Finalmente il Papa, nel suo messaggio di sabato scorso al presidente Pera impegnato al convegno di Norcia, ha chiarito cosa intende davvero quando reclama di non escludere Dio dalla sfera pubblica. Ce lo chiedevamo da tempo a cosa si riferisse esattamente, visto che innumerevoli eventi dimostrano che a singoli e gruppi è garantita di già «la possibilità di vivere e manifestare le proprie convinzioni religiose... con autentica libertà anche in ambito pubblico». Adesso è tutto chiaro. Il pontefice va oltre: al "senso religioso" «uno Stato sanamente laico dovrà logicamente riconoscere spazio nella sua legislazione». Dunque chiede per Dio uno spazio nella legislazione dello stato. Solo così la laicità sarebbe «sana». Dio nella vita pubblica, il magistero della Chiesa come fonte, una delle fonti (per carità occorre essere moderati), delle leggi, del diritto. Facile a dirsi, ma vorremmo capire poi come certe affermazioni si traducano in pratica senza riprodurre vecchie intolleranze, confessionalismi, neotemporalismo.
Dobbiamo riconoscerlo: nelle parole di Ratzinger riecheggiano le verità «per se stesse evidenti» della dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America: tutti gli uomini «sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti». Che un Papa, parlando di diritti dell'uomo, faccia uso del termine aconfessionale, e persino deista, "Creatore" non può che farci sommo piacere. Ci chiediamo solo come mai ad affermare questi principi non sia stata la Chiesa, ma filosofi empiristi, illuministi, massoni, deisti che la Chiesa ha combattuto. Se la dignità dell'uomo e i suoi diritti fondamentali sono inscritti nella sua stessa natura, quindi indisponibili agli stati, tuttavia la legislazione deriva la sua legittimità unicamente dal consenso dei governati; né dagli auto-proclamati esegeti del "Creatore" né dalla tradizione.
Wednesday, October 19, 2005
Tre inquietudini primarie
E' inutile girarci troppo attorno. Aver portato 4 milioni di persone a votare primarie la cui utilità nessuno avvertiva è stato un successo per il centrosinistra, per quanto sia stato astuto il gioco delle aspettative al ribasso. Anche gli osservatori più avveduti di area CdL non s'aspettavano molto più del milione. La fame di mobilitazione dell'elettore del centrosinistra più incline all'indignazione, quello che si sente superiore antropologicamente, è venuta aumentando dopo la stretta virata proporzionale imposta da Berlusconi. Via, di corsa tutti in soccorso della vittima Prodi. Giustificato il nervosismo del premier.
Ma detto questo, alcune nostre inquietudini appaiono giustificate... e primarie. Prima inquietudine. E' stata una mobilitazione di mera protesta e appartenza. Dei contenuti programmatici dei candidati alle primarie - del tutto assenti - gli elettori del centrosinistra se ne sbattono. Conta l'antiberlusconismo. Prodi non ha avuto nemmeno il pudore di abbozzare uno straccio di idea che non fosse il ritiro delle truppe dall'Iraq. Non si è sforzato neanche un po' di difendere la famosa direttiva Prodi-Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi proprio in questi giorni contestata dai comunisti. Figuriamoci se ci si può aspettare che venga messo in discussione, come ha fatto Blair al Parlamento europeo, l'attuale modello (anti)sociale.
Torniamo alla mobilitazione. Ciò che è motivo di vanto per Emanuele Macaluso, tanto da sbatterlo in faccia al Berlusca ("tu non ce l'hai, pappappero..."), è invece per noi motivo della terza inquietudine. «Il Cavaliere non capisce cosa significhi il voto di oltre quattro milioni di persone che hanno atteso ore per avere una scheda, rispetto a un consenso passivo o allo scetticismo che pure ha caratterizzato la vita politica italiana. Quei votanti sono persone determinate, "attivisti" che operano in tutti i gangli della società, che parlano, si confrontano e fanno politica». Questi hanno già occupato tutto, e se ne vantano.
La teoria dello stato nello stato è davvero solo leggenda o c'è del vero? Imbattibili nel colonizzare le amministrazioni pubbliche e il loro indotto, e attraverso esse nel distribuire lavoro ottenendo voti e appoggi, questi accompagnano il cittadino-elettore dalla culla alla bara ricavandone in cambio provetti e scattanti «attivisti» che vanno a occupare a loro volta «tutti i gangli della società». Il risultato è il costituirsi di un blocco sociale, che va dai poteri forti fino alle più piccole corporazioni di privilegiati e ai clientelismi, sempre pronto a essere mobilitato.
Ma detto questo, alcune nostre inquietudini appaiono giustificate... e primarie. Prima inquietudine. E' stata una mobilitazione di mera protesta e appartenza. Dei contenuti programmatici dei candidati alle primarie - del tutto assenti - gli elettori del centrosinistra se ne sbattono. Conta l'antiberlusconismo. Prodi non ha avuto nemmeno il pudore di abbozzare uno straccio di idea che non fosse il ritiro delle truppe dall'Iraq. Non si è sforzato neanche un po' di difendere la famosa direttiva Prodi-Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi proprio in questi giorni contestata dai comunisti. Figuriamoci se ci si può aspettare che venga messo in discussione, come ha fatto Blair al Parlamento europeo, l'attuale modello (anti)sociale.
«Ditemi: che tipo di modello sociale è un modello che produce 20 milioni di disoccupati in Europa, che ha tassi di produttività inferiori a quelli degli Stati Uniti, che ha un numero di laureati scientifici inferiore a quello dell'India? L'obiettivo del nostro modello sociale dovrebbe essere quello di espandere la nostra abilità nel competere, aiutare i nostri popoli a tenere il passo con la globalizzazione...».L'anomalia tutta italiana della sinistra. Osservava acutamente Oscar Giannino ieri su Il Messaggero: «In nessun grande Paese dell'Europa continentale i partiti riformisti della sinistra sono alleati per governare con quelli della sinistra antagonista ed estrema... Il problema politico di un programma di governo di un paese occidentale e di mercato condiviso da riformisti e antagonisti l'Europa lo risolve finora in modo del tutto difforme da quanto sembra fare in Italia l'Unione». Questo il secondo motivo di grande inquietudine.
Torniamo alla mobilitazione. Ciò che è motivo di vanto per Emanuele Macaluso, tanto da sbatterlo in faccia al Berlusca ("tu non ce l'hai, pappappero..."), è invece per noi motivo della terza inquietudine. «Il Cavaliere non capisce cosa significhi il voto di oltre quattro milioni di persone che hanno atteso ore per avere una scheda, rispetto a un consenso passivo o allo scetticismo che pure ha caratterizzato la vita politica italiana. Quei votanti sono persone determinate, "attivisti" che operano in tutti i gangli della società, che parlano, si confrontano e fanno politica». Questi hanno già occupato tutto, e se ne vantano.
La teoria dello stato nello stato è davvero solo leggenda o c'è del vero? Imbattibili nel colonizzare le amministrazioni pubbliche e il loro indotto, e attraverso esse nel distribuire lavoro ottenendo voti e appoggi, questi accompagnano il cittadino-elettore dalla culla alla bara ricavandone in cambio provetti e scattanti «attivisti» che vanno a occupare a loro volta «tutti i gangli della società». Il risultato è il costituirsi di un blocco sociale, che va dai poteri forti fino alle più piccole corporazioni di privilegiati e ai clientelismi, sempre pronto a essere mobilitato.
Tuesday, October 18, 2005
I sindacati bestie da affamare
Come al solito il Cav. si muove troppo tardi e con fare sospetto. Doveva pensarci dall'inizio e non solo quando gli conviene
«Non bisogna fare altri regali - su Tfr, Inps - perché così regaliamo montagne di soldi ai sindacati che sono in opposizione a noi e non li usano per il bene di tutti... io credo che ci debba essere libertà vera per tutti i lavoratori di scegliere fin dall'inizio che cosa fare del proprio Tfr». Apriti cielo. Queste dichiarazioni di Berlusconi sulla riforma della previdenza complementare che riguarda il Tfr hanno scatenato reazioni inviperite.
