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Friday, July 30, 2004

Lezioni dal passato per i Dpef dei sogni

«L'economia dell'offerta - nota giornalisticamente come Reaganomics - ha avuto il merito di elevare la microeconomia al di sopra della macroeconomia. La microeconomia si occupa della gente e del modo in cui questa investe il proprio lavoro e i propri capitali nel mercato. La macroeconomia si occupa dei rapporti intercorrenti tra figure maestose ma spettrali: il prodotto nazionale lordo, la produttività, etc etc. Il clero dei massimi economisti obiettava che il taglio delle tasse poteva essere giustificato soltanto se accompagnato da un simultaneo taglio delle spese. Gli offertisti replicavano che questa strategia li avrebbe condannati a restare in attesa per sempre, perché, in democrazia, la classe politica può ottenere vantaggi politici soltanto se spende denaro in favore della sua base elettorale, non certo cancellando i programmi che la avvantaggiano. Lentamente, gli economisti conservatori cominciarono a capire la saggezza della strategia dell'offerta».
Irving Kristol

Kerry e il solito equivoco da ex-Pci

Il grosso equivoco, ricercato, che c'è alle spalle delle «vacanze intelligenti» di Rutelli e Fassino a Boston:
«L'equivoco intorno a Kerry pacifista mostra una desolante mancanza di cultura politica. L'America è un sistema integrato di istituzioni democratiche e opinione pubblica, in fatto di politica estera e di sicurezza agisce una tradizione nazionale sperimentata e di assetto fondamentalmente bipartisan nelle scelte strategiche. Le agenzie delicate come la Cia sono al di sopra del cambio di amministrazione, il Congresso delibera e indaga con passione e sa controbilanciare l'esecutivo, ma anche quando c'è divisione e discussione, perfino nel circuito della stampa più seria e autorevole, non ci sono mai due Americhe, ce n'è una sola. Il mito giornalistico dell'altra America è una vecchia eredità intellettualistica e propagandistica dell'epoca in cui i cold warriors legati all'Unione Sovietica, e i loro indipendenti di sinistra, lavoravano per annettersi idealmente una regione dell'occidente che non esisteva nell’interesse superiore dello stato guida. Kerry promette di lavorare per un'America più forte e più sicura negli stessi termini di Bush: afferma di poterlo e di saperlo fare meglio, e se vorrà convincere la maggioranza degli americani dovrà portare prove solidissime. Ma la sua America è la stessa di quella del comandante in capo».
Il Foglio, 30 luglio 2004
Altre impressioni:

Il New York Times si è lamentato perché Kerry «non ha fornito un programma chiaro sull'Iraq»: gli elettori «avevano bisogno di sentirsi dire che aveva capito di aver fatto un errore appoggiando l'invasione. E' chiaro che Kerry non lo farà, e questo è una vergogna». Sugli altri aspetti, «Kerry e John Edwards hanno programmi chiari per l'agenda domestica, la sanità in particolare. La proposta di tagliare le tasse alla middle class però è pura propaganda».

Per il Washington Post il discorso di Kerry è stato «politicamente efficace», ma il candidato «ha perso un'opportunità di dimostrare il tipo di leadership di cui ha bisogno il paese». E' stato debole per l'assenza di riferimenti alla «difficile verità che le truppe Usa dovranno rimanere in Iraq a lungo» e perché «non fondate sulla realtà» le promesse di fermare l'emigrazione dei posti di lavoro all'estero e di svincolare l'America dalla dipendenza del petrolio mediorientale.
«Occasione perduta» anche per il Boston Globe; «Miopia» per il New York Post; «Apocalypse Kerry», titola The New Republic, mentre per USA Today Kerry è «indeciso fino alla fine».

Christian Rocca sul suo blog ha definito quello di Kerry un «ottimo discorso, degno di una bella convention, sebbene suoni strano che il candidato alla leadership del mondo libero non citi l'Iran, non dica che cosa voglia fare dell'Iraq, del conflitto arabo-israeliano eccetera. Kerry ha soltanto spiegato ad americani, europei e alleati che in Iraq ci sarà un maggiore impegno Usa, se vincesse lui. Lo slogan, ottimo, è "l'America può fare meglio". Non di meno. Di più, e meglio. La guerra al terrorismo si fa, perché sono stati loro, i nemici, a dichiararla. Troppo populista, poco liberale, e irrealizzabile il programma economico. Commovente il passaggio sulla ricerca scientifica che può salvare vite umane. In generale, la giornata di ieri, sembrava la convention del Pentagono, non dei liberal di sinistra. Guerra, generali, soldati, veterani, Vietnam, onore, bandiere, chissà che ne pensa Pecoraro Scanio...».
Questo l'articolo sul Foglio.

