Se ce ne fosse bisogno, una conferma inoppugnabile del pesante interventismo del Governo sulla vicenda Telecom è giunta dalle parole di Antoine Bernheim, presidente delle Generali, sabato scorso all'assemblea del gruppo: «Quando mi ha telefonato il ministro Tommaso Padoa-Schioppa sulla vicenda Telecom, gli ho detto che il nostro oggetto è fare assicurazioni e non telefonia. Ma che se ci fosse stata un'azione collettiva con un intervento generale a favore dell'italianità, noi ci saremmo stati in qualche modo. E speravo che, se malauguratamente ce ne fosse bisogno, il governo sarebbe stato pronto a intervenire per difendere l'italianità delle Generali».
Bernheim ha poi precisato, al Corriere, confermando sostanzialmente la natura del colloquio con il ministro dell'Economia, fino ad allora tra i pochi ministri rimasti silenti sulla vicenda, ma evidentemente all'opera con maggiore discrezione: «Nessuna pressione. Il dottor Padoa-Schioppa mi ha telefonato come ha fatto con tutte le società interessate alla vicenda Telecom per sapere qual era la nostra posizione. Non ci sono state pressioni per un nostro intervento. Quando ho sentito che c'era interesse che Telecom rimanesse in mani italiane, ho detto di sperare che il governo avesse lo stesso interesse che Generali restasse in mano italiana».
Dunque: 1) c'è stata una telefonata di un ministro. Anzi, più d'una: telefonate a «tutte le società interessate» a Telecom; 2) nessuna «pressione» per un intervento di Generali, ma la comunicazione che da parte del Governo «c'era interesse che Telecom rimanesse in mani italiane»; 3) lo scambio di favori: l'intervento di Generali, «in qualche modo», per l'«italianità» di Telecom, corrisposto dalla speranza «che il governo avesse lo stesso interesse che Generali restasse in mano italiana».
Un «raro esempio di squarcio su conversazioni che in genere si preferisce non far risultare», osserva stamattina Mario Monti sul Corriere. Una scambio che «rivela la distanza che ancora ci separa da un sistema nel quale i pubblici poteri stabiliscono con leggi le regole del mercato; la vigilanza sul rispetto di quelle regole è esercitata dalle autorità indipendenti a ciò preposte e dalla magistratura; ed, entro tale quadro, il governo non interviene nel funzionamento del mercato». Invece, abbiamo conferma di un sistema nel quale «il ministro telefona a tutte le società interessate alla vicenda Telecom per sapere qual è la loro posizione» e «i suoi interlocutori comprendono che c'è interesse che Telecom rimanga in mani italiane».
Viene così «delineata un'azione collettiva con un intervento generale a favore dell'italianità». Il presidente delle Generali «ritiene — pur non avendo ricevuto nessuna pressione — che ci sia spazio per unire alla promessa di intervento un auspicio di ritorno». Cioè, «che il governo sia pronto, se necessario, a intervenire per difendere l'italianità delle Generali, come ha fatto ora per quella di Telecom».
Non tema di essere uscito dal settore d'interesse di Generali, conclude con ironia Monti, Bernheim ha fatto «un'operazione assicurativa»: «Ha stipulato una polizza contro il rischio di perdita del controllo delle Generali da parte di coloro che oggi le controllano».
Non serve aggiungere altro per evidenziare il carattere distorsivo dell'interventismo del Governo Prodi sulle dinamiche di mercato.
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Monday, April 30, 2007
Thursday, April 26, 2007
Vecchi statalismi tornano
... ma se n'erano mai andati?
Dal caso Alitalia alla vera storia di Telecom, compreso quello strano modo di «internazionalizzare l'azienda comprando partecipazioni a Cuba e in Serbia», Giavazzi conclude che «in realtà nessuno vuole più privatizzare alcunché... C'è nostalgia delle vecchie imprese pubbliche... dei manager pubblici, i vecchi boiardi», mentre ci si dimentica dei fallimenti di Stato. E se «Berlusconi in cinque anni di governo ha venduto solo una piccola azienda di tabacchi», oggi «attraverso fondazioni e banche amiche, il governo sta cadendo nel vecchio vizio di intervenire nelle scelte del mercato».
Dal caso Alitalia alla vera storia di Telecom, compreso quello strano modo di «internazionalizzare l'azienda comprando partecipazioni a Cuba e in Serbia», Giavazzi conclude che «in realtà nessuno vuole più privatizzare alcunché... C'è nostalgia delle vecchie imprese pubbliche... dei manager pubblici, i vecchi boiardi», mentre ci si dimentica dei fallimenti di Stato. E se «Berlusconi in cinque anni di governo ha venduto solo una piccola azienda di tabacchi», oggi «attraverso fondazioni e banche amiche, il governo sta cadendo nel vecchio vizio di intervenire nelle scelte del mercato».
Friday, April 20, 2007
Prodi e Berlusconi: le due facce di una stagione dura a morire
«Siamo disponibili a fare la nostra parte per difendere l'italianità, non vogliamo comandare».
Ecco perché il "politico" Berlusconi, con la sua coalizione ormai sgretolata, non polemizza contro il Governo cui dovrebbe opporsi, anche se sta facendo fuori tutti i concorrenti stranieri per Telecom (dopo Murdoch, è toccato a Telefonica e AT&T), procurando danni all'immagine e alla credibilità internazionale del nostro paese.
E non è che in Telecom Berlusconi non voglia «comandare», è che non può, perché la legge Gasparri non consente a Mediaset di prendere il controllo di Telecom, ma non gli impedisce di parteciparvi.
