Sunday, February 29, 2004

I russi frenati dalle perquisizioni. Il solito, sospetto, tempismo
Se i russi della Nafta Moskva non comprano più la Roma e il ripensamento ha a che fare con le perquisizioni indiscriminate e poliziesche (decise dalla magistratura senza un preciso indizio di reato, ma basate su un passaggio di carte chissà da parte di chi) sarebbe un fatto gravissimo. Un danno economico per Sensi e la Roma di cui qualcuno, lì, di quei pupazzi con la toga, dovrebbe rispondere.
Com'è difficile diventare riformisti
Si interroga Michele Salvati sul Corriere della Sera:
«I politici della sinistra riformista sono soli e gli intellettuali di sinistra o stanno in silenzio o si mobilitano su posizioni estreme: così ha scritto Galli della Loggia sul Corriere mercoledì 25. Difficile non essere d'accordo. (...) Questo Paese non ha mai conosciuto, nonostante il grande Cattaneo, una robusta intellettualità liberale, raziocinante e riformista, di destra o di sinistra: nulla di paragonabile a Francia e Gran Bretagna».
I perché - «In ultima analisi una politica riformista non è cool, direbbero gli inglesi, non è entusiasmante: Tony Blair ha dovuto usare dosi massicce di spin doctoring per rendere appetibile la sua Terza via. Insomma, dà un grande ruolo al cervello e uno piccolo al cuore. È difficile, impegna in ragionamenti che tirano in ballo compatibilità e incompatibilità, effetti non voluti o perversi. Esige conoscenze e specializzazione. Richiede di pensare in termini di sistema, economico, internazionale o altro. Anche il riformismo più coraggioso potrà sempre essere accusato di moderatismo o di sconfinamento nel campo avversario. E questo fa sì che "vendere" un riformismo serio, sia agli elettori, sia agli intellettuali, non sia per nulla facile. (...) Gli ostacoli principali, per gli intellettuali di sinistra, sono i tre seguenti. Il primo ha a che fare con le idee ricevute: oggi non si trova un marxista nemmeno a pagarlo, ma rimanenze profonde di una visione che sembrava rendere "scientificamente" fondate trasformazioni radicali dell'economia e della società sono rimaste. Insomma, è rimasto il radicalismo anche se è stata messa da parte, senza troppo riflettere, la grande teoria che lo fondava. (...) Il secondo ha a che fare con una genuina indignazione per come vanno le cose, in Italia e nel mondo, per le ingiustizie, le nefandezze, le stupidità (...). Il terzo ha a che fare con la formazione prevalentemente umanistico-filosofica degli intellettuali di sinistra: nel loro mestiere trattano di idee e valori non di società e di economia, e questo non li predispone certo ad accettare gli argomenti dei riformisti».
Ma "Dov'è la sinistra riformista se nessuno è disposto a seguire Blair sull'Iraq?"
il Riformista
Non buoni e cattivi, ma interessi in conflitto
Angelo Panebianco individua oggi sul Corriere della Sera «ragioni strutturali dietro ai conflitti nella maggioranza. Questi conflitti hanno spesso la natura di giochi a somma zero».
Due linee di frattura interne alla coalizione. «La prima contrappone il "partito del Nord" (rappresentato dalla Lega, dal ministro dell'Economia Tremonti e fino a oggi sostenuto da Berlusconi) e il "partito del Centro-Sud", i cui interessi trovano ascolto soprattutto in An e nell'Udc». La seconda «oppone gli interessi "esterni" agli interessi "interni" allo Stato. Se gli elettori della Lega, ma anche di una parte di Forza Italia, sono estranei allo Stato, e alle categorie professionali che allo Stato fanno riferimento, An e Udc rappresentano proprio quelle categorie: dipendenti pubblici, funzionari ministeriali, e più in generale quella parte della società che ha nello Stato la sua fonte di reddito. Si spiega perché Udc e An, in quanto rappresentanti di interessi "interni" allo Stato, si sforzino, in molti casi, di difendere lo status quo e, con esso, le corporazioni interessate. Quella che viene presentata come espressione di "moderazione" contrapposta all'estremismo dei leghisti (o del ministro dell'Economia) è spesso, a ben vedere, la difesa di interessi professionali-corporativi di cui si vuole impedire la destabilizzazione. Incidentalmente, ciò spiega anche perché An e Udc siano guardate con occhi amichevoli da settori del centrosinistra. Non è solo perché esse logorano il nemico Berlusconi. E' anche perché tutelano interessi non dissimili da quelli tradizionalmente rappresentati dal centrosinistra. In questa storia non ci sono "buoni" e "cattivi" ma interessi in conflitto».
Chi fa la spia non è figlio di Maria?
«Ogni vero potere sa di essere spiato». di Sergio Romano.
«Nel 1911, alla vigilia della guerra italo-turca, Luigi Barzini scrisse al direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, che nelle grandi partite della politica internazionale ogni Stato ha il diritto di sbirciare, se può, le carte degli altri. Non so se Tony Blair, per giustificare le intercettazioni dei servizi britannici, si sia servito con Kofi Annan dello stesso argomento. Ma non credo che le rivelazioni dell'ex ministro Clare Short abbiano colto di sorpresa il segretario generale dell'Onu. Dirò di più. Se Annan pensasse davvero, quando alza il telefono, di non essere ascoltato, sarebbe un pessimo leader internazionale. (...) Ogni Stato cerca di carpire le conversazioni private di alleati e avversari. Chi si lamenta e deplora la scorrettezza, finge l'indignazione o è stupido. (...) Clare Short o Katharine Gun hanno in comune l'indignazione e appartengono al numero di coloro che non esitano a tradire un giuramento in nome della verità o di una ideologia. Alcuni di essi passano le informazioni a uno Stato straniero e ne diventano agenti. Altri informano la stampa e creano uno scandalo». Un lungo e interessante excursus storico tra spie e controspie.
Corriere della Sera

Saturday, February 28, 2004

La Russia ci preoccupa, Putin ha troppo potere
Condoleeza Rice parla delle preoccupazioni americane per la democrazia in Russia, dove troppo potere è concentrato nelle mani di putin e la società sta vivendo un'involuzione.
Corriere della Sera
Let States Decide
... sul matrimonio tra gay.
di John Yoo, dell'American Enterprise Institute
Wall Street Journal
La proposta di Bush lascia uno spiraglio?
di David Kirkpatrick
New York Times
Per me, che matrimonio sia. La questione però è più complessa e passa per una ridefinizione generale del diritto di famiglia. Anche ai gay il diritto a contrarre un patto di tipo "matrimoniale" per quanto riguarda diritti e doveri, non vedo scandalo se si volesse mantenere una distinzione terminologica tra due situazioni oggettivamente e legittimamente diverse, entrambe degne di essere tutelate e riconosciute. Bush sbaglia a porre la questione in termini nazionali, ma ricordiamoci sempre che la legislazione che già c'è in America e che Bush non si sogna di mettere in discussione, qui in Italia ce la sognamo. Bush gioca in difesa, qui in Italia l'attacco clericale ai diritti, alla ricerca scientifica, alla libera scelta degli individui, dura da sempre.
Once Upon a Spymaster
di Michael Ledeen
National Review Online
I servizi di Sua Maestà spiavano Kofi Annan?
Salus Reipublicae suprema lex esto. E' politica signori, niente moralismi, tutti spiano tutti, da sempre, per la propria sicurezza. Se poi si parla di Annan, si fa bene a tenerlo d'occhio. Piuttosto la Claire Short avrebbe potuto vendicarsi su Blair tirando fuori uno scandaletto sessuale, invece di mettere alla berlina il lavoro dei servizi e a repentaglio la sicurezza del suo Paese: Sua Slealtà britannica.
Fassino non sa più che pesci prendere
Ma come, il Paese si impoverisce, i redditi dei pensionati e di chi lavora sono bassi, bisogna pensare agli ammortizzatori sociali, ai lavoratori che perdono il posto, e lui promette la "pensione a 18 anni"?? Parlare di sviluppo proprio no, vero?
Il Foglio
Perle è convinto che Kerry imparerà presto ad essere realista
Chi è il nemico. «L'11 settembre non ha soltanto cambiato la vista sulla città, ma anche il modo in cui l'America si vuole proteggere. I terroristi non sono pochi banditi da rincorrere tra le montagne dell'Afghanistan, sono un movimento fondamentalista e profondamente ideologico, come lo furono il nazismo e il comunismo, con una visione islamica estremista che considera infedeli tutti gli altri, compresi alcuni islamici, e che in quanto tali vuole ucciderli o convertirli. Noi non lo permetteremo, ovviamente. E la strada è quella di sostenere il cambiamento di politica estera attuato dal presidente Bush che consiste nel non fare distinzioni tra i terroristi e gli Stati che li sostengono». A differenza delle cautele dell'amministrazione, Perle include anche l'Arabia Saudita tra i nemici dell'Occidente.
Dove sta l'Europa?. «E' comprensibile che alcuni europei siano meno preoccupati di noi, del resto siamo noi sotto attacco, non loro. La Francia, però, gioca un'altra partita, quella di unificare l'Europa contro l'America, un'Europa che faccia da contrappeso agli Stati Uniti. Non credo che il resto degli europei sia d'accordo».
La politica estera di Kerry. «Se sei candidato alla nomination di un partito come quello democratico, dominato dal radicalismo di sinistra, devi necessariamente dire le cose che fin qui ha detto Kerry. Ma quando otterrà la nomination dirà altre cose».
Il Foglio

