da il Riformista:
Caro direttore, quello del Riformista non è un endorsement a priori. Berlusconi avrebbe potuto riguadagnare credibilità liberale e riformatrice dopo i suoi deludenti 5 anni al governo, ma non ha minimamente voluto, come dimostrano la retromarcia dalla Thatcher a Fanfani e il caso Alitalia (a proposito, i lavoratori vogliono Air France, Epifani e Bonanni dovrebbero dimettersi). E' fisiologico che gli indecisi aumentino in un contesto sempre più bipartitico. L'anti-politica e la vicinanza temporale del 2006 contribuiranno a fermare l'affluenza intorno al 78%. Tra Udc, Pd e Sinistra, a seconda della direzione verso cui slitteranno i consensi, qualcuno otterrà un risultato molto deludente. La priorità di Veltroni è stata di evitare emorragie a sinistra, più che di recuperare Nord e moderati (la ricetta contro il precariato doveva essere quella di Ichino, non quella demagogica e pericolosa del salario minimo). Né Veltroni ha potuto liberarsi del fardello del Governo Prodi. Comprensibile, in un Paese in cui nessuno crede al potere rigenerativo della sconfitta, se fondata su una sfida politica e culturale. Ma escludendo la catastrofe, per il Pd è solo l'inizio e al di là della percentuale sarà determinante il dopo: verrà assorbito in faide interne e introverse per la leadership, allontanando i cittadini? Da quale lato svilupperà la propria opposizione a Berlusconi? Di fronte alle poche e timide riforme, si appiattirà di nuovo sulle posizioni conservatrici dei sindacati e della sinistra massimalista, gridando alla "macelleria sociale", oppure incalzerà Berlusconi chiedendo più coraggio riformista? Il Riformista, in prima fila nel denunciare come il centrosinistra sprecò i suoi anni all'opposizione tra il 2001 e il 2006, svolgerà un importante ruolo di stimolo.
Tuesday, April 08, 2008
Saturday, April 05, 2008
Pechino ha fatto male i suoi calcoli; ma noi un giorno arrossiremo
Bravo Sarkozy se è vero quanto ha dichiarato a Le Monde il sottosegretario ai Diritti umani, Rama Yade: Sarkozy avrebbe posto tre «condizioni» alla Cina per la sua presenza a Pechino il prossimo 8 agosto alla cerimonia di apertura dei Giochi: dialogo tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, stop alle violenze contro la popolazione in Tibet e liberazione dei prigionieri politici, piena luce su quanto è avvenuto a Lhasa. Poi il ministro degli Esteri Kouchner ha smentito. Parigi non pone «condizioni» a Pechino, «il Presidente deciderà secondo l'evoluzione della situazione».Malgrado la mobilitazione di migliaia di militari, gli arresti di massa e le campagne di rieducazione nei monasteri, proteste e scontri nelle province tibetane proseguono e alcune notizie riescono a trapelare, nonostante la censura imposta dalle autorità cinesi. Sarebbero tra otto e quindici, a seconda delle fonti, i manifestanti uccisi dalla polizia giovedì sera a Garze, nella provincia cinese del Sichuan, a sua volta subito sigillato. Decine i feriti. Le forze dell'ordine avrebbero sparato sulla folla per disperdere le proteste dei tibetani scatenatesi dopo l'irruzione dei militari in un monastero per avviare l'indottrinamento politico. L'agenzia ufficiale "Nuova Cina" ha parlato della rivolta, parlando di un funzionario cinese ferito e di alcuni «spari di avvertimento». Radio Free Asia invece sostiene che la polizia ha sparato su diverse centinaia di persone, sia monaci che laici tibetani, che dimostravano per chiedere il rilascio dei monaci del monastero di Tongkor.
Intanto, il cammino della torcia olimpica si fa sempre più tormentato. Sabato il passaggio a Londra e domenica otto ore di marcia verso Greenwich, durante le quali sono previste durissime contestazioni nei confronti del governo cinese. Lunedì la torcia arriverà a Parigi, dove il sindaco Delanoë ha detto che sarà accolta in modo «critico». Sarebbe gravissimo se, come scrive il Times, Pechino avesse mobilitato gli studenti cinesi in Gran Bretagna (e a San Francisco) per contrastare gli attivisti per il Tibet e i diritti umani.
Un editoriale «coraggioso» è invece comparso sul Southern Weekend, segnala Fabio Cavalera. Il titolo è "Un altro punto di vista sulla questione del Tibet". Lo ha scritto Cao Xin e dice una cosa importante: il Dalai Lama è l'autorità riconosciuta dei tibetani, come lo sono Hu Jintao e Wen Jiabao per i cinesi. Dunque con lui, che non è un criminale, occorre trattare.
Pechino invece sembra convinta di proteggere ad ogni costo l'operazione di propaganda in cui aveva programmato di trasformare quella che però, ormai, secondo Rampini somiglia sempre più a una «trappola olimpica»: «La dirigenza cinese sta accorgendosi di aver fatto male i suoi calcoli. La Cina ha voluto la sua vetrina, ma adesso si vede che c'è molta merce avariata in bella mostra».
Sempre più imbarazzanti le uscite dei dirigenti del CIO. Il vicepresidente e presidente della Commissione di coordinamento dei giochi di Pechino, Hein Verbruggen, mette sullo stesso piano Tibet e Paesi Baschi, Laogai e Guantanamo: «Se guardo le città candidate ai Giochi del 2016, il Comitato olimpico internazionale dovrebbe forse essere obbligato a parlare delle pretese dei Paesi Baschi di essere indipendenti dalla Spagna? Allo stesso modo, visto che Chicago è candidata dobbiamo pronunciarsi su Guantanamo o sull'Iraq?».
Una cosa è certa, ha ragione Bernard-Henry Lévy: «Un giorno ci troveremo ad arrossire».
Friday, April 04, 2008
Il "giorno nero" dei sindacati e il "nuovo Fanfani"
E' stato il «giorno nero dei sindacati», come l'ha definito Piero Ostellino sul Corriere. Non solo perché la loro premeditata rottura delle trattative con Air France «è la plastica rappresentazione del fallimento del nostro sistema di relazioni industriali». Per anni, infatti, «in nome dell'occupazione, avevano retto la coda al malcostume politico di gonfiare gli organici della compagnia di bandiera per ragioni clientelari. Il malcostume politico aveva retto la coda ai sindacati pompando soldi dei contribuenti nell'azienda per tenerli buoni». I sindacati «hanno offerto lo spettacolo di un tasso di litigiosità e di un livello di divisioni fra loro, nonché di inadeguata capacità decisionale, davvero mortificante. Ma se la variabile occupazione non ubbidisce alle logiche di impresa, le aziende falliscono...».Un «giorno nero dei sindacati» anche perché appare sempre più chiaro che molti lavoratori di Alitalia, forse una maggioranza silenziosa, è a favore della vendita ad Air France, l'unica in grado di garantire un futuro di primo piano alle loro professionalità. In 400 hanno manifestato per questa soluzione, hanno dato vita a un "comitato pro Air France", alcuni hanno iniziato uno sciopero della fame. Epifani, Bonanni e Angeletti dovrebbero dimettersi. Da tempo l'Istituto Bruno Leoni propone un referendum tra i lavoratori, ma - chissà perché - questa volta i sindacati non vi ricorrono.
Intanto, dopo l'editoriale di qualche giorno fa, il Wall Street Journal sbeffeggia la posizione di Berlusconi su Alitalia, titolando un altro commento sul tema «Air Silvio». «E' raro per un politico innescare una grave crisi prima ancora che abbia vinto le elezioni. E' quello che Silvio Berlusconi ha fatto con Alitalia. Se, come sembra, fra dieci giorni otterrà il suo terzo mandato come premier, Berlusconi si sarà meritato qualsiasi sofferenza che dovesse venirgli dalla compagnia di bandiera italiana... che perde un milione di euro al giorno e, se non sarà ristrutturata, potrebbe non arrivare all'estate prossima».
Gli stessi sindacati, ragiona il WSJ, «non avrebbero avuto tanto margine di manovra se non fossero stati sostenuti da Berlusconi, che ha apertamente osteggiato la proposta franco-olandese, facendo leva sull'orgoglio nazionale italiano». E fa notare che «chiunque sarà il prossimo premier italiano non avrà molto spazio di manovra poiché l'Ue ha ribadito che non consentirà nuovi salvataggi da parte del governo», mentre «la soluzione italiana» per cui spinge Berlusconi «non sembra avere spessore, poiché l'Eni, il colosso energetico da lui evocato, ha smentito di avere interesse nella compagnia». Forse, azzarda il WSJ - il piano di Berlusconi è invitare di nuovo l'Air France-KLM al tavolo negoziale, bypassando i sindacati, una volta che egli fosse capo del governo. Altrimenti l'Alitalia avrà bisogno di un prete che le impartisca i sacramenti dei moribondi».
Scrive invece il Financial Times:
«Il punto è se data la situazione l'Alitalia può essere ancora salvata. Se ciò avverrà sarà probabilmente la prova dell'intervento di un esorcista o di un miracolo... Perché è chiaro a tutti che l'Alitalia ha ormai raggiunto la fine della pista. Il governo uscente ha di fronte tre sgradevoli opzioni: come hanno fatto precedenti governi, potrebbe tentare di salvare la società, ingaggiando per questo una lunga battaglia con Bruxelles, che non ammette altri interventi statali per mantenere operativa la compagnia; oppure potrebbe semplicemente lasciarla precipitare e bruciare o, terza possibilità, adottare una soluzione "tipo Parmalat" e mettere la compagnia sotto amministrazione controlata. A quel punto, sarebbe necessaria una importante ristrutturazione, mediante l'intervento delle banche e di partner industriali. Tra questi potrebbe esserci Air One, così come Lufthansa e, forse, persino Air France».Sulla triplice responsabilità Governo-Sindacati-Berlusconi si concentra il commento di Alberto Mingardi, su il Riformista: «... di una cosa ormai siamo certi: l'Alitalia è profondamente italiana. Perché italiano, nella connotazione più pregiudizialmente deteriore, è stato il concatenarsi di passi falsi che ci ha portato allo stop dei sindacati e poi alla mezza retromarcia di ieri».
La vicenda di Alitalia, sottolinea Mingardi, «è emblematica della rivoluzione del Cavaliere».
«Il quale si diverte a recitare tutte le parti in commedia: un giorno promette lotta dura all'evasione fiscale, quello dopo giustifica la resistenza ad aliquote troppo alte. Confermando che la sua agenda è molto diversa dal passato. Il nodo irrisolto del nostro Paese è l'incapacità dei ceti dinamici e produttivi di trovare adeguata rappresentanza politica. Fra tutti coloro che si sono acconciati a fornirgliela, Berlusconi è l'unico sempre in grado di sintonizzarsi col proprio elettorato. Storicamente, biograficamente, retoricamente, lui è l'Italia operosa. E ne ha consolidato le domande, con non troppa coerenza ma molta efficacia. Per anni, il barometro meglio tarato su che cosa pensasse il Paese erano i discorsi di Silvio Berlusconi. Il problema è che ora sembra che le speranze di quel pezzo d'Italia si siano talmente affievolite, da non farsi più neanche registrare nelle promesse berlusconiane».Forza Italia, ricorda Mingardi, debutta «nell'emergenza» promettendo una "rivoluzione liberale", citando la Thatcher come suo modello. Trascorsi cinque anni all'opposizione, nel 2001, «il Cavaliere è più cauto: cambieremo l'Italia al 50%. Eppure, delle sue trentasei riforme, soltanto due (la legge Biagi e lo scalone Maroni) si fanno ricordare come tali». Ma adesso Berlusconi «oscilla verso toni consolatori. Spergiura di essere il "nuovo Fanfani", non la Thatcher italiana. Si fa votare perché è il meno peggio, senza promettere rivoluzioni».