Chiariamo che qui non si obietta al fatto che Mediaset possa concorrere al controllo di Telecom, quanto che il suo proprietario si avvantaggi esercitando il suo ruolo di leader dell'opposizione e che sostenga un Governo contro il quale ha ottenuto il mandato degli elettori solo perché cacciando i concorrenti stranieri favorisce la cordata di cui fa parte. Che "opposizione" è mai questa?
Ecco perché il "politico" Berlusconi, con la sua coalizione ormai sgretolata, non polemizza contro il Governo cui dovrebbe opporsi, anche se sta facendo fuori tutti i concorrenti stranieri per Telecom (dopo Murdoch, è toccato a Telefonica e AT&T), procurando danni all'immagine e alla credibilità internazionale del nostro paese.
E non è che in Telecom Berlusconi non voglia «comandare», è che non può, perché la legge Gasparri non consente a Mediaset di prendere il controllo di Telecom, ma non gli impedisce di parteciparvi.
«Noi siamo stati semplicemente richiesti nel caso di una cordata italiana e il mio gruppo ha detto che per mantenere l'italianità di un'azienda così importante siamo disponibili, a parità di intervento di altri imprenditori».E' ovvio che la Grossa Coalizione che si sta preparando, oltre che finanziaria, e oltre ai calorosi momenti vissuti dal Cav. al Congresso dei Ds, avrebbe appendici politiche: la legge Gentiloni nel cassetto, prima di tutto, ma anche un'intesa sulla legge elettorale.
Chiariamo che qui non si obietta al fatto che Mediaset possa concorrere al controllo di Telecom, quanto che il suo proprietario si avvantaggi esercitando il suo ruolo di leader dell'opposizione e che sostenga un Governo contro il quale ha ottenuto il mandato degli elettori solo perché cacciando i concorrenti stranieri favorisce la cordata di cui fa parte. Che "opposizione" è mai questa?
Thursday, April 19, 2007
Governo Prodi sotto attacco, ma l'opposizione squittisce. Come mai?
«Alla luce di esperienze passate, sono convinta che sia necessario rimanere vigili» sulla vicenda Telecom Italia, perché è la dimostrazione che in Italia permangono «pressioni protezionistiche» nel settore delle telecomunicazioni. È quanto scrive il Commissario europeo per la Società dell'Informazione e i Media Viviane Reding in una lettera inviata a tre commissari Ue - alla Concorrenza (Kroes), al Mercato interno (McCreevy) e all'Energia (Piebalgs) - e al presidente della Commissione Ue Barroso.
La Reding si è detta pronta a intervenire nei confronti dell'Italia se le misure normative nel settore delle Telecomunicazioni non saranno conformi alle regole Ue. Un cartellino giallo e un avvertimento esplicito: tra i commissari «contatti molto stretti nei prossimi giorni», per preparare una risposta «chiara e tempestiva» al Governo italiano «se sarà necessario».
E' strano però che l'opposizione, e Berlusconi in particolare, sempre in prima linea se si tratta di denunciare il Governo Prodi e i suoi ministri quando procurano danni all'immagine e ferite alla credibilità del nostro paese, non ne approfittino per cavalcare le giustificatissime, pesanti critiche - dalla Commissione europea, dagli Usa, per voce dell'ambasciatore Spogli, da Confindustria, dai principali giornali finanziari internazionali - che stanno piovendo addosso a Palazzo Chigi per le sue spregiudicate manovre politiche su Telecom. Neanche lo straccio di una polemica degna di questo nome.
Sarà mica perché Berlusconi potrebbe entrare a far parte di una cordata per Telecom (un suo pallino da sempre), che il Governo a cui in teoria si dovrebbe opporre sta cercando di favorire, eliminando i concorrenti stranieri che via via si presentano? Sarà mica perché di conflitto d'interessi e di legge Gentiloni non si sente più parlare?
Particolarmente grave, ieri, che dalla terza carica dello Stato, il presidente della Camera Bertinotti, siano giunte parole così sprezzanti nei confronti del capitalismo italiano, definito «a un estremo di impresentabilità». Tutti sappiamo com'è ridotto il capitalismo italiano, ma la politica ha gravissime responsabilità e comunque non sono questo genere di dichiarazioni che competono al ruolo istituzionale che riveste Bertinotti. Non si può dar torto a Montezemolo, che registra «il clima anti-impresa di larghi settori dell'attuale maggioranza».
Intanto, Randall Stephenson, direttore operativo di AT&T, rivela che la società americana è pronta a rientrare in corsa per Telecom Italia, se la politica deciderà di fare un passo indietro, confermando quindi che «le resistenze politiche hanno bloccato l'accordo».
La Reding si è detta pronta a intervenire nei confronti dell'Italia se le misure normative nel settore delle Telecomunicazioni non saranno conformi alle regole Ue. Un cartellino giallo e un avvertimento esplicito: tra i commissari «contatti molto stretti nei prossimi giorni», per preparare una risposta «chiara e tempestiva» al Governo italiano «se sarà necessario».
E' strano però che l'opposizione, e Berlusconi in particolare, sempre in prima linea se si tratta di denunciare il Governo Prodi e i suoi ministri quando procurano danni all'immagine e ferite alla credibilità del nostro paese, non ne approfittino per cavalcare le giustificatissime, pesanti critiche - dalla Commissione europea, dagli Usa, per voce dell'ambasciatore Spogli, da Confindustria, dai principali giornali finanziari internazionali - che stanno piovendo addosso a Palazzo Chigi per le sue spregiudicate manovre politiche su Telecom. Neanche lo straccio di una polemica degna di questo nome.