Thursday, July 29, 2004

Diritto-dovere di ingerenza nel Darfur

Mentre le violenze continuano, anzi si intensificano per assestare gli ultimi colpi prima di eventuali serie pressioni internazionali, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu l'opera delle diplomazie americana e britannica sono sfiancanti anche sul Sudan. Siamo alla terza bozza di risoluzione che gli Usa presentano e pare che domani sarà votata, anche se Cina e Russia (e Pakistan) sono riuscite a far eliminare il riferimento a «sanzioni» contro il governo di Khartoum. Il Congresso degli Stati Uniti ha usato la parola «genocidio» per descrivere ciò che sta accadendo nel Darfur. Annan chiede aiuti urgenti, ma come al solito non entra nelle questioni politiche che impediscono all'Onu di occuparsi con efficacia di queste crisi. E' evidente che dovranno morire e subire violenze migliaia di innocenti prima che il diritto-dovere di ingerenza appaia a tutti come l'unica soluzione. Ed è evidente che già da ora il Consiglio dovrebbe predisporre un ultimatum - pena l'invio di un contingente militare - come misura di pressione su Khartoum.

«Hope is on the way»

Lo slogan delle due Americhe, lo sguardo al futuro, è Edwards quello incaricato di dare nerbo e forza alle candidatura per la Casa Bianca.

«L'obiettivo è proprio questo, mostrare agli americani che i democratici non sono un partito di teste matte di sinistra incapaci di difendere con vigore gli interessi e il popolo americano. Barra al centro, dunque. Puntare su un'America più forte e dimostrare serietà e responsabilità».
Il Foglio, 29 luglio 2004


Finalmente Edwards ha parlato di guerra e di sicurezza, e lo ha fatto da falco. Impegno in Medio Oriente, più truppe in Iraq, nessuna pietà per Al Qaeda: «We will destroy you».

Wednesday, July 28, 2004

Quale «normalità» è la chiave

Premesso che né approvo, né respingo Sullivan che ha deciso di votare Kerry, chi come noi ritiene che la normalità «non sia stata rotta dalle due guerre anti-terroriste condotte dall'amministrazione Bush», ma che sia stata «infranta dall'11 settembre» (è un punto fermo) non può però ignorare la possibilità che il desiderio di normalità possa in effetti spingere molti elettori americani a preferire Kerry a Bush. Non c'entrano né la bontà delle scelte di Bush né l'efficacia delle politiche promesse da Kerry. A pesare sulle scelte di voto sono spesso fattori irrazionali, come in questo caso potrebbe pesare la percezione "Bush=estremista - Kerry=normalità" scaturita dall'evidenza di eventi a cui nessuno dei due contendenti potrebbe porre rimedio, neanche se lo volesse. Bush (presentatosi come semi-isolazionista) incarna ora «l'era degli estremismi» solo perché era "in quel posto", "in quel dato momento", solo perché un'esperienza del genere cambia chiunque e il lato umano del potere è sempre troppo ignorato: probabilmente quegli "estremismi" sarebbero sembrati al 95% degli americani l'unica cosa da fare.
Detto ciò, nessuno può dire come andrà a finire: Bush può perdere perché rischia di passare per "radicale" allo stesso modo in cui Kerry può perdere passando per "pappamolle". Insomma, è la democrazia e saranno la testa, ma anche lo "stomaco" degli elettori a decidere. E' chiaro che l'idea che per ritrovare la normalità basti cacciare Bush è un'illusione, ma se dovesse essere decisiva mi sentirei comunque di tranquillizzare 1972. Anche se adesso Kerry sembra un flip-floppers, se dovesse vincere governerà con polso. Ho l'impressione che là in America l'idea che "battuto Bush anche Al Qaida sparirà d'incanto come in un incubo" è pura retorica elettorale che dal 3 novembre sparirà d'incanto. Lì, viceversa che in Italia, le campagne elettorali durano mesi, ma poi si chiudono e il governo comincia a governare. Sarà così anche stavolta, non siamo - neanche con Kerry alla Casa Bianca - alla vigilia della resa americana di fronte al terrorismo.

