Il dibattito sul merito della legge Pecorella, con tutti i suoi errori, e sui punti contestati da Ciampi, è interessante, ma non dobbiamo perdere di vista il nodo politico. Se Ciampi, nella sua lettera alle Camere, si fosse limitato a individuare errori e contraddizioni, sarei stato d'accordo con Phastidio. Ma non è stato così, e me l'aspettavo. Così ho azzardato e scritto il mio post prima di leggere le motivazioni del presidente, che poi avrebbero confermato le mie attese.
Il richiamo di Ciampi al principio costituzionale della parità tra le parti nel processo ha un solo significato: a "suo" avviso, ammesso cioè che non si sia limitato a sottoscrivere pedissequamente le obiezioni provenienti dal Csm e i pareri della Presidenza, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione è anticostituzionale, e rimane tale anche se la legge fosse scritta nel miglior modo possibile. Una volta sollevata la questione della parità tra le parti, tutto il resto è contorno. Era questo il passaggio che sono subito andato a cercare, di nient'altro m'importava, sulle agenzie che venerdì via via venivano battute.
A voler recepire le obiezioni di Ciampi bisognerebbe rinunciare all'inappellabilità delle sentenze di assoluzione, cioè ritirare la legge. Vogliamo questo, oppure vogliamo affermare il principio dell'«al di là di ogni ragionevole dubbio»? Un processo di appello che si apra dopo una sentenza di assoluzione in primo grado potrà mai portare a una condanna oltre ogni ragionevole dubbio? Può mai esserci dubbio più grande della sentenza di assoluzione di una corte? Un giudizio di colpevolezza che si formi sul medesimo merito, i medesimi fatti, le medesime prove, che hanno in primo grado portato a un'assoluzione, a cambiare sono solo i giudici, può essere formulato oltre il ragionevole dubbio posto lì, come un macigno, dalla prima sentenza? E se la sentenza di assoluzione fosse, in appello, riformata in condanna, non saremmo forse dinanzi a un pareggio? Non è forse questo il motivo per cui attualmente la Cassazione già funziona da spareggio, come un terzo grado di giudizio nel merito? Ecco, con il suo rinvio Ciampi ha detto che l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione è incompatibile con la nostra costituzione. Vi pare?
Chi tace acconsente? Sono sorpreso e un po' deluso che nessun esponente della Rosa nel Pugno, né alcun leader radicale, sebbene capisca che in questi giorni si giochino partite decisive, si sia espresso sul rinvio alle Camere della legge Pecorella. Eppure, fu detto solo un mese fa, l'iniziativa per l'amnistia e la marcia di Natale non volevano essere solo richieste di clemenza, ma proposte di buon governo e di riforma della giustizia (Marcia per l'amnistia, la giustizia, la libertà). Né in particolare le associazioni più interessate, Nessuno Tocchi Caino e Detenuto Ignoto, hanno commentato. Non credo possano sfuggire in questo modo gli effetti di buon governo, di amnistia di fatto, di alleggerimento del carico di lavoro delle procure, che la riforma dell'appello può determinare. Saranno migliaia i processi d'appello che si trascinano da anni nel tentativo dei pm di sovvertire sentenze di assoluzione in primo grado. Quanti poveretti si trovano in questo tritacarne?
La Rosa nel Pugno tace. Ma a prescindere dal merito mi pare assurdo che ci si sia improvvisamente scordati della giustizia nel momento in cui si approva, e il presidente Ciampi rinvia alle Camere, una riforma così importante. A favore o contro, ma un commento doveva pure esserci. Accantonata l'amnistia forse la giustizia nel nostro paese ha finito di essere una questione sociale?
Sunday, January 22, 2006
«Scuola pubblica, dunque privata»
Scrive Oscar Giannino su il Riformista:
«Tra i grandi meriti di Tony Blair, c'è quello di continuare con la sua brillante ministro per l'educazione Ruth Kelly una campagna di verità a favore delle scuole pubbliche ma di proprietà e gestione privata, capaci di portare concorrenza al sistema pubblico di proprietà e gestione innalzandone standard e con efficienza infinitamente maggiore (...) il mito della scuola pubblica-pubblica è duro a morire nel Labour come in tutte le vecchie sinistre, perché la scuola pubblica-privata evoca il fantasma del mercato e del famigerato profitto. Una modesta proposta allora per il centrosinistra italiano, ma in fondo anche per il centrodestra. Guardiamo alla Svezia, tanto decantata dagli statalisti nostrani. E' l'unico grande paese europeo ad aver varato nel 1992 una riforma che ha introdotto il principio generale del voucher alle famiglie. Se una scuola privata risponde ai requisiti di qualità formativa dell'Agenzia nazionale per l'educazione [è dunque in questa sede che vanno affrontate le questioni delicate attinenti alle scuole confessionali], le famiglie possono girarle il voucher che equivale al costo medio per il contribuente di una scuola pubblica-pubblica di analogo tipo. Sono ammessi istituti religiosi e no, a scopo di lucro come no. Da meno dell'1% sul totale dell'offerta formativa 13 anni fa, oggi gli istituti privati-pubblici sono saliti all'11%. I loro iscritti hanno risultati migliori negli studi, e gli istituti sono insediati soprattutto dove le scuole pubbliche-pubbliche offrivano servizi e rendimenti peggiori. Risultati del tutto analoghi sono quelli vantati dalle simili Charter Schools introdotte anni fa a Chicago, per combattere il degrado che era divenuto intollerabile dell'istruzione pubblica-pubblica. Sono i più poveri a emergere meglio che nelle scuole disastrate di Stato, i bilanci pubblici sono sgravati dei dipendenti, e alla fine anche le scuole solo pubbliche sono costrette a migliorare, se non vogliono chiudere i battenti. Che cosa c'è di destra, in questo programma?»
«... il voucher che equivale al costo medio per il contribuente di una scuola pubblica-pubblica». E' un passaggio importante perché ci permette di superare l'obiezione del «senza oneri per lo stato», condizione che la costituzione pone nel riconoscere a enti e privati il diritto di istituire scuole e università. Supponiamo infatti che il costo medio annuo per alunno sia, per le scuole pubbliche, mantenute dallo Stato, cioè dai contribuenti, corrispondente alla cifra X (valore dell'edilizia scolastica, costi del personale e di gestione). Lo Stato deve garantire a tutti i ragazzi un posto sui banchi della scuola pubblica, sostenendo un costo che abbiamo calcolato in X. Ma per ciascuno che si iscrive a istituti privati lo Stato non spende il relativo costo medio X. Dunque, non è corretto parlare di «oneri» per lo Stato fin quando il valore del voucher non superi X-1.
«Tra i grandi meriti di Tony Blair, c'è quello di continuare con la sua brillante ministro per l'educazione Ruth Kelly una campagna di verità a favore delle scuole pubbliche ma di proprietà e gestione privata, capaci di portare concorrenza al sistema pubblico di proprietà e gestione innalzandone standard e con efficienza infinitamente maggiore (...) il mito della scuola pubblica-pubblica è duro a morire nel Labour come in tutte le vecchie sinistre, perché la scuola pubblica-privata evoca il fantasma del mercato e del famigerato profitto. Una modesta proposta allora per il centrosinistra italiano, ma in fondo anche per il centrodestra. Guardiamo alla Svezia, tanto decantata dagli statalisti nostrani. E' l'unico grande paese europeo ad aver varato nel 1992 una riforma che ha introdotto il principio generale del voucher alle famiglie. Se una scuola privata risponde ai requisiti di qualità formativa dell'Agenzia nazionale per l'educazione [è dunque in questa sede che vanno affrontate le questioni delicate attinenti alle scuole confessionali], le famiglie possono girarle il voucher che equivale al costo medio per il contribuente di una scuola pubblica-pubblica di analogo tipo. Sono ammessi istituti religiosi e no, a scopo di lucro come no. Da meno dell'1% sul totale dell'offerta formativa 13 anni fa, oggi gli istituti privati-pubblici sono saliti all'11%. I loro iscritti hanno risultati migliori negli studi, e gli istituti sono insediati soprattutto dove le scuole pubbliche-pubbliche offrivano servizi e rendimenti peggiori. Risultati del tutto analoghi sono quelli vantati dalle simili Charter Schools introdotte anni fa a Chicago, per combattere il degrado che era divenuto intollerabile dell'istruzione pubblica-pubblica. Sono i più poveri a emergere meglio che nelle scuole disastrate di Stato, i bilanci pubblici sono sgravati dei dipendenti, e alla fine anche le scuole solo pubbliche sono costrette a migliorare, se non vogliono chiudere i battenti. Che cosa c'è di destra, in questo programma?»
«... il voucher che equivale al costo medio per il contribuente di una scuola pubblica-pubblica». E' un passaggio importante perché ci permette di superare l'obiezione del «senza oneri per lo stato», condizione che la costituzione pone nel riconoscere a enti e privati il diritto di istituire scuole e università. Supponiamo infatti che il costo medio annuo per alunno sia, per le scuole pubbliche, mantenute dallo Stato, cioè dai contribuenti, corrispondente alla cifra X (valore dell'edilizia scolastica, costi del personale e di gestione). Lo Stato deve garantire a tutti i ragazzi un posto sui banchi della scuola pubblica, sostenendo un costo che abbiamo calcolato in X. Ma per ciascuno che si iscrive a istituti privati lo Stato non spende il relativo costo medio X. Dunque, non è corretto parlare di «oneri» per lo Stato fin quando il valore del voucher non superi X-1.
Saturday, January 21, 2006
Presunti colpevoli
Oggi su il Riformista:
L'unica buona
Caro direttore, il rinvio alle Camere, da parte di Ciampi, della legge sull'inappellabilità delle sentenze di assoluzione mi lascia molto perplesso. L'attuale Parlamento, prossima la chiusura della legislatura, non potrà riesaminare la legge. Tra tante leggi discutibili eppure firmate, guarda caso l'unica importante riforma - liberale - della giustizia di questi cinque anni viene rinviata, ma in realtà probabilmente accantonata del tutto se l'Unione, come pare, vincerà le elezioni. In questo caso il presidente, sempre così cauto e discreto, ha esercitato un vero e proprio potere di veto. In questo settennato ho visto aumentare a dismisura l'influenza della “presidenza” della Repubblica sul presidente. Sul caso Sofri Ciampi si è fatto sfilare di mano il potere di grazia, accettando i consigli a demandare alla Corte costituzionale la risoluzione di un conflitto inesistente anziché firmare l'atto e lasciare che fosse il ministro Castelli, casomai, a impugnarlo. L'esito è che la Corte non deciderà prima di giugno. Non possiamo escludere che sulla decisione di oggi abbiano pesato, tramite la "presidenza", pressioni dei vertici della magistratura, del Csm. S'impone una riflessione sui poteri del presidente della Repubblica e sul ruolo dei suoi uffici, un'alta burocrazia inamovibile che tende a muoversi come un soggetto d'indirizzo politico.
L'unica buona
Caro direttore, il rinvio alle Camere, da parte di Ciampi, della legge sull'inappellabilità delle sentenze di assoluzione mi lascia molto perplesso. L'attuale Parlamento, prossima la chiusura della legislatura, non potrà riesaminare la legge. Tra tante leggi discutibili eppure firmate, guarda caso l'unica importante riforma - liberale - della giustizia di questi cinque anni viene rinviata, ma in realtà probabilmente accantonata del tutto se l'Unione, come pare, vincerà le elezioni. In questo caso il presidente, sempre così cauto e discreto, ha esercitato un vero e proprio potere di veto. In questo settennato ho visto aumentare a dismisura l'influenza della “presidenza” della Repubblica sul presidente. Sul caso Sofri Ciampi si è fatto sfilare di mano il potere di grazia, accettando i consigli a demandare alla Corte costituzionale la risoluzione di un conflitto inesistente anziché firmare l'atto e lasciare che fosse il ministro Castelli, casomai, a impugnarlo. L'esito è che la Corte non deciderà prima di giugno. Non possiamo escludere che sulla decisione di oggi abbiano pesato, tramite la "presidenza", pressioni dei vertici della magistratura, del Csm. S'impone una riflessione sui poteri del presidente della Repubblica e sul ruolo dei suoi uffici, un'alta burocrazia inamovibile che tende a muoversi come un soggetto d'indirizzo politico.