Sarà mica perché Berlusconi potrebbe entrare a far parte di una cordata per Telecom (un suo pallino da sempre), che il Governo a cui in teoria si dovrebbe opporre sta cercando di favorire, eliminando i concorrenti stranieri che via via si presentano? Sarà mica perché di conflitto d'interessi e di legge Gentiloni non si sente più parlare?
Particolarmente grave, ieri, che dalla terza carica dello Stato, il presidente della Camera Bertinotti, siano giunte parole così sprezzanti nei confronti del capitalismo italiano, definito «a un estremo di impresentabilità». Tutti sappiamo com'è ridotto il capitalismo italiano, ma la politica ha gravissime responsabilità e comunque non sono questo genere di dichiarazioni che competono al ruolo istituzionale che riveste Bertinotti. Non si può dar torto a Montezemolo, che registra «il clima anti-impresa di larghi settori dell'attuale maggioranza».
Intanto, Randall Stephenson, direttore operativo di AT&T, rivela che la società americana è pronta a rientrare in corsa per Telecom Italia, se la politica deciderà di fare un passo indietro, confermando quindi che «le resistenze politiche hanno bloccato l'accordo».
Wednesday, April 18, 2007
Le mani dei tre oligarchi su Telecom
La famigghia è entrata in azione. I fratelli sono tre: Prodi, D'Alema e Berlusconi. Così anche l'opposizione ha un motivo per restare sorda, cieca e muta.
Dopo la spagnola Telefonica, la politica italiana è riuscita a far fuori anche l'americana AT&T. «Farli scappare uno alla volta per giocare al ribasso non funziona. I contatti andranno avanti con America Movil. Pirelli è solida e può aspettare altre offerte. Venderà solo al giusto prezzo», avverte però Tronchetti. Non sarà facile. Sarà un lungo braccio di ferro, e senza esclusione di colpi da parte di chi cerca di comprare in saldo, con le spalle coperte dalla politica che elimina i concorrenti.
Un'economia «irizzata» la definisce Nicola Porro, su il Giornale:
Mai bassi come oggi di certo gli investimenti americani. E' l'altra batosta, che arriva dall'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli: «Il livello di investimenti americani in Italia è basso rispetto a Germania, Francia e Spagna. Ciò è dovuto a diversi motivi, uno dei quali è non capire esattamente se le regole siano uguali per tutti».
Il ritiro di AT&T, ha spiegato l'ambasciatore, dimostra «una grandissima differenza tra Italia e Usa per quanto riguarda il concetto dell'importanza della presenza del governo negli affari dell'economia. Quella americana è una società in cui il governo stabilisce le regole, che in certi settori sono molto importanti e molto dure, però lascia che i settori si sviluppino nella maniera giusta. In Italia c'è una lunga tradizione di una presenza molto più forte del governo negli affari dell'economia». E conclude con parole che suonano come un monito: «Negli anni a venire sarà molto importante per gli italiani determinare se questo è il sistema che loro vogliono per il futuro».
Non è mancata neanche la bacchettata, seppur lieve, da Bruxelles: «Crediamo che il mercato delle telecomunicazioni italiano debba essere aperto a tutte le compagnie del mondo», ha dichiarato il portavoce della commissaria Viviane Reding: «Crediamo che le regole in questo settore debbano portare a un mercato più ampio, a una maggiore proprietà privata nonché a una maggiore concorrenza».
Non solo il fantasma dell'irismo prodiano. La situazione italiana è resa ancor più preoccupante da una fiacchissima opposizione, così subalterna al proprio leader da non riuscire a emettere che qualche gemito per paura che Berlusconi sia davvero interessato a entrare in Telecom. E lo è da sempre. La cosiddetta "soluzione di sistema", infatti, è tutt'altro che una suggestione.
Scappato dalla finestra con il malloppo, è tentato di rientrare dalla porta Telecom, come «salvatore della Patria», nientemeno che Colaninno, il «capitano coraggioso» di D'Alema. Insieme a Mediaset, cui la legge Gasparri non impedirebbe di entrare con una quota minoritaria. Una strana coppia, addirittura lanciata dall'Unità, senza nessuna traccia di riprovazione per il conflitto di interessi berlusconiano (a proposito: e la legge Gentiloni?). Fondamentale la benedizione delle banche: Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Capitalia, che fanno parte del sindacato azionario di Pirelli. Dunque, ci sono proprio tutti a spartirsi la torta: Prodi, Berlusconi e D'Alema.
Come ha scritto Sergio Romano, alla politica interessa l'italianità di Telecom «perché teme, con ragione, che i proprietari stranieri rifiuterebbero di giocare la partita con le regole a cui siamo abituati. Si ridurrebbe drasticamente lo spazio per i salvataggi, la cassa integrazione, i pensionamenti anticipati, i tavoli sindacali con la partecipazione del governo...»
Cos'è, quindi, che induce la politica a sponsorizzare cordate per Telecom? Le regole con cui si gioca la partita non devono cambiare. In questo paese esistono enormi conflitti d'interessi. Due leader come Prodi e D'Alema, oggi al Governo, e un altro dall'opposizione, Berlusconi, approfittano ciascuno della propria posizione per avvantaggiarsi. Al di là delle schermaglie e degli insulti quotidiani tra le due coalizioni, si sta preparando una grande coalizione politico-finanziaria che serve ai tre oligarchi per puntellare le proprie posizioni di potere.
