Qualche puntualizzazione in merito alle composte «elaborazioni» di Phastidio.net su questo mio post di ieri.
Mi si rimprovera di aver rappresentato una «visione macchiettistica» della Banca d'Italia, mentre ad essere stato "macchiettizzato" casomai è il mio post. «Una manovra che tagli le spese riduce la domanda aggregata, punto». A parte il fatto che il «punto» si può mettere solo se le altre "domande" che compongono la domanda aggregata rimangono fisse, e infatti la stessa Bankitalia è stata per la verità molto cauta nel prevedere un possibile effetto recessivo della manovra («a condizioni invariate»), quel che conta ai fini di ciò che mi si contesta è che non ho affatto descritto la Banca d'Italia come un covo di keynesiani. Ho semplicemente scritto che quella specifica, per quanto cauta, previsione, riferita dal direttore centrale Salvatore Rossi in un'audizione al Senato, a mio avviso risente di un'impostazione keynesiana. Dunque, sembrerà un dettaglio, ma leggendo in modo obiettivo il mio post, senza andare alla ricerca di qualcosa da "macchiettizzare" a tutti i costi, non mi pare che identificare come keynesiana una singola valutazione, di un singolo rappresentante, in una singola relazione, equivalga a bollare come keynesiana tutta la Banca d'Italia (e comunque non mi pare equivalga a dare del «mostro» a qualcuno).
«Una riduzione della "crescita" italiana a prefisso telefonico» può certamente verificarsi, ma (ed è questo che intendevo dire nel post) collegarla ai tagli alla spesa pubblica previsti nella manovra - e non, per esempio, alla mancanza di altre politiche - politicamente significa offrire su un piatto d'argento un bell'argomento a chi si oppone ai tagli alla spesa pubblica. E questo certamente al di là delle intenzioni di Banca d'Italia, che non vedo affatto «nelle vesti dell'ottuso suggeritore delle virtù della spesa pubblica», tanto che nella stessa audizione il direttore centrale nella sostanza promuoveva la manovra, ribadiva l'urgenza dei tagli, e anzi suggeriva - come da sempre fa Bankitalia - di proseguire sulla strada dei tagli e delle riforme. Quindi, Dio salvi Bankitalia.
Ho solo osato evidenziare come un particolare riflesso keynesiano rischia (e dal modo in cui tutti i giornali si sono concentrati su quel passaggio della relazione si direbbe che quel rischio sia fondato) di rafforzare le convinzioni dei tanti, a destra come a sinistra, che vedono nella spesa pubblica - nelle sue varie forme - un fattore di promozione della crescita. Basta sentire Bersani stamattina a Radio Anch'io per rendersene conto. Per quanto riguarda i 'finiani' (spero che anche questo non sia un insulto, sarà ripetitivo, ma lo si prenda per comodità espositiva), qualche «proposta operativa» l'hanno già avanzata e Lakeside Capital ha segnalato alcune possibili controindicazioni.
P.S. - Poi, questa mattina, navigando in cerca di pareri più autorevoli del sottoscritto per accertarmi di non aver scritto fesserie - sì, lo confesso, non sono un economista, né un analista finanziario - mi imbatto in un articolo di Oscar Giannino, sul numero di questa settimana di Tempi. Dà ragione a Formigoni sui «tagli lineari» alle regioni, mentre nel mio post mi permettevo di dubitare che la reale preoccupazione delle regioni fosse quella di evitare tagli punitivi nei confronti delle più virtuose tra di loro. Ma di Bankitalia Giannino sembra rappresentare una visione che Phastidio.net definirebbe forse «macchiettistica». Nel suo articolo, Giannino anticipa una possibile obiezione ai suoi argomenti («Ma che cosa scrivi, caro Giannino? La Banca d'Italia sostiene invece che la manovra Tremonti taglia di mezzo punto la già troppo asfittica crescita italiana, che sembrava fin troppo ottimista quantificare all'1 per cento di Pil in più nel 2010...»).
