passione collettiva di rottura era una conseguenza propria di quel passato: la cancellazione dell'antica Costituzione del regno era stata opera dell'assolutismo prima che gli uomini del 1789 ne facessero una proclamazione solenne»
«Le due rivoluzioni della fine del XVIII secolo, quela americana e quella francese, sono figlie delle due rivoluzioni precedenti. Ma la prima è uno sdoppiamento della storia d'Inghilterra nel nome della libertà individuale. Mentre la seconda succede alla sovversione dell'ordine tradizionale messo in atto dall'amministrazione monarchica: sovversione di cui essa si appropria e che porta a compimento, attraverso la proclamazione della cancellazione di tutto ciò che esisteva precedentemente, prima ancora di misurare il peso che questa tabula rasa avrebbe fatto gravare sulla ricostruzione del corpo politico».
«La fine del comunismo, o meglio la fine del suo potere sulle menti, è un altro modo di dire che capitalismo e democrazia, i due elementi essenziali della modernità, sono stati e restano il frutto della stessa dinamica. E cioè quella in cui ci troviamo sempre, e più che mai, e rispetto alla quale il sogno di ricominciare di nuovo tutto da zero, per completare infine la storia, ci appare ormai come un’utopia capace di uccidere la libertà». Leggi tutto il post
1972
La sinistra mondiale alla conferenza 'Progressive Governance'
"Blair ricuce dopo l'Iraq", titolava 'la Repubblica'. Mi suonava strano, e infatti Blair rilancia, e gli altri? Speriamo vadano appresso, io sono con Tony. Leggi qui
Il Foglio
"Blair ricuce dopo l'Iraq", titolava 'la Repubblica'. Mi suonava strano, e infatti Blair rilancia, e gli altri? Speriamo vadano appresso, io sono con Tony. Leggi qui
Il Foglio
Monday, July 14, 2003
New conservative e new radicals
A Radio Radicale Michael Leeden, un "momento magico" per ridefinire il mondo, e Paolo Mieli, è di sinistra essere lì dove nel mondo la libertà è offesa. Audiovideo del dibattito
RadioRadicale.it
A Radio Radicale Michael Leeden, un "momento magico" per ridefinire il mondo, e Paolo Mieli, è di sinistra essere lì dove nel mondo la libertà è offesa. Audiovideo del dibattito
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Sunday, July 13, 2003
Ieri notte ho sognato Rino. Gli raccontavo i cambiamenti qui a lavoro. Per la prima volta mi rispondeva con tutto ciò che avrei sempre voluto sentirgli dire e che invece non ha mai detto, ed era come non è mai stato. C'erano anche gli altri ragazzi, si rideva tutti, ma non ricordo bene, se non che nell'aria c'era serenità, non più tensione. Insomma, un sogno che certo non realizzerò. Le realtà di ciascuno si svelano sempre in modo inaspettato. Poi è stato più facile accettarlo per come era veramente. E paradossalmente mi andava bene così.
Iran. Fotoreporter canadese muore dopo l'arresto
Khatami ordina un'inchiesta rapida e pubblica per far luce sulla vicenda, che, ammette, presenta delle "ambiguità".
RadioRadicale.it
Khatami ordina un'inchiesta rapida e pubblica per far luce sulla vicenda, che, ammette, presenta delle "ambiguità".
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Da oggi l'Iraq ha un consiglio di governo di transizione di soli iracheni
Sappiamo che la notizia non avrà spazio sui media quanto ne hanno le difficoltà americane nel sedare i fedelissimi di Saddam che ancora tendono quegli agguati che stranamente sono definiti da tv e giornali "resistenza" (strano, mi avevano insegnato che il valore di quel termine fosse altro e che chi avesse deciso di combattere al fianco di un dittatore sconfitto al massimo poteva esser chiamato repubblichino. Bah, mistero della storia e amen). Già le prime decisioni: abolite le festività del vecchio regime, mentre il giorno dal quale molti parlano di "occupazione americana", la caduta di Saddam (il 9 aprile), sarà festa nazionale. Non sarà mica una festa di liberazione??!! Il consiglio avrà poteri reali, ma collaborerà con l'amministrazione Usa guidata da Bremer. (Vai alla notizia)
RadioRadicale.it
Sappiamo che la notizia non avrà spazio sui media quanto ne hanno le difficoltà americane nel sedare i fedelissimi di Saddam che ancora tendono quegli agguati che stranamente sono definiti da tv e giornali "resistenza" (strano, mi avevano insegnato che il valore di quel termine fosse altro e che chi avesse deciso di combattere al fianco di un dittatore sconfitto al massimo poteva esser chiamato repubblichino. Bah, mistero della storia e amen). Già le prime decisioni: abolite le festività del vecchio regime, mentre il giorno dal quale molti parlano di "occupazione americana", la caduta di Saddam (il 9 aprile), sarà festa nazionale. Non sarà mica una festa di liberazione??!! Il consiglio avrà poteri reali, ma collaborerà con l'amministrazione Usa guidata da Bremer. (Vai alla notizia)
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Saturday, July 12, 2003
In una piccola chiesetta antica di un minuscolo e suggestivo borgo medievale sperduto nella campagna poco a nord di Roma. Da lì ha preso il via il matrimonio tra Simo, una mia collega, e il suo fidanzato Raffaele - vi auguro tanta felicità - al tramonto, con un soffio di vento, un parroco confidenziale, un quartetto d'archi, spicchi di sole sui dipinti. Ma quando siamo giunti giulivi nel luogo convenuto per il banchetto siamo rimasti meravigliati. Un vialetto conduceva sotto una torre medievale ricoperta di rampicanti, un finestrone in cima faceva bella mostra di un'armatura da cavaliere. Pochi gradini da scendere per giungere a bordo della piscina dove erano pronte tavole imbandite. Ma il pendio continuava immerso nel bosco e le note di un motivo barocco ci invitavano a scendere ancora un paio di rampe, fino all'aprirsi intorno a noi di una stanza di verde dal prato morbido. Qui un antipasto pieno d'ogni squisitezza, da gustare al suono di un quartetto di sassofoni, con jazz anni '30 e '50. Aperitivi, affettati, formaggi d'ogni tipo accompagnati da marmellate e miele e panetti, poi cestelli interi di fritti. Ma robba preferiva i drink, braind la linea, io ho assaggiato scientificamente tutto, la mia dolce metà si conteneva a stento, cosa che non faceva mic, rapito dai formaggi. Poi robba si è aggiudicata il bouquet con un intervento in tackle scivolato sulle altre 5 o 6 sbigottite ragazze, vabbè ("Lo sapevo che non doveva venire", è stato l'sms di cicci). In quell'atmosfera incantata, la sposa era una bellissima dama del tardo medioevo, o '500 e giù di lì, dalle movenze lente ed eleganti. Si faceva buio. La cena a bordo piscina leggera e gustosa, con vini ottimi e gradevoli, io e robba bevevamo ogni qual volta il cameriere si avvicinava per mescere nei bicchieri mezzi vuoti. Conversazioni accese, come sempre, con mic pungolato da robba, mentre di storia e politica si è parlato anche con Massimo, un simpatico vigile urbano e 'scienziato politico' al nostro tavolo (era per il revisionismo storico, ma contrario agli ogm e alle multinazionali Usa - insomma una via di mezzo tra mic e braind). Un buffet di dolci e frutta, poi open bar e danze sfrenate a bordo piscina. Non sono mancati il nostro dir. amm. che si dimenava sulle note di "Briiiiigitte Bardò Bardò" (lui è della casa delle 'liberté', fa un po' come cazzo gli pare), tre poveracci in mutande ripescati subito dalla piscina per intervento provvidenziale della sicurezza; e né robba mi ha voluto far mancare una lezione supplementare sugli whisky, stavolta con un testimonial d'eccezione direttamente dall'Australia. Luna piena tra gli alberi durante qualche lento-bacio. Infine Remo, "Mamma Roma, addio". braind è una brava ballerina.
Grazie Simo, bella serata
Grazie Simo, bella serata
E oggi la Cia ammette l'errore, ma Bush rinnova la fiducia a Tenet
RadioRadicale.it
Qui Cnn.com.
E' probabile che la Cia non fosse certa della fondatezza di quella singola accusa, l'acquisto di uranio dal Niger (mentre continua a giurare sulle prove del possesso di armi di distruzione di massa e anche sul programma nucleare di Saddam), e che l'abbia anche fatto presente, come dice la Cbs. Ma nel discorso del presidente è stata inserita ugualmente quella singola accusa, in modo più generico, dando credito invece ai servizi britannici, e ora Cia e Casa Bianca la toppa l'hanno messa in casa, per non far male a nessuno. Supposizioni. Cose gravi, anzi serie. Ma ci fa bene ricordare alcuni fatti che si scordano troppo facilmente. A partire dalla risoluzione 1441 approvata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu all'unanimità nel novembre 2002. All'unanimità appunto, si affermava che l'Iraq possedeva armi di distruzione di massa e si invitava Saddam a provare il contrario accompagnando gli ispettori a vedere le prove della loro distruzione, avvenuta o imminente. Questo era il compito degli ispettori, e non quello di trovarle quelle armi, che tutti (Francia, Russia e Germania comprese) avevano già ritenuto esistere. Cosa è intervenuto poi a far invertire l'onere della prova? Le logiche mediatiche, un po' di disinformazione, la malafede di alcune campagne, l'interesse di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza a far rimanere Saddam lì dov'era hanno spostato il centro del dibattito di nuovo sulle prove dell'esistenza delle armi. Poco male, deve aver pensato Powell, le prove sono evidenti, i nostri alleati e l'opinione pubblica si convinceranno per l'attacco, anche perché nel frattempo Saddam non faceva l'unica cosa che gli era stata chiesta: collaborazione totale, immediata, senza condizioni (alla domanda se questa richiesta fosse stata adempiuta Blix non ha mai potuto rispondere affermativamente). Le prove dell'esistenza delle WMD sono divenute strumento politico per convincere della necessità dell'attacco, mai sono state strumento di legittimazione giuridica. In punta di diritto la guerra sarebbe stata legittimata ex risoluzione 678 del 1991 (armistizio e disarmo iracheno) da quando Saddam cacciò gli ispettori e poi di nuovo dopo la risoluzione 1441, che a alla 678 si richiamava direttamente. Prove ulteriori servivano politicamente per convincere l'opinione pubblica e tentare di non dividere il Consiglio di Sicurezza (scusa se poco), ma chi doveva sapere, sapeva già: l'attacco era legittimo. Quanto agli obiettivi (e quindi le cause) della guerra, non c'è dubbio che quello geopolitico sia stato il preminente, ma le WMD rimangono comunque una pesante concausa (perché non si possono avere due, o più, ottime ragioni?). E allora? Ancora si fa finta di niente sul fatto che dopo l'11 settembre l'America vuole sì ridisegnare il Medio Oriente (perché dai suoi cancri - questione palestinese, povertà, dittature - proviene il terrorismo), ma lo vuol fare per risolvere la questione palestinese e favorire la democratizzazione dei regimi della regione, nella convinzione di poter arrestare così il fondamentalismo islamico. Si può discutere il come, ma non mi pare un disegno malvagio. Questo a voler leggere i documenti, il resto sono favole.
RadioRadicale.it
Qui Cnn.com.
E' probabile che la Cia non fosse certa della fondatezza di quella singola accusa, l'acquisto di uranio dal Niger (mentre continua a giurare sulle prove del possesso di armi di distruzione di massa e anche sul programma nucleare di Saddam), e che l'abbia anche fatto presente, come dice la Cbs. Ma nel discorso del presidente è stata inserita ugualmente quella singola accusa, in modo più generico, dando credito invece ai servizi britannici, e ora Cia e Casa Bianca la toppa l'hanno messa in casa, per non far male a nessuno. Supposizioni. Cose gravi, anzi serie. Ma ci fa bene ricordare alcuni fatti che si scordano troppo facilmente. A partire dalla risoluzione 1441 approvata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu all'unanimità nel novembre 2002. All'unanimità appunto, si affermava che l'Iraq possedeva armi di distruzione di massa e si invitava Saddam a provare il contrario accompagnando gli ispettori a vedere le prove della loro distruzione, avvenuta o imminente. Questo era il compito degli ispettori, e non quello di trovarle quelle armi, che tutti (Francia, Russia e Germania comprese) avevano già ritenuto esistere. Cosa è intervenuto poi a far invertire l'onere della prova? Le logiche mediatiche, un po' di disinformazione, la malafede di alcune campagne, l'interesse di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza a far rimanere Saddam lì dov'era hanno spostato il centro del dibattito di nuovo sulle prove dell'esistenza delle armi. Poco male, deve aver pensato Powell, le prove sono evidenti, i nostri alleati e l'opinione pubblica si convinceranno per l'attacco, anche perché nel frattempo Saddam non faceva l'unica cosa che gli era stata chiesta: collaborazione totale, immediata, senza condizioni (alla domanda se questa richiesta fosse stata adempiuta Blix non ha mai potuto rispondere affermativamente). Le prove dell'esistenza delle WMD sono divenute strumento politico per convincere della necessità dell'attacco, mai sono state strumento di legittimazione giuridica. In punta di diritto la guerra sarebbe stata legittimata ex risoluzione 678 del 1991 (armistizio e disarmo iracheno) da quando Saddam cacciò gli ispettori e poi di nuovo dopo la risoluzione 1441, che a alla 678 si richiamava direttamente. Prove ulteriori servivano politicamente per convincere l'opinione pubblica e tentare di non dividere il Consiglio di Sicurezza (scusa se poco), ma chi doveva sapere, sapeva già: l'attacco era legittimo. Quanto agli obiettivi (e quindi le cause) della guerra, non c'è dubbio che quello geopolitico sia stato il preminente, ma le WMD rimangono comunque una pesante concausa (perché non si possono avere due, o più, ottime ragioni?). E allora? Ancora si fa finta di niente sul fatto che dopo l'11 settembre l'America vuole sì ridisegnare il Medio Oriente (perché dai suoi cancri - questione palestinese, povertà, dittature - proviene il terrorismo), ma lo vuol fare per risolvere la questione palestinese e favorire la democratizzazione dei regimi della regione, nella convinzione di poter arrestare così il fondamentalismo islamico. Si può discutere il come, ma non mi pare un disegno malvagio. Questo a voler leggere i documenti, il resto sono favole.
Friday, July 11, 2003
La Rice assicura che la Cia approvò le accuse all'Iraq
Secondo la Cbs la Cia avvertì che le accuse potevano essere infondate (L'articolo). Già, ma è lana caprina. Il punto non è quello e chi lo deve sapere lo sa.
RadioRadicale.it
Secondo la Cbs la Cia avvertì che le accuse potevano essere infondate (L'articolo). Già, ma è lana caprina. Il punto non è quello e chi lo deve sapere lo sa.
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Intervista a Vasco Rossi
Vasco fa discorsi molto ragionevoli sulle droghe. Dice che la marijuana non è pericolosa come le altre droghe pesanti e che va legalizzata. Ha fatto i tre concerti di Milano indossando una t-shirt con la scritta "legalizzala". Gli facevano fare altre due serate a patto che se la levasse, ma lui ha risposto "Se me la toglievo mi davano un'altra volta lo stadio? E se mi toglievo i pantaloni?". Audiovideo dell'intervista
RadioRadicale.it
Vasco fa discorsi molto ragionevoli sulle droghe. Dice che la marijuana non è pericolosa come le altre droghe pesanti e che va legalizzata. Ha fatto i tre concerti di Milano indossando una t-shirt con la scritta "legalizzala". Gli facevano fare altre due serate a patto che se la levasse, ma lui ha risposto "Se me la toglievo mi davano un'altra volta lo stadio? E se mi toglievo i pantaloni?". Audiovideo dell'intervista
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Thursday, July 10, 2003
Cuba. "La più grande prigione di giornalisti del mondo"
Così è definita l'isola caraibica oppressa dalla dittatura castrista da Reporters sans frontières. La campagna e altri documenti sulla repressione.
1972
Così è definita l'isola caraibica oppressa dalla dittatura castrista da Reporters sans frontières. La campagna e altri documenti sulla repressione.
1972
Iran, 9 luglio 2003. Eppur si muove. Mi sembra che il fatto più degno di nota di questo 9 luglio in cui ricorreva il quarto anniversario della dura repressione operata nel 1999 dal regime teo-clerico-fascista degli ayatollah sugli studenti sia stato l'arresto, anzi, il sequestro, avvenuto ieri mattina, di tre leader di uno dei maggiori movimenti studenteschi (La notizia). Le manifestazioni ci sono state in serata attorno alle Università, hanno coinvolto migliaia di persone, non solo studenti, non solo giovani. Sembra che i movimenti abbiano scelto una protesta di basso profilo per non offrire alibi e pretesti alla repressione del regime. Slogan 'per la libertà', ingorghi e clacson, anche se però non sono mancati scontri, soprattutto tra manifestanti e pasdaran fedelissimi degli ayatollah, e arresti. I più eclatanti quelli appunto dei tre leader studenteschi, sequestrati dai vigilantes del regime al termine di una conferenza stampa da loro stessi indetta, davanti a tutti i giornalisti, mentre spiegavano di aver perso completamente la fiducia nei riformisti guidati da Khatami, e di volersi rivolgere invece alla comunità internazionale, indirizzando come primo atto una lettera al segretario generale dell'Onu Kofi Annan, in cui si denuncia "l'apartheid sociale e politico che è il risultato di un'interpretazione errata della religione". Il segnale più inquietante e allo stesso tempo più nuovo di questi ultimi giorni non è tanto rappresentato dall'intensità della protesta, quanto piuttosto dall'intensità della "repressione preventiva": migliaia di arrresti e sequestri mirati, volti a decapitare i leader e i più alti livelli dei movimenti studenteschi, ben prima e durante questa data.