Tutti vogliono che le proprie banche di riferimento mettano le mani su Telecom, perché è un gigantesco esattore fiscale, incomparabilmente più efficiente e affidabile del Ministero delle Finanze. Genera un cash flow (flusso di cassa), cioè una liquidità, imponente. Per le campagne elettorali, e per l'attività politica in generale, è essenziale poter contare su banche amiche che garantiscono liquidità continua.
E' questo uno dei pilastri su cui si poggia quel regime contro cui combattono da decenni i radicali, i quali, tranne pochi, proprio sul più bello si fanno sfuggire sotto il naso il bandolo della matassa.
Dopo la spagnola Telefonica, la politica italiana è riuscita a far fuori anche l'americana AT&T. «Farli scappare uno alla volta per giocare al ribasso non funziona. I contatti andranno avanti con America Movil. Pirelli è solida e può aspettare altre offerte. Venderà solo al giusto prezzo», avverte però Tronchetti. Non sarà facile. Sarà un lungo braccio di ferro, e senza esclusione di colpi da parte di chi cerca di comprare in saldo, con le spalle coperte dalla politica che elimina i concorrenti.
Un'economia «irizzata» la definisce Nicola Porro, su il Giornale:
«Siamo un Paese in cui il governo si loda della liberalizzazione delle aspirine, ma non perde occasione per chiudere il mercato dei capitali, come bene notano pochi radicali e liberali a destra e sinistra. E con questo stile untuoso: mezze frasi, comparsate televisive che evocano normative di urgenza e cambio delle regole in corso di partita».Un altro pesante avvertimento è giunto da Montezemolo: «Il cambiamento delle regole o meglio le regole poco chiare, ancor di più cambiate in corsa, portano inesorabilmente alla perdita di credibilità e a una ulteriore riduzione delle possibilità di investimenti stranieri in Italia che non sono mai stati così basse come oggi».
Mai bassi come oggi di certo gli investimenti americani. E' l'altra batosta, che arriva dall'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli: «Il livello di investimenti americani in Italia è basso rispetto a Germania, Francia e Spagna. Ciò è dovuto a diversi motivi, uno dei quali è non capire esattamente se le regole siano uguali per tutti».
Il ritiro di AT&T, ha spiegato l'ambasciatore, dimostra «una grandissima differenza tra Italia e Usa per quanto riguarda il concetto dell'importanza della presenza del governo negli affari dell'economia. Quella americana è una società in cui il governo stabilisce le regole, che in certi settori sono molto importanti e molto dure, però lascia che i settori si sviluppino nella maniera giusta. In Italia c'è una lunga tradizione di una presenza molto più forte del governo negli affari dell'economia». E conclude con parole che suonano come un monito: «Negli anni a venire sarà molto importante per gli italiani determinare se questo è il sistema che loro vogliono per il futuro».
Non è mancata neanche la bacchettata, seppur lieve, da Bruxelles: «Crediamo che il mercato delle telecomunicazioni italiano debba essere aperto a tutte le compagnie del mondo», ha dichiarato il portavoce della commissaria Viviane Reding: «Crediamo che le regole in questo settore debbano portare a un mercato più ampio, a una maggiore proprietà privata nonché a una maggiore concorrenza».
Non solo il fantasma dell'irismo prodiano. La situazione italiana è resa ancor più preoccupante da una fiacchissima opposizione, così subalterna al proprio leader da non riuscire a emettere che qualche gemito per paura che Berlusconi sia davvero interessato a entrare in Telecom. E lo è da sempre. La cosiddetta "soluzione di sistema", infatti, è tutt'altro che una suggestione.
Scappato dalla finestra con il malloppo, è tentato di rientrare dalla porta Telecom, come «salvatore della Patria», nientemeno che Colaninno, il «capitano coraggioso» di D'Alema. Insieme a Mediaset, cui la legge Gasparri non impedirebbe di entrare con una quota minoritaria. Una strana coppia, addirittura lanciata dall'Unità, senza nessuna traccia di riprovazione per il conflitto di interessi berlusconiano (a proposito: e la legge Gentiloni?). Fondamentale la benedizione delle banche: Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Capitalia, che fanno parte del sindacato azionario di Pirelli. Dunque, ci sono proprio tutti a spartirsi la torta: Prodi, Berlusconi e D'Alema.
Come ha scritto Sergio Romano, alla politica interessa l'italianità di Telecom «perché teme, con ragione, che i proprietari stranieri rifiuterebbero di giocare la partita con le regole a cui siamo abituati. Si ridurrebbe drasticamente lo spazio per i salvataggi, la cassa integrazione, i pensionamenti anticipati, i tavoli sindacali con la partecipazione del governo...»
Cos'è, quindi, che induce la politica a sponsorizzare cordate per Telecom? Le regole con cui si gioca la partita non devono cambiare. In questo paese esistono enormi conflitti d'interessi. Due leader come Prodi e D'Alema, oggi al Governo, e un altro dall'opposizione, Berlusconi, approfittano ciascuno della propria posizione per avvantaggiarsi. Al di là delle schermaglie e degli insulti quotidiani tra le due coalizioni, si sta preparando una grande coalizione politico-finanziaria che serve ai tre oligarchi per puntellare le proprie posizioni di potere.
Tutti vogliono che le proprie banche di riferimento mettano le mani su Telecom, perché è un gigantesco esattore fiscale, incomparabilmente più efficiente e affidabile del Ministero delle Finanze. Genera un cash flow (flusso di cassa), cioè una liquidità, imponente. Per le campagne elettorali, e per l'attività politica in generale, è essenziale poter contare su banche amiche che garantiscono liquidità continua.