Occorre sperare che «il Cavaliere sia sfasato rispetto al suo popolo, tornato a votare turandosi il naso» e non, invece, «che quattordici anni di vana attesa hanno spento non solo l'entusiasmo, ma persino le speranze dei ceti produttivi».
Thursday, April 03, 2008
Inaffidabilità di sistema
Mentre a Firenze viene proibito l'accattonaggio, verrebbe da dire che i veri accattoni sono altrove. Pur improbabile che la riammissione del simbolo della Dc di Pizza porti al rinvio del voto, è l'ennesima bizzarria di questo Paese inaffidabile, in cui un ricorso accolto rischia di danneggiare tutti.
Ancor più emblematica è la vergognosa vicenda Alitalia, che sembra non conoscere fondo. Dopo aver condannato la compagnia al declino opponendosi per anni ad ogni seria ristrutturazione, facendo saltare il banco di proposito (Epifani e Bonanni sapevano di presentarsi a Spinetta con una cintura esplosiva), i sindacati rischiano ora di far ingoiare ai lavoratori un rospo molto più grande di quello che avrebbero dovuto ingoiare con il piano Air France. Fantomatici compratori e cordate non potrebbero offrire più euro, più competenze nel settore e meno esuberi dei francesi.
Una bella sponda al massimalismo dei sindacati l'ha offerta Berlusconi con la sua furbata elettorale, ma verrà ripagato ritrovandosi lui, tra poco, con il cerino in mano. Non è certo immune da responsabilità il governo: poteva chiudere in bellezza con la privatizzazione di Alitalia e invece proprio nel momento decisivo non si è comportato da proprietario, lasciando che i sindacati trattassero con il compratore, mentre ci sarebbe voluto un po' di spirito thatcheriano. Ora è ridicolo evocare un ritorno di fiamma di Lufthansa, perché in questi giorni la ragione che ha indotto i tedeschi a restare alla larga ha trovato conferma: la totale inaffidabilità del sistema Italia.
L'Expo resta l'eccezione, più spesso la politica sa dare solo il peggio di sé in modo bipartisan.
Ancor più emblematica è la vergognosa vicenda Alitalia, che sembra non conoscere fondo. Dopo aver condannato la compagnia al declino opponendosi per anni ad ogni seria ristrutturazione, facendo saltare il banco di proposito (Epifani e Bonanni sapevano di presentarsi a Spinetta con una cintura esplosiva), i sindacati rischiano ora di far ingoiare ai lavoratori un rospo molto più grande di quello che avrebbero dovuto ingoiare con il piano Air France. Fantomatici compratori e cordate non potrebbero offrire più euro, più competenze nel settore e meno esuberi dei francesi.
Una bella sponda al massimalismo dei sindacati l'ha offerta Berlusconi con la sua furbata elettorale, ma verrà ripagato ritrovandosi lui, tra poco, con il cerino in mano. Non è certo immune da responsabilità il governo: poteva chiudere in bellezza con la privatizzazione di Alitalia e invece proprio nel momento decisivo non si è comportato da proprietario, lasciando che i sindacati trattassero con il compratore, mentre ci sarebbe voluto un po' di spirito thatcheriano. Ora è ridicolo evocare un ritorno di fiamma di Lufthansa, perché in questi giorni la ragione che ha indotto i tedeschi a restare alla larga ha trovato conferma: la totale inaffidabilità del sistema Italia.
L'Expo resta l'eccezione, più spesso la politica sa dare solo il peggio di sé in modo bipartisan.
Uiguri in rivolta, per la Cina a rischio l'operazione-Olimpiadi
Continuano a giungere da Pechino segnali in evidente contraddizione con gli impegni presi con il Cio come condizione per l'asssegnazione dei Giochi olimpici. Hu Jia, 34 anni, il più celebre attivista umanitario della nuova generazione, è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per «incitazione alla sovversione dello Stato». Noto per il suo impegno in favore dei malati di Aids e della causa tibetana, per la tutela dell'ambiente e il rispetto della libertà religiose. Una conferma delle denunce di Amnesty International, secondo cui con l'approssimarsi dei Giochi si registra addirittura un arretramento degli spazi di libertà in Cina. «Costernati» gli Usa, per la condanna di Hu Jia, mentre l'Ue chiede la sua liberazione.
In serata è intervenuta anche Condoleezza Rice per bollare la condanna come «profondamente inquietante». Si tratta «esattamente di quel tipo di decisione che noi abbiamo cercato di convincere più volte la Cina a non prendere. Perchè sono azioni non soltanto contro l'interesse dei diritti umani e del rispetto della legalità, ma anche contro lo stesso interesse della Cina», ha spiegato. Confermata comunque la presenza di Bush alle Olimpiadi: «Non è importante solo per il paese che lo organizza ma anche per tutti i suoi cittadini».
Anche la Norvegia, intanto, ipotizza di boicottare la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi, che verrebbe disertata dai vertici politici. Certa l'assenza dell'imperatore giapponese Akihito. La decisione è stata presa dal governo, a cui spetta gestire l'agenda ufficiale dell'imperatore, proprio in risposta alla repressione avvenuta in Tibet. Ulteriore motivo di attrito nei rapporti mai distesi tra Giapppone e Cina. Un'umiliazione particolare per Pechino prendere lezioni sui diritti umani proprio dal Giappone, da cui subì l'invasione della Manciuria e il massacro di Nanchino.
Ma l'appuntamento olimpico rischia sempre più di trasformarsi in un boomerang per Pechino. Uno stillicidio di proteste e rivolte potrebbe anche far fallire la gigantesca operazione di propaganda volta a mostrare al mondo l'immagine di una società "armoniosa" proiettata verso il progresso, diffondendo invece esattamente l'immagine opposta. Altro che armonia, dopo i tibetani, infatti, anche gli uiguri, il popolo turcomanno di religione islamica che abita nella vasta regione dello Xinjiang, si sono sollevati chiedendo la scarcerazione dei prigionieri politici e la libertà religiosa.
Sugli scontri del 23 e 24 marzo le autorità cinesi hanno saputo mantenere il segreto fino a ieri, per cercare di attenuare la sensazione del propagarsi in tutto il paese dei focolai di rivolta delle minoranze oppresse. Un territorio geostrategico quello dello Xinjiang: per il petrolio, gli oleodotti e i gasdotti da cui è attraversato, e per la difesa militare.
Ma il caso degli uiguri è molto di verso da quello dei tibetani. Intanto sono molti di più: 16 milioni. Non hanno un leader unico che professa la nonviolenza ma diversi leader e gruppi, alcuni democratici, altri legati al fondamentalismo islamico. La Cina è avvertita: non sarà facile incassare con le Olimpiadi il pieno successo d'immagine che si aspetta.
In serata è intervenuta anche Condoleezza Rice per bollare la condanna come «profondamente inquietante». Si tratta «esattamente di quel tipo di decisione che noi abbiamo cercato di convincere più volte la Cina a non prendere. Perchè sono azioni non soltanto contro l'interesse dei diritti umani e del rispetto della legalità, ma anche contro lo stesso interesse della Cina», ha spiegato. Confermata comunque la presenza di Bush alle Olimpiadi: «Non è importante solo per il paese che lo organizza ma anche per tutti i suoi cittadini».
Anche la Norvegia, intanto, ipotizza di boicottare la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi, che verrebbe disertata dai vertici politici. Certa l'assenza dell'imperatore giapponese Akihito. La decisione è stata presa dal governo, a cui spetta gestire l'agenda ufficiale dell'imperatore, proprio in risposta alla repressione avvenuta in Tibet. Ulteriore motivo di attrito nei rapporti mai distesi tra Giapppone e Cina. Un'umiliazione particolare per Pechino prendere lezioni sui diritti umani proprio dal Giappone, da cui subì l'invasione della Manciuria e il massacro di Nanchino.
Ma l'appuntamento olimpico rischia sempre più di trasformarsi in un boomerang per Pechino. Uno stillicidio di proteste e rivolte potrebbe anche far fallire la gigantesca operazione di propaganda volta a mostrare al mondo l'immagine di una società "armoniosa" proiettata verso il progresso, diffondendo invece esattamente l'immagine opposta. Altro che armonia, dopo i tibetani, infatti, anche gli uiguri, il popolo turcomanno di religione islamica che abita nella vasta regione dello Xinjiang, si sono sollevati chiedendo la scarcerazione dei prigionieri politici e la libertà religiosa.
Sugli scontri del 23 e 24 marzo le autorità cinesi hanno saputo mantenere il segreto fino a ieri, per cercare di attenuare la sensazione del propagarsi in tutto il paese dei focolai di rivolta delle minoranze oppresse. Un territorio geostrategico quello dello Xinjiang: per il petrolio, gli oleodotti e i gasdotti da cui è attraversato, e per la difesa militare.
Ma il caso degli uiguri è molto di verso da quello dei tibetani. Intanto sono molti di più: 16 milioni. Non hanno un leader unico che professa la nonviolenza ma diversi leader e gruppi, alcuni democratici, altri legati al fondamentalismo islamico. La Cina è avvertita: non sarà facile incassare con le Olimpiadi il pieno successo d'immagine che si aspetta.
Wednesday, April 02, 2008
Attenzione alla scheda
L'ipotesi del rinvio del voto incombe su questo scorcio di campagna elettorale che si trascina stancamente verso una meta non più tanto certa e manda in fibrillazione la politica. Il Consiglio di Stato ha riammesso nella competizione il simbolo della Dc, escluso dal Viminale per la somiglianza con quello dell'Udc. Il partitino di Pizza chiede quindi il rinvio del voto. I due principali candidati premier, Berlusconi e Veltroni, sono entrambi contrari («sarebbe un dramma per il Paese»). Il ragionamento che fa Berlusconi, valido anche per il Pd, è che altre due settimane di Par Condicio favoriscono i partiti minori, cui vanno spazi tv proporzionalmente molto maggiori rispetto alla loro consistenza elettorale, a scapito dei maggiori.
Berlusconi ha chiesto a Pizza un «segno di responsabilità», ma il segretario della Dc sembra irremovibile nel chiedere il rinvio. Paolo Del Mese, un altro esponente del partitino, ha invece già gettato le basi per una trattativa: la Dc è «disponibile a discutere con Berlusconi», in cambio di un «riconoscimento politico». Una «trattativa politica alla luce del sole. E' chiaro che noi il ricorso non lo ritiriamo solo per un appello al senso di responsabilità; a noi interessa la politica e quindi chiediamo un riconoscimento del ruolo politico della Dc. E' chiaro che questo riconoscimento ce lo deve dare Berlusconi... oltre al Parlamento c'è anche il governo». Alto il prezzo fissato dalla Dc per ritirare il ricorso: un posto nel futuro governo.