Quando una 'n' e una 'q' fanno la differenza. A Roma, dalle ore 19, in piazza Campo de' Fiori, si svolgeva la manifestazione a sostegno degli studenti per la libertà e la democrazia in Iran organizzata dal quotidiano il Riformista. E' stata un discreto successo, anche se, come era facile da prevedere, le grandi masse mobilitatesi per protestare contro la forza militare utilizzata per liberare l'Iraq non si sono viste. Molte però erano le bandiere multicolori della pace che sventolavano riciclate per l'occasione, ma con l'emblematica aggiunta della scritta "Iran libero". Mi ha colpito, mi son detto, e ho sussurrato a robba che mi era accanto, fosse una 'n' in più e una 'q' in meno a fare la differenza. Perché qualche mese fa non si scendeva in piazza chiedendo sì la pace, ma anche la libertà per l'Iraq e gli iracheni? Oggi si grida a ragione 'Iran libero', ieri dalle piazze non giungeva altrettanto forte il grido 'Iraq libero'. E attenzione, perché questa riflessione pone una questione che va oltre l'essere a favore o contrari alla guerra che è stata fatta. Gridare 'Iraq libero' lo si poteva fare comunque, pur essendo contrari all'uso della forza. Il pacifismo, delle varie estrazioni ideologiche, semplicemente non lo ha fatto. Ieri sera invece eravamo in piazza con Antonio Polito al grido 'Iran libero'. E' una contraddizione questa che non sfiora il popolo delle piazze, perché ieri infatti, a Campo de' Fiori, non c'era. E questa assenza non è casuale, è politica: per l'Iran non c'erano bandiere da bruciare. Ieri c'erano D'Alema, Veltroni, Macaluso. Poi, una sola bandiera Ds in tutta la piazza (la sezione è a pochi passi), di rappresentanza, ma 'la base' non c'era, non ha seguito gli inviti e la linea del segretario Fassino sull'Iran. Quanto lavoro ancora vi aspetta cari D'Alema, Fassino, Veltroni! C'era La Malfa, ed era pieno di bandiere del Nuovo Psi, c'era Cicchitto di Forza Italia, troppo poco da chi si chiama Casa delle libertà. C'era l'associazione 'Amici di Israele', c'erano militanti radicali, anche se i vertici e Pannella, per vanità poco ghandiana, hanno snobbato l'iniziativa. C'era dunque chi qualche mese fa gridava 'Iraq libero', come oggi sente la necessità di gridare 'Iran libero'.
Ora la politica. Stendiamo un velo pietoso sulle solite parole retoriche e vuote pronunciate da Rutelli. E' riuscito a farsi contestare da un iraniano inferocito. Per la verità gli argomenti della contestazione erano stati anticipati anche al termine dell'intervento di D'Alema: ''Più politica preventiva e meno guerre preventive'', aveva detto in maniera condivisibile il presidente dei Ds. ''Noi - aveva ammesso - facemmo un'apertura di credito nei confronti delle speranze che suscitava allora il riformismo iraniano, speranze che sono andate purtroppo un po' deluse. L'affermarsi di una democrazia, non necessariamente di tipo occidentale costituisce per tutti un'enorme sfida", concludeva D'Alema, ricordando che, se "nessun relativismo etico può giustificare" le dittature, la sinistra non deve più commettere l'errore di tollerarle in chiave antiimperialista, come troppo spesso in passato ha fatto. Già qui si era levata dal pubblico dei dissidenti iraniani una prima protesta, ' bipartisan', per i rapporti intrattenuti dai governi italiani con l'Iran degli ayatollah, per un quarto di secolo, e con il "falso" riformista Khatami, negli ultimi anni: ''Voi italiani, come i francesi e i tedeschi state facendo affari col governo di Teheran sulla pelle del nostro popolo''. E risiede proprio in queste battute spontanee, giunte dalla piazza, tutto il grande nodo di quale deve essere la politica dell'Occidente nei confronti della democrazia, dei diritti, della libertà, nei paesi dove questi beni di prima necessità mancano. Da una parte si chiede più politica, più diplomazia, dall'altra c'è l'esigenza che, in varie forme, e a dir la verità sempre più spesso, giunge dai popoli oppressi, di una maggiore intransigenza, anche scontro, delle democrazie occidentali nei confronti dei regimi. Alla politica e al dialogo suggeriti da D'Alema e Rutelli, il dissidente iraniano di Campo de' Fiori ha reagito chiedendo disperatamente il bastone di Bush. Al di là dell'opportunità o meno dell'uso della forza (da giudicare caso per caso, e mi sembra sia un dibattito a parte), se si vuole procedere nella globalizzazione dei diritti e nell'esportazione della democrazia va posta con forza la questione di quale deve essere l'atteggiamento politico dell'Occidente nei confronti delle dittature o delle non-democrazie: quante aperture, quanta fermezza, come dosarle, quando, quali attori politici, quali regole per le istituzioni internazionali. E' giunta l'ora di porre il parametro democrazia e diritti al centro delle relazioni internazionali, discriminante in negativo, ma anche in positivo. Con gradualismo, elasticità, realismo, ma determinazione. L'America, con Bush, dopo l'11 settembre, ripeto - perché questi tre termini sono importanti - l'America, con Bush, dopo l'11 settembre, ha cominciato a farlo.
Quando una 'n' e una 'q' fanno la differenza. A Roma, dalle ore 19, in piazza Campo de' Fiori, si svolgeva la manifestazione a sostegno degli studenti per la libertà e la democrazia in Iran organizzata dal quotidiano il Riformista. E' stata un discreto successo, anche se, come era facile da prevedere, le grandi masse mobilitatesi per protestare contro la forza militare utilizzata per liberare l'Iraq non si sono viste. Molte però erano le bandiere multicolori della pace che sventolavano riciclate per l'occasione, ma con l'emblematica aggiunta della scritta "Iran libero". Mi ha colpito, mi son detto, e ho sussurrato a robba che mi era accanto, fosse una 'n' in più e una 'q' in meno a fare la differenza. Perché qualche mese fa non si scendeva in piazza chiedendo sì la pace, ma anche la libertà per l'Iraq e gli iracheni? Oggi si grida a ragione 'Iran libero', ieri dalle piazze non giungeva altrettanto forte il grido 'Iraq libero'. E attenzione, perché questa riflessione pone una questione che va oltre l'essere a favore o contrari alla guerra che è stata fatta. Gridare 'Iraq libero' lo si poteva fare comunque, pur essendo contrari all'uso della forza. Il pacifismo, delle varie estrazioni ideologiche, semplicemente non lo ha fatto. Ieri sera invece eravamo in piazza con Antonio Polito al grido 'Iran libero'. E' una contraddizione questa che non sfiora il popolo delle piazze, perché ieri infatti, a Campo de' Fiori, non c'era. E questa assenza non è casuale, è politica: per l'Iran non c'erano bandiere da bruciare. Ieri c'erano D'Alema, Veltroni, Macaluso. Poi, una sola bandiera Ds in tutta la piazza (la sezione è a pochi passi), di rappresentanza, ma 'la base' non c'era, non ha seguito gli inviti e la linea del segretario Fassino sull'Iran. Quanto lavoro ancora vi aspetta cari D'Alema, Fassino, Veltroni! C'era La Malfa, ed era pieno di bandiere del Nuovo Psi, c'era Cicchitto di Forza Italia, troppo poco da chi si chiama Casa delle libertà. C'era l'associazione 'Amici di Israele', c'erano militanti radicali, anche se i vertici e Pannella, per vanità poco ghandiana, hanno snobbato l'iniziativa. C'era dunque chi qualche mese fa gridava 'Iraq libero', come oggi sente la necessità di gridare 'Iran libero'.
Ora la politica. Stendiamo un velo pietoso sulle solite parole retoriche e vuote pronunciate da Rutelli. E' riuscito a farsi contestare da un iraniano inferocito. Per la verità gli argomenti della contestazione erano stati anticipati anche al termine dell'intervento di D'Alema: ''Più politica preventiva e meno guerre preventive'', aveva detto in maniera condivisibile il presidente dei Ds. ''Noi - aveva ammesso - facemmo un'apertura di credito nei confronti delle speranze che suscitava allora il riformismo iraniano, speranze che sono andate purtroppo un po' deluse. L'affermarsi di una democrazia, non necessariamente di tipo occidentale costituisce per tutti un'enorme sfida", concludeva D'Alema, ricordando che, se "nessun relativismo etico può giustificare" le dittature, la sinistra non deve più commettere l'errore di tollerarle in chiave antiimperialista, come troppo spesso in passato ha fatto. Già qui si era levata dal pubblico dei dissidenti iraniani una prima protesta, ' bipartisan', per i rapporti intrattenuti dai governi italiani con l'Iran degli ayatollah, per un quarto di secolo, e con il "falso" riformista Khatami, negli ultimi anni: ''Voi italiani, come i francesi e i tedeschi state facendo affari col governo di Teheran sulla pelle del nostro popolo''. E risiede proprio in queste battute spontanee, giunte dalla piazza, tutto il grande nodo di quale deve essere la politica dell'Occidente nei confronti della democrazia, dei diritti, della libertà, nei paesi dove questi beni di prima necessità mancano. Da una parte si chiede più politica, più diplomazia, dall'altra c'è l'esigenza che, in varie forme, e a dir la verità sempre più spesso, giunge dai popoli oppressi, di una maggiore intransigenza, anche scontro, delle democrazie occidentali nei confronti dei regimi. Alla politica e al dialogo suggeriti da D'Alema e Rutelli, il dissidente iraniano di Campo de' Fiori ha reagito chiedendo disperatamente il bastone di Bush. Al di là dell'opportunità o meno dell'uso della forza (da giudicare caso per caso, e mi sembra sia un dibattito a parte), se si vuole procedere nella globalizzazione dei diritti e nell'esportazione della democrazia va posta con forza la questione di quale deve essere l'atteggiamento politico dell'Occidente nei confronti delle dittature o delle non-democrazie: quante aperture, quanta fermezza, come dosarle, quando, quali attori politici, quali regole per le istituzioni internazionali. E' giunta l'ora di porre il parametro democrazia e diritti al centro delle relazioni internazionali, discriminante in negativo, ma anche in positivo. Con gradualismo, elasticità, realismo, ma determinazione. L'America, con Bush, dopo l'11 settembre, ripeto - perché questi tre termini sono importanti - l'America, con Bush, dopo l'11 settembre, ha cominciato a farlo.
Wednesday, July 09, 2003
Visto che ci siamo, diciamola tutta, e onore a Mario Brega
Qui un suo ritratto, i suoi film, gli mp3 di alcune celebri battute che lo hanno reso mitico. "Ah cornuto, arzete!", "So communista cosììììì!", "Assaggia Sè, e assaggiaaa!! E' 'n zucchero"
clarence.com
Mamma Roma Addio
Imperdibile e mitica lirica di Remo Remotti, musicata dai Recycle. Un grazie di cuore a GiallodiVino che ha avuto la voglia di trascriverne il testo, che tanto ho cercato in rete.
Negli anni cinquanta io me ne andai, come oggi i ragazzi vanno in India, vanno via, anch’io me ne andai nauseato, stanco da questa Roma del dopoguerra, io allora a vent’anni, mi trovavo di fronte a questa situazione, andai via da questa Roma anni 50.
E me andavo da quella Roma addormentata, da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, quella Roma del volemose bene, annamo avanti, quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei sali e tabacchi, degli erbaggi e frutta, quella Roma dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, dei maritozzi colla panna, senza panna, delle mosciarelle
me andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ce voleva ‘na raccomandazione
me andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, quella Roma della circolare destra e della circolare sinistra, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti
me andavo da quella Roma degli attici colla vista, la Roma di piazza Bologna, di Via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella eterna, quella di giorno, quella di notte, quella turistica, la Roma dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma di Propaganda Fide, la Roma fascista di Piacentini
me andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Roma caput mundi, del Colosseo, dei Fori imperiali, di piazza Venezia, dell’Altare della patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre col sole estate e inverno, quella Roma ch’è meglio di Milano
me andavo da quella Roma dove la gente orinava per le strade, quella Roma fetente e impiegatizia, dei mille bottegai, de Iannetti, di Gucci, di Ventrella, di Bulgari, di Schostal, di Carmignani, di Avegna, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è ‘na lira, quella Roma der còre de Roma
me andavo da quella Roma della Banca Commerciale Italiana, del Monte di Pietà, di ...chi cazzo, di campo de’ Fiori, di Piazza Navona, quella Roma che c’hai ‘na sigaretta, e prestame cento lire, quella Roma del Coni, del Concorso ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, me n’andavo da quella Roma di merda!
Mamma Roma! Addio.
Remo Remotti. Trascrizione GiallodiVino
Link
Tuesday, July 08, 2003
8 e 9 luglio. Siamo tutti iraniani
Qui le immagini e le interviste dalla manifestazione di oggi dei Radicali davanti all'ambasciata iraniana. Domani si replica con le iniziative del quotidiano il Riformista, dalle 10,30 alle 18,00 in via Nomentana 361, davanti all'ambasciata iraniana, e dalle 19,00 a piazza Campo de' Fiori.
Bush aiuta l'Africa?? Ma che castroneria è questa?
«Il New York Times la chiama l'altra faccia della politica estera di George W. Bush, il ramoscello d'ulivo da contrapporre al bastone dell'Iraq e dei rapporti bruschi con Nazioni Unite e Unione europea. Si stupisce, ma non contesta la realtà dei fatti. Forse lo fa perché sull'Africa la pioggia di complimenti alla presidenza attuale è bipartisan e perfino di fonte inaspettata, viene dalla Hollywood iperliberal». Richard Gere, Bob Geldof plaudono. Leggi tutto
Il Foglio
Anche sul Washington Times
Spunto interessante di 1972. Il relativismo etico e culturale è la malattia del mondo occidentale? Siamo sprovvisti di una risposta ideologica al fondamentalismo islamico? Qui il post
1972
1972
8 e 9 luglio. Siamo tutti iraniani
JimMomo aderisce ed invita a partecipare alle manifestazioni di sostegno al movimento degli studenti iraniani per la democrazia. L'8 luglio i radicali hanno dato appuntamento di fronte all'ambasciata iraniana in via Nomentana 361, una sorta di veglia dalle 18 alle 24, per chiedere che agli studenti iraniani sia garantito il rispetto del diritto a manifestare e a commemorare il 9 Luglio del '99. Qui l'appello.
Domani, 9 luglio, la manifestazione indetta dal quotidiano il Riformista, di Antonio Polito, dalle 10,30 alle 18,00 in via Nomentana 361, davanti all'ambasciata iraniana, e dalle 19,00 a piazza Campo de' Fiori.
Per approfondimenti in rete
Monday, July 07, 2003
Un grazie a Mhttk' che mi ha fatto scoprire questa bella trovata del GuestMap e dei servizi di bravenet.com.
Sunday, July 06, 2003
Camera d'albergo. Aprii gli occhi nell'oscurità di quella notte morente. Una fredda camera d'albergo. Le pareti spoglie, dai colori privi di libertà. Uno squallido e minuto balconcino di finto rococò dava sul viale centrale. Ex cuore d'Europa. Vi filtrava un chiarore azzurrino tenue e diffuso su ciò che rimaneva di una vecchia e stanca carta da parati. Biancori improvvisi, artificiali, ombre contorte sugli arredi poveri di gusto.
Ma io mi soffermavo a guardare accanto a me. Il profilo delle tue spalle nude riluceva nella penombra. Tu dormivi ancora, nonostante tutto, beata. Anche quando i carri armati cominciarono ad attraversare la città. I cingoli pesanti e spietati rullavano sulle strade lastricate dei quartieri ormai vuoti. Verso il castello, verso la piazza principale, verso il palazzo del governo. Cupi in lontananza colpi d'artiglieria dalle campagne già occupate. Squarciavano la terra stuprata della miseria. Mi alzai adagio e andai verso la finestra, senza tirar via le lenzuola per coprirmi. La colonna avanzava già da parecchi minuti nella notte, la vedevo sfilare implacabile sbirciando dalla tendina. Avrei voluto davvero averti vicina, se fosse stato per me. Sarei rimasto, ma le prime luci dell'alba sul tuo viso, ancora addormentato dopo l'amore dei miei sguardi e delle mie mani. Dovevo lasciare in fretta quella nostra stanza d'albergo. Ignara, serena, angelo al fresco delle lenzuola. Non potevo portarti con me, così è stato meglio non svegliarti. Dovevo lasciare in tutta fretta quella città. Il nuovo giorno mi impediva di amarti, giungeva rapido insieme a quei carri armati a cancellare la mia notte insonne di tormenti e rimorsi. Vicino, i tuoi occhi chiusi. L'alba di quel nuovo giorno ti ho sfiorata l'ultima volta, per un timido ricordo, e corsi via con i pugni stretti in tasca. L'amore si era posato su di te, ma fuori c'era una guerra che schiacciò la nostra buia camera d'albergo. Chissà poi cosa ti sarà successo.