E' questo uno dei pilastri su cui si poggia quel regime contro cui combattono da decenni i radicali, i quali, tranne pochi, proprio sul più bello si fanno sfuggire sotto il naso il bandolo della matassa.
Tuesday, April 17, 2007
La famigghia è sempi la famigghia
Una raffica dei ministri-gangster e il malloppo Telecom è riacciuffato, cacciati gli americaniNegli ultimi tre giorni l'avevano ribadito in modo inequivocabile il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, il ministro delle Attività produttive, quello delle Infrastrutture e il ministro delle Comunicazioni: italianità della rete telefonica.
Perché si sa... la famigghia è sempi la famigghia!
Un'offensiva governativa a tutto campo, accompagnata dal silenzio complice dell'opposizione, con poche eccezioni. Prima è stata sventolata la minaccia di un decreto legge per separare la rete telefonica fissa da Telecom, giocando sull'ambiguità tra proprietà e gestione separata dai servizi. Accantonata l'ipotesi dopo la bacchettata assestata da Bruxelles, ecco la raffica dei proclami da parte dei ministri-gangster: il governo è comunque intenzionato a intervenire per mantenere la rete in mani italiane.
Così At&t ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dalla corsa per Telecom Italia. Le trattative con Pirelli per la quota che Olimpia ha in Telecom sono state interrotte, recitava la prima indiscrezione apparsa sulle pagine on line del Wall Street Journal, poi confermata da fonti vicine ad Olimpia. Alla notizia sia il titolo Telecom Italia sia quello Pirelli sono stati sospesi per eccesso di ribasso all'After Hours.
La motivazione del ritiro - appresa dal Financial Times direttamente dalla lettera della società americana a Pirelli - pesa come un macigno sulla credibilità del nostro paese: timore di «incertezze normative». Giorni prima AT&T e America Mòvil avevano dato mandato ai loro legali di studiare formule di cautela di fronte a «imprevisti» sulla proprietà della rete. Devono evidentemente aver concluso che rispetto a un intervento governativo non c'è modo.
Con questa brillante operazione il nostro governo è riuscito a diffondere sulle pagine di tutti i giornali del mondo l'immagine di un'Italia inaffidabile, dove una politica che si comporta da boss mafioso fa carta straccia delle regole del mercato; di un paese autolesionista che invece di attrarre capitali, e in questo caso anche interessanti piani industriali, li respinge, danneggiando la sua economia.
Se quindi non saremo mai utenti del colosso americano della telefonia, se rimarremo ostaggio dei capitalisti senza capitale, dell'incapacità dei Colaninno e dei Tronchetti, o del bipolarismo finanziario, dovremo ringraziare il Governo Prodi, che con un inaudito intervento a gamba tesa contro il mercato ha preservato per sé e i suoi amici il malloppo Telecom. E a rimetterci, ancora una volta, prima o dopo, saranno utenti e contribuenti.
Don Romano, Don Max, baciamo le mani a vossia...
Thursday, April 12, 2007
AAA. Furbetti cercasi disperatamente
Incredibile come, all'indomani della nota da parte della Commissione europea sul caso Telecom, la stampa amica del governo si sia prodigata a trasformare una bacchettata preventiva in un'«intesa» con Bruxelles, in un «sì condizionato», mentre si è trattato innanzitutto di due netti "no" dalla commissaria Reding: no alla «statalizzazione» della rete fissa; no ad un intervento diretto, normativo, del governo sulle regole di accesso.
Un unico sì: ad una «separazione funzionale», sul "modello inglese" - quello vero però - di cui finora aveva parlato il ministro Gentiloni, ma in termini ambigui, evocando decreti e scorpori, mentre la via inglese sarebbe quella di negoziati diretti tra l'Autorità delle Comunicazioni e Telecom.
Intanto, la partita per la proprietà entra nel vivo. Potrebbe arrivare il soccorso spagnolo o la cordata bipartisan. E voi, da utenti, chi preferite? Un colosso delle telecomunicazioni come At&t, che fa funzionare da decenni milioni di telefoni, o Confalonieri e Colaninno senior, lo stesso che con Telecom ha già provato pochi anni fa con esiti fallimentari e che muove bene i suoi flussi finanziari, senza mai piani industriali?
Ancora una volta sottoscriviamo l'editoriale di Francesco Giavazzi. E' assurdo che ci si agiti tanto da parte di quelle istituzioni, politiche e bancarie, «corresponsabili degli errori della gestione attuale, perché fino a ieri erano soci di Pirelli in Olimpia o siedono ancora nel sindacato che controlla Pirelli». «Se qualcuno è disposto a pagare il 30% in più per il controllo di un'azienda, può avere due ragioni per farlo: o crede di riuscire a migliorarne la gestione, oppure vuole ricavarne dei benefici privati. Quando il governo oggi auspica l'impegno di banche che hanno condiviso, seppur indirettamente, la gestione di Telecom è evidentemente pronto ad accordare loro questi benefici: ad esempio la garanzia che nessuno metterà in discussione la governance autoreferenziale delle fondazioni che controllano la maggior parte del sistema finanziario italiano e nominano gli amministratori delle banche».
Ma la soluzione, avverte Giavazzi, potrebbe essere «ancor più diabolica»:
Un unico sì: ad una «separazione funzionale», sul "modello inglese" - quello vero però - di cui finora aveva parlato il ministro Gentiloni, ma in termini ambigui, evocando decreti e scorpori, mentre la via inglese sarebbe quella di negoziati diretti tra l'Autorità delle Comunicazioni e Telecom.