Compassion over ideology

L'altra faccia della convention dei Democrats: l'appello del figlio di Reagan a Kerry e al Paese per la ricerca sulle cellule staminali: «How can we affirm life, if we abandon those whose own lives are so desperately at risk?». E' una delle issue su cui gli elettori si esprimeranno. Il tema - come è giusto in una campagna elettorale seria - divide i due candidati.

Il Progess' del martedì

Anche Radio Radicale ha il suo Processo di Biscardi, o il suo Porta a Porta che parla del delitto di Cogne. Non si fanno mancare neanche lo psichiatra e il corsivo. Qui se ne parla sul forum.

Schianto del governo sotto assedio dei poteri forti

«Se davvero è quella la manovra che Berlusconi pensa di fare, non ci si può che interrogare. Perché di quella congerie di misure l'unica cosa che arriverebbe a elettori e contribuenti è l'aggravio fiscale immediato per altri 3 miliardi di euro. Con l'Irpef abbattuta rinviata a babbo morto e per importi ridicoli, regalie di cui nessuno si renderebbe conto. Mentre imprese, banche e sindacati da una parte inneggiano all'operazione-verità con cui il governo si è dato da solo del falsario. Dall'altra chiedono – comprensibilmente, a questo punto – che visto che di meno Irpef non c'è traccia se non labiale, almeno vi sia una disponibilità a risorse per rilanciare lo sviluppo. Che cosa resta, nella bisaccia di governo, perché il premier possa pensare di evitare che l'operazione-verità si traduca in una marcia funebre? (...) Gli indicatori di fiducia degli italiani sono bassi come nel 1992. E' evidente e innegabile, che oggi non siamo in condizioni di economia reale neppure lontanamente paragonabili a quando la lira era sotto schiaffo e rischiavamo addirittura il default. Aver consentito che una tale sfiducia prendesse piede, in assenza di ragioni che oggettivamente la giustificassero, è purtroppo un insuccesso che parla da solo».
Il Foglio, 28 luglio 2004
Fra due anni ad Arcore per favore!

Kerry il "normalizzatore"

... Bush il "duce" nel periodo d'emergenza della Res Publica americana
Trovo che la lettura che Il Foglio ha dato ieri della campagna elettorale americana, ricalcando le acute osservazioni di Andrew Sullivan sul Sunday Times, tradotte ieri, non sia del tutto fuori luogo e contenga degli spunti molto interessanti. 1972 ha trovato invece nelle parole di Sullivan la «ricerca di qualsiasi pretesto per non votare Bush» e si è convinto che «tutto nasca dal rancore per il supporto all'emendamento costituzionale contro i matrimoni omosessuali recentemente bloccato dal Senato». Non so dire se sia o no così, io leggendo l'articolo non ho avuto la stessa impressione di 1972. Non dico che ogni argomentazione di Sullivan su Bush fosse convincente, ma la tesi di fondo è stuzzicante. Un Bush "di sinistra" perché radicale nelle sue politiche di rottura con molti degli schemi tradizionali del conservatorismo Usa. Un Kerry "conservatore" perché per forza di cose si trova a dover intercettare la voglia di "normalizzazione" dopo gli eventi frenetici post 11 settembre. In fondo non è altro che la domanda che sapevamo prima o poi di doverci porre: fino a quando gli americani avrebbero sopportato lo "stress" da Res publica «under attack». Ciò che Sullivan sottovaluta semmai è che da tempo - già con Reagan - i repubblicani sono un po' meno conservatori, hanno superato alcuni vecchi schemi acquisendo una visione più dinamica della società americana e del mondo, elaborando politiche più incisive, dotandosi dunque di una maggiore forza mobilitante. L'11 settembre ha impresso un'accelerazione a questa evoluzione. La figura emblematica è proprio quella di Bush jr., il quale però è lungi dal rappresentare in modo compatto ogni componente del conservatorismo americano.