Thursday, February 26, 2004

Il rapporto annuale del Dipartimento di Stato Usa sui diritti umani
Tutti i rapporti, che sono molto dettagliati, Paese per Paese, sono consultabili su internet. Sotto accusa Russia, Cina, Siria. In Italia sono un problema il sovraffollamento delle carceri e la carcerazione preventiva.
RadioRadicale.it
Eppure, l'Onu in Iraq c'è
E conta. Annan ha recentemente annunciato che le elezioni non potranno svolgersi prima della fine del 2004 e forse dell'inizio del 2005. Sull'invio di truppe, la risposta a Fassino dal discorso che il segretario generale dell'Onu ha pronunciato al Senato giapponese: «Voi avete risposto agli appelli del Consiglio di sicurezza dell'Onu e offerto una prova esemplare a livello internazionale di vera solidarietà al popolo iracheno, e dopo un sofferto dibattito in Parlamento avete deciso di inviare un contingente militare in Iraq per partecipare all'assistenza umanitaria e alla ricostruzione dell'Iraq, oltre che offrire un generoso contributo finanziario all'opera di ricostruzione». La svolta c'è stata da un bel pezzo, è da irresponsabili giocarci ancora sopra solo per tenere ipocritamente "unita" la sinistra.
Matrimoni Gay. Per capirci di più...
... su che cosa si stanno accapigliando in America. Un magistrale punto della situazione su 1972
Attenti alla scuffia
Ironie radiofoniche, acrobazie politichesi, dire-non dire, tatticismi incomprensibili ai più, messaggi criptati e le cose non dette ma fatte alla chetichella. Tutto questo non fa una linea politica, ma velleità di fine mandato. Va bene la "strambata", ma un tantino di trasparenza e confronto non farebbero male, perché le manovre in ordine sparso... Qui si rischia la "scuffia". Auguri.
Telekom Serbia. Il "fuggi fuggi" generale
I Radicali: Prodi chieda scusa per aver finanziato Milosevic
RadioRadicale.it
Magari trovassero il coraggio
«Con i pacifisti siamo in rotta, facciamoci il nostro corteo. La tentazione dei riformisti ds».
Salvatore Buglio: «A Fassino vorrei dire: lascia perdere, facciamo un'altra manifestazione di partito, aperta a tutti; troviamo finalmente la forza di dire no, quella piattaforma non ci va, e quindi noi con questa manifestazione non ci stiamo».
Antonio Polito: «Una leadership veramente riformista dovrebbe avere il coraggio di non andare a quella manifestazione spiegando il perché: non è la nostra piattaforma, non è quello che realmente vogliamo, immaginiamo, auspichiamo per l'Iraq. Semplicemente sono due idee completamente differenti, e non ha senso tenere in piedi artificialmente qualcosa che non esiste più. Però qui gioca il ricatto politico, cioè stare nel movimento anche quando il movimento sbaglia, e invece bisognerebbe avere il coraggio di dire: questa manifestazione non è la mia manifestazione, anche se la migliore manifestazione sarebbe votare sì al rifinanziamento delle truppe in Iraq».
Emanuele Macaluso: «Fassino pensa di dover scendere a compromessi con questa gente e mescolarsi: io penso che non ci vogliano, legittimamente, e che è giusto che facciano la loro manifestazione, mentre noi ci facciamo la nostra, con la nostra impostazione e con i nostri slogan, invece di fingere ipocritamente, per una marcia unitaria che anche politicamente suona strana».
Il Foglio

Tuesday, February 24, 2004

Iran. Astensionismo record alle politiche. Per l'Ue, un «passo indietro»
Astensionismo record in Iran per elezioni politiche viziate in partenza dall'esclusione di migliaia di candidati riformisti. Affluenza del 50,5% (meno del 29% a Teheran). Un «passo indietro» per i ministri degli Esteri Ue. Il Dipartimento di Stato Usa: «La pressione per la democrazia continuerà».
RadioRadicale.it
Infatti:
  • Intervista del Corriere della Sera a Taha Ashemi

  • Michael Leeden:
  • «The Iranian regime is in open battle with its own people»

  • "Il grande fiasco delle elezioni iraniane"
  • Cecenia. Spiragli a Bruxelles, arresti a Mosca
    «A Bruxelles la riunione dei ministri degli Esteri Ue: in discussione la politica nei confronti della Russia. Una politica, sembrano accorgersi i ministri, che manca di coerenza, poco efficace, basata su presupposti sbagliati e senza una strategia globale. A Mosca intanto, vietato commemorare la deportazione dei ceceni ad opera di Stalin: arrestati i manifestanti. In 200 a Roma davanti palazzo Chigi con i Radicali: il Governo non sia complice, la sinistra si mobiliti».
    RadioRadicale.it
    La "solidarietà" di Piero Ostellino a Fassino minacciato dai "pacifascisti"
    «Rifilare "due schiaffoni umanitari" a qualcuno di cui non si condivide l'opinione durante un corteo della pace non è propriamente una manifestazione di pacifismo. Ma tant'è. Se Piero Fassino non riuscisse, alla Camera, a far scorporare quella in Iraq dal decreto che rifinanzia le missioni italiane all'estero - per poter dire no a quella e sì a queste - e la parte dei Ds che fa capo al segretario fosse nuovamente indotta ad astenersi, si aspetti, qualora decidesse ugualmente di partecipare alla manifestazione per la pace in programma il 20 marzo, di beccarsi un paio di schiaffoni. Pacifisti e umanitari. Lo dice Francesco Caruso, portavoce del movimento dei Disobbedienti. E aggiunge: "Spero che nessun parlamentare che ha votato a favore della guerra si scandalizzerà per questa benevola promessa come un atto di violenza e di sopraffazione". Bene. Sarò all'antica, ma io mi scandalizzo. E spero che si scandalizzino in tanti e che, in Parlamento, anche gli oppositori della guerra lo dicano chiaramente. Chiedere ai Ds e al loro segretario di votare coerentemente contro il rifinanziamento della nostra missione in Iraq, anche a costo di votare contro il rifinanziamento di tutte le altre qualora non fosse possibile scorporare quella irachena, è comprensibile e legittimo da parte di chi è contro la guerra "senza se e senza ma". Assai meno legittimo e comprensibile è minacciare ritorsioni più o meno violente se ciò non avvenisse. Il signor Caruso dovrebbe vergognarsene. A quando la minaccia dell'olio di ricino? A Piero Fassino va tutta la solidarietà dell'Italia civile. Aggiungo che, personalmente, mi scandalizza anche l'onorevole Violante quando dice che in Iraq i nostri soldati ce li ha mandati il governo, non l'opposizione. Onorevole Violante, i nostri soldati, che piaccia o no, sono stati inviati all'estero da un Paese democratico e con il libero voto del suo Parlamento, perciò essi sono in Iraq non sotto la bandiera del governo, bensì sotto quella nazionale. La distinzione che lei fa è pertanto inaccettabile sotto il profilo morale, prima ancora che politico. Sono solo le dittature che mandano all'estero i propri soldati sotto una bandiera che non rappresenta l'intero Paese. I nostri soldati a Nassiriya rappresentano tutti noi, anche quelli che non ce li avrebbero mandati e li vorrebbero ritirare. Onorevole Violante, critichi il governo, voti contro il rifinanziamento della missione. E' un suo legittimo diritto. Ma non prenda le distanze da chi, in Iraq, rischia la vita, servendo il Paese, non il suo governo. Ricordi. Se la classe politica misurasse le proprie parole, anche i Caruso, forse, sarebbero costretti a misurare le loro».
    Corriere della Sera
    La prenda sportivamente...
    Non se la prenda, ma la signora Lucia Annunziata ieri alla Domenica sportiva ha fatto una figura di mmerd... e della fessa. Come una maestra che non sa tenere i suoi bambini che fanno baccano. Il Cav. è straripante, non c'è niente da fare, ed è un furbastro. Se dopo un derby pieno di colpi di scena i cronisti allo stadio gli chiedono un parere e Lui, che di calcio ne capisce, punzecchia l'allenatore con buoni argomenti sportivi, non è forse nella disponibilità professionale dei giornalisti della principale trasmissione sportiva nazionale riprendere lo spunto chiamando l'interessato? Già, si chiama giornalismo. Che poi il prode Zucconi sia riuscito a farsi prendere per i fondelli allungando la telefonata non sarà mica imputabile all'insuperabile sproloquiatore, o no? Comprendiamo la signora Annunziata, poverina, è esasperata, costretta a un continuo levar di scudi, in minoranza nel CdA Rai e pungolata dai suoi "compagni" che da lei pretendono miracoli di "garanzia". Ma stavolta ha passato il segno, addirittura minacciare di licenziamento i suoi colleghi in modo umiliante e davanti a milioni di telespettatori! Che figuraccia che ha fatto fare alla Tv pubblica. E l'Usigrai? Il mirabile sindacato dei giornalisti Rai, non si sente di difendere il lavoro dei suoi iscritti dal "padrone" che minaccia di tagliare i viveri? Bravo il Cav., Lui si è preso venti minuti, la sinistra gli ha regalato - finora - due giorni.