28.12.1995
Ma io mi soffermavo a guardare accanto a me. Il profilo delle tue spalle nude riluceva nella penombra. Tu dormivi ancora, nonostante tutto, beata. Anche quando i carri armati cominciarono ad attraversare la città. I cingoli pesanti e spietati rullavano sulle strade lastricate dei quartieri ormai vuoti. Verso il castello, verso la piazza principale, verso il palazzo del governo. Cupi in lontananza colpi d'artiglieria dalle campagne già occupate. Squarciavano la terra stuprata della miseria. Mi alzai adagio e andai verso la finestra, senza tirar via le lenzuola per coprirmi. La colonna avanzava già da parecchi minuti nella notte, la vedevo sfilare implacabile sbirciando dalla tendina. Avrei voluto davvero averti vicina, se fosse stato per me. Sarei rimasto, ma le prime luci dell'alba sul tuo viso, ancora addormentato dopo l'amore dei miei sguardi e delle mie mani. Dovevo lasciare in fretta quella nostra stanza d'albergo. Ignara, serena, angelo al fresco delle lenzuola. Non potevo portarti con me, così è stato meglio non svegliarti. Dovevo lasciare in tutta fretta quella città. Il nuovo giorno mi impediva di amarti, giungeva rapido insieme a quei carri armati a cancellare la mia notte insonne di tormenti e rimorsi. Vicino, i tuoi occhi chiusi. L'alba di quel nuovo giorno ti ho sfiorata l'ultima volta, per un timido ricordo, e corsi via con i pugni stretti in tasca. L'amore si era posato su di te, ma fuori c'era una guerra che schiacciò la nostra buia camera d'albergo. Chissà poi cosa ti sarà successo.
28.12.1995
Friday, July 04, 2003
"Siamo tutti iraniani"
«Noi iraniani chiediamo solidarietà ed aiuto ai cittadini liberi e consapevoli del mondo per la nostra lotta contro il regime dittatoriale di Teheran».
Campo de' Fiori ore 19,00, manifestazione organizzata dal quotidiano il Riformista in sostegno degli studenti iraniani.
«Noi iraniani chiediamo solidarietà ed aiuto ai cittadini liberi e consapevoli del mondo per la nostra lotta contro il regime dittatoriale di Teheran».
Campo de' Fiori ore 19,00, manifestazione organizzata dal quotidiano il Riformista in sostegno degli studenti iraniani.
4 luglio. Dieci ragioni per dirci americani
Di Dinesh D'Souza, politologo di origine indiana emigrato negli Stati Uniti. D'accordo con Camillo, anche JimMomo critica l'America soltanto con chi condivide ogni singola parola di questo articolo. Leggi l'articolo
National Review - Il Foglio
Dopo l'11 settembre
Christian Rocca
Documenti:
Thursday, July 03, 2003
'Voglio andaaaare al maaaare'
«Vasco invita a esistere (magari con la marijuana) invece che a resistere, e per Rep. è uno choc». Bel ritratto di Vasco Rossi. L'autore del pezzo l'ha descritto in modo impeccabile, ha capito tutto del Blasco. «Perché Vasco non si è mai filato nessuno, e quindi la diffidenza è, per molti, lecita. Uno che si accontenta di scrivere canzoni e fissare date di concerti che si esauriscono in un batter d'ali fa effettivamente un po' strano». Leggi tutto in 'Quinta colonna'
Il Foglio
Ha svaccato proprio sul più bello. Vetta della comicità
Berlusconi. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Da quando è sceso in campo la politica è più divertente. Anche nelle occasioni più austere sa essere burlone e sa far rimanere tutti a bocca aperta. Ieri, proprio all'avvio del semestre di presidenza italiana dell'Ue, nel dibattito seguito al suo discorso d'insediamento, ha proposto l'eurodeputato socialista tedesco Schulz, che lo aveva pesantemente criticato nel suo intervento, per il ruolo di kapò in un film sui i campi di concentramento nazisti (Oggi le reazioni). Le facce dei presenti ieri a Strasburgo erano imperdibili. Fini trasaliva, un'occhiata sconcertata a Buttiglione poco dietro, poi occhi sbarrati e viso marmoreo. Cox attonito, Schulz con gli occhi sgranati non crede alle proprie orecchie, poi soddisfatto, riuscita la provocazione. In molti però se la ridono di gusto, Pannella basito, gli hanno rubato la scena, te l'aspetti da lui l'espressione "siete turisti della democrazia". L'ho ascoltato il discorso d'insediamento di Berlusconi: il suo "rilancio dell'arte della mediazione" stava per diventare una barzelletta, ma era un discorso di programma completo, pacato, moderato, ricevibile anche dalla sinistra europea, nulla faceva presagire la tempesta. Ma il Berlusca non ha retto alle accuse personali, ha svaccato, siete solo turisti della democrazia, e poi, Signor Schulz, la proporrò per il ruolo di capò. Lei è perfetto. Performance impareggiabile, con 'io non ritiro se lui non ritira' l'Europarlamento si è trasformato in un processo di Biscardi, catapultati in mezzo a una lite tra 'Franghe Mello' ed 'Elie Corne', dove Cox era Biscardi che cercava di metter pace a fine 'buntade'. E sì, perché ieri quel mortorio del Parlamento europeo dove tutti i burocrati incerati si addormentano nelle ore di sedute a parlare di pesca, pesche e così via, ha preso finalmente vita, un sarcofago si è rianimato. Grazie a Silvio.
Commento politico. Una gaffe, niente più che una gaffe imperdonabile. Non ci voleva, bastava replicare alle accuse di Schulz con autoironia, pacatezza, stile. Ma questo non è Berlusconi, anche perché ieri era molto teso. E, è bene ricordarlo, c'erano già stati i cartelli esposti in aula dai verdi, lo striscione "l'Europa non ha bisogno di un 'padrino'", che, mi pare, come insulto merita il capò. Rimane la pecetta, come si dice a Roma, uno scivolone unico, ma niente drammi. Il problema vero è che rimane il combattivo asse franco-tedesco, che preparerà ben più pericolosi anche se meno vistosi agguati, come fa notare Cossiga. E rimane questa sinistra italiana che, nel vuoto di idee e di prospettive, pur di dare spallate a destra e a manca (che magari qualcuna riesce pure), non esita a vendere l'interesse nazionale e a preparare imboscate anziché impostare comportamenti bipartisan e costruire la sua nuova cultura politica. Qui il pericolo non è la diffusione del virus Berlusconi in Europa, ma la diffusione del virus 'girotondi-boccassini-larepubblica-l'unità' nelle sinistre europee.
Berlusconi. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Da quando è sceso in campo la politica è più divertente. Anche nelle occasioni più austere sa essere burlone e sa far rimanere tutti a bocca aperta. Ieri, proprio all'avvio del semestre di presidenza italiana dell'Ue, nel dibattito seguito al suo discorso d'insediamento, ha proposto l'eurodeputato socialista tedesco Schulz, che lo aveva pesantemente criticato nel suo intervento, per il ruolo di kapò in un film sui i campi di concentramento nazisti (Oggi le reazioni). Le facce dei presenti ieri a Strasburgo erano imperdibili. Fini trasaliva, un'occhiata sconcertata a Buttiglione poco dietro, poi occhi sbarrati e viso marmoreo. Cox attonito, Schulz con gli occhi sgranati non crede alle proprie orecchie, poi soddisfatto, riuscita la provocazione. In molti però se la ridono di gusto, Pannella basito, gli hanno rubato la scena, te l'aspetti da lui l'espressione "siete turisti della democrazia". L'ho ascoltato il discorso d'insediamento di Berlusconi: il suo "rilancio dell'arte della mediazione" stava per diventare una barzelletta, ma era un discorso di programma completo, pacato, moderato, ricevibile anche dalla sinistra europea, nulla faceva presagire la tempesta. Ma il Berlusca non ha retto alle accuse personali, ha svaccato, siete solo turisti della democrazia, e poi, Signor Schulz, la proporrò per il ruolo di capò. Lei è perfetto. Performance impareggiabile, con 'io non ritiro se lui non ritira' l'Europarlamento si è trasformato in un processo di Biscardi, catapultati in mezzo a una lite tra 'Franghe Mello' ed 'Elie Corne', dove Cox era Biscardi che cercava di metter pace a fine 'buntade'. E sì, perché ieri quel mortorio del Parlamento europeo dove tutti i burocrati incerati si addormentano nelle ore di sedute a parlare di pesca, pesche e così via, ha preso finalmente vita, un sarcofago si è rianimato. Grazie a Silvio.
Commento politico. Una gaffe, niente più che una gaffe imperdonabile. Non ci voleva, bastava replicare alle accuse di Schulz con autoironia, pacatezza, stile. Ma questo non è Berlusconi, anche perché ieri era molto teso. E, è bene ricordarlo, c'erano già stati i cartelli esposti in aula dai verdi, lo striscione "l'Europa non ha bisogno di un 'padrino'", che, mi pare, come insulto merita il capò. Rimane la pecetta, come si dice a Roma, uno scivolone unico, ma niente drammi. Il problema vero è che rimane il combattivo asse franco-tedesco, che preparerà ben più pericolosi anche se meno vistosi agguati, come fa notare Cossiga. E rimane questa sinistra italiana che, nel vuoto di idee e di prospettive, pur di dare spallate a destra e a manca (che magari qualcuna riesce pure), non esita a vendere l'interesse nazionale e a preparare imboscate anziché impostare comportamenti bipartisan e costruire la sua nuova cultura politica. Qui il pericolo non è la diffusione del virus Berlusconi in Europa, ma la diffusione del virus 'girotondi-boccassini-larepubblica-l'unità' nelle sinistre europee.
Giornate importanti, comunque
Varie cose. Il 9 luglio, data simbolo per gli iraniani oppositori del regime degli ayatollah (nel '99 la manifestazione di studenti duramente repressa dalle autorità), si avvicina. Qui in Italia ci saranno due manifestazioni di sostegno agli studenti iraniani che scenderanno in piazza in quella data. Quella del quotidiano il Riformista, dalle 10,30 alle 18,00 in via Nomentana 361, davanti all'ambasciata iraniana e dalle 19,00 a piazza Campo de' Fiori, e quella dei Radicali, l'8 luglio fino a mezzanotte. Solo pochi non-pacifisti dunque, solo 'ben informati'. In Iran gli studenti sono inquieti, le autorità religiose minacciano, quelle politiche attaccano, la tensione cresce, e da noi?? Beh, forse da noi si rivedranno in piazza i pacifisti ('pacifici'), ma non per l'Iran. Per la Liberia, sempre che le circostanze richiederanno l'intervento degli arcobaleni. Né qualcuno si preoccupa di Hong Kong, che sta per sprofondare nel buio della dittatura cinese, con l'entrata in vigore, proprio dal 9 luglio, dell'articolo 23, che limita le libertà civili nell'ex colonia britannica.
Varie cose. Il 9 luglio, data simbolo per gli iraniani oppositori del regime degli ayatollah (nel '99 la manifestazione di studenti duramente repressa dalle autorità), si avvicina. Qui in Italia ci saranno due manifestazioni di sostegno agli studenti iraniani che scenderanno in piazza in quella data. Quella del quotidiano il Riformista, dalle 10,30 alle 18,00 in via Nomentana 361, davanti all'ambasciata iraniana e dalle 19,00 a piazza Campo de' Fiori, e quella dei Radicali, l'8 luglio fino a mezzanotte. Solo pochi non-pacifisti dunque, solo 'ben informati'. In Iran gli studenti sono inquieti, le autorità religiose minacciano, quelle politiche attaccano, la tensione cresce, e da noi?? Beh, forse da noi si rivedranno in piazza i pacifisti ('pacifici'), ma non per l'Iran. Per la Liberia, sempre che le circostanze richiederanno l'intervento degli arcobaleni. Né qualcuno si preoccupa di Hong Kong, che sta per sprofondare nel buio della dittatura cinese, con l'entrata in vigore, proprio dal 9 luglio, dell'articolo 23, che limita le libertà civili nell'ex colonia britannica.
Terror and Liberalism
«Berman è l'intellettuale di sinistra che ha spiegato ai suoi compagni che la guerra al terrorismo arabo-musulmano è l'ultima tappa delle due guerre contro i totalitarismi che l'Occidente ha combattuto nel secolo scorso, quella contro il nazifascismo e quella contro il comunismo. Lo ha scritto in un bellissimo libro, Terror and Liberalism, che il Foglio ha recensito il 12 aprile ("il più conciso e intelligente commento sul mio libro", ha detto Berman), e che presto sarà pubblicato in Italia dall'editore Einaudi.» Sinistra, se ci sei batti un colpo. Leggi l'intervista
Christian Rocca
«Berman è l'intellettuale di sinistra che ha spiegato ai suoi compagni che la guerra al terrorismo arabo-musulmano è l'ultima tappa delle due guerre contro i totalitarismi che l'Occidente ha combattuto nel secolo scorso, quella contro il nazifascismo e quella contro il comunismo. Lo ha scritto in un bellissimo libro, Terror and Liberalism, che il Foglio ha recensito il 12 aprile ("il più conciso e intelligente commento sul mio libro", ha detto Berman), e che presto sarà pubblicato in Italia dall'editore Einaudi.» Sinistra, se ci sei batti un colpo. Leggi l'intervista
Christian Rocca
Wednesday, July 02, 2003
Ieri sera al concerto di Baglioni allo stadio Olimpico. Non sono un fan esaltato di Baglioni, ma neanche tra gli ipocriti che non riconoscono cosa le sue canzoni abbiano rappresentato nell'adolescenza di molti di noi. Non è un mio idolo, non mi ha influenzato come Vasco, i doors e tanti altri amerikani, ma di certi momenti si sa, si hanno dei bei ricordi. Poi i suoi spettacoli sono tra i migliori che si vedono in giro. Su alcune cose patetiche vabbè, sorvoliamo, e non sarà neanche un musicista eccelso, per carità, non mi sogno di proporlo ad alcuna nominations, ma cantare in uno stadio alcune sue canzoni legate a certi ricordi, magari abbracciato alla propria ragazza, fa sempre un certo effetto. E dove lo trovi di questi tempi uno che canta, suona, balla, corre da una parte all'altra dello stadio per farsi vedere da tutti per non scontentare quelli della nord o quelli della sud, e lo fa per 3 ore e 10 minuti (braind? che dici?) circondato da uno spettacolo di centinaia di ballerini, figuranti, luci, coreografie???
Friday, June 27, 2003
Black out. Una cosa seria
Quando i nostri politici si decideranno ad affrontare la questione energetica? Invece di romperci i coglioni quotidianamente con le loro vanità, perché non si discute, e non si dividono, sulla politica energetica, o sulla non-politica fatta per anni? La situazione gravissima, che si ripercuote sull'industria, ma anche sui singoli cittadini, e che ostacola la crescita economica e il nostro benessere, ben rappresentata oggi in prima pagina su 'il Riformista'.
«Un paese senza energia, senza nucleare né carbone»
«Non solo il black out, ma anche le tariffe più salate d'Europa»
il Riformista
Quando i nostri politici si decideranno ad affrontare la questione energetica? Invece di romperci i coglioni quotidianamente con le loro vanità, perché non si discute, e non si dividono, sulla politica energetica, o sulla non-politica fatta per anni? La situazione gravissima, che si ripercuote sull'industria, ma anche sui singoli cittadini, e che ostacola la crescita economica e il nostro benessere, ben rappresentata oggi in prima pagina su 'il Riformista'.
il Riformista
Il 9 luglio per l'Iran libero
Questo blog aderisce alla manifestazione indetta dal quotidiano 'il Riformista' di sostegno agli studenti iraniani che protestano contro il regime degli ayatollah.
L'Iniziativa del quotidiano 'il Riformista' L'adesione di Piero Fassino, "Basta relativismi, sempre per la libertà"
Ben detto, era ora. Già, perché è questa la sinistra che vorremmo, quella vincente. La mobilitazione lanciata da 'il Riformista' è lodevole e aderisco volentieri, riuscirà bene, ma saremo in pochi. Dubito che folle oceaniche si scomodino per la pace, la libertà e la democrazia se non sono chiamate a raccolta contro gli Stati Uniti. La pace per cui di solito i più manifestano è la loro, non quella degli altri: 'l'Iran non è attaccato dagli Usa? Lasciateci in pace'.
Questo blog aderisce alla manifestazione indetta dal quotidiano 'il Riformista' di sostegno agli studenti iraniani che protestano contro il regime degli ayatollah.
