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Saturday, November 19, 2005

Una rosa nel pugno, non un pugno di vespe

Oggi su il Riformista:
Caro direttore, una coppia di zanzaroni alla ricerca di sangue fresco già ronzano attorno alla Rosa nel pugno. Uno è Bobo Craxi, che tenta di ricucire («Manderò a breve una lettera ai compagni radicali affinché si possa insieme a loro e ai compagni dello Sdi sedersi intorno ad un tavolo per chiudere questa parentesi in modo positivo»), e poi si allea con Mastella. Ma non è solo, viene accompagnato dal fido compare, Saverio Zavettieri, un po' duro di comprendonio. Non si è accorto che è stato presentato un simbolo, vuole pure il garofano per tenerci legati «alla storia socialista del nostro paese». E di nuovo ciò che sembrava superato, riemerge: l'unità socialista come priorità, a questo punto solo logica visto che non può più essere cronologica: «Noi continueremo a lavorare e ad insistere, soprattutto con Boselli e con i socialisti dello Sdi, sull'obiettivo dell'unità socialista». Soprattutto? Soprattutto a me pare che gli scissionisti del Nuovo Psi portino in dote una pesante contraddizione, direi l'embrione di una futura scissione, un tumore capace di far appassire la rosa.

Penso si sia capito che il problema sollevato anzitempo (del come liberarsi eccetera) l'ho personalmente superato.
Attenzione a non rimanere con un pugno di vespe.

P.S. E non ero ancora venuto a conoscenza di questa scempiaggine. Ma cos'ha quel Bobo nellla testa?

Friday, November 18, 2005

Chiamatelo ottocentesco

Un passaggio chiave dell'intervista che Umberto Veronesi ha rilasciato oggi a la Repubblica riguarda l'eutanasia, di cui parla nel suo libro. E la sua argomentazione ribalta il modo con cui siamo abituati a confrontarci con i problemi di bioetica. Questo sì, è un tema in cui l'uomo è chiamato a riappropriarsi di se stesso rispetto a una scienza che ormai è in grado di sottrarci alla natura. Si parla di diritto a morire, ma naturalmente non si sta parlando né della bontà del suicidio né di stabilire quale vita sia degna di essere vissuta e quale no, ma solo di lasciare all'individuo la libertà di decidere come gestire un momento che fa parte a pieno titolo della propria vita: la morte.

Ma la richiesta di eutanasia non contrasta con la natura?
«La natura non ha previsto l'immortalità dell'uomo, anzi, la morte è uno dei suoi principi. Non si può rimanere in vita quando la vita non è più vita».
Eppure proprio la scienza e la medicina sembrano volerci cancellare la prospettiva della morte e la chirurgia estetica ci illude persino sul prolungamento della giovinezza.
«È vero, la medicina spesso espropria il diritto alla morte. Macchine complesse tengono in vita persone senza coscienza per settimane, mesi, anni. Questa è una vera violenza alla natura. Ma il compito della medicina non è quello di legiferare. La scienza aspetta una legge che faccia chiarezza sui limiti del suo intervento».
E' importante tutelare la «genuina volontà del paziente». Non sarà facile, ma è bene iniziare a discuterne.

Assisteremo a scene già viste

E' proprio vero che rimane tutto come prima? Intanto il compromesso del Summit di Tunisi ha stabilito un principio: l'istanza di internazionalizzare la governance di Internet è accolta. Spesso nasconde obiettivi inconfessabili. L'offensiva di alcuni regimi è strategica perché riguarda la loro sopravvivenza. E' l'inizio di una partita destinata a durare. Assisteremo a scene già viste. Sui paesi democratici, soddisfatti dell'attuale gestione del web, prevarrà l'attivismo della lobby delle dittature che strumentalizzerà il divario tecnologico dei paesi poveri. Attento più a un elevato grado di inclusione, l'Internet Governance Forum voterà risoluzioni di propaganda contro la gestione unilateralista e imperialista di Internet da parte americana e non resisterà a lungo alle pressioni per fissare a livello internazionale forme di controllo del web. Nelle migliori intenzioni internazionalizzare significherà statalizzare. Mentre semmai anche per la Rete occorre deregulation, con priorità ai miliardi di persone cui è negato libero accesso. Urgono interventi di rimozione degli ostacoli, non di indirizzo. Allo sviluppo Internet sa pensarci benissimo da sé, con il libero mercato e l'intrapresa privata.
Questo l'abstract, a cui il Riformista ha preferito una lettera vecchia di due giorni. L'articolo oggi è su L'opinione.

Thursday, November 17, 2005

Get real. Rummeliano, chiaramente

E' un dibattito che ce ne fossero, quello tra 2twins e 1972 su realismo vs. idealismo in politica estera. Qui la si pensa decisamente come Enzo, ma i contributi di tutti sono davvero istruttivi. Posso dire di aver appreso cose nuove. Mi pare che tutto giochi intorno ai concetti di interesse nazionale e moralità delle scelte politiche.

Tutto parte da un post di 1972 sul blog «imprescindibile» (concordo) del professor Rummel (Democratic Peace): «I veri realisti sono i cosiddetti idealisti e l'unico realismo possibile consiste nell'espansione della democrazia». Rispondono i 2twins, che si sentono chiamati in causa. Definirei perfetta la replica di Enzo. Ma aa ed m+ non si danno per vinti. Per Enzo un'«involuzione»: «Si comincia realisti e si finisce bertinottiani o relativisti». Ugh.

LF ha spiegato nei commenti che «ogni azione richiede un giudizio di valore», ma espandere la democrazia non è solo un'opzione morale, semplicemente funziona (per questo è una politica realista, anzi direi più correttamente realistica) a tutelare il nostro vitale interesse alla sicurezza. E' questa la più preziosa intuizione dei neoconservatori e, permettetemi, dei radicali in Italia fin dai primi anni '80. E abbiamo scoperto che è anche possibile, che spesso le dittature si rivelano giganti dai piedi d'argilla che non vengono giù solo per la nostra miopia, solo perché non mettiamo in pratica politiche coerenti. Questo vuol dire andare a sfrangiarsi come pazzi sulle trincee nemiche? Proprio no, troppo facile liquidare così l'idealismo che è l'unico realismo.

Sono profondamente convinto che la guerra non sia l'unico strumento, e certo non il primo ma l'ultimo, per espandere la democrazia. E non solo per motivi morali, ma perché è il meno efficace. Quando scoppia una guerra non si può sapere come andrà a finire. Cioè la puoi vincere, ma ti può scappare di mano e allora l'obiettivo della democrazia si allontana. Sappiamo invece che ben altre politiche se portate avanti con coerenza e determinazione sono più efficaci.

E' solo un'illusione da ingenui quindi pensare di lavorare a un'apertura democratica della Cina? Il pericolo cinese deriva da un mix esplosivo che si sta preparando: sviluppo economico / nazionalismo / riarmo / ingresso delle masse nella politica. Ricordo qualche altro mix simile che è degenerato. Decisivo l'ultimo fattore: le masse faranno il loro ingresso in un sistema politico ideologico o minimamente aperto e democratico? Voler democratizzare la Cina non significa dichiararle guerra, ma mettere fin d'ora in campo politiche coerenti con l'obiettivo. Certo, se rinunciamo in partenza...