Ed ecco la replica di Giannino al suo immaginario interlocutore: «Questo è un altro paio di maniche, signori miei. Io non sono keynesiano come gli economisti dell'ufficio studi di Bankitalia, che adottano multipli alti della spesa pubblica ai fini degli effetti sulla domanda, ma detto questo noi siamo comunque costretti a seguire la via di tagli vigorosi al deficit tendenziale». Siamo almeno in due ad avere una «visione macchiettistica» della Banca d'Italia. Non credo Giannino sia ottimista sulla crescita del Pil italiano (come non lo sono io), ma evidentemente anche lui una frecciatina alla relazione meno spesa-meno crescita espressa in quell'audizione l'ha voluta assestare.
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Friday, June 18, 2010
Monday, May 18, 2009
Il pericolo dell'immobilismo
L'ultimo post di Phastidio mi dà modo di tornare su alcune questioni che su questo blog ho trattato spesso ultimamente. Innanzitutto, l'immobilismo del governo:
Ebbene, sono profondamente in disaccordo con questa lettura. Spero che chi ce la propina non ne sia davvero convinto, ma che la ripeta per convenienza politica. E' vero che i nostri istituti finanziari si sono dimostrati più solidi di quelli di altri paesi - perché "parlano poco l'inglese", come ama ripetere Tremonti - ma altrettanto non si può sostenere della nostra economia "reale". Questa crisi si innesta su (e si somma ad) una crisi peculiare italiana, e di lunga durata. Mentre la crisi ha bruscamente arrestato la crescita di paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, a noi ci ha trovati fermi. Basti guardare - per citare solo l'ultimo esempio in ordine di tempo - ai dati dell'Ocse sulle buste-paga italiane, tra le più leggere del mondo industrializzato. Il rischio è che quando la crisi finirà, mentre gli altri ripartono noi torneremo alla nostra crescita "zero virgola".
Come scrivevo alcuni mesi fa, la partita più importante per noi si gioca in Italia, non fuori: riducendo il debito, abbassando le tasse, liberalizzando. Ci sono tornato più volte, praticamente ogni volta che ho parlato di Tremonti, quindi non mi dilungo. Se gli americani hanno ecceduto in debito privato, noi abbiamo ecceduto in debito pubblico. Se entrambe le tipologie di debito si ripercuotono negativamente sull'economia, tuttavia l'eccesso di debito privato si digerisce più rapidamente attraverso il fallimento di chi ha fatto investimenti sbagliati, mentre quello pubblico è difficile da smaltire, perché su di esso proliferano gli interessi politici.
Lungi dall'essere un motivo per non toccare nulla, questa crisi che viene da fuori potrebbe invece rappresentare una straordinaria occasione per far accettare le riforme - sotto la spinta della necessità - ai poteri e ai settori di opinione pubblica più restii. Al contrario, temo che questo governo non abbia il coraggio della sfida riformista, se non con poche lodevoli eccezioni (come nella pubblica amministrazione, sia pure con grandi resistenze). Il rischio è che per non perdere neanche una piccola quota di consensi - perdita fisiologica quando si fanno delle riforme - ne perderà gran parte quando al termine dei cinque anni apparirà chiaro che non ha fatto nulla.
Non dobbiamo però sottovalutare il fatto che un governo di centrosinistra avrebbe quasi certamente reagito alla crisi aumentando ancora di più il debito o alzando ancora di più le tasse per reperire risorse per nuovi interventi dello stato. Insomma, tra un governo fermo e un governo che va nella direzione sbagliata, è sempre meglio il primo. A patto che ci sforziamo tutti di spingerlo nella direzione giusta. Cioè criticando, quando necessario, come fa Mario sul suo blog.
Su una cosa invece non concordo con lui. A suo avviso non servirebbe a nulla prendersela con l'opposizione. Certo, «rischia di configurare il reato di vilipendio di cadavere», ma se l'opinione pubblica del paese mostra una preoccupante «acriticità nei confronti del governo e del premier» è principalmente perché il Pd è quello che è. Quindi, è importante criticare il Pd, perché sappia "riformarsi" in fretta in senso liberale, almeno quanto lo è criticare il governo.