Corsa contro il tempo sulla questione iraniana
«Ci sono due conti alla rovescia in corso a Teheran: uno, molto veloce, è quello della bomba; l'altro, molto lento, è quello della rivoluzione democratica. Il dilemma è semplice: quali politiche adottare per rallentare il primo e accelerare il secondo, di modo che l'Iran arrivi al rovesciamento del suo regime, prima che il regime arrivi a produrre la bomba?»
Prosegue oggi, con un suo nuovo articolo, la collaborazione di Emanuele Ottolenghi con il Riformista, dopo l'uscita di corsa dal Foglio. Le tesi, anticipate sul sito, promettono di essere brillanti almeno quanto quelle sull'«errore del neo-con che si fa teo-con». La questione iraniana non è il nucleare in sé, ma la rivoluzione democratica, il rovesciamento della mullahcrazia.
SEGUE
Prosegue oggi, con un suo nuovo articolo, la collaborazione di Emanuele Ottolenghi con il Riformista, dopo l'uscita di corsa dal Foglio. Le tesi, anticipate sul sito, promettono di essere brillanti almeno quanto quelle sull'«errore del neo-con che si fa teo-con». La questione iraniana non è il nucleare in sé, ma la rivoluzione democratica, il rovesciamento della mullahcrazia.
SEGUE
Friday, January 20, 2006
Non firma né grazie né riforme. Ciampi ha le mani legate
Esercitato un potere di veto. Incredibile prevaricazione sul Parlamento
Il presidente Ciampi ha rinviato alle Camere la legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di assoluzione, sulla quale mi ero espresso in questo articolo per Notizie Radicali. L'attuale Parlamento, prossimo alla chiusura della legislatura, non potrà riapprovare la legge e questo getta inevitabilmente una luce sinistra sui reali motivi che hanno portato a questa decisione. In questo caso il presidente, apparentemente sempre così cauto e discreto, ha esercitato un vero e proprio potere di veto, assoluto, di cui forse non è costituzionalmente investito.
Tra tante leggi discutibili eppure firmate dal presidente, guarda caso l'unica importante riforma della giustizia di questi cinque anni viene rinviata alle Camere, ma in realtà probabilmente del tutto tolta di mezzo se l'Unione, come pare, è destinata a vincere le elezioni. Una manovra per colpire forse l'unica riforma liberale di questa maggioranza, impoverendo quindi l'operato del governo, prossimo a rendere conto davanti agli elettori. Ma soprattutto una manovra i cui mandanti vanno probabilmente ricercati nella magistratura. Tramite i suoi servi alla Presidenza della Repubblica, il partito dei giudici prevarica il Parlamento eletto dal popolo.
A questo punto, dopo l'esperienza fallimentare di un settennato in cui Ciampi, succube della sua Presidenza, si è fatto sfilare di mano il potere di grazia, ha abusato del potere di esternazione intervenendo spesso nel dibattito politico, e ha fatto un uso arbitrario, ma soprattutto non in piena autonomia, del potere di rinvio delle leggi, trasformandolo persino in un veto, occorre aprire un dibattito su una riforma costituzionale della presidenza della Repubblica. Penso ai temi dell'elezione diretta, o del potere di rinvio delle leggi, dei limiti di età, del ruolo degli uffici, un'alta burocrazia intoccabile ed eterodiretta da poteri esterni che tende a nuoversi come un soggetto d'indirizzo politico.
Il presidente del Consiglio, per difendere i poteri costituzionali del Parlamento e del Governo, dovrebbe subito ordinare ai servizi segreti di intercettare le comunicazioni tra membri del Csm, leader dell'Anm, loro referenti parlamentari e Presidenza della Repubblica.
«Per fortuna, la magistratura ha un Presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi», è il commento del primo presidente della Corte di Cassazione, Nicola Marvulli. «Motivo di viva soddisfazione, visto il parere assai critico, anche sotto il profilo della conformità alla Costituzione, che il Csm aveva espresso sulla nuova normativa», dichiara il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Virginio Rognoni.
Pare che al vecchio Ciampi, circondato, abbiano anche preso il portafogli.
UPDATE ore 20,08 (a parziale risposta dei commenti): Ciampi non si limita, come in altri casi, a individuare delle contraddizioni, che forse vi sono, e a indicare delle correzioni, ma boccia la legge nella sua ratio, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione, avanzando proprio le obiezioni, relative al principio della parità delle parti e alle funzioni della Cassazione, più contestate. Principio che a mio avviso, e ad avviso di molti giuristi, e non ultima dell'Unione Camere Penali, non viene assolutamente leso, per i motivi che ho cercato di spiegare in questo articolo.
Senza nessuna accortezza il testo della lettera alle Camere sembra scritto sotto la dettatura del presidente del Csm, del quale vengono accolte, nei minimi particolari, tutte le obiezioni. Ripeto: al di là di incongruenze e contraddizioni presenti nella legge, questo rinvio nega la possibilità stessa per il legislatore di deliberare l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione. E ciò mi pare un'inaccettabile limite ai poteri costituzionali del Parlamento.
Non fatevi ingannare è la reazione di una casta.
Il presidente Ciampi ha rinviato alle Camere la legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di assoluzione, sulla quale mi ero espresso in questo articolo per Notizie Radicali. L'attuale Parlamento, prossimo alla chiusura della legislatura, non potrà riapprovare la legge e questo getta inevitabilmente una luce sinistra sui reali motivi che hanno portato a questa decisione. In questo caso il presidente, apparentemente sempre così cauto e discreto, ha esercitato un vero e proprio potere di veto, assoluto, di cui forse non è costituzionalmente investito.
Tra tante leggi discutibili eppure firmate dal presidente, guarda caso l'unica importante riforma della giustizia di questi cinque anni viene rinviata alle Camere, ma in realtà probabilmente del tutto tolta di mezzo se l'Unione, come pare, è destinata a vincere le elezioni. Una manovra per colpire forse l'unica riforma liberale di questa maggioranza, impoverendo quindi l'operato del governo, prossimo a rendere conto davanti agli elettori. Ma soprattutto una manovra i cui mandanti vanno probabilmente ricercati nella magistratura. Tramite i suoi servi alla Presidenza della Repubblica, il partito dei giudici prevarica il Parlamento eletto dal popolo.
A questo punto, dopo l'esperienza fallimentare di un settennato in cui Ciampi, succube della sua Presidenza, si è fatto sfilare di mano il potere di grazia, ha abusato del potere di esternazione intervenendo spesso nel dibattito politico, e ha fatto un uso arbitrario, ma soprattutto non in piena autonomia, del potere di rinvio delle leggi, trasformandolo persino in un veto, occorre aprire un dibattito su una riforma costituzionale della presidenza della Repubblica. Penso ai temi dell'elezione diretta, o del potere di rinvio delle leggi, dei limiti di età, del ruolo degli uffici, un'alta burocrazia intoccabile ed eterodiretta da poteri esterni che tende a nuoversi come un soggetto d'indirizzo politico.
Il presidente del Consiglio, per difendere i poteri costituzionali del Parlamento e del Governo, dovrebbe subito ordinare ai servizi segreti di intercettare le comunicazioni tra membri del Csm, leader dell'Anm, loro referenti parlamentari e Presidenza della Repubblica.
«Per fortuna, la magistratura ha un Presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi», è il commento del primo presidente della Corte di Cassazione, Nicola Marvulli. «Motivo di viva soddisfazione, visto il parere assai critico, anche sotto il profilo della conformità alla Costituzione, che il Csm aveva espresso sulla nuova normativa», dichiara il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Virginio Rognoni.
Pare che al vecchio Ciampi, circondato, abbiano anche preso il portafogli.
UPDATE ore 20,08 (a parziale risposta dei commenti): Ciampi non si limita, come in altri casi, a individuare delle contraddizioni, che forse vi sono, e a indicare delle correzioni, ma boccia la legge nella sua ratio, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione, avanzando proprio le obiezioni, relative al principio della parità delle parti e alle funzioni della Cassazione, più contestate. Principio che a mio avviso, e ad avviso di molti giuristi, e non ultima dell'Unione Camere Penali, non viene assolutamente leso, per i motivi che ho cercato di spiegare in questo articolo.
Senza nessuna accortezza il testo della lettera alle Camere sembra scritto sotto la dettatura del presidente del Csm, del quale vengono accolte, nei minimi particolari, tutte le obiezioni. Ripeto: al di là di incongruenze e contraddizioni presenti nella legge, questo rinvio nega la possibilità stessa per il legislatore di deliberare l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione. E ciò mi pare un'inaccettabile limite ai poteri costituzionali del Parlamento.
Non fatevi ingannare è la reazione di una casta.
Pacs tra liberali e conservatori
Ha una qualche fondatezza, dal punto di vista di un approccio liberale, persino dai contorni libertari, la critica mossa ai Pacs da Marco Respinti, sabato scorso su L'Indipendente. Per questo mi sembra utile prenderla in esame.«Perché mai lo Stato italiano dovrebbe infatti riconoscere per legge una libera unione di fatto, cioè un'associazione privata, in virtù del fatto di essere essa fondata sui particolari gusti sessuali di alcuni suoi cittadini? Perché lo Stato italiano dovrebbe riconoscere per legge una qualunque libera unione di fatto, cioè un'associazione privata, fondata su questa o quella particolare e individuale scelta, orientamento o idea professata da alcuni dei suoi cittadini? La legislazione di uno Stato giusto ha solo il dovere di tutelare i propri cittadini nell'esercizio di un loro fondamentale diritto: quello di associarsi privatamente fra loro in libertà. Se questa libertà di associazione privata fra cittadini non viola la legge esistente, e se rispetta il diritto naturale e non lede la libertà altrui, non c'è alcun bisogno che lo Stato entri nel merito di essa. Anzi, ogni azione dello Stato in questo senso diverrebbe subito ingerenza e si farebbe immediatamente discrimintoria».
Corretto in teoria, strumentale in pratica.
Calandoci per un istante, per assurdo, in una utopica società libertaria, dove i cittadini godessero del libero mercato dei beni e dei valori, e di piena libertà contrattuale, e in cui ci trovassimo di fronte a un'infinità di unioni, sia religiose che laiche, il suo ragionamento non farebbe una piega. La gestione dei beni, dell'eredità e quant'altro sarebbe stabilita dalle parti contraenti, in un patto volontario fra adulti e consenzienti che basterebbe far valere anche nei confronti di terzi. Non essendoci alcuna politica dello Stato, di riconoscimento, di sostegno, o di repressione, di alcuni tipi di unioni rispetto ad altre, non vi sarebbero motivi di conflitto.
Per Respinti dunque un'eventuale legiferazione a favore dei Pacs sarebbe la rottura di questo idilliaco stato di natura libertario, una indebita ingerenza e discriminazione da parte dello Stato. Non possiamo però non osservare che ragionando a questo modo si dovrebbe convenire che il primo atto di ingerenza e discriminazione intervenuto a corrompere lo stato di natura libertario presupposto dai quesiti di Respinti è il riconoscimento costituzionale, e le sue applicazioni legislative, della famiglia tradizionale come forma privilegiata dallo Stato. Forme di ingerenza e discriminazione sono tutte le politiche a sostegno di quella formazione sociale e non di altre.