«Gravissime e inaccettabili», le ha definite uno della Cisl. «E' il salario dei lavoratori e non è disponibile per manovre delle assicurazioni private». Giusto, quindi il Tfr datelo ai lavoratori che decideranno a chi affidare il loro denaro; i sindacati non sono forse anch'essi organizzazioni private?
«Non sono d'accordo con Berlusconi. La riforma sul Tfr non è un regalo ai sindacati», replica Maroni, che riceve l'appoggio del socialista Alemanno. Sentite cosa dice: «Non si tratta di fare regali ai sindacati, si tratta di mantenere i fondi pensione all'interno del circuito imprese-lavoratori e non finanziarizzarli». Capito? Tutto purché i soldi non finiscano in mano ai cittadini, i legittimi proprietari. Non credo affatto che su temi come la previdenza complementare i sindacati rappresentino gli "interessi generali" di cui si riempiono la bocca gli esponenti diessini.
E' un gran casino davvero. Perché è vero che la riforma sul Tfr consegna ai sindacati e a confindustria la gestione in fondi chiusi di enormi somme per conto dei lavoratori e che i lavoratori non potranno investire i soldi del Tfr in piani pensionistici individuali venduti dalle assicurazioni, ma il problema, cazzo, è sempre lo stesso: Berlusconi ha un fottutissimo conflitto di interessi. E si ricorda di battaglie sacrosante contro il metodo della concertazione e lo strapotere dei sindacati solo quando in gioco ci sono i suoi interessi di proprietario di Mediolanum.
Sindacati e confindustria sostengono di essere le organizzazioni meglio indicate a gestire con saggezza i risparmi dei lavoratori e restituirli a tempo debito moltiplicati. Tra tutti gli interessi in gioco, considerando che pure le assicurazioni sono tutt'altro che stinchi di santo, perché non rimettere in mano al cittadino i propri soldi? Non è ragionevole supporre che saprebbe gestire con maggiore avvedutezza il suo futuro? Vi pare il caso di lasciare praticamente l'esclusiva della gestione di quei denari in mani che dovrebbero fare altro per mestiere e che non sono soggette alla concorrenza per i servizi che offrono? Vi sentite garantiti? Troppo ricco il piatto, troppo ghiotti i sindacati, comprendiamo che gestire quelle enormi somme dà enorme potere. I sindacati ci tengono letteralmente stretti per le palle.
Questo articolo di Enrico Cisnetto, uscito qualche giorno fa su Il Messaggero, è un'analisi equilibrata per cercare di capirne di più e valutare.
«Non bisogna fare altri regali - su Tfr, Inps - perché così regaliamo montagne di soldi ai sindacati che sono in opposizione a noi e non li usano per il bene di tutti... io credo che ci debba essere libertà vera per tutti i lavoratori di scegliere fin dall'inizio che cosa fare del proprio Tfr». Apriti cielo. Queste dichiarazioni di Berlusconi sulla riforma della previdenza complementare che riguarda il Tfr hanno scatenato reazioni inviperite.
«Gravissime e inaccettabili», le ha definite uno della Cisl. «E' il salario dei lavoratori e non è disponibile per manovre delle assicurazioni private». Giusto, quindi il Tfr datelo ai lavoratori che decideranno a chi affidare il loro denaro; i sindacati non sono forse anch'essi organizzazioni private?
«Non sono d'accordo con Berlusconi. La riforma sul Tfr non è un regalo ai sindacati», replica Maroni, che riceve l'appoggio del socialista Alemanno. Sentite cosa dice: «Non si tratta di fare regali ai sindacati, si tratta di mantenere i fondi pensione all'interno del circuito imprese-lavoratori e non finanziarizzarli». Capito? Tutto purché i soldi non finiscano in mano ai cittadini, i legittimi proprietari. Non credo affatto che su temi come la previdenza complementare i sindacati rappresentino gli "interessi generali" di cui si riempiono la bocca gli esponenti diessini.
E' un gran casino davvero. Perché è vero che la riforma sul Tfr consegna ai sindacati e a confindustria la gestione in fondi chiusi di enormi somme per conto dei lavoratori e che i lavoratori non potranno investire i soldi del Tfr in piani pensionistici individuali venduti dalle assicurazioni, ma il problema, cazzo, è sempre lo stesso: Berlusconi ha un fottutissimo conflitto di interessi. E si ricorda di battaglie sacrosante contro il metodo della concertazione e lo strapotere dei sindacati solo quando in gioco ci sono i suoi interessi di proprietario di Mediolanum.
Sindacati e confindustria sostengono di essere le organizzazioni meglio indicate a gestire con saggezza i risparmi dei lavoratori e restituirli a tempo debito moltiplicati. Tra tutti gli interessi in gioco, considerando che pure le assicurazioni sono tutt'altro che stinchi di santo, perché non rimettere in mano al cittadino i propri soldi? Non è ragionevole supporre che saprebbe gestire con maggiore avvedutezza il suo futuro? Vi pare il caso di lasciare praticamente l'esclusiva della gestione di quei denari in mani che dovrebbero fare altro per mestiere e che non sono soggette alla concorrenza per i servizi che offrono? Vi sentite garantiti? Troppo ricco il piatto, troppo ghiotti i sindacati, comprendiamo che gestire quelle enormi somme dà enorme potere. I sindacati ci tengono letteralmente stretti per le palle.
Questo articolo di Enrico Cisnetto, uscito qualche giorno fa su Il Messaggero, è un'analisi equilibrata per cercare di capirne di più e valutare.
«Ciò che emerge dai fatti di ieri, allora, è un'ulteriore dimostrazione della debolezza della politica, anche stavolta incapace di individuare l'interesse generale tra quelli particolari. In una democrazia compiuta, il conflitto tra le parti è normale. Anomalo è che di fronte a tutto questo la politica tenda sempre a rinviare, senza caricarsi delle proprie responsabilità. Mettere la testa sotto la sabbia, per non scontentare nessuno, sembra essere l'unica cosa che riesce bene alla nostra classe dirigente. Pessimo comportamento».P.S.: non muovendomi con agilità nelle materie economiche e finanziarie sono bene accetti interventi correttivi da parte di chi ne sa più di me.
C'è slogan e slogan
C'è quello dei radicali con il centrodestra (America, Mercato, Individuo) e quello dei radicali con i socialisti (Blair, Zapatero, Fortuna). Beh, tralasciando per un attimo le analisi e le prospettive politiche, onestamente tra i due non c'è confronto: di gran lunga migliore lo slogan America, Mercato, Individuo. Anche considerando che potevano essere tre buone "bestemmie" per far breccia e connotarsi nel centrosinistra.
Esportare la democrazia alla Fao e all'Onu. O chiuderle
Che tristezza. Organizzazioni multinazionali i cui membri non sono accomunati dal rispetto dei diritti umani e dei parametri democratici hanno ormai dimostrato il loro completo fallimento e perso ogni credibilità; dovrebbero essere lasciate morire di fame. E' il caso del carrozzone della Fao, che continuiamo a finanziare lautamente essendo poi ripagati con l'esposizione in bella mostra in giro per il mondo dei più accaniti affamatori di popoli, come Mugabe (Zimbabwe) e Chavez (Venezuela), cui vengono offerte le più importanti tribune per sparare a zero su Bush e Blair, paragonati a Hitler e Mussolini, sul capitalismo e sul FMI. Due dittatori che insieme a Castro ricadono nella fattispecie di quei regimi nei confronti dei quali dovrebbe essere applicato il principio esposto di recente da Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations.
«Perderà la sovranità un governo che non abbia la capacità o la volontà di provvedere ai bisogni essenziali dei suoi cittadini». Un ulteriore passo nella direzione di quel diritto/dovere di ingerenza democratica teorizzato dai radicali di Pannella nei primi anni '80. I diritti dei cittadini sopra i diritti degli Stati non solo come scrupolo di carattere morale, ma esigenza di sicurezza globale. Cambia la nozione di sovranità statuale, che diviene «condizionata, o contrattuale, e non assoluta». Se uno Stato appoggia il terrorismo, produce armi di distruzione di massa o compie genocidi, perde il diritto alla sovranità, è passibile di attacco, destituzione od occupazione.