Ben detto, era ora. Già, perché è questa la sinistra che vorremmo, quella vincente. La mobilitazione lanciata da 'il Riformista' è lodevole e aderisco volentieri, riuscirà bene, ma saremo in pochi. Dubito che folle oceaniche si scomodino per la pace, la libertà e la democrazia se non sono chiamate a raccolta contro gli Stati Uniti. La pace per cui di solito i più manifestano è la loro, non quella degli altri: 'l'Iran non è attaccato dagli Usa? Lasciateci in pace'.
Affirmative action
Un bel dibattito da seguire - al di là dell'oceano, ovviamente - ha ragione 1972, che qui tratteggia al meglio i termini della questione.
1972
Un bel dibattito da seguire - al di là dell'oceano, ovviamente - ha ragione 1972, che qui tratteggia al meglio i termini della questione.
1972
Thursday, June 26, 2003
"E' l'ora degli ayatollah, passeranno indenni l'estate di Teheran?"
«E' l'ora dei mullah! Ci? che adesso dobbiamo chiederci è se l'Iran degli ayatollah e la originaria "Repubblica islamica" riusciranno a superare indenni l'estate o se invece il presidente Bush celebrerà il secondo anniversario dell'11 settembre con i due terzi del suo asse del male buttati nella spazzatura della storia.» Articolo di Mark Steyn tradotto da Il Foglio. Leggi tutto. Nella stessa pagina i messaggi dei ragazzi iraniani a Radio voce dell'Iran.
Intanto, in Iran il regime teo-clerico-fascista ha proibito le manifestazioni da tempo previste per il 9 luglio, l'anniversario della prima grande manifestazione degli studenti iraniani, duramente repressa nel 1999, ma i dimostranti hanno deciso di scendere in strada lo stesso anche per i loro compagni che si trovano da giorni in carcere (Vai alla notizia). In Italia, già annunciata una manifestazione di sostegno dal quotidiano 'il Riformista', ma anche i Radicali si muoveranno, l'8, il 9, o il 10.
Chicago Sun Times - Il Foglio
«E' l'ora dei mullah! Ci? che adesso dobbiamo chiederci è se l'Iran degli ayatollah e la originaria "Repubblica islamica" riusciranno a superare indenni l'estate o se invece il presidente Bush celebrerà il secondo anniversario dell'11 settembre con i due terzi del suo asse del male buttati nella spazzatura della storia.» Articolo di Mark Steyn tradotto da Il Foglio. Leggi tutto. Nella stessa pagina i messaggi dei ragazzi iraniani a Radio voce dell'Iran.
Intanto, in Iran il regime teo-clerico-fascista ha proibito le manifestazioni da tempo previste per il 9 luglio, l'anniversario della prima grande manifestazione degli studenti iraniani, duramente repressa nel 1999, ma i dimostranti hanno deciso di scendere in strada lo stesso anche per i loro compagni che si trovano da giorni in carcere (Vai alla notizia). In Italia, già annunciata una manifestazione di sostegno dal quotidiano 'il Riformista', ma anche i Radicali si muoveranno, l'8, il 9, o il 10.
Chicago Sun Times - Il Foglio
Tuesday, June 24, 2003
Per Michael Leeden supportare gli studenti iraniani è un dovere per tutti quelli che amano la libertà. E invita l'amministrazione Bush a sostenere apertamente le manifestazioni. Anche se ciò presenta dei rischi considerevoli.
«We were told that it would be counterproductive to denounce the gulag system and support the Soviet dissidents, that the Jackson-Vanik law (linking trade with the Soviet Union to freedom to emigrate for Soviet Jews) would be counterproductive, and that we must at all costs refrain from calling for greater human rights in the People's Republic of China. Yet every time another tyrant falls, his surviving victims invariably tell us that our words of support gave hope and strength to the freedom fighters and weakened the resolve of their oppressors. Bukovsky, Sharansky, Ginsburg, Walesa and Havel know the power of American support, as do Gorbachev, Jaruzelski, Milosevic and Marcos.» Tutto l'articolo
WP
Thomas Friedman. Il successo del processo di democratizzazione in Iraq sarà determinante anche per l'Iran provocando effetti a catena nell'intero Medio Oriente. Puntare sulla maggioranza sciita in Iraq sarebbe una spinta decisiva per il regime change in Iran.
«... there is one huge tool we do control that will certainly have an impact on Iran: It's called Iraq. Iraq, like Iran, is a majority Shiite country, with myriad religious links with Iran. If the Bush team could make a psychological and political breakthrough with Iraqi Shiites, and be seen as helping them build a progressive, pluralistic state in Iraq, it would have a big impact on Iran — much bigger than anything America alone could say or do. No one should have any illusions that Iran's Islamic theocracy is about to fold tomorrow. Iran's clerical rulers are tough and ruthless and have a monopoly of power. But many of their people detest them. And while Iran will play out by its own logic, there is no question that if the other big, predominantly Shiite state in the region, the one right next door, the one called Iraq, were to become a reasonably decent, democratizing polity of the sort Iranians are demanding for themselves, it would pressure Iran's clerics to open up.
We do not want the story in Iran to be America versus the Ayatollahs. We want the story to be the Iranian people versus the Ayatollahs, and the best way to foster that is by showing Iranians that there is another way and it's happening right next door. In short, America's intervention in Iraq is a two-for-one sale: improve Iraq, improve Iran. Buy one, get one free. Mess up one, mess up the other».
Tutto l'articolo
NYT
Analisi sulla storia e sulle prospettive del ruolo degli sciiti iracheni su Foreign Affairs. Le posizioni radicali non prevarranno.
«How the Bush administration handles the Iraqi Shi'ites, therefore, will be crucial not only for the future of Iraq but also for the future of the entire region.» Leggi
Foreign Affairs
«We were told that it would be counterproductive to denounce the gulag system and support the Soviet dissidents, that the Jackson-Vanik law (linking trade with the Soviet Union to freedom to emigrate for Soviet Jews) would be counterproductive, and that we must at all costs refrain from calling for greater human rights in the People's Republic of China. Yet every time another tyrant falls, his surviving victims invariably tell us that our words of support gave hope and strength to the freedom fighters and weakened the resolve of their oppressors. Bukovsky, Sharansky, Ginsburg, Walesa and Havel know the power of American support, as do Gorbachev, Jaruzelski, Milosevic and Marcos.» Tutto l'articolo
WP
Thomas Friedman. Il successo del processo di democratizzazione in Iraq sarà determinante anche per l'Iran provocando effetti a catena nell'intero Medio Oriente. Puntare sulla maggioranza sciita in Iraq sarebbe una spinta decisiva per il regime change in Iran.
«... there is one huge tool we do control that will certainly have an impact on Iran: It's called Iraq. Iraq, like Iran, is a majority Shiite country, with myriad religious links with Iran. If the Bush team could make a psychological and political breakthrough with Iraqi Shiites, and be seen as helping them build a progressive, pluralistic state in Iraq, it would have a big impact on Iran — much bigger than anything America alone could say or do. No one should have any illusions that Iran's Islamic theocracy is about to fold tomorrow. Iran's clerical rulers are tough and ruthless and have a monopoly of power. But many of their people detest them. And while Iran will play out by its own logic, there is no question that if the other big, predominantly Shiite state in the region, the one right next door, the one called Iraq, were to become a reasonably decent, democratizing polity of the sort Iranians are demanding for themselves, it would pressure Iran's clerics to open up.
We do not want the story in Iran to be America versus the Ayatollahs. We want the story to be the Iranian people versus the Ayatollahs, and the best way to foster that is by showing Iranians that there is another way and it's happening right next door. In short, America's intervention in Iraq is a two-for-one sale: improve Iraq, improve Iran. Buy one, get one free. Mess up one, mess up the other».
Tutto l'articolo
NYT
Analisi sulla storia e sulle prospettive del ruolo degli sciiti iracheni su Foreign Affairs. Le posizioni radicali non prevarranno.
«How the Bush administration handles the Iraqi Shi'ites, therefore, will be crucial not only for the future of Iraq but also for the future of the entire region.» Leggi
Foreign Affairs
Studioaperto
Il nuovo sito di Studio aperto. Per ora non c'è niente, ma promette bene, vediamo se saranno bravi bloggers.
Il nuovo sito di Studio aperto. Per ora non c'è niente, ma promette bene, vediamo se saranno bravi bloggers.
Il dibattito, quello vero, sulle armi di distruzione di massa di Saddam
In Italia ormai ci hanno convinto che Bush ha mentito ed è un fascista. Negli Stati Uniti il dibattito è ancora aperto, le posizioni e le analisi si confrontano. Leggi l'articolo
Il Foglio
In Italia ormai ci hanno convinto che Bush ha mentito ed è un fascista. Negli Stati Uniti il dibattito è ancora aperto, le posizioni e le analisi si confrontano. Leggi l'articolo
Il Foglio
Sunday, June 22, 2003
Massimo Finoia, le sue due fedi: «Continuando così potrò morire da vivo!»
«Credo che abbia seminato intorno a sé, soprattutto in questi ultimi mesi, molta più vita di quanto non ne consumasse la sua malattia. Massimo se ne va lasciandoci un pieno: di vita, di memoria, di amore, di lotta». Due anni fa moriva Massimo Finoia, professore ordinario di Economia politica, preside della Facoltà di Scienze Politiche all'Università 'Roma Tre' durante gli anni dei miei studi, collaboratore del 'Sole 24 ore'. Era affetto da una grave forma di cancro e si era candidato, da cattolico praticante, con la 'Lista Bonino', nei suoi ultimi mesi di vita. Qui lo speciale di RadioRadicale.it
Lontananze
Venerdì a Letterature. C'era Paul Auster. I magici tocchi calibrati ed essenziali di Danilo Rea e Roberto Gatto riempivano di veli invisibili la basilica di Massenzio. I brani letti da Auster, il passato, il presente, il futuro. Per un istante la mia mente è tornata a due persone che non ci sono più, che non si conoscevano ed erano lontane anni luce tra loro, ma che hanno avuto un gran peso su di me in momenti molto diversi della mia esistenza. In quell'istante le note vibrarono una calda serata estiva nella basilica e li ho ricordati insieme, Massimo e Rino, entrambi morti in giugno, 2001 e 2003. Semplicemente, vi ricordo... e vi ricordo bene.
Venerdì a Letterature. C'era Paul Auster. I magici tocchi calibrati ed essenziali di Danilo Rea e Roberto Gatto riempivano di veli invisibili la basilica di Massenzio. I brani letti da Auster, il passato, il presente, il futuro. Per un istante la mia mente è tornata a due persone che non ci sono più, che non si conoscevano ed erano lontane anni luce tra loro, ma che hanno avuto un gran peso su di me in momenti molto diversi della mia esistenza. In quell'istante le note vibrarono una calda serata estiva nella basilica e li ho ricordati insieme, Massimo e Rino, entrambi morti in giugno, 2001 e 2003. Semplicemente, vi ricordo... e vi ricordo bene.
Camillo a RR
Il "regime culturale italiano", e poi Bush, la sinistra americana e quella italiana, i Radicali, i new conservative, che "non esistono", regime change in Iran. Christian Rocca ai microfoni di Radio Radicale. Riascoltalo
Radioradicale.it
Il "regime culturale italiano", e poi Bush, la sinistra americana e quella italiana, i Radicali, i new conservative, che "non esistono", regime change in Iran. Christian Rocca ai microfoni di Radio Radicale. Riascoltalo
Radioradicale.it
Friday, June 20, 2003
Sweet home Teheran
Anche JimMomo aderisce all'appello di sinistro a sostegno di quanti, da veri antifascisti, stanno lottando in Iran contro il regime teo-clerico-fascista degli ayatollah. Idealmente vicino alla loro voglia di libertà, democrazia e progresso. Il testo dell'appello
sinistro
Anche JimMomo aderisce all'appello di sinistro a sostegno di quanti, da veri antifascisti, stanno lottando in Iran contro il regime teo-clerico-fascista degli ayatollah. Idealmente vicino alla loro voglia di libertà, democrazia e progresso. Il testo dell'appello
sinistro
Thursday, June 19, 2003
Iran. Il Riformista se ne accorge
«Solo il rombo dei B52 riesce a svegliare i progressisti italiani?», si chiede un editoriale di oggi de il Riformista. «Gli studenti di Teheran (...) non infiammano i cuori della sinistra. Non solo quella pronta a scendere in piazza sventolando la bandiera dell'Iraq di Saddam Hussein, ma nemmeno quella sensibile da sempre ai cambiamenti democratici che nascono dall'interno e vedono protagoniste le masse. Eppoi ci si lamenta se le manifestazioni pacifiste vengono chiamate manifestazioni anti-americane. In Iran non c'è la guerra. E, per quanto venga qua e là ventilata, nemmeno i neo-cons come Richard Perle la auspicano. Tanto meglio». «Proprio chi non vuole che si arrivi a un regime change a stelle e strisce, deve far sentire oggi la propria voce». Leggi tutto
il Riformista
«Solo il rombo dei B52 riesce a svegliare i progressisti italiani?», si chiede un editoriale di oggi de il Riformista. «Gli studenti di Teheran (...) non infiammano i cuori della sinistra. Non solo quella pronta a scendere in piazza sventolando la bandiera dell'Iraq di Saddam Hussein, ma nemmeno quella sensibile da sempre ai cambiamenti democratici che nascono dall'interno e vedono protagoniste le masse. Eppoi ci si lamenta se le manifestazioni pacifiste vengono chiamate manifestazioni anti-americane. In Iran non c'è la guerra. E, per quanto venga qua e là ventilata, nemmeno i neo-cons come Richard Perle la auspicano. Tanto meglio». «Proprio chi non vuole che si arrivi a un regime change a stelle e strisce, deve far sentire oggi la propria voce». Leggi tutto
il Riformista
Wednesday, June 18, 2003
Iran. Un'altra lezione dello stesso corso. Ma in troppi 'fanno sega'
Senza dubbio le manifestazioni di protesta che si stanno verificando in questi giorni in Iran contro il regime teo-clerico-fascista degli ayatollah potrebbero rappresentare l'inizio, o meglio, l'accelerazione, la spinta determinante, per un evento di portata storica. Dipenderà dagli sviluppi che potrà prendere la situazione, dall'attenzione che potranno e vorranno prestargli quella 'comunità delle democrazie' ancora troppo virtuale e il sistema dei media. I disordini e la conseguente repressione a Teheran e nelle altre città iraniane, la lotta degli studenti, la stessa di ampi settori della società iraniana per la libertà e la democrazia, per la moderazione e la partecipazione, sono l'evento cruciale di questi giorni, soprattutto alla luce del nuovo contesto internazionale prodottosi in Medio Oriente e non solo dopo la sconfitta del regime di Saddam in Iraq.
Tuttavia questi eventi, preceduti e in qualche modo di certo provocati dalle sconfitte di terribili regimi in Afghanistan e Iraq, e che potrebbero precipitare verso qualcosa di buono quanto per adesso insperato, non stanno ricevendo affatto l'attenzione e la preoccupazione che meriterebbero. Né dai media, né dalla politica. E' lecito e opportuno non fare dichiarazioni fuori luogo o passi affrettati, ma la distrazione si vede ad occhio nudo. Mancano il sostegno, la considerazione, la riflessione che le lotte per la libertà dovrebbero sempre meritare, soprattutto da parte di chi, ed io sono tra questi, si definisce, certo spesso con troppa superficialità, 'di sinistra'. Eppure tutti gli elementi che così spesso demagogicamente farciscono la retorica 'di sinistra' sembrano esserci: le grandi manifestazioni popolari, la generazione di giovani studenti come motore degli accadimenti, la repressione violenta della polizia e dei 'guardiani' fedeli al regime. Invece, nessuna indignazione, né mobilitazioni per la pace e il 'progresso', né bandiere colorate, né girotondi o marce. Silenzio, imbarazzante, ma non imbarazzato.
La verità preoccupante è che i danni prodotti dalla per-niente-nuova e reazionaria ideologia no global, dalla per-niente-nuova propaganda anti-americana, da telesantoro e televespa, in questi anni stanno pian piano riciclando una per-niente-nuova antropologia (l'uomo "nuovo" direbbe Bertinotti - facendoci rabbrividire -). La stessa che, pur sapendo, proprio come oggi sappiamo dell'Iran, volle ignorare la rivolta di 50 anni fa esatti a Berlino Est contro il regime comunista della DDR, le lotte per la libertà in Ungheria nel '56 e a Praga nel '68, per fermarsi solo al nostro continente. Oggi Il Foglio ricorda come 25 anni fa la sinistra europea volle vedere nelle bombe nei cinema iraniani il carattere anti-capitalistico e anti-occidentale della rivoluzione contro lo Scià, contro il capitalismo, soprattutto nella sua espressione di imperialismo americano. Ebbene oggi vengono arrestati i dirigenti di un istituto demografico: avevano computato una stragrande maggioranza di iraniani favorevoli a riprendere i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. Il "grande diavolo" degli ayatollah è considerato dalla popolazione iraniana, invece, un esempio di libertà per i popoli, e questo nonostante 25 anni di indottrinamento religioso. Un tipo di libertà che però evidentemente dalle parti nostre piace sempre meno.