    Monday, February 23, 2004

    Non so se sarà una rubrica fissa, ci sto pensando. Su su, non fate quelle facce, può capitare a tutti, anche al Siena.

    Saturday, February 21, 2004

    Shrin Ebadi, che delusione
    Un premio buttato. Ha annoiato la platea all'inaugurazione dell'anno accademico di Roma Tre. Proprio nel giorno delle elezioni-farsa in Iran (i conservatori hanno ripreso la maggioranza del Parlamento), lei non trova di meglio che parlare d'altro, ossia dell'ossessione mondiale: il potere americano. Chi si aspettava che parlasse del suo Paese, del regime degli ayatollah, delle sofferenze del suo popolo, delle condizioni e dei diritti delle donne, ha avuto una cocente delusione. Ma quale dissidente?!

    Friday, February 20, 2004

    La lezione di Haiti
    Primo. Le elezioni (da sole) non creano la democrazia. Sono una bella cosa, ma lo stato di diritto è più importante.
    Secondo, il nation-building americano può funzionare, ma soltanto se le truppe statunitensi mantengono la loro presenza sul territorio.
    Max Boot (Los Angeles Times-Trad. Il Foglio)
    Sinistra violenta
    Iraq: lista unitaria sotto assedio, piazze vietate. Brutto clima stalinista per i sedicenti riformisti. Tanta l'immagine di debolezza profusa, che rischiano grosso. I massimalisti mirano a sfasciare la lista unitaria, i "pacifisti" non li vogliono in piazza e li minacciano. Quando reagiranno? Quando un po' di dignità? Si crogiolano nell'unità e gli altri tirano legnate.
    Il Foglio

    Thursday, February 19, 2004

    "La perenne attesa del nostro centrosinistra"
    «Quel nicodemismo che ci impedisce di avere un leader riformista come Blair».
    «Senza coraggio delle idee e capacità di rischiare non ci libereremo mai dei girotondi».
    il Riformista
    Ringrazio Herr Direktor Diego per la segnalazione.
    I neoliberal che circondano Kerry non si ritirano dall'Iraq
    Ma Kerry cosa ne pensa? Almeno dopo le primarie si esprimerà con chiarezza?
    I neoliberal Asmus e Pollack, l'esperienza Onu di Hoolbroke. Ricostituire alleanze e istituzioni internazionali su basi rinnovate. Il che comporta, secondo Asmus, la sconfitta parallela dell'unilateralismo di Bush e dei neocons e della «tendenza unilateralista di Chirac ad usare l'Unione europea come un contrappeso alla potenza americana: ogni tentativo di costruire l'Europa su basi antiamericane è destinato a dividere il continente». Per il resto, la strategia non si discosta molto dalla dottrina Bush: la strettoia mediorientale tra regimi autocratici e fondamentalismo islamico deve essere superata dall'emersione di un'alternativa modernizzatrice e democratica, che origini dall'interno, ma che possa contare anche sull'appoggio occidentale: «Con una strategia che sia innanzitutto di prevenzione politica e che consideri la prevenzione militare una possibilità, anche se da utilizzare in ultima istanza».
    "The Neoliberal Take on the Middle East", di Ronald Asmus e Kenneth Pollack, Washington Post, 21 luglio 2003.
    Come si vede, la guerra preventiva rimane un'opzione di fondo della politica estera americana. Riguardo l'unilateralismo invece, bisognerà vedere se risponde ad una semplice scelta "di potenza" (o di debolezza e arroganza) operata da Bush e i neocons, o se invece non derivi piuttosto da condizioni oggettive dello scenario internazionale. In questa seconda ipotesi diverrebbe una scelta obbligata anche per la politica estera dei neoliberals. Ma se ne accorgerebbero solo alla Casa Bianca.

    Wednesday, February 18, 2004

    Vertice a Tre. Non un direttorio...
    ... ma Francia, Germania e Gran Bretagna indicano all'Europa la via da seguire!
    RadioRadicale.it
    Parte col botto. Scossa e divisa la lista Prodi
    Missione in Iraq. Sì del Senato al rifinanziamento.
    RadioRadicale.it
    Maledetta unità!
    Questo solito ricatto dell'unità della sinistra. Pensano che sia un valore in sé, che basti essere uniti per con-vincere. Ma, nonostante tutto, sono i voti moderati quelli che si spostano, quelli determinanti. Tempo ed energie infinite sono invece consumati per evitare strappi, il risultato è la paralisi e alla fine, a doversi piegare non è mai la sinistra alternativa, massimalista, girotondina e pacifista, ma sempre quella "di governo", più credibile, quindi "compromessa" e accusata in modo stalinista di "tradire la rivoluzione". Il totem dell'unità a tutti i costi è la maledizione della sinistra, impedisce di ragionare sui contenuti, di apparire credibili e responsabili agli occhi del Paese. Ci vorrebbe finalmente un bello strappo, ma come sempre, il coraggio, se non c'è, non ce lo si può dare. Oggi un'occasione per i sedicenti riformisti, il voto sulla missione italiana in Iraq. La "svolta" io la chiedo a loro, compiano un gesto altamente politico, di distinzione netta, 'no' alla posizione astensionista del né aderire né sabotare («stavolta non si tratta della guerra, si tratta della pace»). Non esprimersi non eviterebbe né i malumori, né l'incomprensione dei cittadini, tanto vale fare un po' di chiarezza, è giunto il momento.
    C'è chi avverte la sinistra che «opporsi è ridicolo», per altri «l'Ulivo batte il muso contro il pregiudizio pacifista che ha coltivato».

    Purtroppo hanno già deciso per l'ignavia. La Lista Prodi è già un aborto riformista.
  • Battesimo del fuoco per la Lista Prodi. Un brutto battesimo

  • Il riformismo non sa affrontare la cultura dei no

  • il Riformista
    Il guaio di Kerry
    ... è che ancora non ha deciso se essere democratico alla Kennedy o alla Carter.
    Camillo
    La "vera" campagna per Kerry: «La sua debolezza, una delle sue molte, si chiama Iraq, e succede oggi. Una cosa è far bella figura con l'estremista Dean, un'altra sarà andare a dibattito con il comandante in capo, avendo detto e ripetuto che “la minaccia terroristica al paese è stata esagerata", che è stata combattuta "una guerra giusta per le ragioni sbagliate", che lui sull'intervento ha votato sì, ma perché "è stato imbrogliato", e che ha appena detto no allo stanziamento di 87 miliardi di dollari per la ricostruzione del paese liberato. Lui che ha votato per ridurre i soldi alla Cia, e si preparava l'11 settembre, lui che pattina sulla questione del matrimonio gay, oggi non vuole un emendamento costituzionale che lo metta al bando, e dice che tocca agli Stati decidere, ma nel 1996 votò per impedire agli Stati di decidere. Lui che, documenti e date e sedute alla mano, ha cambiato opinione in continuazione, a seconda del momento che la sua carriera attraversava».
    L'impressione è che stavolta, contro Bush, le issues saranno determinanti.
    La lettera dei 6
    La lettera dei sei paesi – Italia, Olanda, Spagna, Portogallo, Polonia ed Estonia - un controblocco per avvertire Chirac, Blair e Schroeder: attenti a quello che fate, vi osserviamo. Critici anche Kohl e Amato.
    What's Happening Haiti
    Non vanno molto bene le cose per l'esprimento clintoniano di nation building.
    Il declino? Sì, un fenomeno di lungo periodo