Se dal punto di vista delle scelte elettorali, quasi sempre effettuate seguendo la logica della «riduzione del danno» (votare per il "meno peggio"), non vedo ad oggi alternative al PdL, ciò non significa che serva a qualcosa sostenerlo «senza se e senza ma». Anzi, non si può che constatare con preoccupazione l'assenza di un dibattito di idee nel PdL e nella maggioranza. Dibattito di idee che non vuol dire rissa tra correnti o confusione programmatica, come nel Pd, e neanche marcare identitariamente una posizione sancendone così il carattere minoritario o di mera testimonianza. Non da oggi, e praticamente dalla sua nascita, mi sono sforzato di far capire agli amici di TocqueVille - a quanto vedo con scarsissimi risultati - che il compito dell'aggregatore dovrebbe essere quello di creare dibattito, non di amplificare il tifo da "curva Sud". E dallo stesso scopo dovrebbero essere animati anche i singoli blog di centrodestra e liberali.
Dell'acriticità dell'opinione pubblica non mi preoccuperei troppo. Gli italiani hanno dimostrato alle scorse elezioni di saper cambiare campo. Ad oggi il consenso di cui gode il governo è per lo più dovuto alla mancanza d'alternativa (e alla devastante esperienza Prodi-Visco, nei cui confronti non c'è stata alcuna vera rottura da parte del Pd). D'altronde la maggior parte dei sondaggi vengono effettuati sulle preferenze di voto.
Molti vedono nel Casoria-gate e nelle tensioni con la Lega i primi «scricchiolii» nella maggioranza e i motivi di un primo calo dei consensi. Io sono convinto invece che se il governo non agirà in fretta con le riforme che servono a liberare l'Italia dalle catene e dalle pastoie che ostacolano la crescita, prima o poi gli italiani cominceranno ad addossare al governo la responsabilità del prolungarsi della crisi. La crisi venuta da lontano diventerà la sua crisi.
«Questa maggioranza appare inequivocabilmente meno nociva di quella che l'ha preceduta, ma sfortunatamente appare caratterizzata da un immobilismo pericoloso e da una inclinazione alla conservazione dello status quo che non possono non preoccupare chiunque sia consapevole che, senza un rilancio della crescita, l'Italia è amabilmente fottuta, e non ci sarà nessuna narrativa da paese operoso di brava gente a tirarci fuori dal guano in cui siamo finiti da alcuni lustri».Alla base di questo immobilismo c'è la lettura tremontiana della crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando. Una lettura che, fatta propria dal governo apparentemente senza divisioni al suo interno, guarda caso è anche piuttosto conveniente e consolatoria: la crisi viene da fuori (dagli Stati Uniti); l'hanno causata gli eccessi del mercato e della globalizzazione (che "per fortuna" da noi sono stati minori). Quindi, l'Italia sta meno peggio di altri e si riprenderà meglio. Basterà aspettare che la crisi passi.
Ebbene, sono profondamente in disaccordo con questa lettura. Spero che chi ce la propina non ne sia davvero convinto, ma che la ripeta per convenienza politica. E' vero che i nostri istituti finanziari si sono dimostrati più solidi di quelli di altri paesi - perché "parlano poco l'inglese", come ama ripetere Tremonti - ma altrettanto non si può sostenere della nostra economia "reale". Questa crisi si innesta su (e si somma ad) una crisi peculiare italiana, e di lunga durata. Mentre la crisi ha bruscamente arrestato la crescita di paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, a noi ci ha trovati fermi. Basti guardare - per citare solo l'ultimo esempio in ordine di tempo - ai dati dell'Ocse sulle buste-paga italiane, tra le più leggere del mondo industrializzato. Il rischio è che quando la crisi finirà, mentre gli altri ripartono noi torneremo alla nostra crescita "zero virgola".