Intanto, la partita per la proprietà entra nel vivo. Potrebbe arrivare il soccorso spagnolo o la cordata bipartisan. E voi, da utenti, chi preferite? Un colosso delle telecomunicazioni come At&t, che fa funzionare da decenni milioni di telefoni, o Confalonieri e Colaninno senior, lo stesso che con Telecom ha già provato pochi anni fa con esiti fallimentari e che muove bene i suoi flussi finanziari, senza mai piani industriali?
Ancora una volta sottoscriviamo l'editoriale di Francesco Giavazzi. E' assurdo che ci si agiti tanto da parte di quelle istituzioni, politiche e bancarie, «corresponsabili degli errori della gestione attuale, perché fino a ieri erano soci di Pirelli in Olimpia o siedono ancora nel sindacato che controlla Pirelli». «Se qualcuno è disposto a pagare il 30% in più per il controllo di un'azienda, può avere due ragioni per farlo: o crede di riuscire a migliorarne la gestione, oppure vuole ricavarne dei benefici privati. Quando il governo oggi auspica l'impegno di banche che hanno condiviso, seppur indirettamente, la gestione di Telecom è evidentemente pronto ad accordare loro questi benefici: ad esempio la garanzia che nessuno metterà in discussione la governance autoreferenziale delle fondazioni che controllano la maggior parte del sistema finanziario italiano e nominano gli amministratori delle banche».
Ma la soluzione, avverte Giavazzi, potrebbe essere «ancor più diabolica»:
«Gli stranieri che hanno fatto un'offerta per Telecom (At&t e América Móvil) saranno obbligati a condividere il controllo (almeno per alcuni anni) con qualche banca italiana, così da poter dire che l'italianità è salva. Per convincerli si offrirà qualcosa anche a loro: un po' di protezione dalla concorrenza, un buon prezzo per la rete che alcuni nel governo vorrebbero ri-nazionalizzare. E così a pagare sarà ancora una volta il contribuente-consumatore».
Tuesday, April 10, 2007
Telecom, attenzione ai borseggiatori di reti
... il modello inglese è un'altra cosaNon mollano. Intesa Sanpaolo e Mediobanca si muovono: sono «in corso contatti con più parti a vario titolo interessate all'eventuale operazione». At&t-Movil potrebbe lasciargli qualche briciola. Unicredit, Generali e Capitalia si chiamano fuori.
Chi invece non intende rimanere «indifferente» è il ministro delle Comunicazioni Gentiloni. Frenetiche le manovre della politica per intralciare i piani dello "straniero". Gentiloni rilascia una paradossale intervista al Corriere, nella quale prima auspica che una soluzione venga «dalle forze di mercato», poi però chiama in causa «interessi di carattere generale» da tutelare che costringono il governo a intervenire. Quali sarebbero? L'«unitarietà dell'azienda», i suoi 84 mila dipendenti, le sue funzioni di ricerca e innovazione... Insomma, cosa rimanga nelle prerogative del proprietario non è chiaro, ma è chiaro che cultura del mercato e della libera impresa latitano anche tra gli esponenti cosiddetti "riformisti" del governo.
Dopo dieci anni di gestione discutibile e di monopolio della rete, improvvisamente - guarda caso dopo l'offerta del colosso americano At&t («Ho sostenuto che il destino di Telecom Italia fosse un problema per il governo un minuto dopo la notizia delle trattative con gli americani e i messicani», ammette Gentiloni) - garantire l'accesso alla rete a tutti gli operatori diviene una priorità improrogabile: «Credo che la vicenda sia l'occasione per affrontare finalmente il tema». Meglio tardi che mai.
Constatato che la statalizzazione è «categoricamente da escludere», Gentiloni pensa al "modello inglese". Ottimo, ma sentiamo. «La rete resta di proprietà di Telecom, chiunque siano gli azionisti», si dice, ma al tempo stesso si parla di «scorporo», di «rafforzare il ruolo dell'Autorità delle Comunicazioni come regolatore», di una legge, o addirittura di un decreto e di un emendamento alla riforma Bersani.
Si parla a vanvera, o qualcuno ci marcia di brutto. Sarebbe un «esproprio», come osserva Daniele Capezzone, che in un'intervista a Radio Radicale ricorda come il modello inglese sia il frutto non di una legge o di un decreto, ma di un'intesa negoziale arrivata dopo oltre un anno di trattative tra British Telecom e l'Autorità britannica Ofcom. E prevede non lo «scorporo», ma una separazione funzionale.
«Bufale!», denuncia anche Oscar Giannino, su Libero, «usano lo scudo della soluzione inglese per tentare di spacciare tutt'altra cosa».
Un decreto legge? «Tutti coloro che hanno anche solo una minima idea di che cosa si stia parlando, non possono che fare un salto dalla sedia». Tutti quelli che parlano di scorporo «mentono o sono dei somari». «In nessun modo e in nessun caso Openreach ha costituito uno scorporo della rete fissa dalla società madre. Openreach è semplicemente una divisione funzionale di BT, che continua ad averne piena proprietà e a registrarne nelle quotazioni del proprio titolo il valore scontato dal mercato».
Alla definizione delle condizioni di accesso alla rete da parte dei gestori concorrenti, dei parametri di redditività, non si è giunti per legge, ma attraverso un'intesa alla quale si è reso disponibile un privato, British Telecom, dopo ben 14 mesi di intensa trattativa con la Ofcom.