Dunque, per assurdo, da liberale a tinte libertarie sarei per rimuovere le attuali forme di privilegio statale per alcune formazioni sociali e quindi per non introdurne di nuove. Alla fine della fiera, tra matrimoni e Pacs, a pagare le spese delle libere scelte di vita altrui è sempre l'individuo. Insomma, o a ciascuna formazione sociale si riconosce pubblicamente il proprio ruolo nella società, o a nessuna. Non si può, solo ora che si parla di Pacs, invocare la non ingerenza dello Stato e la libertà contrattuale come fa Respinti.
In generale sono portato a pensare che una politica di intervento attivo nel riconoscere e sostenere le formazioni sociali da parte dello Stato sia fonte più di danni che di benefici, in termini di benessere della comunità e di libertà individuali. Gran parte del problema deriva da un welfare che concede privilegi ad alcuni gruppi di persone: le coppie di fatto sono discriminate perché quelle sposate ricevono sussidi. Se ottenessero simili tutele, altre forme famigliari si potrebbero fare avanti e così via. Su quale base si potrebbero discriminare? Una concezione assistenziale del welfare, rivolto alle categorie e non ai singoli individui in difficoltà, finisce per creare conflitti anziché risolverli.
Con ciò non intendo sminuire l'importanza delle formazioni sociali. La nostra Costituzione le incoraggia, ispirandosi alla teoria liberale classica che vede proprio nei corpi intermedi della società, e soprattutto nella loro prima cellula, i limiti più efficaci al potere dello Stato. L'art. 2 dichiara che vanno riconosciute tutte quelle «formazioni sociali in cui un individuo realizza la propria personalità». I cittadini hanno diritto a veder sancita la rilevanza pubblica e giuridicamente cogente dei loro rapporti di amore e solidarietà, verso i quali si sentono responsabili e attraverso i quali esercitano il loro diritto alla autonoma ricerca della felicità.
Però i conservatori si devono decidere. Asseriscono che con il matrimonio, rispetto alla semplice convivenza, i coniugi contraggono un impegno più profondo l'uno nei confronti dell'altro ed entrambi nei confronti della società? Sono convinti davvero che il matrimonio offra un porto sicuro in mezzo al mare delle caotiche relazioni interpersonali in cui la nostra vita è immersa; che garantisca una certa stabilità emotiva, una certa sicurezza economica, e la crescita delle nuove generazioni? Non è forse per questo che il legislatore premia la famiglia fondata sul matrimonio? Spero sia questo, e non per puro intento discriminatorio nei confronti delle altre forme di relazioni umane. Ma allora, se è così, se la famiglia tradizionale riceve dallo Stato riconoscimento e sostegno per la sua funzione sociale, non si potrà negare che anche altre formazioni sociali svolgano una loro funzione, certo diversa, ma degna di riconoscimento e tutele.
Per esempio, com'è possibile che proprio i conservatori, che da sempre criticano il disordine e la promiscuità della vita sentimentale degli omosessuali, o anche degli eterosessuali del giorno d'oggi, si oppongano ai Pacs? Se è vero che lo Stato premia il matrimonio per la sua funzione di coesione sociale, allora più il patto civile di solidarietà che il legislatore vorrà istituire si avvicinerà allo status di "piccolo matrimonio", maggiore sarà la sua rilevanza pubblica e la sua funzione di stabilità sociale. La domanda dei Pacs è in realtà un successo dei valori tradizionali.
Vincolando a una collaudata formazione sociale il desiderio di stabilità delle coppie omosessuali, il matrimonio, o un'unione, o un "patto" che più gli si avvicina, offrono agli omosessuali quel riconoscimento sociale e quei benefici da cui sono esclusi, e al giovane omosessuale una prospettiva di equilibrio personale che oggi non conosce. A tutto vantaggio della coesione sociale. Se la persecuzione dei gay non è più un'opzione nelle nostre società civili, i conservatori dovrebbero liberarsi dell'ossessione del "diverso" e rallegrarsi del desiderio sempre più vivo negli omosessuali di aderire ai valori tradizionali piuttosto che combatterli. Il matrimonio, sia etero che omosessuale, è conservatore per definizione. Dato che i rapporti gay esisteranno sempre, a quale funzione sociale pensa il legislatore che decida di mantenere queste relazioni nell'insicurezza, senza sbocchi, prive di un progetto comune? Il giornalista conservatore Andrew Sullivan si poneva queste domande nel lontano 1989.
Thursday, January 19, 2006
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire...
Mario, almeno da parte mia, nessuna aggressione personale (non posso garantire per i 600). Dico solo che secondo me hai scritto almeno due cazzate. Posso, con franchezza? Premessa: sia chiaro, io mi ritengo un blog di sinistra, liberale e riformatore. Il tuo, semmai, è un blog che ritengo alla mia destra, ma molto, molto più a destra, quasi dietro l'angolo.
Primo. "Bloggare è di sinistra". Soltanto provare a sostenere una tesi del genere è ridicolo.
Secondo. TocqueVille in crisi sulla libertà d'espressione? Dico, ma scherziamo? Questo dimostra che proprio non hai capito, fattelo dire. Di tutte le critiche che possono essere mosse a TocqueVille su questa la difendo a spada tratta. Seicento blog aggregati, fra di essi c'è veramente di tutto, semmai troppo. In homepage sono segnalati quotidianamente decine e decine di post (anche fra di essi c'è di tutto). E' falso che siano stati espulsi dei blog non in linea. Solo uno lo è stato, ma per minacce documentate a un altro blog.
"Insindacabilmente" è la pietra dello scandalo. Bell'ipocrisia, davvero: sei in grado di assicurarmi che se invio un articolo domani a Europa o a Repubblica questo verrà "aggregato"? O piuttosto la sua pubblicazione è a "insindacabile" giudizio di quelle redazioni? Attaccarsi a un avverbio così ovvio è davvero scorretto. La libertà d'espressione consiste nel fatto che tutti possano aprire un blog e che ognuno possa fondare il proprio giornale, non che un'impresa editoriale debba dare spazio a tutte le posizioni. Cosa dovremmo dire di Blogosfere allora? Altro che "insindacabile". Prima di farti aprire un blog ti chiedono "chi sei" e "cosa vuoi farci". E' una scelta, hanno un loro progetto editoriale, è legittimo, nessun attentato alla libertà d'espressione. E fanno anche un ottimo lavoro.
Così TocqueVille dovrebbe avere il suo e invece paradossalmente la accusi di esercitare un potere che non esercita, e pensa, è il suo principale problema. Liberali, conservatori, laici, credenti. Ok, ma anche teppa fascistoide, omofobici, secondini e quant'altro? Il "sistema" è fin troppo aperto, tanto che l'esperienza di questi primi mesi sta dimostrando che senza porre argini TV si connota sempre più come una destra retriva e bacchettona. Per tanti motivi "inerziali" di cui sarebbe lungo trattare. E' qui che rischia il fallimento.
La convivenza tra culture politiche forse inconciliabili è difficile. Forse impossibile. Si sta tentando. Ci si riesce? Di certo senza imporre alcuna linea editoriale. Forse però non una linea, ma dei "confini" editoriali ci vogliono. Ad oggi non c'è il minimo confine, libertà massima, e infatti ci sono le risse, ma ci sono anche dibattiti costruttivi tra tanti, tanti blog di qualità che tu, acciambellato su te stesso, non vedi o preferisci, per opportunismo, non vedere. Dei tuoi due articoli, di cattivo giornalismo, dovremmo discutere, ma finiamola qui.
UPDATE 15,21: Due post di critiche dure, ma strettamente nel merito e cosa mi becco da Mario Adinolfi? «jimmomo non merita risposte... quando chiederà scusa ne riparleremo». Bloggare è de' sinistra! Così, almeno, dicono.
UPDATE 17,24: Adinolfi ha pubblicato un mio post di replica ai suoi articoli sul suo blog. Qui.
Primo. "Bloggare è di sinistra". Soltanto provare a sostenere una tesi del genere è ridicolo.
Secondo. TocqueVille in crisi sulla libertà d'espressione? Dico, ma scherziamo? Questo dimostra che proprio non hai capito, fattelo dire. Di tutte le critiche che possono essere mosse a TocqueVille su questa la difendo a spada tratta. Seicento blog aggregati, fra di essi c'è veramente di tutto, semmai troppo. In homepage sono segnalati quotidianamente decine e decine di post (anche fra di essi c'è di tutto). E' falso che siano stati espulsi dei blog non in linea. Solo uno lo è stato, ma per minacce documentate a un altro blog.
"Insindacabilmente" è la pietra dello scandalo. Bell'ipocrisia, davvero: sei in grado di assicurarmi che se invio un articolo domani a Europa o a Repubblica questo verrà "aggregato"? O piuttosto la sua pubblicazione è a "insindacabile" giudizio di quelle redazioni? Attaccarsi a un avverbio così ovvio è davvero scorretto. La libertà d'espressione consiste nel fatto che tutti possano aprire un blog e che ognuno possa fondare il proprio giornale, non che un'impresa editoriale debba dare spazio a tutte le posizioni. Cosa dovremmo dire di Blogosfere allora? Altro che "insindacabile". Prima di farti aprire un blog ti chiedono "chi sei" e "cosa vuoi farci". E' una scelta, hanno un loro progetto editoriale, è legittimo, nessun attentato alla libertà d'espressione. E fanno anche un ottimo lavoro.
Così TocqueVille dovrebbe avere il suo e invece paradossalmente la accusi di esercitare un potere che non esercita, e pensa, è il suo principale problema. Liberali, conservatori, laici, credenti. Ok, ma anche teppa fascistoide, omofobici, secondini e quant'altro? Il "sistema" è fin troppo aperto, tanto che l'esperienza di questi primi mesi sta dimostrando che senza porre argini TV si connota sempre più come una destra retriva e bacchettona. Per tanti motivi "inerziali" di cui sarebbe lungo trattare. E' qui che rischia il fallimento.
La convivenza tra culture politiche forse inconciliabili è difficile. Forse impossibile. Si sta tentando. Ci si riesce? Di certo senza imporre alcuna linea editoriale. Forse però non una linea, ma dei "confini" editoriali ci vogliono. Ad oggi non c'è il minimo confine, libertà massima, e infatti ci sono le risse, ma ci sono anche dibattiti costruttivi tra tanti, tanti blog di qualità che tu, acciambellato su te stesso, non vedi o preferisci, per opportunismo, non vedere. Dei tuoi due articoli, di cattivo giornalismo, dovremmo discutere, ma finiamola qui.
UPDATE 15,21: Due post di critiche dure, ma strettamente nel merito e cosa mi becco da Mario Adinolfi? «jimmomo non merita risposte... quando chiederà scusa ne riparleremo». Bloggare è de' sinistra! Così, almeno, dicono.
UPDATE 17,24: Adinolfi ha pubblicato un mio post di replica ai suoi articoli sul suo blog. Qui.
Wednesday, January 18, 2006
Mario Adinolfi, il giocattolo non è tuo
«Il blog è di sinistra, può essere solo di sinistra», ha scritto Mario Adinolfi sul quotidiano della Margherita, Europa. Ovviamente bloggare non è né di destra né di sinistra, e semplicemente teorizzare che sia di destra o di sinistra è una bassa operazione di propaganda che s'inserisce in quel consunto pregiudizio di superiorità che proprio in questi giorni la sinistra dovrebbe imparare a lasciarsi alle spalle.
Il guaio è che Mario, mi permetto di darti del tu per i brevi momenti in cui ci siamo incontrati, tu credi di essere un'autorità in fatto di blog, ma la tua analisi del mondo dei blog, in termini semiologici e massmediologici, è estremamente rudimentale e superficiale. Non citi studi, ma pretendi di essere tu stesso lo studio. Per fare solo un esempio, sulla funzione del commento sbagli, non è la novità fondamentale del blog, non sta lì la libertà che offre. E' semmai un aspetto, ma può essere la sua negazione quando - spesso - le discussioni nei commenti si forumizzano.