In Italia dilaga l'individualismo

Devo dire che da un po' leggendo i quotidiani salto le pagine di politica interna, soprattutto quelle sulla maggioranza. Se la storia non fosse la stessa da trent'anni sarebbero almeno roba buona sotto l'ombrellone, alla Tom Clancy. E poi sotto l'ombrellone neanche ci sto. A riprendere per un momento il filo però c'è di che disgustarsi. Non ricordo da anni un simile trionfo della concertazione vecchio stile. Cacciato Tremonti, questo governo si è affrettato a riunire la solita congrega di interessi, "forti" ma particolarissimi, per discutere la linea economica. Come finirà è scritto: il sacco delle casse dello Stato a danni di tutti noi che ci facciamo il q...
Per preservare questi interessi particolarissimi il piano è quello di sempre:
«Bisogna conservare lo Stato sociale – costruito quando abbondavano i bambini e l'età media era di dieci anni più bassa – Stato che, non essendo stato riformato, è tra i più costosi e inefficienti del mondo. Bisogna conservare un sistema pensionistico destinato al collasso, bisogna soprattutto conservare e aumentare la spesa pubblica, proprio quella corrente, fatta degli stipendi degli inamovibili dipendenti pubblici. Per farlo, questi difensori dell'interesse pubblico chiedono di alzare l'inflazione programmata, che poi si riflette in rincari per tutti. In compenso non si debbono ridurre le tasse, in modo che si possa continuare ad aumentare le maestre nelle scuole con meno allievi. Ormai i sindacati, in tutta Europa, sono forti solo dove si lavora meno, in alcune grandi fabbriche cogovernate dai consigli dei delegati, nel pubblico impiego e fra i pensionati (che non lavorano più). Quelli che lavorano di più, titolari e dipendenti delle aziende familiari o piccole e medie, giovani che si arrabattano nel mercato del lavoro flessibile del terziario, non trovano adeguata rappresentanza nel salotto buono della concertazione, né dalla parte sindacale né da quella aziendale».
«Un concerto di solisti», Il Foglio, 27 luglio 2004
Prevale la convinzione che sia "democratico" riunire e accontentare le più numerose rappresentanze sociali e d'impresa possibili, ma è un fatto innegabile che si tratta solo di una nuova "Camera dei fasci e delle corporazioni" di mussoliniana memoria. La democrazia rappresentativa è un'altra cosa: il governo eletto rappresenta per quattro o cinque anni l'interesse generale e porta avanti la sua politica in modo autonomo. Può essere impopolare, ma non sarà anti-popolare.

Non bisogna farsi troppe illusioni neanche sul nuovo ministro Siniscalco. Per quanto certo validissimo, mi pare che abbia più le sembianze del funzionario disciplinato e senza troppi grilli per la testa, più indirizzato a prendere ordini che non a sviluppare una politica autonoma.
Gli inganni però devono almeno cessare, le maschere venir via, e che si sappia una volta per tutte: il taglio delle aliquote fiscali - pilastro della politica tremontiana incentrata sullo sviluppo - è stato bloccato, dai poteri "forti" che hanno trovato valide sponde in An e Udc, non tanto per timore di sforare il tanto evocato patto di stabilità e di aggravare il deficit pubblico, ma perché quei soldi (i nostri soldi) devono essere elargiti a quegli interessi particolarissimi che quei poteri forti - e partiti come An, Udc, Ds - rappresentano. Berlusconi cosa crede di guadagnarci? I voti del ceto "improduttivo", come nella Prima Repubblica tornati ad essere decisivi. Fine del discorso.

Tuesday, July 27, 2004

L'Ecosoc assolve il PRT. Un atto conservativo o un passo nella direzione giusta?

Dopo il parere della corte dell'Aja e le risoluzioni dell'Assemblea generale contro Israele, dopo aver visto la Libia presiedere la Commissione Onu sui diritti umani, non ci saremmo troppo stupiti se il Vietnam fosse riuscito nell'impresa di cacciare il PRT dall'Ecosoc. Stavolta però, un sussulto di dignità deve aver colpito i burocrati del palazzo di vetro. L'aspetto più positivo del voto di venerdì scorso è infatti l'impegno nella difesa del PRT profuso dalla delegazione olandese, in nome dell'Ue, e dal governo italiano. A risvegliare i Paesi democratici dal torpore burocratico onusiano, convincendoli a fare più o meno fronte comune (Europa, Nord America e Sud America) contro la richiesta del Vietnam, deve essere stato il valore politico-ideologico che questo voto è andato assumendo nel corso delle settimane.