«Chiarito questo, è ovvio che un governo che intervenisse sulla rete Telecom per decreto legge o per disegno di legge, non volgerebbe affatto il proprio sguardo al modello britannico. Bensì a quello sovietico, o, se preferite, a quello del bolivarismo sudamericano alla Chavez e Morales. Sarebbe una violazione patente e clamorosa della proprietà privata...», conclude Giannino.
Franco Debenedetti, sul Sole 24 Ore, osserva che «perché si sviluppino imprenditori e imprese, sono essenziali il rispetto dei contratti e del diritto di proprietà: e invece il Governo straccia contratti, limita il diritto di vendere il proprio bene, minaccia espropri».
Invece di rafforzare le Autorità, invade il campo, perfino stabilendo i prezzi. «Invece di contrastare il costruttivismo giuridico, lo si diffonde: per la separazione della rete, costretti ad accettare un modello non giacobino, lo si stravolge, trasformandolo, da contratto liberamente discusso e sottoscritto, in norma di legge (magari per decreto)».
La reazione del presidente del Consiglio Prodi è «contraddittoria»: perché «è proprio la pervasiva presenza della politica nell'economia a scoraggiare le energie migliori dell'imprenditoria a esprimersi e a osare. Bisognerebbe che il credito fosse erogato in base ai meriti e non alle relazioni: succede il contrario quando si usa la moral suasion per incoraggiare banche, certe banche, a fare a prezzo più caro operazioni che avevano giudicato non interessanti a prezzi inferiori».
Saturday, April 07, 2007
Telecom. L'ingerenza putiniana del Governo
La lezione di Profumo: il mercato l'unica «morale» dell'economia. E «accettare il mercato significa riconoscere esplicitamente il valore positivo del profitto»Tornano all'attacco, non demordono. Telecom è un boccone troppo appetitoso e fino all'ultimo cercheranno di approfittare delle loro posizioni di potere. Prodi al Sole 24 Ore assicura che il governo «non è né assente né reticente». Anzi, magari potesse fare di più (in Russia sì che si può, Putin ha pieni poteri e Tronchetti lo spedirebbe in Siberia).
Se davvero Prodi volesse garantire una rete accessibile a tutti gli operatori, non di proprietà o di controllo statale, secondo il modello inglese "Open Reach", di British Telecom, potrebbe comunque farlo senza intromettersi nelle questioni proprietarie.
Senza ritegno, con tutta l'arroganza e la spudoratezza possibili, il ministro Bersani ha preso direttamente in mano la regia per formare una cordata italiana, o almeno italo-europea, che contrasti gli americani di At&t, e minaccia: «La partita non è ancora finita». E Bersani passa per il ministro più liberal in economia nel centrosinistra... mentre Fassino, sempre più patetico, disseppellisce addirittura il "piano Rovati".
Piuttosto, facciamo notare che da un paio di settimane sono state dissepolte alcune telefonate. Quelle che i Pm di Milano hanno portate al Gip, chiedendo che fossero trascritte e utilizzate nei processi. E' stata disposta la trascrizione di ben 45 telefonate. Ce ne sarebbero di Fassino, di D'Alema, di Consorte con Latorre, insomma, di tutti "quelli che volevano una banca" e che dicevano di non avere conflitti di interessi, puntando l'indice su quelli degli avversari politici. E guarda caso spunta una legge del ministro della Giustizia Mastella che prevede anni di galera per i giornalisti che pubblichino intercettazioni.
I nostri politici dovrebbero leggersi la prefazione di Alessandro Profumo, a.d. di Unicredit, al libro "Spiriti animali", pubblicata oggi dal Corriere, in cui si chiarisce che «la vera morale per l'economia sta solo nel mercato». Evitare «ogni accostamento tra etica ed economia». La validità di un'attività imprenditoriale va legata «alla correttezza e alla trasparenza della quotidiana operatività, nonché all'assunzione delle responsabilità delle proprie scelte, necessariamente indirizzate al perseguimento del profitto in modo sostenibile nel lungo periodo».
Dunque, «accettare il mercato significa riconoscere esplicitamente il valore positivo del profitto in quanto imprescindibile garanzia di continuità per l'attività d'impresa. Una efficiente economia di mercato, fondata su una concorrenza libera e leale, diviene essa stessa la migliore politica industriale in quanto stimola l'efficienza nella produzione, l'innovazione e il corretto utilizzo delle risorse. La concorrenza, inoltre, è vitale per assicurare una crescita economica sostenibile, occupazione e benessere economico diffuso».
Il libero mercato fa funzionare le economie proprio perché costringe i vari attori a «migliorarsi tramite un continuo confronto con le eccellenze presenti» e chi invece è leader nel proprio settore di business a cercare continuamente di rimanere sulla «frontiera dell'innovazione». Un «processo di selezione di casi di successo», e di scarto di quelli di fallimento, che favorisce l'evoluzione del sistema economico.
Monday, April 02, 2007
Giù le mani dai telefoni
Si è avuta notizia, ieri sera, di due offerte dall'estero per Telecom Italia. Esattamente per un terzo delle azioni della holding, la Olimpia, che controlla la società telefonica. Le offerte, giunte dalla società americana AT&T e dalla messicana American Movil, sono state valutate «favorevolmente» da un Cda straordinario di Pirelli, che ha dato mandato al presidente di procedere nelle negoziazioni.
Una riunione di cui l'Esecutivo lamenta di essere stato informato soltanto nel pomeriggio di ieri. E allora? Non è Telecom un'impresa privata? Minacciosa la reazione del Governo, di cui sono noti i disegni (ricordate il "dossier Rovati"?) per mettere le mani su Telecom per interposta persona della Cassa Depositi e Prestiti o dei banchieri "amici" del presidente del Consiglio. «Grandissima preoccupazione» ha espresso il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni. «Il governo seguirà con grande attenzione l'evolversi della situazione», dichiara sibillina una nota. Già, probabilmente per sabotarla, quella situazione.