Senza dubbio le manifestazioni di protesta che si stanno verificando in questi giorni in Iran contro il regime teo-clerico-fascista degli ayatollah potrebbero rappresentare l'inizio, o meglio, l'accelerazione, la spinta determinante, per un evento di portata storica. Dipenderà dagli sviluppi che potrà prendere la situazione, dall'attenzione che potranno e vorranno prestargli quella 'comunità delle democrazie' ancora troppo virtuale e il sistema dei media. I disordini e la conseguente repressione a Teheran e nelle altre città iraniane, la lotta degli studenti, la stessa di ampi settori della società iraniana per la libertà e la democrazia, per la moderazione e la partecipazione, sono l'evento cruciale di questi giorni, soprattutto alla luce del nuovo contesto internazionale prodottosi in Medio Oriente e non solo dopo la sconfitta del regime di Saddam in Iraq.
Tuttavia questi eventi, preceduti e in qualche modo di certo provocati dalle sconfitte di terribili regimi in Afghanistan e Iraq, e che potrebbero precipitare verso qualcosa di buono quanto per adesso insperato, non stanno ricevendo affatto l'attenzione e la preoccupazione che meriterebbero. Né dai media, né dalla politica. E' lecito e opportuno non fare dichiarazioni fuori luogo o passi affrettati, ma la distrazione si vede ad occhio nudo. Mancano il sostegno, la considerazione, la riflessione che le lotte per la libertà dovrebbero sempre meritare, soprattutto da parte di chi, ed io sono tra questi, si definisce, certo spesso con troppa superficialità, 'di sinistra'. Eppure tutti gli elementi che così spesso demagogicamente farciscono la retorica 'di sinistra' sembrano esserci: le grandi manifestazioni popolari, la generazione di giovani studenti come motore degli accadimenti, la repressione violenta della polizia e dei 'guardiani' fedeli al regime. Invece, nessuna indignazione, né mobilitazioni per la pace e il 'progresso', né bandiere colorate, né girotondi o marce. Silenzio, imbarazzante, ma non imbarazzato.
La verità preoccupante è che i danni prodotti dalla per-niente-nuova e reazionaria ideologia no global, dalla per-niente-nuova propaganda anti-americana, da telesantoro e televespa, in questi anni stanno pian piano riciclando una per-niente-nuova antropologia (l'uomo "nuovo" direbbe Bertinotti - facendoci rabbrividire -). La stessa che, pur sapendo, proprio come oggi sappiamo dell'Iran, volle ignorare la rivolta di 50 anni fa esatti a Berlino Est contro il regime comunista della DDR, le lotte per la libertà in Ungheria nel '56 e a Praga nel '68, per fermarsi solo al nostro continente. Oggi Il Foglio ricorda come 25 anni fa la sinistra europea volle vedere nelle bombe nei cinema iraniani il carattere anti-capitalistico e anti-occidentale della rivoluzione contro lo Scià, contro il capitalismo, soprattutto nella sua espressione di imperialismo americano. Ebbene oggi vengono arrestati i dirigenti di un istituto demografico: avevano computato una stragrande maggioranza di iraniani favorevoli a riprendere i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. Il "grande diavolo" degli ayatollah è considerato dalla popolazione iraniana, invece, un esempio di libertà per i popoli, e questo nonostante 25 anni di indottrinamento religioso. Un tipo di libertà che però evidentemente dalle parti nostre piace sempre meno.
"Il momento delle opportunità per il liberalismo arabo"
Stavolta, raramente accade, Capperi non è fazioso e ci segnala dal Middle East Media Research Institute qualcosa che ci fa bene leggere. Interessante ciò che scrive il giornalista Taufiq Abu Bakr in un articolo pubblicato sul quotidiano dell'Autorità nazionale palestinese Al-Ayyam: sostegno all'intervento straniero nei paesi in cui governano i regimi dittatoriali, e il cambiamento dall'interno non è possibile, e sfruttamento delle conseguenze della guerra in Iraq per rianimare il movimento liberale del mondo arabo. Titolo: "La tendenza liberale araba e il suo momento di opportunità". E scrive: «In molti decenni, i movimenti nazionalisti, socialisti e islamici non hanno portato alla democrazia, alla libertà o alla giustizia sociale nel mondo arabo»; «Il Movimento Liberale Arabo è stato seppellito quando era ancora nella culla»; «L'idea dell'intervento umanitario internazionale deve essere sviluppata»; «Abbiamo bisogno di un risveglio culturale nel mondo arabo». Leggi tutto (tradotto in italiano dal Memri).
Altri articoli segnalati:
"Sostenendo i suoi carnefici, molti arabi hanno peccato contro il popolo iracheno"
"I Media arabi sono riusciti a ingannare la gente"
Infine, il "Progetto di documentazione sull'antisemitismo arabo"
Memri
Stavolta, raramente accade, Capperi non è fazioso e ci segnala dal Middle East Media Research Institute qualcosa che ci fa bene leggere. Interessante ciò che scrive il giornalista Taufiq Abu Bakr in un articolo pubblicato sul quotidiano dell'Autorità nazionale palestinese Al-Ayyam: sostegno all'intervento straniero nei paesi in cui governano i regimi dittatoriali, e il cambiamento dall'interno non è possibile, e sfruttamento delle conseguenze della guerra in Iraq per rianimare il movimento liberale del mondo arabo. Titolo: "La tendenza liberale araba e il suo momento di opportunità". E scrive: «In molti decenni, i movimenti nazionalisti, socialisti e islamici non hanno portato alla democrazia, alla libertà o alla giustizia sociale nel mondo arabo»; «Il Movimento Liberale Arabo è stato seppellito quando era ancora nella culla»; «L'idea dell'intervento umanitario internazionale deve essere sviluppata»; «Abbiamo bisogno di un risveglio culturale nel mondo arabo». Leggi tutto (tradotto in italiano dal Memri).
Altri articoli segnalati:
"Sostenendo i suoi carnefici, molti arabi hanno peccato contro il popolo iracheno"
"I Media arabi sono riusciti a ingannare la gente"
Infine, il "Progetto di documentazione sull'antisemitismo arabo"
Memri
"Il paradosso del nazionalismo americano"
«As befits a nation of immigrants, American nationalism is defined not by notions of ethnic superiority, but by a belief in the supremacy of U.S. democratic ideals. This disdain for Old World nationalism creates a dual paradox in the American psyche: First, although the United States is highly nationalistic, it doesn’t see itself as such. Second, despite this nationalistic fervor, U.S. policymakers generally fail to appreciate the power of nationalism abroad.»
Interessante articolo di Minxin Pei su Foreign Policy sulle caratteristiche peculiari del nazionalismo Usa e sulle sue ripercussioni nei rapporti con il resto del mondo. E' basato su ideali democratici e istituzioni universali, non su criteri etinici, religiosi, linguistici o geografici, su un'adesione volontaristica e non indottrinata, sulle vittorie militari e i successi in pace, non sulle umiliazioni nazionali, su una memoria breve, ed è rivolto al futuro, non alle glorie passate. Leggi tutto
Foreign Policy
«As befits a nation of immigrants, American nationalism is defined not by notions of ethnic superiority, but by a belief in the supremacy of U.S. democratic ideals. This disdain for Old World nationalism creates a dual paradox in the American psyche: First, although the United States is highly nationalistic, it doesn’t see itself as such. Second, despite this nationalistic fervor, U.S. policymakers generally fail to appreciate the power of nationalism abroad.»
Interessante articolo di Minxin Pei su Foreign Policy sulle caratteristiche peculiari del nazionalismo Usa e sulle sue ripercussioni nei rapporti con il resto del mondo. E' basato su ideali democratici e istituzioni universali, non su criteri etinici, religiosi, linguistici o geografici, su un'adesione volontaristica e non indottrinata, sulle vittorie militari e i successi in pace, non sulle umiliazioni nazionali, su una memoria breve, ed è rivolto al futuro, non alle glorie passate. Leggi tutto
Foreign Policy
La "fantasia neoconservative"
Avevano davvero ragione loro? La "fantasia neoconservative" si sta avverando? Robert Lane Greene crede di sì e spiega perché su The New Republic. «It's a neoconservative's fantasy. In the past 18 months, two of the world's vilest regimes, Saddam Hussein's and the Taliban, have fallen. Now the Islamic Republic in Iran is trembling, shaken by almost a week of anti-government protests. It's tempting to conclude that those who predicted toppling Saddam would start a wave of democratization across the Middle East will be proven right after all.» Leggi tutto
The New Republic
Avevano davvero ragione loro? La "fantasia neoconservative" si sta avverando? Robert Lane Greene crede di sì e spiega perché su The New Republic. «It's a neoconservative's fantasy. In the past 18 months, two of the world's vilest regimes, Saddam Hussein's and the Taliban, have fallen. Now the Islamic Republic in Iran is trembling, shaken by almost a week of anti-government protests. It's tempting to conclude that those who predicted toppling Saddam would start a wave of democratization across the Middle East will be proven right after all.» Leggi tutto
The New Republic
Tuesday, June 17, 2003
Regime change in Iran?
Editoriale di Michael Leeden: analisi delle manifestazioni contro il regime degli Ayatollah, critiche a Bush perché non si decide ad aiutare i rivoltosi. Leggi qui
National Review
Editoriale di Michael Leeden: analisi delle manifestazioni contro il regime degli Ayatollah, critiche a Bush perché non si decide ad aiutare i rivoltosi. Leggi qui
National Review
Monday, June 16, 2003
Effetti ritardati: L'Europa dice sì alla guerra preventiva
«When these measures (including political dialogue and diplomatic pressure) have failed, coercive measures under Chapter VII of the U.N. Charter and international law (sanctions, selective or global, interceptions of shipments and, as appropriate, the use of force) could be envisioned.» Questa la parte di un documento approvato oggi dai ministri degli Esteri dell'Unione europea contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa.
Dunque, osserva 1972, "dopo mesi di retorica anti-Usa sembra ci siano arrivati anche i buoni e giusti (per chi non lo sapesse sono gli europei - usiamo sembra perchè magari domani smentiscono tutto -). Cosa è successo? Nulla. In Europa si sono solo letti il combinato disposto degli articoli del Capitolo VII Carta Onu nel quale si prevede appunto la possibilità dell'intervento militare per far fronte alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. Vale a dire la difesa preventiva nell'epoca delle armi di distruzione di massa in mano a stati-canaglia o a gruppi terroristi".
1972
«When these measures (including political dialogue and diplomatic pressure) have failed, coercive measures under Chapter VII of the U.N. Charter and international law (sanctions, selective or global, interceptions of shipments and, as appropriate, the use of force) could be envisioned.» Questa la parte di un documento approvato oggi dai ministri degli Esteri dell'Unione europea contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa.
Dunque, osserva 1972, "dopo mesi di retorica anti-Usa sembra ci siano arrivati anche i buoni e giusti (per chi non lo sapesse sono gli europei - usiamo sembra perchè magari domani smentiscono tutto -). Cosa è successo? Nulla. In Europa si sono solo letti il combinato disposto degli articoli del Capitolo VII Carta Onu nel quale si prevede appunto la possibilità dell'intervento militare per far fronte alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. Vale a dire la difesa preventiva nell'epoca delle armi di distruzione di massa in mano a stati-canaglia o a gruppi terroristi".
1972
In Iran i ragazzi chiedono la libertà
Dai sei giorni vanno avanti ormai le proteste degli studenti iraniani contro il regime degli Ayatollah, che risponde con una lenta repressione che non dia troppo nell'occhio dell'opinione pubblica. Su Bbc news i messaggi dall'Iran, con le richieste di aiuto a Bush e all'America ("Presidente Bush, aiutaci", s'intitola una mail).
Dov'è il popolo della pace? Dove sono coloro i quali hanno a cuore i destini dei popoli oppressi? I quotidiani si stracceranno le vesti domani? O forse no, visto che le manifestazioni non sono antiamericane e l'Iran non è bombardato dagli aerei Usa? Chi aiuterà quei ragazzi nella loro lotta antifascista?
Dai sei giorni vanno avanti ormai le proteste degli studenti iraniani contro il regime degli Ayatollah, che risponde con una lenta repressione che non dia troppo nell'occhio dell'opinione pubblica. Su Bbc news i messaggi dall'Iran, con le richieste di aiuto a Bush e all'America ("Presidente Bush, aiutaci", s'intitola una mail).
Dov'è il popolo della pace? Dove sono coloro i quali hanno a cuore i destini dei popoli oppressi? I quotidiani si stracceranno le vesti domani? O forse no, visto che le manifestazioni non sono antiamericane e l'Iran non è bombardato dagli aerei Usa? Chi aiuterà quei ragazzi nella loro lotta antifascista?
Vengono fuori i primi indizi. Prima l'adesivo di RR sullo schienale. Poi, in direzione dell'impatto, sul ciglio della strada, fiaschette di grappa vuote e mozziconi di sigarette. Ci sarebbe anche un movente. Il commissario Bassettoni si è detto turbato dagli ultimi sviluppi delle indagini, ma, ha aggiunto, "è nostro dovere andare avanti per fare piena luce". I cronisti del Papersera ammettono sottovoce che ambienti della Procura parlano di primi avvisi di garanzia.
Friday, June 13, 2003
Thursday, June 12, 2003
Speciale Enzo Tortora
Qui i link all'inserto speciale su Enzo Tortora uscito sul quotidiano Il Foglio e allo speciale multimediale di RadioRadicale.it.
Qui i link all'inserto speciale su Enzo Tortora uscito sul quotidiano Il Foglio e allo speciale multimediale di RadioRadicale.it.
Libertà di disinformazione
Vi ricorderete il mercato di Baghdad colpito per errore dai bombardamenti Usa durante la guerra. Ebbene, lì vicino il regime iracheno aveva pensato bene di piazzare missili Scud, batterie missilistiche erano state collocate in zone residenziali (come gli alleati avevano più volte sostenuto nel corso del conflitto). Lindsey Hilsum, corrispondente di Channel 4, aveva visto, sapeva, era stata testimone diretta del fatto, ma aveva preferito tacere per timore di essere cacciata dal paese. Articolo del Guardian. "Quanti come lei?", si chiede giustamente 1972.
1972
Vi ricorderete il mercato di Baghdad colpito per errore dai bombardamenti Usa durante la guerra. Ebbene, lì vicino il regime iracheno aveva pensato bene di piazzare missili Scud, batterie missilistiche erano state collocate in zone residenziali (come gli alleati avevano più volte sostenuto nel corso del conflitto). Lindsey Hilsum, corrispondente di Channel 4, aveva visto, sapeva, era stata testimone diretta del fatto, ma aveva preferito tacere per timore di essere cacciata dal paese. Articolo del Guardian. "Quanti come lei?", si chiede giustamente 1972.
1972
Wednesday, June 11, 2003
La fine della questione saccheggi al museo di Baghdad
Articolo del Guardian. «"So, there's the picture: 100,000-plus priceless items looted either under the very noses of the Yanks, or by the Yanks themselves. And the only problem with it is that it's nonsense. It isn't true. It's made up. It's bollocks. Not all of it, of course. There was some looting and damage to a small number of galleries and storerooms, and that is grievous enough. But over the past six weeks it has gradually become clear that most of the objects which had been on display in the museum galleries were removed before the war. Some of the most valuable went into bank vaults, where they were discovered last week. Eight thousand more have been found in 179 boxes hidden "in a secret vault". And several of the larger and most remarked items seem to have been spirited away long before the Americans arrived in Baghdad. George is now quoted as saying that that items lost could represent "a small percentage" of the collection and blamed shoddy reporting for the exaggeration. "There was a mistake," he said. "Someone asked us what is the number of pieces in the whole collection. We said over 170,000, and they took that as the number lost. Reporters came in and saw empty shelves and reached the conclusion that all was gone. But before the war we evacuated all of the small pieces and emptied the showcases except for fragile or heavy material that was difficult to move."
CONCLUSIONE:
Furious, I conclude two things from all this. The first is the credulousness of many western academics and others who cannot conceive that a plausible and intelligent fellow-professional might have been an apparatchiks of a fascist regime and a propagandist for his own past. The second is that - these days - you cannot say anything too bad about the Yanks and not be believed». Leggi tutto
Camillo
Articolo del Guardian. «"So, there's the picture: 100,000-plus priceless items looted either under the very noses of the Yanks, or by the Yanks themselves. And the only problem with it is that it's nonsense. It isn't true. It's made up. It's bollocks. Not all of it, of course. There was some looting and damage to a small number of galleries and storerooms, and that is grievous enough. But over the past six weeks it has gradually become clear that most of the objects which had been on display in the museum galleries were removed before the war. Some of the most valuable went into bank vaults, where they were discovered last week. Eight thousand more have been found in 179 boxes hidden "in a secret vault". And several of the larger and most remarked items seem to have been spirited away long before the Americans arrived in Baghdad. George is now quoted as saying that that items lost could represent "a small percentage" of the collection and blamed shoddy reporting for the exaggeration. "There was a mistake," he said. "Someone asked us what is the number of pieces in the whole collection. We said over 170,000, and they took that as the number lost. Reporters came in and saw empty shelves and reached the conclusion that all was gone. But before the war we evacuated all of the small pieces and emptied the showcases except for fragile or heavy material that was difficult to move."