La premessa di ogni lotta contro la fame del mondo consiste nell'eliminare le dittature e i governi corrotti che spesso infestano i paesi poveri. Qual è la risposta delle democrazie di fronte all'offensiva retorica dei dittatori terzomondisti e comunisti, affamatori di popoli? Quando va bene è l'ipocrisia ciampiana. Meglio malati di egoismo che di stupidità, scrive Libert.@ riportando un passaggio del discorso del presidente Ciampi che è davvero un inno alla Stupidità. Ma quando va peggio è la riverenza di Berlusconi (accompagnato da dirigenti di Eni ed Enel) o addirittura la special relationship zapateriana con Chavez. Gli americani, sbigottiti di fronte a cotanto ignobile spettacolo umano, hanno espresso il loro sdegno, e poi ci vengono a dire che sono loro quelli che per il petrolio venderebbero la madre.
Un'organizzazione seria, tanto per parafrasare 1972, «avrebbe approfittato dell'occasione per mandare un segnale ai dittatori presenti e futuri del continente: in America Latina non c'è spazio per le violazioni dei diritti umani, per la censura, per le involuzioni autoritarie». E invece è il caso di mandare a queste organizzazioni un segnale chiaro: i soldi sono finiti per chi fa parlare i dittatori.
«Perderà la sovranità un governo che non abbia la capacità o la volontà di provvedere ai bisogni essenziali dei suoi cittadini». Un ulteriore passo nella direzione di quel diritto/dovere di ingerenza democratica teorizzato dai radicali di Pannella nei primi anni '80. I diritti dei cittadini sopra i diritti degli Stati non solo come scrupolo di carattere morale, ma esigenza di sicurezza globale. Cambia la nozione di sovranità statuale, che diviene «condizionata, o contrattuale, e non assoluta». Se uno Stato appoggia il terrorismo, produce armi di distruzione di massa o compie genocidi, perde il diritto alla sovranità, è passibile di attacco, destituzione od occupazione.
La premessa di ogni lotta contro la fame del mondo consiste nell'eliminare le dittature e i governi corrotti che spesso infestano i paesi poveri. Qual è la risposta delle democrazie di fronte all'offensiva retorica dei dittatori terzomondisti e comunisti, affamatori di popoli? Quando va bene è l'ipocrisia ciampiana. Meglio malati di egoismo che di stupidità, scrive Libert.@ riportando un passaggio del discorso del presidente Ciampi che è davvero un inno alla Stupidità. Ma quando va peggio è la riverenza di Berlusconi (accompagnato da dirigenti di Eni ed Enel) o addirittura la special relationship zapateriana con Chavez. Gli americani, sbigottiti di fronte a cotanto ignobile spettacolo umano, hanno espresso il loro sdegno, e poi ci vengono a dire che sono loro quelli che per il petrolio venderebbero la madre.
Un'organizzazione seria, tanto per parafrasare 1972, «avrebbe approfittato dell'occasione per mandare un segnale ai dittatori presenti e futuri del continente: in America Latina non c'è spazio per le violazioni dei diritti umani, per la censura, per le involuzioni autoritarie». E invece è il caso di mandare a queste organizzazioni un segnale chiaro: i soldi sono finiti per chi fa parlare i dittatori.
Monday, October 17, 2005
Per una riforma americana dei rapporti fra stato e chiesa
Le omissioni che rendono l'affare teocon alla norcina assai sospettoCiò che non mi spiego e che mi rende sospettoso circa il fine di operazioni culturali e politiche come quella del presidente del Senato Marcello Pera è per quale motivo il modello americano di religione civile (di questo si tratta) non venga raccontato e auspicato in tutte le sue parti. Perché, del confronto di cui parla Pera facciano parte le convergenze, anzi le vere e proprie adesioni, mentre non faccia mai parte ciò che dovrebbe fare la Chiesa cattolica per trasformarsi nella religione civile che sembra - sembra - essere invocata da tutte le parti. Perché i sostenitori di questo tentativo non citino per intero Tocqueville. Ecco, tutte queste omissioni rendono l'affare teocon alla norcina assai sospetto.
Procediamo con ordine. La domanda posta da Return al blog Wind Rose Hotel è una buon quesito di partenza: un sistema sociale può fondarsi soltanto sul concorso di ragione e interesse, come credevano gli illuministi, oppure ha necessità di un fondamento extrarazionale?. Non di necessità si tratta, risponde Wind Rose Hotel, ma di opportunità e utilità "sociale" del fondamento religioso. Non una scelta di fede, ma mera opportunità. In questo una decisione «laica e machiavelliana».
Sgombriamo subito il campo da un semplice equivoco espressivo. Ragioniamo sull'opportunità o meno che l'elemento religioso nelle nostre società si manifesti nella forma della religione civile. Se invece pensassimo a un «fondamento religioso» dello Stato, ebbene dovremmo sapere che non c'è alcuna possibilità di incontro con la laicità, sia essa nuova o vecchia.
A favore della religione civile si esprime Pera nel libro "Senza Radici":
«La mia idea è che ciò che occorre è una religione civile, la quale sappia trasfondere i suoi valori in quella lunga catena che va dall'individuo alla famiglia ai gruppi alle associazioni alle comunità alla società civile, senza passare per i simboli dei partiti, i programmi dei governi, la forza degli Stati, e perciò senza toccare la separazione nella sfera temporale fra Stato e religione. In Europa e nell'Occidente che l'Europa ha fecondato, una religione siffatta è naturaliter cristiana per la peculiare tradizione europea e occidentale. E' perciò una religione civile cristiana non confessionale».Pera ribadisce a Norcia in cosa consiste una tale religione civile:
«Trasformare i princìpi e i valori della nostra tradizione cristiana in abiti, costumi, comportamenti consapevoli e vissuti della società e lasciare al libero corso della politica avvertita di tali princìpi e valori la determinazione della loro evoluzione nelle leggi e nelle istituzioni».Sempre dal libro sopra menzionato leggiamo Ratzinger, oggi Papa, aderire con entusiasmo: ma è proprio ciò di cui parlava Tocqueville! La democrazia americana, prova a spiegare l'allora cardinale, funziona grazie a «un insieme di convinzioni religiose e morali di ispirazione cristiano-protestante, che nessuno aveva prescritto o definito, ma che veniva semplicemente presupposto». Il modello di religione civile americana, implicitamente contrapposto alla laicità di stile europeo, incontra anche il favore del presidente della Cei Camillo Ruini, il quale tempo fa dichiarava:
«Un tale modello sembra meglio in grado di garantire, nell'attuale società libera e democratica, i fondamenti morali della convivenza e in ultima analisi una comune visione del mondo, cosicché la promozione della democrazia appaia un imperativo morale in sintonia con la fede religiosa».In America la libertà, secondo quanto osservato da Alexis de Tocqueville, trova nel sentimento religioso i limiti e il «ritegno» morale che la rendono praticabile. Non tutti i cittadini americani credono in una religione, ma credono necessarie le religioni e la libertà religiosa alla conservazione della democrazia. Il sentimento religioso svolge la funzione "civile" di promuovere negli individui virtù pubbliche profondamente rispettose delle istituzioni democratiche e repubblicane, ma esso non viene imposto per legge favorendo il magistero e gli averi dell'una o dell'altra chiesa. L'indebolimento del sentimento religioso prepara i cittadini alla servitù. In assenza di un'autorità religiosa credibile sono «pronti a sottomettersi a un padrone che assicuri loro almeno l'ordine materiale». Ma facciamo attenzione. Per essere credibile quell'autorità dovrà soddisfare una precisa condizione: non essere compromessa con i poteri mondani. Da queste riflessioni la celebre massima tocquevilliana: «E' il dispotismo che può non curarsi della fede, non la libertà».