Nasce la "Rosa nel pugno". Subito alle prese con le vespe

Nasce oggi la "Rosa nel pugno", nuova forza politica laica socialista liberale radicale. Che vuole essere forza di governo delle situazioni, di difesa della laicità e di riforma liberale della società. Gli ingredienti che servono non mancano. Subito il nuovo soggetto si è dato i propri organi dirigenti. Un paio di osservazioni.

Gianluca Quadrana, presidente di uno dei soggetti promotori, non risulta nella segreteria. Cappato, per dire, c'è. Strana scelta, presumiamo dello Sdi. Inoltre, sarebbe interessante capire quali sono stati i criteri adottati per compilare la Direzione nazionale. Chiaramente ogni soggetto avrà avuto le sue quote, com'è ovvio e opportuno. Non conosciamo a sufficienza gli esponenti dello Sdi per farci un'idea della logica seguita dai socialisti per le loro, ma guardando ai membri radicali ci sfugge il criterio seguito. Però avere in questa direzione i principali punti di riferimento dei radicali su base regionale mi pare che rispondesse a un'esigenza innanzitutto pratica e organizzativa che poteva essere maggiormente privilegiata. Vediamo giustamente Viale, ma molte altre regioni dove la comunità radicale è viva e vegeta non sono rappresentate. Potrebbe essere un problema a livello di coordinamento se invece lo Sdi per le sue quote avesse seguito un criterio territoriale.

Altri problemi. C'è una coppia di zanzaroni alla ricerca di sangue fresco che ronzano già attorno alla rosa. Uno è Bobo Craxi, che dopo le recenti furbate congressuali tenta di ricucire («Manderò a breve una lettera ai compagni radicali affinché si possa insieme a loro e ai compagni dello Sdi sedersi intorno ad un tavolo per chiudere questa parentesi in modo positivo», ha detto a Radio Radicale). Ma ancora non si è accorto che il «respiro» e la «dimensione» di questa cosa va ben oltre «l'orizzonte del socialismo italiano e di quello europeo internazionale». Prima difende il concordato («La firma di mio padre fu una conquista socialista», Corriere della Sera, 30 ottobre), poi lo scarica: «E' un'altra Italia rispetto a quella di 20 anni fa. Quel rapporto di rispetto reciproco che allora vi era fra gerarchie vaticane e Stato italiano, si è deteriorato. Rovesciato direi. Mai gli uomini politici sono stati così obbedienti alla Cei come adesso». Insomma, Bobo fa rima con boh-boh.

Ma non è solo, viene accompagnato dal fido compare, Saverio Zavettieri, di cui qualcosa già ho avuto modo di dire. Scusatelo, è un po' duro di comprendonio. Non si è accorto che oggi è stato presentato un simbolo, che per loro va bene, «però abbiamo avanzato una proposta per mantenere anche il simbolo del garofano, allo scopo di tenere questo soggetto strettamente collegato con la storia socialista del nostro Paese». E di nuovo ciò che sembrava superato, riemerge, l'unità socialista come priorità, a questo punto solo logica visto che non può più esserlo cronologica: «Noi continueremo a lavorare e ad insistere, soprattutto con Boselli e con i socialisti dello Sdi, sull'obiettivo dell'unità socialista, che non è contraddittoria o alternativa al progetto di fusione con i radicali ma che può allargare moltissimo l'area e la base del consenso, perché‚ altrimenti questo nuovo soggetto rischia di presentarsi con una base di consenso più ristretta». Ci rendiamo conto di quanti voti sposti Zavettieri in Calabria, ma dei suoi metodi non vogliamo sapere, per carità.

La coca cola fa digerire. Coca, casa e chiesa

Re: è che bisogna digerirne di cose oggi giorno, signore mio. Ci vuole un aiutino, un piccolo aiutino.
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radio superstereoradio
coca... cola
coca... cola
coca... cola
coca... cola
coca... cola
coca... cola
bevi la coca cola che ti fa bene
bevi la coca cola che ti fa digerire
con tutte quelle, tutte quelle bollicine...
coca cola si coca cola... me mi fa morire...
coca cola si coca cola... a me mi fa impazzire...
con tutte quelle tutte quelle bollicine...

coca cola chi
coca cola chi vespa mangia le mele
coca cola chi?!?
coca chi non vespa più e si fa le pere...
con tutte quelle tutte quelle medicine...

io la coca cola me la porto a scuola
coca cola si coca cola
coca-casa-chiesa
con tutte quelle tutte quelle bollicine

coca cola...
e sei protagonista
coca cola...
per l'uomo che non deve chiedere... mai!!!
con tutte quelle tutte quelle bollicine...

coca cosa?????
coca cola!!!!!
coca cola!!
e sai cosa bevi.....
con tutte quelle tutte quelle bollicine...

io la coca cola me la porto a scuola
coca cola si coca cola... coca-casa-chiesa
con tutte quelle tutte quelle bollicine...
(Vasco Rossi, Bollicine, 1983)

Pallottole di carta e gas all'incenso

Il vittimismo che si cela nell'espressione «pallottole di carta» è in realtà un'intimidazione alla libertà di stampa. Ci vogliono gassare con l'incenso?

Il materialismo dei fan del dolore

A rivelare per quello che è il bieco pregiudizio che si annida nell'argomento principe usato contro la RU486, quello che la pillola «rende meno drammatico l'aborto, lo banalizza, lo fa scivolare via senza turbare troppo la coscienza», è Claudia Mancina, oggi su il Riformista: «Si vuol dire che il tormento della coscienza è commisurato al male del corpo? O forse invece si vuol dire che lo scandalo dell'aborto deve essere pagato col dolore fisico, l'umiliazione, i disagi della degenza ospedaliera?»
Ragionare come se fosse il dolore fisico che si prova a dimostrare la consapevolezza e la moralità di una scelta è indice di puro materialismo. La Mancina risponde a tono:
«Già da tempo le tecniche adottate per l'interruzione di gravidanza tendono ad essere meno dolorose e invasive: la pillola RU 486 è un altro passo avanti in questa direzione. Non risulta che il ricorso all'aborto sia "più facile" o "meno draminatico". Questi discorsi hanno un doppio fondo, che è sempre presente quando si discute di questioni attinenti la maternità: l'idea che l'aborto sia una scelta amorale, compiuta alla leggera, quasi per capriccio; che in fondo, come si pensava e si scriveva fino a pochi decenni fa, le donne non abbiano moralità ma debbano essere sorvegliate dalla legge. E invece la decisione di interrompere una gravidanza è una decisione che puo essere considerata sbagliata, da chi ha una certa idea dei diritti dell'embrione o feto, ma mai amorale; perché è precisamente un esercizio di moralità...»