    Tuesday, February 17, 2004

    Berlusconi: Il direttorio un «gran pasticcio»...
    Allora muoviti!
    Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ritiene opportuna la condotta dei premier di Francia, Germania e Gran Bretagna, che torneranno a riunirsi domani, e definisce questa condotta «un gran pasticcio»: «L'Europa non ha bisogno di alcun direttorio, è soltanto un gran pasticcio. Questa è una mia opinione che è condivisa dalla totalità degli altri Paesi europei, con l'esclusione dei tre Paesi interessati».
    Allora si muova, faccia qualcosa, che so io, una politica estera?!
    Pantani e «vivere con una mano di meno»
    Dal forum di Radicali.it:
    «Sono tante le cose da dire, non su Pantani, ma su un ragazzo che muore solo perché sceglie la solitudine in quanto malato di depressione. Le uniche cose che non avrei voluto leggere sono quelle scritte da Riccardo Arena, che stimo peraltro moltissimo. Se Pantani non fosse stato un campione ma un ragazzo qualsiasi finito in carcere in seguito all'uso di cocaina e che si uccide per depressione o muore in carcere in seguito all'uso della cocaina, Arena gli avrebbe dedicato probabilmente una trasmissione. La colpa di Pantani? Andare forte in bicicletta. Se sei un campione non puoi essere un debole? Essere un debole diventa una colpa? C'è chi si perde perché non è più sotto i riflettori, c'è chi si perde perché in un mondo malato di doping diventa capro espiatorio, mostro da sbattere in prima pagina per far vedere che il doping si combatte, c'è chi si perde perché mandano 8 carabinieri a prenderlo per fargli fare un'esame del sangue. C'è chi si perde perché la fidanzata lo molla, c'è chi si perde perché lo beccano con un po' di fumo in tasca e diventa "lo spacciatore" del paese. In ogni caso, chiamalo debole, o malato, non è errato, ma non fargliene una colpa; chiamalo persona senza valore e senza valori, io non ti seguo. Chi conosce la depressione, chi sa cosa vuol dire spegnere il cellulare perché non vuoi essere contattato da chi ti potrebbe aiutare, sa che preferirebbe non conoscere il significato del termine depressione e vivere con una mano di meno».
    Alessio Boglino, alias Orestina

    Monday, February 16, 2004

    Appunti da tenere sempre con sé
    Un autorevole libro in uscita, dello storico John Lewis Gaddis, rivaluta la nuova dottrina di Bush. Intervista a Gaddis.
    Charles Krauthammer, in un discorso pronunciato all'American Enterprise Institute (qui tradotto dal Foglio), regala una magistrale descrizione di quali siano i nodi del nuovo ordine internazionale e quali le diverse visioni di politica estera che gli Stati Uniti si trovano a poter adottare. E' possibile che qualcuno, in buona fede, comprenda i vantaggi del mix di idealismo e realismo presente nell'approccio neocons. Viviamo in un mondo alla Hobbes e con questo dobbiamo fare i conti se vogliamo davvero, in un futuro prossimo, vivere in un mondo alla Locke. Illuderci e comportarci come se la storia fosse finita non ci aiuta, ci mette in pericolo. Bisogna superare le velleità e l'utopismo di una visione per la quale il multilateralismo e la comunità internazionale sono dei valori in sé, come bisogna superare la visione realista con il suo concetto ristretto e materiale di interesse nazionale. I valori in sé che l'umanità deve ancora rendere viventi sono libertà e democrazia, questi sono i parametri, questi sono i nostri interessi nazionali. E' «realismo democratico».
    Infine, di Stefano Pistolini, un'eccellente analisi della comunicazione politica nella presente, e prossima futura, campagna presidenziale americana G. W. Bush vs. J. F. Kerry.
    Riformisti senza riforme
    Che pacchia. Il nuovo inganno è cucito. Non si illuda Antonio Polito, dalla sua bella iniziativa non è affatto uscito un nuovo soggetto politico riformista che adesso si presenta alle europee. E' stato piuttosto ricucito il vecchio Ulivo, lanciato l'Ulivo 2, la vendetta ("se possibile, almeno ci si prova"). Non basta una lista unitaria, l'ennesima, per dirsi riformisti. Anche il bravo direttore se ne accorge, e nell'editoriale di oggi sul suo quotidiano avverte quel che ci vuole: pragmatismo, parlare da opposizione come se si fosse al governo. E il voto sulla missione italiana in Iraq sarà dirimente: non basta una posizione comune, ci vuole un sì. Ma la posizione di Prodi in politica estera, da presidente della Commissione durante la crisi irachena (o del Consiglio durante quella del Kosovo) e da riesumato leader quale quello dell'ultima convention, è in-credibile, abbaglia per irresponsabilità e ipocrisia. Si chiede una "svolta" multilaterale che già c'è stata, ma che a Francia, Germania e Onu si deve chiedere di rendere operativa. Non c'è solo l'Iraq però. E' che per dirsi riformisti bisogna parlare di riforme, proporle, spiegarle, averne una vaga idea - ditemi, vi prego, una sola riforma su cui siete d'accordo che non riguardi Berlusconi. "Uniti nell'Ulivo" fa una campagna puramente identitaria, si presenta come un cartello elettorale coacervo di molteplici identità divise su tutte le politiche (da quella estera, all'economica, alla bioetica) - Fassino punta al 33%, l'esatta somma dei tre soggetti divisi e perdenti alle ultime elezioni - il cui collante è l'odio per Berlusconi e dove il feticcio dell'unità conta più dei programmi. E su queste si punta, non su un approccio pragmatico e dei progetti di riforma che parlino dei problemi dei cittadini (articolo di Nicola Rossi). La maggioranza ha polemizzato per la gigantografia, esposta al palauer, di Prodi con Ciampi. Fosse per quello. Ci devono invece spiegare cosa hanno a che fare i signori che erano presenti - da Fassino a Rosy Bindi, da Santoro a Salvi - con Adenauer e De Gasperi, con Dossetti e Spinelli. Mica mi vorrete convincere che il progetto europeo di Prodi c'entri qualcosa con il manifesto di Ventotene?! Insomma, più che una convention, un grande imbroglio!
    P.S.: Voler denunciare il Grande Inganno 2 non significa ritenere accettabile lo sfaldamento e l'inconcludenza della maggioranza. Partitocrazia e neocorporativismo hanno ormai inghiottito qualsiasi progetto di riforma. Sciolta come neve al sole quella delle pensioni, sotto schiaffo di magistrati e docenti quelle della giustizia e dell'Università, in mano a Bossi quella istituzionale, venduta a Berlusconi quella del sistema radiotelevisivo.