Il fronte compatto di dittature; il rinsaldarsi improvviso della ormai sbiadita - ma pur sempre fastidiosa - corrente dei non-allineati; i toni antiamericani; il carattere stalinista delle accuse vietnamite; l'appeal che il confronto con l'Occidente ha esercitato sui Paesi asiatici. L'addensarsi di tutte queste spinte destabilizzanti - probabilmente più dell'amore per il PRT - ha indotto le delegazioni dei Paesi democratici ad opporsi ad una sconfitta che, per come si erano messe le cose, sarebbe apparsa fin troppo costosa, sia sul piano della credibilità politica, sia sul piano personale. Puro istinto burocratico di conservazione dunque, ma forse è da considerarsi una coincidenza fortunata il fatto che proprio sul PRT questi fattori negativi si siano concentrati, innalzando un tale livello di rischio politico anche sulle spalle delle delegazioni occidentali.

Questa coincidenza, oltre a salvare i radicali, ha responsabilizzato i membri democratici dell'Ecosoc, permettendogli di vivere sulla propria pelle la necessità di una collaborazione più stretta tra di loro, fondata e motivata dai vincoli ideali che li accomunano. Guarda caso proprio quel fronte di lotta del PRT per un'Organizzazione mondiale delle democrazie, o comunque per un Comitato delle democrazie che sappia operare di comune accordo all'interno delle Nazioni Unite.

Ma non bisogna esagerare la portata di un voto che ha riguardato una piccola Ong. Si tratta pur sempre di un debole colpo di vento in un oceano di eventi che mostrano una tendenza netta da parte dei membri dell'Onu a contraddirne la carta costitutiva. Il giudizio complessivo sulla salute dell'Organizzazione e sulla sua autorevolezza non può che rimanere estremamente negativo. All'elefantiasi burocratica, alle politiche dei membri europei, sempre più dediti all'appeasement nei confronti delle dittature di ogni etnia, latitudine e credo, sembra aggiungersi il disinteresse degli Stati Uniti, indecisi sul da farsi: se abbandonare al suo destino l'elefante morente, o farsi promotori di una profonda istanza riformatrice che però in questo momento non potrebbe che suscitare serie opposizioni anche dall'interno del campo democratico.

P.S.: A chi invece si aspettava da parte dei Paesi mediorientali e africani un trattamento più benevolo nei confronti del PRT, ha già risposto Marco Pannella: proprio per ciò che rappresentano le politiche della Bonino e del PRT, scosse di rinnovamento nel mondo mediorientale e africano, è «fisiologico» che emergano simili resistenze e «colpi di coda».

Le "vacanze intelligenti" di Rutelli e Fassino


Non basta una gita a Boston. Dai "Democrats" vi separa un abisso
Pare proprio che Rutelli e Fassino siano sulla via di Boston per omaggiare il candidato democratico alla Casa Bianca, John F. Kerry. Ma soprattutto per ripulirsi un'immagine piuttosto ingrigita dalle giravolte sull'Iraq. Pare però che non dovranno incontrare Kerry, così da non dovergli spiegare perché, mentre criticava Bush chiedendo l'invio di più truppe in Iraq, invece loro insistevano per far scappare l'Italia e marciavano sorridenti e solari in dignitosi cortei assieme agli antiamericani di tutte le latitudini politiche. Meglio per i nostri "prodi" sedicenti "riformisti" che non parlino di Iraq, ma solo di Bush.
No. Non basta una gita a Boston, dai "Democratici" li separa un abisso. Cosa rimarrà a Fassino e Rutelli di questa scampagnata è difficile dirlo. Chi non ricorda le «vacanze intelligenti» alla biennale di Venezia dei provincialotti fruttivendoli Remo e Augusta?
La passerella nei salotti radical chic vuol essere di buon auspicio per un regime change alla Casa Bianca, una sorta di scivolo per quello più agognato a palazzo Chigi.
Peccato che da bravi provinciali senza idee Rutelli e Fassino saranno a Boston «più per farsi vedere che per vedere, più per farsi ascoltare che per cercare di capire» (Il Foglio). Pessimi.