Cattolici e cattolicisti, Casini e casinisti

Casini saluta Papa Giovanni Paolo IILaicità sì, ma solo «se bene intesa», «positiva», «sana», quindi concessa paternamente, non si fa che ripetere. «Si abusa della capziosa distinzione tra laico e laicista, diventata il cavallo di battaglia ideologico per discriminare ciò che è gradito alla Chiesa e ciò la disturba», ha ben osservato Gian Enrico Rusconi su La Stampa.
«Sollevare perplessità sulla spregiudicata strategia d'intervento della Cei nel passato referendum; dubitare della decenza morale dell'esenzione dall'Ici delle imprese legate alle istituzioni ecclesiali; considerare ancora irrisolta la questione dei simboli religiosi negli spazi pubblici; sostenere con determinazione la necessità del riconoscimento giuridico delle unioni familiari di fatto (con i cosiddetti Pacs) in contrasto con gli inviti dei vescovi - tutto ciò viene considerato segno di cattivo laicismo... le "ragioni laiche", che hanno "radici cristiane", esprimono valori della persona, delle unioni familiari, della natura umana che sono eticamente legittime al pari delle tesi sostenute dalla dottrina cattolica. Hanno pari dignità etica. Il dissidio dei valori attorno alla persona o alle unioni familiari non è lo scontro tra un "più morale" o un "meno morale" ma tra convinzioni e comportamenti eticamente equivalenti, che si affidano a buoni argomenti e a ragionevoli esperienze. Questa è la concezione laica della società civile e dello Stato che la esprime in forma di leggi».
Se vi sono laici e laicisti, ci sia almeno consentito di dire che ci sono cattolici e cattolicisti, Casini e casinisti. Casinisti che la buttano in caciara e cercano di nascondere sotto il tappeto gli effetti indesiderati delle loro stesse azioni. Per Fassino la questione «è chiusa»? Le iniziative della CEI, non altri, la riapriranno. Per Castagnetti sono solo «insolenze»? Sapete com'è, non vi sorge il dubbio che se resuscitano gli anticlericali è perchè si sono rifatti vivi i clericali?

Che il Concordato preveda dei privilegi è un fatto. I 3 miliardi di euro l'anno che all inclusive si prende il Vaticano sono forse bruscolini? O privilegi? Da ultimo l'esenzione dell'Ici per gli immobili commerciali, ma il rimborso per l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, il finanziamento pubblico alle scuole cattoliche, l'otto per mille, versato anche da 15 milioni di contribuenti che neppure ne sono a conoscenza, sono bruscolini questi, o privilegi? Non basterà ripetere che la questione «è chiusa».

«Né le forze politiche se non in maniera estremamente marginale, né le forze culturali, né il sentire diffuso fra la gente pongono l'esigenza di aprire un dibattito sulla riforma o l'abolizione del Concordato», sentenzia Monsignor Betori, lui sì in modo insolente ed arrogante nei confronti di un 40% degli italiani, dal chiuso di un'assemblea di cui Marco Politi ha ben descritto la trasparenza degna delle riunioni del Pcus.

Ruini «si comporta come un vero e proprio capo di partito»? Declama «veri e propri programmi di governo»? Bene, benissimo. Senza inventarsi un'inesistente atmosfera di persecuzione dei cattolici, accetti però di prendersi come tutti le sue «pallottole di carta», accetti che riconoscendo la dimensione pubblica che la Chiesa sta «saldamente acquistando» ci sia consentito di esprimerci sulla «qualità» che questa dimensione assume. Fatto questo, bene, benissimo: ciò che chiediamo non è che taccia, nessuno nega e insidia la libertà d'espressione pubblica della Chiesa, ma che rinunci ai privilegi da religione di Stato. Privilegi che vorremmo vedere aboliti non perché siamo antireligiosi, ma perché non siamo statalisti e li vorremmo vedere aboliti allo stesso modo anche per sindacati e corporazioni di ogni genere. Ebbene non si finga di non capire: massima libertà d'espressione e d'azione, nessun privilegio di stato, nessuno Stato del Vaticano. E' questa la piattaforma.

Una riforma americana dei rapporti fra stato e chiesa, o altrimenti i Pera e i Ratzinger si astengano dal fare riferimento al modello americano di religione civile e ai teocon, che con i concordati non c'entrano proprio nulla. La netta chiusura di questi giorni a voler discutere il superamento del concordato è la fine di un equivoco durato mesi - su cui molti hanno ragionato, o perso tempo - che cioè la Chiesa volesse divenire religione civile. Mai smentite furono più decise e autorevoli, addirittura sdegnose.

Il Nardi però è stato più bravo di me, l'ha fatta breve:
«Per dimostrare che la Chiesa rispetta la laicità dello Stato, il Papa ha mandato un messaggio alla Camera e Ruini ha preparato un emendamento per la finanziaria».

Domande libertarie

E' quasi inevitabile che da una trasmissione dove si confrontino i rappresentanti di una destra neoclericale e di una sinistra post-comunista il risultato sia quello di escludere argomentazioni libertarie. Così diventa il confronto fra due etiche contrapposte che tentano di imporre l'una all'altra la propria verità, e il vero nodo, della libertà individuale, rimane in secondo piano. E' ciò che è accaduto ieri sera alla ben congegnata trasmissione di Ferrara. Argomento la RU486 e l'aborto. Con un medico messo in mezzo e una diessina educanda. Alcune domande mi rimangono strozzate in gola. Un cittadino che si presenti in una struttura pubblica per sottoporsi a una pratica medica consentita dev'essere dotato di tutte le informazioni, l'assistenza e i pareri tecnici necessari a una scelta consapevole. Ma può lo Stato incaricare dei militanti religiosi o politici di dissuadere per suo conto da una scelta che nei fatti peserà sulla coscienza individuale? La paziente dovrebbe essere indotta a confessare davanti a dei perfetti sconosciuti i propri travagli dell'anima? Per quanto tempo è lecito che duri l'opera di dissuasione? E una volta che il dado sia tratto, è lecito che un medico non possa prescrivere la pratica che ritiene meno dannosa e sulla quale ci sia pieno consenso della paziente? Un cittadino adulto dev'essere affiancato da commissari etici? L'utilizzo in via sperimentale di "moralizzatori pubblici" sarà esteso ad altri ambiti? Il pregiudizio che la decisione di abortire non può che essere presa con leggerezza e senza moralità porta a una concezione paternalistica e illiberale del rapporto fra Stato e Individuo. Concludo che non si possa essere libertari solo in economia.

E nessuno, caro ministro Storace, ha mai sostenuto che l'aborto sia un «valore civile», né, pensi un po', «un diritto civile». Diritto umano, non solo civile, è il principio di autodeterminazione dell'individuo che oggi subisce un attacco su tutti i fronti, allo scopo di togliere alla donna, ma in prospettiva non solo a lei, di decidere del proprio corpo. L'osservazione di Adriano Sofri, che la battaglia contro l'islam fondamentalista si combatte purtroppo sul corpo delle donne, è ahimé ormai valida anche per la battaglia contro l'integralismo cattolico.

«Una tenebrosa rassegnazione»; «Cupi, retrogradi, disinformati: abortisti in battaglia per la morte in pancia». A essere «cupi» sono solo i suoi editoriali da berserker.

UPDATE: «La nostra pazienza deve essere assai prossima all'insensibilità», osserva Malvino.

Wednesday, November 16, 2005

Fallita l'offensiva dei campioni della repressione digitale, ma è solo l'inizio

Le dittature che oscurano la ReteIl fatto che la sessione finale del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione convocato dalle Nazioni Unite si sia svolto a Tunisi rappresenta già di per sé un paradosso, visto che il governo tunisino incarcera i giornalisti e limita la libertà d'espressione. Marco Cappato e Marco Perduca, delegati del Partito Radicale transnazionale al Summit, lo avevano già fatto presente due anni fa, al momento della sua convocazione. Un po' come aver affidato alla Libia la presidenza della Commissione Onu per i Diritti Umani. Esponenti e militanti del PRT hanno iniziato uno sciopero della fame a sostegno dell'iniziativa nonviolenta dei leader democratici tunisini che da oltre un mese sono impegnati in un digiuno per chiedere riforme democratiche al regime del presidente Ben Alì.