L'ipotesi del rinvio resta in ogni caso remota. A preoccupare Berlusconi e Veltroni, piuttosto, dovrebbe essere la scheda elettorale. Se infatti fosse davvero quella pubblicata in fac-simile sul sito del Sole 24 Ore, ci sarebbe di che allarmarsi. I simboli sono troppo vicini l'uno all'altro; non si comprende con che criterio siano stati divisi in due righe (anziché in colonne); e in ogni circoscrizione e camera c'è un ordine diverso. Ma soprattutto, i due rettangolini che contengono gli apparentamenti PdL-Lega e Pd-Di Pietro si prestano ad un errore potenzialmente devastante per Pd e PdL: i due simboli sono troppo vicini, l'elettore potrebbe apporre la croce indifferentemente sull'uno, sull'altro o in mezzo, non comprendendo che anche all'interno di quei rettangoli deve effettuare una scelta: PdL o Lega; Pd o Di Pietro.
Berlusconi ha chiesto a Pizza un «segno di responsabilità», ma il segretario della Dc sembra irremovibile nel chiedere il rinvio. Paolo Del Mese, un altro esponente del partitino, ha invece già gettato le basi per una trattativa: la Dc è «disponibile a discutere con Berlusconi», in cambio di un «riconoscimento politico». Una «trattativa politica alla luce del sole. E' chiaro che noi il ricorso non lo ritiriamo solo per un appello al senso di responsabilità; a noi interessa la politica e quindi chiediamo un riconoscimento del ruolo politico della Dc. E' chiaro che questo riconoscimento ce lo deve dare Berlusconi... oltre al Parlamento c'è anche il governo». Alto il prezzo fissato dalla Dc per ritirare il ricorso: un posto nel futuro governo.
L'ipotesi del rinvio resta in ogni caso remota. A preoccupare Berlusconi e Veltroni, piuttosto, dovrebbe essere la scheda elettorale. Se infatti fosse davvero quella pubblicata in fac-simile sul sito del Sole 24 Ore, ci sarebbe di che allarmarsi. I simboli sono troppo vicini l'uno all'altro; non si comprende con che criterio siano stati divisi in due righe (anziché in colonne); e in ogni circoscrizione e camera c'è un ordine diverso. Ma soprattutto, i due rettangolini che contengono gli apparentamenti PdL-Lega e Pd-Di Pietro si prestano ad un errore potenzialmente devastante per Pd e PdL: i due simboli sono troppo vicini, l'elettore potrebbe apporre la croce indifferentemente sull'uno, sull'altro o in mezzo, non comprendendo che anche all'interno di quei rettangoli deve effettuare una scelta: PdL o Lega; Pd o Di Pietro.
Tuesday, April 01, 2008
Vertice Nato, verso il rinvio del sì a Ucraina e Georgia
Si apre domani a Bucarest, in Romania, e si concluderà il 4 aprile, un delicatissimo vertice dal quale la Nato potrebbe uscire spaccata. Materia del contendere l'adesione di Ucraina e Georgia al Membership Action Plan, primo passo verso l'ammissione completa nell'Alleanza.
Da una parte Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi dell'Europa orientale, favorevoli, oltre che per allargare l'alleanza anche per consolidare i progressi democratici nelle ex repubbliche sovietiche e limitare l'influenza russa; dall'altra, la "Vecchia Europa" – Francia e Germania in testa – contraria, in obbedienza a una logica ottocentesca di equilibrio tra potenze. «Ci opponiamo, perché pensiamo che non sia la risposta giusta all'equilibrio del potere in Europa e tra Europa e Russia. Vogliamo dialogare su questo argomento con la Russia», ha spiegato il primo ministro francese Fillon. Sembrano riprodursi le stesse divisioni del 2003 sulla guerra in Iraq, ma a Parigi non c'è più Chirac e il nuovo presidente ha impresso alla politica estera francese una "rupture" atlantica.
In linea di principio la Francia non si oppone più ad una nuova concezione della Nato, allargata ad Est e dalla proiezione più globale. Anzi, come ha annunciato Sarkozy nella sua recente visita a Londra, promettendo anche l'invio di più truppe in Afghanistan, la Francia vuole rientrare da protagonista nel comando militare dell'Alleanza, abbandonato da De Gaulle nel 1966. In cambio Parigi si aspetta che Washington e Londra non siano più ostili alla politica di difesa europea, naturalmente a guida francese, visto che oggi è concepita come strumento complementare e non alternativo alla Nato.
La Russia si sente accerchiata ai suoi confini da un'Alleanza ex nemica e considera Ucraina e Georgia poco più che sue province, certamente parti irrinunciabili della sua sfera d'influenza. Per questo da Mosca si susseguono moniti e dichiarazioni minacciose. L'ambasciatore russo alla Nato si è espresso in modo perentorio: l'adesione alla Nato rappresenterebbe «un punto di non ritorno» nelle relazioni con Kiev e Tbilisi. Prima di lui il vice ministro degli Esteri, Karassin: l'ingresso dell'Ucraina nella Nato provocherebbe «una crisi profonda» tra Kiev e Mosca, tale da avere un «impatto negativo sulla sicurezza dell'Europa». La Russia, ha spiegato, si vedrebbe costretta a «cambiare priorità nella realizzazione della sua sicurezza strategica».
Come la Russia ha dovuto subire l'indipendenza del Kosovo, così l'Occidente potrebbe trovarsi a subire l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud dalla Georgia, è la minaccia che Mosca torna a ventilare come rappresaglia per l'eventuale adesione della Georgia alla Nato, che d'altra parte impedirebbe alla Russia di alimentare il separatismo filo-russo nelle due regioni. Per questo Tblisi considera l'ingresso nella Nato una garanzia per la sua integrità territoriale.
E' dunque improbabile che dal vertice di Bucarest giunga un "sì" formale a Ucraina e Georgia: più che sul principio dell'allargamento, gli alleati sarebbero di idee diverse sui tempi. Con la sua visita a Kiev, proprio alla vigilia, incontrando il presidente ucraino Yushchenko e la premier Tymoshenko, il presidente Bush ha voluto sottolineare che gli Stati Uniti «sosterranno con forza» l'ingresso di Ucraina e Georgia nel programma di pre-adesione all'Alleanza e che «la Russia non avrà alcun diritto di veto su quello che sarà deciso a Bucarest». Nei giorni scorsi, in effetti, era stato il presidente georgiano Saakashvili ad avvertire gli alleati che una loro risposta negativa sarebbe interpretata da Mosca come l'acquisizione di «un diritto di veto diretto» nelle questioni della Nato.
Ma Bush ha anche fatto sapere di voler rispettare «il processo di decisione per consenso», per venire incontro alle perplessità degli alleati ma anche perché è consapevole che tra Nato e Russia sono aperti altri due capitoli spinosi, causa di frizioni, che consigliano di non forzare la mano: la collaborazione in Afghanistan, dova la Nato è in difficoltà, e il progetto di scudo anti-missile. Anche se Bush ha fermamente negato l'ipotesi di veti o baratti, rimane concreta la possibilità di un rinvio a tempi migliori dell'adesione di Georgia e Ucraina per favorire un compromesso sui due capitoli che verranno trattati personalmente da Putin e Bush nell'incontro di Soci del 6 aprile.
Come dimostra un documento della premier ucraina, Yulia Tymoshenko, pubblicato su Foreign Affairs, i paesi dell'ex Patto di Varsavia ora parte della Nato e le ex repubbliche sovietiche come Ucraina e Georgia sono i più consapevoli del fatto che le ambizioni imperiali della Russia non sono finite con la caduta dell'Urss. Mosca vuole tornare ad essere una grande potenza a spese dei suoi vicini, ma il resto dell'Europa è molto meno sensibile al problema. Eppure, passa anche dai "sì" a Kiev e Tblisi la risposta europea all'uso dell'arma energetica da parte di Mosca e all'involuzione autoritaria impressa da Putin al sistema politico russo, cose di cui finora gli europei hanno dimostrato di preoccuparsi solo a parole.
Da una parte Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi dell'Europa orientale, favorevoli, oltre che per allargare l'alleanza anche per consolidare i progressi democratici nelle ex repubbliche sovietiche e limitare l'influenza russa; dall'altra, la "Vecchia Europa" – Francia e Germania in testa – contraria, in obbedienza a una logica ottocentesca di equilibrio tra potenze. «Ci opponiamo, perché pensiamo che non sia la risposta giusta all'equilibrio del potere in Europa e tra Europa e Russia. Vogliamo dialogare su questo argomento con la Russia», ha spiegato il primo ministro francese Fillon. Sembrano riprodursi le stesse divisioni del 2003 sulla guerra in Iraq, ma a Parigi non c'è più Chirac e il nuovo presidente ha impresso alla politica estera francese una "rupture" atlantica.
In linea di principio la Francia non si oppone più ad una nuova concezione della Nato, allargata ad Est e dalla proiezione più globale. Anzi, come ha annunciato Sarkozy nella sua recente visita a Londra, promettendo anche l'invio di più truppe in Afghanistan, la Francia vuole rientrare da protagonista nel comando militare dell'Alleanza, abbandonato da De Gaulle nel 1966. In cambio Parigi si aspetta che Washington e Londra non siano più ostili alla politica di difesa europea, naturalmente a guida francese, visto che oggi è concepita come strumento complementare e non alternativo alla Nato.
La Russia si sente accerchiata ai suoi confini da un'Alleanza ex nemica e considera Ucraina e Georgia poco più che sue province, certamente parti irrinunciabili della sua sfera d'influenza. Per questo da Mosca si susseguono moniti e dichiarazioni minacciose. L'ambasciatore russo alla Nato si è espresso in modo perentorio: l'adesione alla Nato rappresenterebbe «un punto di non ritorno» nelle relazioni con Kiev e Tbilisi. Prima di lui il vice ministro degli Esteri, Karassin: l'ingresso dell'Ucraina nella Nato provocherebbe «una crisi profonda» tra Kiev e Mosca, tale da avere un «impatto negativo sulla sicurezza dell'Europa». La Russia, ha spiegato, si vedrebbe costretta a «cambiare priorità nella realizzazione della sua sicurezza strategica».
Come la Russia ha dovuto subire l'indipendenza del Kosovo, così l'Occidente potrebbe trovarsi a subire l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud dalla Georgia, è la minaccia che Mosca torna a ventilare come rappresaglia per l'eventuale adesione della Georgia alla Nato, che d'altra parte impedirebbe alla Russia di alimentare il separatismo filo-russo nelle due regioni. Per questo Tblisi considera l'ingresso nella Nato una garanzia per la sua integrità territoriale.
E' dunque improbabile che dal vertice di Bucarest giunga un "sì" formale a Ucraina e Georgia: più che sul principio dell'allargamento, gli alleati sarebbero di idee diverse sui tempi. Con la sua visita a Kiev, proprio alla vigilia, incontrando il presidente ucraino Yushchenko e la premier Tymoshenko, il presidente Bush ha voluto sottolineare che gli Stati Uniti «sosterranno con forza» l'ingresso di Ucraina e Georgia nel programma di pre-adesione all'Alleanza e che «la Russia non avrà alcun diritto di veto su quello che sarà deciso a Bucarest». Nei giorni scorsi, in effetti, era stato il presidente georgiano Saakashvili ad avvertire gli alleati che una loro risposta negativa sarebbe interpretata da Mosca come l'acquisizione di «un diritto di veto diretto» nelle questioni della Nato.
Ma Bush ha anche fatto sapere di voler rispettare «il processo di decisione per consenso», per venire incontro alle perplessità degli alleati ma anche perché è consapevole che tra Nato e Russia sono aperti altri due capitoli spinosi, causa di frizioni, che consigliano di non forzare la mano: la collaborazione in Afghanistan, dova la Nato è in difficoltà, e il progetto di scudo anti-missile. Anche se Bush ha fermamente negato l'ipotesi di veti o baratti, rimane concreta la possibilità di un rinvio a tempi migliori dell'adesione di Georgia e Ucraina per favorire un compromesso sui due capitoli che verranno trattati personalmente da Putin e Bush nell'incontro di Soci del 6 aprile.