Blog è libertà perché «sui blog il popolo parla», scrivi, ma questo è vero perché ciascuno può parlare col proprio blog, di cui è editore e autore al tempo stesso. Questa è la novità fondamentale del blog. L'aver dato anche ai più inesperti di pubblicazione di contenuti sul web uno strumento agile per essere al contempo editori e autori nella più completa libertà. Il commento è accessorio e i blog con i commenti - io sono tra questi - non sono più «veri» di quelli senza.
«La libertà - è la lezione che vorresti impartirci - è soprattutto la libertà altrui». Peccato che ricordiamo bene le tue posizioni in merito agli ultimi referendum. Non proprio all'insegna della «libertà altrui».
A prescindere dalle critiche, pure banalità e luoghi comuni, che muovi a TocqueVille, nel tuo primo articolo hai fatto semplicemente cattivo giornalismo, perché per accreditare la tua tesi di superiorità della sinistra, «bloggare è di sinistra», hai fatto finta di non conoscere - mentre la conosci bene e ci navighi - la foltissima blogosfera di orientamento liberale e conservatore. Che ha, esattamente come la blogosfera de' sinistra, le sue punte di qualità e i suoi baratri.
A TocqueVille si possono muovere - ovviamente - molte critiche. Di contenuti, di organizzazione, di qualità. Quello che si vuole, ma con i tuoi presupposti, strumentali alla tua bislacca tesi, caro Mario, non si può intavolare neanche una discussione seria. Affastelli cenni, non per forza privi d'interesse se non fosse che sei tu che per primo non ne hai interesse, non argomenti. Così, anche se i tuoi cenni avessero fondamento, non vale. Preso in fallo nell'articolo precedente hai liquidato TocqueVille con le prime ovvietà che sei riuscito a mettere una dietro l'altra in modo peraltro confuso e contraddittorio. Non possono essere meglio definite che «sociologismi da cortile». Non è certo nell'avverbio «insindacabilmente» che «annega l'idea di un blogging di destra che sia davvero liberale», ma sei così adagiato sui tuoi luoghi comuni che non sai neanche vedere le vere difficoltà di TocqueVille e discuterne. A presto.
Il guaio è che Mario, mi permetto di darti del tu per i brevi momenti in cui ci siamo incontrati, tu credi di essere un'autorità in fatto di blog, ma la tua analisi del mondo dei blog, in termini semiologici e massmediologici, è estremamente rudimentale e superficiale. Non citi studi, ma pretendi di essere tu stesso lo studio. Per fare solo un esempio, sulla funzione del commento sbagli, non è la novità fondamentale del blog, non sta lì la libertà che offre. E' semmai un aspetto, ma può essere la sua negazione quando - spesso - le discussioni nei commenti si forumizzano.
Blog è libertà perché «sui blog il popolo parla», scrivi, ma questo è vero perché ciascuno può parlare col proprio blog, di cui è editore e autore al tempo stesso. Questa è la novità fondamentale del blog. L'aver dato anche ai più inesperti di pubblicazione di contenuti sul web uno strumento agile per essere al contempo editori e autori nella più completa libertà. Il commento è accessorio e i blog con i commenti - io sono tra questi - non sono più «veri» di quelli senza.
«La libertà - è la lezione che vorresti impartirci - è soprattutto la libertà altrui». Peccato che ricordiamo bene le tue posizioni in merito agli ultimi referendum. Non proprio all'insegna della «libertà altrui».
A prescindere dalle critiche, pure banalità e luoghi comuni, che muovi a TocqueVille, nel tuo primo articolo hai fatto semplicemente cattivo giornalismo, perché per accreditare la tua tesi di superiorità della sinistra, «bloggare è di sinistra», hai fatto finta di non conoscere - mentre la conosci bene e ci navighi - la foltissima blogosfera di orientamento liberale e conservatore. Che ha, esattamente come la blogosfera de' sinistra, le sue punte di qualità e i suoi baratri.
A TocqueVille si possono muovere - ovviamente - molte critiche. Di contenuti, di organizzazione, di qualità. Quello che si vuole, ma con i tuoi presupposti, strumentali alla tua bislacca tesi, caro Mario, non si può intavolare neanche una discussione seria. Affastelli cenni, non per forza privi d'interesse se non fosse che sei tu che per primo non ne hai interesse, non argomenti. Così, anche se i tuoi cenni avessero fondamento, non vale. Preso in fallo nell'articolo precedente hai liquidato TocqueVille con le prime ovvietà che sei riuscito a mettere una dietro l'altra in modo peraltro confuso e contraddittorio. Non possono essere meglio definite che «sociologismi da cortile». Non è certo nell'avverbio «insindacabilmente» che «annega l'idea di un blogging di destra che sia davvero liberale», ma sei così adagiato sui tuoi luoghi comuni che non sai neanche vedere le vere difficoltà di TocqueVille e discuterne. A presto.
La Chiesa soffre la democrazia/2
«La Chiesa resta un alleato inaffidabile. Questo Papa combatterà il relativismo, non l'islamismo». Capirete l'immenso piacere di ritrovare le mie considerazioni - che la battaglia di Papa Ratzinger non può essere quella dei liberali - nell'ineccepibile e rigoroso articolo non di un pericoloso relativista, ma di Emanuele Ottolenghi, che il 21 dicembre scorso, tra l'altro, sanciva così il suo passaggio da Il Foglio, giornale caduto nell'«errore del neo-con che si fa teo-con», a il Riformista.«Occorre chiarire un equivoco del lessico politico attuale: i neocon e i tecon non sono la stessa cosa. La posizione neoconservatrice ha articolato politiche guidate da un forte ideale liberaldemocratico tese a contrastare il riaffacciarsi sulla scena politica internazionale di un'ideologia totalitaria quale l'islamismo. Per i neocon, la promozione della democrazia e degli ideali liberali va sostenuta non solo a casa propria ma anche altrove. (...) E non pochi tra i neocon hanno sostenuto l'importanza della religione come strumento di trasmissione di un sistema di valori che funga da baluardo contro il relativismo culturale. Non stupisce dunque che la visione neoconservatrice di un interventismo idealista a favore della democrazia sia stata abbracciata da molti europei, tra questi i teocon, promotori di un'alleanza tra conservatori filoatlantisti e la Chiesa: per i teocon la Chiesa cattolica è un alleato naturale nella lotta contro il relativismo culturale e secolarizzato di parte della sinistra, specie se esso si coniuga a pericolosi ammiccamenti nei confronti dell'islamismo.
Ed è qui che nasce l'equivoco. La Chiesa cattolica non è la stessa cosa delle chiese protestanti americane, né essa offre una lunga tradizione di dedizione ai principi liberali che fanno dell'America una democrazia liberale e al contempo una società religiosa dove le istituzioni religiose hanno una lunga storia di sostegno della separazione tra stato e chiesa. Tutt'altro. La Chiesa cattolica si è distinta in molti contesti di tirannia come contraltare di libertà, come fu il caso dell'Europa dell'est. Ma appena ritorna l'agognata libertà, la posizione della Chiesa torna a promuovere la propria egemonia spirituale sulla società. Il Vaticano potrà forse lottare contro la deriva relativista di parte dell'Europa. Ma il suo obbiettivo non è tanto la difesa dei valori occidentali (che sono anche laici) quanto una nuova cristianizzazione dell'Europa.
I teocon difendono a spada tratta le posizioni della Chiesa su temi morali quali l'aborto, la fecondazione artificiale e le cellule staminali, quasi che così facendo difendessero l'Occidente stesso dalla marea oscurantista islamista. Ma difficilmente si troverebbero, su quei temi, in disaccordo con gli islamismi. Il modello neocon invece non si spinge a tanto: sostiene certamente chi accetta la fede religiosa (quale forza positiva e buon antidoto contro il nichilismo che pervade oggi l'Occidente) ma rifiuta di sottomettersi alla sua lettura oppressiva, illiberale e prevaricatoria. (...) E anche se il Vaticano di oggi non è il Vaticano di Paolo IV, Pio IX o Pio XII, esso rimane un alleato inaffidabile nella lotta contro l'islamismo. Questo papa lotterà contro il relativismo forse, ma non a difesa della democrazia nella lotta contro l'islamismo: a giudicare dal silenzio della Chiesa sul tragico fato dei cristiani nelle terre dell'Islam, si limiterà a farlo in nome di un ritorno dell'Europa a quelle radici cristiane che i teocon, nel loro grande equivoco, ritengono essere la matrice originale del pensiero liberale occidentale. Si sbagliano, finendo coll'offrire sostegno acritico a molte posizioni del Vaticano che non hanno nulla di moderno, occidentale o liberaldemocratico...»
Da leggere tutto
1989-2006. Limbo post-comunista
Oggi su il Riformista:
Caro direttore, nel suo ultimo domenicale sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco dice proprio bene: «Dell'eventuale partito democratico facciano parte a pieno diritto anche gli "anticomunisti democratici", quei democratici che ai tempi della guerra fredda si opposero frontalmente al Pci (...) in nome e per conto della democrazia liberale. Solo un partito che veda con pari dignità e presenze ex comunisti e "anticomunisti democratici" porrebbe per sempre fine all’era del post-comunismo, chiuderebbe definitivamente le ferite e le fratture che vengono dal passato. E, probabilmente, farebbe anche lievitare, fra iscritti e simpatizzanti, una cultura politica più consona a una sinistra che si vuole liberal-riformatrice». Dimentica di scrivere che tra questi «anticomunisti democratici» ce n'era uno, Marco Pannella, che fin dal 1989 chiedeva ad Achille Occhetto di «dar vita al Partito Democratico, di stampo anglosassone, e per una riforma istituzionale di stesso segno», a fuggire la soluzione «socialdemocratica, del mondo del proporzionalismo, del partitismo, della parastatalizzazione e nazionalizzazione della società civile, dell'ideologismo, dei giacobinismi più o meno macchiavellici, eticizzanti, e quasi sempre antiliberali». Con i soliti vent’anni di anticipo ("matto" d'un liberale!) diceva, più o meno: se ha da essere Partito Democratico, per carità, non sia socialdemocratico, non sia cattocomunista! Se quell'antipatico, istrionico, situazionista che veniva dall'Ugi fosse stato ascoltato e non fosse stato sprezzantemente snobbato, forse i Ds non si troverebbero in quello che Panebianco chiama, e a ragione, il «limbo post-comunista». La Rosa nel Pugno ripresenta l'occasione: occorre dirlo ai Ds e occorre dirlo ai laici, ai socialisti, ai liberali che ancora vagano in un centrodestra che ha tradito ogni speranza di "rivoluzione liberale".