Al Summit si discuteva se assegnare all'Onu, o comunque affidare a una supervisione internazionale, il controllo tecnico degli indirizzi web, finora svolto nel modo più trasparente e aperto possibile, senza ingerenze dal governo Usa, da un'agenzia privata, l'ICANN, che ha garantito il libero, rapido e spontaneo sviluppo della rete. Cina, Cuba e Iran in pressing. L'Europa, come al solito, alla ricerca di una mediazione. L'offensiva dei campioni della repressione digitale è fallita. Per ora. Ha prevalso il compromesso di Kofi Annan, accettato anche dagli Stati Uniti: il delicato compito di gestire il sistema di indirizzamento rimarrà all'ICANN, ma riconoscendo la necessità di un coinvolgimento internazionale nelle scelte strategiche della rete, verrà istituito un Forum internazionale «multilaterale, aperto a tutti gli interlocutori, democratico e trasparente» in cui discutere i problemi legati allo sviluppo del web. «Un risultato vicino alla posizione di sintesi del nostro paese, che rivendica quindi un ruolo di leadership all'interno dell'Internet Governance Forum» che vede la luce a Tunisi, ha commentato il ministro dell'Innovazione Tecnologica Lucio Stanca.

Ma è proprio vero che tutto rimane come prima? Se i radicali Cappato e Perduca si ritengono «soddisfatti», «sia nel metodo che nel merito», dal compromesso («un buon punto da cui partire per il futuro»), molti blogger non credono che affidare la governance della rete nelle mani dell'Onu, o lasciarla in balìa delle dinamiche delle insidiose relazioni internazionali tra gli stati, sia una buona idea. Non bisogna sottovalutare il fatto che il compromesso di questo Summit ha intanto stabilito un principio: che tutti i paesi membri dell'Onu hanno il diritto di mettere bocca su come viene gestita la Rete. Su questa premessa ogni futuro sviluppo è possibile. Non è difficile immaginare ciò che potrà accadere. I paesi democratici tenderanno a sottovalutare i lavori del forum, sostanzialmente soddisfatti di come viene gestita tecnicamente la rete, mentre qualche paese strumentalizzerà il divario tecnologico dei paesi poveri per avanzare richieste inaccettabili, che saranno ignorate dall'ICANN. La scena è già vista. Assisteremo a un altro di quei forum internazionali in cui si votano risoluzioni di propaganda, stavolta contro la gestione americana di Internet, "unilateralista" e "imperialista". Anche se questo primo round è vinto, non siamo che all'inizio di una partita destinata a durare. E il rischio è che sia solo il primo passo verso la presa di Internet da parte dell'Onu, mentre nessuna burocrazia, internazionale o statale, può essere in grado di prevedere, indirizzare o dirigere lo sviluppo di Internet in funzione dell’utente meglio del libero mercato e della libera iniziativa dei privati. Solo danni sono possibili.

Il problema di un sistema in cui ciascun paese può dire la sua su come gestire internet sta nel semplice motivo che tra questi paesi sarebbero accolte con pari dignità tutte le dittature e le teocrazie possibili e immaginabili. Perché l'Onu dovrebbe occuparsi di internet meglio di come si è occupata di diritti umani, la cui Commissione è stata presieduta anche da paesi come la Libia? L'Onu non ha mai costituito un argine efficace contro la potente e organizzata lobby delle dittature. Non di rado sono riuscite a far passare imbarazzanti risoluzioni e si sono ritrovate persino a presiedere commissioni per i diritti umani e altri organismi minandone la credibilità. Il rischio concreto è che per il suo elevato grado di "inclusione", l'Internet Governance Forum non resista a lungo alle richieste pressanti di alcuni stati membri per introdurre forme di restrizione e controllo autoritario della rete sempre maggiori.

Il paradosso del Summit è che non si discute di come costringere le dittature a garantire ai propri popoli un libero accesso a internet – per esempio legando gli aiuti per lo sviluppo tecnologico ai progressi nei diritti umani e nelle riforme politiche ed economiche – ma si lascia che impongano l'agenda dei lavori e si discute di come sottrarre a una società americana un lavoro che svolge egregiamente. L'attuale sistema, oltre a essere un prodotto tecnologico made in Usa, sviluppato coi soldi dei contribuenti americani, e poi messo gratuitamente a disposizione del mondo, ha garantito il libero, rapido e spontaneo sviluppo della rete. Perché mettere mano a una cosa che funziona alla perfezione o quasi? Le domande di "internazionalizzazione" della governance di internet nascondono obiettivi inconfessabili. Soddisfazione e sfogo di ideologie antiamericane e terzomondiste nel migliore dei casi; la volontà di esercitare pressioni per fissare a livello internazionale forme di controllo autoritario della rete nel peggiore. Tanto è vero che in prima fila nel presentare domanda sono gli stati campioni della repressione digitale: Cina, Iran, Arabia Saudita, Cuba, Tunisia.

Arch Puddington, di Freedom House, sul Washington Post, ha messo in guardia proprio da tali pericoli: «Keep the Internet Free». «Se è vero che ICANN funziona con una licenza concessa dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, il governo Americano ha però seguito una politica di stringente non ingerenza; gli atti della ICANN sono trasparenti e le decisioni sono prese solo dopo estese consultazioni» con tutti gli operatori. «Un certo numero di paesi stanno esercitando pressioni per rimuovere la supervisione da ICANN e trasferirla sotto una nuova organizzazione che farebbe parte del sistema delle Nazioni Unite... tra loro ci sono regimi che hanno preso misure per controllare l'accesso dei propri cittadini a Internet e che si sono distinti in controlli globali sui contenuti nella rete. Non è un segreto il perché Iran, Cina e Cuba fanno lobbying così disperatamente per sostituire ICANN: Internet si è dimostrata una potente arma contro la repressione degli stati». D'altronde, prosegue Puddington, «la passata esperienza dell'Onu suggerisce che una missione limitata può gradualmente estendersi in territori imprevisti sotto la pressione senza limiti di stati membri determinati. Alcuni dei più vergognosi episodi dell'Onu – in particolare riguardanti i temi della libertà – si sono verificati perché le democrazie del mondo sono state battute da una coalizione dei più repressivi regimi – proprio la coalizione che sta prendendo forma sul controllo di Internet. Lavorando con determinazione e disciplina, questa alleanza delle dittature ha già gettato la Commissione Onu per i Diritti Umani nella vergogna».

Sarebbe meglio, suggerisce Puddington, che l'Unione europea decida di «allinearsi» agli Stati Uniti nel fare fronte comune contro ogni cambiamento sostanziale della gestione tecnica del web. L'offensiva da parte della coalizione delle dittature è solo all'inizio perché strategica: per internet passano le maggiori possibilità di destabilizzazione dei regimi autoritari. La circolazione di informazioni e idee anche in piccole dosi può avere un effetto dirompente sul comportamento politico degli individui e dei gruppi. Secondo lo schema che gli scienziati politici chiamano information cascade, ed Elisabeth Noelle-Neumann "spirale del silenzio", nelle società chiuse i cittadini subiscono l'oppressione senza sapere che ampi settori dell'opinione pubblica vedrebbero con favore un'azione coordinata contro l'oppressore. L'uso di internet e di telefoni cellulari, favorendo la diffusione di informazioni di ogni genere, può rompere la "spirale del silenzio". Alcuni regimi come Cina e Iran stanno già avendo un discreto successo nel limitare l'accesso a internet. Dunque qualsiasi - qualsiasi - compromesso negoziato sarebbe una concessione imperdonabile che potrebbe ritardare di anni i processi di democratizzazione.