Dietro i proclamati propositi di tutelare l'"italianità" di banche e compagnie giudicate "strategiche" per la nostra economia e per gli interessi del paese, soprattutto quelle che gestiscono reti - energia e telecomunicazioni - si nasconde in realtà la lunga mano di un governo ispirato dal becero statalismo prodiano stile Iri. Sarebbe un danno per Prodi non riuscire, tramite la sua nuova Iri o favorendo il polo bancario "amico", ad assicurarsi il controllo di Telecom, ma addirittura una beffa vedere passare la compagnia in mani americane. Sarebbe la fine della ricreazione anche per i Sindacati.
Sarebbero questi oggi a Palazzo Chigi i «buoni a nulla»? I radicali hanno il difetto, nei momenti in cui ci sono poche idee e non si è particolarmente lucidi, di rimanere ingabbiati per mesi negli slogan felici di Pannella. Un esempio emblematico di queste settimane è la felice espressione escogitata da Pannella del «capace di tutto» (Berlusconi) e dei «buoni a nulla» (L'Unione), per giustificare l'alternanza di questi ultimi al primo alla guida del paese. Un'espressione che fotografava un momento, l'ultima fase del Governo Berlusconi e la campagna elettorale, ma che utilizzare ancora oggi, che al Governo c'è Prodi, non ha più senso. Sia perché rischia di dover essere capovolta, come purtroppo sembrano suggerire le cronache e i retrocena politici, sia perché ormai con troppa disinvoltura viene utilizzata come passepartout in casa radicale per dire tutto e il contrario di tutto e in particolare come alibi da opporre a ogni critica di inadeguatezza del proprio stare al governo.
Una riunione di cui l'Esecutivo lamenta di essere stato informato soltanto nel pomeriggio di ieri. E allora? Non è Telecom un'impresa privata? Minacciosa la reazione del Governo, di cui sono noti i disegni (ricordate il "dossier Rovati"?) per mettere le mani su Telecom per interposta persona della Cassa Depositi e Prestiti o dei banchieri "amici" del presidente del Consiglio. «Grandissima preoccupazione» ha espresso il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni. «Il governo seguirà con grande attenzione l'evolversi della situazione», dichiara sibillina una nota. Già, probabilmente per sabotarla, quella situazione.
Dietro i proclamati propositi di tutelare l'"italianità" di banche e compagnie giudicate "strategiche" per la nostra economia e per gli interessi del paese, soprattutto quelle che gestiscono reti - energia e telecomunicazioni - si nasconde in realtà la lunga mano di un governo ispirato dal becero statalismo prodiano stile Iri. Sarebbe un danno per Prodi non riuscire, tramite la sua nuova Iri o favorendo il polo bancario "amico", ad assicurarsi il controllo di Telecom, ma addirittura una beffa vedere passare la compagnia in mani americane. Sarebbe la fine della ricreazione anche per i Sindacati.
Sarebbero questi oggi a Palazzo Chigi i «buoni a nulla»? I radicali hanno il difetto, nei momenti in cui ci sono poche idee e non si è particolarmente lucidi, di rimanere ingabbiati per mesi negli slogan felici di Pannella. Un esempio emblematico di queste settimane è la felice espressione escogitata da Pannella del «capace di tutto» (Berlusconi) e dei «buoni a nulla» (L'Unione), per giustificare l'alternanza di questi ultimi al primo alla guida del paese. Un'espressione che fotografava un momento, l'ultima fase del Governo Berlusconi e la campagna elettorale, ma che utilizzare ancora oggi, che al Governo c'è Prodi, non ha più senso. Sia perché rischia di dover essere capovolta, come purtroppo sembrano suggerire le cronache e i retrocena politici, sia perché ormai con troppa disinvoltura viene utilizzata come passepartout in casa radicale per dire tutto e il contrario di tutto e in particolare come alibi da opporre a ogni critica di inadeguatezza del proprio stare al governo.
Thursday, March 15, 2007
Bipolarismo bancario
Imprescindibile intervista a Capezzone per capire gli intrecci politica-banche-imprese che oggi vengono a galla sulla vicenda Telecom. Tra «bileaderismo politico e bipolarismo bancario che si sorreggono reciprocamente» e «pax - anzi pacs - Prodi-Berlusconi».
Dopo quella delle banche, scrive intanto Alberto Mingardi, si apre «la stagione dell'italianità dei telefoni». Ma «le altre compagnie telefoniche che non alzano bandiera tricolore, da Wind a Vodafone, trattano peggio i loro clienti di quanto abbia fatto la Telecom pirelliana? Praticano prezzi più alti o forniscono un servizio peggiore? Non sembra. Se così fosse, i consumatori guarderebbero altrove. Fra l'altro, le offerte pubblicitarie continuano ad essere scritte in buon italiano».
Dopo quella delle banche, scrive intanto Alberto Mingardi, si apre «la stagione dell'italianità dei telefoni». Ma «le altre compagnie telefoniche che non alzano bandiera tricolore, da Wind a Vodafone, trattano peggio i loro clienti di quanto abbia fatto la Telecom pirelliana? Praticano prezzi più alti o forniscono un servizio peggiore? Non sembra. Se così fosse, i consumatori guarderebbero altrove. Fra l'altro, le offerte pubblicitarie continuano ad essere scritte in buon italiano».
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