Essendo nazismo e comunismo essi stessi delle fedi, hanno cercato invano di estirpare l'aspetto religioso dalle società. Non così i regimi liberaldemocratici, che garantiscono la libertà religiosa anche in ambito pubblico nella consapevolezza che essa fa parte dei diritti fondamentali dell'uomo e che una democrazia che voglia definirsi tale non può farne a meno. L'emendamento che nella costituzione americana fissa la separazione fra stato e chiesa tutela la libertà religiosa dall'ingerenza statale vietando allo stato il riconoscimento di religioni. Esattamente il contrario di quanto avviene in Europa, dove la separazione tutela la politica da influenze religiose. Questo perché negli Stati Uniti non vi fu all'inizio, e non vi è ora, alcuna fede religiosa contraria alle istituzioni democratiche, mentre a lungo in Europa vi fu l'opposizione cattolica nei confronti delle teorie liberali e democratiche. Mentre in Europa «lo spirito di religione e lo spirito di libertà» procedevano «in senso contrario», negli Stati Uniti «regnavano intimamente uniti». Se la religione ha «una così grande importanza in America, ed è professata spesso con tale ardore, lo si deve proprio alla completa separazione tra Chiesa e Stato». La laicità europea di oggi non è che il frutto dell'esperienza di coloro che nell'800 Tocqueville chiamava «gli increduli d'Europa»:
«Essi combattono i cristiani più come nemici politici che come avversari religiosi: essi odiano la fede più come l'opinione di un partito che come una erronea credenza; e nel sacerdote combattono assai più l'amico del potere che non il rappresentante di Dio. In Europa il cristianesimo ha permesso che lo si unisse intimamente alle potenze terrene».Dunque, in un'ottica liberale la separazione fra stato e chiesa serve a garantire la libertà di culto e a preservare la credibilità delle autorità religiose, senza la quale verrebbe a mancare l'importante funzione civile della religione. Se lo stato dovesse riconoscere il primato di una religione sulle altre, o se mischiasse i suoi affari con quelli delle chiese, la libertà religiosa verrebbe negata sia alle chiese discriminate, sia ai fedeli che si vedrebbero imposti una confessione e una morale di stato. Negli Stati Uniti, più che in altri paesi occidentali, grazie alla netta separazione fra stato e chiesa, laicità e religiosità sono connotati della stessa realtà antropologica. Due liberali classici come Adam Smith e Thomas Jefferson intuirono due secoli fa che il senso religioso ne avrebbe tratto beneficio. E Tocqueville arriva a dire:
«Sono così persuaso dei pericoli quasi inevitabili che corrono le credenze religiose quando i loro interpreti si mescolano agli affari pubblici e, d'altra parte, così convinto che occorra ad ogni costo mantenere il cristianesimo in seno alle nuove democrazie, che preferirei incatenare i sacerdoti nel santuario che lasciarli uscire da esso».Legando la propria autorevolezza alle leggi che regolano la convivenza civile e ai poteri terreni, la Chiesa invece «sacrifica l'avvenire in vista del presente e, ottenendo un potere che non le spetta, mette a repentaglio il suo potere legittimo».
Massima libertà d'espressione e di movimento della Chiesa nella società e nella politica; assenza di ogni legislazione e logica concordataria nei rapporti con lo stato. Mentre sul primo aspetto del modello americano di religione civile si concentra l'offensiva teocon per una «nuova laicità», proprio questo secondo corno del problema guarda caso sfugge. La possibilità della rinuncia ai privilegi concordatari e alla forma-Stato del Vaticano non sono nemmeno sfiorati, vengono totalmente e costantemente espunti dai discorsi degli ecclesiastici e dei teocon sulla presenza di Dio nella sfera pubblica. La Chiesa scende in campo accettando la società civile come spazio dialogico e le regole del gioco democratico che implicano l'eventualità di trovarsi in minoranza. Una Chiesa che combatte la sua battaglia nel libero mercato delle idee, rivolgendosi apertamente al mondo della politica, non può, contemporaneamente, godere di un regime di protezionismo concordatario, che le assegna privilegi e benefici dovuti al fatto che essa è la religione degli italiani. L'otto per mille e l'inserimento in ruolo degli insegnanti di religione sono solo i primi di una lunga serie di privilegi.
Cosa manca alla realtà italiana ed europea affinché l'elemento religioso si possa esprimere nei termini di una religione civile, così come auspicano i suoi ammiratori tra porporati e teocon? Proviamo a osservare per un attimo quali sono gli ostacoli che si frappongono alla auspicata religione civile sul modello americano. Ci accorgeremo che le possibilità di uno sviluppo in questo senso dei rapporti fra stato e chiesa non dipendono da un aggiornamento del vecchio concetto di laicità, ma sono tutte nelle mani della Chiesa cattolica, che potrebbe decidere di trasformarsi in religione civile se solo lo volesse. In tre mosse. 1) rinunciare a ogni rapporto e privilegio concordatario con lo stato; 2) rinunciare alla forma-Stato che le impedisce di godere delle garanzie di un qualsiasi corpo intermedio; 3) accettare la libera concorrenza delle altre religioni.
Un recente studio del Pew Research Center sulla religiosità nel mondo giunge alla conclusione che la forza permanente dei valori religiosi e la vitalità della vita spirituale che contraddistinguono gli Stati Uniti dalle altre nazioni ricche possono trovare una spiegazione nella teoria del mercato religioso, che dimostra come l'intensa competizione tra confessioni rivali possa generare tale fermento. Negli Stati Uniti le diverse religioni si fanno concorrenza per rispondere alla domanda di senso religioso esattamente come nel libero mercato le imprese competono tra loro per aggiudicarsi i clienti. Numerosi studi hanno dimostrato che il sentimento religioso, l'affermarsi di una religione civile, vengono favoriti da una società in cui convivano con pari dignità una pluralità di chiese libere, senza alcun rapporto privilegiato con lo Stato e senza quel monopolio sulle anime esercitato dalla Chiesa cattolica in Italia.
Ogni pubblica proclamazione della necessità di una religione civile, la quale sappia trasfondere i valori della tradizione cristiana nella società, per essere credibile e non sospettata di neoclericalismo e neotemporalismo deve affrontare la questione dei passi richiesti alla Chiesa cattolica in quella direzione. Quindi, caro Wind, da liberali non possiamo che farci promotori di una riforma americana dei rapporti fra stato e chiesa, fra politica e religione.
P.S.: C'è da dire, a scanso di ulteriori equivoci, che proprio il concetto di religione civile, se assumiamo come parametro l'esperienza americana, dimostra l'impossibilità di una soluzione al problema teologico-politico soddisfacente dal punto di vista dell'ortodossia religiosa. Una fede il cui ruolo nella sfera pubblica, nel rispetto della separazione fra stato e chiesa, viene riconosciuto in quanto "civile", di coesione sociale e rafforzamento delle istituzioni democratiche e repubblicane, fino ad assumere connotati patriottici (terreno su cui si fonda l'alleanza politica tra i neoconservatori - liberali e laici - e la destra religiosa americana) vede ridotta la credibilità delle proprie Verità rivelate. Ma questo magari sarà tema di un prossimo post.
Friday, October 14, 2005
Dài Iraq! cuore, mente e preghiere per te
Domani si vota. In gioco c'è molto, anche del nostro futuro.
«La sopravvivenza della libertà nella nostra terra sempre più dipende dal successo della libertà nelle altre terre». (George W. Bush)
Dita incrociate, poi - speriamo - viola. Un'alta affluenza e l'approvazione della costituzione democratica sarebbero la bomba più potente contro i terroristi.
«La sopravvivenza della libertà nella nostra terra sempre più dipende dal successo della libertà nelle altre terre». (George W. Bush)
Dita incrociate, poi - speriamo - viola. Un'alta affluenza e l'approvazione della costituzione democratica sarebbero la bomba più potente contro i terroristi.