Tuesday, November 15, 2005

L'offensiva dei campioni della repressione digitale

Nazioni Unite e Unione europea complici

Che la sessione finale del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione convocato dalle Nazioni Unite si svolga a Tunisi rappresenta già di per sé un paradosso, visto che il governo tunisino incarcera i giornalisti e limita la libertà d'espressione. Marco Cappato e Marco Perduca, delegati del Partito Radicale transnazionale al Summit, lo avevano già fatto presente due anni fa, al momento della sua convocazione. Un po' come aver affidato alla Libia la presidenza della Commissione Onu per i diritti umani. Ieri hanno espresso la propria solidarietà alle personalità della società civile tunisina da venti giorni in sciopero della fame per denunciare il regime oppressivo del presidente Ben Ali e per tentare di convocare un Summit parallelo, e lanciato come Partito Radicale una mobilitazione di sostegno, invitando i giornalisti italiani che partecipano al Summit «a intervistare i digiunatori al fine di far conoscere quali siano le reali condizioni della società tunisina».

Inoltre, alla vigilia del Summit si è appreso che il sito RadicalParty.org, insieme a molti altri siti, risulta «inaccessibile dai computer tunisini». Credenziali non proprio perfette per ospitare un vertice di questo livello proprio sulla «società dell'informazione».

Ma il Summit ha provocato le ire di blogger e internauti soprattutto per un altro motivo. A Tunisi infatti si discuterà se assegnare all'Onu, o comunque trasferire in sedi internazionali, il controllo tecnico degli indirizzi web, compito finora svolto da un'agenzia privata americana, l'Icann. Cina, Cuba e Iran spingono per il sì in funzione antiamericana. L'Europa come al solito cerca una mediazione. Sul suo blog Paolo Gentiloni scrive che nell'ipotesi che circola (quella Annan) «il cuore della governance» resterebbe Icann, ma con «un forum di dialogo che ne assicuri l'apertura alla Comunità internazionale Governativa e non». «C'è un certo ottimismo sulla possibilità di raggiungere un risultato positivo», ha dichiarato il ministro dell'Innovazione Tecnologica Lucio Stanca: «Finisce l'infanzia di Internet e inizia la sua maturità». Ma molti blogger non credono che affidare la governance della rete nelle mani dell'Onu, o lasciarla in balìa delle dinamiche internazionali tra gli stati, sia una buona idea.

A me che ciascun paese dica la sua su come gestire internet non sta bene. Per il semplice motivo che tra questi paesi sarebbero accolte con pari dignità tutte le dittature e le teocrazie possibili e immaginabili, dall'Iran alla Cina, dall'Arabia Saudita a Cuba, passando per lo Stato del Vaticano. Ecco, a me non sta bene. Finora il web è stato gestito nel modo migliore, più trasparente e aperto possibile dall'Icann. Quando si verificheranno i primi problemi ci penseremo, ma fino ad allora giù le mani da internet, farabutti dell'Onu! Perché l'Onu dovrebbe occuparsi di internet meglio di come si è occupata di diritti umani, la cui Commissione è stata presieduta anche da paesi come la Libia?

Lo scandalo è che, come sempre quando c'è l'Onu di mezzo, i carnefici si trasformano in vittime e viceversa. E quindi in Summit come quelli di Tunisi non ci troviamo a discutere di come costringere le dittature a consentire ai propri popoli un libero accesso a internet - per esempio legando gli aiuti per lo sviluppo della società dell'informazione ai progressi nel rispetto dei diritti umani e nelle riforme politiche ed economiche, il che basterebbe a provocare rivoluzioni democratiche senza interventi militari - ma lasciamo che l'agenda dei lavori la impongano loro e finiamo a preoccuparci di come sottrarre a una società americana un lavoro che svolge egregiamente.

L'attuale sistema, oltre a essere un prodotto tecnologico degli Stati Uniti, sviluppato coi soldi dei contribuenti americani, e poi messo gratuitamente a disposizione del mondo, ha garantito il libero, rapido e spontaneo sviluppo della rete. Perché mettere mano a una cosa che funziona alla perfezione o quasi? Le domande di "internazionalizzazione" della governance di internet nascondono obiettivi inconfessabili. Soddisfazione e sfogo di ideologie antiamericane e terzomondiste nel migliore dei casi; la volontà di esercitare pressioni per fissare a livello internazionale forme di controllo autoritario della rete nel peggiore. Tant'è vero che in prima fila nel presentare domanda sono gli stati campioni della "repressione digitale": Cina, Iran, Arabia Saudita, Cuba, Tunisia.

L'Onu non ha mai costituito un argine sufficiente contro la potente e organizzata lobby delle dittature e degli stati totalitari, che sfruttando la complicità di paesi tentati da antiamericanismo e terzomondismo sono riusciti non di rado a far passare imbarazzanti risoluzioni e si sono ritrovati persino a presiedere commissioni per i diritti umani e altri organismi minandone la credibilità. Figuriamoci: troppo preoccupati di dimostrare il loro elevato grado di inclusione, quanto potrebbero resistere un'ipotetica agenzia Onu predisposta alla gestione di internet, o un forum di dialogo, alle richieste pressanti di alcuni stati membri per introdurre forme di restrizione e controllo della rete via via sempre maggiori?

Arch Puddington, di Freedom House, sul Washington Post, mette in guardia proprio da tali pericoli: «Keep the Internet Free».
«Se è vero che ICANN funziona con una licenza concessa dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, il governo Americano ha però seguito una politica di stringente non ingerenza; gli atti della ICANN sono trasparenti e le decisioni sono prese solo dopo estese consultazioni.
(...)
Un certo numero di paesi stanno esercitando pressioni per rimuovere la supervisione da ICANN e trasferirla sotto una nuova organizzazione che farebbe parte del sistema delle Nazioni Unite... tra loro ci sono regimi che hanno preso misure per controllare l'accesso dei propri cittadini a Internet e che si sono distinti in controlli globali sui contenuti nella rete. Non è un segreto il perché Iran, Cina e Cuba fanno lobbying così disperatamente per sostituire ICANN: Internet si è dimostrata una potente arma contro la repressione degli stati.

... la passata esperienza dell'Onu suggerisce che una missione limitata può gradualmente estendersi in territori imprevisti sotto la pressione senza limiti di stati membri determinati. Alcuni dei più vergognosi episodi dell'Onu – in particolare riguardanti I temi della libertà – si sono verificati perché le democrazie del mondo sono state battute da una coalizione dei più repressivi regimi – proprio la coalizione che sta prendendo forma sul controllo di Internet. Lavorando con determinazione e disciplina, questa alleanza delle dittature ha già gettato la Commissione Onu per I Diritti Umani nella vergogna».
Sarebbe meglio, conclude lo studioso di Freedom House, che l’Unione europea decida di allinearsi agli Stati Uniti. In un comunicato i radicali Cappato e Perduca invitano a «non cedere a ricatti terzomondisti», ma poi cadono nell'ambiguità di suggerendo agli europei di «ingaggiare gli americani affinché il modello Icann sia rafforzato dall'inclusione di norme di stato di diritto internazionale universalmente riconosciute». Cosa vuol dire esattamente? Non c'è il rischio di far rientrare dalla finestra i "ricatti" che si sono voluti cacciare dalla porta?