Come dimostra un documento della premier ucraina, Yulia Tymoshenko, pubblicato su Foreign Affairs, i paesi dell'ex Patto di Varsavia ora parte della Nato e le ex repubbliche sovietiche come Ucraina e Georgia sono i più consapevoli del fatto che le ambizioni imperiali della Russia non sono finite con la caduta dell'Urss. Mosca vuole tornare ad essere una grande potenza a spese dei suoi vicini, ma il resto dell'Europa è molto meno sensibile al problema. Eppure, passa anche dai "sì" a Kiev e Tblisi la risposta europea all'uso dell'arma energetica da parte di Mosca e all'involuzione autoritaria impressa da Putin al sistema politico russo, cose di cui finora gli europei hanno dimostrato di preoccuparsi solo a parole.
Monday, March 31, 2008
Neanche Sua Santità ha il dono della verità
Le recenti manifestazioni di monaci e non - quelle pacifiche ma soprattutto quelle violente - rappresentano una risposta - quanto si vuole discutibile, ma una risposta - a un interrogativo che dovremmo cominciare a porci seriamente anche noi in Occidente e che si pone (non da oggi) Enzo Reale su Ideazione.com: «Quale risultato concreto, quale miglioramento reale nelle vite di milioni di tibetani ha prodotto mezzo secolo di "moderazione" e di "compromesso" nei confronti di un potere che non ha esitato a compiere – per usare le parole dello stesso Dalai Lama – un vero e proprio genocidio culturale?».
In queste settimane dal Tibet è giunta una risposta chiara: nessun risultato. Secondo gli esponenti del Congresso giovanile tibetano, la politica della "Via di mezzo" è al capolinea. Da qui in avanti potremmo sempre più avere a che fare con «la storia di due Tibet».
In queste settimane dal Tibet è giunta una risposta chiara: nessun risultato. Secondo gli esponenti del Congresso giovanile tibetano, la politica della "Via di mezzo" è al capolinea. Da qui in avanti potremmo sempre più avere a che fare con «la storia di due Tibet».
«Il primo è quello dei libri proibiti, delle entrate segrete, dei monasteri distrutti, delle preghiere spezzate. Più di mezzo secolo di terrore di Stato imposto da Pechino ha ridotto la regione ad una tragica caricatura di se stessa, umiliato i suoi abitanti, profanato le sue tradizioni. E' questo il Tibet che due settimane fa ha provato a rialzare la testa e a gridare di rabbia come gli uomini disperati a volte sono costretti a fare: prendendo a calci i simboli dell'oppressione. Poi c'è l'altro Tibet, raccontato dai circoli radical-chic di Hollywood e nutrito dalla cattiva coscienza dell'Occidente democratico: qui l'uomo in carne ed ossa si spegne per fare spazio al puro spirito, alimentato dalle leggende del Buddha e dai miti della nonviolenza. E' a questa immagine da cartolina che la stampa, la politica e lo spettacolo hanno abituato l'opinione pubblica nel corso degli anni, come se il sorriso bonario del Dalai Lama bastasse da solo a stemperare il dolore e l'accettazione del martirio fosse il destino ineluttabile di milioni di uomini senza armi, da ammirare proprio perché soffocano in silenzio, simboli di uno stoicismo perduto che la sofferenza non fa che esaltare. L'illusione che i due Tibet possano convivere è destinata ciclicamente a fare i conti con la realtà».«E se la Via del Dalai Lama fosse sbagliata?» Mi accontenterei che si ammettesse che fino ad ora non ha portato a nulla, come ha tristemente ammesso lo stesso Dalai Lama: «Non sono riuscito a ottenere risultati positivi». E, quindi, che da qui si ripartisse, che tra i tanti "amici" del Tibet in giro per il mondo, soprattutto occidentale, prendesse avvio una seria riflessione politica. Nel nostro piccolo tenteremo di dare un contributo su Ideazione.com.
I ministri Ue rinviano la pratica Tibet
Sabato scorso i ministri degli Esteri dell'Unione europea, riuniti a Brno, in Slovenia, hanno deluso le aspettative. Ho creduto che alcune singole ma autorevoli prese di posizione precedenti al vertice anticipassero il formarsi di una linea per la prima volta da anni più ferma di quella di Washington nei confronti della Cina. E invece, nella dichiarazione finale del vertice i 27 non accennano nemmeno ai Giochi olimpici, pur avanzando per il Tibet richieste sacrosante, come «la fine delle violenze e un trattamento in conformità con gli standard internazionali per le persone arrestate», il «libero accesso per la stampa» e «un dialogo sostanziale e costruttivo» con il Dalai Lama per la «preservazione della cultura, della religione e della lingua tibetana». Di fatto, la stessa identica cauta posizione espressa da Bush, che abbiamo criticato. L'Ue si appiattisce sulle posizioni Usa quando non dovrebbe, mentre quando dovrebbe associarsi preferisce flirtare con l'anti-americanismo.
Quando incontra sulla sua strada un ventre molle Pechino sa approfittarne subito. In risposta alla dichiarazione di Brno, il Ministero degli Esteri cinese ha infatti accusato l'Ue «d'interferenza» nei propri «affari interni», ribadendo che «la questione del Tibet è completamente un affare interno della Cina» e che «nessun paese straniero o organizzazione internazionale ha il dirittto d'interferire».
Quando incontra sulla sua strada un ventre molle Pechino sa approfittarne subito. In risposta alla dichiarazione di Brno, il Ministero degli Esteri cinese ha infatti accusato l'Ue «d'interferenza» nei propri «affari interni», ribadendo che «la questione del Tibet è completamente un affare interno della Cina» e che «nessun paese straniero o organizzazione internazionale ha il dirittto d'interferire».
Friday, March 28, 2008
La cordata sempre più fantasma, e anche il WSJ abbandona il Cav.
Sarà anche un'astuta mossa elettorale (il che è ancora tutto da vedere), ma di certo è di cattivissimo auspicio per la prossima azione di governo, che si annuncia di nuovo deludente dal punto di vista delle politiche liberali.Annunciando il suo veto sulla «irricevibile» offerta di Air France per Alitalia e l'intenzione di promuovere egli stesso una cordata di imprenditori e banche italiani a difesa dell'"italianità" della compagnia, Berlusconi ha forse guadagnato qualche lunghezza sul suo principale avversario nella corsa al voto. Con il caso Alitalia tema centrale nel dibattito politico il Governo Prodi viene tirato per i capelli dentro le ultime due settimane di campagna elettorale. Vuol dire rinfrescare la memoria degli italiani sui fallimenti di Prodi, «uno scheletro che Veltroni - parole di Berlusconi - voleva nascondere nell'armadio» e che ora si ritrova davanti, costretto persino alla difesa d'ufficio di una posizione, sulla (s)vendita di Alitalia, che appare effettivamente debolissima. Il leader del Pd non è più protagonista della scena e probabilmente vede neutralizzati i suoi sforzi per recuperare consensi al Nord, l'ossigeno necessario alla rimonta.
I nomi della cordata anticipati ieri da Augusto Minzolini su La Stampa - Benetton e Ligresti, Mediobanca e persino Eni (che comunque prima di qualsiasi atto informerebbe il Tesoro!) - hanno tutti smentito. Ovvio, finirebbero per caratterizzarsi troppo politicamente. Ma ciò che conta, per il momento, è che si percepisca che Berlusconi sta lavorando per salvare Alitalia dall'umiliazione dell'acquisizione francese. Il maggior punto di forza di questa operazione essenzialmente elettoralistica sta infatti nel muoversi e nell'agire di Berlusconi già da primo ministro in pectore, rafforzando nell'opinione pubblica la sua immagine di uomo che sa governare ancor prima di vincere le elezioni (dimostrando quindi di averle già vinte).
L'operazione-verità su Alitalia - sulla sua necessaria e improrogabile "svendita" e sui sacrifici della ristrutturazione, comunque inferiori a quelli del fallimento - poteva rappresentare un'ottima occasione per esercitare quello spirito bipartisan da più parti auspicato. Invece, Berlusconi ha deciso di far leva demagogicamente sui peggiori istinti assistenzialisti, statalisti, nazional-popolari (Mingardi ha ricordato l'appello mussoliniano «l'oro alla patria»), purtroppo ancora radicati nell'opinione pubblica, ergendosi a tutela di clientele localistiche e interessi sindacal-corporativi ma certo non della generalità dei cittadini del Nord, e ancora meno del Centro-Sud.
Vedremo se alla fine nelle urne verrà premiata questa scelta tattica. Oggi quasi tutti i commentatori ritengono di sì, forse sottovalutando un'area liberale molto delusa, che dai sondaggi non emerge perché non si esprime a favore del Pd, ma che potrebbe ricorrere all'astensione provocando al PdL enormi danni nelle regioni cruciali per il Senato.
Come andrà a finire, il giorno dopo le elezioni, è facilmente prevedibile: o la fantomatica cordata annunciata da Berlusconi si dileguerà; oppure, Alitalia le verrà ceduta a un valore ancora inferiore - e prossimo davvero allo zero - di quello al quale oggi Air France è disposta a comprarla. Nel valutare l'offerta dei francesi, tra l'altro, bisogna concentrarsi non solo sul prezzo che verrebbe pagato per ciascuna azione, ma anche sui due miliardi e mezzo di euro in investimenti e copertura debiti. Chi potrebbe investire tanto nella ristrutturazione, garantendo un'esperienza e una solidità simili ad Air France nel settore aereo, con soldi propri e non prestati da banche magari interessate solo a ricevere in cambio qualche altro favore "politico"?
L'alternativa è tra svendere ad Air France e svendere a una cordata di amici dei politici. Sempre di svendita si tratterebbe, perché il valore della compagnia è quello che è. L'unica differenza è che nel primo caso Alitalia sarebbe inserita nel primo gruppo al mondo con possibilità di sviluppo e prestigio internazionale; nel secondo, gli acquirenti non sarebbero comunque in grado di far competere Alitalia con altri grandi gruppi, ma solo di mantenere un monopolio sulle rotte interne, una beffa per gli utenti.
Neanche Berlusconi, come Prodi, ha avuto rapporti facili con la stampa internazionale, soprattutto quella europea, per lo più a causa dell'incessante opera di demonizzazione che proveniva dal centrosinistra italiano e influenzava fin troppo le redazioni e i giornalisti esteri. Ricordiamo tutti l'Economist, che lo giudicava «unfit» per guidare l'Italia, ma anche il Financial Times non è mai stato tenero.
Adesso, proprio a causa delle sue posizioni su Alitalia, ad abbandonare il Cav. è persino il Wall Street Journal, la bibbia del liberalismo conservatore e del libero mercato di stampo anglosassone, che in passato lo aveva sempre difeso. «Per quanto riguarda l'economia, Berlusconi ha deluso nel suo ultimo mandato da primo ministro», ci ricorda un editoriale di qualche giorno fa. E aggiunge che «a giudicare dalle sue promesse prima delle elezioni-lampo indette per il mese prossimo in Italia, nelle quali è il favorito, un suo terzo mandato come premier non sarà una meraviglia».