Radicalsocialisti. Sarà dura/2
Capezzone: rilanciare l'agenda delle riforme
Con il ritorno al proporzionale si è assistito in Parlamento a una «strana atmosfera di euforia, da ultimo giorno di scuola, come se ci si stesse liberando di un peso». E' il «passaggio a una fase che somiglia alla palude», riflette Daniele Capezzone intervistato da Radio Radicale, esprimendo apprezzamento per le parole di Enrico Boselli, il quale ha ribadito che il progetto tra Sdi e Radicali va avanti con qualunque assetto elettorale.
Tuttavia, ha osservato Capezzone, il progetto ha bisogno di «un cambio di passo». «Non possiamo - ha spiegato - subire che anche questa nostra diventi una delle tante liste del proporzionale, altrimenti la dimensione diventa quella della bicicletta, del triciclo elettorale». Il segretario di Radicali italiani vede un doppio rischio per l'operazione a cui stanno lavorando radicali e socialisti: cadere in un «politicismo comprensibile» solo agli addetti ai lavori, che appare "di palazzo" «a chi di politica non vive»; o cadere nel «passatismo», in una sorta di «operazione nostalgia» dell'unità socialista, con scarsa capacità di parlare all'esterno.
Per evitare questi rischi, occorre spingere sul percorso tracciato a Fiuggi, da un lato con il soggetto nuovo, federativo, dall'altro puntando su obiettivi e contenuti. «Non dobbiamo connotarci con la foto di famiglia ma come il partito che vuole alcune cose: dalle battaglie sui diritti civili all'economia, alla politica internazionale, e che si contrappone alla deriva continuista dell'Unione». Occorre, ripete Capezzone, «connotarsi molto su alcuni obiettivi di radicalità riformatrice blairiana e dare il senso del soggetto nuovo», altrimenti corriamo il rischio che per cittadini tutto sparisca nel «file mentale» della "politica politicante". Il rischio che il progetto venga percepito come soltanto «elettoralistico incombe su di noi e sarebbe gravissimo».
Il problema «drammatico» della politica italiana, aggiunge, è la «sparizione dell'agenda delle riforme» dal dibattito, non si parla di quali siano i temi su cui si chiede il voto degli elettori. Rispondendo alla recente intervista di Giuliano Amato a Radio Radicale (alla quale avevamo reagito anche qui), che invitava i radicali a una «riflessione», Capezzone ha rivendicato per i radicali il poter essere «all'offensiva» sui temi economici e sociali: «Liberalizzione delle professioni, riforma blairiana dell'università, riscrittura di un sistema di ammortizzatori sociali che ha privilegiato realtà più forti e assistite e punito l'individuo in difficoltà». E non ha nascosto di essere «più affezionato alle politiche di Blair che a quelle di Visco».
Con il ritorno al proporzionale si è assistito in Parlamento a una «strana atmosfera di euforia, da ultimo giorno di scuola, come se ci si stesse liberando di un peso». E' il «passaggio a una fase che somiglia alla palude», riflette Daniele Capezzone intervistato da Radio Radicale, esprimendo apprezzamento per le parole di Enrico Boselli, il quale ha ribadito che il progetto tra Sdi e Radicali va avanti con qualunque assetto elettorale.
Tuttavia, ha osservato Capezzone, il progetto ha bisogno di «un cambio di passo». «Non possiamo - ha spiegato - subire che anche questa nostra diventi una delle tante liste del proporzionale, altrimenti la dimensione diventa quella della bicicletta, del triciclo elettorale». Il segretario di Radicali italiani vede un doppio rischio per l'operazione a cui stanno lavorando radicali e socialisti: cadere in un «politicismo comprensibile» solo agli addetti ai lavori, che appare "di palazzo" «a chi di politica non vive»; o cadere nel «passatismo», in una sorta di «operazione nostalgia» dell'unità socialista, con scarsa capacità di parlare all'esterno.
Per evitare questi rischi, occorre spingere sul percorso tracciato a Fiuggi, da un lato con il soggetto nuovo, federativo, dall'altro puntando su obiettivi e contenuti. «Non dobbiamo connotarci con la foto di famiglia ma come il partito che vuole alcune cose: dalle battaglie sui diritti civili all'economia, alla politica internazionale, e che si contrappone alla deriva continuista dell'Unione». Occorre, ripete Capezzone, «connotarsi molto su alcuni obiettivi di radicalità riformatrice blairiana e dare il senso del soggetto nuovo», altrimenti corriamo il rischio che per cittadini tutto sparisca nel «file mentale» della "politica politicante". Il rischio che il progetto venga percepito come soltanto «elettoralistico incombe su di noi e sarebbe gravissimo».
Il problema «drammatico» della politica italiana, aggiunge, è la «sparizione dell'agenda delle riforme» dal dibattito, non si parla di quali siano i temi su cui si chiede il voto degli elettori. Rispondendo alla recente intervista di Giuliano Amato a Radio Radicale (alla quale avevamo reagito anche qui), che invitava i radicali a una «riflessione», Capezzone ha rivendicato per i radicali il poter essere «all'offensiva» sui temi economici e sociali: «Liberalizzione delle professioni, riforma blairiana dell'università, riscrittura di un sistema di ammortizzatori sociali che ha privilegiato realtà più forti e assistite e punito l'individuo in difficoltà». E non ha nascosto di essere «più affezionato alle politiche di Blair che a quelle di Visco».
La questione cecena sfugge ancora dalla morsa di Putin
E' stata un'offensiva in grande stile quella del gruppo jihadista ceceno "Yarmuk" condotta ieri a Naltchik, capitale della regione Kabardino-Balkaria, una piccola repubblica della Russia meridionale a 150 chilometri a ovest della capitale cecena Grozny. Più azioni condotte in simultanea da 150 guerriglieri: assaltati edifici governativi e l'aeroporto, scontri a fuoco tra le forze dell'ordine e il commando di terroristi. Alla fine sul terreno sarebbero rimasti circa 50 jihadisti e una dozzina di civili. Stavolta l'attacco ha avuto obiettivi militari di tipo classico, diversamente da quanto fece il commando di terroristi che nel settembre 2004 sequestrò una scuola a Beslan, in Ossezia. Ma sempre più i gruppi jihadisti e il fondamentaslismo islamico sembrano egemonizzare la guerriglia cecena.
Leggete questo editoriale di Gualtiero Vecellio per Notizie Radicali. Se volete rimanere aggiornati sui fatti di Naltchik e su tutto ciò che riguarda la questione cecena, visitate il blog Ceceniasos. Su RadioRadicale.it trovate uno speciale sulla storia del conflitto russo-ceceno.
Leggete questo editoriale di Gualtiero Vecellio per Notizie Radicali. Se volete rimanere aggiornati sui fatti di Naltchik e su tutto ciò che riguarda la questione cecena, visitate il blog Ceceniasos. Su RadioRadicale.it trovate uno speciale sulla storia del conflitto russo-ceceno.
Disastro Katrina. Uragano sui giornalisti
Con questo articolo scritto per Vanity Fair, Christian Rocca, denuncia la debacle della copertura giornalistica sull'uragano Katrina, accusandola di aver procurato lei (la copertura giornalistica) alcune inefficienze nei soccorsi.
«Quanti morti ha causato l'uragano Katrina? Diecimila, come ha subito annunciato lo sciagurato sindaco di New Orleans? Oppure 25 mila, secondo le previsioni più audaci dei cronisti sul campo? Segnatevelo: sono 972 in Louisiana e 221 in Mississippi. Il conteggio ufficiale è terminato, l'acqua è stata prosciugata, la vita è ricominciata. Le cifre potrebbero crescere, ma resterebbero dieci o venticinque volte inferiori all'apocalisse raccontata dai giornali e dalle televisioni. I fatti sono che Katrina ha colpito un'area di 233 mila chilometri quadrati, d'un niente più piccola dell'Italia intera... I reportage che raccontavano di razzie, stupri e omicidi erano basati su voci ora ufficialmente smentite... E' la più grande debacle giornalistica degli ultimi decenni. I giornali americani hanno cominciato a fare autocritica, a riconoscere il clamoroso errore, a coprirsi il capo di cenere». Da leggere
Scheletri nell'armadio al Quai d'Orsay
Notizie che hanno appena lambito la stampa italiana hanno invece incuriosito il blogger No Way: sembra che l'inchiesta giudiziaria sullo scandalo Onu "Oil for Food" stia coinvolgendo le alte sfere della diplomazia francese. Dopo che un mese fa il giudice Philippe Courroye aveva messo sotto inchiesta Serge Boidevaix, ex segretario generale del Ministero degli Esteri, è toccato a Jean-Bernard Merimée, rappresentante permanente della Francia al Consiglio di sicurezza dell'ONU tra il 1991 e il 1995. Messo in stato di fermo dagli agenti con l'accusa di aver ricevuto "buoni petrolio" per circa due milioni di barili (e di averli rivenduti guadagnandoci circa 30 dollari a barile), ha poi ammesso davanti al giudice di essere stato ringraziato da Tarek Aziz per i suoi buoni uffici in favore del regime di Saddam.