Viceversa Europa e Stati Uniti dovrebbero fare fronte comune contro ogni cambiamento sostanziale della gestione tecnica del web. L'offensiva da parte della coalizione delle dittature è strategica: per internet passano le maggiori possibilità di destabilizzazione dei regimi autoritari. La circolazione di informazioni e idee anche in piccole dosi può avere un effetto dirompente sul comportamento politico degli individui e dei gruppi. Secondo lo schema che gli scienziati politici chiamano information cascade, ed Elisabeth Noelle-Neumann "spirale del silenzio", nelle società chiuse i cittadini subiscono l'oppressione senza sapere che ampi settori dell'opinione pubblica vedrebbero con favore un'azione coordinata contro l'oppressore. L'uso di internet e di telefoni cellulari, favorendo la diffusione di informazioni di ogni genere, può rompere la "spirale del silenzio". Dunque qualsiasi - qualsiasi - compromesso negoziato sarebbe una concessione imperdonabile che potrebbe ritardare di anni i processi di democratizzazione.

Alcuni regimi come Cina e Iran stanno già avendo un discreto successo nel limitare l'accesso a internet.
L'emblematico caso cinese è stato illustrato dal blog Phastidio.net. La Cina conta attualmente circa 100 milioni di navigatori internet, agevolati dall'ampia disponibilità di linee telefoniche: tra fisso e mobile se ne contano 667 milioni, una ogni 1,9 abitanti. Quando un utente digita, nel titolo di un post, le parole cinesi che equivalgono a "libertà" o "democrazia", ottiene un messaggio d'errore che recita: «Dovete inserire un titolo per il vostro contenuto. Il titolo non deve contenere linguaggio proibito. Si prega di digitare un titolo differente». BlogChina.com, l'operatore di un servizio blog basato a Pechino, che negli ultimi due anni ha aumentato il numero degli utenti registrati da trecentomila ad oltre 2 milioni, impiega 10 dei 210 dipendenti al monitoraggio a tempo pieno dei contenuti dei post, per verificarne la rispondenza alle leggi sulla censura. La censura comprende livelli multipli di controllo e regolamentazione, tecnica e legale, dai cybercafè fino al backbone di rete. I regolamenti proibiscono agli utenti di «incitare al rovesciamento del governo e del sistema socialista», «danneggiare l'unità nazionale», «distruggere l'ordine della società», «promuovere superstizioni feudali» e «danneggiare la reputazione degli organi dello Stato», secondo quanto pubblicato sul sito del Ministero della Pubblica Sicurezza. L'Internet-polizia cinese non si limita a monitorare i siti web, ma dispone anche di software per individuare delle keyword "sovversive" nelle e-mail e nei download. Il governo dispone anche di squadre di propaganda che agiscono sotto copertura nelle chat per "pilotare" e sorvegliare le discussioni.

Altri blog da visitare su questo tema: 2twins; Walking Class; Nequidnimis; Robinik

Fosforati

Anche Andrea Nativi, su il Giornale, ha smontato le balle del documentario di Rainews24 sull'uso di fosforo bianco da parte dell'esercito americano nella battaglia di Falluja:
«Si parla in ogni caso di armi incendiarie, non di armi chimiche, perché altrimenti anche una bottiglia molotov diventerebbe un'arma chimica e chi la lancia un criminale di guerra.
(...)
impiegare il munizionamento al fosforo come arma diretta per sfruttare l'effetto secondario incendiario sarebbe del tutto improprio e inefficace: visto che la munizione ha uno scopo diverso e non è così letale».
E il ben poco bushiano John Pike ha fatto lo stesso dalle pagine del Corriere.
«Ma chi l'ha detta questa fesseria? Non è vero. Il fosforo bianco non è neppure particolarmente letale. Produce bruciature che possono essere molto dolorose, ma normalmente non uccide
(...)
Le immagini di quei cadaveri non dimostrano nulla. Anzi: dimostrano che quelle persone non sono state uccise dal fosforo bianco».
Riassume Camillo: non è un'arma chimica, non è illegale, brucia anche i vestiti, le immagini di Rainews24 non dimostrano niente, semmai il contrario e, soprattutto, averla usata "per uccidere" non ha alcun senso logico, strategico e militare.
Morrione? Il tuo bell'editoriale non basta più, urgono argomenti freschi. O il ritiro.

La lunga marcia del "compagno" Boselli

Il presidente dello Sdi è solo uno dei leader del centrosinistra che in questi giorni stanno cautamente proseguendo la loro personale lunga marcia di avvicinamento a posizioni responsabili sulla presenza italiana in Iraq e sulla politica estera in generale. Però qualche zavorra ancora rimane:
«... a difendere la democrazia irachena sia una forza multinazionale sotto egida Onu. Giuliano Amato ha usato un'immagine efficace: vogliamo che accanto ai soldati con la faccia bianca ci siano anche soldati con la faccia scura, cioè forze dei Paesi arabi moderati, per superare l'occupazione che alimenta la propaganda dei terroristi».
A Boselli bisogna ancora spiegare un paio di cosette, anche se siamo sicuri che ci arriverà, ormai è a portata di mano. Giusto il tempo di concedergli uno spiraglio per uscire dall'angoo in cui s'è, in buona compagnia, ficcato negli ultimi due anni. Ci pensa la Bonino:
«L'Onu si è pronunciata una settimana fa con una risoluzione senza drammi e senza particolari discussioni che ha riconfermato il mandato alla forza multinazionale. Quindi possiamo sognare tutto quello che vogliamo ma è un pò inutlle».
Renzo Foa, sentendo la relazione di Fassino al Consiglio nazionale Ds, si aspettava una conferma argomentata della svolta sull'Iraq, si stupisce della «difficoltà che c'è nella sinistra moderata di usare pubblicamente gli argomenti giusti e di rinunciare finalmente, lì sì, alle "reticenze" e alle "mezze verità"... Ecco la debolezza e la scarsa credibilità della "sinistra di governo": non saper argomentare i propri passi in avanti e avvolgerli sempre nella carta oleosa dell'anti-bushismo e dell'antiberlusconismo, dando così ragione alla scuola di Zapatero».

Neo-Dalemiani

«Preferisco i nuovi conservatori che lottano per la democrazia ai vecchi conservatori che sostenevano le dittature» (Massimo D'Alema, 11 novembre 2005). Gioco-partita-incontro.
«L'etica di grande potenza propugnata dagli Usa, e in generale nel mondo anglosassone, ha generato più guai dei problemi che ha risolto. La sua azione è stata caratterizzata dall'arbitrio e si è esposta a diversi rischi: al sospetto di coltivare più i propri interessi che un ideale di libertà, e al rischio della doppia risposta per cui si combatte chi ci dà fastidio e si sostiene chi ci sostiene».
Dovremmo dedurre dalle parole di D'Alema che se adesso non è più così è grazie ai «nuovi conservatori che lottano per la democrazia».