    Friday, February 13, 2004

    Rapito l'avversario di Putin. Cosa succede in Russia?
    Esplosiva apertura della campagna elettorale per le prossime presidenziali in Russia. Ivan Rybkin, finora l'unico avversario del presidente Putin, ha denunciato di essere stato rapito per cinque giorni. Questo rapimento, vero o falso che sia, rappresenta un altro segnale inquietante delle attuali condizioni in cui versa la politica russa. Un'intimidazione nei confronti di un candidato presidenziale scomodo, suggerita non per forza dal presidente Putin in persona, ma che potrebbe essere opera dei numerosi giganteschi poteri e interessi, o, peggio, delle mafie, che su queste prossime elezioni presidenziali hanno gli occhi puntati. Potrebbe essere, e non sarebbe certo incoraggiante, una bufala inventata ad arte da un candidato che non può impensierire il presidente in carica (i sondaggi sulle intenzioni di voto danno Putin al 71% contro il 2,7% di Rybkin) e che ha sete della legittima visibilità mediatica in un sistema bloccato e intimidito dall'immmenso potere accumulato ed esercitato dall'attuale residente del Cremlino. La cosa più preoccupante è che lo spirito critico dell'Europa è rivolto ad ovest dell'atlantico e non sui preoccupanti segnali che giungono dal suo imponente vicino russo. Un atteggiamento che condanna anche il popolo ceceno.
    Fermare la scienza, oltre che impossibile, è un crimine
    Americani e sudcoreani ci sono arrivati. Hanno fatto avanzare il progresso dell'umanità. Ci sono riusciti grazie all'intelligenza e alle capacità che Dio ci ha donato. Le cellule staminali rappresentano il fronte più promettente per la ricerca scientifica in campo medico. Si tratta di cellule totipotenti, ossia le uniche in grado di differenziarsi fino a costituire tessuti e organi. Una speranza per milioni di malati incurabili, affetti da patologie cronico-degenerative. Da noi, in Italia, la clonazione terapeutica, così come qualsiasi forma di sperimentazione sulle cellule staminali embrionali, è stata vietata dalla legge sulla procreazione assistita appena approvata dal Parlamento. E' solo uno dei fronti di arretratezza che può vantare l'Italia. Grazie ad esclusive responsabilità del nostro ceto politico e del mondo dell'informazione - la Chiesa non fa che svolgere la sua legittima azione di lobbying - il nostro Paese è alla retroguardia nel campo della ricerca scientifica, dei diritti civili, in economia e in molti altri settori.
    L'aspetto curioso però, è che le cellule staminali embrionali sono state selezionate a partire dal trapianto di cellule somatiche in ovuli privati dei nuclei originari, donati volontariamente da donne. Si tratta della cosiddetta "via italiana alla clonazione terapeutica", quella individuata dal Rapporto Dulbecco, frutto di mesi di lavoro di 25 saggi nominati dall'allora ministro della Sanità, Umberto Veronesi, e che ha trovato una concreta applicazione, non in Italia, ma in Corea del Sud. E pensare che di quella Commissione facevano parte l'attuale ministro della Salute Sirchia e il monsignor Tonini. La recente legge sulla procreazione assistita vieta la ricerca scientifica sulle cellule staminali, ma oggi è già bocciata dalla storia e la responsabilità, enorme, ricade, sul piano politico e morale, sui parlamentari che l'hanno voluta. Libertà di coscienza è anche coscienza della responsabilità.
    Impegnamoci con Luca Coscioni per dare vita ad una nuova grande campagna referendaria di civiltà.
    Studi di campagna
    Sarà curioso studiare come le due coalizioni, il centrodestra al governo con il suo leader Berlusconi, il centrosinistra all'opposizione con leader virtuale Prodi padre dell'euro, affronteranno in campagna elettorale il tema economia. Come spiegheranno agli elettori il disagio del Paese? Di chi sarà la colpa? I temi economici sembrano infatti, sfavorevoli ad entrambi. Berlusconi ci sa fare, ma la spinta della novità si è impantanata nel quotidiano esercizio del potere. Gli altri si sono uniti, ma c'è ancora muffa nell'Ulivo.
    Un libro su Bush
    e uno su Blair
    I gravi guai vengono da fuori
    «L'immagine di Baghdad che rimane impressa negli occhi è straordinariamente contraddittoria. La sera giri per le strade e vedi uno scintillare di luci, negozi pieni di articoli inimmaginabili solo sei mesi fa. I soldi hanno ripreso a girare, sono state comprate un milione di automobili, non vedi più le carrette del primo dopoguerra. Ovunque cellulari, antenne paraboliche: la modernità. Pare di essere in una città del Kuwait, o degli Emirati. Poi, la mattina, l'attentato, l'autobomba, i corpi straziati dei morti e dei feriti… ma rapidamente impari a leggere una logica anche in queste scene, a capire l’indebolimento politico dei terroristi dal mutare dei loro obiettivi». Il generale Cabigiosu, di ritorno da Baghdad, spiega i progressi economici, politici e militari del paese. I gravi guai vengono da fuori. Leggi tutto
    "Niente posti, siamo angeli"
    ... scrive Giuliano Ferrara, sulle ipocrisie della verifica di governo. I soliti "magna magna". Ma l'unica soluzione per non vedere più simili spettacoli, con governi di destra come di sinistra, è cambiare le regole: sistema elettorale maggioritario puro e netta divisione tra potere esecutivo e legislativo, cioè premier eletto direttamente, senza fiducia parlamentare.
    Il grande rischio
    Naturale che Cragnotti al gabbio abbia suscitato qualche risolino tra i tifosi giallorossi (me compreso), ma come fidarsi di questi magistrati (e giornalisti), come non temere una nuova mani pulite, con arresti facili, detenzioni vessatorie, lotta politica al sistema per via giudiziaria? Stiamo in guardia!
    Bbc-Blair. Il punto
    Gerard Baker, editorialista del Financial Times, ha scritto per il Weekly Standard e Il Foglio il pezzo definitivo sul caso Bbc-Blair.
    Il difetto di Kerry?
    Sembra non sapersi esprimere proprio chiaramente.

    Wednesday, February 11, 2004

    Kerry, ancora una doppietta
    Straripante quanto inattesa doppia vittoria di John Kerry nelle primarie democratiche in due importanti Stati del Sud, Tennessee e Virginia. Due race che avrebbero dovuto favorire gli avversari, soprattutto Clark ed Edwards. Non è stato così. L'ex generale Wesley Clark si ritira. Sarà una corsa a tre (anzi, due, perché di Dean non si hanno notizie). Solo Edwards sembra tenere, ma a fatica.
    Lo speciale di Cnn
    Continuiamo a demonizzarlo
    Certo, George W. Bush non è il massimo esempio di stile e raffinatezza, ma c'è dello snobismo radical chic a vedere in questo presidente, a seconda delle convenienze, o un povero sciocco in mano a una setta di golpisti guerrafondai, o lui stesso un fanatico, mezzo fascista del Sud, che sta portando l'America verso la dittatura bianca e il mondo nel caos più totale. Miti.
    Anche alcune critiche più ponderate andrebbero sottoposte a più scrupolosa verifica. Così pare che stia per partire il progetto di regime change ed esportazione della democrazia in Medio Oriente attraverso il soft power americano, non le bombe di distruzione di massa, ma, per esempio, le bombe dell'informazione e dell'attrazione di massa. Chi ha a cuore la promozione di democrazia e diritti nel mondo dovrebbe almeno andare a vedere quali carte ha in mano questa amministrazione (se la guerra preventiva fosse «solo un aspetto»), dovrebbe cercare di non chiudere le porte a un possibile "tratto di strada insieme".

    Discorso di Bush alla library del Congresso, 4 febbraio 2004: «Cerchiamo di far avanzare la democrazia per la più pratica delle ragioni: le democrazie non sostengono i terroristi né minacciano il mondo con armi di distruzione di massa. L'America sta inseguendo una lungimirante strategia di libertà in Medio Oriente. Per troppo tempo la politica americana si è girata dall'altra parte mentre uomini e donne venivano oppressi, i loro diritti ignorati e le loro speranze soffocate. Quell'era è finita».
    Il Foglio
    The Bush Doctrine Lives, di Max Boot
    Weekly Standard
    Il Riformista Day
    Il riformismo in Italia? Può attendere. Mettetevi comodi. E i motivi sono diversi.
    Un primo di ordine sociologico. Bisogna ammettere che noi italiani abbiamo un curioso atteggiamento schizofrenico. Invochiamo cambiamenti, ma siamo legati ai privilegi della nostra "corporazione", guai a chi ce li tocca, critichiamo i governi perché non fanno le riforme, ma quando ci pizzicano è pure peggio, allora diventa un attacco ai "diritti". Le riforme sì, purchè riguardino gli altri. Siamo il popolo più individualista, un popolo di privilegiati che i diritti veri non sa cosa siano. Meglio un gioco truccato - una volta a me, quella dopo pure, quella dopo ancora a te, forse - piuttosto che il rischio di regole, poche, ma chiare. Meglio non fare sacrifici oggi, che goderne i frutti un domani. Dal fisco ai partiti, dall'assistenzialismo al condominio, dalle raccomandazioni al campanilismo, un popolo che non riesce a farsi comunità, dove ogni caso fa a sé e c'è sempre un'eccezione alla regola, una porta che d'incanto con una parola magica si può aprire.

    Il secondo di ordine politico. I leader della sinistra che si dicono "riformisti" hanno perso, anzi, non hanno affrontato, la battaglia di "cultura politica" che in questo decennio gli si chiedeva di intraprendere per costruire un'alternativa di sinistra credibile e responsabile. Piuttosto che guidare la base, sono stati succubi di un facile "nostalgismo", del massimalismo di volta in volta forcaiolo, girotondino, cgiellino, pacifista. Hanno ceduto alla tentazione ideologica post-comunista, senza divenire anticomunisti. Hanno seguito l'onda del consenso, soprattutto rimanendo saldamente legati e condiscendenti ai blocchi sociali più conservatori del paese, sacrificando ai loro privilegi gli interessi della collettività. Anche oggi le cose non sembrano diverse. Cadono le braccia a sentire Fassino, Rutelli and company. Sembrano aspettare, convinti di una vittoria cercata più nel crollo dell'avversario (probabile), che nella possibilità di ricevere la fiducia degli italiani sulla base di un serio progetto riformista: «Berlusconi si è messo fuori gioco da sé, che bisogno c'è di dannarsi l'anima con una battaglia di idee all'interno del centrosinistra?», questo sembrano confessare. Già, d'altra parte, convincere costa fatica e si mette in gioco la propria carriera. Altri sintomi. Prodi è una minestra riscaldata, che di riformista e di "nuovo" non ha proprio nulla, e, tra l'altro, nella percezione degli elettori, potrebbe risultare implicato con Berlusconi nel "caro-euro". Bertinotti, Cossutta e Pecoraro Scanio verranno imbarcati di nuovo, ma non si vince con l'allargamento indefinito dei partiti che compongono la coalizione. Piuttosto contano lo slancio, la capacità di convincere ed entusiasmare che avrà la proposta politica. Di idee forti, trainanti, neanche l'ombra. Di gesti di rottura, di sterzate, di svolte, neanche a parlarne. E' una questione di coraggio politico, di statura morale, di coerenza personale. Ma non solo.