I suoi recenti orientamenti su Alitalia «potrebbero ben presto corrispondere a scelte di governo ufficiali e mandare a monte l'unica cosa che ancora si frappone tra la compagnia di bandiera e la sua bancarotta. E sono anche segnali della sua mancanza di impegno per realizzare le riforme economiche». Nei suoi cinque anni a Palazzo Chigi, ricorda il WSJ, Berlusconi «non ha trovato dei salvatori per Alitalia. Invece ha traccheggiato mentre il debito della compagnia si impennava arrivando a circa 1,3 miliardi di euro a gennaio. Gli elettori italiani potrebbero chiedere a Berlusconi perché non ha venduto la quota Alitalia quando ancora valeva qualcosa. Il valore della compagnia è caduto del 70% negli ultimi due anni».
Ma l'ex premier potrebbe essere attaccato ancor più duramente «per la sua incapacità di sistemare l'economia italiana quando ne aveva la possibilità». Berlusconi, ricorda ancora il WSJ, «aveva promesso riduzioni fiscali, riforme nel mercato del lavoro e liberalizzazioni, mancando gran parte degli obiettivi. Il Pil è cresciuto complessivamente del 3,6% nei cinque anni del suo governo; peggio dell'8,6% della Francia e del 4,5% della Germania nello stesso periodo, ben al di sotto del 17,7% spagnolo o del 13,4% britannico».
Accusandolo inoltre di offrire «copertura politica» alla «linea dura» dei Sindacati, il WSJ conclude che in questa vicenda Berlusconi «ha dimostrato di avere un carattere più corporativo, ostile alla competizione del libero mercato, che liberista intenzionato a fare ciò di cui l'Italia ha bisogno per rianimare la sua barcollante economia. E' un politico disposto a qualsiasi cosa pur di riprendere il potere. E questa è tutt'altro che una bella notizia per l'Alitalia, oltre che per l'Italia intera».
Se ci facciamo poche illusioni sul fatto che l'editoriale del Wall Street Journal possa scuotere Berlusconi dalla sua vena assistenzial-statalista, ci auguriamo che almeno alle orecchie di qualcuno nel PdL possa suonare come un preoccupante campanello d'allarme.
Olimpiadi, non regaliamo al regime l'oro politico
da il Riformista
Caro direttore, l’idea del Riformista va nella direzione giusta per superare il dibattito sul boicottaggio, che rischia di dividere anziché unire. Quanti lo escludono a priori, però, non vengano a raccontarci la balla delle Olimpiadi come evento esclusivamente sportivo da non inquinare di politica. È innegabile che un risvolto politico l’avesse già la scelta di assegnarle a Pechino e che la Cina aspiri ad utilizzarle politicamente. Avrebbero un valore politico le eventuali assenze dei leader occidentali, ma l’avranno certamente le loro presenze e la propaganda nazionalista che pervaderà l’evento. Con il governo cinese sempre più propenso a fare marcia indietro rispetto agli impegni formali (su diritti umani e libertà di stampa), presi con il Cio come condizioni per l’assegnazione, è sempre meno scontato che i Giochi possano rappresentare di per sé, come ci viene detto, un momento di apertura della Cina al mondo e un’occasione per favorire il rispetto dei diritti umani. Prendiamo atto che l’unica cosa che non possiamo impedire è che attraverso le Olimpiadi passi un messaggio politico. Concentriamoci sulla vera posta in gioco: possiamo almeno impedire che a trarre beneficio da quel messaggio sia solo la dittatura. Se, come probabile, il regime manterrà il totale controllo mediatico dell’evento, riuscirà a orientare a proprio favore il segno politico dei Giochi, ricavandone prestigio internazionale e nascondendo sotto il tappeto i propri orrori; se, invece, qualcosa gli sfuggirà di mano, se i governi occidentali assumeranno qualche iniziativa, le minoranze e i dissidenti riusciranno a esprimersi, allora il messaggio politico che uscirà sarà di aiuto al cambiamento. Per questo dovrebbero adoperarsi governi, forze politiche e mezzi di informazione occidentali.
Caro direttore, l’idea del Riformista va nella direzione giusta per superare il dibattito sul boicottaggio, che rischia di dividere anziché unire. Quanti lo escludono a priori, però, non vengano a raccontarci la balla delle Olimpiadi come evento esclusivamente sportivo da non inquinare di politica. È innegabile che un risvolto politico l’avesse già la scelta di assegnarle a Pechino e che la Cina aspiri ad utilizzarle politicamente. Avrebbero un valore politico le eventuali assenze dei leader occidentali, ma l’avranno certamente le loro presenze e la propaganda nazionalista che pervaderà l’evento. Con il governo cinese sempre più propenso a fare marcia indietro rispetto agli impegni formali (su diritti umani e libertà di stampa), presi con il Cio come condizioni per l’assegnazione, è sempre meno scontato che i Giochi possano rappresentare di per sé, come ci viene detto, un momento di apertura della Cina al mondo e un’occasione per favorire il rispetto dei diritti umani. Prendiamo atto che l’unica cosa che non possiamo impedire è che attraverso le Olimpiadi passi un messaggio politico. Concentriamoci sulla vera posta in gioco: possiamo almeno impedire che a trarre beneficio da quel messaggio sia solo la dittatura. Se, come probabile, il regime manterrà il totale controllo mediatico dell’evento, riuscirà a orientare a proprio favore il segno politico dei Giochi, ricavandone prestigio internazionale e nascondendo sotto il tappeto i propri orrori; se, invece, qualcosa gli sfuggirà di mano, se i governi occidentali assumeranno qualche iniziativa, le minoranze e i dissidenti riusciranno a esprimersi, allora il messaggio politico che uscirà sarà di aiuto al cambiamento. Per questo dovrebbero adoperarsi governi, forze politiche e mezzi di informazione occidentali.
Thursday, March 27, 2008
Le lacrime dei monaci e le prime defezioni politiche dai Giochi
Ieri e oggi ha avuto luogo nella capitale tibetana, Lhasa, la breve visita sotto strettissima sorveglianza concessa dal regime cinese ai giornalisti di alcune testate internazionali ben selezionate. Una farsa che si è ritorta contro i suoi organizzatori quando, nonostante le restrizioni, un gruppo di circa 30 monaci tibetani è riuscito ad avvicinare i giornalisti stranieri al tempio di Jokhang (qui il video, da Corriere.it).In lacrime hanno urlato al mondo «il Tibet non è libero!», «Vogliamo un Tibet libero!». Le autorità mentono, «il Dalai Lama non è responsabile delle violenze», hanno denunciato i monaci, rinchiusi nel tempio dal 10 marzo scorso, quando tutti i monasteri più importanti furono circondati dall'esercito cinese in seguito alle manifestazioni. L'apparente normalità della vita nel tempio, fino a pochi minuti prima dell'arrivo dei giornalisti assediato dai militari, è solo una messa in scena, hanno rivelato davanti a microfoni e telecamere. «Sappiamo che probabilmente verremo arrestati per questo, ma dobbiamo continuare a lottare», ha detto uno dei monaci, poco più che ventenni.
Lhasa è una città «segnata e spaventata», sempre più divisa tra tibetani e cinesi di etnia han, scrive Shai Oster per il Wall Street Journal. «Vi prego, aiutateci», è quanto ha sussurrato una tibetana ai giornalisti, tra cui Geoff Dyer per il Financial Times.
Sul fronte diplomatico potremmo, per la prima volta da anni, assistere a un atteggiamento più fermo nei confronti di Pechino da parte dell'Europa piuttosto che da parte di Washington.
Il presidente americano Bush ha avuto un colloquio telefonico con il presidente cinese Hu Jintao, al quale ha espresso la sua «preoccupazione», esortandolo ad «avviare un dialogo concreto con i rappresentanti del Dalai Lama» e a consentire «accesso a giornalisti e diplomatici» in Tibet, ma ha confermato la sua presenza alla cerimonia inaugurale dei Giochi, attirandosi non poche critiche. «Bush non ha altra scelta che quella di cancellare il suo viaggio a Pechino», ha scritto il conservatore Washington Times, concludendo che «Bush non può stare sul suolo cinese senza trasformare in una barzelletta la sua agenda per la libertà».
Lo speaker del Parlamento tibetano in esilio è stato ascoltato ieri dalla Commissione Esteri del Parlamento europeo e durante il dibattito in plenaria sulla situazione in Tibet il Dalai Lama è stato formalmente invitato dal presidente Poettering. Mentre da Londra, oggi, il premier britannico Gordon Brown assicura che anche «la Gran Bretagna parteciperà alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici», giungono gli annunci delle prime defezioni europee: il primo ministro polacco Donald Tusk e il presidente ceco Vaclav Klaus a Pechino non andranno. Il presidente francese Sarkozy si è detto «scioccato» per il Tibet e si «riserva il diritto di decidere se partecipare alla cerimonia d'apertura», precisando che si consulterà comunque con gli alleati europei prima di prendere una decisione.
E' l'ora di incalzare, perché Pechino mostra di temere i boicottaggi politici. «Spetta ai comitati olimpici nazionali invitare i rispettivi capi di Stato e di governo alla cerimonia inaugurale. Se accettano o meno, dipende da loro», mettono le mani avanti i cinesi.
«Tutte le opzioni rimangono aperte», aveva dichiarato giorni fa il presidente francese, riferendosi non al boicottaggio delle Olimpiadi ma all'ipotesi di una sua eventuale assenza alla cerimonia inaugurale, che cadrà in agosto, proprio quando sarà presidente di turno dell'Ue. «Mi appello allo spirito di responsabilità dei leader cinesi», aggiungeva ribadendo la sua richiesta: che si «avvii il dialogo tra il governo cinese ed il Dalai Lama. Regolerò la mia risposta alla risposta delle autorità cinesi». Una posizione che veniva ribadita ieri dal ministro degli Esteri Kouchner: la Francia è contraria al boicottaggio delle Olimpiadi, ma «per la cerimonia d'apertura dei Giochi vedremo secondo l'evoluzione della situazione. Ne parleremo venerdì alla riunione dei ministri degli affari esteri dell'Unione europea».
Intanto, l'Onu continua a dare il peggio di sé. Nel corso di una riunione del Consiglio per i Diritti umani a Ginevra la discussione sulla situazione in Tibet è stata bloccata in seguito alle reiterate proteste cinesi, denuncia Amnesty International. La rappresentanza di Pechino ha chiesto inoltre l'annullamento di un briefing del Partito Radicale, nel quale era previsto l'intervento dello speaker del Parlamento tibetano in esilio.
Gli spiragli e i dubbi di Cavalera
Ci risiamo. Anche oggi Fabio Cavalera, sul Corriere della Sera, mostra un eccessivo e mal riposto ottimismo per quello che interpreta come uno «spiraglio» aperto da Pechino sulla crisi tibetana. Accoglie fin troppo generosamente i presunti «impegni» presi dal presidente cinese Hu Jintao, nient'affatto «di fronte alla comunità internazionale», come scrive, ma semmai al telefono con Bush. Ma rimaniamo sconcertati quando, riguardo una delle misure repressive più odiose - la campagna di «rieducazione patriottica» nei monasteri buddisti tibetani - Cavalera confessa di non capire se «abbia la funzione di promuovere il dialogo [sic!] o se sia al contrario una sorta di lavaggio del cervello, un'arma psicologica per chiudere la bocca alle opposizioni».
Di questi dubbi Federico Rampini, su la Repubblica, per fortuna non ne ha. Pechino, scrive, «insiste con i metodi di sempre»:
Di questi dubbi Federico Rampini, su la Repubblica, per fortuna non ne ha. Pechino, scrive, «insiste con i metodi di sempre»:
«Si riaprono le porte dei laogai. Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un'odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. E' il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture».Di dialogo con il Dalai Lama non se ne parla proprio, soprattutto in questo momento di debolezza politica del leader spirituale tibetano. Anzi, il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, ha assicurato che «la Cina schiaccerà con forza tutte le iniziative secessioniste». Gli «spiragli» li vede solo Cavalera, per ora. Perché ci appaiano anche a noi ci vorrà una maggiore pressione dall'esterno sul regime cinese.