CONCLUSIONE:
Furious, I conclude two things from all this. The first is the credulousness of many western academics and others who cannot conceive that a plausible and intelligent fellow-professional might have been an apparatchiks of a fascist regime and a propagandist for his own past. The second is that - these days - you cannot say anything too bad about the Yanks and not be believed». Leggi tutto
Camillo
Tuesday, June 10, 2003
Ancora lutto e sgomento in redazione. Rino nei ricordi della redazione e dei forumisti di Radicali.it
Ora si sa. Al museo di Baghdad è tutto a posto, o quasi
La Cnn, confermando voci e mezze notizie che in queste settimane avevano già ridimensionato il saccheggio delle antichità al museo, ha ribadito che il tesoro scomparso è stato ritrovato in buone condizioni. Le notizie sui saccheggi erano esagerate, anzi alcune inventate. Si era parlato di 170 mila pezzi mancanti, ma in realtà sono tremila quelli che mancano e in stragrande maggioranza non sono oggetti di valore. Il vero bottino dei saccheggiatori è, dunque, di soli 47 pezzi, anzi forse di soli 33. "Le notizie dei saccheggi al Museo erano esagerate", ammette il WP. I pezzi, che si era pensato fossero stati rubati con il benestare degli invasori yankee, non erano più in mostra dal 1980, erano stati infrattati dagli uomini del regime, in certi palazzi di Saddam erano stati trovati tesori archeologici straordinari, parte dei pezzi erano stati restituiti, parte messi in salvo altrove, parte non erano davvero lì. Ma ora sono tornati a disposizione degli iracheni e addirittura il museo riapre - con la collezione completa - a fine mese.
Brutta botta per chi aveva strumentalizzato quei saccheggi per farne propaganda antiamericana: i media e i blog di sinistra e contrari alla guerra hanno riferito con malcelato piacere del fatto che gli americani non erano stati in grado - né voluto - di proteggere i tesori archeologici del museo dai saccheggiatori, come se proprio questo dovesse mettere in discussione la scelta della guerra e la fine di una tirannia sanguinaria, comprovare il comportamento da invasori degli Usa e la distruzione, da parte loro, di una civiltà.
Ecco il commento di Camillo: «Erano tutte balle, dunque, come Camillo ha scritto più volte. Non c'è stato alcun saccheggio. Bene. I giornali americani, che sono seri, ieri hanno scritto subito, già nelle prime righe, che i reportage sui saccheggi delle settimane scorse erano esagerati e sballati, e che i pezzi del museo sono stati ritrovati in perfette condizioni. E la nostra Repubblica, invece, che fa? Titolo di prima pagina: "Ritrovato il tesoro degli Assiri". Degli Assiri? Ehi, republicones, quali assiri? Quello è il tesoro che avete detto per un mese essere stato rubato grazie all'ignavia degli americani dopo la liberazione di Baghdad. E' quello. Il medesimo. The same. Niente. In prima pagina Repubblica non ne fa cenno, sembra un altro tesoro. Non quello del museo, ma quello appunto degli Assiri. Vediamo dentro, a pagina 11. Titolo: "Ritrovato il tesoro di Nimrud era nella banca di Saddam". Niente, non ce la fanno. Non riescono a correggersi nemmeno quando non è soltanto colpa loro. Gli altri lo fanno, loro no. Avevano scritto una stronzata, guai ad ammetterlo. Non riescono a titolare: "Non c'è stato nessun saccheggio". Guai. Avrebbero messo in buona luce il cowboy texano. Meglio: "Ritrovato il tesoro degli Assiri". Neutro e sembra un'altra notizia. Così non si cancella l'onta del saccheggio fatto con il beneplacito degli yankee. E ora occhio, americani invasori, a non farvi rubare sotto il naso anche quest'altro tesoro. Vedete? Non è Lupis il problema. Il problema è Rep».
La Cnn, confermando voci e mezze notizie che in queste settimane avevano già ridimensionato il saccheggio delle antichità al museo, ha ribadito che il tesoro scomparso è stato ritrovato in buone condizioni. Le notizie sui saccheggi erano esagerate, anzi alcune inventate. Si era parlato di 170 mila pezzi mancanti, ma in realtà sono tremila quelli che mancano e in stragrande maggioranza non sono oggetti di valore. Il vero bottino dei saccheggiatori è, dunque, di soli 47 pezzi, anzi forse di soli 33. "Le notizie dei saccheggi al Museo erano esagerate", ammette il WP. I pezzi, che si era pensato fossero stati rubati con il benestare degli invasori yankee, non erano più in mostra dal 1980, erano stati infrattati dagli uomini del regime, in certi palazzi di Saddam erano stati trovati tesori archeologici straordinari, parte dei pezzi erano stati restituiti, parte messi in salvo altrove, parte non erano davvero lì. Ma ora sono tornati a disposizione degli iracheni e addirittura il museo riapre - con la collezione completa - a fine mese.
Brutta botta per chi aveva strumentalizzato quei saccheggi per farne propaganda antiamericana: i media e i blog di sinistra e contrari alla guerra hanno riferito con malcelato piacere del fatto che gli americani non erano stati in grado - né voluto - di proteggere i tesori archeologici del museo dai saccheggiatori, come se proprio questo dovesse mettere in discussione la scelta della guerra e la fine di una tirannia sanguinaria, comprovare il comportamento da invasori degli Usa e la distruzione, da parte loro, di una civiltà.
Ecco il commento di Camillo: «Erano tutte balle, dunque, come Camillo ha scritto più volte. Non c'è stato alcun saccheggio. Bene. I giornali americani, che sono seri, ieri hanno scritto subito, già nelle prime righe, che i reportage sui saccheggi delle settimane scorse erano esagerati e sballati, e che i pezzi del museo sono stati ritrovati in perfette condizioni. E la nostra Repubblica, invece, che fa? Titolo di prima pagina: "Ritrovato il tesoro degli Assiri". Degli Assiri? Ehi, republicones, quali assiri? Quello è il tesoro che avete detto per un mese essere stato rubato grazie all'ignavia degli americani dopo la liberazione di Baghdad. E' quello. Il medesimo. The same. Niente. In prima pagina Repubblica non ne fa cenno, sembra un altro tesoro. Non quello del museo, ma quello appunto degli Assiri. Vediamo dentro, a pagina 11. Titolo: "Ritrovato il tesoro di Nimrud era nella banca di Saddam". Niente, non ce la fanno. Non riescono a correggersi nemmeno quando non è soltanto colpa loro. Gli altri lo fanno, loro no. Avevano scritto una stronzata, guai ad ammetterlo. Non riescono a titolare: "Non c'è stato nessun saccheggio". Guai. Avrebbero messo in buona luce il cowboy texano. Meglio: "Ritrovato il tesoro degli Assiri". Neutro e sembra un'altra notizia. Così non si cancella l'onta del saccheggio fatto con il beneplacito degli yankee. E ora occhio, americani invasori, a non farvi rubare sotto il naso anche quest'altro tesoro. Vedete? Non è Lupis il problema. Il problema è Rep».
Ladro di bagagli in aeroporto? Don't worry, il sindacato ti difende
Gianni Pardo su Capperi (in "Mollichine") scrive: «Un anno fa i furti sui bagagli alla Malpensa. Ora si annuncia il licenziamento dei ladri e il sindacato s'oppone. "Sono operai che guadagnano mille euro al mese, sono costretti al furto", sostengono». Sembra un'esagerazione di chi scrive, ma non lo è. Come si può leggere qui. Walter Mancini del coordinamento nazionale del Sulta (Sindacato nazionale unitario trasporto aereo): innanzitutto chiariamo, afferma Mancini, che i furti che avvengono negli aeroporti italiani non sono più numerosi che in altre parti del mondo. Non esiste un caso Italia. "Se avvengono è perché la gente ha fame e infatti si moltiplicano i casi in Africa e Sud America. E poi bisogna anche valutare: stiamo parlando di operai che fanno turni stressanti, in zone rumorose per 1000 euro al mese se sono neo-assunti. Noi condanniamo il furto, ma non dobbiamo dimenticare che si parla di soggetti deboli e che sospendendoli dal lavoro si toglie l'unica fonte di reddito per le loro famiglie".
buroggu
Gianni Pardo su Capperi (in "Mollichine") scrive: «Un anno fa i furti sui bagagli alla Malpensa. Ora si annuncia il licenziamento dei ladri e il sindacato s'oppone. "Sono operai che guadagnano mille euro al mese, sono costretti al furto", sostengono». Sembra un'esagerazione di chi scrive, ma non lo è. Come si può leggere qui. Walter Mancini del coordinamento nazionale del Sulta (Sindacato nazionale unitario trasporto aereo): innanzitutto chiariamo, afferma Mancini, che i furti che avvengono negli aeroporti italiani non sono più numerosi che in altre parti del mondo. Non esiste un caso Italia. "Se avvengono è perché la gente ha fame e infatti si moltiplicano i casi in Africa e Sud America. E poi bisogna anche valutare: stiamo parlando di operai che fanno turni stressanti, in zone rumorose per 1000 euro al mese se sono neo-assunti. Noi condanniamo il furto, ma non dobbiamo dimenticare che si parla di soggetti deboli e che sospendendoli dal lavoro si toglie l'unica fonte di reddito per le loro famiglie".
buroggu
Cannibalismo in Corea del Nord: si mangiano i bambini
Sembra rivivere la leggenda secondo cui i comunisti mangiano i bambini. In effetti non esattamente i comunisti, ma li mangiano i disperati nordcoreani costretti alla miseria senza via d'uscita e oppressi dal regime comunista. L'ennesima carestia ha portato i nord coreani al cannibalismo, perché non hanno di cui sfamarsi. Si parla di bambini morti dissotterrati, o direttamente rapiti e uccisi e poi venduti al mercato come carne "speciale", nonostante la pena di morte che il regime ha stabilito per questo tipo di reato. Alcuni ristoratori nel cui locale sono stati trovati resti umani sono stati giustiziati. Ma, come dice qui Glenn Raynolds, il giornalista che parla di questo fenomeno come di "una conseguenza dell'ennesimo misero raccolto e di grossi tagli agli aiuti alimentari internazionali", è molto educato, perché le sue parole vanno corrette in "una conseguenza di anni di comunismo". Raynolds osserva inoltre che prima o poi anche alla Corea del Sud verrà presentato il conto di quanto non sta facendo per fermare il massacro di un popolo da parte del suo leader. Come scriveva Enrico Madama il gennaio scorso: «[...] sia la Corea del Sud, sia il Giappone non si augurano il tracollo dell'ingombrante vicino. Men che meno un catastrofico conflitto. Quanto costerebbe economicamente, ma anche in termini di integrazione sociale, culturale e politica, ai "fratelli separati" della democratica, avanzata e benestante Corea del Sud una riunificazione tipo quella attuata da Kohl con la Germania Est, a fronte di un Nord ridotto a landa desolata, occupata come all'epoca del feudalesimo da una cricca militare e da milioni di servi della gleba? Per questo i sudcoreani il mese scorso hanno scelto come nuovo presidente il liberale Roh Moo Hyun, che ha condotto la campagna elettorale sostenendo il continuo impegno di dialogo con il Nord, escludendo vigorosamente il ricorso a sanzioni economiche per costringere il Nord a rispettare gli impegni internazionali». (Pyonyang chiede il pizzo Nucleare, Tempi n.3, 16.01.2003)
buroggu
Sembra rivivere la leggenda secondo cui i comunisti mangiano i bambini. In effetti non esattamente i comunisti, ma li mangiano i disperati nordcoreani costretti alla miseria senza via d'uscita e oppressi dal regime comunista. L'ennesima carestia ha portato i nord coreani al cannibalismo, perché non hanno di cui sfamarsi. Si parla di bambini morti dissotterrati, o direttamente rapiti e uccisi e poi venduti al mercato come carne "speciale", nonostante la pena di morte che il regime ha stabilito per questo tipo di reato. Alcuni ristoratori nel cui locale sono stati trovati resti umani sono stati giustiziati. Ma, come dice qui Glenn Raynolds, il giornalista che parla di questo fenomeno come di "una conseguenza dell'ennesimo misero raccolto e di grossi tagli agli aiuti alimentari internazionali", è molto educato, perché le sue parole vanno corrette in "una conseguenza di anni di comunismo". Raynolds osserva inoltre che prima o poi anche alla Corea del Sud verrà presentato il conto di quanto non sta facendo per fermare il massacro di un popolo da parte del suo leader. Come scriveva Enrico Madama il gennaio scorso: «[...] sia la Corea del Sud, sia il Giappone non si augurano il tracollo dell'ingombrante vicino. Men che meno un catastrofico conflitto. Quanto costerebbe economicamente, ma anche in termini di integrazione sociale, culturale e politica, ai "fratelli separati" della democratica, avanzata e benestante Corea del Sud una riunificazione tipo quella attuata da Kohl con la Germania Est, a fronte di un Nord ridotto a landa desolata, occupata come all'epoca del feudalesimo da una cricca militare e da milioni di servi della gleba? Per questo i sudcoreani il mese scorso hanno scelto come nuovo presidente il liberale Roh Moo Hyun, che ha condotto la campagna elettorale sostenendo il continuo impegno di dialogo con il Nord, escludendo vigorosamente il ricorso a sanzioni economiche per costringere il Nord a rispettare gli impegni internazionali». (Pyonyang chiede il pizzo Nucleare, Tempi n.3, 16.01.2003)
buroggu
Monday, June 09, 2003
Lezioni
Su Il Foglio il testo di un intervento del 29 maggio 2003 di Dan Segre all'Università Luiss di Roma. Titolo: "Il secondo conflitto iracheno: Guerra illegale o guerra epocale?". Cosa ha reso questo conflitto epocale, e perché non è stato compreso, gli effetti sul Medio Oriente e sul nuovo ordine mondiale. Davvero muy interessante, credetemi. Leggi qui
Il Foglio
Su Il Foglio il testo di un intervento del 29 maggio 2003 di Dan Segre all'Università Luiss di Roma. Titolo: "Il secondo conflitto iracheno: Guerra illegale o guerra epocale?". Cosa ha reso questo conflitto epocale, e perché non è stato compreso, gli effetti sul Medio Oriente e sul nuovo ordine mondiale. Davvero muy interessante, credetemi. Leggi qui
Il Foglio
Eliminata l'arma di distruzione di massa Saddam
«Di ritorno dall’Iraq. Il dottore ha una faccia vagamente familiare, di quelle viste per anni in tv del mondo a mostrare gli orrori delle sanzioni, l’Occidente assassino, i bambini morti perché non c’erano le medicine per curarli, non c’era cibo per nutrirli. Il dottor Hussein Shihbab, primario dell’ospedale pediatrico Ibn Al Baladi di Baghdad, oggi può dire la verità, che "l’assassino era lui, solo lui, Sadam Hussein, i bambini morti ce li faceva tenere per settimane in frigorifero per mostrarli alle telecamere, ed erano sempre gli stessi a fare il giro del funerale con la bara aperta, erano parate di propaganda, si rende conto; i parenti disperati volevano portarseli via, qui la religione dice che un morto deve essere subito onorato e sepolto, ma lui niente, mandava la polizia a prenderli se protestavano". Se invece si comportavano bene, e strillavano ogni volta, anche dopo un mese, come se il bambino fosse appena morto, se strillavano lo hanno ucciso le sanzioni dell’Onu, lo hanno ucciso gli americani, qualche premio ci scappava».
«Questo, conclude, dev’essere l’unico caso al mondo in cui un paese non stato distrutto dalla guerra, era già distrutto prima. Eppure, il dottor Shihbab non si dà pace, era così evidente che trattava di messinscena, a volte le famiglie sfidavano la paura e protestavano, possibile che nessuno degli stranieri abbia mai capito?». Leggi tutto
MGM
La stampa araba sugli orrori di Saddam
Memri
«Un tentativo di ragionare seriamente con dieci domande (e relative possibili risposte) sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Peraltro la migliore delle risposte ci sembra questa»
1972
«Di ritorno dall’Iraq. Il dottore ha una faccia vagamente familiare, di quelle viste per anni in tv del mondo a mostrare gli orrori delle sanzioni, l’Occidente assassino, i bambini morti perché non c’erano le medicine per curarli, non c’era cibo per nutrirli. Il dottor Hussein Shihbab, primario dell’ospedale pediatrico Ibn Al Baladi di Baghdad, oggi può dire la verità, che "l’assassino era lui, solo lui, Sadam Hussein, i bambini morti ce li faceva tenere per settimane in frigorifero per mostrarli alle telecamere, ed erano sempre gli stessi a fare il giro del funerale con la bara aperta, erano parate di propaganda, si rende conto; i parenti disperati volevano portarseli via, qui la religione dice che un morto deve essere subito onorato e sepolto, ma lui niente, mandava la polizia a prenderli se protestavano". Se invece si comportavano bene, e strillavano ogni volta, anche dopo un mese, come se il bambino fosse appena morto, se strillavano lo hanno ucciso le sanzioni dell’Onu, lo hanno ucciso gli americani, qualche premio ci scappava».