    Un terzo di carattere istituzionale. Se ai leader di governo, di destra come di sinistra, manca il coraggio riformista è anche perché il meccanismo della fiducia parlamentare e la legge elettorale ibrida - che enfatizza proporzionalismi e cespugli - pongono i governi, anche quelli guidati dai leader più carismatici, metti un Berlusconi, sotto costante schiaffo sia dei partiti alleati in cerca di visibilità, o espressione dei diversi conservatorismi, di destra come di sinistra, sia dei poteri forti e sotterranei del paese. Ci vorrebbe quanto meno un premierato (meglio un presidenzialismo), dove chi viene eletto governa 4 o 5 anni venisse giù il mondo, senza sfiduce possibili, né ribaltoni, né rimpasti; e quanto meno un bipolarismo (meglio un bipartitismo) con coalizioni omogenee e consolidate. Un sistema maggioritario puro, delle primarie.
    "Una legge che sancisce il ritorno al Medioevo"
    Andando indietro così... La legge sulla fecondazione assistita approvata oggi dal Parlamento fa schifo. Non ha a che fare con la religione, né con l'etica. Nessun rispettabile e legittimo convincimento contrario a questa conquista scientifica può comunque giustificare un simile rozzo e arrogante trattamento dei cittadini da parte del potere politico. Né l'influenza del Vaticano o il proprio credo cattolico bastano a spiegare quanto accaduto. Vi è un dato politico che va al di là della componente cattolica. Era possibile legiferare in senso restrittivo su questa delicata materia, senza che vi fossero le esagerazioni proprie del clima da crociata ideologica a cui questa legge è stata ridotta dai paleoconservatori italiani, di destra e di sinistra. Personalmente non vi appartengo, ma può esistere su questi temi un conservatorismo che conservi buon senso e non ceda al fanatismo. Invece, con questa legge si è voluto andare ben oltre la fecondazione assistita. E' un testo che violenta le donne, di fatto impedisce a migliaia di bambini di venire al mondo, condanna le speranze di milioni malati, opprime la libertà di coscienza - a quanto pare i parlamentari possono esercitarla, ma non i cittadini - non ritiene i cittadini capaci di scelte responsabili, insulta il diritto alla ricerca della felicità - che Costituzioni più serie della nostra contemplano - impone alla collettività la moralità di pochi. Impegnamoci per un referendum! Forza Luca Coscioni, Forza Radicali! Per una nuova campagna referendaria su tre temi concreti.

    Andando indietro così... finiranno per far risalire l'origine della vita ad ogni singolo spermatozoo. Vedrete che ci proibiranno anche le pippe (sin. seghe, pugnette).
    Si accende a giorni alterni. Per quanto questo blog sia letto da poche decine di persone - che personalmente stimo tutte grandemente - non voglio privare della mia attenzione il sindaco più astuto, più buono e perbene d'Italia, Veltroni. Dopo la splendida domenica che ha regalato alle migliaia di cittadini delle periferie di Roma - gran lavoratori o studenti, che hanno quella malsana abitudine di andare a far passaggiate in centro nel loro unico giorno di riposo - costretti a rimanere a casa, o a sbattersi nei loro quartieri-dormitorio, o pigiati nei pochi bus resuscitati per l'occasione dagli sfasciacarrozze, ecco il nuovo mercoledì a targhe alterne che Veltroni ha in programma per i cittadini romani. Un mercoledì d'aria pulita, ma non per tutti, non per i cittadini delle periferie, al Campidoglio sono convinti che a loro lo smog non faccia male. I dati dell'inquinamento atmosferico non fanno registrare miglioramenti. E' chiaro, perché tutti sanno che la causa dell'aria sporca che respiriamo d'inverno nelle metropoli sono i riscaldamenti. Ma Lui si ostina. Vuole regalarci aria pulita da respirare, vuole far tornare i bambini a giocare per le strade, e le famiglie in bicicletta. Ma quella del Sindaco di Roma è solo una "politica delle feste". Grandi avvenimenti "culturali" per poter sorridere vuoto davanti ai fotografi, ma sulle grandi questioni della nostra città siamo sempre noi a sbatterci la testa. Traffico in delirio, mezzi pubblici cadenti (uno sciopero ogni due settimane), condizioni delle strade raccapriccianti. Chissà che il cervello del sindaco non abbia cominciato a girare a giorni alterni!
    4 4 4 4, vi abbiamo purgato con quattro pappine. Smammate in silenzio. Altro che pallone d'oro, Nedved al massimo è un caschetto d'oro. Totti e Cassano ce li abbiamo noi. E Del Piero? A giocare alla play station. Lo ha raggiunto pure Montero.

    Sunday, February 08, 2004

    Cecenia addio
    Occupiamoci dei ceceni, non degli americani

    Il guaio peggiore per i ceceni - poveretti - è che il problema del mondo in questo momento sembrano essere, a pensarci bene, gli Stati Uniti e naturalmente il loro presidente, George W. Bush. E' una vera ossessione. Qualche finanziere filantropo impiegherà tutto il 2004 per impedire la sua rielezione alla Casa Bianca, anche se ciò dovesse paralizzare o deviare l'attività delle sue benemerite associazioni. Bene, bravo. Pazienza appunto, i ceceni possono aspettare, il mondo ha questioni molto più importanti da affrontare. I pericoli, le minacce, al giorno d'oggi, vengono dalla democrazia più compiuta, dall'America, dall'impero della libertà, e dal suo presidente cowboy. I media internazionali, i governi europei, la politica, gli intellettuali, i pacifisti di tutte le piazze, da noi persino i radicali e Marco Pannella ne sono stati travolti, tutti sono concentrati nel gioco chic delle previsioni geopolitiche. Quanto tempo ci metterà Bush ad instaurare un regime fascista; verso quale baratro ci porterà la politica imperialista, capitalista, del complesso militare industriale che ha sequestrato la politica Usa dopo l'11 settembre. Insomma, se l'America porta caos, sfruttamento e guerre nel mondo, come pretendere poi, di evitare la reazione disperata dei "poveri" contro dieci, cento, mille, World Trade Center?
    Il problema dunque - mi dispiace cari ceceni (russi, arabi, israeliani, cinesi, vietnamiti, nordcoreani) - non è il terrorismo islamico, non sono le dittature che opprimono centinaia di milioni di persone, allevate e indottrinate all'odio e alla violenza. Penso con angoscia a quante energie, quante buone volontà, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, vanno perse per mettere sotto inchiesta l'America e tutto ciò che rappresenta, mentre i riflettori si spengono sulle altre parti del globo dove è la trave, e non la pagliuzza, a bruciare.
    Da Mosca a Grozny assistiamo alla nascita di una dittatura. Colui che ormai appare sempre più come un autocrate fomenta l'odio xenofobo anticaucasico tra i suoi cittadini. E' strumentale al suo potere e l'opinione pubblica russa, ancora intorpidita dal lungo sonno sovietico, è inerme di fronte alle menzogne, non ha gli strumenti critici, gli anticorpi, che solo la pratica democratica assicura. Così nel mondo arabo, in Cina, nel sud est asiatico. Ma, ahimé, da questi luoghi, reportage, campagne per sensibilizzare opinioni pubbliche e governi, neanche a parlarne. Eppure fu l'attenzione dei media a rendere un obbligo morale intervenire per far cessare i massacri bosniaci e kosovari. Ma in fin dei conti - che vado a pensare! - è meglio buttare fango su Blair o su Bush: si fa carriera prima e non si rischia la pelle. Ceceni, abbandonati al loro destino dal vezzo europeo di invidiare l'imperialismo americano mentre tutto viene taciuto sull'imperialismo russo (e cinese). E anche qui, vedrete che, nonostante tutto, sarà prima o poi qualche amministrazione americana a storcere per prima la bocca. Occupiamoci dei ceceni, non degli americani, che se la cavano bene già da soli!
    Io parto. Il nostro sindaco Veltroni ci regala oggi una domenica di riposo a casa. Blocco totale delle auto dalle 10 alle 18. Sembra felice come un bimbo di aver trovato il suo giocattolo preferito. Nessuno, per non fargli dispetto, gli dice che le targhe alterne del mercoledì non hanno migliorato il tasso d'inquinamento dell'aria. Soprattutto Johnny Walter non sa, o finge di non sapere ancora, quello che sanno tutti: d'inverno l'inquinamento nelle città è provocato dai riscaldamenti, mentre le auto incidono in minima parte. Ma lui niente, pur di farsi bello, insiste. Dovete sapere che qui a Roma le autorità cittadine fanno di tutto per renderti la vita impossibile, una vera, continua, corsa ad ostacoli. Per i prossimi giorni combatteteci voi, io parto.
    John Kerry si porta a casa altri due Stati: Washington e il Michigan. E' ben lanciato, ma la strada è ancora lunga. Se alla fine fosse lui lo sfidante, per Bush le cose si complicano, mentre battere un Dean sarebbe un giochetto. Kerry è affabile, moderato, e mooolto "realista".