Wednesday, March 26, 2008
Boicottaggio o no, le Olimpiadi saranno comunque un evento politico
Resta da capire a beneficio di chi...
Una breve gita a Lhasa, con percorso predefinito e sotto la massima sorveglianza delle autorità, è tutto ciò che il governo cinese ha concesso a 26 reporter di 19 testate internazionali (escluse Bbc e Cnn) per verificare la situazione in Tibet, rispondendo con una farsa alla richiesta di apertura ai media avanzata da tutte le principali capitali occidentali.
Dovevano essere i Giochi della trasparenza e dell'apertura della Cina al mondo, ma oggi è chiaro che saranno le Olimpiadi della censura e del controllo poliziesco, al servizio di una macchina propagandistica messa in moto per trasformare l'evento sportivo nella trionfale celebrazione della potenza della Cina popolare. Pechino aveva promesso che in vista dei Giochi, e durante il loro svolgimento, la stampa avrebbe goduto di maggiore libertà di movimento. Ad oggi, invece, ci ritroviamo con il Tibet sigillato, off limits per stampa straniera e turisti; il divieto di accesso esteso a tutte le province limitrofe; e giorni fa è stato annunciato anche il divieto assoluto, da adesso fino a tutta la durata delle Olimpiadi, di trasmettere in diretta da Piazza Tienanamen.
Le autorità cinesi sono ormai di fronte a un bivio: impedire ai giornalisti occidentali di informare liberamente dalla Cina e dal Tibet, suscitando però nei propri confronti l'ostilità del mondo dei media; oppure, permettere ai giornalisti di fare il loro lavoro, sapendo però di fornire occasioni di visibilità al dissenso interno. Accantonata l'"operazione simpatia", su cui prevale l'esigenza di soffocare qualsiasi voce che metta in discussione la sua autorità, Pechino sembra aver scelto una clamorosa marcia indietro rispetto agli impegni formali presi con il Comitato olimpico internazionale come condizioni per l'assegnazione dei Giochi.
Il governo cinese si prepara a controllare atleti, turisti e giornalisti con tutto l'apparato tecnologico di cui dispone, dalle microspie alla cyberpolizia per monitorare internet e le e-mail, e limitandone i movimenti. Contro il Dalai Lama e la sua «cricca» ha scatenato una guerra mediatica fatta non solo di censura, ma anche diffondendo in modo martellante, per mezzo delle tv governative, immagini – alcune persino false o di repertorio – volte a documentare unicamente le violenze commesse dai manifestanti tibetani contro la popolazione di etnia han, al fine di alimentare il nazionalismo e la xenofobia presso l'opinione pubblica cinese. Completando l'opera con le accuse di manipolazione rivolte ai media occidentali, ha già ottenuto i primi risultati, a giudicare dal risentimento contro i tibetani che emerge da forum on line e blogosfera.
E' un errore pensare – e un inganno far credere – che le Olimpiadi saranno un evento politicamente neutro, esclusivamente sportivo, che verrebbe "inquinato" dal boicottaggio occidentale. Innanzitutto, perché già al momento dell'assegnazione dei Giochi a Pechino si era consapevoli del valore simbolico e politico che questa scelta avrebbe comportato e dell'enorme opportunità che si stava regalando alla Cina per accreditarsi nel consesso delle nazioni civili. Bisognava pretendere, ma si può e si deve pretendere ancor di più oggi, che a questa apertura di credito, a questo "regalo", corrispondano progressi concreti, verificabili, da parte di Pechino nel rispetto dei diritti umani e della libertà di stampa.
Quanti in questi giorni ci ripetono che sarebbe sbagliato boicottare le Olimpiadi, perché non si mescolano sport e politica, e perché saranno comunque un momento di apertura della Cina al mondo, un'occasione per porre sotto i riflettori anche il tema dei diritti umani, o si sbagliano o mentono. Non riescono o non vogliono vedere che boicottaggi o no – ancor di più alla luce di quanto accaduto in Tibet – le Olimpiadi assumeranno comunque e inevitabilmente un connotato politico. Avrebbero un valore politico le eventuali assenze dei leader occidentali, ma l'avranno anche le loro presenze e la propaganda nazionalista di cui sarà permeato l'evento.
L'unica cosa che non possiamo impedire, dunque, è che attraverso le Olimpiadi passi un messaggio politico. Possiamo impedire, invece, che sia solo Pechino a trarre beneficio da quel messaggio. Se, come probabile, il governo cinese saprà mantenere il totale controllo mediatico dell'evento, riuscirà a orientare a proprio favore il segno politico dei Giochi, ricavandone prestigio internazionale e nascondendo sotto il tappeto i propri orrori; se, invece, qualcosa gli sfuggirà di mano, se i governi occidentali decideranno di assumere qualche iniziativa, o se le minoranze e i dissidenti riusciranno a esprimersi, allora il messaggio politico che uscirà non sarà del tutto favorevole al regime.
Una breve gita a Lhasa, con percorso predefinito e sotto la massima sorveglianza delle autorità, è tutto ciò che il governo cinese ha concesso a 26 reporter di 19 testate internazionali (escluse Bbc e Cnn) per verificare la situazione in Tibet, rispondendo con una farsa alla richiesta di apertura ai media avanzata da tutte le principali capitali occidentali.
Dovevano essere i Giochi della trasparenza e dell'apertura della Cina al mondo, ma oggi è chiaro che saranno le Olimpiadi della censura e del controllo poliziesco, al servizio di una macchina propagandistica messa in moto per trasformare l'evento sportivo nella trionfale celebrazione della potenza della Cina popolare. Pechino aveva promesso che in vista dei Giochi, e durante il loro svolgimento, la stampa avrebbe goduto di maggiore libertà di movimento. Ad oggi, invece, ci ritroviamo con il Tibet sigillato, off limits per stampa straniera e turisti; il divieto di accesso esteso a tutte le province limitrofe; e giorni fa è stato annunciato anche il divieto assoluto, da adesso fino a tutta la durata delle Olimpiadi, di trasmettere in diretta da Piazza Tienanamen.
Le autorità cinesi sono ormai di fronte a un bivio: impedire ai giornalisti occidentali di informare liberamente dalla Cina e dal Tibet, suscitando però nei propri confronti l'ostilità del mondo dei media; oppure, permettere ai giornalisti di fare il loro lavoro, sapendo però di fornire occasioni di visibilità al dissenso interno. Accantonata l'"operazione simpatia", su cui prevale l'esigenza di soffocare qualsiasi voce che metta in discussione la sua autorità, Pechino sembra aver scelto una clamorosa marcia indietro rispetto agli impegni formali presi con il Comitato olimpico internazionale come condizioni per l'assegnazione dei Giochi.
Il governo cinese si prepara a controllare atleti, turisti e giornalisti con tutto l'apparato tecnologico di cui dispone, dalle microspie alla cyberpolizia per monitorare internet e le e-mail, e limitandone i movimenti. Contro il Dalai Lama e la sua «cricca» ha scatenato una guerra mediatica fatta non solo di censura, ma anche diffondendo in modo martellante, per mezzo delle tv governative, immagini – alcune persino false o di repertorio – volte a documentare unicamente le violenze commesse dai manifestanti tibetani contro la popolazione di etnia han, al fine di alimentare il nazionalismo e la xenofobia presso l'opinione pubblica cinese. Completando l'opera con le accuse di manipolazione rivolte ai media occidentali, ha già ottenuto i primi risultati, a giudicare dal risentimento contro i tibetani che emerge da forum on line e blogosfera.
E' un errore pensare – e un inganno far credere – che le Olimpiadi saranno un evento politicamente neutro, esclusivamente sportivo, che verrebbe "inquinato" dal boicottaggio occidentale. Innanzitutto, perché già al momento dell'assegnazione dei Giochi a Pechino si era consapevoli del valore simbolico e politico che questa scelta avrebbe comportato e dell'enorme opportunità che si stava regalando alla Cina per accreditarsi nel consesso delle nazioni civili. Bisognava pretendere, ma si può e si deve pretendere ancor di più oggi, che a questa apertura di credito, a questo "regalo", corrispondano progressi concreti, verificabili, da parte di Pechino nel rispetto dei diritti umani e della libertà di stampa.
Quanti in questi giorni ci ripetono che sarebbe sbagliato boicottare le Olimpiadi, perché non si mescolano sport e politica, e perché saranno comunque un momento di apertura della Cina al mondo, un'occasione per porre sotto i riflettori anche il tema dei diritti umani, o si sbagliano o mentono. Non riescono o non vogliono vedere che boicottaggi o no – ancor di più alla luce di quanto accaduto in Tibet – le Olimpiadi assumeranno comunque e inevitabilmente un connotato politico. Avrebbero un valore politico le eventuali assenze dei leader occidentali, ma l'avranno anche le loro presenze e la propaganda nazionalista di cui sarà permeato l'evento.
L'unica cosa che non possiamo impedire, dunque, è che attraverso le Olimpiadi passi un messaggio politico. Possiamo impedire, invece, che sia solo Pechino a trarre beneficio da quel messaggio. Se, come probabile, il governo cinese saprà mantenere il totale controllo mediatico dell'evento, riuscirà a orientare a proprio favore il segno politico dei Giochi, ricavandone prestigio internazionale e nascondendo sotto il tappeto i propri orrori; se, invece, qualcosa gli sfuggirà di mano, se i governi occidentali decideranno di assumere qualche iniziativa, o se le minoranze e i dissidenti riusciranno a esprimersi, allora il messaggio politico che uscirà non sarà del tutto favorevole al regime.
Emma Bonino e Wei Jingsheng, radicali spesso in disaccordo
da ilfoglio.itDa quando è ministro Emma Bonino si è comportata come se Wei Jingsheng, il più autorevole tra i dissidenti cinesi e premio Sakharov, non fosse anche autorevole membro del Consiglio generale del Partito Radicale. Ha sistematicamente ignorato le sue parole sulla Cina.
Quando durante la visita di un'ampia delegazione governativa italiana in Cina, nel settembre del 2006, Prodi arrivò persino a garantire al governo cinese il suo appoggio alla richiesta di Pechino di revocare l'embargo europeo sulle armi, in vigore dal massacro di Piazza Tienanmen (quanto sciagurata fosse quella promessa ce ne rendiamo meglio conto oggi), la Bonino non fece e non disse nulla, difendendo anche in Parlamento, nei giorni successivi, la posizione espressa da Prodi sull'embargo.
Poche settimane dopo, proprio quel suo compagno di partito, Wei Jingsheng, durante la sessione del Consiglio Onu sui Diritti Umani a Ginevra (non proprio il solito convegno di dissidenti) si esprimeva senza mezzi termini contro ogni ipotesi di sospensione dell'embargo europeo sulle armi alla Cina: «La decisione da parte dell'Unione europea di togliere l'embargo avrebbe l'effetto di rafforzare la parte più intransigente ed autoritaria all'interno del Partito Comunista cinese, e di incoraggiarlo a continuare la pianificazione della guerra contro Taiwan; un conflitto, quello contro Taiwan destinato a coinvolgere gli Stati Uniti, ma anche la stessa Unione europea e destinato a destabilizzare il continente asiatico», avvertiva il dissidente.