Federico Punzi
Luigi Castaldi
Direzione Radicali italiani
Caro direttore, nel suo ultimo domenicale sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco dice proprio bene: «Dell'eventuale partito democratico facciano parte a pieno diritto anche gli "anticomunisti democratici", quei democratici che ai tempi della guerra fredda si opposero frontalmente al Pci (...) in nome e per conto della democrazia liberale. Solo un partito che veda con pari dignità e presenze ex comunisti e "anticomunisti democratici" porrebbe per sempre fine all’era del post-comunismo, chiuderebbe definitivamente le ferite e le fratture che vengono dal passato. E, probabilmente, farebbe anche lievitare, fra iscritti e simpatizzanti, una cultura politica più consona a una sinistra che si vuole liberal-riformatrice». Dimentica di scrivere che tra questi «anticomunisti democratici» ce n'era uno, Marco Pannella, che fin dal 1989 chiedeva ad Achille Occhetto di «dar vita al Partito Democratico, di stampo anglosassone, e per una riforma istituzionale di stesso segno», a fuggire la soluzione «socialdemocratica, del mondo del proporzionalismo, del partitismo, della parastatalizzazione e nazionalizzazione della società civile, dell'ideologismo, dei giacobinismi più o meno macchiavellici, eticizzanti, e quasi sempre antiliberali». Con i soliti vent’anni di anticipo ("matto" d'un liberale!) diceva, più o meno: se ha da essere Partito Democratico, per carità, non sia socialdemocratico, non sia cattocomunista! Se quell'antipatico, istrionico, situazionista che veniva dall'Ugi fosse stato ascoltato e non fosse stato sprezzantemente snobbato, forse i Ds non si troverebbero in quello che Panebianco chiama, e a ragione, il «limbo post-comunista». La Rosa nel Pugno ripresenta l'occasione: occorre dirlo ai Ds e occorre dirlo ai laici, ai socialisti, ai liberali che ancora vagano in un centrodestra che ha tradito ogni speranza di "rivoluzione liberale".
Federico Punzi
Luigi Castaldi
Direzione Radicali italiani
Tuesday, January 17, 2006
La Chiesa soffre la democrazia
«Non ci sono istinti, anche sbagliati, che non possano essere ricondotti alla normalità... uno stile di vita può essere raddrizzato». In un'intervista di domenica a la Repubblica, Mons. Alfonso López Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, parla in questo modo dell'omosessualità. A sentir parlare di normalità e di raddrizzare già vengono i brividi, ma è un altro il passaggio dell'intervista sul quale vorrei soffermarmi.«La Chiesa soffre per queste proposte [i Pacs]. Per la prima volta nella storia di tutte le culture, tutte le religioni, tutte le etnie viene compromesso ciò che è sempre stato valido in ogni concezione di natura, filosofia e teologia: il matrimonio è l'unione di un uomo e una donna». E più sotto: «... Non si può confondere il gioco delle maggioranze con la democrazia».
Svolgimento. Questa frase rivela più di quanto a una semplice lettura possa apparire. Non si tratta della solita difesa del matrimonio tradizionale. Si dice per tutte le culture, tutte le religioni, tutte le etnie, per ogni concezione di natura, filosofia e teologia: il matrimonio è sempre quello. Dove è invece possibile mettere in discussione impunemente che il matrimonio sia l'unica forma della famiglia? Nei paesi democratici. Per quale sistema? La democrazia. Grazie a quale filosofia politica? Il liberalismo.
E' la frase che misura quel particolare relativismo che esprime la Chiesa cattolica. Sa bene, ogni gerarca ecclesiastico, che la Chiesa cattolica ha molto più in comune, può trovare molti più punti di contatto e terreni di dialogo con qualsiasi cultura, religione, etnia, con qualsiasi concezione di natura, filosofia e teologia che con quanto secernono i sistemi democratici. Dalla democrazia e dal liberalismo vi è una distanza irriducibile, incolmabile, data dal fatto che sottoponendo le decisioni al «gioco delle maggioranze» la tradizione finisce per perdere la sua autorità. Mantiene, al più, un'autorevolezza soggettivamente vissuta. E' qualcosa di realizzabile solo grazie, o per disgrazia, della democrazia. Quale più profondo relativismo che equiparare, come fa Papa Giovanni Paolo II nel suo ultimo libro pubblicato poco prima della morte, al nazismo e alla shoah i parlamenti democratici che legalizzano, per arginarlo, l'aborto?
Ecco quindi che persino con l'Islam radicale è, in linea teorica, qualora se ne presentasse l'occasione e se fossero un poco meno violenti, possibile accontonare le molte differenze per lavorare all'affermazione di valori comuni, ma mai è ipotizzabile affidarsi mani e piedi alla democrazia. La convivenza con essa e con le sue leggi è vissuta come ripiegamento tattico, nella consapevolezza che alla Chiesa è stato tolto il potere di imporsi con la forza e quindi, tutto sommato, la cornice democratica le conviene. Qui non si parla delle importanti e sincere esperienze del cattolicesimo liberale, o del senso religioso dei fedeli, ormai caratterizzato nei più da moderazione e liberalità, ma del pensiero prevalente nella "Chiesa ufficiale".
Per me, di educazione cattolica, è una scoperta abbastanza nuova. L'interruttore è scattato con la famosa omelia pro eligendo pontefice del Card. Ratzinger, quella del relativismo e del liberalismo «venti di dottrina» da combattere. A molti liberali l'interruttore non è scattato e anzi ritengono questo Pontefice un valido alleato nella guerra al fondamentalismo islamico.
Il piglio deciso - scrivevo in un articolo, "L'abbraccio di Ratzinger può rivelarsi mortale", dello scorso 18 maggio - con il quale riafferma le radici cristiane dell'Occidente, la determinazione con la quale combatte la sua battaglia al relativismo culturale - quel relativismo reo di indebolire la risposta ideologica delle nostre società all'aggressione del fondamentalismo islamico - sono gli aspetti della figura e del pensiero di Benedetto XVI che esercitano un forte appeal su alcuni politici e intellettuali liberali e laici. Che libertà e democrazia non siano sacrificabili in nome di una falsa stabilità e di una cinica realpolitik in politica estera, o in nome di un ingannevole "quieto vivere" nelle nostre società multiculturali, è solo una delle possibili declinazioni politiche del pressante appello ratzingeriano a non sacrificare a un male inteso spirito di tolleranza, a una modernità asettica dove tutto è relativo, l'identità e i valori su cui si fonda l'Occidente. Possiamo azzardare che possa essere proprio questo volto, in un certo senso "neocon", della battaglia ratzingeriana a sedurre alcuni liberali. Rischia però di essere una lettura ingenuamente "politica" del pontificato di Ratzinger.
Il tentativo di dialogo col mondo laico e liberale intrapreso quando era cardinale rischia di rivelarsi una vera e propria "trappola". La critica liberale a un certo relativismo, quello dello scettico a oltranza che ritenendo equivalente ogni opzione finisce per non agire, si fonda su ben altri valori e presupposti filosofici rispetto a quella ratzingeriana, che è critica al relativismo tout court. Depositaria di una verità definitiva, la critica ratzingeriana ha come esito l'anatema contro i molteplici frutti del pensiero moderno fondato sul dubbio e sullo spirito critico, sulla ricerca di un sapere fallibile e rivedibile, sulla libertà di coscienza. Per il pensiero moderno la verità va cercata, sottoposta a critica, e il suo superamento è lo scopo stesso della ricerca; per la Chiesa cattolica la verità è rivelata, fissata secula seculorum, e va solo annunciata. Chi la rifiuta si becca l'anatema di "relativista", non importa se si sia posto al di fuori di quella verità ma ne abbia abbracciate altre, perché agli occhi di chi sale al soglio di Pietro è come se si ponesse al di fuori di qualsiasi verità.
Per i liberali è la ragione, misura interna all'individuo, a rivelare a tutti gli uomini la "legge" di natura; per Papa Ratzinger Dio e la tradizione, autorità e misure esterne all'individuo, sono le fonti di verità definitive, socialmente condivise e conosciute tramite Santa Romana Chiesa.
Se i liberali hanno il dovere morale, l'obiettivo culturale e politico, di non disertare dall'affermazione di valori e principi, di resistere al cinismo della realpolitik, a una falsa tolleranza che è indifferenza, al nichilismo, essi non dovrebbero cedere alla tentazione di riempire con l'autorità della religione e della tradizione quelli che a ben vedere sono vuoti di elaborazione culturale e di comprensione laica della realtà, assenza di visione e progettualità politica. Ammesso e non concesso che dal riconoscimento delle radici cristiane possa partire il "risveglio" dell'Europa e dell'Occidente, che la battaglia ratzingeriana al relativismo possa rappresentare un'arma efficace contro politiche di cedimento di fronte alla minaccia islamista o di appeasement nei confronti della tirannia nel mondo, tutto ciò ha un prezzo.
Accettare che al relativismo culturale si oppongano non solo e non tanto principi irrinunciabili e non sacrificabili come la libertà e la democrazia, ma anche e soprattutto vecchi assolutismi che trovano nella fede e nella tradizione il loro fondamento. Accettare che nuovamente l'autorità religiosa rientri in modo prepotente nella nostra vita civile, con pesanti limitazioni delle libertà individuali e forti condizionamenti sui più controversi temi etici. Tutti compromessi che sono i sintomi, non il superamento, dell'attuale debolezza del pensiero laico e liberale di fronte alle nuove sfide culturali e politiche del XXI secolo.
Il paradosso è che aderendo alla battaglia culturale di Papa Ratzinger, i liberali finiscono col combattere una battaglia non loro, per di più dotandosi degli stessi strumenti del nemico islamista contro cui si vorrebbe "risvegliare" l'Occidente. La condanna senza appello dei "venti di dottrina" che indicherebbero la decadenza dell'occidente, il richiamo al rispetto di un ordine morale e sociale che fa capo a Dio minacciato anche dalle decisioni dei Parlamenti democratici, sono a ben vedere connotati fondamentali proprio dell'islam radicale al quale si vorrebbe opporre l'identità dell'Occidente.
Ricerca Eurispes: «scisma» tra chiesa reale e Chiesa ufficiale
Lo «scisma» non è più troppo sommerso
Gli italiani si definiscono per la stragrande maggioranza cattolici, ma praticanti uno su tre. Ritengono opportuno che la Chiesa si esprima sui temi etici, ma su molti di questi esprimono un'opinione dissonante e giudicano l'insegnamento cattolico inadeguato ai problemi della società di oggi. Può essere questa una chiave di lettura di una ricerca Eurispes sul rapporto tra gli italiani e la fede cattolica, tra adesione e disobbedienza. Il 68,7% dei cattolici è favorevole ai Pacs e il 58,7% alla fecondazione assistita; il 65,6% difende la legge sul divorzio e il 77,8% è contrario al divieto dell'eucarestia ai divorziati. Più controverso il tema dell'eutanasia, con il 38,1% dei cattolici favorevole e il 48,1% contrario. L'83,2% dei cattolici accetta l'interruzione di gravidanza se la vita della madre è in pericolo; il 72,9% in caso di gravi anomalie e malformazioni del feto, il 61,9% in caso di violenza sessuale. La percentuale, invece, cala se le motivazioni attengono alle condizioni economiche o alla volontà della madre di non avere figli (23% e 21,9%). Rispetto a tali motivazioni anche tra i non cattolici la percentuale si aggira intorno al 50%.
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Fonte: Ansa/RadioRadicale.it
Gli italiani si definiscono per la stragrande maggioranza cattolici, ma praticanti uno su tre. Ritengono opportuno che la Chiesa si esprima sui temi etici, ma su molti di questi esprimono un'opinione dissonante e giudicano l'insegnamento cattolico inadeguato ai problemi della società di oggi. Può essere questa una chiave di lettura di una ricerca Eurispes sul rapporto tra gli italiani e la fede cattolica, tra adesione e disobbedienza. Il 68,7% dei cattolici è favorevole ai Pacs e il 58,7% alla fecondazione assistita; il 65,6% difende la legge sul divorzio e il 77,8% è contrario al divieto dell'eucarestia ai divorziati. Più controverso il tema dell'eutanasia, con il 38,1% dei cattolici favorevole e il 48,1% contrario. L'83,2% dei cattolici accetta l'interruzione di gravidanza se la vita della madre è in pericolo; il 72,9% in caso di gravi anomalie e malformazioni del feto, il 61,9% in caso di violenza sessuale. La percentuale, invece, cala se le motivazioni attengono alle condizioni economiche o alla volontà della madre di non avere figli (23% e 21,9%). Rispetto a tali motivazioni anche tra i non cattolici la percentuale si aggira intorno al 50%.