    Friday, February 06, 2004

    Hanno parlato sia Bush sia il capo della Cia - nominato a suo tempo da zio Bill - George Tenet sulle armi di distruzione di massa che dovevano essere trovate in Iraq. Domani mattina ascolterete dalle tv, leggerete sui giornali, delle "ammissioni" dei due responsabili, ma niente di tutto ciò sarà realmente avvenuto. Piuttosto un rilancio.
    qui un resoconto
    The case for the war in Iraq, with testimony from Bill Clinton
    «When I left office, there was a substantial amount of biological and chemical material unaccounted for. That is, at the end of the first Gulf War, we knew what he had. We knew what was destroyed in all the inspection processes and that was a lot. And then we bombed with the British for four days in 1998. We might have gotten it all; we might have gotten half of it; we might have gotten none of it. But we didn't know. So I thought it was prudent for the president to go to the U.N. and for the U.N. to say you got to let these inspectors in, and this time if you don't cooperate the penalty could be regime change, not just continued sanctions».
    Bill Clinton, July 22, 2003

    Thursday, February 05, 2004

    Quell'errore che i neocons non avrebbero commesso
    L'errore politico imputabile a Bush e Blair è quello di aver puntato troppo, per giustificare la guerra in Iraq, sulle armi di distruzione di massa, sottovalutando - sia pure non escludendo - gli altri due motivi espressi fin dall'inizio: la liberazione del popolo iracheno come prima tappa dell'esportazione della democrazia in Medio Oriente e la "strana" alleanza tattica di Saddam con Al Qaeda. A questo errore sono però stati indotti da un sistema internazionale e da un'organizzazione internazionale, le Nazioni Unite, fuori dal tempo: il principio della sovranità nazionale è più inviolabile dei diritti umani e del diritto alla democrazia. Ne viene fuori che, per giustificare un intervento dettato dalla convinzione che la sicurezza nazionale e la vittoria sul terrorismo si conseguono provocando una rivoluzione democratica in Medio Oriente, si deve dimostrare l'esistenza di una minaccia diretta, come si fosse in Tribunale, di fronte a giudici non imparziali (le altre potenze), che sono lì per curare i propri interessi. L'opinione pubblica invece, è meno interessata ai cavilli legali e più sensibile alle motivazioni "morali" e ideali. Qui bisognava essere forti e decisi, come chiedevano i neocons, e per questo oggi Bush e Blair prestano il fianco ai loro critici sulle armi di distruzione di massa. Avessero motivato diversamente l'intervento, basandosi sull'innovazione giuridica del diritto-dovere di ingerenza in favore della democrazia e dei diritti, non dovrebbero oggi doversi giustificare.