Per fortuna neanche l'Europa, riconosce, è immune da critiche:
«C'è l'idea che debba sempre prevalere il diritto, sulla scia del pensiero kantiano di un governo mondiale basato sulla legalità. Questa concezione sembra a volte utopistica e spesso ha portato all'impotenza, al mantenimento di regole arcaiche, all'ipocrisia, all'incapacità di agire».
Sul rapporto costi/benefici della guerra in Iraq D'Alema continua con le scemenze di sempre, ma la partita è chiusa per quanto ci riguarda.

Il multilateralismo che mi piace

Condoleezza Rice incontra gli attivisti egiziani«Sangue e terrore fanno più notizia del costruire passo dopo passo strumenti di democrazia». E' il caso, commenta Emma Bonino a Radio Radicale, del passo compiuto dal Forum per il Futuro, riunito sabato scorso a Manama, capitale del Bahrein. Dunque, non sempre e solo cattive notizie da "questi islamici", di cui si lamentava con la Bonino uno sconsolato passeggero italiano giorni fa su un volo per Kiev. Nel piccolo Bahrein l'iniziativa multilateralista dell'amministrazione Bush ha cominciato a dare i suoi primi frutti, dando prova che un multilateralismo alternativo, capace di provocare cambiamenti, è possibile e preferibile a un multilateralismo che perpetua uno status quo di tirannia di cui diviene complice. E sembra parlare ai Soloni che da anni ci spiegano che la democrazia non si esporta con le armi. Ma sono in ascolto?

Il Forum – colonna portante dell'Iniziativa per il Medio Oriente allargato e il Nord Africa che coinvolge i paesi del G8 e della regione – offre ai governi, alla società civile e al settore privato, l'occasione di discutere le riforme politiche ed economiche necessarie a promuovere libertà, democrazia e crescita economica nel mondo arabo e musulmano. L'Italia, con Yemen e Turchia, guida il Democracy Assistance Dialogue, progetto rivolto agli attori della società civile. Il vuoto lasciato a Manama dall'inspiegabile assenza del ministro degli Esteri Fini viene riempito dal ruolo di primo piano di Emma Bonino, con il suo ministero degli Esteri ombra Non c'è Pace senza Giustizia. La metodologia di far sedere allo stesso tavolo attori governativi e non, inaugurata con la conferenza di Sana'a, nello Yemen, e adottata dal Forum già alla sua prima riunione in Marocco, si è dimostrata efficace.

Non deve trarre in inganno che il summit si sia concluso senza una risoluzione finale sui principi. Anzi, per una volta i governi hanno sacrificato l’unanimismo spesso ipocrita delle dichiarazioni di facciata per non annacquare il significato dei risultati concreti centrati: la nascita di due nuove istituzioni per la rivoluzione democratica in Medio Oriente. Politica, non eserciti.

Innanzitutto la "Fondazione per il Futuro", un ente internazionale no-profit che svolgerà i compiti di una vera e propria fondazione per la democrazia: fornire «assistenza politica, tecnica e finanziaria» ad organizzazioni non governative, università, associazioni professionali e altri attori della società civile. La Fondazione, che avrà sede in Medio Oriente, sarà diretta da un board internazionale presieduto da una personalità del mondo arabo e non vi farà parte alcun rappresentante governativo. Lo stanziamento iniziale prevede 54 milioni di dollari forniti da paesi dell'area (Bahrein, Giordania, Turchia, Marocco, Yemen e Qatar) e occidentali (Commissione europea, Danimarca, Grecia, Italia, Ungheria, Olanda, Spagna, Svizzera, Stati Uniti e Gran Bretagna). Entro la fine dell'anno la Giordania ospiterà una conferenza operativa per stabilire i criteri di funzionamento della Fondazione, mentre il Qatar si è già offerto di ospitarne la sede.

Ma l'effetto Ucraina e Georgia si aggira come uno spettro nei palazzi del potere della regione. Il principale dei paesi arabi cosiddetti "moderati", l'Egitto di Mubarak, ha fatto saltare dopo intense trattative la risoluzione finale che impegnava i governi nelle riforme democratiche. L'Egitto chiedeva che i soldi del nuovo fondo fossero destinati solo ai gruppi pro-democracy «legalmente registrati» dai rispettivi governi arabi. Una richiesta inaccettabile, che di fatto avrebbe posto sotto il controllo dei regimi finanziamenti e organizzazioni, snaturando il senso della dichiarazione e gli obiettivi della Fondazione. La notizia vera è che sebbene Arabia Saudita e Oman inizialmente avessero sposato le posizioni egiziane, alla fine gli Stati Uniti e gli stessi paesi arabi hanno preferito accantonare la dichiarazione formale (Leggi).

Una società civile forte, lo sviluppo economico e una crescente classe media sono i tre presupposti per il successo della democrazia in Medio Oriente. Per questo è stato istituito anche il "Fondo per il Futuro", a sostegno soprattutto delle piccole e medie imprese della regione, con l'obiettivo di stimolare la creazione di buoni posti di lavoro che permetteranno, tra l'altro, a una classe media e alla società civile di rafforzarsi e di consolidarsi. Fra i 50 e 100 milioni di giovani arabi entreranno nel mercato del lavoro fra i prossimi 5/10 anni. Sarà cruciale il "come" vi entreranno. L'impegno finanziario iniziale da parte di paesi occidentali, mediorientali e nordafricani, è di 100 milioni di dollari. La quota più consistente è a carico degli Stati Uniti (50 milioni). Egitto e Marocco contribuiranno con 20 milioni ciascuno.

Il Fondo, assicura il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, «abbraccerà tutti gli stati che scelgono la via delle riforme e della libertà economica». La via scelta è quella di legare la cooperazione e il sostegno finanziario al rispetto dei diritti umani e alle riforme politiche ed economiche. Il modello è quello degli accordi di Helsinki del 1975. Il più recente rapporto sullo Sviluppo Umano del mondo arabo, preparato da un gruppo di studiosi arabi sotto gli auspici del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, è il terzo di una serie di rapporti che individua nelle riforme politiche la prima necessità della regione, criticando in particolare l'assenza di libertà individuale e di buon governo.

Sia la Fondazione che il Fondo per il Futuro rappresentano i «grandi sforzi multilaterali» invocati dai popoli del Medio Oriente, e «riflettono un nuovo consenso internazionale sul fatto che la riforma economica e democratica è essenziale per questa regione...». Un obiettivo «una volta ritenuto impossibile, oggi comincia a sembrare inevitabile». L'aspirazione alla libertà, alla democrazia e ai diritti umani, ha detto la Rice intervenendo al summit, «trascende tutte le differenze di cultura, razza, religione...».

I democratici arabi «esistono», ma servono strutture permanenti per il loro sostegno effettivo e la loro formazione, spiegava alcuni giorni fa Emma Bonino. Una volta fuori dal carcere, come si organizza la libertà? Come si fa una campagna elettorale? I problemi possono apparire banali, ma i governi democratici devono rispondere con un impegno concreto, permanente e istituzionalizzato. Negli anni '80, per i dissidenti dell'Est, ricorda la Bonino, era uguale, e «se ne è reso conto prima Reagan di noi, tanto per essere chiari». Insomma, la dottrina Sharansky sembra aver trovato i suoi nuovi esecutori. «Per difficile e contraddittorio che sia, promuovere società più aperte è l'unica politica sensata che possiamo tentare» in Medio Oriente. «Tutto questo interessa a qualcuno nella cosiddetta "politica ufficiale" italiana?».