«Il filone francese dell'inchiesta sulle malversazioni legati al programma ONU si sta estendendo (è proprio il caso di dirlo) a macchia d'olio».Il giudice Courroye ha già messo sotto inchiesta undici persone, tra cui il segretario dell'Associazione per l'amicizia franco-irachena, una giornalista palestinese e un ex consigliere diplomatico di Charles Pasquà. Secondo la polizia numerosi indizi dimostrerebbero il coinvolgimento della società petrolifera Total, sia direttamente che attraverso intermediari.
«Le ricostruzioni giudiziarie mostrano come anche in Francia il regime iracheno utilizzasse, per premiare i suoi supporter, il sistema dei "buoni petrolio" (visto all'opera in Italia nel caso di padre Benjamin). Il caso esplode con tale violenza che neanche Le Monde, vero organo di stampa ufficiale del multilateralismo pro-arabo e antiamericano, che per mesi aveva ignorato lo scandalo o lo aveva confinato tra le notizie minori, può più fare finta di niente. I più indulgenti si interrogheranno sui pericoli di una politica talvolta ciecamente pro-araba. Baghdad si attendeva dalla Francia e dai suoi più alti rappresentanti che diffondessero una immagine positiva del regime iracheno. In cambio dei servizi resi. Saddam Hussein ha ricompensato una folla di prestatori d'opera più o meno consapevoli o interessati».
Thursday, October 13, 2005
Lettura bipartisan contro le corporazioni d'Italia
Un libro che va alla radice del declino dell'Italia. "Lobby d'Italia", di Francesco Giavazzi. Un «elogio del capitalismo concorrenziale», come «indicazione pragmatica del sistema migliore per produrre benessere e insieme distribuirlo». I privilegi sono dei «tappi» e le lobby «le forme organizzate che i padroni dei tappi si sono dati per perpetuare lo status quo». La ricetta sta nell'«adrenalina della concorrenza», non nel dirigismo statale che tenta invano piani improbabili e tardivi sui settori decotti o presunti strategici.
Unico appunto. Lobbismo come concorrenza trasparente di interessi legittimi è una cosa, e non del tutto negativa. Parlerei piuttosto di corporazioni, che sono ben un'altra cosa.
Il consiglio alla lettura è inevitabilmente bipartisan.
Unico appunto. Lobbismo come concorrenza trasparente di interessi legittimi è una cosa, e non del tutto negativa. Parlerei piuttosto di corporazioni, che sono ben un'altra cosa.
Il consiglio alla lettura è inevitabilmente bipartisan.
La fine del bipolarismo come l'abbiamo conosciuto
Neocentrismo. I giochi sono fatti, ognuno tenta il suo. Vedremo dove si ferma la ruota
Berlusconi è sicuro di sé. Gli riesce in Parlamento l'approvazione della neoproporzionale che Casini gli ha imposto come condizione per rimanere nell'alleanza e che gli permetterà comunque, alle brutte, di limitare i danni di un eventuale sconfitta elettorale. Baldanzoso si rivolge alla Margherita di Rutelli e all'Udeur di Mastella: venite nella CdL, non capisco cosa ci distanzi quanto a valori e principi. Prodi invece naviga in cattive acque ed è sull'orlo di una crisi di nervi: non sa a che partito votarsi per candidarsi con il nuovo sistema elettorale proporzionale.
E' la fine del bipolarismo come l'abbiamo conosciuto. All'indomani di queste elezioni non ci saranno più i due poli come li abbiamo conosciuti fino a oggi. L'ipotesi più probabile è che anche una (non scontata) vittoria del centrosinistra (striminzita e solo lievemente rafforzata dal premio di maggioranza) non permetterà a Prodi di governare oltre l'anno o due. A quel punto si creeranno le condizioni per quel ritorno a cui chi ha fortemente voluto questa legge elettorale mirava: un terzo polo centrista egemone, simile alla vecchia Dc, che resti sempre al governo alleandosi ora con la destra ora con la sinistra.
Berlusconi, trovatosi alle strette, deve aver pensato di poter governare da leader questa nuova situazione, ma non ha ancora capito che il timone passerà in mano ai neocentristi, consci del fatto che ogni ipotesi passa per il defenestramento di Berlusconi. Il Cav. oggi ha deciso di portare acqua al mulino di Casini e si fa artefice di un progetto di restaurazione di cui altri, non lui, beneficeranno dopo averlo detronizzato in pompa magna. Ex democristiani, gruppi d'interesse, ambienti economici e cattolici. Gli resta la possibilità di capire alla svelta che in campagna elettorale saranno i centristi i più pericolosi nemici da combattere e non la sinistra.
C'è da intendersi. Non sarà un grande centro alla tedesca, con due partiti distinti, destra e sinistra, che tentano di collaborare per le riforme necessarie al paese e per il quale tra l'altro nutriamo serie perplessità (la Grosse Koalition rischia comunque di rilevarsi un elefante che partorisce un topolino), ma una palude di clientelismo, statalismo e conservazione che darà vita a riforme occasionali a beneficio di questo o quel "grande elettore" per far in modo in realtà che nulla cambi.
Vedremo alla fine della giostra che inevitabilmente si aprirà, quando le polveri delle macerie di saranno riposate, dove e cosa sarà rimasto in piedi dei liberali.
Berlusconi è sicuro di sé. Gli riesce in Parlamento l'approvazione della neoproporzionale che Casini gli ha imposto come condizione per rimanere nell'alleanza e che gli permetterà comunque, alle brutte, di limitare i danni di un eventuale sconfitta elettorale. Baldanzoso si rivolge alla Margherita di Rutelli e all'Udeur di Mastella: venite nella CdL, non capisco cosa ci distanzi quanto a valori e principi. Prodi invece naviga in cattive acque ed è sull'orlo di una crisi di nervi: non sa a che partito votarsi per candidarsi con il nuovo sistema elettorale proporzionale.
E' la fine del bipolarismo come l'abbiamo conosciuto. All'indomani di queste elezioni non ci saranno più i due poli come li abbiamo conosciuti fino a oggi. L'ipotesi più probabile è che anche una (non scontata) vittoria del centrosinistra (striminzita e solo lievemente rafforzata dal premio di maggioranza) non permetterà a Prodi di governare oltre l'anno o due. A quel punto si creeranno le condizioni per quel ritorno a cui chi ha fortemente voluto questa legge elettorale mirava: un terzo polo centrista egemone, simile alla vecchia Dc, che resti sempre al governo alleandosi ora con la destra ora con la sinistra.
Berlusconi, trovatosi alle strette, deve aver pensato di poter governare da leader questa nuova situazione, ma non ha ancora capito che il timone passerà in mano ai neocentristi, consci del fatto che ogni ipotesi passa per il defenestramento di Berlusconi. Il Cav. oggi ha deciso di portare acqua al mulino di Casini e si fa artefice di un progetto di restaurazione di cui altri, non lui, beneficeranno dopo averlo detronizzato in pompa magna. Ex democristiani, gruppi d'interesse, ambienti economici e cattolici. Gli resta la possibilità di capire alla svelta che in campagna elettorale saranno i centristi i più pericolosi nemici da combattere e non la sinistra.