    La questione delle armi di distruzione di massa che non si trovano
    Qui c'è roba per tutti. Luca Sofri chiama Bush e Blair alle loro responsabilità e dichiara i vincitori, per il momento: gli ispettori dell'Onu. Risponde Christian Rocca, che puntualizza sulle "vere" dichiarazioni dell'ex ispettore David Key - i pericoli c'erano eccome - e fa giustamente notare che Hans Blix non aveva capito un bel niente se davanti al Consiglio di Sicurezza dichiarava che le 6.500 bombe con mille tonnellate di agenti chimici mancavano all'appello e che «in assenza di prove contrarie, dobbiamo presumere che di queste quantità non ci sia stata data spiegazione». Dunque, le armi chimiche? «Non si può saltare alla conclusione che esistano. Comunque questa possibilità non è esclusa». «L'Onu. Non è riuscita - conclude Rocca - a trovare la principale arma di distruzione di massa. Eppure era ben visibile. Con gli ispettori in campo si faceva la barba tutte le mattine». Leggi i due articoli
    Il Foglio
    Per il Riformista Nessuna inchiesta può dire se la guerra era giusta: «Nessuna commissione d'inchiesta - nemmeno quella che l'opposizione parlamentare propone in Italia sulla scia delle decisioni statunitensi e britanniche - potrà accertare se la guerra in Iraq è stata giusta. (...) Per cercare quella legittimità internazionale che le mancava, l'amministrazione Bush e più ancora di lei il governo Blair fondarono infatti il caso per la guerra sull'esistenza delle armi di distruzione di massa. Nella carta dell'Onu, scritta in un'altra epoca, non è contemplata la guerra preventiva per liberare un popolo da una dittatura, sulla base di una ormai superata concezione della sovranità nazionale. Dunque dovevano esserci armi, e armi pericolose (...)». Leggi tutto.
    La Francia patria dell'uguaglianza, l'America patria della libertà
    Sarà discutibile quanto si vuole la politica di Bush del dopo 11 settembre, ma in questo teso momento dei rapporti tra Islam e Occidente stride di più la risposta "laica" della Francia decisa dal presidente francese Chirac. L'unica cosa che ha saputo fare per contrastare il fondamentalismo islamico, l'unico strumento di dialogo che ha saputo mettere in campo con l'Islam, - e con le altre religioni - è stata la proibizione del velo e degli altri simboli religiosi "ostentati". Un provvedimento liberticida, nella forma e nella sostanza, un vero limite alla libertà personale. Si possono solo immaginare quali sarebbero state le sdegnate reazioni della bell'Europa se una tale misura fosse stata presa dal terribile fascista Bush. Di fronte alle temibili sfide terroristiche e culturali di oggi, l'America ha deciso di rispondere con la forza contro tiranni e terrore, e può essere discutibile, la Francia conculcando le libertà dei propri cittadini in nome della sua storica uguaglianza giacobina e del suo laicismo in salsa talebana (a quando i centimetri massimi consentiti per le barbe?). Un motivo di più per non dirsi "francesi", ma "americani".
  • Sulla questione del velo proibito mettono il punto sul Foglio i radicali Benedetto della Vedova e Carmelo Palma.
  • Sostenere il coraggio di Sharon
    «Sharon ha consapevolmente messo a rischio la stabilità del suo governo per togliere dalla strada per la pace l’ostacolo rappresentato dagli insediamenti ebraici a Gaza. (...) C'è chi ancora insiste a denunciare il carattere "unilaterale" della strategia di Sharon, senza considerare che Israele non può essere condannato ad attendere sotto i colpi dei terroristi che l'autorità palestinese, o quel che ne resta, sia in grado di garantire la sicurezza. Sharon, proponendo di abbandonare i territori, mette la leadership palestinese di fronte alle sue responsabilità, e intanto punta a garantire la sicurezza degli israeliani con le proprie forze. Chi vuole la pace ha il dovere di aiutarlo». Leggi tutto.
    Il Foglio
    Con Kerry alla Casa Bianca rimarrebbero le divergenze con l'Europa
    Gianni Riotta: «La crisi atlantica non è però frutto di galateo infranto o di stili e umori diversi, il texano cowboy Bush contro l'aplomb aristocratico del presidente Chirac e del suo ministro Galozeau de Villepin. Scaturisce da interessi materiali divergenti, da una opposta lettura della situazione mondiale e questi aculei resteranno, anche con il kennedyano Kerry presidente. Né Kerry né Edwards pensano a ritirarsi dall'Iraq nel 2005. Sono cauti, per non alienare il voto dei pacifisti, ma le loro intenzioni strategiche sono chiarite da un discorso dell'uomo che è assurto a patriarca dei democratici, Bill Clinton. In un magistrale intervento del 12 gennaio, al Forum America-Islam di Doha, Clinton ha chiarito che il dilemma non è più "guerra o no?", è creare "un governo democratico in un Iraq, libero, stabile, indipendente... prospero e ostile ai terroristi... e lo stesso vale per l'Afghanistan". Anche se tornassero i giorni "dell'Ulivo mondiale" gli europei dovranno quindi dare una mano a Bagdad e a Kabul, dove malgrado l'impegno comune e l'egida Onu, l'Ue ancora non mobilita gli elicotteri e le truppe d'èlite promesse al segretario Nato Jaap de Hoop Scheffer. E il piano di difesa europeo Esdp dovrà essere coordinato con la Nato "globale", chiunque sia l'inquilino al 1600 di Pennsylavia Avenue, la Casa Bianca. (...) Lo stress tra Usa e Ue ha radici nell'11 settembre, gli americani che si sentono minacciati dallo status quo, gli europei dalla sua rottura, ma anche da interessi materiali, sui commerci, tariffe, Cina, dollaro debole, euro forte».
    Ci vorrebbe proprio un'Organizzazione mondiale delle democrazie: «Il potere benefico del blocco delle democrazie sarebbe straordinario, a patto di prepararlo con serietà, a Washington e Bruxelles». Leggi tutto
    Corriere della Sera
    "La guerra in tribunale"
    Una riflessione di insetimabile valore di Ernesto Galli Della Loggia, da riportare integralmente (perché domani non sarà più on line).
    «In questi giorni Bush e Tony Blair stanno scoprendo a proprie spese quali pasticci nascano da quella confusione tra verità giudiziaria e verità politica in cui si sono infilati quando hanno deciso di muovere guerra all'Iraq. La verità giudiziaria è quella a cui Bush e Blair hanno fatto appello un anno fa chiamando Saddam Hussein a rispondere davanti al tribunale dell'opinione pubblica dell'accusa di possedere armi di distruzione di massa. Ma la verità giudiziaria è difficile da maneggiare fuori dalle aule di giustizia: essa impone il confronto accurato tra l'atto d'accusa e le prove a carico; l'accusa, poi, deve essere specifica e circostanziata, indicare fatti precisi e lo stesso vale per le prove: anch'esse devono reggere a ogni verifica, devono provare al di là di "ogni ragionevole dubbio". Non c'è posto nella verità giudiziaria per l'arbitrio della convinzione ideale, per l'azzardo dell'intuizione e della visione, per la sicurezza del giudizio morale che basta a se stesso: tutti elementi, questi, che come si sa costituiscono invece la sostanza della verità politica. Verità che si distingue anche per un altro aspetto cruciale da quella giudiziaria: e cioè che, mentre quest'ultima esiste per così dire in quanto tale, per il fatto solo che esistano prove certe a suo suffragio, ma indipendentemente dalle conseguenze cui può dar luogo, l'altra, viceversa, quella politica, è sottoposta in misura decisiva alla verifica delle conseguenze, e cioè del successo o dell'insuccesso. E' probabile a esempio che oggi, anche se la situazione irachena fosse completamente sotto il controllo Usa, Bush non potrebbe tuttavia mai farsi forte di ciò per cancellare il mancato ritrovamento delle famose armi di Saddam: invocò quella prova come ragione della guerra e, cascasse il mondo, quella prova è obbligato a fornire. Le attuali difficoltà del presidente americano e di Blair sono la prova che nei regimi democratici anche la guerra - vale a dire la massima decisione politica che esista - anch'essa tende a essere ormai assorbita nella sfera della giustizia formale: può essere dichiarata solo in base a prove concrete, precise e falsificabili come quelle che devono essere esibite in un procedimento penale qualunque, e se tali prove vengono a mancare tende a essere equiparata immediatamente ad alcunché di illecito. Un esito perfettamente congruo, del resto, a quell'altro aspetto all'opera da molti decenni e tipico dell'impegno con cui le democrazie affrontano i conflitti internazionali, in base al quale i nemici tendono irresistibilmente a trasformarsi in criminali: da sconfiggere sì, ma soprattutto da portare alla sbarra di qualche tribunale internazionale per ricevere un'esemplare condanna. Tutto ciò è l'ennesimo indizio di quella crisi profonda in cui si dibatte la dimensione della politica in tutto l'Occidente. Essa, infatti, è come schiacciata oggi in una tenaglia: da un lato i processi travolgenti della globalizzazione economica ne restringono implacabilmente la capacità di influire sulla produzione e sulla distribuzione del reddito, dall’altro l'eticismo proprio delle democrazie e delle organizzazioni internazionali - facendo della legalità formale e delle procedure di accertamento giudiziario dei fatti gli unici involucri accreditati delle decisioni pubbliche - tende altrettanto implacabilmente a cancellare ogni autonoma specificità della sfera politica stessa. Chi si rallegra dell'esistenza di uno o dell'altro dei fenomeni suddetti (o magari di entrambi) dovrebbe ricordare che al dunque, però, nella politica, e soltanto nella politica, sta la possibilità da parte di una collettività umana di decidere del proprio destino, e perciò di essere libera».

    Corriere della Sera
    Camillo ci racconta la prima pagina di oggi del Wall Street Journal Usa. Bernard Lewis, professore emerito a Princeton, è ritratto in quanto architetto della dottrina: esportare la democrazia in Medio Oriente: «Chiamatela dottrina Lewis. Nonostante non sia mai stata discussa in Congresso né santificata da un decreto presidenziale, la diagnosi di Lewis sulla malattia del mondo islamico, e la sua tesi per un'invasione militare degli Stati Uniti per seminare la democrazia in Medio Oriente, ha aiutato a definire il più coraggioso cambiamento della politica estera americana degli ultimi 50 anni». Non male questo scambio di battute con Kissinger a un party newyorchese:
    Kissinger: «Dovremmo negoziare con gli ayatollah iraniani?»
    Lewis: «Certo che no».
    Finale dell'articolo: «Molti esperti mediorientali al Dipartimento di Stato e altrove dicono che gli arabi non sono pronti per la demcorazia e che un tiranno amichevole con gli Usa sarebbe stata la speranza migliore per l'Iraq. Questa politica è chiamata pro araba». La politica di chi crede che gli iracheni siano eredi di grandi civiltà, e che siano assolutamente capaci, con qualche aiuto, di vivere in uno stato di diritto, «viene chiamata imperialismo».
    De profundis per Howard Dean?
    «Il girotondismo made in Usa continua a non essere preso sul serio dagli elettori, non dagli americani in generale, ma dagli elettori dello stesso partito che Dean vorrebbe restituire ai gloriosi splendori. L'ex governatore del Vermont non se ne capacita, non vuole e non può credere che il giocattolo, il suo, quello più figo, si sia rotto. (...) Ora Dean sembra il giapponese sull'isoletta al quale non hanno comunicato che la guerra è finita, il bimbo bizzoso che dopo Carosello non vuole andare a letto, un "sore loser", come dicono gli americani, un perdente che "nun ce vole sta". Leggi tutto
    Il Foglio

    Wednesday, February 04, 2004

    di Roberto Benigni
    «Se quella notte, per divin consiglio,
    la Donna Rosa, concependo Silvio,
    avesse dato ad un uomo di Milano
    invece della topa il deretano

    l'avrebbe preso in culo quella sera
    sol Donna Rosa e non l'Italia intera.»

    postato da Braind
    "Essere" in Israele
    Le immagini dell'attentato del 29 gennaio a Gerusalemme, dal sito del ministero degli Esteri israliano

    Anche Il Foglio ha pubblicato due pagine di foto qui e qui.
    Alzataconpugno, e Praticamente, si preoccupano invece di cosa significhi «essere obiettori in Israele».
    Fu vero golpe quello del '64?
    Interessante dibattito Mieli-Iannuzzi sul Foglio. Per Mic.
    Perché la sinistra non ci vede
    «Antifascismo senza diritto internazionale o diritto internazionale senza antifascismo: un'alternativa poco allettante, ma bisogna comunque scegliere». Leggi tutto
    Dissent-Il Foglio
    E intanto, «non ci saranno più ebrei a Gaza»
    Non sarà facile - il Governo rischia di spaccarsi - non sarà veloce, né indolore. Ma non è quello che volevano i palestinesi?
    Prosegue la corsa di J. F. Kerry
    Benino Clark ed Edwards... Dean in affanno. I risultati

    Sunday, February 01, 2004

    La mia fatica di questi giorni ha prodotto questo "mostro": speciale sui neoconservatori americani. Ora, due giorni di meritato riposo.
    RadioRadicale.it