Sovversivi

Il parere della Corte dell'Aja e la risoluzione dell'Assemblea generale dell'Onu sulla barriera di sicurezza israeliana - alle quali l'Europa in modo compatto si è allineata - non solo avallano in tutti i suoi aspetti la visione palestinese del conflitto, ma contengono «tre elementi sovversivi del diritto», come fa brillantemente notare Emanuele Ottolenghi:
«Il primo sminuisce la minaccia terroristica palestinese negando l’efficacia della barriera come strumento difensivo. Il secondo riconosce diritto d’Israele all’autodifesa soltanto contro Stati, non contro attori come il terrorismo palestinese, che diventa quindi legittimo. Il terzo definisce i territori come palestinesi, trasformando la linea verde da linea provvisoria di cessate il fuoco a confine internazionale sacro e inviolabile. Il problema non è il terrorismo, ma l’occupazione; tutto il territorio, nonostante la risoluzione 242 dica il contrario, sarebbe palestinese; la barriera non è uno strumento di difesa ma di annessione di terra non più oggetto di contesa, ma aggiudicata, senza tenere in considerazione la 242, ai palestinesi. Israele perde qualsiasi rivendicazione e dovrebbe ritirarsi. I negoziati servono a regolare il ritiro israeliano, null’altro. Questo il significato dei due documenti e la natura della posizione dell’Unione europea. Quando le politiche di Sharon stanno dando i loro frutti e la strategia palestinese è a un passo dal collasso, la Corte internazionale e l’Assemblea generale offrono all’Europa una scusa per impedire a Israele di vincere la guerra scatenata dai palestinesi, dandogli la sola opzione possibile di capitolazione e resa incondizionata».
Emanuele Ottolenghi, Il Foglio, 22 luglio 2004

Monday, July 26, 2004

Siamo a Peppone e Don Camillo in salsa lucana

«Don, Don, Don... Per chi suona la campana?». A chiederselo è Maurizio Bolognetti, in un comunicato on line oggi sul sito dei Radicali.
Beh, per chi sia suonata la campana, noi qui ne abbiamo una vaga idea!
Ma vaga.

Per conoscersi meglio

Guardate un po' questo nuovo blog!

Sunday, July 25, 2004

Onu. In fondo non è ancora tutto perso...

PRT salvo. In questo caso l'Euroghost ha fatto fuggire i malintenzionati dal castello.

Anche l'Africa col "mal di Francia"

Veltroni spiega a Bob Geldolf che il nodo sta nel «danno che le politiche protezionistiche dell'agricoltura occidentale procurano ai paesi emergenti e soprattutto a quelli africani, che a differenza di quelli asiatici e sudamericani sono ancora esclusi dalla delocalizzazione industriale. Veltroni, però, dovrebbe evitare di generalizzare sulle responsabilità globali, e individuare meglio chi si oppone e chi no a una liberalizzazione del mercato agricolo.
La soluzione realistica, cui si richiama Veltroni, non può convivere con la demagogia altromondista. O si sta con Wto e Banca mondiale o con Chirac e i rockettari no-global». Leggi tutto
Il Foglio


Sopravvivere avviandosi a vedersi sconfitto

Guarda (e aspetta) a destra. Va bene governare anche «modulando tempi e mezzi per realizzare il programma», ma «deflettere» dalla propria "visione" verrà inesorabilmente percepito come una sconfitta dagli elettori di ogni latitudine.

«Per l'Iraq, Tony Blair è andato in Parlamento e ai suoi deputati in rivolta ha detto in sostanza: "Se mi votate contro andiamo tutti a casa, io non cambio idea". Noi abbiamo un capo del governo che, dopo aver vinto le elezioni con una maggioranza mai raggiunta in Italia, si è comportato in modo diametralmente opposto. Nella convinzione che il plebiscito non si tenga tutti i giorni, ma ogni cinque anni, evitando di mettersi in gioco ogni volta che il gioco si è fatto duro. La crisi di leadership di Berlusconi sta tutta qui: nel costante tentativo prima di sopravvivere, poi di governare. Come un qualunque capo di un governo della Prima Repubblica, quelli, per intenderci, che governicchiavano per nove mesi. Ma sopravvivere, in politica, non vuol dire governare, bensì il suo contrario: non governare per sopravvivere».
Piero Ostellino, Corriere dellla Sera

Il doppio errore del Dpef sui tagli fiscali:

«... una promessa non mantenuta – errore politico – con misure che rischiano di avere un effetto di rilancio della crescita assai contenuto – errore economico».
Il Foglio


Chiediamo un «lasciapassare per la modernità», la sinistra batta un colpo

Guarda (e aspetta) a sinistra. Editoriale di Stefano Folli sul Corriere di oggi:
«Se è vero che il partito berlusconiano vive una crisi in cui si esaurisce il suo rapporto con l'Italia produttiva che fu all’origine della vittoria del 2001, nessuno crede che la sinistra sia oggi pronta a governare il Paese.