C'è da intendersi. Non sarà un grande centro alla tedesca, con due partiti distinti, destra e sinistra, che tentano di collaborare per le riforme necessarie al paese e per il quale tra l'altro nutriamo serie perplessità (la Grosse Koalition rischia comunque di rilevarsi un elefante che partorisce un topolino), ma una palude di clientelismo, statalismo e conservazione che darà vita a riforme occasionali a beneficio di questo o quel "grande elettore" per far in modo in realtà che nulla cambi.
Vedremo alla fine della giostra che inevitabilmente si aprirà, quando le polveri delle macerie di saranno riposate, dove e cosa sarà rimasto in piedi dei liberali.
L'anello mancante della catena criminale che porta a Damasco
Suicidio autonomo o "assistito"? Si sarebbe sparato in testa il ministro degli Interni siriano Gen. Ghazi Kenaan, l'uomo "duro", o sarebbe meglio dire il criminale, del regime di Assad.
Kenaan è il prototipo dell'uomo di regime a cui fa capo ogni legame, fin dagli ani '80, tra l'intelligence di una dittatura e il terrorismo; alla guida per vent'anni dell'intelligence militare siriana, è il principale artefice del regime di terrore in Libano, in pratica un proconsole siriano a Beirut. L'uomo di punta che organizzava dalla Siria la destabilizzazione dell'Iraq grazie ai suoi buoni rapporti con la famiglia di Saddam e l'intelligence irachena.
L'impressione è che Kenaan potesse divenire presto il filo tirando il quale gli Stati Uniti potevano mettere alla gogna internazionale il regime siriano. L'anello mancante che avrebbe portato gli investigatori dell'Onu sull'assassinio di Hariri a Damasco, fino ad Assad.
Potrebbe essersi suicidatosi prima di essere scaricato dal regime stesso? Tutto può essere, ma non mi convince: perché mai il regime avrebbe dovuto consegnare in pasto alla comunità internazionale la cassaforte contenente tutti i crimini commessi in Libano e altrove?
Kenaan è il prototipo dell'uomo di regime a cui fa capo ogni legame, fin dagli ani '80, tra l'intelligence di una dittatura e il terrorismo; alla guida per vent'anni dell'intelligence militare siriana, è il principale artefice del regime di terrore in Libano, in pratica un proconsole siriano a Beirut. L'uomo di punta che organizzava dalla Siria la destabilizzazione dell'Iraq grazie ai suoi buoni rapporti con la famiglia di Saddam e l'intelligence irachena.
L'impressione è che Kenaan potesse divenire presto il filo tirando il quale gli Stati Uniti potevano mettere alla gogna internazionale il regime siriano. L'anello mancante che avrebbe portato gli investigatori dell'Onu sull'assassinio di Hariri a Damasco, fino ad Assad.
Potrebbe essersi suicidatosi prima di essere scaricato dal regime stesso? Tutto può essere, ma non mi convince: perché mai il regime avrebbe dovuto consegnare in pasto alla comunità internazionale la cassaforte contenente tutti i crimini commessi in Libano e altrove?
Moratti nella morsa
«Baroni conservatori e studenti rivoluzionari uniti contro ogni riforma». Non poteva descrivere meglio la situazione Il Foglio: le agitazioni di oggi contro la Moratti sanciscono il patto corporativo tra professori, ricercatori e studenti, per conservare un sistema dalle uova d'oro dove tutti mangiano e nessuno produce più di tanto: in una comune «ispirazione antiriformista», a tratti furiosa, si saldano «gli interessi conservatori dei baroni universitari (che spesso sono anagraficamente gli stessi che occupavano quasi quarant'anni fa gli atenei che oggi dirigono) e quelli "antagonistici" espressi dalle associazioni studentesche e dei ricercatori».
«La casta universitaria italiana è una delle più chiuse del mondo occidentale, gode di assoluta inamovibilità, non subisce alcun giudizio sul suo operato e gestisce il reclutamento attraverso un elaborato sistema di cooptazione intrecciata che farebbe invidia ai mandarini cinesi».
Altra tempra la Chiesa di Ratzinger
Voce grossa con le democrazie, flebile con le dittature
«Segnali di una futura intesa» tra Cina e Santa Sede, anche se «i tempi sono necessariamente lunghi». Invoca pragmatismo Civiltà Cattolica, la rivista romana dei gesuiti, nel risolvere la spinosa questione della nomina dei vescovi, su cui Pechino rivendica l'autorità. Ieri al sinodo dei vescovi in Vaticano il vescovo di Hong Kong, Giuseppe Zen, ha affermato che in Cina la Chiesa cattolica ha superato nei fatti la divisione tra clandestina e ufficiale o patriottica, e che il Papa ha legalizzato quasi tutti i vescovi ufficiali. Padre Hans Waldenfels titola il suo articolo "La Cina si sta aprendo", mentre farebbe più al caso "La Chiesa si sta arrendendo".
Il problema della nunziatura sembra «risolvibile». Sul problema delle nomime l'articolo rimane ambiguo, ma non lascia intravedere nulla di buono da parte della Chiesa. «Mentre il governo cinese considera la nomina dei vescovi una questione interna alla Cina, la Santa Sede, anche e soprattutto per motivi teologici, afferma che qui si tratta di una questione che va regolata non sul piano politico, ma su quello religioso interno». Le due posizioni, apparse «a lungo inconciliabili» lasciano «intravedere che si stanno aprendo nuove possibilità di soluzione, almeno pragmaticamente». Ecco, è il pragmaticamente a non convincermi. Ecco la soluzione pragmatica, già ampiamente adottata sul campo: i vescovi ufficiali accettano la nomina governativa solo dopo aver avuto l'assenso da Roma.
Altra tempra la Chiesa di Ratzinger rispetto al Papa polacco contro l'Urss.
«Segnali di una futura intesa» tra Cina e Santa Sede, anche se «i tempi sono necessariamente lunghi». Invoca pragmatismo Civiltà Cattolica, la rivista romana dei gesuiti, nel risolvere la spinosa questione della nomina dei vescovi, su cui Pechino rivendica l'autorità. Ieri al sinodo dei vescovi in Vaticano il vescovo di Hong Kong, Giuseppe Zen, ha affermato che in Cina la Chiesa cattolica ha superato nei fatti la divisione tra clandestina e ufficiale o patriottica, e che il Papa ha legalizzato quasi tutti i vescovi ufficiali. Padre Hans Waldenfels titola il suo articolo "La Cina si sta aprendo", mentre farebbe più al caso "La Chiesa si sta arrendendo".
Il problema della nunziatura sembra «risolvibile». Sul problema delle nomime l'articolo rimane ambiguo, ma non lascia intravedere nulla di buono da parte della Chiesa. «Mentre il governo cinese considera la nomina dei vescovi una questione interna alla Cina, la Santa Sede, anche e soprattutto per motivi teologici, afferma che qui si tratta di una questione che va regolata non sul piano politico, ma su quello religioso interno». Le due posizioni, apparse «a lungo inconciliabili» lasciano «intravedere che si stanno aprendo nuove possibilità di soluzione, almeno pragmaticamente». Ecco, è il pragmaticamente a non convincermi. Ecco la soluzione pragmatica, già ampiamente adottata sul campo: i vescovi ufficiali accettano la nomina governativa solo dopo aver avuto l'assenso da Roma.
Altra tempra la Chiesa di Ratzinger rispetto al Papa polacco contro l'Urss.
Giramenti cerebrali
Ecco, quando ho sentito Sabina Guzzanti esprimere la propria stima per Zapatero esattamente con gli argomenti di Pannella ("però ha mantenuto le promesse elettorali, e non è poco!") qualcosa ha cominciato a dibattersi nella mia testa.
Si dirà, e ne convengo, che per quanto si sia lontani da un personaggio pubblico (è il mio caso con la Guzzanti) può sempre capitare di dover riconoscere del vero in ciò che dice. Mumble mumble. No, non è questo il caso: un leader politico che promette cazzate in campagna elettorale ma se ne accorge e non gli dà seguito è sempre preferibile a uno che mantiene le promesse per coerenza, anche se sono cazzate. Altra storia se Sabina avesse detto "però ha tenuto sotto gli attacchi della chiesa spagnola". I matrimoni gay, misura più o meno condivisibile, non hanno i tratti di follia e malgoverno del ritiro dall'Iraq.