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Fonte: Ansa/RadioRadicale.it
Monday, January 16, 2006
Potrò dire: io non c'ero
Meno male. Un sospiro di sollievo. Avendo deciso di trascorrere in montagna questo week end mi sono perso tre eventi raccapriccianti di cui per fortuna ho sentito solo l'eco tornando a Roma, stamane. L'istinto di dire che queste manifestazioni non erano le mie è forte, ma, pensandoci due volte, per una politica laica è l'obiettivo che conta, non il Dna di chi ci è accanto per un tratto di strada comune. Ne ricaviamo l'insegnamento che i grandi numeri di una manifestazione non sempre sono indice della sua forza politica. Molto meglio le sparute decine della Marcia di Natale.
Da voltastomaco, sebbene ne condividessi nella sostanza il merito, le manifestazioni di Roma per i Pacs e di Milano in difesa della 194. Quella di piazza Farnese, nel tripudio di banalità e di bandiere rosse con falce e martello, una manifestazione egemonizzata da neocomunisti ignoranti delle persecuzioni che i pochi regimi comunisti rimasti su questa terra infliggono agli omosessuali. Dev'essere stato difficile, per amici come Daniele e Benedetto, sentirla loro. Mi auguro che in quella folla di estranei si siano ri-conosciuti. Se è vero che il mondo omosessuale è pronto a diversificare i suoi voti tra centrodestra e centrosinistra, l'estrema debolezza e marginalità in cui le posizioni laiche e liberali sono confinate nel centrodestra di oggi ha certo contribuito al connotarsi in questo modo della manifestazione.
Quella di Milano, delle femministe cotonate dietro le barricate, con Ottavia Piccolo che legge Franca Rame e altre scrittrici in e donne di spettacolo out, rappresenta il volto ideologico della conservazione, del tabù, di una pretesa superiorità morale. Resistenza resistenza, bella ciao bella ciao, una difesa di retroguardia. Non ne avevamo bisogno. La 194 va difesa, e migliorata semmai, con pragmatismo. Non è l'aborto a essere un diritto, ma l'autodeterminazione dell'individuo, ed è ben altra cosa.
A voler migliorare la legge sull'interruzione di gravidanza è innanzitutto Marco Pannella, perché «nessuna legge è un'icona». «La 194 è pessima e i suoi risultati sono ottimi soltanto perché non è stata mai rispettata. C'è solo un modo per difenderla, migliorarla». Come? Tre ricette le indica la Bonino: più prevenzione (profilattici e pillola del giorno dopo); estensione alle strutture private della pratica dell'interruzione di gravidanza; modifica dell'articolo 4, «ipocrita» perché costringe la donna a dire il falso per ottenere il via libera del medico.
Il terzo evento è il convegno di Napoli della Rosa nel Pugno, dove la questione meridionale, fatta eccezione per un paio di interventi (indovinate quali) è stata affrontata con i soliti e ritriti schemi statalistoidi e i politicismi localistici degli assessorini (abbiamo visto in faccia il presidente della famigerata Commissione Mediterraneo istituita dalla Giunta campana di Bassolino). Servirebbe, da parte radicale, maggior franchezza quando emergono approcci diversi e punti di divisione con i socialisti dello Sdi.
Su Il Messaggero, il prof. Gaetano Quagliariello impiega 5.192 battute per dirci che la tradizione non si tocca. Le battaglie di una volta sì che potevano andare, sembra essere il suo ragionamento «... a differenza delle odierne, avevano infatti un significato più culturale che politico e, soprattutto, attenevano più alla sfera della libertà individuale che non a quella degli assetti legislativi... Non pretendevano, [cioè] di stravolgere la tradizione sulla quale poggiava il fondamento ultimo della loro stessa richiesta». Dunque le richieste di parte della società, ammesso e non concesso che sia una parte minoritaria della società, o forse proprio per quello, vanno bene fin quando si attengono al contesto culturale e dei costumi, ma non quando attentano alla morale tradizionale preservata per mezzo delle leggi. Democratico, non c'è che dire.
E come mai Antonio Socci, se è davvero convinto che con Pannella Prodi cade dalla padella alla brace e che la Rosa nel Pugno «più che una calamita di voti si annuncia come una calamità» si mostra così preoccupato da mettere in guardia il professore? Se ne è così convinto, non è meglio lasciare che l'"odiato" Prodi cada nella trappola radicale?
Nel frattempo, a seguito di alcuni post apparsi sull'aggregatore di blog liberali e conservatori TocqueVille, The Right Nation e Daw decidono di rivolgere alla cittadinanza la seguente domanda: «Premettendo che si può legittimamente essere favorevoli o contrari ai Pacs per omosessuali, in seguito ad alcuni post di cittadini di TocqueVille nei quali viene balenata l'equazione omosessualità uguale malattia, ci siamo chiesti quanti cittadini della Città dei Liberi condividano questo ragionamento. Coraggio, la domanda è semplice - "l'omosessualità è una malattia?" - la risposta sia altrettanto: o sì, o no».
Mi sono permesso di commentare che così posta sembra una domanda retorica che rischia di non far cadere nessuno nella rete. Dimostra anzi, detto con amicizia a Daw e ad a.man, il carattere di retroguardia che la difesa di certi principi sta sempre più assumendo in TocqueVille. Qualcuno più autorevole di me ha parlato di «città dei secondini», non riferendosi ovviamente a tutti i cittadini di TV, ma a una parte cospicua e chiassosa. Oggi dovremmo aggiungere omofobi? Siamo noi (perché beninteso mi ci metto pure io), non le posizioni omofobe, a essere costretti su posizioni di retroguardia, nel senso che: se è tale l'offensiva omofoba e clericale che per esporre un "problema di civiltà" c'è bisogno di non dare per scontata una domanda che non dovrebbe che essere retorica, siamo messi maluccio a TocqueVille.
Da voltastomaco, sebbene ne condividessi nella sostanza il merito, le manifestazioni di Roma per i Pacs e di Milano in difesa della 194. Quella di piazza Farnese, nel tripudio di banalità e di bandiere rosse con falce e martello, una manifestazione egemonizzata da neocomunisti ignoranti delle persecuzioni che i pochi regimi comunisti rimasti su questa terra infliggono agli omosessuali. Dev'essere stato difficile, per amici come Daniele e Benedetto, sentirla loro. Mi auguro che in quella folla di estranei si siano ri-conosciuti. Se è vero che il mondo omosessuale è pronto a diversificare i suoi voti tra centrodestra e centrosinistra, l'estrema debolezza e marginalità in cui le posizioni laiche e liberali sono confinate nel centrodestra di oggi ha certo contribuito al connotarsi in questo modo della manifestazione.
Quella di Milano, delle femministe cotonate dietro le barricate, con Ottavia Piccolo che legge Franca Rame e altre scrittrici in e donne di spettacolo out, rappresenta il volto ideologico della conservazione, del tabù, di una pretesa superiorità morale. Resistenza resistenza, bella ciao bella ciao, una difesa di retroguardia. Non ne avevamo bisogno. La 194 va difesa, e migliorata semmai, con pragmatismo. Non è l'aborto a essere un diritto, ma l'autodeterminazione dell'individuo, ed è ben altra cosa.
A voler migliorare la legge sull'interruzione di gravidanza è innanzitutto Marco Pannella, perché «nessuna legge è un'icona». «La 194 è pessima e i suoi risultati sono ottimi soltanto perché non è stata mai rispettata. C'è solo un modo per difenderla, migliorarla». Come? Tre ricette le indica la Bonino: più prevenzione (profilattici e pillola del giorno dopo); estensione alle strutture private della pratica dell'interruzione di gravidanza; modifica dell'articolo 4, «ipocrita» perché costringe la donna a dire il falso per ottenere il via libera del medico.
Il terzo evento è il convegno di Napoli della Rosa nel Pugno, dove la questione meridionale, fatta eccezione per un paio di interventi (indovinate quali) è stata affrontata con i soliti e ritriti schemi statalistoidi e i politicismi localistici degli assessorini (abbiamo visto in faccia il presidente della famigerata Commissione Mediterraneo istituita dalla Giunta campana di Bassolino). Servirebbe, da parte radicale, maggior franchezza quando emergono approcci diversi e punti di divisione con i socialisti dello Sdi.
Su Il Messaggero, il prof. Gaetano Quagliariello impiega 5.192 battute per dirci che la tradizione non si tocca. Le battaglie di una volta sì che potevano andare, sembra essere il suo ragionamento «... a differenza delle odierne, avevano infatti un significato più culturale che politico e, soprattutto, attenevano più alla sfera della libertà individuale che non a quella degli assetti legislativi... Non pretendevano, [cioè] di stravolgere la tradizione sulla quale poggiava il fondamento ultimo della loro stessa richiesta». Dunque le richieste di parte della società, ammesso e non concesso che sia una parte minoritaria della società, o forse proprio per quello, vanno bene fin quando si attengono al contesto culturale e dei costumi, ma non quando attentano alla morale tradizionale preservata per mezzo delle leggi. Democratico, non c'è che dire.
E come mai Antonio Socci, se è davvero convinto che con Pannella Prodi cade dalla padella alla brace e che la Rosa nel Pugno «più che una calamita di voti si annuncia come una calamità» si mostra così preoccupato da mettere in guardia il professore? Se ne è così convinto, non è meglio lasciare che l'"odiato" Prodi cada nella trappola radicale?
Nel frattempo, a seguito di alcuni post apparsi sull'aggregatore di blog liberali e conservatori TocqueVille, The Right Nation e Daw decidono di rivolgere alla cittadinanza la seguente domanda: «Premettendo che si può legittimamente essere favorevoli o contrari ai Pacs per omosessuali, in seguito ad alcuni post di cittadini di TocqueVille nei quali viene balenata l'equazione omosessualità uguale malattia, ci siamo chiesti quanti cittadini della Città dei Liberi condividano questo ragionamento. Coraggio, la domanda è semplice - "l'omosessualità è una malattia?" - la risposta sia altrettanto: o sì, o no».
Mi sono permesso di commentare che così posta sembra una domanda retorica che rischia di non far cadere nessuno nella rete. Dimostra anzi, detto con amicizia a Daw e ad a.man, il carattere di retroguardia che la difesa di certi principi sta sempre più assumendo in TocqueVille. Qualcuno più autorevole di me ha parlato di «città dei secondini», non riferendosi ovviamente a tutti i cittadini di TV, ma a una parte cospicua e chiassosa. Oggi dovremmo aggiungere omofobi? Siamo noi (perché beninteso mi ci metto pure io), non le posizioni omofobe, a essere costretti su posizioni di retroguardia, nel senso che: se è tale l'offensiva omofoba e clericale che per esporre un "problema di civiltà" c'è bisogno di non dare per scontata una domanda che non dovrebbe che essere retorica, siamo messi maluccio a TocqueVille.
«In nome e per conto della democrazia liberale»
Solito, impeccabile editoriale domenicale di Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera. Oggi ci parla del «continuismo» dei Ds. Se alla Bolognina si fossero detti socialdemocratici, avrebbero riconosciuto «l'errore storico della scissione di Livorno del 1921 (da cui nacque il Pci), avrebbero delegittimato alla radice settant'anni di storia comunista. Non vollero o non poterono farlo. Entrarono così nel limbo post-comunista».