Forse il centrosinistra sarebbe più sicuro del suo futuro, se riuscisse a imitare Blair. Parlare (invece di disprezzarla) alla stessa Italia che ha votato Berlusconi e che gli ha chiesto in buona fede, magari senza ottenerlo, un lasciapassare verso la modernità. Per farlo servono due cose: un’idea semplice ma accattivante della società e del suo sviluppo; una forza politica credibile e coesa alle spalle. Al momento il centrosinistra non possiede né l’una né l’altra.

Quello che davvero occorre non è un contratto per garantire porzioni di potere, bensì un'idea dell'Italia non retorica. Un’idea su cui ricreare quel «blocco sociale di riferimento». Leggi tutto

Friday, July 23, 2004

"Antisemiti progressisti" e "mal di Francia"

Soprattutto in Francia trova alimento quel filone dell'antisemitismo - il più veemente e attuale - che si innesta sulle radici del mondo politico di sinistra e democratico. Sono i palestinesi ormai a rappresentare - nell'immaginario sia dei militanti delle sinistre europee più moderate, sia di no global, di antimperialisti e terzomondisti - tutti gli "oppressi" del pianeta. Nella loro lotta essi vedono l'avanguardia della lotta contro l'imperialismo, il capitalismo e l'oppressione nel mondo. Sono gli «antisemiti progressisti» di cui parla Fiamma Nirenstein nel suo ultimo libro.
«Lungi dall'essere una semplice conseguenza dell'intifada, la crescita dell'antisemitismo è parallela all'ondata di antiamericanismo che ha investito l'Europa dopo l'11 settembre e che l'ha sommersa dopo la guerra in Iraq. La diplomazia francese capeggia la crociata antiamericana. E se la Francia politica, pressoché all'unanimità, ritiene che i dirigenti americani e israeliani si siano messi fuori dalla legge, non deve sorprendere che gli emuli dei martiri di Hamas nuotino come pesci nell'acqua in una Francia che riconosce due grandi nemici: Sharon e Bush».
André Glucksmann, WSJ
Prova ne è l'ultimo episodio in ordine di tempo: il voto dell'assemblea generale dell'Onu, in conformità al parere della Corte dell'Aja del 9 luglio, contro la barriera difensiva voluta da Sharon. Voto di per sé non sorprendente, se non per il fatto che, proprio grazie all'intenso lavorìo della diplomazia francese, i 25 membri dell'Unione europea hanno votato compatti contro Israele.
«In epoca di guerra fra occidente e terrorismo islamico portare, come accade in questi giorni, le relazioni tra le democrazie europee e quella israeliana vicine al punto di rottura non può accrescere la sicurezza dell'occidente e dell'Europa. Piuttosto che atteggiarsi a improbabili pacificatori del Medio Oriente i governi europei dovrebbero finalmente avviare una "franca discussione" su tutti gli errori commessi. (...) In questa fase storica il risorgere dell'antisemitismo in Europa e il conflitto israeliano-palestinese sono intimamente legati e l'Europa non può più fingere che nella sua politica verso Israele non si siano accumulate ombre pesanti. Soprattutto, se pretende di svolgere un ruolo pacificatore nella regione. Il caso della Francia è emblematico. Per diversi anni le autorità hanno minimizzato il fenomeno dell'antisemitismo montante (...). C'è una assai probabile connessione fra il risorgere dell'antisemitismo e la posizione francese nel conflitto israeliano-palestinese».
Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Un perfetto esempio dell'entità del problema ci viene offerto dalle parole di Gianni Vattimo sul Manifesto, per il quale la sinistra dovrebbe assumere - se già non lo ha fatto - l'antiamericanismo come propria connotazione politica e culturale:
«Ben al di là dell'insofferenza per Bush e i suoi accoliti, non sarebbe ora di scoprire, anche sul piano culturale, che la sinistra o è antiamericana (meglio sarebbe dire altermondialista) o non è?»