P.S. Poi ci sono gli attacchi alla politica economica di Zapatero dal quotidiano Liberazione, e sono punti a suo favore.
Si dirà, e ne convengo, che per quanto si sia lontani da un personaggio pubblico (è il mio caso con la Guzzanti) può sempre capitare di dover riconoscere del vero in ciò che dice. Mumble mumble. No, non è questo il caso: un leader politico che promette cazzate in campagna elettorale ma se ne accorge e non gli dà seguito è sempre preferibile a uno che mantiene le promesse per coerenza, anche se sono cazzate. Altra storia se Sabina avesse detto "però ha tenuto sotto gli attacchi della chiesa spagnola". I matrimoni gay, misura più o meno condivisibile, non hanno i tratti di follia e malgoverno del ritiro dall'Iraq.
P.S. Poi ci sono gli attacchi alla politica economica di Zapatero dal quotidiano Liberazione, e sono punti a suo favore.
Sull'Ici hanno mollato la presa
Per stavolta la bestia onnivora ha saltato il pasto
Il governo ritira il decreto infrastrutture che conteneva l'esenzione dal pagamento dell'Ici per tutte le proprietà immobiliari della Chiesa cattolica. Ufficialmente a causa della mancanza di informazioni che il Ministero dell'Economia avrebbe dovuto inviare alla Commissione Bilancio della Camera, ma probabilmente a causa del clamore suscitato. Il provvedimento era ben nascosto, era concepito con amore, per passare in fretta e furia, di nascosto. Invece la notizia è giunta all'orecchio dell'opinione pubblica e questo dev'essere bastato per convincerli a mollare la presa. La bestia onnivora stavolta ha saltato il pasto, ma ha ancora bisogno di una dieta consistente. Nessuna dichiarazione per ora. Saremmo curiosi di apprendere la reazione delle gerarchie ecclesiastiche ma ci aspettiamo fair play. Almeno pubblicamente.
L'ottimo riepilogo fatto da Daw e la vicenda su RadioRadicale.it.
Il governo ritira il decreto infrastrutture che conteneva l'esenzione dal pagamento dell'Ici per tutte le proprietà immobiliari della Chiesa cattolica. Ufficialmente a causa della mancanza di informazioni che il Ministero dell'Economia avrebbe dovuto inviare alla Commissione Bilancio della Camera, ma probabilmente a causa del clamore suscitato. Il provvedimento era ben nascosto, era concepito con amore, per passare in fretta e furia, di nascosto. Invece la notizia è giunta all'orecchio dell'opinione pubblica e questo dev'essere bastato per convincerli a mollare la presa. La bestia onnivora stavolta ha saltato il pasto, ma ha ancora bisogno di una dieta consistente. Nessuna dichiarazione per ora. Saremmo curiosi di apprendere la reazione delle gerarchie ecclesiastiche ma ci aspettiamo fair play. Almeno pubblicamente.
L'ottimo riepilogo fatto da Daw e la vicenda su RadioRadicale.it.
Wednesday, October 12, 2005
Radicalsocialisti. Sarà dura
Giuliano Amato invita i radicali a una «riflessione». Su che cosa dovrebbero riflettere i radicali? Sulle loro posizioni di questi ultimi anni riguardo il ruolo dei sindacati e della contrattazione collettiva, e riguardo «i fenomeni che hanno indebolito i più deboli, come la "precarizzazione"». I più deboli? Amato si dovrebbe vergognare, essendo stato a capo di un governo che ha prima istituito l'Ici, la tassa più iniqua del nostro sistema fiscale, perché colpisce la prima casa di proprietà acquistata con guadagni e risparmi (frutto di quanti sacrifici!) già ampiamente tassati. Mi (vi) chiedo: è forse questa una politica di sinistra, attenta ai più deboli?
Non contento, il presidente del Consiglio Amato ha prelevato nottetempo una tantum da tutti i contocorrenti bancari, quand'è noto che nei contocorrenti sono soprattutto i lavoratori, i piccoli professionisti, le famiglie, insomma il ceto medio e le fasce più deboli, a riporre i propri risparmi. E' forse questa una politica di sinistra, attenta ai più deboli? A me sembra piuttosto una rapina con destrezza.
E a me sembra che Amato goda di una stima, da parte del mondo politico, a dir poco immeritata. Non so come abbia fatto l'intervistatore di Radio Radicale a non assestargli una capocciata in faccia, ma so che i radicali dovrebbero reagire in modo netto alla sua arrogante richiesta di «riflessione».
Pochi giorni fa, ai microfoni di Radio Popolare, Prodi metteva avanti il programma rispetto all'ipotesi di un'alleanza con i radicali:
Tempo fa ci scappò un sorrisino per la medaglia che Prodi appuntò al petto di Pannella-Bonino, medaglia che dovrebbero continuare a portare in bella vista e cono orgoglio:
Non contento, il presidente del Consiglio Amato ha prelevato nottetempo una tantum da tutti i contocorrenti bancari, quand'è noto che nei contocorrenti sono soprattutto i lavoratori, i piccoli professionisti, le famiglie, insomma il ceto medio e le fasce più deboli, a riporre i propri risparmi. E' forse questa una politica di sinistra, attenta ai più deboli? A me sembra piuttosto una rapina con destrezza.
E a me sembra che Amato goda di una stima, da parte del mondo politico, a dir poco immeritata. Non so come abbia fatto l'intervistatore di Radio Radicale a non assestargli una capocciata in faccia, ma so che i radicali dovrebbero reagire in modo netto alla sua arrogante richiesta di «riflessione».
Pochi giorni fa, ai microfoni di Radio Popolare, Prodi metteva avanti il programma rispetto all'ipotesi di un'alleanza con i radicali:
«Io ho bisogno che si chiarisca: se c'é un programma omogeneo, si va avanti. Altrimenti non si può andare avanti. Quando ero al Parlamento europeo avevamo sempre i Radicali all'opposizione. Il loro radicalismo e il loro liberalismo erano così forti, che parole come sociale o protezione non erano ammesse. Ho preso atto con piacere che al loro interno si è aperto un dibattito. Probabilmente ci sono anche delle tensioni. Quindi, ripeto, è un problema di programmi e su questo serve chiarezza».Gli rispondeva a tono Boselli:
«Ai Radicali chiediamo quello che chiediamo a tutti, non chiediamo quello che non chiediamo a nessuno... Parlando di programma omogeneo mi viene subito in mente Bertinotti. Propone ritiro delle truppe italiane da tutte le missioni, il ripristino della scala mobile, la restaurazione dell'Iri. Non c'è nulla di meno "omogeneo" di questo programma».Peccato che il presidente dello Sdi quando parla ai giornalisti del nuovo soggetto Radicali-Sdi non pronuncia mai il termine "liberale", ma si ferma a definirlo un «soggetto politico laico, socialista e radicale».
Tempo fa ci scappò un sorrisino per la medaglia che Prodi appuntò al petto di Pannella-Bonino, medaglia che dovrebbero continuare a portare in bella vista e cono orgoglio:
«Quando ero al Parlamento europeo - ha ricordato Prodi - nel minuto in cui parlavano i radicali riuscivano a iniettare tali attacchi alla linea politica della Commissione che a un altro ci sarebbe voluta mezz'ora».Sarà dura, cari radical-socialisti (e cominciamo a mettere il trattino)
I sunniti dicono sì. Aprite bene le orecchie
Riuscite a sentire anche voi questo chiaro, tondo, "Sì", come suona musicale? La buona notizia arriva in serata. I principali gruppi sunniti indicano di votare sì al referendum sulla costituzione irachena che si terrà il 15 ottobre. Rovinata la "festa" agli esperti iettatori e agli amici nostrani dei "resistenti". Possiamo guardare al voto con ottimismo.
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