Il guaio, che avevamo cercato di analizzare in questo articolo di qualche mese fa, è che i post-comunisti difficilmente riconoscono i propri errori, se lo fanno passano almeno vent'anni ma non rompono mai del tutto con la loro «gloriosa storia», come ebbe a definirla D'Alema. Questo rapporto con il passato e il presente è alla base del «continuismo» e spiega la necessità delle tante "svolte" degli eredi del Pci dalla caduta del Muro, tutte di mera facciata. Sempre nuovi impegni per dare l'impressione di rinnovarsi ma in fondo rimanendo gli stessi. L'impunità, politica e culturale, garantita dall'egemonia esercitata da decenni sui centri mediatici, accademici e culturali del Paese, ha avuto sui vertici comunisti e il mondo intellettuale di riferimento un effetto deresponsabilizzante che li ha portati a perseverare nel tempo nei medesimi errori. Scrisse lo stesso Panebianco alcuni mesi fa:
E qui la "dimenticanza" di Panebianco, che è balzata subito agli occhi anche di Malvino. Chi sarebbero questi «anticomunisti democratici» che del Partito Democratico dovrebbero «far parte a pieno titolo» affinché non si riduca a mera «confluenza fra ex comunisti e ed ex sinistra democristiana», ma contenga in sé gli anticorpi liberali? Il primo a prospettare la via di un Partito Democratico, rivolgendosi, pensate, ad Achille Occhetto, nel lontano 15 novembre 1989, fu Marco Pannella, con una lettera che è ora di ritirare fuori dai cassetti:
UPDATE: La parte mancante dell'articolo di Panebianco l'ha scritta, oggi su la Repubblica, Mario Pirani.
Il guaio, che avevamo cercato di analizzare in questo articolo di qualche mese fa, è che i post-comunisti difficilmente riconoscono i propri errori, se lo fanno passano almeno vent'anni ma non rompono mai del tutto con la loro «gloriosa storia», come ebbe a definirla D'Alema. Questo rapporto con il passato e il presente è alla base del «continuismo» e spiega la necessità delle tante "svolte" degli eredi del Pci dalla caduta del Muro, tutte di mera facciata. Sempre nuovi impegni per dare l'impressione di rinnovarsi ma in fondo rimanendo gli stessi. L'impunità, politica e culturale, garantita dall'egemonia esercitata da decenni sui centri mediatici, accademici e culturali del Paese, ha avuto sui vertici comunisti e il mondo intellettuale di riferimento un effetto deresponsabilizzante che li ha portati a perseverare nel tempo nei medesimi errori. Scrisse lo stesso Panebianco alcuni mesi fa:
«L'aver avuto, non sporadicamente, ma sistematicamente torto, nella certezza che mai verrà pagato un prezzo per gli innumerevoli errori commessi, costituisce di necessità un potente incentivo alla tentazione di commettere nuovi sbagli. Ma anche uno straordinario impedimento a riconoscere con dolore e senza autoindulgenza giustificazionista i motivi che hanno ispirato in passato la scelta di vivere dalla parte del torto... Sbagliare è addirittura vantaggioso: non è una boutade, ma lo spettacolo che dal Novecento prosegue indisturbato fino al nuovo millennio».E oggi scrive: «Come uscire dal post-comunismo senza una visione più laica del partito, senza sbarazzarsi di quel mito che fu tipico del Pci (facendone la forza) e che sopravvive nei Ds (facendone la debolezza): il mito della "base"?» Risposta: «perché il limbo sia abbandonato, occorre che dell'eventuale partito democratico facciano parte a pieno diritto anche gli "anticomunisti democratici", quei democratici che ai tempi della guerra fredda si opposero frontalmente al Partito comunista italiano (per fortuna nostra e anche del Pci) in nome e per conto della democrazia liberale. Solo un partito che veda con pari dignità e presenze ex comunisti e anticomunisti democratici porrebbe per sempre fine all'era del post-comunismo, chiuderebbe definitivamente le ferite e le fratture che vengono dal passato. E, probabilmente, farebbe anche lievitare, fra iscritti e simpatizzanti, una cultura politica più consona a una sinistra che si vuole liberal-riformatrice».
E qui la "dimenticanza" di Panebianco, che è balzata subito agli occhi anche di Malvino. Chi sarebbero questi «anticomunisti democratici» che del Partito Democratico dovrebbero «far parte a pieno titolo» affinché non si riduca a mera «confluenza fra ex comunisti e ed ex sinistra democristiana», ma contenga in sé gli anticorpi liberali? Il primo a prospettare la via di un Partito Democratico, rivolgendosi, pensate, ad Achille Occhetto, nel lontano 15 novembre 1989, fu Marco Pannella, con una lettera che è ora di ritirare fuori dai cassetti:
«Una grande, vera federazione democratica va ormai concepita, creata; di essa il Partito Comunista - in quanto tale - sia inizialmente una componente essenziale e promotrice. Questa Federazione Democratica dovrebbe, in un giro di pochi anni prestabiliti, secondo tappe e regole rigidamente determinate, dar vita al Partito Democratico, di stampo anglosassone, e per una riforma istituzionale di stesso segno (...) Un grande partito che si formi oggi non può iniziare il suo cammino che a partire dall'unica terraferma di democrazia reale che non abbia prodotto in questo secolo anch'esso, mostri e tragedie "inumane": che è la terraferma liberaldemocratica, anglosassone, e non quella "continentale", spesso "socialdemocratica", del mondo del proporzionalismo, del partitismo, della parastatalizzazione e nazionalizzazione della società civile, dell’ideologismo, dei giacobinismi più o meno macchiavellici, eticizzanti, e quasi sempre antiliberali, romanticamente fiduciosi nella violenza, nelle guerre - civili, colonizzatrici o liberatrici che fossero».Una cosa è certa, la miglior garanzia perché il futuro Partito Democratico non nasca né socialdemocratico né neodemocristiano è la Rosa nel Pugno. I Ds dovrebbero prendere atto con realismo che socialdemocratico non glielo lasceranno costruire e che per evitare che sia neodemocristiano hanno la Rosa nel Pugno come unica alleata.
UPDATE: La parte mancante dell'articolo di Panebianco l'ha scritta, oggi su la Repubblica, Mario Pirani.
Friday, January 13, 2006
Free Ayman Nour, free the Arab people
Firmate la petizione on line per Ayman Nour. La petizione sarà presentata al Parlamento Europeo. Saad Eddin Irahim è stato tra i primi a firmarla. I firmatari chiedono al presidente egiziano Mubarak di liberare Ayman Nour, il leader del partito liberaldemocratico Al-Ghad (il Partito del Domani), arrestato e processato per aver difeso la democrazia. Il suo partito si batte per la democrazia, per i diritti umani e politici.
Negli ultimi anni Nour e i membri del suo partito sono stati intimiditi e perseguiti dalle autorità egiziane. Questa persecuzione è culminata con l'arresto di Nour e il processo, nel quale è stato condannato a 5 anni di prigione. Si tratta di un deliberato attacco alla sua politica per i diritti umani e civili. Inoltre, è un attacco alla nascente iniziativa per liberare la vita politica in Egitto verso democrazia e pluralismo.
I firmatari chiedono alla comunità internazionale di appoggiare Ayman Nour e la sua lotta per un Egitto libero e democratico. A tutti, individui e associazioni cui stanno a cuore il futuro dell'Egitto e dell'intero mondo arabo e musulmano, di unirsi ai firmatari per sostenere Ayman Nour.
Negli ultimi anni Nour e i membri del suo partito sono stati intimiditi e perseguiti dalle autorità egiziane. Questa persecuzione è culminata con l'arresto di Nour e il processo, nel quale è stato condannato a 5 anni di prigione. Si tratta di un deliberato attacco alla sua politica per i diritti umani e civili. Inoltre, è un attacco alla nascente iniziativa per liberare la vita politica in Egitto verso democrazia e pluralismo.
I firmatari chiedono alla comunità internazionale di appoggiare Ayman Nour e la sua lotta per un Egitto libero e democratico. A tutti, individui e associazioni cui stanno a cuore il futuro dell'Egitto e dell'intero mondo arabo e musulmano, di unirsi ai firmatari per sostenere Ayman Nour.
Sign on line petition for Ayman Nour. Petition will be delivered to European Parliament.
We the undersigned call upon Hosni Mubarak, President of Egypt, to free Ayman Nour, the leader of the Al-Ghad party, arrested and tried for defending democracy, freedom and political pluralism. Nour founded and leads the new liberal and democratic party Al-Ghad (the Party of Tomorrow), which stands for democracy, human and political rights.
For the last few years, he and his party members were harassed and intimidated by the Egyptian authorities. This persecution culminated in his arrest and trial, in which he was sentenced for five years in jail. This is a deliberate attack on his political, human and civil rights. Further more it is an attack on the nascent initiative to free a political life in Egypt to move towards democracy and pluralism.
The undersigned call upon the International community to support Ayman Nour and the struggle for a free and democratic Egypt. The undersigned call upon all individuals and associations who care for the future of Egypt and of the whole Arab and Muslim world to join the undersigned in support of Ayman Nour.
E' difendibile questo processo penale, caro Grosso?
Il parere contrario di Carlo Federico Grosso alla legge sul modello anglosassone di Pecorella che vieta ai pubblici ministeri il ricorso in appello contro le sentenze di assoluzione di primo grado può apparire ragionevole. Dice: «Prima della riforma, contro le sentenze di condanna di primo grado gli imputati potevano presentare appello, contro quelle di proscioglimento poteva presentare appello la pubblica accusa. Si realizzava in questo modo una situazione di perfetto equilibrio fra le parti del processo. La nuova legge altera questo equilibrio, poiché mentre l'imputato condannato, appellando, può ottenere che un secondo giudice di merito valuti i fatti, il pubblico ministero in caso di assoluzione dell'imputato non è più legittimato a chiedere una analoga seconda valutazione di merito, e può soltanto ricorrere in Cassazione per motivi di legittimità. La diseguaglianza fra le parti processuali diventa a questo punto, in materia di impugnazioni, di clamorosa evidenza».Grosso dimentica che nella nostra costituzione vige la presunzione della non-colpevolezza e non della colpevolezza. Dunque mi sembra coerente che al condannato in primo grado si conceda un'occasione in più per provare la sua innocenza che non al pubblico ministero di provare una colpevolezza che non è riuscito a provare in primo grado. Ricordiamo che l'onere della prova spetta all'accusa, dunque un processo che finisce con l'assoluzione conferma un qualcosa che si presume: l'innocenza dell'imputato. Al contrario, poiché la condanna ribalta la presunzione iniziale, è ragionevole che sia sottoposta a ulteriore verifica di merito.
Dunque la diseguaglianza tra le parti che lamenta Grosso esiste fin dal principio, dalla presunzione d'innocenza. Se la teoria liberale è teoria dei limiti dei poteri dello Stato, si dovrà convenire che il diritto del cittadino a difendersi non può essere limitato, mentre quello dello Stato a perseguirlo sì, altrimenti la sproporzione dei poteri finirebbe prima o poi per giocare a sfavore del cittadino. Non sarebbe corretto permettere all'accusa di rifare un processo quando, avendo già manifestato i limiti della sua ipotesi accusatoria, è ormai a conoscenza della linea difensiva dell'imputato. Dal punto di vista logico, Tommaso Edoardo Frosini pone su il Riformista un quesito che non si può aggirare: «Come fa un pubblico ministero a motivare un appello se non riesce a dimostrare al giudice di primo grado la fondatezza della sua accusa?»
Continua Grosso:
«I pubblici ministeri (a differenza delle difese degli imputati) sono soliti impugnare soltanto le sentenze che giudicano palesemente errate».In quest'affermazione c'è un evidente pregiudizio. Prima di tutto, se così fosse le statistiche mostrerebbero che tra le sentenze d'appello quelle che riformano la sentenza di primo grado da un'assoluzione a una condanna sono più di quelle che assolvono a partire da una condanna. E' così? Non ho modo di controllare ma a occhio e croce non credo. Si potrebbe quindi sospettare che sia esattamente il contrario di quanto afferma Grosso, cioè che l'abuso del ricorso in appello sia da addebitare ai pm. Ma non è questo il punto. Sarebbe infatti più che comprensibile se gli imputati tendessero ad abusare del ricorso in appello, essendo la loro libertà in gioco e non avendo nulla da perdere. Per contrastare questo fenomeno e scoraggiare i ricorsi si potrebbero introdurre rigidi limiti giuridici e misure di deterrenza, come per esempio in Gran Bretagna.