Nel dicembre dello stesso anno - il 2006 - Jingsheng interveniva anche al Consiglio generale del Partito Radicale per letteralmente scongiurare i compagni radicali di fare tutto il possibile perché l'embargo non venisse revocato. Esortazione che la Bonino fece finta di non udire.
Oggi la crisi in Tibet vede Emma Bonino e Wei Jingsheng ancora una volta di opinioni diverse, sull'opportunità di minacciare il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. La Bonino lo esclude a priori, nascondendosi dietro le parole del Dalai Lama, che per ovvie ragioni non potrebbe in ogni caso incitare al boicottaggio; mentre Jingsheng ritiene che quanto meno minacciare di boicottare i Giochi sia un valido strumento di pressione nei confronti di Pechino, proprio in ragione dell'alto valore propagandistico e politico che il regime ha attribuito all'evento. E ricordando, tra l'altro, che la promessa di progressi nel rispetto dei diritti umani, e di permettere maggiore libertà di movimento ai mezzi d'informazione, faceva parte del patto sottoscritto da Pechino con il Cio per l'assegnazione dei Giochi.
In un articolo per Global Viewpoint, tradotto e pubblicato in Italia dal Corriere della Sera, Wei Jingsheng definisce «inaccettabile» il fatto che il presidente del Comitato olimpico internazionale rifiuti di prendere posizione contro la repressione dei tibetani. Il Cio «ha il preciso dovere di agire», «dato che la promessa di migliorare la situazione dei diritti umani è stata una condizione per attribuire i giochi a Pechino». Dunque, conclude Jingsheng, «qualora il Cio e il resto della comunità mondiale non inducano ora Pechino a fermare la repressione e a garantire maggiormente i diritti umani, il boicottaggio dei giochi sarà ritenuto ampiamente giustificato».
Friday, March 21, 2008
Pechino spera di mettere il Dalai Lama fuori gioco
Altri 19 tibetani uccisi nella provincia di Gansu, stando a quanto riferisce il governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India, per il quale il numero delle vittime della repressione sarebbe salito a 99 accertate. Ancora proteste anche nelle province di Sichuan e Qinghai, mentre continuano a giungere ulteriori conferme della militarizzazione del Tibet. Nella capitale sono arrivati almeno duecento camion e seimila soldati. Ma altre migliaia si stanno dirigendo verso la regione attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. Il governo di Pechino è pronto ad effettuare ulteriori rastrellamenti nelle aree della rivolta.Qualche capitale europea comincia ad alzare la voce. All'indomani dell'espulsione dal Tibet degli ultimi due giornalisti stranieri ancora presenti, i tedeschi Georg Blume e Kristin Kupfe, la Germania ha chiesto a Pechino di riaprire le porte della regione ai giornalisti occidentali: «Il governo tedesco dice chiaramente ai cinesi: restate aperti, vogliamo sapere esattamente cosa sta accadendo in Tibet», ha affermato il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier. Tanto, ha spiegato al settimanale Bild, un gran numero di giornalisti arriveranno per i Giochi e «sotto il tappeto non si può nascondere nulla».
Stessa richiesta, «riaprire senza indugio il Tibet agli stranieri» e in particolare ai giornalisti, è stata avanzata dalla Francia: «Ciò che ci preoccupa è sapere cosa sta accadendo in Tibet», ha dichiarato un portavoce del Ministero degli Esteri francese, che non si è espresso, invece, sull'ipotesi di un'inchiesta indipendente internazionale, invocata dal Dalai Lama e appoggiata dalla democratica americana Nancy Pelosi. Boicottaggio no, inchiesta sì, è la posizione della speaker della Camera dei Rappresentanti Usa: «Se non abbiamo il coraggio di denunciare quanto facendo la Cina, allora non avremmo più l'autorità morale di denunciare altre violazioni di diritti umani nel resto del mondo».
Sta cambiando anche l'atteggiamento dell'India. E' ripresa, infatti, nonostante sconsigliata dallo stesso Dalai Lama, la marcia nonviolenta degli esuli tibetani che da Dharamsala erano intenzionati a varcare il confine con la Cina per penetrare in Tibet. Sarà perché ispirata alle marce di Gandhi, o perché gli occhi del mondo sono puntati anche su questa marcia, ma nel Punjab le autorità indiane non si sono opposte come nei primi giorni e i dimostranti ricevono la solidarietà della popolazione.
Pechino ha reagito bruscamente sia alle pur caute parole di Papa Benedetto XVI («Nessuna tolleranza coi criminali che devono essere puniti severamente»), sia allo stesso Brown, riguardo l'annunciata intenzione di incontrare il Dalai Lama: la Cina è «seriamente preoccupata» e ricorda che il Dalai Lama è «un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche contro la Cina sotto la copertura della religione». Naturalmente il Dalai Lama tenta di sfruttare il minimo spiraglio, e ha ribadito anche questa mattina di essere disposto a incontrare le autorità cinesi, compreso il presidente Hu Jintao.
Ma ormai è chiaro che il premier cinese Wen Jiabao, nel colloquio telefonico di qualche giorno fa con il premier britannico Gordon Brown, non ha fatto altro che ripetere le condizioni che la Cina ha sempre posto al Dalai Lama. Il punto è che secondo i cinesi il Dalai Lama non soddisfa ancora quelle condizioni, mentre è noto che le ha accettate pubblicamente da anni, e lo ripete ad ogni occasione utile, senza che Pechino mantenga mai fede alla parola data. Infatti, a chi gli faceva notare che la massima autorità spirituale tibetana ha ribadito più volte il suo doppio no – alla violenza e all'indipendenza – il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha replicato: «Le sue azioni dimostrano che non è sincero».
Da anni la Cina finge di non credergli, perché in realtà non alcuna intenzione di dialogare con il Dalai Lama, legittimandolo, mentre il tempo gioca a suo sfavore: alla sua morte nessun successore potrà godere dello stesso prestigio, sempre che Pechino non riesca a sostituirlo con un monaco di sua fiducia o che il popolo tibetano nel frattempo non sia già quasi scomparso dal punto di vista demografico e culturale. Al momento non c'è alcuna possibilità che venga annunciato un incontro tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, contro cui Pechino ha invece avviato una vera e propria campagna di demonizzazione. A maggior ragione adesso, perché il regime apparirebbe debole agli occhi dei tibetani, dimostrando che le rivolte violente della scorsa settimana hanno avuto effetto.
La Cina non farà mai questo "regalo" al Dalai Lama, proprio adesso che è in crisi la sua immagine di leader, non solo spirituale ma anche politico: è attaccabile da Pechino per le aggressioni dei ribelli tibetani contro i cinesi han; e contestato sul fronte interno, dove soprattutto tra i giovani si diffonde lo scetticismo per il suo approccio moderato e l'obiettivo di una semplice autonomia.
Tra le cose che il Dalai Lama chiede non c'è solo di non boicottare le Olimpiadi e di non isolare la Cina, ma anche di essere ricevuto dai governi occidentali. Il nostro non l'ha fatto e i ministri che oggi pendono dalle sue labbra non mossero un dito. Ma in questo momento il Dalai Lama ha disperato bisogno di una vittoria politica, anche minima, per dimostrare alla sua gente che la sua politica è ancora in grado di produrre qualche risultato. I governi occidentali dovrebbero sostenerlo, altrimenti per la Cina sarebbe facile metterlo fuori gioco.
Le Olimpiadi sono già un evento politico, per Pechino
Oggi sui giornali si dà massima evidenza alla conferma che Bush sarà presente alle Olimpiadi di Pechino, nonostante tutto. Male, grave e sorprendente errore da parte del presidente Usa garantire a Pechino la sua presenza già oggi, a fronte della repressione in corso in Tibet, contraddicendo gli elementi base della sua dottrina di sicurezza. Ma è strano che per alcuni giornali, se parla Bush, allora «abbandona» i tibetani, se invece sono l'Unione europea, Veltroni, Fini, D'Alema e la Bonino ad escludere ogni boicottaggio, allora semplicemente si attengono alla posizione del Dalai Lama.
Ieri la presidenza dell'Unione europea ha diffuso un comunicato in cui si motiva in modo davvero bizzarro il no al boicottaggio: «Le Olimpiadi moderne sono state spesso usate, e a volte abusate, da politici e da regimi politici per promuovere vari obiettivi di Stato, economici e politici». Ma come, la Cina non si sta forse accingendo a trasformare i Giochi in un'immensa operazione (forse la più grande nella storia dell'umanità) di propaganda politica di stampo nazionalista, il simbolo della sua potenza e ed egemonia regionale?
Non si può negare che la stessa decisione del Cio di assegnare i Giochi a Pechino sia stata una decisione di natura politica. Tra l'altro, non solo in Tibet, ma per la stessa organizzazione dell'evento, la Cina ha violato le norme del contratto firmato con il Cio per ottenere l'assegnazione e le disposizioni della Carta olimpica per quanto riguarda «promozione di una società pacifica e difesa della dignità umana». Vedremo se potrà di più il panico che si sta scatenando tra i 12 grandi sponsor che hanno sborsato una media di 100 milioni di dollari a testa per finanziare i Giochi e che oggi temono un danno d'immagine se i Giochi dovessero svolgersi sotto l'ombra dei massacri.
A sostenere le ragioni del boicottaggio, quanto meno del non escludere prima del tempo questa opzione, è Bernard-Henri Levy:
Ieri la presidenza dell'Unione europea ha diffuso un comunicato in cui si motiva in modo davvero bizzarro il no al boicottaggio: «Le Olimpiadi moderne sono state spesso usate, e a volte abusate, da politici e da regimi politici per promuovere vari obiettivi di Stato, economici e politici». Ma come, la Cina non si sta forse accingendo a trasformare i Giochi in un'immensa operazione (forse la più grande nella storia dell'umanità) di propaganda politica di stampo nazionalista, il simbolo della sua potenza e ed egemonia regionale?
Non si può negare che la stessa decisione del Cio di assegnare i Giochi a Pechino sia stata una decisione di natura politica. Tra l'altro, non solo in Tibet, ma per la stessa organizzazione dell'evento, la Cina ha violato le norme del contratto firmato con il Cio per ottenere l'assegnazione e le disposizioni della Carta olimpica per quanto riguarda «promozione di una società pacifica e difesa della dignità umana». Vedremo se potrà di più il panico che si sta scatenando tra i 12 grandi sponsor che hanno sborsato una media di 100 milioni di dollari a testa per finanziare i Giochi e che oggi temono un danno d'immagine se i Giochi dovessero svolgersi sotto l'ombra dei massacri.
A sostenere le ragioni del boicottaggio, quanto meno del non escludere prima del tempo questa opzione, è Bernard-Henri Levy:
«Le Olimpiadi, ci dicevano, avranno l'effetto di aprire automaticamente la Cina al mondo e, quindi, alla democrazia. I cinesi, ci dicevano, sapendo che saranno osservati come non lo sono mai stati, desidereranno offrire un'immagine decente di se stessi e del loro regime. La verità obbliga a dire che, per il momento, si è verificato esattamente il contrario».Dopo un lungo elenco di ciò che sta accadendo, non solo in Tibet, conclude che «o l'effetto "ripulitura di facciata" non ha avuto conseguenze, oppure ha intensificato, al contrario, le violazioni dei diritti umani». A tutto ciò si aggiunge «la repressione più brutale che la regione "autonoma" abbia conosciuto da quella di 18 anni fa, subito dopo Tienanmen».