«Questo, conclude, dev’essere l’unico caso al mondo in cui un paese non stato distrutto dalla guerra, era già distrutto prima. Eppure, il dottor Shihbab non si dà pace, era così evidente che trattava di messinscena, a volte le famiglie sfidavano la paura e protestavano, possibile che nessuno degli stranieri abbia mai capito?». Leggi tutto
MGM
La stampa araba sugli orrori di Saddam
Memri
«Un tentativo di ragionare seriamente con dieci domande (e relative possibili risposte) sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Peraltro la migliore delle risposte ci sembra questa»
1972
Argomenti antifascisti per combattere da sinistra la guerra al totalitarismo islamico
Christopher Hitchens, giornalista di sinistra, ha argomenti validi per sostenere, da antifascista, che questa al terrorismo islamico è un'altra tappa della guerra ai totalitarismi del Novecento.
Camillo
Christopher Hitchens, giornalista di sinistra, ha argomenti validi per sostenere, da antifascista, che questa al terrorismo islamico è un'altra tappa della guerra ai totalitarismi del Novecento.
Camillo
Ciao Rino
Sabato sera è morto il direttore del sito al quale lavoro, radioradicale.it. Era un ragazzo come noi Rino Spampanato, aveva solo 33 anni. Noi della redazione abbiamo partecipato sgomenti e addolorati ai funerali, che però sono stati quasi un suo dono per aiutarci a capirlo meglio e per dimostrarci quanta strada nella sua vita avesse percorso partendo dal suo piccolo e umile paese campano, Cimitile. Ci aveva scelti per il progetto a cui forse teneva di più. Ricordiamo le tante discussioni di un periodo difficile al sito, la sua dedizione assoluta, ossessiva, la dignità delle sue radici e di una vita al massimo. Qui i ricordi sul sito
Mi sembra ancora tutto incredibile.
Sabato sera è morto il direttore del sito al quale lavoro, radioradicale.it. Era un ragazzo come noi Rino Spampanato, aveva solo 33 anni. Noi della redazione abbiamo partecipato sgomenti e addolorati ai funerali, che però sono stati quasi un suo dono per aiutarci a capirlo meglio e per dimostrarci quanta strada nella sua vita avesse percorso partendo dal suo piccolo e umile paese campano, Cimitile. Ci aveva scelti per il progetto a cui forse teneva di più. Ricordiamo le tante discussioni di un periodo difficile al sito, la sua dedizione assoluta, ossessiva, la dignità delle sue radici e di una vita al massimo. Qui i ricordi sul sito
Mi sembra ancora tutto incredibile.
Saturday, June 07, 2003
Friday, June 06, 2003
Thursday, June 05, 2003
Non solo Iraq/2. la storia dimenticata - da tutti - del Congo
«Dopo i massacri l'Europa sbarcherà in armi in Congo», è il titolo di un articolo di oggi su Il Foglio. Ripercorre gli ultimi anni di stragi e indica le responsabilità di quanti si sono voltati dall'altra parte. Solo ieri è stata approvata una forza multinazionale di pacificazione. Leggi l'articolo. Sempre della serie 'l'Onu non conta un fico secco/2', ma ciascuno dei 5 membri del Consiglio di Sicurezza porta individualmente la tragica responsabilità dell'inazione, dell'indifferenza, del dis(interesse), dell'omissione di soccorso. Né si è vista nessuna marcia pacifista per i milioni, ripeto MILIONI di morti causati dal conflitto. Eppure, se fossero intervenuti gli americani si sarebbero mossi, statene certi, a difendere le miniere congolesi dal rapace imperialismo Usa. Né stampa e tv, almeno qui in Italia, hanno mostrato le terrificanti immagini che a volte tanto piacciono, o speso troppe parole. Ma si sa, l'informazione qui da noi... In tutti i modi ci viene detto che non si trovano ancora le armi di distruzione di massa in Iraq, in tutte le salse antiamericane ci viene raccontato il dopo-Saddam, ma ZERO sulle decine di fosse comuni trovate (l'ultima con i resti di 200 curdi, solo bambini). Ma di disinformazione e mistificazione sull'Iraq parlerò un'altra volta, qui era 'non solo Iraq'.
«Dopo i massacri l'Europa sbarcherà in armi in Congo», è il titolo di un articolo di oggi su Il Foglio. Ripercorre gli ultimi anni di stragi e indica le responsabilità di quanti si sono voltati dall'altra parte. Solo ieri è stata approvata una forza multinazionale di pacificazione. Leggi l'articolo. Sempre della serie 'l'Onu non conta un fico secco/2', ma ciascuno dei 5 membri del Consiglio di Sicurezza porta individualmente la tragica responsabilità dell'inazione, dell'indifferenza, del dis(interesse), dell'omissione di soccorso. Né si è vista nessuna marcia pacifista per i milioni, ripeto MILIONI di morti causati dal conflitto. Eppure, se fossero intervenuti gli americani si sarebbero mossi, statene certi, a difendere le miniere congolesi dal rapace imperialismo Usa. Né stampa e tv, almeno qui in Italia, hanno mostrato le terrificanti immagini che a volte tanto piacciono, o speso troppe parole. Ma si sa, l'informazione qui da noi... In tutti i modi ci viene detto che non si trovano ancora le armi di distruzione di massa in Iraq, in tutte le salse antiamericane ci viene raccontato il dopo-Saddam, ma ZERO sulle decine di fosse comuni trovate (l'ultima con i resti di 200 curdi, solo bambini). Ma di disinformazione e mistificazione sull'Iraq parlerò un'altra volta, qui era 'non solo Iraq'.
Dopo la marijuana, lo 'Strega' libero
«Niente staminali o marijuana, la prossima battaglia dei Radicali è per la liberalizzazione dello Strega. Dei dodici romanzi in lista per la cinquina finale, con Melania Mazzucco data per favorita, i Radicali sostengono di poter diffondere copie - su floppy o via internet - ad un prezzo pari al 5% di quello di copertina: vale a dire al prezzo che garantisce il rispetto del diritto d'autore, cui promettono di girare l'incasso delle eventuali vendite».
il Riformista
Spiega Paolo Pietrosanti (Radicali italiani): «Oggi il motivo per cui un cieco come noi non può leggere, non risiede nel fatto che non ci vede, ma solo nel fatto che nell'acquisto di un testo non sia consentito scegliere il formato più adatto». Qui l'audiovideo della Conferenza stampa
RadicoRadicale.it
«Niente staminali o marijuana, la prossima battaglia dei Radicali è per la liberalizzazione dello Strega. Dei dodici romanzi in lista per la cinquina finale, con Melania Mazzucco data per favorita, i Radicali sostengono di poter diffondere copie - su floppy o via internet - ad un prezzo pari al 5% di quello di copertina: vale a dire al prezzo che garantisce il rispetto del diritto d'autore, cui promettono di girare l'incasso delle eventuali vendite».
il Riformista
Spiega Paolo Pietrosanti (Radicali italiani): «Oggi il motivo per cui un cieco come noi non può leggere, non risiede nel fatto che non ci vede, ma solo nel fatto che nell'acquisto di un testo non sia consentito scegliere il formato più adatto». Qui l'audiovideo della Conferenza stampa
RadicoRadicale.it
Le figuracce di Serventi Longhi e del suo sindacato fascista
L'imbarazzo dopo l''al lupo al lupo!' per il Corriere. Sempre più soli.
il Riformista
L'imbarazzo dopo l''al lupo al lupo!' per il Corriere. Sempre più soli.
il Riformista
Non solo Iraq/1. I mille tentacoli della Cina
E l'Onu continua non contare un fico secco/1
il Riformista
E l'Onu continua non contare un fico secco/1
il Riformista
Wednesday, June 04, 2003
Italianieuropei e New Labour. Il futuro della sinistra (Quelo direbbe "Quando state andando?")
Il convegno "Dopo la guerra, la sinistra tra nord e sud - la sfida dell'interdipendenza", organizzato dalla fondazione Italianieuropei. Per il sito è andato Michele. «Le prospettive della sinistra internazionale dopo la guerra in Iraq e il confronto tra le politiche neocons e new labour. Ne discutono D'Alema, Peter Mandelson e Tarso Genro, mentre Strauss-Khan chiede di includere nell'Ue anche i paesi che si affacciano al Mediterraneo da sud». (Il servizio).
Interessanti questi New Labour, con la loro «progressive governance» (c'entrasse anche il dalemiano "governare la globalizzazione"?): idee neocons da sinistra e per la sinistra.
RadioRadicale.it
Il convegno "Dopo la guerra, la sinistra tra nord e sud - la sfida dell'interdipendenza", organizzato dalla fondazione Italianieuropei. Per il sito è andato Michele. «Le prospettive della sinistra internazionale dopo la guerra in Iraq e il confronto tra le politiche neocons e new labour. Ne discutono D'Alema, Peter Mandelson e Tarso Genro, mentre Strauss-Khan chiede di includere nell'Ue anche i paesi che si affacciano al Mediterraneo da sud». (Il servizio).
Interessanti questi New Labour, con la loro «progressive governance» (c'entrasse anche il dalemiano "governare la globalizzazione"?): idee neocons da sinistra e per la sinistra.
RadioRadicale.it
Cina. 14 anni fa a piazza Tienanmen
14 anni fa la brutale repressione della dittatura cinese contro gli studenti che dimostravano per la democrazia in piazza Tienanmen: centinaia di morti sotto i colpi dell'esercito. Ma è vietato ricordare. Qui lo speciale
RadioRadicale.it
A sinistra con l'Alitalia
Michele Magno, della direzione Ds, al direttore de Il Foglio: «Silvio Berlusconi ha invitato i lavoratori italiani a scioperare di meno. Le hostess e gli steward di Alitalia sembra che lo abbiano ascoltato. Infatti si astengono dal lavoro ammalandosi. Il diritto di sciopero viene surrogato dal diritto all'emicrania. Il picchetto viene sostituito dal certificato medico. Ho militato per quasi trent'anni nella Cgil. Lama e Trentin mi hanno insegnato che la trasparenza nelle forme di lotta è irrinunciabile per un sindacato dei diritti, di quelli dei dipendenti come di quelli degli utenti dei servizi pubblici. La protesta che in questi giorni sta squassando la compagnia di bandiera rappresenta una inaccettabile regressione, anche culturale, del conflitto sociale nel nostro paese. Mi dispiace, ma questa volta sono dalla parte dell’amministratore delegato di Alitalia Francesco Mengozzi, che ha definito incomprensibile, ingiustificabile e incivile l’epidemia che ha colpito gli assistenti di volo. I sindacati confederali dei trasporti, che hanno giocato spesso un ruolo di punta nella storia nazionale delle relazioni industriali, non possono diventare complici di un'operazione smaccatamente corporativa. Un'operazione che non aiuta certamente la ricerca di soluzioni credibili per il risanamento e il rilancio di un settore vitale della nostra economia.»
Michele Magno, della direzione Ds, al direttore de Il Foglio: «Silvio Berlusconi ha invitato i lavoratori italiani a scioperare di meno. Le hostess e gli steward di Alitalia sembra che lo abbiano ascoltato. Infatti si astengono dal lavoro ammalandosi. Il diritto di sciopero viene surrogato dal diritto all'emicrania. Il picchetto viene sostituito dal certificato medico. Ho militato per quasi trent'anni nella Cgil. Lama e Trentin mi hanno insegnato che la trasparenza nelle forme di lotta è irrinunciabile per un sindacato dei diritti, di quelli dei dipendenti come di quelli degli utenti dei servizi pubblici. La protesta che in questi giorni sta squassando la compagnia di bandiera rappresenta una inaccettabile regressione, anche culturale, del conflitto sociale nel nostro paese. Mi dispiace, ma questa volta sono dalla parte dell’amministratore delegato di Alitalia Francesco Mengozzi, che ha definito incomprensibile, ingiustificabile e incivile l’epidemia che ha colpito gli assistenti di volo. I sindacati confederali dei trasporti, che hanno giocato spesso un ruolo di punta nella storia nazionale delle relazioni industriali, non possono diventare complici di un'operazione smaccatamente corporativa. Un'operazione che non aiuta certamente la ricerca di soluzioni credibili per il risanamento e il rilancio di un settore vitale della nostra economia.»
Il Cambio della guardia al Corriere. Liberare l'informazione dai Cdr
Ferruccio De Bortoli saluta la redazione: "La decisione di lasciare la direzione è stata una scelta esclusivamente personale", che rende "strumentali ed eccessive" le interpretazioni politiche: "Ripeto: la scelta è stata soltanto mia" e niente ha a che fare con pressioni del mondo politico o di quello economico, pressioni che, dice, esistono, esistono ora come sono sempre esistite, con questo governo e con quelli che l'hanno preceduto, ma che non hanno nulla a che vedere con la decisione. La designazione di Stefano Folli al suo posto è una scelta di continuità. Dice di "non condividere" gli scioperi proclamati La notizia
RadioRadicale.it
"Il documento minatorio dei corrieristi"
Si chiude la farsa. Il Cdr del Corriere aveva pubblicato giovedì 29 un comunicato delirante, che tradisce una visione 'sovi(etica)' nel senso letterale del termine della professione e che si rifà allo sciagurato patto Ottone-Fienghi-Crespi del '73, in piena epoca bierre. Per loro l'indipendenza è privilegiare temi ("difesa attiva delle istituzioni costituzionali"; "particolare impegno su ambiente, questioni sociali, culturali e civili"), promuovere soluzioni ("più moderne, avanzate, idonee a promuovere il progresso verso una società più giusta ed equilibrata" - quali lo decidono loro per tutti???), e "il commento deve essere coerente con i principi precedenti". Il tutto poi sotto tutela della magistratura. Bella indipendenza! Leggi qui
Il Foglio
La libertà e l'indipendenza dell'informazione sono invece minacciate da queste tesi e quotidianamente calpestate da chi le mette in pratica. Questi stalinisti chiedono che "l'indipendenza del giornale sia messa al riparo una volta per tutte da qualsiasi interesse (presente o futuro, da qualunque parte provenga) estraneo a quello del libero giornalismo", affermano che è un "obbligo civile", ma anche un "dovere giuridico" realizzare questo piano deontologico, "separare gli interessi non editoriali degli azionisti da quelli dell'informazione in ogni momento della vita del Corriere".
Ma la società in cui questi signori vivono e lavorano per fortuna vuole essere diversa da quella che sognano. Questa che ci siamo scelti dovrebbe essere una società aperta, pluralista, liberale in cui ogni tipo di interesse (politico o economico o di altro tipo) ha piena legittimità di esprimersi, in competizione, o in conflitto con gli altri (o forse l'Unità e Liberazione non tutelano - sacrosanto! - gli interessi dei propri editori??? Fassino ha ripreso e riallineato l'Unità che titolava "Si sono presi anche il Corriere". Bertinotti ha ripreso Liberazione: "Su Folli Curzi ha sbagliato"). Ecco perché gli editori, le proprietà delle testate, hanno pieno diritto di avere interessi e di tutelarli, di cambiare linea politica, di sostituire i direttori, in modo trasparente, ma senza chiedere il permesso a nessuno, né a poteri statali, né a fasci corporativi. La storia ci ha insegnato inoltre che la pretesa della pura obiettività, della verità del racconto giornalistico e il mito del commento separato dai fatti sono utopie sotto le quali si nascondono inganni e in nome delle quali si pratica la propaganda ideologica.
Leggi anche:
Le ipocrisie sul Corriere e l'imbarazzante patto del '73
Enrico Mentana
Il Corriere che vorremmo
Giuliano Ferrara
Fantasmi al Corriere
«Storici, stampisti, corrieristi e giornalisti dell'Unità dicono che il patto Ottone-Fiengo è da abrogare»
Il Foglio
Ferruccio De Bortoli saluta la redazione: "La decisione di lasciare la direzione è stata una scelta esclusivamente personale", che rende "strumentali ed eccessive" le interpretazioni politiche: "Ripeto: la scelta è stata soltanto mia" e niente ha a che fare con pressioni del mondo politico o di quello economico, pressioni che, dice, esistono, esistono ora come sono sempre esistite, con questo governo e con quelli che l'hanno preceduto, ma che non hanno nulla a che vedere con la decisione. La designazione di Stefano Folli al suo posto è una scelta di continuità. Dice di "non condividere" gli scioperi proclamati La notizia
RadioRadicale.it
"Il documento minatorio dei corrieristi"
Si chiude la farsa. Il Cdr del Corriere aveva pubblicato giovedì 29 un comunicato delirante, che tradisce una visione 'sovi(etica)' nel senso letterale del termine della professione e che si rifà allo sciagurato patto Ottone-Fienghi-Crespi del '73, in piena epoca bierre. Per loro l'indipendenza è privilegiare temi ("difesa attiva delle istituzioni costituzionali"; "particolare impegno su ambiente, questioni sociali, culturali e civili"), promuovere soluzioni ("più moderne, avanzate, idonee a promuovere il progresso verso una società più giusta ed equilibrata" - quali lo decidono loro per tutti???), e "il commento deve essere coerente con i principi precedenti". Il tutto poi sotto tutela della magistratura. Bella indipendenza! Leggi qui
Il Foglio
La libertà e l'indipendenza dell'informazione sono invece minacciate da queste tesi e quotidianamente calpestate da chi le mette in pratica. Questi stalinisti chiedono che "l'indipendenza del giornale sia messa al riparo una volta per tutte da qualsiasi interesse (presente o futuro, da qualunque parte provenga) estraneo a quello del libero giornalismo", affermano che è un "obbligo civile", ma anche un "dovere giuridico" realizzare questo piano deontologico, "separare gli interessi non editoriali degli azionisti da quelli dell'informazione in ogni momento della vita del Corriere".