Di sicuro le aule giudiziarie sono piene di pubblici ministeri che ricorrono quanto più possono solo per crearsi una seconda opportunità e nascondere così gli errori commessi nella prima. Ricorrono spesso anche se la condanna non è stata accompagnata da una sentenza che ritengono sufficientemente pesante. Quasi che non darsi per vinti sia una questione di prestigio personale, nonostante la loro carriera formalmente non dipenda dai successi in aula. Responsabilità civile, separazione delle carriere e non automaticità degli avanzamenti, un processo davvero accusatorio, sarebbero potuti essere strumenti utili per responsabilizzare i procuratori da almeno due punti di vista: migliore preparazione del processo di primo grado; più attenta valutazione sull'opportunità del ricorso. Ma contro queste riforme si sono alzate le barricate.
Di quale «perfetto equilibrio» parla dunque Grosso? Da una parte abbiamo i procuratori, che dispongono di budget milionari, praticamente illimitati, di cui comunque (non essendoci alcuna responsabilità civile) non verranno mai chiamati a rispondere, dall'altra abbiamo cittadini il più delle volte, anche i più facoltosi, sprovvisti di paragonabili quantità di denaro, e che comunque pagano di tasca propria. A fronte di pochi privilegiati che come sostiene Grosso ricorrono all'infinito pur di giungere alla prescrizione quanti poveretti subiscono il ricorso da parte di accaniti pm? Poste queste condizioni chiediamoci: è più facile che il magistrato ricorra per semplice puntiglio (tanto che gli costa?) o che un condannato di fronte a una manciata di mesi dentro rinunci all'appello non essendo in grado di pagarne le spese? Chi è la parte svantaggiata? Non è che Grosso ragiona con il retropensiero volto ai Previti, sbattendosene dei Mario Rossi, o degli Abdul-Hakeem?
Basterebbe pensare al meccanismo perverso che si è ormai instaurato nel processo penale a farci riflettere sulla necessità di interromperlo in qualche modo. Ormai è come nella vecchia Coppa dei Campioni, ve la ricordate? Quella ad andata e ritorno. Nel processo sembra istituzionalizzato un doppio turno primo grado-appello, anziché due giudizi un unico giudizio in due tempi, nei calcistici 180 minuti. I giocatori giocano la partita di andata (il processo di primo grado) già pensando al ritorno (l'appello). Così spesso a un imputato può convenire perdere 1-0 fuori casa (il primo grado), puntando a una rivincita in casa (l'appello). I giudici non si preoccupano troppo di condanne dubbie e sentenze "aperte", che' tanto c'è il ritorno a riparare i torti, e i pm cercano di segnare più gol in casa. E' difendibile questo sistema, caro Grosso?
Una traccia radicale c'è, ora il soggetto
Così Pannella al Corriere della Sera chiarisce, secondo me in modo inequivoco, la strada che i radicali e la Rosa nel Pugno dovranno intraprendere nei prossimi mesi:
«Il nostro programma è nei trentuno punti di Fiuggi. Quello dell'Unione l'hanno pubblicato in queste ore, ma noi non lo abbiamo ancora intravisto. Comunque, poiché siamo convinti che per l'alternativa in questo Paese ci vuole l'alternanza, siamo per la sola alternanza possibile: Prodi».
Ma firmate o no?
«Non il "programma", ma quanto per motivi legali è necessario per collegarci, lo firmeremo (...)
Saremo i giapponesi di Prodi. Ci sono troppi nella sua coalizione che vogliono eleggerlo, convinti di sbarazzarsene in breve. Non noi. Se lui se ne va, saremo liberi».
Quelle cose proibite:
«Abbiamo un elenco prestigioso e grande di "cose proibite" e per quelle combatteremo... Dopo le elezioni faremo le nostre campagne fino a indurre Parlamento e Governo a fare i conti con la nostra mobilitazione e a dover modificare i loro programmi».
«Il nostro programma è nei trentuno punti di Fiuggi. Quello dell'Unione l'hanno pubblicato in queste ore, ma noi non lo abbiamo ancora intravisto. Comunque, poiché siamo convinti che per l'alternativa in questo Paese ci vuole l'alternanza, siamo per la sola alternanza possibile: Prodi».
Ma firmate o no?
«Non il "programma", ma quanto per motivi legali è necessario per collegarci, lo firmeremo (...)
Saremo i giapponesi di Prodi. Ci sono troppi nella sua coalizione che vogliono eleggerlo, convinti di sbarazzarsene in breve. Non noi. Se lui se ne va, saremo liberi».
Quelle cose proibite:
«Abbiamo un elenco prestigioso e grande di "cose proibite" e per quelle combatteremo... Dopo le elezioni faremo le nostre campagne fino a indurre Parlamento e Governo a fare i conti con la nostra mobilitazione e a dover modificare i loro programmi».
Thursday, January 12, 2006
Meditare, meditare sulla sconfitta
La Camera, con il contributo fondamentale di Ds e Margherita, ha votato no all'amnistia, no all'indulto, no persino all'indulticchio. Fermateli che se continuano così votano la pena di morte. Meditare, meditare. In Parlamento due mani destre.
UPDATE, 13 gennaio: Del commento di Benedetto Della Vedova, oggi su Libero, all'affossamento di amnistia e indulto, non condivido il passaggio sulla ex Cirielli (nel senso che una parte di quelle legge peggiora lo stato delle carceri), comprendo il sassolino che si è tolto dalla scarpa (Pannella che ha perso la sua battaglia «in definitiva a causa del "fuoco amico" della "sua" Unione»), ma faccio mia l'azzeccata sua definizione del centrosinistra: «garantisti di opposizione e giustizialisti di governo»
UPDATE, 13 gennaio: Del commento di Benedetto Della Vedova, oggi su Libero, all'affossamento di amnistia e indulto, non condivido il passaggio sulla ex Cirielli (nel senso che una parte di quelle legge peggiora lo stato delle carceri), comprendo il sassolino che si è tolto dalla scarpa (Pannella che ha perso la sua battaglia «in definitiva a causa del "fuoco amico" della "sua" Unione»), ma faccio mia l'azzeccata sua definizione del centrosinistra: «garantisti di opposizione e giustizialisti di governo»
Il gretto materialismo del Papa
«Evitare di introdurre farmaci che nascondano in qualche modo la gravità dell'aborto, come scelta contro la vita». Il riferimento di Papa Ratzinger - all'udienza concessa al Comune (Veltroni) e alla Provincia di Roma (Gasbarra) e alla Regione Lazio (Marrazzo) - è alla pillola abortiva RU486.
Se proprio dovete abortire, che soffriate nel fisico, solo così le vostre povere, misere e superficiali coscienze possono comprendere la gravità del gesto. Affermazioni come queste invece danno il senso del gretto materialismo che questo Papa e la sua erudizione esprimono. Come se la sofferenza di una scelta fosse vissuta appieno solo se inferta sul corpo. Non si presume neppure che il peso di una scelta gravi già e più sulla coscienza, perché ad essa il Papa dimostra di dare scarsissima rilevanza e di non riporre alcuna fiducia nelle capacità di discernimento di uomini e donne, fedeli e non.
Atto II, i Pacs. «E' un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna effettiva esigenza sociale». Prontamente è giunta la rassicurazione di Marrazzo (Ds): «Il sostegno della Regione Lazio alla famiglia, come istituzione e sede di valori non è, e non può essere, in discussione».
Se proprio dovete abortire, che soffriate nel fisico, solo così le vostre povere, misere e superficiali coscienze possono comprendere la gravità del gesto. Affermazioni come queste invece danno il senso del gretto materialismo che questo Papa e la sua erudizione esprimono. Come se la sofferenza di una scelta fosse vissuta appieno solo se inferta sul corpo. Non si presume neppure che il peso di una scelta gravi già e più sulla coscienza, perché ad essa il Papa dimostra di dare scarsissima rilevanza e di non riporre alcuna fiducia nelle capacità di discernimento di uomini e donne, fedeli e non.
Atto II, i Pacs. «E' un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna effettiva esigenza sociale». Prontamente è giunta la rassicurazione di Marrazzo (Ds): «Il sostegno della Regione Lazio alla famiglia, come istituzione e sede di valori non è, e non può essere, in discussione».
Carceri italiane peggio di Guantanamo, ma i Ds se ne fregano
L'amnistia è «più rischiosa per la sicurezza dei cittadini». Non bisogna «illudere i detenuti», perché i due terzi per approvarla non ci sono. Chi l'ha detto? Il ministro Castelli o Maurizio Gasparri? No, Piero Fassino.
I Ds, fa sapere Fassino, sono «dubbiosi» sull'amnistia, dunque se ne laveranno le mani: «Siamo a favore di una scelta di apertura e clemenza verso certi reati, soprattutto nei confronti di chi li compie la prima volta, usando lo strumento dell'indulto piuttosto che l'amnistia che è un provvedimento più generale e che può essere più rischioso per la sicurezza dei cittadini». Bisogna anche stare attenti a prospettare «a sessantamila detenuti ipotesi che poi non si possono mantenere».
Poi, il ridicolo: gli altri partiti, pontifica Fassino, devono dimostrare, sul provvedimento, «altrettanta serietà» dei Ds. Prima il dubbio, poi l'astensione, e ti credo che le speranze diventano illusioni, se tutti fossero seri come i Ds.
Fonte: RadioRadicale.it
Le galere italiane sono peggio di Guantanamo, ma la sinistra se ne frega. E' grave e preoccupante vedere che sui temi della giustizia i Ds non abbiano una politica coerente tra Senato e Camera, o peggio vedere che è il partito dei giudici, rappresentato autorevolmente e inesorabilmente, è il caso di dire, da Violante e dalla Finocchiaro, a dettare la linea. La Margherita non è da meno, voterà no, proprio come Lega e An.
Vedremo come andrà il voto, ma a prescindere dall'esito in aula il comportamento di Ds e Margherita dovrebbe indurre la Rosa nel Pugno, e i radicali, a una seria riflessione politica.
I Ds, fa sapere Fassino, sono «dubbiosi» sull'amnistia, dunque se ne laveranno le mani: «Siamo a favore di una scelta di apertura e clemenza verso certi reati, soprattutto nei confronti di chi li compie la prima volta, usando lo strumento dell'indulto piuttosto che l'amnistia che è un provvedimento più generale e che può essere più rischioso per la sicurezza dei cittadini». Bisogna anche stare attenti a prospettare «a sessantamila detenuti ipotesi che poi non si possono mantenere».
Poi, il ridicolo: gli altri partiti, pontifica Fassino, devono dimostrare, sul provvedimento, «altrettanta serietà» dei Ds. Prima il dubbio, poi l'astensione, e ti credo che le speranze diventano illusioni, se tutti fossero seri come i Ds.
Fonte: RadioRadicale.it
Le galere italiane sono peggio di Guantanamo, ma la sinistra se ne frega. E' grave e preoccupante vedere che sui temi della giustizia i Ds non abbiano una politica coerente tra Senato e Camera, o peggio vedere che è il partito dei giudici, rappresentato autorevolmente e inesorabilmente, è il caso di dire, da Violante e dalla Finocchiaro, a dettare la linea. La Margherita non è da meno, voterà no, proprio come Lega e An.
Vedremo come andrà il voto, ma a prescindere dall'esito in aula il comportamento di Ds e Margherita dovrebbe indurre la Rosa nel Pugno, e i radicali, a una seria riflessione politica.
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