P.S. Meglio di me Christian Rocca, su Il Foglio:
«Quando Bush esporta la democrazia pacificamente, i paesi "arabi moderati", la sinistra italiana e anche Gianfranco Fini latitano»

Friday, November 11, 2005

And special thanks to...

Questa sera Blogroll (ore 23 su Radio Radicale, o qui in mp3) si chiuderà con dei ringraziamenti speciali. Ringraziamenti A Mario Adinolfi, che nella sua rubrica su Europa, il quotidiano della Margherita, ha onorato i tre autori della trasmissione (robba, jimmomo, michelelembo) di lusinghiere citazioni, anche se, dobbiamo dire, condendo il tutto con qualche inesattezza e forzatura. Ma si sa, capiamo, che in questo momento tutto fa buon brodo per stuzzicare i radicali sul nuovo soggetto politico in via di costituzione con lo Sdi. I blogger "radicali", o simpatizzanti radicali, però, sia detto simpaticamente al caro Adinolfi, non hanno bisogno di «rompere le catene», sono già liberi. E soprattutto non ci sono richiesti «riallineamenti».
Buona notte e buona fortuna

P.S. Terremoto a Torre Argentina. Ringraziamo per questa "follia".
E ora, un paio di giorni di riposo.

Ledeen sconvolge l'anima candida D'Alema

A Firenze, al convegno di Eunomiamaster, Michael Ledeen, accompagnato da altri due pesi massimi neocon, Kagan e Perle, sconvolge l'anima candida D'Alema con queste parole:
«L'Onu è la più grande organizzazione criminale del nostro tempo. Dire di rafforzare le Nazioni Unite è come dire di rafforzare la mafia. Le Nazioni Unite sono un'organizzazione corrotta, non interessata ai problemi del mondo nuovo e che si è macchiata di tanti piccoli misfatti».
Lunedì appronfodimento più audio o video.

Blair, il cavallo di razza

Conosciamo Blair attraverso le parole scritte da Andrea Romano. E sarà lui a raccontarci l'inizio della fine di una grande leadership. «La stagione della successione ora è si aperta per davvero», scrive oggi su La Stampa:
«Nella carriera di un leader accade spesso che quel certo tratto personale che ne aveva favorito l'ascesa si trasformi d'improvviso nel propellente della caduta. È una legge del contrappasso naturale per ogni gioco politico, dove i potenti possono essere prima incensati e poi perseguitati per ragioni del tutto identiche».
Oggi per Blair arriva la prima e unica «umiliazione» parlamentare dal 1997. Il voto di mercoledì con cui la Camera dei Comuni ha respinto una sua proposta «ha poco a che fare con la legislazione antiterrorismo, di cui pure si discuteva, e assai di più con il suo «stile di governo».
«Quello stile che aveva fatto la sua virtù e la sua fortuna di "convinction leader", capace di assumersi in prima persona il peso delle proprie azioni in ragione di un principio tanto chiaro quanto rischioso: lo faccio perché è la cosa giusta da fare. Una moralità assertiva e non negoziabile, prodotta da una visione tutta britannica della responsabilità individuale ma capace di farne un modello universale di leadership politica. Di fronte alle decisioni più impegnative, alle implicazioni più scivolose, era quella moralità assoluta a far emergere Blair come il leader più riconoscibile. Anche prima del voto parlamentare di mercoledì, ad un passo dalla sconfitta, Blair ha fatto ricorso al suo repertorio più classico: "È sempre meglio perdere facendo la cosa giusta che vincere facendo quella sbagliata"».
Qualcosa che dividerà sempre, in modo incolmabile, il cavallo di razza Blair dal mulo Zapatero.

Grandi e piccole coalizioni dopo il voto

Sulla Grosse Koalition all'italiana credevamo avessero messo il punto autorevolmente Polito, Mieli... e Malvino.

Oggi però Marco Follini, in un'intervista al Corriere, scopre le sue carte («Una grande coalizione subito dopo il voto») e si propone come traghettatore ufficiale. L'apertura di D'Alema rende i giochi un po' più chiari e il destino di Prodi quasi segnato. Follini ne dice delle belle. L'Udc (insieme alla Margherita supponiamo) sarebbe una di quelle «componenti centrali che affermano istanze liberali negate dalle rispettive estreme» dei due poli? Sul carattere profondamente illiberale delle rispettive estreme non abbiamo dubbi, ma non ne nutriamo neanche per l'Udc.

Le «istanze liberali» nei due schieramenti si contano purtroppo con il contagocce e sono letteralmente sparse: qualche Ds qui e là (il Riformista), qualcuno nella CdL qui e là, i radicali (quelli della rosa e quelli riformatori), mentre Fini è ancora a scuola (le elementari liberali diciamo). Ricordiamo infatti ciò che ha scritto l'altro giorno Luca Ricolfi, il primo studioso a mettere in guardia la sinistra da quel «complesso dei migliori» che l'affligge: i «congelatori» del sistema, i difensori dello status quo «garante di privilegi, rendite di posizione, vantaggi corporativi», spuntano fuori come funghi lungo tutto il perimetro del sistema politico. Sono anche al centro, anzi soprattutto al centro, nei partiti "moderati", e non solo alle ali estreme degli schieramenti. Guarda caso i riformatori coincidono con le sparute componenti liberali nelle due coalizioni sistematicamente minoritarie.

A proposito di sparute pattuglie liberali. Oggi Benedetto Della Vedova (ve lo ricordate sì?) inchioda i sindacati italiani alle loro responsabilità e chiede di mettere in soffitta la concertazione con «un disarmo bilaterale: meno sindacato ma anche meno Confindustria»
«Si parli di giornalisti o di pubblico impiego o di impiego privato, il potere del sindacato in Italia costituisce un'anomalia perversa. Perché da noi, il paese più sindacalizzato al mondo, la "costituzione materiale" ha assegnato alla trimurti un potere costituzionalmente abusivo».
Benedetto, che non ama Blair, forse non sa di riprenderne i principi quando denuncia le «rigide garanzie che si scaricano sui più deboli» e i contratti sindacali nei servizi pubblici pensati sempre e solo in funzione del posto di lavoro e mai in funzione dell'utente del servizio. In Italia esiste una «questione sindacale» - che è innanzitutto e soprattutto sociale - «di cui nessuno sembra volersi fare carico».
Chissà, se «dopo il voto» a formarsi non sarà una grande, ma una piccola coalizione.

P.S.1: Serio Romano oggi sul Corriere fa un elenco, forse un po' troppo lungo, delle «cose utili» fatte da questo governo che la sinistra qualora vincesse le elezioni non solo non dovrebbe cancellare in preda alla sua «ossessione», ma dovrebbe estendere seguendo la via intrapresa.

P.S.2: Una finanziaria di lacrime... e la Prestigiacomo comincia a piangere subito. Mioddio, qualcuno smentisca questo retroscena, con Berlusconi che cede a battute maschiliste e la Prestigiacomo che scoppia in lacrime proprio come aveva detto il premier, come una bambina.