Come scrivevo alcuni mesi fa, la partita più importante per noi si gioca in Italia, non fuori: riducendo il debito, abbassando le tasse, liberalizzando. Ci sono tornato più volte, praticamente ogni volta che ho parlato di Tremonti, quindi non mi dilungo. Se gli americani hanno ecceduto in debito privato, noi abbiamo ecceduto in debito pubblico. Se entrambe le tipologie di debito si ripercuotono negativamente sull'economia, tuttavia l'eccesso di debito privato si digerisce più rapidamente attraverso il fallimento di chi ha fatto investimenti sbagliati, mentre quello pubblico è difficile da smaltire, perché su di esso proliferano gli interessi politici.
Lungi dall'essere un motivo per non toccare nulla, questa crisi che viene da fuori potrebbe invece rappresentare una straordinaria occasione per far accettare le riforme - sotto la spinta della necessità - ai poteri e ai settori di opinione pubblica più restii. Al contrario, temo che questo governo non abbia il coraggio della sfida riformista, se non con poche lodevoli eccezioni (come nella pubblica amministrazione, sia pure con grandi resistenze). Il rischio è che per non perdere neanche una piccola quota di consensi - perdita fisiologica quando si fanno delle riforme - ne perderà gran parte quando al termine dei cinque anni apparirà chiaro che non ha fatto nulla.
Non dobbiamo però sottovalutare il fatto che un governo di centrosinistra avrebbe quasi certamente reagito alla crisi aumentando ancora di più il debito o alzando ancora di più le tasse per reperire risorse per nuovi interventi dello stato. Insomma, tra un governo fermo e un governo che va nella direzione sbagliata, è sempre meglio il primo. A patto che ci sforziamo tutti di spingerlo nella direzione giusta. Cioè criticando, quando necessario, come fa Mario sul suo blog.
Su una cosa invece non concordo con lui. A suo avviso non servirebbe a nulla prendersela con l'opposizione. Certo, «rischia di configurare il reato di vilipendio di cadavere», ma se l'opinione pubblica del paese mostra una preoccupante «acriticità nei confronti del governo e del premier» è principalmente perché il Pd è quello che è. Quindi, è importante criticare il Pd, perché sappia "riformarsi" in fretta in senso liberale, almeno quanto lo è criticare il governo.
Se dal punto di vista delle scelte elettorali, quasi sempre effettuate seguendo la logica della «riduzione del danno» (votare per il "meno peggio"), non vedo ad oggi alternative al PdL, ciò non significa che serva a qualcosa sostenerlo «senza se e senza ma». Anzi, non si può che constatare con preoccupazione l'assenza di un dibattito di idee nel PdL e nella maggioranza. Dibattito di idee che non vuol dire rissa tra correnti o confusione programmatica, come nel Pd, e neanche marcare identitariamente una posizione sancendone così il carattere minoritario o di mera testimonianza. Non da oggi, e praticamente dalla sua nascita, mi sono sforzato di far capire agli amici di TocqueVille - a quanto vedo con scarsissimi risultati - che il compito dell'aggregatore dovrebbe essere quello di creare dibattito, non di amplificare il tifo da "curva Sud". E dallo stesso scopo dovrebbero essere animati anche i singoli blog di centrodestra e liberali.
Dell'acriticità dell'opinione pubblica non mi preoccuperei troppo. Gli italiani hanno dimostrato alle scorse elezioni di saper cambiare campo. Ad oggi il consenso di cui gode il governo è per lo più dovuto alla mancanza d'alternativa (e alla devastante esperienza Prodi-Visco, nei cui confronti non c'è stata alcuna vera rottura da parte del Pd). D'altronde la maggior parte dei sondaggi vengono effettuati sulle preferenze di voto.
Molti vedono nel Casoria-gate e nelle tensioni con la Lega i primi «scricchiolii» nella maggioranza e i motivi di un primo calo dei consensi. Io sono convinto invece che se il governo non agirà in fretta con le riforme che servono a liberare l'Italia dalle catene e dalle pastoie che ostacolano la crescita, prima o poi gli italiani cominceranno ad addossare al governo la responsabilità del prolungarsi della crisi. La crisi venuta da lontano diventerà la sua crisi.
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