Ma la società in cui questi signori vivono e lavorano per fortuna vuole essere diversa da quella che sognano. Questa che ci siamo scelti dovrebbe essere una società aperta, pluralista, liberale in cui ogni tipo di interesse (politico o economico o di altro tipo) ha piena legittimità di esprimersi, in competizione, o in conflitto con gli altri (o forse l'Unità e Liberazione non tutelano - sacrosanto! - gli interessi dei propri editori??? Fassino ha ripreso e riallineato l'Unità che titolava "Si sono presi anche il Corriere". Bertinotti ha ripreso Liberazione: "Su Folli Curzi ha sbagliato"). Ecco perché gli editori, le proprietà delle testate, hanno pieno diritto di avere interessi e di tutelarli, di cambiare linea politica, di sostituire i direttori, in modo trasparente, ma senza chiedere il permesso a nessuno, né a poteri statali, né a fasci corporativi. La storia ci ha insegnato inoltre che la pretesa della pura obiettività, della verità del racconto giornalistico e il mito del commento separato dai fatti sono utopie sotto le quali si nascondono inganni e in nome delle quali si pratica la propaganda ideologica.
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Le ipocrisie sul Corriere e l'imbarazzante patto del '73
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Fantasmi al Corriere
«Storici, stampisti, corrieristi e giornalisti dell'Unità dicono che il patto Ottone-Fiengo è da abrogare»
Il Foglio
Tuesday, June 03, 2003
Frammenti di verità sull'Iraq. Rai-set e Cor-rep. tacciono, anzi mistificano.
Primo. Wolfowitz non ha detto esattamente che il pericolo delle armi di distruzione di massa è stata una bugia inventata dagli Usa per giustificare la guerra. Poi chi vuole strumentalizzare, si accomodi. «La trascrizione integrale della telefonata tra il giornalista di Vanity Fair e Wolfowitz. (Molto lunga, è verso la fine) Qui una traduzione volante del passaggio incriminato: "La verità è che per ragioni che hanno molto da fare con i funzionari del governo americano abbiamo stabilito un punto sul quale tutti potessero essere d'accordo, ed era la questione delle armi di distruzione di massa come questione centrale, ma c'erano sempre tre fondamentali preoccupazioni. Una è quella delle armi di distruzione di massa, la seconda è il sostegno al terrorismo, la terza il modo criminale con cui veniva trattato il popolo iracheno. Per la verità credo che si possa dire che ce n'è anche una quarta di straordinaria importanza che è la connessione tra le prime due?".
"Il collegamento al terrorismo è l'argomento sul quale c'era il maggior dissenso tra la burocrazia, nonostante credo che tutti concordino con il fatto che abbiamo ucciso un centinaio di membri di Al Qaida nel nord Iraq e che a Baghdad abbiamo arrestato quell'uomo di Al Qaida che era collegato con quel Zarqawi di cui Powell ha paralto nel suo discorso alle Nazioni Unite". Ne parla anche il Washington Post. E la Cnn. Repubblica continua a raccontare altro». Evvabbè.
Camillo
Secondo. Anche per questo ormai Russia e Francia hanno ceduto e accettato la revoca delle sanzioni all'Iraq e la fine di 'Oil for food'. Della serie 'No cara Onu, così non va'. Oil for food = tangenti per Saddam
Mauro Suttora
Terzo. Primi passi del nuovo Iraq. Non è più quello di una volta, le cose migliorano solo lentamente, ma ci sono speranze, anzi di più, progetti. Ma i catastrofisti a mezzo stampa e tv continuano ancora a tracciare uno scenario apocalittico e incontrollabile che non si riscontra nella realtà, e lo fanno solo per non ferire il loro orgoglio professionale ammettendo davanti al proprio pubblico che sì, le loro previsioni funeste erano errate, non si sono realizzate. Ops. Tutto è andato esattamente come gli amerikani avevano previsto. E visto che ci siete, diteci una volta per tutte come è finita la guerra, chi ha vinto (il mondo libero) e chi ha perso (Saddam).
MGM
Primo. Wolfowitz non ha detto esattamente che il pericolo delle armi di distruzione di massa è stata una bugia inventata dagli Usa per giustificare la guerra. Poi chi vuole strumentalizzare, si accomodi. «La trascrizione integrale della telefonata tra il giornalista di Vanity Fair e Wolfowitz. (Molto lunga, è verso la fine) Qui una traduzione volante del passaggio incriminato: "La verità è che per ragioni che hanno molto da fare con i funzionari del governo americano abbiamo stabilito un punto sul quale tutti potessero essere d'accordo, ed era la questione delle armi di distruzione di massa come questione centrale, ma c'erano sempre tre fondamentali preoccupazioni. Una è quella delle armi di distruzione di massa, la seconda è il sostegno al terrorismo, la terza il modo criminale con cui veniva trattato il popolo iracheno. Per la verità credo che si possa dire che ce n'è anche una quarta di straordinaria importanza che è la connessione tra le prime due?".
"Il collegamento al terrorismo è l'argomento sul quale c'era il maggior dissenso tra la burocrazia, nonostante credo che tutti concordino con il fatto che abbiamo ucciso un centinaio di membri di Al Qaida nel nord Iraq e che a Baghdad abbiamo arrestato quell'uomo di Al Qaida che era collegato con quel Zarqawi di cui Powell ha paralto nel suo discorso alle Nazioni Unite". Ne parla anche il Washington Post. E la Cnn. Repubblica continua a raccontare altro». Evvabbè.
Camillo
Secondo. Anche per questo ormai Russia e Francia hanno ceduto e accettato la revoca delle sanzioni all'Iraq e la fine di 'Oil for food'. Della serie 'No cara Onu, così non va'. Oil for food = tangenti per Saddam
Mauro Suttora
Terzo. Primi passi del nuovo Iraq. Non è più quello di una volta, le cose migliorano solo lentamente, ma ci sono speranze, anzi di più, progetti. Ma i catastrofisti a mezzo stampa e tv continuano ancora a tracciare uno scenario apocalittico e incontrollabile che non si riscontra nella realtà, e lo fanno solo per non ferire il loro orgoglio professionale ammettendo davanti al proprio pubblico che sì, le loro previsioni funeste erano errate, non si sono realizzate. Ops. Tutto è andato esattamente come gli amerikani avevano previsto. E visto che ci siete, diteci una volta per tutte come è finita la guerra, chi ha vinto (il mondo libero) e chi ha perso (Saddam).
MGM
L'incomprensibile guerra europea all'agricoltura biotecnologica
Robert B. Zoellick, Wall Street Journal, in favore degli Ogm, invoca un cambio di rotta della politica dell'Ue.
«La scorsa settimana, gli Stati Uniti insieme all'Argentina, al Canada e all'Egitto e con l'appoggio di altri nove paesi, hanno chiesto all'Unione europea di sospendere la moratoria sull'approvazione di prodotti agricoli derivanti dalla biotecnologia, in conformità alle regole dell'Organizzazione mondiale per il commercio. Il mondo è alla soglia di una rivoluzione agricola. La biotecnologia può rendere i raccolti più resistenti alle malattie, ai pesticidi e alla siccità; inoltre, aumentando i raccolti, accresce la produttività degli agricoltori e abbassa i costi dei prodotti alimentari per i consumatori. Vi sono vantaggi anche per l'ambiente, poiché consente di ridurre l'uso dei pesticidi e previene l'erosione del suolo. Le nuove colture offrono promesse ancora maggiori: cibo arricchito di sostanze nutritive che potrebbero aiutare a combattere le malattie e salvare, ad esempio, la vista dei cinquecentomila bambini che ogni anno diventano ciechi per mancanza di vitamina A. Nelle aree in cui il cibo scarseggia e il clima è rigido, incrementare la produttività agricola potrebbe significare, per milioni di persone, la differenza tra la vita e la morte, tra la salute e la malattia».
«La stragrande maggioranza della ricerca scientifica dimostra che il cibo biotecnologico è sano e sicuro (conclusione questa, a cui la stessa Direzione generale per la ricerca dell’Unione europea era giunta già due anni fa). Le accademie francesi della Scienza e della Medicina concordano con questi risultati, così come i loro omologhi brasiliani, cinesi, indiani, messicani e britannici. Inoltre, uno scienziato americano, il professor C. S. Prakash dell'Università Tuskegee mi ha mostrato una dichiarazione firmata da più di tremiladuecento scienziati provenienti da tutto il mondo, inclusi venti premi Nobel, a sostegno dell'agricoltura biotecnologica».
«La questione legale inerente alle biotecnologie è chiara, le prove scientifiche schiaccianti e la necessità per un intervento umanitario è impellente». Leggi tutto
Il Foglio
Robert B. Zoellick, Wall Street Journal, in favore degli Ogm, invoca un cambio di rotta della politica dell'Ue.
«La scorsa settimana, gli Stati Uniti insieme all'Argentina, al Canada e all'Egitto e con l'appoggio di altri nove paesi, hanno chiesto all'Unione europea di sospendere la moratoria sull'approvazione di prodotti agricoli derivanti dalla biotecnologia, in conformità alle regole dell'Organizzazione mondiale per il commercio. Il mondo è alla soglia di una rivoluzione agricola. La biotecnologia può rendere i raccolti più resistenti alle malattie, ai pesticidi e alla siccità; inoltre, aumentando i raccolti, accresce la produttività degli agricoltori e abbassa i costi dei prodotti alimentari per i consumatori. Vi sono vantaggi anche per l'ambiente, poiché consente di ridurre l'uso dei pesticidi e previene l'erosione del suolo. Le nuove colture offrono promesse ancora maggiori: cibo arricchito di sostanze nutritive che potrebbero aiutare a combattere le malattie e salvare, ad esempio, la vista dei cinquecentomila bambini che ogni anno diventano ciechi per mancanza di vitamina A. Nelle aree in cui il cibo scarseggia e il clima è rigido, incrementare la produttività agricola potrebbe significare, per milioni di persone, la differenza tra la vita e la morte, tra la salute e la malattia».
«La stragrande maggioranza della ricerca scientifica dimostra che il cibo biotecnologico è sano e sicuro (conclusione questa, a cui la stessa Direzione generale per la ricerca dell’Unione europea era giunta già due anni fa). Le accademie francesi della Scienza e della Medicina concordano con questi risultati, così come i loro omologhi brasiliani, cinesi, indiani, messicani e britannici. Inoltre, uno scienziato americano, il professor C. S. Prakash dell'Università Tuskegee mi ha mostrato una dichiarazione firmata da più di tremiladuecento scienziati provenienti da tutto il mondo, inclusi venti premi Nobel, a sostegno dell'agricoltura biotecnologica».
«La questione legale inerente alle biotecnologie è chiara, le prove scientifiche schiaccianti e la necessità per un intervento umanitario è impellente». Leggi tutto
Il Foglio
Universal democracy?
Grazie a 1972 che ci segnala questo studio di Policy Review sulla democrazia come valore "universale". Leggi qui
E la riflessione di Adriano Sofri: «Molti forse pensano - come certi etnologi relativisti che non sono ancora tornati a casa, come i leader cinesi, come i capi tribali patriarcali, come i fedeli della sharia - che la democrazia sia il pregio o il tic di un pezzetto di mondo, e sia fuori posto e disadatta a tanta altra parte del globo. Non riesco a capacitarmene, e mi spaventa».
1972
Grazie a 1972 che ci segnala questo studio di Policy Review sulla democrazia come valore "universale". Leggi qui
E la riflessione di Adriano Sofri: «Molti forse pensano - come certi etnologi relativisti che non sono ancora tornati a casa, come i leader cinesi, come i capi tribali patriarcali, come i fedeli della sharia - che la democrazia sia il pregio o il tic di un pezzetto di mondo, e sia fuori posto e disadatta a tanta altra parte del globo. Non riesco a capacitarmene, e mi spaventa».
1972
Le miserie di un mondo no global
Gianni Riotta pensa giustamente che il problema della globalizzazione è che ce n'è troppo poca: se «'I Grandi' non riescono a prendere alcuna decisione, dalla loro impasse scaturisce male, non bene, per i poveri. La famigerata globalizzazione, che i cortei insultano lungo i bonari boulevard svizzeri, s'è fermata, e a farne le spese sono proprio i paria del pianeta. Deflazione, guerra in Iraq, gerontoeconomia in Germania e Giappone, Sars e dollaro anemico non diffondono i commerci e gli scambi di quello che Luttwak chiamava il 'turbocapitalismo': li frenano. Il dialogo all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il 'round Doha', per tagliare le tariffe va in panne e c'è pessimismo per il prossimo incontro a Cancun, in Messico, a settembre. Gli europei combattono contro i cibi genetici, gli americani per il loro acciaio e tutti gli occidentali in difesa dei sussidi all'agricoltura, muro dorato di 300 miliardi di dollari l'anno che isola i poveri, battuti dalla concorrenza sleale a banane, riso, zucchero»
«Circolano meno merci, la globalizzazione è in quarantena, anche se non lo leggerete sui pamphlet di denuncia tanto in voga, dove la verità cede il passo alla propaganda».
Ma «Lula ha compreso quel che i ragazzi dei cortei farebbero bene a comprendere, a loro volta, in fretta: la fine della globalizzazione non creerà la stagione del latte e del miele, ma nuova miseria e chiede la fine "dei sussidi dei Paesi ricchi, protezionismo nascosto che ci deruba del frutto del nostro lavoro". Se il mondo torna a isolarsi, per guerre e crisi economica, non sarà più giusto ed equo, ma più tetro e affamato». Con lui anche il presidente messicano Vicente Fox che chiede «un'alleanza per la prosperità», il segretario dell'Onu Kofi Annan che invoca «maggiore accesso dei Paesi arretrati ai mercati globali» e il leader cinese Hu Jintao, che auspica «un ordine economico globale equilibrato e razionale». «Le superpotenze saranno credibili con i poveri solo quando apriranno i propri mercati», riconosce il quotidiano francese Le Monde.
«Da Evian esce l'immagine di un pianeta frenato e spaventato, dove i rischi non vengono più dal 'turbocapitalismo', ma dal 'nanocapitalismo', i leader, paralizzati dalle difficoltà, si chiudono in se stessi, gli scambi scemano, la cooperazione langue, 700 milioni di giovani dovranno scegliere tra salario e rivolta. E guerra e terrorismo minacciano di rivelarsi l'unico dialogo globale». Leggi tutto
Corriere della Sera
Gianni Riotta pensa giustamente che il problema della globalizzazione è che ce n'è troppo poca: se «'I Grandi' non riescono a prendere alcuna decisione, dalla loro impasse scaturisce male, non bene, per i poveri. La famigerata globalizzazione, che i cortei insultano lungo i bonari boulevard svizzeri, s'è fermata, e a farne le spese sono proprio i paria del pianeta. Deflazione, guerra in Iraq, gerontoeconomia in Germania e Giappone, Sars e dollaro anemico non diffondono i commerci e gli scambi di quello che Luttwak chiamava il 'turbocapitalismo': li frenano. Il dialogo all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il 'round Doha', per tagliare le tariffe va in panne e c'è pessimismo per il prossimo incontro a Cancun, in Messico, a settembre. Gli europei combattono contro i cibi genetici, gli americani per il loro acciaio e tutti gli occidentali in difesa dei sussidi all'agricoltura, muro dorato di 300 miliardi di dollari l'anno che isola i poveri, battuti dalla concorrenza sleale a banane, riso, zucchero»
«Circolano meno merci, la globalizzazione è in quarantena, anche se non lo leggerete sui pamphlet di denuncia tanto in voga, dove la verità cede il passo alla propaganda».
Ma «Lula ha compreso quel che i ragazzi dei cortei farebbero bene a comprendere, a loro volta, in fretta: la fine della globalizzazione non creerà la stagione del latte e del miele, ma nuova miseria e chiede la fine "dei sussidi dei Paesi ricchi, protezionismo nascosto che ci deruba del frutto del nostro lavoro". Se il mondo torna a isolarsi, per guerre e crisi economica, non sarà più giusto ed equo, ma più tetro e affamato». Con lui anche il presidente messicano Vicente Fox che chiede «un'alleanza per la prosperità», il segretario dell'Onu Kofi Annan che invoca «maggiore accesso dei Paesi arretrati ai mercati globali» e il leader cinese Hu Jintao, che auspica «un ordine economico globale equilibrato e razionale». «Le superpotenze saranno credibili con i poveri solo quando apriranno i propri mercati», riconosce il quotidiano francese Le Monde.
«Da Evian esce l'immagine di un pianeta frenato e spaventato, dove i rischi non vengono più dal 'turbocapitalismo', ma dal 'nanocapitalismo', i leader, paralizzati dalle difficoltà, si chiudono in se stessi, gli scambi scemano, la cooperazione langue, 700 milioni di giovani dovranno scegliere tra salario e rivolta. E guerra e terrorismo minacciano di rivelarsi l'unico dialogo globale». Leggi tutto
Corriere della Sera
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Magnifico concerto
Grazie Pluto!