«Avvertiti della nostra pusillanimità durante i massacri in Darfur e le violenze in Birmania, i cinesi hanno capito, o creduto di capire, che noi non ci saremmo dati maggiormente da fare se avessero messo il Tibet a ferro e a fuoco. Di fronte a tale cinismo, insisto nel pensare che sia ancora possibile tenere il linguaggio della fermezza, che secondo i cinesi non osiamo articolare perché siamo troppo vigliacchi o dipendenti da loro. Non è troppo tardi per utilizzare l'arma dei Giochi ed esigere da loro, almeno, che smettano di uccidere e applichino alla lettera la Costituzione sull'autonomia regionale tibetana. Non si mescolano sport e politica? Non si priva il mondo di un grande divertimento come le Olimpiadi? D'accordo, amici sportivi. Ma non invertiamo i ruoli. Sono i cinesi a rovinare la festa. Sono loro che disprezzano i principi dei Giochi olimpici... È ancora possibile salvare sport, onore e vite umane. È ancora possibile, rischiando, come ha appena fatto Barack Obama, evocare la possibilità, semplicemente la possibilità, del boicottaggio, e dire sì all'ideale olimpico e dire no ai Giochi della vergogna».
La faccia tosta di D'Alema
Da Il Foglio:
Al direttore - Ci vuole la faccia tosta di D'Alema per chiedere alla Cina di dialogare con il Dalai Lama quando neanche lui ci ha voluto dialogare, evitando accuratamente di incrociarlo durante la sua visita in Italia dello scorso dicembre. Oggi, nel bel mezzo della campagna elettorale, sentiamo D'Alema avvertirci che la difesa dei diritti umani comporta anche "in qualche caso scelte coraggiose e rinunce", perché è un "tratto irrinunciabile della politica estera italiana". Adesso scoprono che la legittimazione del Dalai Lama è importante, ma D'Alema e i ministri che oggi si mobilitano non fecero nulla perché il Dalai Lama fosse incontrato dal governo. E Vernetti è l'unico cui va dato atto di riconoscere l'errore: fu "un'opportunità" perduta non incontrare il Dalai Lama quando venne a Roma. "Hanno prevalso ragioni di Stato", ammette, mentre allora si disse addirittura che il leader tibetano non aveva chiesto incontri o che Prodi e D'Alema avevano improrogabili impegni. La realtà è che il governo italiano, tra quelli europei, ha avuto una delle politiche più servili e appiattite, proprio sui diritti umani, nei confronti della Cina, arrivando persino a promettere il suo appoggio per la revoca dell'embargo europeo sulle armi. Che occorra un'altra politica, che veda unita l'intera Ue, è ormai indubbio, ma i ministri di questo governo hanno perso ogni credibilità per poterci venire a dire, oggi, quali forme di pressione su Pechino siano appropriate e quali no, e per esserne addirittura interpreti.
E a proposito, vi siete chiesti come mai nei giorni scorsi a ricevere l'ambasciatore cinese in Italia, e a riferire sulla crisi in Tibet davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato, non sia andato D'Alema. Temeva forse di "bruciarsi" la reputazione a Pechino?
Al direttore - Ci vuole la faccia tosta di D'Alema per chiedere alla Cina di dialogare con il Dalai Lama quando neanche lui ci ha voluto dialogare, evitando accuratamente di incrociarlo durante la sua visita in Italia dello scorso dicembre. Oggi, nel bel mezzo della campagna elettorale, sentiamo D'Alema avvertirci che la difesa dei diritti umani comporta anche "in qualche caso scelte coraggiose e rinunce", perché è un "tratto irrinunciabile della politica estera italiana". Adesso scoprono che la legittimazione del Dalai Lama è importante, ma D'Alema e i ministri che oggi si mobilitano non fecero nulla perché il Dalai Lama fosse incontrato dal governo. E Vernetti è l'unico cui va dato atto di riconoscere l'errore: fu "un'opportunità" perduta non incontrare il Dalai Lama quando venne a Roma. "Hanno prevalso ragioni di Stato", ammette, mentre allora si disse addirittura che il leader tibetano non aveva chiesto incontri o che Prodi e D'Alema avevano improrogabili impegni. La realtà è che il governo italiano, tra quelli europei, ha avuto una delle politiche più servili e appiattite, proprio sui diritti umani, nei confronti della Cina, arrivando persino a promettere il suo appoggio per la revoca dell'embargo europeo sulle armi. Che occorra un'altra politica, che veda unita l'intera Ue, è ormai indubbio, ma i ministri di questo governo hanno perso ogni credibilità per poterci venire a dire, oggi, quali forme di pressione su Pechino siano appropriate e quali no, e per esserne addirittura interpreti.
E a proposito, vi siete chiesti come mai nei giorni scorsi a ricevere l'ambasciatore cinese in Italia, e a riferire sulla crisi in Tibet davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato, non sia andato D'Alema. Temeva forse di "bruciarsi" la reputazione a Pechino?
Il Dalai Lama come alibi
Da il Riformista:
Caro direttore, fa bene a porre la questione della legittimazione politica del Dalai Lama, la cui posizione ragionevole per l'autonomia del Tibet è l'unica che può portare al successo la causa tibetana. Peccato che il nostro governo non l'abbia capito, lo scorso dicembre, quando il Dalai Lama venne a Roma ma Prodi e D'Alema lo evitarono accuratamente e nessuno degli altri ministri disse una parola perché invece lo incontrassero. Oggi solo Vernetti ammette l'errore e racconta che a prevalere furono "ragioni di Stato", mentre allora si accamparono improbabili scuse. Quale credibilità hanno quei ministri per poterci venire a dire, oggi, quali sono le forme di pressione appropriate su Pechino e per esserne addirittura interpreti? Non so se il boicottaggio delle Olimpiadi sia realistico ed efficace. Forse no, ma a chi lo esclude a priori chiedo di non celarsi dietro le parole del Dalai Lama, che per ovvie ragioni non potrebbe in ogni caso chiederlo, e di dirci quali sono, in concreto, gli altri strumenti di pressione di cui disporremmo. In concreto, se il governo cinese rispedisce al mittente le ragionevoli richieste avanzate in queste ore, cosa rischia in termini politici? Se comunque non siamo disposti, come Unione europea, ad arrecargli un danno politico, vuol dire che stiamo prendendo in giro noi stessi e i tibetani.
Tra l'altro, tra le cose che il Dalai Lama chiede non c'è solo di non boicottare le Olimpiadi e di non isolare la Cina, ma anche di essere ricevuto dai governi. E il governo di cui i radicali, ed Emma Bonino, facevano parte, non l'ha ricevuto. Ma non li ho sentiti protestare.
Caro direttore, fa bene a porre la questione della legittimazione politica del Dalai Lama, la cui posizione ragionevole per l'autonomia del Tibet è l'unica che può portare al successo la causa tibetana. Peccato che il nostro governo non l'abbia capito, lo scorso dicembre, quando il Dalai Lama venne a Roma ma Prodi e D'Alema lo evitarono accuratamente e nessuno degli altri ministri disse una parola perché invece lo incontrassero. Oggi solo Vernetti ammette l'errore e racconta che a prevalere furono "ragioni di Stato", mentre allora si accamparono improbabili scuse. Quale credibilità hanno quei ministri per poterci venire a dire, oggi, quali sono le forme di pressione appropriate su Pechino e per esserne addirittura interpreti? Non so se il boicottaggio delle Olimpiadi sia realistico ed efficace. Forse no, ma a chi lo esclude a priori chiedo di non celarsi dietro le parole del Dalai Lama, che per ovvie ragioni non potrebbe in ogni caso chiederlo, e di dirci quali sono, in concreto, gli altri strumenti di pressione di cui disporremmo. In concreto, se il governo cinese rispedisce al mittente le ragionevoli richieste avanzate in queste ore, cosa rischia in termini politici? Se comunque non siamo disposti, come Unione europea, ad arrecargli un danno politico, vuol dire che stiamo prendendo in giro noi stessi e i tibetani.
Tra l'altro, tra le cose che il Dalai Lama chiede non c'è solo di non boicottare le Olimpiadi e di non isolare la Cina, ma anche di essere ricevuto dai governi. E il governo di cui i radicali, ed Emma Bonino, facevano parte, non l'ha ricevuto. Ma non li ho sentiti protestare.
Thursday, March 20, 2008
Alitalia, delirio elettoral-clientelare
Non mi piace passare da "indignato speciale", ma credo che ormai sulla vicenda Alitalia la politica italiana abbia toccato il fondo. Quella che sembra una svendita di Alitalia ad Air France - ed effettivamente lo è - poteva essere evitata se i gioverni che si sono succeduti dal 1997 ad oggi avessero preso dieci anni fa la decisione che già allora appariva inevitabile. Lo scandalo vero è che i politici non vogliono capire, o fingono di non capire, che trascinando la situazione fanno il gioco degli acquirenti, perché intanto il valore della compagnia crolla e, quando molto presto non sarà più in grado di assicurare i voli, verrà regalata a prezzi ancor più stracciati o fallirà.Il peggio di sé, in questo momento, lo dà Berlusconi, al quale sarebbe bastato tacere per non trovarsi a gestire la patata bollente dopo le elezioni. Invece no, è pronto a mandare tutto all'aria (o così sembra) lanciando per pura propaganda elettorale quello che mi sembra palesemente uno dei tanti bluff di questi ultimi anni. Una fantomatica cordata costituita da soggetti affidabili (!) come Toto di AirOne, Banca Intesa (ma Passera ha già smentito: «Nulla sul tavolo»), Ligresti, e i figli dello stesso Berlusconi.
C'è da rimanere allibiti: Berlusconi sbatte le porte in faccia ad Air France, che sarebbe certamente in grado di rilanciare Alitalia, anche se oggi viene svenduta, e si fa promotore di una cordata italiota di cui farebbero parte i suoi figli! E già dal Wall Street Journal al Guardian siamo i zimbelli d'Europa.
L'alternativa è tra svendere ad Air France e svendere a una cordata di amici (e figli!) dei politici. Sempre di svendita si tratterebbe, perché il valore della compagnia è quello che è, e Spinetta, seppure con l'arroganza tipica dei francesi, ci ha detto la verità. L'unica differenza è che nel primo caso Alitalia sarebbe inserita nel primo gruppo al mondo con possibilità di sviluppo e prestigio internazionale; nel secondo, gli acquirenti non sarebbero comunque in grado di far competere Alitalia con altri grandi gruppi, ma solo di mantenere un monopolio sulle rotte interne, una beffa per gli utenti. L'esperienza dei "coraggiosi" l'abbiamo provata con D'Alema e oggi Berlusconi ce la ripropone in versione addirittura familista.
Alitalia è costata a ciascun italiano (neonato compreso) 270 euro. Praticamente ciascuno di noi avrebbe diritto a un volo gratis. Peccato però che a fronte dell'aiuto statale per sopravvivere, il prezzo dei voli Alitalia è praticamente off limits per la stragrande maggioranza degli italiani, ai quali dunque dell'italianità e della sopravvivenza della compagnia non frega proprio nulla. Possibile che posizioni così assurde vengano prese per qualche migliaio di dipendenti? No: qui semplicemente siamo al delirio elettoral-clientelare.
Tra Fini e Tremonti, tra Maroni e Formigoni (secondo i quali Alitalia dovrebbe rimanere inchiodata a Malpensa perché tanto le perdite le pagano i contribuenti mentre le loro clientele se la godono), si prepara un governo tutt'altro che liberale e riformatore. E c'è un limite anche alla logica del "meno peggio".
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